Esoterismo, Scienza, Storia

TESLA ESOTERICO

Il laboratorio di Tesla a Colorado Springs, 1900

 

NIKOLA TESLA E SWAMI VIVEKANANDA

I Veda sono una collezione di scritture consistenti in inni, preghiere, miti, racconti storici, dissertazioni scientifiche e sulla natura della realtà. Tali scritti risalgono almeno a 5000 anni fa. La natura della materia, l’antimateria e la composizione della struttura atomica sono tutti descritti nei Veda. Il linguaggio dei Veda è il Sanscrito, la cui origine non è completamente compresa. Gli studiosi occidentali suggeriscono che fu portato nelle aree dell’ Himalaya e da lì in India attraverso le migrazioni della cultura Ariana. Paramahansa Yogananda e altri storici tuttavia non sono d’accordo con questa teoria e affermano che non vi è prova in India che dimostri tali ipotesi.

Ci sono parole in Sanscrito che descrivono concetti totalmente estranei alla cultura occidentale. Parole singole possono richiedere un intero paragrafo di traduzione in lingua inglese. Avendo studiato il Sanscrito per un breve periodo negli ultimi anni 70, questo autore ha pensato che l’uso della terminologia vedica da parte di Tesla potesse essere una chiave per capire il suo concetto di elettromagnetismo e della natura dell’universo. Dove Tesla apprese i concetti Vedici e la terminologia sanscrita? Le famose biografie di Cheney, Hunt e Draper, e O’Neil non accennano alla conoscenza del Sancrito di Tesla. Tuttavia, O’Neal include il seguente estratto tratto da un articolo mai pubblicato chiamato “Le grandi conquiste dell’Uomo”:

…nell’essere completamente sviluppato, l’uomo, si manifesta un desiderio misterioso, imperscrutabile e irresistibile: imitare la natura, creare, far funzionare lui stesso le meraviglie che percepisce…molto tempo fa l’uomo riconobbe che tutta la materia percettibile deriva da una sostanza primaria, senza densità oltre ogni concezione, la quale riempie tutto lo spazio, l’Akasha o etere luminifero, il quale è gestito dal Prana che offre la vita, o forza creativa, che porta all’esistenza, in cicli infiniti, tutte le cose e tutti i fenomeni.

La sostanza primaria, gettata in vortici infinitesimali di velocità prodigiosa, diventa materia grezza; quando la forza si placa, il movimento cessa e la materia scompare, tornando alla sostanza primaria.

Secondo Leland Anderson, l’articolo fu scritto il 13 maggio 1907. Anderson affermò anche che grazie alla conoscenza di Swami Vivekananda Tesla avrebbe potuto entrare in contatto con la terminologia Sanscrita e che John Dobson della San Francisco Sidewalk Astronomers Association avesse fatto ricerche su tale collegamento.

Swami Vivekananda nacque a Calcutta, India nel 1863. Fu ispirato dal suo maestro, Ramakrishna a servire gli uomini come manifestazioni di Dio. Nel 1893 Swami Vivekananda cominciò un tour dell’occidente partecipando al “Parliament of Religions” a Chicago. Per tre anni Vivekananda viaggiò in USA ed Europa e incontrò molti scienziati famosi tra cui Lord Kelvin e Nikola Tesla.

Secondo Swami Nikhilananda, Nikola Tesla, il più grande scienziato che si è specializzato nel campo dell’elettricità, fu molto colpito da Swami, dalla sua spiegazione della cosmogonia Samkhya e dalla teoria dei Cicli data dagli Indù. Fu particolarmente colpito dalle somiglianze tra la teoria Samkhya sulla materia e sull’energia e quella della fisica moderna. Swami incontrò a New York Sir William Thompson, poi Lord Kelvin e il Professor Helmholtz, due rappresentati leader della scienza occidentale. Sarah Bernhardt, la famosa attrice, fece un’intervista con Swami e ne ammirò gli insegnamenti

Fu probabilmente durante una festa data da Sarah Bernhardt che Nikola Tesla incontrò Swami Vivekananda per la prima volta. Sarah Bernhardt stava recitando la parte di ‘Iziel’ nell’omonima opera. Era una versione francese sulla vita di Bhudda. L’attrice notò Swami Vivekananda tra il pubblico e organizzò un incontro a cui partecipò anche Nikola Tesla. In una lettera a un amico del 13/2/1986, Swami Vivekananda scrisse quanto segue;

…Tesla è stato affascinato dal Prana del Vedanta, dall’Akasha e dai Kalpa, le quali sono a suo avviso le uniche teorie che la scienza moderna può prendere in considerazione…Mister Tesla pensa di poter dimostrare che matematicamente forza e materia sono riducibili a energia potenziale. Lo vedrò la prossima settimana per assistere a tale dimostrazione matematica.

Swami Vivekananda sperava che Tesla sarebbe stato in grado di dimostrare che ciò che chiamiamo materia è semplicemente energia potenziale poiché ciò avvicinerebbe gli insegnamenti vedici alla scienza moderna.

Secondo Swami “in tal caso, la cosmologia del Vedanta sarebbe stata basata sulle più sicure basi.” L’armonia tra teorie del Vedanta e scienza occidentale fu spiegata con il seguente diagramma:

 

BRAHMAN = L’ASSOLUTO

MAHAT O ISHVARA = ENERGIA CREATIVA PRIMORDIALE

PRANA E AKASHA = ENERGIA E MATERIA

 

Tesla capì la terminologia e la filosofia sanscrita e che queste erano utili per spiegare i meccanismi fisici dell’universo come lui li vedeva. Sarebbe utile a coloro che tentano di capire la scienza che sta dietro le invenzioni di Nikola Tesla studiare la filosofia vedica e sanscrita.

Sembra che Tesla non riuscì a dimostrare l’identità tra energia e materia. Se ci fosse riuscito, sicuramente Swami Vivekananda lo avrebbe annotato. La prova matematica del principio in questione arrivò circa 10 anni dopo quando Albert Einstein pubblicò il documento sulla relatività. Ciò che era conosciuto in Oriente da 5000 anni fu quindi reso noto anche all’Occidente.

Brahman viene definito come il solo spirito impersonale auto-esistente; l’Essenza Divina, da cui emanano tutte le cose, dalla quale esse sono sostenute e alla quale esse ritornano. Ciò è molto simile al concetto del Grande Spirito delle culture dei Nativi d’America. Ishvara è il Sovrano Supremo; la concezione più alta dell’Assoluto, il quale va oltre ogni pensiero. Mahat significa letteralmente “il Grande” e viene anche interpretato con il significato di mente universale o intelligenza cosmica. Prana significa energia (solitamente tradotto come forza vitale) e Akasha significa materia (solitamente tradotto come etere).

Dobson sottolinea che le traduzioni più comuni di Akasha e Prana non sono completamente esatte, ma che Tesla ne comprese il reale significato.

L’incontrò con Swami Vivekananda stimolò molto l’interesse di Nikola Tesla per la Scienza orientale. Durante una lezione in India Swami disse:

“Mi è stato detto da alcune tra le menti scientifiche migliori di questo tempo quanto siano meravigliosamente razionali le conclusioni dei Vedanta. Conosco personalmente uno di loro, che quasi non ha tempo per mangiare e uscire dal proprio laboratorio ma che mai si perdebrebbe le mie lezioni sul Vedanta perché, come lui dice, esse sono così scientifiche, si armonizzano così bene con le aspirazioni del tempo e con le conclusioni a cui la scienza sta attualmente giungendo”

NIKOLA TESLA E LORD KELVIN

William S. Thompson è stato uno degli ingegneri e scienziati più importanti del 1800. Sviluppò analogie tra il calore e l’elettricità e il suo lavoro influenza le teorie sviluppate da James Clerk Maxwell, uno dei fondatori della teoria elettromagnetica. Thompson fece da supervisore nella sistemazione del Cavo Trans Oceanico e grazie a quell’opera gli fu data l’onorificenza di “Lord Kelvin”. Kelvin aveva sostenuto le teorie di Tesla e il sistema di trasmissione wireless di energia elettrica.

Tesla continuò a studiare la filosofia indù e vedica per qualche anno, come indicato nella seguente lettera scrittagli da Lord Kevin.

15, Eaton Place

London, S.W.

May 20, 1902

Caro Tesla,

non so come ringraziarti per la tua lettera del 10 maggio che ho trovato nella mia cassetta sul Lucania e per i libri che mi ha spedito: -“Il Tempio sepolto”, “Il Vangelo di Bhudda”, “Les Grands Inities”, l’edizione di Rossetti di “Casa di Vita” e il Century Magazine del giugno 1900 con le fotografie a pag. 176, 187, 190, 191, 192, ricche di lezioni emozionanti.

 

Abbiamo fatto una bella traversata dell’Atlantico, la più bella che abbia mai fatto. Ho tentato, senza successo, di trovare qualcosa di definito in relazione alle funzioni dell’etere rispetto al semplice e antico magnetismo. A tal proposito ho dato istruzioni al Sig. Macmillan di inviarti a Waldorf una copia del mio libro (Collection of Separate Papers) sull’Elettrostatica e il Magnetismo. Sarò felice se la accetterai come piccolo segno della mia gratitudine per la tua gentilezza. Forse troverai qualcosa di interessante negli articoli sull’elettricità atmosferica.

Con affetto

Kelvin

Grazie anche per I bellissimi fiori

NIKOLA TESLA E WALTER RUSSELL

Walter Russell fu un artista, scultore, scrittore e scienziato tra i più affermati del secolo.

La sua tabella periodica degli elementi predisse accuratamente la locazione e le caratteristiche dei Quattro elementi anni prima della loro scoperta in laboratorio. I quattro elementi sono: Deuterio, Trizio, Neptunio e Plutonio. Pare che Russell entrò in uno stato di consapevolezza intensa dopo essere stato colpito da un fulmine. Cominciò a fare disegni e a scrivere su fondamenti della natura e la composizione dell’universo fisico; la famiglia consultò un medico per verificare se Russell dovesse essere ricoverato in un istituto d’igiene mentale. Il dottore, vedendo i risultati delle settimane di lavoro di Russell, dichiarò di non sapere cosa Russell stesse facendo ma che egli non era pazzo.

Sebbene non sia stato ancora stabilito il momento esatto e l’occasione del loro incontro, Nikola Tesla e Walter Russell si incontrarono e discussero delle loro rispettive teorie cosmologiche.

Tesla riconobbe la saggezza e il potere dell’insegnamento di Russell e lo esortò a rinchiudere le sue conoscenze in cassaforte per mille anni, fino a quando l’umanità fosse stata pronta.

 

FONTE: http://www.teslasociety.com

TRADUZIONE: http://cospirazionista.blogspot.it

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Cinema, Esoterismo

TWIN PEAKS E I VEDA

Cooper's Dream

Ho aspettato che questa attesissima terza stagione di Twin Peaks si concludesse per parlarne pubblicamente, nonostante in tanti mi abbiano chiesto un’opinione. E comunque, il fatto che qualche anno fa abbia avuto il piacere di ospitare Mr Lynch nel mio libro sulla meditazione trascendentale non mi ha dato poi sto gran vantaggio. Tra l’altro, proprio mentre negli States stava andando in onda lo scottante finale, il buon David era, per nulla preoccupato, in quel di Miami per un incontro di MT a cui partecipava anche il mio insegnante. Ma lui è così, pura beatitudine, a discapito degli incubi che racconta nei suoi film.

E proprio di un lungo sogno, a tratti tinteggiato nell’incubo, che parrebbe nutrirsi questa incredibile terza stagione di Twin Peaks.

Ma partiamo da un presupposto senza il quale credo sia impossibile avvicinarsi all’opera del regista dai capelli argentati: è impossibile comprendere Lynch senza avvicinarsi un minimo a quella conoscenza vedica che sta alla base della Meditazione Trascendentale.

Secondo gli antichi e saggi rishi vedici la creazione è avvenuta quando un campo infinito e non manifesto, piatto, unito e ricco di energia potenziale ha cominciato a prendere coscienza di sé stesso e a conoscersi. E in questo processo si è diviso in tre. È diventato cioè l’oggetto della conoscenza, il soggetto della  conoscenza e il processo con cui si attua quella conoscenza. In fisica questo processo viene chiamato ‘rottura della simmetria del campo unificato’.

Da lì il campo unificato (Brahma/Dio) inizia a moltiplicarsi, manifestandosi in tutta la creazione. Come il seme di un albero che se lo apri è vuoto ma dentro c’è tutta la conoscenza dell’albero. Come il bing bang, anche quello era un seme che però conteneva tutto quello che esiste adesso.

Quello che i Veda sostenevano, alla fine, è la stessa cosa che dicono i fisici contemporanei e ciò ha dell’incredibile.

In questo processo noi cosa siamo? Semplicemente sogni. Un gioco dell’assoluto (Brahma), che sognando si manifesta attraverso di noi e altre forme di vita per conoscere sé stesso. E poi, sempre attraverso di noi, ripiega su di sé, ed ecco che noi torniamo all’assoluto.

Ed è questo, a mio modo di vedere, ciò che accade all’agente Cooper; lui nella serie è un piccolo Brahma che sognando sperimenta (crea) varie visioni di se stesso per conoscere e comprendere tanto i suoi tesori quanto le proprie miserie. E allora è un cinico killer posseduto in cerca di potere (Bad Dale) ma anche un paladino di giustizia che dispensa amore (buon Dale), una giovane maltrattata dalla vita (Laura), e via con tutti i personaggi della serie che sono creazioni di un unico sognatore.

Ora, le creazioni dell’assoluto, come sappiamo, non sono completamente buone anche se conoscono il bene assoluto (La Loggia Bianca/il Fireman) e non sono completamente malvagie anche se conoscono il male assoluto (La Loggia Nera, Bob, Judy). Esse si muovono fra questi due estremi in una perenne lotta che vede alternarsi i vincitori nelle varie battaglie ma non prevede un affermazione definitiva nella guerra. Perché quando il sognatore si sveglia è UNO, non più il molteplice.

Quando Cooper apparentemente si desta nell’episodio 18, infatti, non è più neanche lui ma Richard, un uomo abbandonato dalla propria fidanzata (Lindanon più Dianne) che cerca di alimentare la sua voglia di rivincita verso il male (la perdita dell’amore) salvando una ragazza in difficoltà (la signorina Page/Laurache non è più Laura). Ma attenzione, probabilmente questo è ancora un sogno, l’ennesimo gioco del sognatore, solo su un piano differente. È proprio l’urlo della Laura non più Laura a svelarci che siamo ancora in piena fase onirica, intrappolati in sogni che generano altri sogni mentre la battaglia bene/male prosegue all’infinito.

Alla fine cosa abbiamo visto? È tutto finto? È tutto un sogno?

Sì e no.

Sì se accettiamo che anche noi stessi lo siamo e pensiamo che tutto quello al di fuori dalla portata grossolana della materia non debba esistere.

No se invece pensiamo al sogno come a una vibrazione dell’assoluto (il sognatore) su frequenze diverse. E realizziamo che sul piano relativo quel sogno che viviamo è la nostra realtà.

Per questo e mille altri motivi Twin Peaks The Return è un capolavoro assoluto, addirittura superiore al suo predecessore. È metafisica, è surrealismo, è misticismo è arte che risplende osservandosi.

È una storia che si apre a più livelli di comprensione, che muta a seconda di chi la guarda. Un’esperienza influenzata tanto dal soggetto quanto dall’oggetto dell’esperienza stessa, esattamente come la particelle/onda nella fisica quantistica. Lynch riesce nel miracolo di farti vedere e capire quello che al momento il tuo grado di consapevolezza è in grado di comprendere. Ne più né meno.

Come nella prima stagione quando la spiegazione grossolana di un padre che violenta e poi uccide la propria figlia per paura reggeva. Esattamente come reggeva una spiegazione che coinvolgeva vari eventi ‘altri’ che non escludevano la prima spiegazione ma la allargavano coinvolgendo prospettive più ampie.

E nel eseguire questo bellissimo esercizio di comprensione, Lynch gioca con stili di regia differenti, ambientazioni ora sature ora rarefatte che oscillano fra richiami sixties teneri e sognanti, road movie metropolitani, roghi di redneck in camicia di flanella, eleganti uomini in nero, reginette della scuola o vecchi saggi seduti in riva al fiume.

E in questo sogno tinteggiato dai mille colori si alza e urla un unico monito: forzare le leggi naturali porta sempre delle conseguenze. Karma direbbero in India. E infatti in questo sogno liquido dalle mille interpretazioni solo un episodio esula da tutto il resto. Il numero 8 (e anche qui ci sarebbe da parlare). David lo gira in bianco e nero come fosse un mini film separato dal resto. E  racconta, con piglio sapiente, come il male nel mondo si liberi quando l’uomo (il sognato) vuole sostituirsi alla legge di natura (il sognatore).

Un monito che, tra l’altro, è il primo consiglio fornito a chi si avvicina alla pratica della Meditazione Trascendentale.

FONTE : Federico Traversa 

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Esoterismo, Scienza, Spiritualità

IL ROSPO PSICHEDELICO DEL DESERTO DI SONORA

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Speciali ghiandole multi­cellulari concentrate sul collo e gli arti di Bufo Alvarius producono un viscoso veleno bianco lattaginoso che contiene grandi quantità del potente allucinogeno 5­MEO­DMT. Quando vaporizzato dal calore e portato nei polmoni in forma di fumo, questo alcaloide base­indolico produce una incredibilmente intensa esperienza  psichedelica di durata incredibilmente breve. Non ci sono spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, un piacevole afterglow psichedelico appare abbastanza regolarmente dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

PARTE PRIMA

Il deserto di Sonora è una vasta area dai confini irregolari che si estende per circa 310.000 Km dal sud­est della California attraverso la parte meridionale dell’Arizona spingendosi a sud fino a Sonora, Messico. Il deserto si eleva dal livello del mare fino a raggiungere oltre 1500 metri dove gli aridi bassopiani di mesquite e cresoto sono tagliati da canyon montagnosi di quercia e sicomoro. E’ una zona aspra in cui la temperatura può raggiungere i 60°C all’ombra e la piovosità tocca appena i 127 mm annui.

Uno degli abitanti più eccezionali del deserto di Sonora è il rospo indigeno, Bufo alvarius. Sebbene il genere Bufo comprenda più di duecento specie di rospi, il Bufo Alvarius è l’unica specie che vive esclusivamente nel deserto di Sonora. A differenza della maggior parte dei rospi, il Bufo Alvarius è semi­acquatico e deve restare nelle vicinanze di una fonte sicura d’acqua per poter sopravvivere. Di conseguenza, l’habitat prediletto da questa specie è costituito dai canali di scolo dei fiumi e ruscelli permanenti del deserto di Sonora.

Questo delicato ambiente desertico, come la maggior parte dei luoghi sulla terra, non è stato trascurato dall’uomo nella sua costante opera di manipolazione della natura, ma abbastanza sorprendentemente, lo stile di vita semi­acquatico del Bufo Alvarius ha coinciso piuttosto bene con i progressi dell’uomo civilizzato. Più di un migliaio di anni fa, gli indiani Hokokam cominciarono a deviare il corso del fiume Gila per irrigare il suolo arido. Lavorando con bastoni e pietre, questa popolazione primitiva aprì la strada ad un sistema di coltura estensiva nel deserto. La loro originale rete di canali è stata estesa nei secoli ed ora irriga più di 1,5 milioni di acri del deserto di Sonora. Questo equivale ad irrigare regolarmente un’area desertica pari a circa la metà dell’estensione del Connecticut. L’umidità dei terreni desertici soddisfa le sempre maggiori esigenze dell’uomo e contemporaneamente fornisce una nicchia stabile nell’ecosistema per il Bufo Alvarius.

Il Bufo Alvarius è un animale notturno e resta tutto il giorno sottoterra, sfuggendo alle temperature estreme della superficie con una strategia di vita sotterranea. All’imbrunire, questi rospi del deserto lasciano i loro anfratti nascosti e si riuniscono nelle zone umide vicino ai ruscelli e alle sorgenti, nei campi irrigati per l’agricoltura o in stagni temporanei creatisi dopo forti piogge. La stagione dell’accoppiamento, da Maggio a Luglio, è il periodo di maggiore attività per il Bufo Alvarius. E’ possibile catturare facilmente rospi grossi e robusti al calar della notte munendosi di torcia e un sacco di stoffa.

E’ la specie più grande di rospi nativi del Nord america; per quanto riguarda la lunghezza da grifo a podice, il Bufo Alvarius deve raggiungere un minimo di 76 mm per la maturità sessuale, sebbene gli adulti in grado di riprodursi continuino a crescere fino a circa 18 cm di lunghezza. Questo abitante del deserto ha una costituzione robusta, con un corpo tarkiato ed una testa larga e piatta. La pelle è liscia e coriacea, coperta qua e la da protuberanze di un pallido color arancio, ed il suo colore può cambiare notevolmente dal marrone scuro all’oliva o grigioverde. Il ventre è beige, di solito privo di segni. Ci sono da una a quattro escrescenze bianche sporgenti agli angoli della bocca ma ciò che identifica inequivocabilmente il Bufo Alvarius è la presenza di grandi ghiandole granulose sul collo e sugli arti. Le ghiandole granulose sono concentrazioni differenti di tessuti multicellulari. Quelle più sporgenti sono le due grosse ghiandole parotidi a forma di rene che si trovano, una per lato, sul collo sopra e dietro il timpano. Le ghiandole larghe e oblunghe sulla parte esterna di entrambe le zampe posteriori, tra il ginocchio e la coscia, sono dette femorali. In modo analogo, le tibiali sono lunghe ghiandole, o una fila di più corte, che si sviluppano in lunghezza dal ginocchio alla caviglia. Una concentrazione supplementare di queste ghiandole si trova su ognuno degli avambracci. Ognuna di queste ghiandole è formata da molti lobuli di forma ovale, che misurano circa 2 mm di diametro. Ogni lobulo è un’ unità ben distinta, con un canale che emerge dalla pelle come un singolo poro ben definito. Un doppio strato di cellule circonda ogni lobulo e funge da sintesi liberando un siero viscoso bianco ­ lattiginoso.

Il veleno prodotto dal Bufo Alvarius contiene uno spettro molto particolare e costante di amine biologicamente attive. La biosintesi delle amine è compiuta attraverso un sistema enzimatico regolato geneticamente. La via metabolica del Bufo Alvarius è unica nel regno animale in quanto produce grandi quantità di derivati 5 ­ metossi ­ indolici. Fra questi, l’alcaloide predominante, rappresentante il 15% del peso a secco del veleno, è la 5­metossi­N.N.­dimetiltriptamina (5­MEO­DMT). La 5­MEO­DMT è un potente allucinogeno psicoattivo per l’ uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 milligrammi. Fu sintetizzato per la prima volta nel 1936, ma i suoi effetti di espansione della mente non furono scoperti per oltre 20 anni. Poi, nel 1959, la 5­MEO­DMT fu identificata come l’alcaloide predominante nelle “sniffate” allucinogene di parecchie tribù del Nord america. Queste popolazioni primitive da lungo tempo preparano miscele da inalare con fiori, semi, cortecce e gambi di piante locali per raggiungere stai mentali alterati. Nel 1968, la 5­MEO­DMT fu scoperta anche nel regno animale.

Il Bufo Alvarius divenne famoso col nome di “rospo psichedelico” quando venne dimostrato che il suo veleno conteneva enormi quantità di questo alcaloide a base indolica. Estratta dai rospi del Nord america o dalle piante del Sud america o sintetizzata in laboratorio, la 5MEO­DMT è un allucinogeno estremamente potente. La 5­MEO­DMT ha 10 volte la potenza relativa della dimetil­triptamina (DMT), la popolare droga sintetica degli anni’ 60. Si deve cmq segnalare che la 5­MEO­DMT differisce dalla DMT sotto due aspetti importanti. Primo, mentre la 5­MEO­DMT ha un gruppo metossilico nella posizione 5 dell’anello indolico, la DMT non ce l’ha. La presenza di questo gruppo metossilico accresce grandemente la solubilità della molecola nei grassi. Questo permette alla 5­MEO­DMT di penetrare la barriera ematoencefalica e raggiungere i siti attivi più rapidamente della DMT. Secondo, mentre la DMT è inserita nella Tabella 1 come sostanza sottoposta a controllo legale, la la 5­MEO­DMT è relativamente sconosciuta.

PARTE SECONDA

Da un esemplare adulto di grosse dimensioni può essere ricavato da mezzo grammo a un grammo o più di veleno fresco. Metà di questo peso è costituito da acqua che evapora con l’essiccazione, ma il 15% del peso a secco corrisponde all’alcaloide dominante, la 5MEO­DMT. In altre parole, un rospo di grosse dimensioni che secerne un grammo di veleno fresco può produrre l’equivalente di 75 milligrammi di potente allucinogeno, psicoattivo nell’uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 grammi. Il veleno fresco può essere facilmente ricavato senza alcun danno per il rospo.

Usate un piatto di vetro piano o qualsiasi altra superficie liscia non porosa di almeno 80 cm quadrati. Tenete il rospo di fronte al piatto fissato in posizione verticale. In questa maniera si può raccogliere il siero sulla superficie di vetro pulita mediante la manipolazione del rospo. Quando siete pronti ad iniziare, tenete saldamente il rospo con una mano e, con il pollice e l’indice dell’altra, premete vicino alla base della ghiandola fino a quando il veleno schizza fuori dai pori sul piatto di vetro. Usate questo metodo per raccogliere sistematicamente il siero da ognuna delle ghiandole granulari del rospo: quelle sugli avambracci, quelle sulla tibia e sul femore delle zampe posteriori e naturalmente le parotidi sul collo. Se concedete al rospo un’ora di riposo, ogni ghiandola può essere premuta una seconda volta per ottenere una resa supplementare. Al termine dell’operazione le ghiandole sono vuote e richiedono dalle 4 alle 6 settimane per rigenerarsi. Quando il veleno viene estratto dalle ghiandole, inizialmente è viscoso e di colore bianco lattiginoso. Nel giro di qualche minuto comincia quindi a seccarsi ed assume il colore e la consistenza del mastice. Raschiate il veleno dal piatto di vetro, essiccatelo completamente e mettetelo in un contenitore ermetico fino al momento in cui sarete pronti a fumarlo.

Il veleno del Bufo Alvarius è estremamente allucinogeno quando viene vaporizzato dal calore e assorbito dai polmoni in forma di fumo. Una dose adeguata per un adulto normale di peso medio è un pezzo di siero essiccato grosso più o meno come la testa di un cerino. Tagliatelo in pezzi sottili con una lametta e metteteli in una pipa ad una presa dotata di un retino di ottone. Destinate l’uso di questa pipa esclusivamente al fumo del veleno del rospo poikè l’accumulo di residui nel fornello e la condensa di vapore nel cannello possono produrre un’alterazione non desiderata con il fumo di altre sostanze. Applicate una fiamma adatta e fumate il contenuto della pipa in un’unica aspirazione. Cercate di trattenere il fumo nei polmoni il più a lungo possibile poikè l’efficacia dipenderà in larga misura dal pieno assorbimento della dose in un’unica aspirazione.

Entro una trentina di secondi si produrrà un’ondata quasi irresistibile di effetti psichedelici. Sarete completamente assorbiti da un complesso evento chimico caratterizzato da un sovraccarico di pensieri e percezioni, un breve crollo dell’io ed una perdita del continuum spazio-­temporale. Rilassatevi, respirate regolarmente e lasciatevi andare all’esperienza. Dopo due o tre minuti, l’intensità iniziale cede gradualmente il posto a piacevoli sensazioni simili a quelle suscitate dall’LSD in cui sono comuni illusioni ottiche, allucinazioni, percezioni alterate. Potete avvertire una distorsione nell’immagine che percepite del vostro corpo od osservare il mondo restringersi o ampliarsi. Potrete notare che i colori appaiono più vivaci e più belli del solito e, molto probabilmente, proverete un’esperienza euforizzante inframezzata da scoppi immotivati di risa. Questo indescrivibile episodio ha una durata estremamente breve. Gli effetti allucinogeni spariscono rapidamente e l’intero ciclo psikedelico si conclude in una quindicina di minuti. Non ci sono conseguenze spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, una piacevole euforia psichedelica successiva all’esperienza appare abbastanza regolarmente e può durare parecchie ore o parecchi giorni dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

FONTE

WWW.EROWID.ORG

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Esoterismo, Salute

IL CAMMINO SCIAMANICO

ayahuasca

La prima cosa interessante da dire sul Cammino Chamanico, in particolare sul cammino rosso, è che per i popoli nativi di nord (Lakota) e sud America (Caboclos) che lo praticano, non esiste una parola che si riferisca all’IO come a qualcosa di separato (a proposito di smorzare l’ego); per la maggior parte dei popoli nativi, non esiste IO e tutti siamo NOI, un unico essere vivente che include persone, animali, piante, minerali, pietre, pianeti, stelle, galassie tutto. Todos Somos Uno.

Per poterci svegliare e ricordare di questo pilastro portante dell’esistenza, smettendo così di vivere in un mondo illusorio basato sulla dualità tra io e noi, bene e male, felicità e infelicità, e dunque sulla sofferenza, bisogna essere disposti a “consegnarsi, abbandonarsi completamente” alla vita e percepire questo abbandono come un sapere semplice, unico e profondo a cui sottomettersi, senza così opporsi mai più al flusso della vita stessa.

E qual è l’unico posto in cui possiamo sentire il flusso della vita? L’unico posto è il qui e ora. Ciò significa accettare il momento presente senza esercitare opposizione, abbandonando ogni resistenza interiore. La resistenza interiore si manifesta ogni volta che diciamo No alla vita, poiché non è frutto di giudizio mentale e di negatività emozionale; la resistenza alla vita viene dalla mente che ci vuole far fare ciò che lei ritiene giusto che facciamo e che è diverso da ciò che il cuore ci dice.

L’accettazione di ciò che è e di ciò che si è ci libera immediatamente dell’identificazione con la mente e ci ricongiunge al nostro vero essere, alla nostra vera essenza.

Accettare ciò che si è, dove e con chi si è, non vuol dire umiliarsi, abbandonarsi, svilirsi, rinunciare, anzi, vuol dire riconoscersi pienamente così come si è in quel preciso momento, con i propri pregi e difetti, senza demandare all’esterno, ad altri o ad altro, il nostro essere in un certo modo, in un certo posto o con certe persone. Prendere atto di come si è, significa poter intraprendere un profondo cammino di cambiamento; ogni giorno si può fare un passo nella direzione del cambiamento e del miglioramento, ma per farlo bisogna riconoscersi senza soffrire e senza rifiutare di riconoscersi tali e quali si è.

La dualità invece creata dall’uomo materialista, ovvero come si è e come si vorrebbe essere, è alla radice di tutta la complessità non necessaria della vita nonché fonte di tutti i problemi e i conflitti. Proiettare nel passato o nel futuro un ideale di come si vorrebbe essere, impedisce di concentrarsi sul qui e ora e di riconoscersi tal quali si è per poter iniziare un cammino vero di cambiamento.

Dentro il cammino rosso, l’amore, in primo luogo l’amore per se stessi, è uno stato dell’essere, non una semplice emozione; in quanto tale non è un cosa passeggera bensì un qualcosa che ha carattere di permanenza, di perenne, se realmente incarnato. L’amore non sta fuori di noi, bensì dentro di noi, dunque non è qualcosa che possiamo perdere o che ci può abbandonare; l’amore non dipende né è funzione di nessuno; amore è realizzazione dell’unità e superamento del dualismo; amore è sentire profondamente la “presenza” senza che sia viziata delle illusioni che siamo abituati ad alimentare e sostenere.

Solo e proprio in questo istante, nel qui e ora, nell’istante della verità, della presenza, dell’amore come stato dell’essere, saremo in grado di accettarci esattamente così come siamo, con i nostri aspetti positivi e negativi. Non possiamo imbrogliare la nostra coscienza, lei è l’occhio, l’oracolo della verità e si manifesta indipendentemente dalla nostra volontà. Il tesoro è dentro di noi. La coscienza, il nostro spirito sono l’occhio di Horus.

Il cammino rosso è dunque il cammino che porta la mente al cuore; possiamo così dire che il cammino rosso ci insegna un vivere naturale, ci insegna a non stare separati dagli altri, a non delegare agli altri la nostra felicità, amandoci e rispettandoci in prima persona.

Dunque cos’è lo chamanesimo? Lo chamanesimo è permettere a se stessi di vivere in pace e armonia dentro il presente, vivere ogni momento qui ed ora senza preoccuparsi di come è stato e di come sarà domani. Stare qui è un atto di grande, grandissimo coraggio. È essere felici esattamente come si è, senza voler tornare ad essere o pensare di poter essere qualcunaltro.

Il cammino chamanico, in quanto cammino di cura guarigione, si avvale di numerosi tipi di medicine  sacre come l’Ayahuasca, Il Tabacco sacro e il Cachimbo, il Rapè, il Kambo, il Temascal o capanna sudatoria etc.. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerle tutte.

LA MEDICINA DEL TABACCO SACRO E IL CACHIMBO

Qui si venera “Abuelo Tabaco” (il tabacco sacro). Ricordate la famosa pipa della pace usata dagli indiani pellerossa del nord america? Esattamente quella! La pipa si chiama Cachimbo e il tabacco non si aspira mai. Oreste, lo sciamano, mi spiega “quello è un vizio. Qui il tabacco non si aspira. Si usa solo per scopi cerimoniali e questo tipo di tabacco va consacrato prima poter essere usato”. Ho imparato che nei momenti più importanti della vita in comunità, quando si indice una riunione, durante la cerimonia, o quando si fa la veglia al fuoco sacro, si accende il Cachimbo. Il Tabacco sacro consacra il momento. Le parole dette con il Cachimbo in mano e il tabacco acceso sono sacre. Il tabacco è un alleato molto potente. Una volta acceso, bisogna fumare tutto il tabacco che abbiamo messo nel Cachimbo. Il fuoco, toccando il tabacco sacro, libera lo spirito di quest’ultimo permettendogli di riprendere il proprio cammino. Se smettiamo di fumare il Cachimbo, lasciando del tabacco sacro residuato che eventualmente butteremo, neghiamo la libertà ad alcuni spiriti del tabacco.

In linea di massima, il Cachimbo si accende per fare delle piccole “Oraçoes” (preghiere): si comincia col salutare e ringraziare il Grande Spirito, il Grande Mistero, la madre terra, il padre sole, i guardiani delle 4 direzioni, i 4 elementi, il cuore dell’umanità, i bambini e le guide spirituali, gli alimenti, gli animali, la medicina sacra etc etc. Solo dopo aver salutato e ringraziato, si formalizza la preghiera, la richiesta.

La preghiera, si chiude con “Ahò, metakiase (per tutte le mie relazioni)”.

Siamo seduti in circolo. Chi vuole, prende la parola e fa la sua “pregiera” col Cachimbo secondo il rito appena descritto.

Molto importante, durante la “preghiera” (invocazione con saluto e ringraziamento e poi richiesta), non si smette mai di far fumare il Cachimbo perché è il Tabacco sacro a suggerirci le migliori parole da usare, le migliori richieste da fare. E qui, la parola è sacra, si trasforma in realtà.

LA MEDICINA DEL RAPE’

La musica permea il tempio, canti antichi e tamburi mi portano in un’altra dimensione. A turno ciascuno di noi esce dal cerchio, si avvicina allo sciamano (uomo di medicina, appunto). Lo sciamano è colui che applica la medicina. Prepara l’applicatore del Rapè. Si tratta di una cannetta di 30cm circa lunghezza e 2/3cm di diametro. La riempie con la medicina (una miscela in polvere di tabacco sacro ed altre erbe e piante medicinali). Posiziona un estremo della canna in una delle mie narici e si porta alla bocca l’altro estremo. Infine, applica la medicina. Soffia nella canna e il contenuto della medicina mi va dritto al cervello passando per il naso”.

Il Rapè è una medicina molto importante nella tradizione sciamanica. Agisce direttamente sul nostro corpo energetico, in particolare sul terzo occhio (ghiandola pineale) aumentando la nostra predisposizione a connetterci con il piano astrale. Sul corpo fisico invece ha sia l’effetto positivo di favorire “la Limpeza” (la pulizia) inducendo la produzione di muco e saliva che naturalmente va espulso (a volte induce anche il vomito); e sia l’effetto di aiutare chi soffre di sinusite e asma.

LA MEDICINA DEL TEMASCAL

Il Temascal o capanna sudatoria. Viene usata nella tradizione sciamanica con il fine di purificare. Ho la fortuna di costruire la struttura del Temascal assieme ad Oreste (lo sciamano). La struttura (a forma di gabbia) la realizziamo con liane e rami della foresta. Il tutto viene ermeticamente coperto con panni e teli. Al centro della capanna (rigorosamente di forma circolare) c’è un buco. Qui andranno posizionate le pietre incandescenti su cui applicare la medicina. In linea retta dall’ingresso nella capanna, a circa 5 metri, prepariamo la piattaforma su cui verrà acceso il fuoco sacro. Le pietre vengono posizionate tra i tronchi di legno in modo che il fuoco le renda praticamente laviche e incandescenti in un paio d’ore.

E’ prevista la purificazione del Temascal prima e dopo la “Ricerca della visione”.

“Ci prepariamo ad entrare, Fabiano mi purifica l’aura, mi giro verso il fuoco sacro ringraziandolo. Mi accovaccio e rigorosamente in ginocchio entro nella capanna salutando il Grande Spirito affinché possa benedire questa purificazione. Oreste (lo sciamano) è già posizionato dentro e mi dice dove andrò a sedermi. Ci siamo, sono entrati tutti. A questo punto una ad una, vengono portate dentro le “Abuelitas” (le sagge pietre) ormai incandescenti. Oreste posiziona una pietra alla volta nel buco. Ciascuna pietra viene consacrata con una dedica e su ciascuna pietra viene applicata la medicina. Si tratta di una essenza (erbe medicinali). Una polverina che a contatto con la pietra incandescente rilascia nella capanna un fumo sacro che “purifica” aura e vie respiratorie. Che buon profumo. La temperatura comincia a salire (e ancora non è stata versata sulle pietre una sola goccia d’acqua). Vengono posizionate circa 20 pietre. A questo punto la porta della capanna viene chiusa e la cerimonia inizia sul serio. Tamburi, maracas e canti entrano in scena. La temperatura inizia a salire. Dopo circa 30minuti di canti vengono fatti uscire gli strumenti musicali ed entra il bidone con l’acqua miscelata con spezie ed erbe e medicinali che verrà versata sulle pietre. Fa davvero caldo, altro che sauna o bagno turco”. Oreste dice “siete nel ventre della madre terra, abbandonatevi al suo amore”. La purificazione del Temascal vuole simulare la morte e la rinascita come nuovo essere. Ogni volta che l’acqua tocca le pietre incandescenti aumenta la temperatura nella capanna al punto che dentro non si possono indossare oggetti di metallo, diventerebbero incandescenti rischiando di bruciare la pelle. Ogni volta che l’acqua tocca le pietre, esse rilasciano le memorie, la saggezza e la conoscenza ancestrale che hanno accumulato in miliardi di anni (sono stati i primi esseri viventi assieme alla terra stessa, sono la terra stessa).

LA MEDICINA DEL KAMBO’

Si tratta di un vaccino “naturale” usato dai nativi dell’amazzonia da migliaia di anni.

Fabiano: “i vaccini in uso oggigiorno nella medicina convenzionale occidentale sono deboli e non servono a nulla, anzi fanno più danni che altro. Ti iniettano dei virus deboli e semi morti che dovrebbero essere capaci di contrastare il vero Virus quando questo arriva. Il Kambò invece è come un maestro di kung fu. Quando entra nel tuo corpo lavora per allenare le cellule del tuo corpo ad essere più forti e contrastare qualsiasi minaccia/virus che arrivi dall’esterno con il massimo della forza”.

Il Kambò è il veleno prodotto da un rospo della foresta amazzonica. Durante l’applicazione di fatto vieni avvelenato.

Riceviamo l’applicazione del Kambò la stessa notte della nostra prima cerimonia con il Daime o Ayahuasca. Che serata ragazzi. 2 ore prima di ricevere l’applicazione del Kambò dobbiamo bere almeno 2/3 litri di acqua. L’effetto immediato del Kambò è quello di fare “pulizia” portando al vomito. La pulizia fisica (che comprende quindi qualsiasi forma di espulsione: muchi, vomito, feci etc… è molto molto importante e fa bene). Il primo effetti di qualsiasi medicina sacra è la pulizia fisica. Cosa puliamo? Emozioni nascoste e non espresse, paure, blocchi energetici…insomma spazzatura che intossica la nostra anima e si annida pericolosamente nel nostro corpo.

Mi siedo al lato di Fabiano. Usa la punta di una barretta di incenso per farmi 8 piccole bruciature sulla spalla. Si tratta di bruciature non più grandi di una lenticchia. L’obiettivo è far uscire la carne viva fuori. A questo punto applica su ciascun punto una goccia piccolissima di questo veleno. Arrivato al punto numero 4 (ovvero non più di 30 secondi dalla prima applicazione) già inizi ad avvertire gli effetti del veleno. Vengo assalito da una vampata di calore che pervade tutto il corpo. Il cuore inizia a battere forte. Terminata l’applicazione ci sediamo in disparte e aspettando il vomito sperimentiamo gli effetti dell’avvelenamento. La sensazione di calore si fa sempre più forte, sento la faccia, le labbra e la gola che si gonfiano. La gola in particolare si secca al punto che non riesco più ad ingoiare e quando mi inizia a diventare difficile persino la respirazione ecco che arriva il vomito con una forza mai provata. Che liberazione. Da questo momento, gli effetti fisici provati a causa del veleno iniziano a rientrare.

LA RICERCA DELLA VISIONE

Tra delle pratiche più importanti del cammino rosso, va richiamata assolutamente l’attenzione alla Busca da Visão, ovvero la ricerca della visione.

La Busca da Visão è una delle pratiche più antiche utilizzate dalle tribù native del Nord America; lo scopo di questa attività è che la persona ottenga una più ampia comprensione del suo ruolo e del suo cammino nel mondo (stravolgente direi!). La Busca da Visão fornisce esperienze significative per mezzo di un ritiro, caratterizzato dal completo digiuno da cibo e da liquidi, sulla montagna che consente la conoscenza di sé e la propria guarigione in svariati ambiti (fisico, mentale spirituale). Partecipare alla Busca da Visão conferisce l’opportunità di sperimentare la nostra natura umana e di renderci conto che siamo piccoli e umili (non da intendere come sottomessi), ovvero siamo granelli di sabbia davanti alla grandezza dell’universo, ma granelli che compongono l’universo stesso. Todos Somos Uno.

La ricerca del senso della vita accompagna da sempre l’uomo lungo il suo viaggio. Nel corso della sua evoluzione l’uomo ha infatti cercato molti modi per spiegare la realtà e capire il mondo intorno a se; quindi è proprio attraverso la necessità di trovare maggiore significato nella vita che l’uomo si è evoluto.

Ci sono molti modi di percorrere questo cammino dell’evoluzione, uno dei quali è proprio la pratica sciamanica; lo Sciamanesimo si propone come una forma di riscatto dell’essenza umana, un modo per tornare alle origini e riconoscere il sacro insito in tutto ciò che esiste.

Tutto ciò che esiste nell’universo è nostro maestro; in natura sono presenti tutte le medicine necessarie per questa crescita spirituale. Lo sciamano utilizza il termine medicina, per designare gli elementi della natura con un’essenza guaritrice, ovvero elementi catalizzatori, acceleratori della riforma spirituale, della riabilitazione e del mantenimento della salute fisica.

Tra i numerosi farmaci presenti in natura vi è proprio la Busca da Visão. Essa fornisce all’iniziato, esperienze significative che possono trasformare la sua percezione della realtà; il motore di ricerca è esposto infatti a situazioni estreme (come il digiuno) dalle quali apprende, si conosce e si trasforma.

La Busca da Visão si concretizza in un cammino articolato in 4 tappe. Si tratta di 4 momenti fondamentali nella vita dell’uomo indigeno: il primo anno si passano 4 giorni in isolamento su una montagna, in completo digiuno, all’interno di un circolo sacro di pochi metri quadrati fatto con tabacco e con le proprie preghiere/intenzioni e all’interno del quale c’è spazio solo per una tenda e un’amaca. I 4 giorni hanno come proposito il proposito dell’umiltà.

Per il secondo anno, i giorni sono 7, medesimo scenario ma con un litro d’acqua e qualche mela. Il proposito è la sincerità.

Per il terzo anno, i giorni sono 9, di nuovo medesimo scenario ma con un litro e mezzo d’acqua, qualche mela in più e un po’ di granola. Il proposito è l’unione tra maschile e femminile e il superamento della dualità.

Per il quarto e ultimo anno, i giorni sono 13, medesimo scenario ma con due litri d’acqua, ancora qualche mela in più e un po’ più di granola. Il proposito è l’integrità di proposito.

MEDICINA SACRA: L’AYAHUASCA

L’Ayahuasca è anche chiamata Santo Daime (Daime da dammi, offrimi, forniscimi il conoscimento, la guarigione). Va chiarito innanzitutto che il Santo Daime non è un allucinogeno, ovvero una sostanza che crea una realtà illusoria, bensì è una pianta psico-attiva, con una sua propria capacità psichica in grado di farci vedere la nostra più vera realtà interiore (illusione vs realtà è la chiave di volta per non interpretare il Daime come una droga, droga nel senso che siamo abituati a dargli noi del mondo cosiddetto “avanzato”). Il Daime è dunque il nostro inconscio che si palesa. Il Daime è “noi” in tutti i nostri aspetti belli e brutti; il Daime infatti può mandarti in estasi così come terrorizzarti, poiché il Daime, con il suo “viaggio” non ti porta da nessuna parte se non dove già sei nel tuo cammino evolutivo.

Il Santo Daime è una pianta sacra per i nativi e ad oggi sacra anche per me. Credo nel Daime, nei suoi poteri di cura e nella sua essenza divina; il Santo Daime è un regalo divino, è qualcosa che tutti dovrebbero aver l’opportunità di provare.

Il Santo Daime, è innanzitutto una medicina in grado di curare malattie fisiche (dall’aids al cancro), mentali (dalla depressione alle più svariate forme di dipendenze) e spirituali. Il Santo Daime inoltre possiede un gran potere alteratore della coscienza umana; tale potere alteratore si concretizza in un viaggio all’interno di noi stessi, che ci porta ad elevati livelli di auto-coscienza e conoscenza del nostro Io.

Il Daime è ottenuto dall’infusione di due piante native dell’amazzonia: una liana, detta Jagube o Mariri e un arbusto detto Rainha (Regona) o Chacrona. Queste due piante contengono ciascuna una sostanza biochimica che risulta complementare a quella dell’altra e che si adattano perfettamente al funzionamento del sistema nervoso umano in modo da essere tranquillamente assorbite dal corpo senza causare alcun tipo di aggressione o di dipendenza (a differenza degli psico-farmaci e delle droghe). L’incrocio di queste due piante porta anche al perfetto bilancio energetico di femminile e maschile, yin e yang, di luna e sole. La Regina ha una forza femminile, ed è dove risiede il potere di visione della bevanda, essenzialmente contenuto in un sostanza della sua linfa e conosciuto come DMT (Dimetiltriptamina), mentre nel Jagube vi è la forza virile di questo equilibrio contenuta nel Harmala, un alcaloide (particolarmente concentrato nel guscio).

Per comprendere come agiscono queste sostanze all’interno del corpo umano, è importante fare una digressione al fine di conoscere meglio il funzionamento dello spazio più nobile del cervello umano, ovvero di quello spazio che svolge funzioni di pianificazione delle attività nel tempo e che è responsabile di garantirci quell’attenzione e quella concentrazione necessaria per eseguire qualsiasi tipo di compito. Questa regione del cervello è guidata da un neurotrasmettitore, la serotonina, che è quella molecola responsabile della conduzione degli stimoli nervosi tra un neurone e l’altro. Questo neurotrasmettitore è prodotto sia dal cervello umano che dal tratto gastrointestinale. La serotonina è una sostanza che ha una vita utile limitata nel corpo umano e che, una volta giunta alla sua scadenza, viene metabolizzata da un enzima, prodotto anch’esso nella regione gastrointestinale, noto come monoamino ossidasi o MAO. Questo enzima, quando in azione, regola i livelli di serotonina nel cervello umano in un individuo normale (poca serotonina indica depressione, infatti uno dei sintomi principali dei depressi, è l’incapacità di concentrarsi e di portare a termine delle attività).

Il Santo Daime, come abbiamo detto, contiene due classi di sostanze che producono i loro effetti psicoattivi: la DMT contenuta nelle foglie della Regina, e gli alcaloidi contenuti nella liana Jagube. All’interno dell’alchimia del perfetto disegno divino della natura, accade così che la DMT sia prodotto anche dal corpo umano in quantità molto piccole (alcuni studiosi hanno provato che, persone con doti di medianità, producono una maggior quantità di DMAT). Pertanto, biochimicamente parlando, la DMT è la chiave che collega l’essere umano al mondo spirituale. Lei è la molecola che può dare agli uomini la visione del mondo spirituale. Inoltre, chimicamente parlando, la molecola DMT è praticamente identica alla molecola di serotonina molecola, con solo alcune piccole differenze. Ciò significa che la DMT si adatta perfettamente agli stessi neuroni che utilizzano la serotonina come mezzo per trasmettere stimoli nervosi ad altri neuroni. Così, un individuo sotto l’influenza di un notevole aumento di quantità di DMT nel cervello, avrà una chiara apertura della sua visione spirituale, ovvero di ciò che gli orientali chiamano terzo occhio. In altre parole, la DMT è una finestra sul mondo spirituale; essa permette all’individuo sotto il suo effetto, di fare un “viaggio” nel suo inconscio, di estendere la conoscenza di sé ma soprattutto di portare questa conoscenza nella sua parte cosciente, risvegliando facoltà, doti che spesso non si sapeva nemmeno di avere.

Affinché la molecola di DMT non venga direttamente metabolizzata nello stomaco e possa penetrare invece nel flusso sanguigno, c’è bisogno che la produzione di MAO (enzima che appunto metabolizza la serotonina e dunque anche la DMT direttamente nello stomaco, regolandone la quantità e impedendo che circoli nel sangue) sia temporaneamente sospesa, un effetto che si ottiene con gli alcaloidi del tè Harmala, contenuti nella liana Jagube. In altre parole, è la liana che apre la strada al flusso sanguigno alla DMT.

Tutto ciò si traduce in un aumento dei livelli di serotonina nel cervello di un individuo quando è sotto l’influenza del Santo Daime. Questo risultato è chiaramente distinguibile dall’aumentata capacità di concentrazione e attenzione che la persona sente quando è sotto l’influenza della bevanda. Questo effetto, che migliora la concentrazione e la capacità cognitiva di una persona, dura e si consolida più vi è continuità e coerenza nel consumo di Santo Daime nella nostra vita. Vi è anche un’immunità acquisita da individui che consumano il Santo Daime per molti anni, immunità nei confronti delle malattie degenerative del sistema nervoso centrale.

Ci sono poi alcuni effetti collaterali che il Santo Daime può causare in un individuo a causa delle sostanze in esso contenute; effetti descritti riguardano individui normali e non malati o sotto cure farmacologiche e/o anti depressivi. Il primo è l’effetto purgante o di pulizia biologica/cura di disintossicazione. Il secondo è l’effetto del vomito causato dagli eccessivi messaggi inviati dal cervello allo stomaco,

Dal punto di vista spirituale, è molto chiaro che sia l’effetto purgante che il vomito, sono direttamente collegati ad una bevanda energetica che esegue la pulizia sull’individuo e lo sana: siamo corpi e spiriti sporcati costantemente da tossine di tutti i tipi: cibi e bevande industriali, acqua e aria inquinata, stress, malattie e farmaci, pensieri negativi, litigi, conti in sospeso, rimpianti, rimorsi, odio, vendette molto altro. Il Santo Daime, con i suo effetti collaterali, ha la capacità di liberarci dalle tossine, di permetterci di accedere ad un corpo più pulito e dunque ad uno spirito più elevato. Il Santo Daime infatti ha la capacità spirituale di espellere qualsiasi disarmonia energetica garantendoci sollievo e conforto dopo ogni evento di diarrea o vomito. La continuità e la costanza nel consumo di Santo Daime, di solito genera una diminuzione persona in intensità e frequenza nel tempo, dei processi di pulizia.

L’assorbimento da parte del corpo umano, di tutte le sostanze contenute nel Santo Daime avviene in modo assolutamente naturale, senza danneggiare la salute e senza generare dipendenze (a differenza di psico-farmaci e droghe). Ciò è stato oggetto di ricerca e di validazione scientifica, per questo motivo il Santo Daime è stata riconosciuta dalla legge brasiliana come una manifestazione legittima dei costumi dei popoli indigeni del Brasile, dove ci sono più di 70 tribù indigene che ne fanno uso, nel rispetto di un patrimonio culturale che dura da più di 4000 anni.

Riceviamo la medicina durante le cerimonie. Le cerimonie iniziano verso le 6/7 del pomeriggio e terminano alle 5/6 del mattino seguente. Si tratta di un susseguirsi di canti (inni) che cambiano a seconda che la cerimonia appartenga alla linea sciamanica, di Umbanda o della chiesa del maestro Irineu. Tutti i partecipanti alla cerimonia prendono la medicina e quando inizia a sentirsi l’effetto ti rendi conto delle energie che ci sono in gioco. Capisci che l’energia che metti in gioco cantando e suonando impatta direttamente sull’energia del gruppo. Prima di iniziare la cerimonia ci si augura “buon lavoro” …incredibile no? La gente va li consapevole che si tratta di un lavoro di autocura profondo, un lavoro che non si otterrebbe con anni di psicoanalisi. Un lavoro di gruppo. Insomma non a caso è la medicina sacra usata dalle popolazioni più sagge del piante da migliaia di anni (come chiameresti altrimenti popolazioni che non soffrono carestie e guerre, che non usano bombe, che non si avvelenano con cibi tossici, che non si drogano di shopping, sesso, lavoro e altri allucinogeni compulsivi del mondo occidentale, che non hanno mai perso la connessione con se stessi e con la fonte).

Lo sciamano guida la cerimonia, Oreste suona il flauto, altri la chitarra, i tamburi e quasi tutti le maracas. Io canto e suono la maracas. E’ come se la musica attiva il potere del Daime. In origine l’energia assume forma materiale grazie al suono. Si tratta di frequenze di onda. Avete mai sentito parlare di Cimatica? A seconda delle frequenze/suoni, granelli di sabbia e acqua assumono determinate forme. Questo è esattamente quello che accade dentro di noi. La musica guida il lavoro dell’Ayahuasca nel nostro corpo. Spesso durante la cerimonia non riusciamo ad esserne consapevoli e abbiamo fugaci ed estemporanee intuizioni di una realtà superiore. Percepisco al di là dei 5 sensi. Mi sembra di essere in sintonia con qualunque suono. Mi sembra di essere su un’altra lunghezza d’onda. L’obiettivo del daime è di farci abituare a quest’altra frequenza perché è qui che possiamo entrare in contatto con il nostro Io superiore, con essere divini di luce e i maestri guida. E’ qui che possiamo ricevere degli insegnamenti importanti.

FONTI

https://it.wikipedia.org/

http://www.theevolutionarychange.com/

 

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Alchimia, Esoterismo, Letteratura, Musica

IL CENTRO DI GRAVITA’ PERMANENTE

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Carlo Margiotti – Brividi in assenza di gravità

Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente..”, questo è il ritornello di una meravigliosa canzone dell’eclettico artista italiano qual è Franco Battiato, ritornello che include tutto il significato e l’essenza del brano stesso.

Ma cos’è in realtà questo “centro di gravità permanente”?

Per capire Battiato e ciò che egli scrive nei suoi testi, bisogna conoscere la filosofia orientale, le dottrine religiose orientali e l’esoterismo mistico. Infatti molti dei testi di Battiato sono in realtà testi ermetici, che ad una lettura superficiale o figurativa possono apparire come dei brani “nonsense”, senza senso; ma ad un livello di analisi più profondo, più nascosto, scopriamo il significato rivelatore e si avverte una profonda e costante ricerca di spiritualità da parte dell’autore.
Battiato, da bravo ermetico, cerca di celare il significato così come i grandi artisti d’arte celano i significati attraverso dei simbolismi (vedi Leonardo Da Vinci); un modo geniale, e allo stesso tempo prudente, per preservare la verità che s’intende trasmettere alle generazioni future. Una volta interpretati i simboli, ma in questo caso le parole di Battiato, si può dunque accedere alle loro conoscenze e alle loro scoperte. In parole povere, il ritornello di Battiato possono canticchiarlo tutti, ma in pochi ne conoscono il reale significato.

Torniamo quindi al nostro centro di gravità permanente per capire di cosa in realtà si tratta. È bene precisare da subito che non si tratta di nessun luogo fisico ed ha in realtà poco a che vedere con la legge di gravità.
Il centro di gravità permanente altro non è che uno stadio di coscienza, una centratura del proprio Essere che osserva il mondo esterno ma anche il proprio apparato psico-fisico, la nostra personalità. In altre parole, chi è centrato diventa un osservatore, di se stesso e degli altri, senza emettere alcun giudizio, osserva e basta. Ecco perché Battiato scrive che lui cerca questo stato di coscienza, attraverso il quale cambia totalmente la visione del mondo, e si riesce a percepire la vera realtà dell’esterno, delle cose e della gente. Una volta che si raggiunge la centratura, che è un’elevazione di coscienza, si è in grado di distaccarsi dalla sofferenza, dalla lamentela, ed evitiamo così di identificarci con il nostro apparato psico-fisico e i suoi relativi problemi da animale spaventato (ansia, paura, stress). Volendo fare un’intersezione con la letteratura italiana, possiamo trovare delle analogie con l’ “Uno Nessuno Centomila” di Pirandello, dove l’Uno rappresenta appunto l’Osservatore, ma poiché dentro di noi esiste tutta una molteplicità di Io, non può esistere un centro di gravità permanente, e quindi siamo Centomila persone diverse.
Pirandello in un’altra sua opera, precisamente in “Sei personaggi in cerca d’autore”, scrisse: “Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le sue possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello. Diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Ma non è vero!

Il centro di gravità permanente ci permette di uscire da questa illusione, in quanto noi ci consideriamo una sola persona, ma non lo siamo. La dimostrazione potete averla da soli osservandovi, quante volte un vostro ‘io’ prende una decisione e dopo qualche tempo un altro ‘io’ se ne dimentica o magari prende addirittura una decisione opposta? Quante volte assicurate di mantenere un segreto ma poi non ci riuscite? Quante volte non siete in grado di rispettare un orario di un appuntamento? Quante volte avete deciso di mettervi a dieta per poi rinunciarvi? Quante persone promettono amore eterno il giorno del matrimonio per poi…
Ecco, “che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente” significa proprio questo, rispettare se stessi e gli altri. Ma per farlo c’è bisogno della centratura, di un unico ‘io’ che decide all’interno del nostro corpo, c’è bisogno del centro di gravità permanente. Come possiamo pretendere di avere continuità di propositi se non raggiungiamo un centro di gravità permanente? Senza un unico ‘io’ non può esserci volontà, ma solo semplici ed inutili reazioni dei tanti nostri ‘io’, ognuno dei quali reagisce a modo suo, pensa a modo suo e prende decisioni per conto suo.
Quindi, riassumendo, il centro di gravità permanente è il nostro Io osservatore, che ci possiamo “fabbricare” attraverso la presenza (l’essere svegli); questo Osservatore non è morale, cioè è privo di opinioni personali riguardo a ciò che fa il nostro apparato psico-fisico ed il mondo che ci circonda. Osserva e basta, ci osserviamo per attivare al nostro interno un processo di cambiamento senza eguali: osservarsi richiede volontà, presenza e amore. L’osservazione insieme alla presenza daranno vita a quello che è il centro di gravità permanente. Non lo dico io, lo dice una scienza sacra come l’Alchimia, che rientra sempre nel ramo Esoterico[dal lat. tardo esoterĭcus, gr. ἐσωτερικός, der. di ἔσω «dentro/interno»].

Battiato è stato un discepolo della scuola filosofica di Georges Ivanovič Gurdjieff, il filosofo mistico e “maestro di danze” armeno, ideatore del sistema di risveglio chiamato “Quarta Via” nel quale il centro di gravità permanente si colloca a metà strada tra l’essere meccanici e addormentati e la costruzione della propria anima. Un ottimo modo per “vedere” oltre le apparenze e non cambiare più idea sulle cose e sulla gente…

FONTE

http://www.tragicomico.it

 

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L’ALCHIMIA ORIENTALE

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Quando si parla di “alchimia” ci si riferisce solitamente alla Grande Opera occidentale, in primis rinascimentale, tralasciando l’importanza dell’alchimia orientale, sia indiana che cinese. Soltanto a partire dai primi decenni del secolo scorso Julius Evola, Joseph Needham, Renè Guénon, Rudolf Steiner, Gustav Meyrink e Mircea Eliade hanno avuto l’ardire di riscattare l’alchimia orientale dalla visione positivistica che la riduceva a uno stadio superstizioso e primitivo della chimica; con questi “pionieri” del sapere essa ha iniziato a ritrovare il suo originale significato di scienza iniziatica, cosmologica e soteriologica. La storia della scienza e l’antropologia avevano infatti contribuito, insieme alla mancanza di fonti e di studi specialistici sulla religione, la filosofia e le tecniche mistiche orientali, a interpretare l’alchimia attraverso preformati schemi riduttivi, assumendola a oggetto di analisi nella misura in cui essa sembrava presentarsi come una mera prechimica, prestando attenzione solo ai testi che si riteneva possedessero le qualità tipiche del moderno uomo di scienza “occidentale”. Storici e antropologi avevano infatti dato rilievo soltanto alle osservazioni empiriche e scientifiche dei documenti ermetici, ignorando il reale significato cosmologico e iniziatico dell’Ars Regia. Considerare l’alchimia orientale uno stadio arretrato dell’evoluzione mentale dell’umanità è un rovesciamento del punto di vista in base al quale si devono studiare i trattati. Allo stesso modo non si può interpretare l’alchimia orientale né in chiave mistica né da un punto di vista esclusivamente psicologico, per preservare la struttura iniziatica e il valore ontologico della palingenesi alchemica; l’alchimia è infatti un’”arte regale”, una disciplina magico-operativa, attiva, una scienza operante sia sul piano spirituale che su quello materiale, concreto. Come ha precisato Guénon, gli stati interiori la cui realizzazione dipende dall’ordine iniziatico, non sono né stati psicologici né stati mistici, bensì qualcosa di molto più profondo: essi implicano, infatti una “conoscenza esatta e una tecnica precisa”, respingendo, dunque, la sentimentalità e l’immaginazione.
Si deve innanzitutto distinguere la presenza di due tecniche parallele presenti sia in Cina che in India, entrambe comprese, secondo la tradizione, sotto la denominazione di “alchimia”; autori come Evola, Guénon, Eliade e Meyrink, riprendendo le testimonianze della mitologia popolare e della letteratura alchemica si assunsero per primi il compito di dimostrare l’esistenza di una tecnica iniziatico-soteriologica in stretto rapporto con il taoismo, in Cina, e con l’ambiente yogico-tantrico in India, e di una seconda, invece, legata alla medicina e alla metallurgia, che si occupava di osservazioni empiriche e di pratiche fisio-chimiche. Solo quest’ultima è da considerarsi come la diretta antenata della chimica, mentre la prima è, in realtà, una “scienza” tradizionale a carattere spirituale, che non presenta alcun rapporto con la prospettiva chimico-empirica.
Il senso autentico dell’alchimia orientale è di essere una scienza spirituale, iniziatica, cosmologica e soteriologica, contenente solo indirettamente osservazioni scientifiche; il contributo nei confronti della ricerca empirica e delle scienze naturali scaturente dall’opera alchemica nasce indirettamente dal tentativo dell’uomo-microcosmo di agire sulla natura per trasformarla e a sua volta trasmutarsi, per completare la creazione divina e al tempo stesso perfezionarsi.
In Cina l’alchimia come tecnica mistico-iniziatica era denominata neidan e faceva uso delle “anime” delle sostanze usate invece dall’altra, ovvero dall’alchimia “esteriore”, detta waidan; in India l’alchimia speciale andava sotto il nome di rasayana e si contrapponeva all’alchimia empirica basata su operazioni di sublimazione e calcinazione che, occupandosi quindi dell’aspetto concreto delle sostanze tendeva ad essere una protochimica.

GLI YOGIN

I primi viaggiatori stranieri di passaggio in India hanno avuto modo di constatare la veridicità del ricco folklore yogico-alchimistico che il popolo indiano aveva avuto modo di elaborare, assimilando i temi dell’Elixir dell’immortalità e della trasmutazione dei metalli alla mitologia dello yogin-mago. La letteratura indiana è infatti ricca di allusioni riguardo allo stretto rapporto intercorrente tra lo yoga, il tantrismo, e l’alchimia.
Gli avventurieri europei ed orientali hanno anch’essi avuto la possibilità di verificare come alcuni asceti e yogin fossero i depositari di una sapienza alchemica facente uso di preparati destinati a prolungare la vita; le testimonianze fanno infatti riferimento a una pozione di origine vegetale o minerale (a base di mercurio) che gli yogin, così come gli alchimisti cinesi, ingerivano. Questa pozione avrebbe dapprima causato l’intossicazione dell’organismo con la conseguente perdita di capelli, denti etc. per poi produrre una rigenerazione del corpo, in base alla quale i capelli sarebbero rispuntati scuri e forti, i denti ricresciuti sani, le membra avrebbero ritrovato il vigore di un tempo: per riconquistare la giovinezza il corpo del miste doveva esperire il solve et coagula dell’alchimia, ossia doveva “morire”, tornare alle origini per poi rinascere a nuova vita. Come avveniva nei processi tantrici, il discepolo doveva contemplare la dissoluzione e la creazione degli Universi e sperimentare in se stesso la “morte” e la resurrezione iniziatiche, ossia la ri-creazione del Cosmo. A questo proposito, Marco Polo riferisce di una pozione a base di zolfo e mercurio che, bevuta due volte al mese, avrebbe assicurato salute e longevità agli yogin. Secondo Amir-e-Khosraw, un poeta indopersiano vissuto nel XIII secolo d.C., gli indiani erano in grado di conseguire la longevità tramite la lenta scansione del respiro, ossia attraverso il pranayama, tecnica dello yoga di controllo e rallentamento del respiro, assimilabile al lianqui, la “respirazione controllata” cinese.
Il pranayama comporta la ritmizzazione del respiro e l’unificazione della coscienza; ritmando e rallentando progressivamente la propria respirazione lo yogin riesce a penetrare, conservando la piena lucidità, tutti gli stati di coscienza interdetti all’uomo profano, riesce cioè a provare sperimentalmente gli stati di coscienza inaccessibili da svegli, in particolare quelli che caratterizzano il sonno. Per mezzo del pranayama si cerca di sopprimere lo sforzo respiratorio, di sospendere il respiro e le funzioni degli organi in vista dell’unificazione della coscienza. Lo yoga alchemico rappresenta dunque la via della coscienza “rafforzata”, comporta cioè il risveglio di una “supercoscienza” nell’adepto attraverso la ripetizione di formule, il digiuno, la meditazione, la scansione del respiro, la preghiera, l’abbattimento del sonno. Secondo i trattati indiani si può a prolungare indefinitamente la vita del corpo se si riesce a controllare il respiro e a distillare l’Elixir a base di mercurio.
Amir-e-Khosraw ha inoltre attestato la fondatezza delle leggende popolari riguardo ai poteri magici conseguiti dagli yogin alchimisti; la tradizione indiana attribuisce infatti agli yogin la capacità di predire il futuro, di librarsi in aria, di diventare invisibili, di camminare sulle acque e di trasmutare i metalli vili in oro. I trattati di alchimia tantrica prescrivono ricette a base di elementi vegetali e minerali e formule magiche (anche di magia nera) per ottenere salute, immortalità, poteri prodigiosi. Lo scopo principale perseguito dall’alchimia indiana è la liberazione (moksa) dalla legge karmica, ovvero l’immortalità; l’alchimista mira a divenire uno jivan mukta, un liberato in vita. L’adepto ricerca la liberazione attraverso la preparazione dell’Elixir così come l’asceta tantrico ricerca la costruzione del corpo glorioso che, superiore ad ogni processo di disintegrazione, gode della condizione d’immortalità.

RASAYANA E TANTRISMO

La testimonianza più chiara riguardo al tema della longevità conseguibile attraverso le pratiche alchemiche appartiene ad Al Biruni (973-1048) che attesta l’esistenza, a fianco e indipendentemente dall’alchimia “ordinaria” di origine minerale, di una scienza spirituale detta rasayana; essa è descritta come un’arte che si basa su particolari pratiche, medicamenti e preparati in gran parte vegetali, i cui principi attivi restituiscono la salute ai malati, la giovinezza e la longevità agli anziani. L’alchimia speciale o rasayana apparterrebbe dunque alle tecniche magico-iniziatiche e rivestirebbe una funzione redentrice e cosmologica.
Il rasayana o scienza del mercurio (rasa in sanscrito significa linfa, succo, ma si riferisce anche ai fluidi corporei, e in particolare allo sperma, tra cui lo “sperma di Shiva”, cioè il mercurio) assurge a mezzo di liberazione perché capace di rafforzare e prolungare la vita; le operazioni che essa prescrive sono di tipo spirituale e non si riferiscono a esperimenti di laboratorio. Il fine delle pratiche del rasayana è infatti la “purificazione” dell’anima e la “transustanziazione” del corpo dell’adepto.
Come ha dimostrato Eliade, le pratiche dell’alchimia indiana derivano dall’ambiente tantrico e non dipendono in alcun modo da un influsso arabo dell’alchimia alessandrina. Infatti in alcuni documenti precedenti l’invasione islamica si trova l’esposizione dei poteri conseguibili attraverso l’utilizzo del mercurio nelle pratiche alchemiche. L’alchimia indiana, intesa come arte magica e soteriologica, era diffusa soprattutto negli ambienti tantrici, su cui poco influì l’invasione araba. In alcune zone come il Nepal e il sud dell’India, dove si ritrovano numerosi testi tantrici sull’alchimia, la penetrazione dell’Islam è stata minima.
Molti maestri tantrici, i leggendari siddha, come il celebre Nagarjuna, risultano essere anche autori di trattati di alchimia; essi erano in grado di compiere prodigi, di prolungare indefinitamente la propria vita e di fabbricare l’oro. Ciò che interessava il tantrismo era “la mistica alchemica, il significato cosmico e mitico che assumevano i metalli, la funzione redentrice attribuita alle operazioni alchemiche”, non le rudimentali conoscenze scientifiche presenti nella letteratura sanscrita antecedente al tantrismo; attraverso la purificazione dell’anima dell’uomo e la ricerca dell’Elixir di lunga vita l’alchimia rivestiva una funzione mistica, iniziatica, redentrice, accostandosi alle tecniche spirituali indiane, in particolar modo al tantrismo e allo Hathayoga, che miravano a conseguire l’immortalità.

NEIDAN

In Cina ritroviamo una situazione analoga; i documenti attestano la presenza di due pratiche distinte e diametralmente opposte, entrambe denominate “alchimia”: una riguardante l’anima e l’immortalità, l’altra la trasmutazione pura e semplice dei metalli in oro e argento. Uno dei più famosi alchimisti cinesi, Ge Hong, nel suo Baopu zi, ne tematizza l’esistenza parlando huangbai “giallo e bianco”, ovvero di un’alchimia “propriamente detta” (waidan) il cui scopo era la trasformazione dei metalli fine a se stessa, che non prevedeva il coinvolgimento dell’anima del miste, e di una tecnica (neidan) avente come fine il conseguimento dell’Elixir di lunga vita e della Pietra Filosofale.
Il neidan era una pratica metafisica e cosmologica che utilizzava l’”anima” delle sostanze minerali usate, invece, dal waidan; a partire dal X secolo l’alchimia cinese, in simbiosi con il taoismo, subì un crescente processo di spiritualizzazione  e i metalli “trascendentali”, detti “anime dei metalli”, iniziarono ad essere identificati con determinate parti del corpo, causando la proiezione degli esperimenti alchemici direttamente sul corpo dell’adepto. L’alchimia cinese divenne dunque un’arte spirituale assimilabile alle tecniche di meditazione, ascesi e di purificazione interiore. L’alchimista taoista del X secolo rinuncia alla trasmutazione dei metalli vili in oro per concentrarsi sul corpo che considera alla stregua di un metallo impuro. Egli intende purificarsi e si sforza di trasmutare il proprio corpo in oro, cioè di perfezionarsi e conseguire con ciò l’immortalità. Invece di compiere operazioni alchemiche sui metalli inferiori, l’alchimista cinese le compie direttamente sul proprio corpo e sulla propria anima.

YIN E YANG

L’alchimia cinese aveva un carattere sacro e rituale e implicava certi atti religiosi come sacrifici, digiuni e preghiere, miranti a ottenere un oro di sintesi purificato dall’elemento yin; l’alchimia cinese può essere infatti compresa soltanto se studiata nell’ambito più generale delle credenze taoiste di quel popolo. Bisogna riferirsi soprattutto alla concezione dei due elementi fondamentali, yin e yang, maschile e femminile, che costituirebbero ogni sostanza esistente: tutto ciò che è partecipa in maggior o minor misura a questi due elementi. Il principio maschile yang è stato identificato con il dao, inteso come la via, il principio universale, la verità: più una cosa contiene yang più essa è nobile incorruttibile, “assoluta” e partecipa alle qualità yang di forza, longevità, perfezione. La trasmutazione dei metalli consiste nell’eliminare il principio freddo femminile yin accrescendo lo yang; per questo l’oro fabbricato in laboratorio si rivela superiore all’oro naturale proprio perché è stato purificato da ogni traccia di yin è può essere ingerito dell’adepto, affinché gli trasmetta le proprietà di perfezione e immortalità.
L’oro rappresenta per i cinesi  il metallo nobile per eccellenza, ma altrettanto importanti sono le perle e la giada, anch’esse dotate di virtù magiche e incorruttibili in virtù dell’essenza yang. Chiunque indossi dell’oro, della giada o delle perle subisce le influenze benefiche dell’elemento caldo maschile yang; questi elementi preservano anche i corpi dalla corruzione e dalla decomposizione, rivestendo un ruolo fondamentale nell’ambito della vita e delle concezioni religiose e filosofiche cinesi, ruolo di “immortalizzazione” che si è trasmesso all’alchimia.
Lo scopo dell’alchimia cinese è, attraverso la fabbricazione e l’assimilazione dell’oro sintetico, la ricerca dell’immortalità; l’alchimista non ricerca l’oro in quanto semplice metallo ma per le sue proprietà magiche e rigeneratici. Le origini storiche della centralità rivestita dall’oro va ricercata nella preparazione sintetica del cinabro, una sostanza dal colore rosso sangue, dotata di yang che si credeva possedesse un potere “talismanico”, e utilizzata  fin dai tempi arcaici nelle tombe dei ricchi aristocratici, con lo scopo di assicurare loro l’immortalità; inoltre si credeva che, messo sul fuoco, producesse il mercurio, anima di tutti i metalli e principio cardine dell’alchimia.
Rispetto all’alchimia indiana quella cinese risente di un maggiore legame con la metallurgia e la cosmologia; alla base dell’alchimia cinese ritroviamo infatti il principio di omologazione Uomo-Cosmo, la codificazione dei “legami sacri”, delle “corrispondenze” che uniscono l’uomo-microcosmo ai metalli e a ogni essere naturale, infine la concezione della vita come elemento costitutivo e universale del reale. Alla base della magia e dell’alchimia ritroviamo infatti la credenza che la Natura sia come un grande organismo vivente nel cui seno ogni singolo ente animato o inanimato, uomo, animale, vegetale o minerale che sia, partecipa al ciclo vita-morte-resurrezione. L’omologia Cielo-Terra si dispiega in una serie infinita di corrispondenze magiche tra tutti gli ordini dell’esistenza, per cui il corpo umano diviene uno specchio del Cosmo; ogni parte dell’uomo ha un suo corrispettivo siderale, così ogni elemento del Cosmo è dotato di vita, partecipa al destino dell’uomo e conosce la nascita, la crescita, la sessualità e in alcuni casi la morte.
Poiché gli oggetti inanimati, come i minerali, hanno una vita molto più lunga dell’uomo e crescono molto più lentamente, l’alchimista cinese, come il suo collega occidentale, si preoccupa di accelerarne lo sviluppo per contribuire alla creazione divina e perseguire la perfezione della Natura: tutti i metalli infatti, nel ventre della Terra, sono destinati a divenire oro, ma la loro maturazione necessita di migliaia di anni. Precipitando i ritmi temporali l’alchimista intende così accelerare l’opera naturale e divenire il signore del Tempo. Ma, come lo yogin e il mago tantrico, egli ricerca la liberazione dalla legge del Tempo attraverso la meditazione, l’ascesi e la pratica alchemica.

RITUALI ASCETICI

Come abbiamo accennato le operazioni alchemiche dovevano essere precedute da preliminari e rituali di tipo ascetico: meditazione, solitudine, digiuni, regimi dietetici, preghiere, purificazioni. Tra i preliminari richiesti per la purezza del miste, l’alchimista cinese, come lo yogin, era tenuto a scandire la propria respirazione secondo un preciso ritmo, ossia secondo la pratica della “respirazione controllata” (lianqi). Il lianqi è simile al pranayama, la sospensione del respiro praticata nello yoga, in quanto i taoisti, assunta una postura del corpo (zuogong) che ricorda l’asana degli asceti indiani, ritmano e sospendono la respirazione. Questa pratica è stata denominata da Marcel Granet “respirazione embrionale” in quanto imita la respirazione a circuito chiuso del feto nel ventre materno e rappresenta un regressus ad uterum: per ottenere il ringiovanimento o la longevità è infatti necessario ritornare alle origini per rinascere e rincominciare una nuova vita.
La ricerca dell’Elixir è inoltre legata alla ricerca delle isole lontane e soprannaturali dove vivono gli “Immortali”: incontrare gli immortali significava superare la condizione umana e partecipare all’esistenza sacra e beatifica dell’atemporalità. Una volta prodotto l’oro l’alchimista poteva distillare l’Elixir di lunga vita e dopo averlo assimilato divenire immortale. L’oro prodotto attraverso i processi di trasmutazione alchemica metteva in atto il processo di spiritualizzazione del corpo, trasmettendogli le virtù yang di rigenerazione e longevità. Divenuto immortale il miste poteva entrare in contatto con i Beati e vivere nelle isole meravigliose  che la tradizione mitica cinese vuole essere la sede dei santi e dei leggendari maghi-alchimisti.

ESTRATTO DELLA TESI DI LAUREA IN STORIA DELLE RELIGIONI DI ENRICA PERUCCHIETTI “COME HO SCOPERTO LA PIETRA FILOSOFALE”

 

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Alchimia, Esoterismo, Letteratura

GIACOBBE E RACHELE

rachele

Mentre l’idea aristotelica dell’Intelligenza attiva si diffondeva in diversi rivi con aspetti più propriamente filosofici o con aspetti più nettamente mistici, nel campo più ortodosso e in quello meno ortodosso, ma in tutti i campi con la tendenza a impersonarsi facilmente in una donna amata, l’interpretazione simbolica data da S. Agostino ai libri sacri riprendeva in forma alquanto diversa l’idea di personificare non in una donna astratta, ma addirittura in un determinato personaggio della Storia Sacra, in Rachele, la «Sapienza che vede Iddio». Questa idea-personaggio platonica riappariva così in forma nuova e anche più definita nell’ambito dell’ortodossia.

L’esposizione completa della dottrina di Rachele-Sapienza fatta da S. Agostino si trova nella sua opera Contra Faustum, nella quale il Pascoli ravvisò bene a ragione una delle fonti principali della Divina Commedia. Ma prima di parlarne vediamo come concepisce Sant’Agostino questa Sapienza. Egli la concepisce proprio al modo dei platonici: consente con Plotino in molti punti e scrive: «Né costoro (i platonici) pongono in dubbio l’impossibilità che alcuna anima razionale sia sapiente senza partecipare a quella incommutabile Sapienza. E noi pure esistere una suprema Sapienza Divina cui solo partecipando si possa essere vero Sapiente, non solo concediamo, ma principalmente affermiamo ».

Per Agostino la ragione sta a capo della parte inferiore dell’anima costituita da senso, memoria e cogitativa, ma l’intelletto sta a capo della parte più elevata, quella che conosce le idee eterne che sono l’immutabile ragione delle cose. Spetta alla prima la scienza, la quale conosce, per bene usarne, le cose terrene e caduche ed è suo fine la vita attiva; alla seconda spetta la Sapienza o cognizione di ciò che è assoluto e immutabile ed è suo fine la beatitudine della vita contemplativa. «Però», disse San Paolo, «ad alcuni essere conceduta dal medesimo Spirito la parola di Scienza, ad altri quella di Sapienza; e quanto questa smisuratamente sia preferibile all’altra è facile giudicare».

Si ricordi il lettore di questa «Sapienza» smisuratamente preferibile alla «Scienza» e si preparerà a intendere il conflitto così vivo nelle ultime pagine della Vita Nuova e nelle prime del Convivio tra Beatrice che è Sapienza e la Donna Gentile che è Scienza, che è cioè Filosofia razionale contrapposta a quella Sapienza mistica che è intuizione e rivelazione dell’eterno.

Sant’Agostino definisce la Sapienza così: «Benché individuali e molteplici le menti umane, una è come l’Intelligenza cui tutte aspirano e alla quale partecipano – essa è come la luce del sole, che, restando una in sé, si moltiplica in quanti occhi la mirano ».

«Questa Intelligenza o Sapienza, è l’immagine o verbo di Dio. La mente umana non si rende capace di partecipare a quella se non quando, elevandosi dalla regione dei sensi, si purga e purifica. Solo allora la mente ottiene il principato nell’uomo. Per essa soltanto l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra»

Il lettore consideri queste parole e le ricordi. Le consideri e vedrà come questa Sapienza santa agostiniana, ortodossa, somigli perfettamente all’intelletto attivo dei filosofi pagani; ricordi come questa intelligenza «restando una in sé si moltiplica in quanti occhi la mirano» e non si sorprenderà più che una donna unica e mistica, rimanendo una in sé, si sia moltiplicata con vari nomi negli scritti mistici di questi poeti, divenendo Beatrice per Dante, come si era chiamata Rachele per Giacobbe e così di seguito, chiamandosi Vanna per Guido Cavalcanti e Lagia per Lapo Gianni. Si ricordi infine il lettore della frase agostiniana secondo la quale per la Sapienza sola «l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra» e la troverà ricopiata tale e quale nella invocazione di Virgilio a Beatrice:

O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogni contento

da quel ciel che ha minor li cerchi sui.

Il Pascoli riesumò dal Contra Faustum (XX, 52-58) di S. Agostino la dottrina mistica riguardante Rachele-Sapienza. Lia e Rachele sono le due vite a noi dimostrate nel corpo di Cristo: quella temporale del lavoro, quella eterna della contemplazione… Lia vuol dire laborans, Rachele Visum principium (si noti bene che l’Intelligenza attiva è appunto quella che vede i princìpi, le eterne idee delle cose e che Beatrice nella Vita Nuova«parea che dicesse “Io sono a vedere lo principio della Pace”») Lia ha gli occhi cisposi, difettosi, perché la vita attiva è laboriosa e incerta e perché «i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro previdenze». Rachele invece è «la Speranza dell’eterna contemplazione di Dio, che ha certa e dilettevole intelligenza di verità».

Ogni piamente studioso ama Rachele e per lei serve alla Grazia di Dio che ci dà la purificazione (dealbatio).

Chi serve alla Grazia però non cerca la Giustizia (nelle quale si assommano le virtù della vita attiva), non cerca Lia, ma vuol «vivere in pace nel Verbo», ossia cerca Rachele.

Così Giacobbe serve a Laban che significa dealbatio non per Lia, ma per Rachele. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva di aver ottenuto Rachele, ebbe invece soltanto Lia e la tollerò pur non potendola amare e l’ebbe cara per i figli che ella gli diede e servì poi altri sette anni per ottenere Rachele. Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell’imbianchimento (dealbationis) dei suoi peccati, nella sua conversione non fu tratto da altro amore che dalla «dottrina della Sapienza» (Rachele).

Tralascio quanto il Pascoli opportunamente dedusse da questo passo e dai seguenti per la retta interpretazione della Commedia, nella quale Dante giunge a Rachele (Beatrice) dopo sette e sette cerchi invece che dopo sette e sette anni e ha la visione di Lia operante che in Matelda diviene anche veggente, finché diventa pura visione e contemplazione, pura Sapienza, in Beatrice. Mi basta qui l’aver ricordato come nella simbolistica di S. Agostino l’amore per la Sapienza (Spes aeternae contemplationis) sia pensato come amore per una donna determinata e storica che è poi in Dante la compagna di Beatrice.

E anche fuori della Divina Commedia e fuori della poesia d’amore dantesca si ritrova perfettamente questo ricordo dell’amore di Lia e di Rachele.

Il Boccaccio scrive:

Amor vol fede e con lui son legate

Speranza con timor e gelosia

E sempre con leanza humanitate.

Onde sovente per Rachele e Lia

Fa star suggetta l’anima servendo

Con dolce voglia e con la mente pia

Questo unicamente per ricordare che non Dante solo ricollega il suo preteso amore terreno all’amore di Giacobbe per Rachele. Come Rachele è la donna di «ogni piamente studioso», così Beatrice è la donna di quel «Fedele d’Amore» che è Dante (e abbiamo già visto che egli non ha mai detto di essere stato solo a commuoversi dinanzi a lei), e così Vanna è la Rachele di Guido, Costanza è la Rachele di Francesco da Barberino e via di seguito.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

Luigi Valli – Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

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