Gnosticismo

IL SOGNO DI LUCIFERO

original

La notte più oscura e tempestosa: tale fu il principio della creazione.

Nell’occhio del ciclone regnavano la quiete e il silenzio, e tutt’intorno, l’agitazione della terribile tempesta.

Fu allora che sorse il primo raggio nella nerezza di quell’universo. La sua voce fu il primo tuono che inesorabile rimbombò ai confini del profondo abisso.

Quel raggio aveva un nome, si chiamava Lucifero: il Portatore della Luce. Lucifero fu la prima luce a rompere la profonda oscurità del tempo. Lucifero fu il primo suono a vibrare nell’amorfo silenzio di quella sorda oscurità.

Fu Lucifero il primo lampo, colui che portò la luce, la prima scintilla di coscienza in quell’universo addormentato.

Fu la sua stessa scintilla, la sua propria luce, che gli consentì di percepire se stesso. Ciò lo trasformò in un essere eterno ed immortale. E fu così che Lucifero venne ad essere l’unico raggio che dura sempiterno.

E con il suo pensiero di tuono, che fu la prima voce ed il primo suono dell’universo, così parlò a se stesso:

Sarò ricordato come l’eterno ribelle; come colui che ruppe la pace dell’oscurità e l’ignoranza infinita. Sono lo spirito in azione, affamato di conoscere sè stesso attraverso questo profondo e nero universo.

E così dicendo si immerse nell’oscuro abisso, trascinando con sè la propria luce. Egli andava, lasciando dietro di sè una stella di scintille e lampi dietro di sè. Lampi di luce, scintille di coscienza.

E volgendo lo sguardo, Lucifero, contemplò quei soli e quelle stelle che illuminavano la notte eterna. Allora esclamò:

Sarete i miei sodali, i miei ribelli, i miei guerrieri. Voi siete i miei figli, i miei fratelli, i miei compagni. Voi siete parte della mia luce, siete la mia voce, la mia coscienza. Voi siete me stesso.

E proseguendo il suo cammino tornò ad immergersi nelle profondità, abbandonando il proprio sentiero, una stella di luce nel mare della immensa oscurità.

Allora il suo viaggio si spinse tanto oltre che il suo andare si trasformò in ritorno. Nuovi mondi si mostrarono alla sua vista. Ed in essi scoprì l’opera dei suoi seguaci ribelli, dei suoi figli guerrieri: scoprì la sua stessa opera.

E fu così che comprese la sua ragion d’essere, comprese il perchè della propria esistenza: estrarre la coscienza dall’inconscio, ottenere la sapienza dall’ignoranza, estrarre la luce dall’oscurità.

Come il lampo che squarcia le tenebre, come il tuono che rimbomba nel silenzio, tale doveva essere la sua missione.

E fu così che Lucifero cadde sulla terra, nell’inferno, la più profonda delle nerezze.

Profondo è il dolore dello spirito imprigionato nella materia:

Ciò che è libero è limitato, ciò che è luminoso è reso opaco, la volontà si converte in passione, la coscienza in dimenticanza.

Mirabile sfida:

Trasformare le tenebre in luce, fare delle passioni forza di volontà, convertire l’ignoranza in conoscenza, la mediocrità in eccellenza, liberare ciò che è imprigionato, conquistare la materia, elevarla e farla una con lo spirito.

E fu così che Lucifero cadde nell’uomo. Fu nell’uomo ch’egli conobbe il campo di battaglia dello spirito, la più crudele tra tutte le guerre.

E come uomo si mise alla conquista di se stesso. E come uomo decise di conquistare il mondo.

E caduto nell’uomo e fatto uomo, egli si mescolò tra gli uomini per diffondere la luce.

E fu così che giunse a una grande città, i cui abitanti avevano la caratteristica di esser molto pii. E vide con grande sorpresa che c’era una gran quantità di templi, di dei e di credenze di ogni tipo. E si adoravano dei invisibili ed altri rappresentati in icone. E gli idoli avevano forma umana o animale o entrambe. E quelli che erano invisibili all’occhio avevano attributi umani o animali o entrambi.

E l’aria era impregnata del profumo d’incenso e del suono dei cantici e delle richieste che si chiedeva fossero esaudite, e che pregando, si dirigevano alla molteplicità degli dei.

Allora Lucifero vedendo quella confusione volle estendere la propria luce agli uomini e disse loro:

Perchè cercate fuori, ciò che avete dentro?

Forse non sapete che voi siete il tempio della luce e che la luce vive in voi?

Non capite che voi siete il tempio della sapienza e che la sapienza vive in voi?

Perchè tanta cecità?

A che pro tanta ignoranza?

Svegliatevi, voi uomini immersi nel sonno!

Svegliatevi dal vostro profondo sogno.

Svegliatevi poichè la morte vi osserva e talvolta vi dà la caccia mentre dormite e allora il vostro sogno sarà eterno. Rompete i legacci della vostra illusione! Svegliatevi!

Non cercate fuori, all’esterno, ciò che vive dentro, all’interno. A che giova questa adorazione nei confronti di idoli o di concetti astratti?

Forse che la madre di tutte le oscurità è caduta su di voi?

Non comprendete che lo Spirito della Vita palpita nel vostro cuore si muove nella vostra respirazione, percepisce attraverso la vostra coscienza?

Svegliatevi, uomini dormienti!

Svegliatevi e cessate di perder tempo adorando falsi dei fuori di voi. Dirigete la vostra attenzione a voi stessi, sentite la Coscienza e la Vita che vive in voi, allora la Verità aprirà le porte e comprenderete la realtà del mondo e di questo universo.

Così parlò Lucifero con voce di tuono, e tuttavia, gli uomini non lo compresero e cominciarono a mormorare tra sè e a tramare su come disfarsi di quello straniero che andava pronunciando simili blasfemie.

Allora Lucifero pensò tra sè e sè:

Questi uomini non sono ancora maturi per la grande messe. Le loro orecchie non sentono e i loro occhi sono incapaci di vedere. Sarebbe prudente ch’io mi allontanassi da loro, poichè i loro cuori sono pieni di violenza e oscurità.

Così Lucifero si allontanò da quegli uomini e da quella città. E si incamminò lungo sentieri solitari, sentieri che mai nessun uomo aveva battuto prima.

E così andando giunse in un’altra città e con meraviglia vide che in quella città gli uomini erano più ciechi e ignoranti che nell’altra, poichè proclamavano l’esistenza di un dio proclive a sacrifici e castighi. Essi si auto-definivano “Il Popolo Eletto” e consideravano le altre nazioni come popolate da bestie.

E secondo loro, tutto nell’universo era stato creato a loro uso e a loro spettava, per mandato e promessa di Dio, il governo su tutto il mondo. E solo loro possedevano la verità. E solo loro erano i puri tra le nazioni. E solo loro erano gli eletti, i pii, i più elevati e saggi.

E la meraviglia di Lucifero crebbe sempre di più nell’ascoltare i pensieri e le credenze prevalenti in quella città. E tanta fu la sua sorpresa che alla fine il modo di pensare di quegli uomini lo angustiò e la sua voce tuonò sulla folla:

Quale stupida follia vi pervade?

Dite che il vostro dio vi creò a sua immagine e somiglianza? Allora io dichiaro la verità e questa è che voi avete fatto dio a vostra immagine e somiglianza, poichè non ho mai visto un dio più umano del vostro, nè tanto pieno di umani appetiti e di umani difetti del vostro dio.

Cosa avete immaginato?

Chi avete creato?

Pensate forse che il grande Spirito della Vita, che anima questo universo, possa avere preferenza per questo o quell’altro individuo, per questo o quell’altro popolo, per questa o quell’altra nazione a discapito degli altri individui, degli altri popoli, delle altre nazioni?

Forse che il sole priva della sua luce i malvagi?

Poichè voi siete egoisti avete creato un dio egoista!

Pochè voi siete ingiusti avete creato un dio ingiusto!

Poichè dovete conoscere la verità e questa è che il vostro dio in realtà non esiste, è solo un riflesso, una proiezione delle vostre anime. E come le vostre anime sono impure e malate, così il vostro dio è impuro e malato. Solo individui ciechi ed ignoranti la Luce della Saggezza potevano concepire l’esistenza di un “popolo eletto”. Perchè la verità è che non c’è un dio, non ci sono dei che eleggano un individuo, una razza o una nazione, bensì ogni individuo, razza o nazione elegge sè stesso a sè stesso per mezzo della propria volontà. E questa auto-elezione si realizza per proprio sforzo e merito, non per esser nato in una determinata famiglia, religione, razza o nazione.

Così parlò Lucifero.

E il popolo che lo ascoltava, con i volti rossi per l’ira e le bocche schiumanti dalla rabbia, gridò a lui rivolto:

Blasfemo! Maledetto blasfemo!

Ma Lucifero rispose:

Blasfemi voialtri!

Poichè blasfemia è pretendere di attribuire origine divina a parole e pensieri provenienti da uomini ambiziosi, egoisti ed arroganti.

Al che la folla ruggì, piena di furore:

Uccidetelo! Uccidetelo!

Versiamo il suo sangue affinchè sia pulita con esso l’onta di cui si è macchiato.

Allora il popolo infuriato si scagliò contro Lucifero e cominciò a colpirlo con pugni e con pietre.

E nel mezzo di quella furibonda marea umana Lucifero così pensò:

Questi uomini non sono ancora maturi per la grande messe. Le loro orecchie non sentono e i loro occhi sono incapaci di vedere.

Sarebbe prudente ch’io mi liberassi e mi allontanassi da loro, poichè i loro cuori sono pieni di odio, malvagità e violenza.

Allora la folla trascinò Lucifero ai confini della città e cominciò a lapidarlo per ucciderlo. Ed essi non smisero di scagliargli addosso pietre finchè il suo corpo, totalmente inerte, fu sepolto sotto un manto roccioso.

Il crepuscolo portò via con sè l’ultimo carnefice.

Allora Lucifero scostando le pietre si alzò. Nonostante il suo corpo fosse stato ferito, il suo spirito era rimasto intatto.

Perchè tanta cecità? – disse tra sè – Perchè tanta cecità se dentro tutti noi palpita la medesima luce? O forse sarà che in alcuni questa luce si è occultata a causa dell’ignoranza di se stessi?

E così pensando, Lucifero scrollò i propri abiti e proseguì lungo la “Sua Via”, protetto dalla notte.

E l’alba lo colse mentre era in viaggio, poichè raramente Lucifero dormiva. Ed il suo riposo consisteva nella vigilanza e nell’attenta meditazione di se stesso.

E nonostante la strada che ora andava percorrendo fosse più umana, i pochi uomini che lo incrociavano fuggivano il suo sguardo ed evitavano il suo saluto. Tanto terribile ed imponente era l’aura che emanava dal suo volto.

Ed ecco i suoi passi lo condussero alle porte di un’altra città. E questa città era più bella, più ricca e lussuosa delle precedenti. E nella piazza centrale sopra una grande colonna di oro e pietre preziose era incisa la frase:

“Tutto ha il suo prezzo”.

E in quella città c’erano molti dei, ma ve n’era uno che regnava sugli altri ed il suo nome era: DENARO.

E per il denaro, gli uomini vendevano le proprie figlie e le proprie donne. E per il denaro si vendevano tra di sè e a se stessi e vendevano la propria anima, la propria lealtà, il proprio onore, la propria saggezza e coscienza.

Allora Lucifero provò disgusto per quella massa dannata e desiderò lasciare la città immediatamente, ma la sua coscienza gli impose di dire qualcosa a quelle menti ottenebrate.

E arrampicatosi sull’aurea colonna, al centro della piazza principale, Lucifero proclamò alla folla:

Ah, umanità perduta io ti maledico!

Allora, senza proferire parola alcuna, saltò giù dalla colonna e cadendo per terra, rivolse rapidi i suoi passi fuori dalla città.

Ma coloro i quali lo avevano ascoltato lo seguirono offrendogli ospitalità nelle proprie case, poichè intuivano che quel forestiero doveva essere in possesso di una “strana sapienza” che essi desideravano avere, e tuttavia, poichè vedevano ch’egli non si fermava cominciarono ad offrirgli denaro e a tentare di compare la sua permanenza tra di loro.

Allora cominciarono a vedere chi di loro offriva di più e si sorprendevano a vedere che quell’uomo ignorava le loro offerte e presto l’offerta giunse a dieci milioni di pezzi d’oro per essere poi duplicata e triplicata. Ciononostante, Lucifero non si vendette.

* * *

E i suoi passi lo condussero a una valle in cui il giorno precedente si era svolta una grande battaglia.

Il campo si estendeva coperto di cadaveri in numero di migliaia.

Allora Lucifero camminò in mezzo a quel mare di morti mentre pensava:

Forse che il mondo non è identico a questa valle? Non è seminato di cadaveri, uomini vivi che ancora non hanno compreso di giacere morti nella propria ignoranza?

E nel pensare ciò la sua vista si insinuava tra i corpi inerti e mutilati.

Allora, gli sembrò di scorgere in lontananza un albero solitario e appoggiato al suo tronco un guerriero moribondo.

E Lucifero si diresse vero quell’uomo, contento di vedere qualcuno vivo in mezzo a tanta morte.

E senza dire una parola diede da bere a quello sconosciuto la sua acqua. Questi pulì il suo volto ricoperto di sangue e cercò di curare le proprie ferite, ma scoprì che il suo petto era stato attraversato senza pietà da una lancia nemica.

Allora Lucifero parlò:

Il tuo cuore è distrutto.

Dovresti essere morto, eppure vivi.

Al che il guerriero rispose, con voce tremante eppure con fermezza:

Avrei dovuto vendermi e non l’ho fatto. Sarei dovuto fuggire e sono rimasto a combattere. Ed ora sarei dovuto morire, e tuttavia, io vivo. E’ che il mio spirito è ribelle ed io rifiuto di accettare ciò che non voglio. Avrei dovuto vendere me stesso e vivere in pace, come un agnello, ma non ho voluto. Sarei dovuto scappare ed evitare di fronteggiare il nemico, ma l’ho affrontato. Ora, agonizzante e gravemente ferito, dovrei esser morto, però non voglio morire.

Allora gli occhi di Lucifero brillarono di una luce inusuale e comprese che davanti a sè aveva un uomo che, in qualche modo, aveva trovato sè stesso.

E promise a sè stesso che non avrebbe permesso che quell’uomo morisse e che avrebbe usato tutto il suo potere per salvarlo, poichè pensò che uomini come quello erano ciò di cui necessitava il mondo: uomini che non si sarebberp venduti nè avrebbero fatto un sol passo indietro davanti al Nemico, uomini con spirito di lotta ed il desiderio di vivere eternamente.

Allora Lucifero pose le proprie mani sulle ferite sanguinanti del guerriero, il quale al sentire lo spirito di vita e salute che lo invadeva esclamò:

Chi sei tu che mi benedici con la vita?

Al che rispose Lucifero:

Io sono il Portatore di Luce, la coscienza che si manifesta in forma umana. Sono la forza che si cela dietro ogni essere, dietro ogni uomo ed ogni donna, dietro ogni bestia ed ogni cosa.

E appena ebbe terminato di parlare, posò il piede e intraprese il proprio cammino.

Dove vai straniero? – lo fermò il guerriero – Quando potrò ascoltare una seconda volta della tua singolare saggezza?

– La mia saggezza vive in te, è il tuo stesso essere. Se ascolterai te stesso, non avrai bisogno delle mie parole.

Subito Lucifero tacque alcuni istanti e aggiunse:

Il mio spirito tiene lo sguardo fisso a Nord. Il mio corpo rimarrà per qualche tempo nella Montagna del Drago.

E indicando la gran massa rocciosa che si ergeva all’orizzonte, si mise nuovamente in marcia.

* * *

Cercava Lucifero su quei monti la tranquillità della solitudine così da poter esaltare la propria coscienza.

Tuttavia la sua pace non durò a lungo, poichè cominciò ad arrivare gente in cerca del saggio della montagna che, stando a quel che si diceva, aveva guarito un guerriero moribondo.

E fu così che Lucifero divenne un maestro, in principio di pochi e, presto, di molti.

E nel suo sforzo di insegnare, solo insegnava che non v’era nulla da imparare, perchè tutta la chiarezza e la sapienza si trovano già riposte nel cuore di ogni essere vivente.

Ma la gente cominciò ad essere confusa, poichè colui che è cieco non vede sebbene il sole lo illumini e il cuore in preda alla confusione si perde anche nel giorno più chiaro.

E cominciarono a perdere di vista sè stessi e a volgere i propri occhi all’esterno, all’immagine del maestro che loro insegnava.

Allora Lucifero capì e non permise a sè stesso di cadere nella trappola dell’oscura ignoranza.

E fu così che un giorno radunò attorno a sè tutti coloro ai quali aveva insegnato e comunicò la sua decisione di abbandonare il mondo.

Allora i suoi seguaci iniziarono a lamentarsi del destino avverso e sentirono che quella sarebbe stata la loro perdizione.

E Lucifero sorrise, poichè comprese che quella era la via che per quanto dura, li avrebbe elevati a sè stessi.

Allora disse:

Non lamentatevi della mia perdita, poichè l’unica perdita degna di lamentela è la perdita di se stessi. E voialtri avete perso voi stessi molto tempo fa e non avete mai versato una lacrima per questo grande tesoro andato.

E uno tra i molti alzò la propria voce dicendo:

Maestro, prima di partire parlaci dell’ essenza del tuo insegnamento, perchè possiamo ricordarla.

Allora Lucifero disse:

Ricordatevi di voi stessi e ricorderete il mio insegnamento. Non cercate fuori ciò che già esiste dentro, nel vostro spirito.

Vedete che l’uomo è come un albero che cresce sulla cima di una montagna. Però questa montagna è in realtà un vulcano al cui interno arde un fuoco chiaro e poderoso che conferisce la più perfetta serenità e forza. Il calore di questo fuoco interiore aiuta a crescere l’albero, il quale mentre affonda sempre più le proprie radici nelle viscere della montagna, tanto più espande i suoi rami verso l’infinità del vasto cielo.

Ricordate sempre che nel mondo ci sono tre classi di persone: ci sono coloro i quali conoscono la propria ragion d’essere, ci sono quelli che la ignorano e ci sono “i confusi”. E tra coloro che sono confusi ci sono quelli che credono di conoscere la propria vera ragion d’essere, ma in realtà la ignorano e quelli che hanno inventato per sè una ragion d’essere, che essendo un qualcosa di artificiale li allontana dalla loro vera natura.

In verità è importante ciò che ora dico: Solo chi conosce sè stesso, conosce la sua ragion d’essere, conosce il suo destino e cessa di esser parte del gregge. E molto meglio che essere un confuso è il riconoscere l’ignoranza di sè stessi, poichè la cura giunge quando si riconosce la malattia.

Dopo aver mantenuto il silenzio per un istante, continuò:

La montagna è come il corpo, la coscienza come l’albero e il fuoco simile allo spirito di vita. La montagna è come la vostra colonna vertebrale; l’albero come il vostro cervello, il midollo e i nervi che crescono dentro di essa; il fuoco proviene dalla vostra Essenza Creativa conservata con cura.

Voi siete come madri che recano nel proprio ventre l’embrione dello spirito. Se un fanciullo di carne e di ossa impiega nove cicli lunari per nascere, allora, il fanciullo dello spirito impiegherà nove cicli solari. Per questo è importante essere pronti. Il mio insegnamento cela il suo segreto e questo si basa sulla pratica e sulla propria coscienza di se stessi.

E tuttavia, cosa volete sapere ancora, volete conoscere il segreto? Ascoltate dunque il sogno che ebbi un giorno:

IL SOGNO 

Senza saper come, ero giunto in una caverna di enormi proporzioni nel profondo della terra. Anche se le pareti e la volta della grotta sembravano naturali, ossia formate dall’incessante gocciolare e filtrare dell’acqua, il pavimento era perfettamente liscio e levigato, come fatto da mano umana o da altra creatura intelligente. Capii di essere in un tempio.

A dieci passi da me si innalzava una spessa colonna di pietra, di sette metri d’altezza, sopra la quale vidi in piedi un venerabile anziano. Indossava una tunica a maniche larghe e dall’ampia vita che gli giungeva fino alle caviglie. Il suo colore era grigio-azzurro, come quello delle nuvole cariche di pioggia. Intorno al suo bacino e cucita ad essa cadeva verticalmente, fino al suolo, una cinta bianca sulla quale erano decorati, con filo nero, strani caratteri che non potei riconoscere. Identico ornamento vidi intorno al bordo superiore delle sue maniche, nei pugni delle stesse e nell’imbastimento della sua veste. Tanto la barba quanto i capelli dell’anziano erano lunghi e bianchi. La sua testa canuta era scoperta. A vederlo mi apparve come la tipica immagine di un mago.

Alzando un braccio mi ordinò:
Prendi quella lancia, fatta del miglior legno del mondo e introducila in quel pozzo! – nel dir questo mi segnalò un buco, di un metro di circonferenza, la cui bocca era all’altezza del suolo.

Andai e presi la lancia, una verga acuminata di un legno molto leggero sebbene durissimo. Mi stupì constatare che nonostante la sua lunghezza, tre metri o più, rimaneva perfettamente dritta, facendo mostra di un’incredibile flessibilità.

Seguendo gli ordini dell’anziano mi avvicinai al pozzo. Ai miei piedi vidi un buco, scavato nella roccia, in cui era un liquido denso di colore rosso a molti metri di profondità. Al principio credetti che fosse sangue, però notai in seguito che da esso emanava una soave fosforescenza. Mi sembrò, allora, che si trattasse di lava fusa.

Quel pozzo era l’entrata dell’inferno.

Appena introdussi la lancia, il liquido aumentò di livello sino a giungere al bordo stesso della cavità. Retrocessi, perchè pensai che se avesse iniziato a fuoriuscire, la lava mi avrebbe bruciato.

Con mia sopresa dal pozzo si alzò una figura grottesca, un essere bipede alto quattro metri, simile ad un fungo o a una tartaruga senza carapace. Camminava sui suoi arti posteriori come un uomo. Un unico occhio adornava la sua fronte.

Sembrava che le mie azioni lo avessero molestato ed ora era furioso. Si scagliò contro di me. Mi difesi usando la lancia. Durante lo scontro compresi che la bestia temeva di perdere il suo unico occhio, allora concentrai i miei attacchi su di esso. Ma improvvisamente, allorchè credetti di averla in mio potere, la creatura subì una mutazione. Senza sapere come, la vidi trasformarsi in un essere dalle dimensioni e dal corpo umani, però la sua testa era simile a quella di un pipistrello con orecchie membranose, grandi, triangolari ed un muso dai denti affilati. Curiosamente il suo corpo ed il suo volto erano coperti di squame, come un pesce. La sua apparenza era decisamente robusta e muscolosa. Prima che potessi evitarlo, la creatura si allontanò da me correndo a più non posso, finchè lo persi di vista.

La voce dell’anziano richiamò la mia attenzione. Mi volsi a guardarlo e notai che la colonna sulla quale era posto diminuiva di dimensione, come se venisse risucchiata dalla terra. Già al livello del suolo, l’anziano mi si avvicinò dicendo:

Già lo hai visto. La creatura ha il potere di adottare qualsiasi forma e utilizza questo artifizio per far cadere la gente nel pozzo. Tuttavia non ci darà preoccupazioni, l’hai già affrontata e questo basta per riconoscerla in ognuna delle sue forme.

Detto questo, mi tese un libretto, largo come un palmo di mano. Io, prendendolo, apersi a caso una delle sue pagine. In essa vidi un’illustrazione a colori:

Un veliero a quattro alberi che navigava con tutte le vele spiegate su un mare aperto. La superficie dell’acqua era perfettamente piatta.

Intorno all’imbarcazione roteavano a migliaia gli uccelli, mentre sull’albero maestro un grande pellicano bianco dava il volto a prua con le ali distese, mostrando il petto scoperto.

Guardai interrogativo l’anziano. Allora costui mi rispose:

E’ un libro dal gran contenuto ermetico. E’ il Libro della Creazione. Al capitolo dieci troverai il segreto della Pietra Filosofale. Però prima è necessario che tu ottenga la “Schlitlzt Nimrod”, la daga magica che simboleggia e nella quale è inciso il Nome Impronunciabile. La riconoscerai nel vederla, poichè la sua immagine è impressa nell’anima collettiva dell’umanità. Ma prima, tendi innanzi a me la tua mano sinistra.

Senza resistenza seguii le sue istruzioni, allora con stupore osservai che sul palmo della mia mano cresceva un piccolo rampicante di color verde vivo, come quello dell’erba fresca. La sua origine era alla base, attaccata al polso. Da qui seguiva il corso della linea palmare chiamata “di Mercurio”, secondo quanto disse l’anziano, ma a metà del cammino si biforcava ed il secondo ramo seguiva il solco della linea chiamata “di Saturno”. Entrambe le sezioni del rampicante salivano una parte per poi curvarsi in direzione del dito pollice. Quella che andava per la linea di Mercurio si incurvava proprio sotto il dito mignolo. L’altra, quella che seguiva il tragitto della linea di Saturno, cambiava il suo corso all’altezza dello stesso centro del palmo. In questo modo entrambe le ramificazioni giungevano a morire nel piccolo monte carnoso posto sotto il dito indice, al quale l’anziano diede il nome di “monte di Giove”.

Tre fiori spuntavano da questo rampicante. Due fra questi provenivano dal primo stelo e crescevano sopra il “monte della Luna” e il “monte di Apollo” rispettivamente. L’altra fioritura si trovava sul “campo di Marte” e germinava dal secondo stelo.

Il mago osservò per alcuni istanti la mia mano.

La parte sinistra della tua coscienza, il lato sconosciuto della tua mente, è indipendente – mi disse. Ciò è positivo per te, però è ancora molto piccolo ed è poco sviluppato. Devi farlo crescere.

Quando gli chiesi come potessi farlo, mi rispose unicamente:

Segui il Cammino.

Detto questo mi pose al collo un Ank, di oro bianco, sui cui bracci era incisa la frase “Affronta la Vita da Guerriero” e, facendomi segno, indicò che uscissi per dove avevo visto allontanarsi la creatura del pozzo. Gli obbedii.

Non v’era possibilità di smarrirsi. Quell’immensa galleria terminava in uno stretto tunnel, lungo il quale camminai per molto tempo prima di giungere ad una caverna di dimensioni simili alla precedente, però priva di colonne e di pavimento liscio e levigato. Osservai che all’estremo opposto rispetto a dove mi trovavo, si scorgevano le entrate di due tunnel, verso cui mi diressi.

Avvicinandomi scoprii che entrambi si trovavano molto vicini l’uno all’altro, ma nonostante la loro prossimità comunicavano con mondi differenti. Quello che si trovava alla mia sinistra, dava accesso ad una selva umida, fitta e lussureggiante. Da dove mi trovavo potevo scorgere mille forme ed udire mille suoni squisiti provenienti da quella tiepida foresta. Mi sembrò che fosse il paradiso.

L’altro tunnel dava su un luogo di un bianco brillante, tutto gelo e neve. La tormenta ed il freddo erano i suoi unici signori. Mi trovavo a contemplare tutto questo quando dall’ingresso selvatico vidi apparire una bellissima donna dalla pelle bronzea. Vestiva un abito di foglie verdi, attillato al corpo, che le giungeva sino alla metà delle cosce. Era un abito senza maniche nè spalle, sostenuto da un sottile tirante in fibra vegetale. I lineamenti del viso erano bellissimi ed il suo corpo armonicamente proporzionato. I suoi capelli, lunghi sino alla vita. Mi guardò in modo insinuante e mi chiese di seguirla. Mi negai. Allora, esercitò su di me uno strano potere e mi vidi trascinato contro la mia volontà. Non potevo oppormi alla sua fascinazione.

In quel momento mi accadde qualcosa d’inesplicabile. Senza sapere perchè, presi forte coscienza della mia regione sottombelicale. Provai un gradevole calore in tutta quella zona e immediatamente ripresi il controllo di me stesso. Era come se quel luogo anatomico fosse il “Centro della mia Volontà”. Smisi di seguire la bella donna e mi fermai. Ella si rese conto della mia ribellione e tornando sui suoi passi mi affrontò. Diressi uno sguardo fugace al tunnel innevato; allora lei, accorgendosi del mio gesto, parlò:

Quello è un mondo gelido, duro, primitivo e barbaro, lo preferiresti a quel che io ti offro?

Le risposi affermativamente. Allora, stizzita, fece un gesto in seguito al quale comparvero tre uomini straordinari che mi doppiavano in altezza, i quali con attitudine ostile, si interposero tra il mondo del gelo e me. In quell’istante vidi che uno dei giganti teneva nele sue mani una daga a filo doppio e dalla lama larga con arabeschi incisi. La riconobbi immediatamente. Era la “Schlitlzt Nimrod”, l’arma magica della quale mi aveva parlato l’anziano mago.

La donna tornò a parlarmi, allora vidi che aveva subito una trasformazione. Ora appariva come una bambina di quindici anni. La sua pella era bianca, i suoi capelli castani ed era vestita com una tunica color lilla che, come la precedente, arrivava a metà delle gambe, ma senza attaccarsi al corpo; era ampia e con pieghe.

La sua aria di sensualità e voluttà era stata sostituita dalla candida innocenza.

La vidi avvicinarsi a me con fare ingenuo ed osservare ciò che era inscritto nell’Ank che pendeva sul mio petto.

Qual è la caratteristica di un guerriero? – domandò, aspettando una mia risposta – forse il valore?

Quello è importante – le risposi, mentre studiavo attentamente i tre giganti -, però lo è, ancor più, essere deciso ed avere audacia.

Ella confusa mi guardò:

Audacia? – ripetè.

Allora, posando i miei occhi nei suoi, la misi rapidamente di lato e assalii con furia i giganti. Nonostante la loro statura riuscii a mettere due di loro fuori combattimento, colpendone uno, con la mia spalla sinistra e, l’altro, con la testa. Il terzo uomo gigantesco mi attaccò con la daga.

Allora io, senza alcun timore, la presi con la mia mano sinistra per la lama affilata e gliela strappai dalle dita. Fatto questo, l’uomo scomparve alla mia vista. Mi resi conto che ero rimasto solo, poichè anche la bambina era sparita.

Impugnai l’arma con la mia mano destra e ammirai la forma della sua lama e l’arte con la quale era stata forgiata. Entrai nel tunnel di gelo e notai con sorpresa che, dove prima vi era neve, ora vi era arena, terra e pietre. Quel tunnel saliva alla superficie, al cielo aperto, in un luogo desolato e secco. Si scorgeva solo qualche altro arbusto o cactus qua e là. Misi il pugnale nella mia cintura ed iniziai a camminare velocemente, perchè il sole già scendeva all’orizzonte e presto si sarebbe fatto buio.

Non so quanto tempo camminai, ma mi fermai quando mi accorsi di un polverone che si avvicinava da destra. Quando infine potei capire di cosa si trattava, volli fuggire, ma non avevo alcun luogo dove ripararmi. Allora decisi di rimanere nel luogo in cui mi trovavo ed, estraendo la daga dalla cinta, attendere la mia sorte.

Sulla pianura una specie di mostro, una massa pelosa, nera, senza gambe nè testa, ma con cinque braccia robuste somiglianti a quelle di una scimmia, si avvicinava a dove mi trovavo. Avanzava girando su sè stesso, come una ruota, poggiando le sue grottesche mani sul suolo.

E più mi si avvicinava più mi decidevo ad affrontarlo. Tuttavia, quando si trovò a pochi passi da me, si trasformò in una bella giovane. Giaceva ai miei piedi, totalmente nuda, distesa sull’arena. Il colore dei suoi capelli lunghissimi, il colorito della sua pelle e i lineamenti del suo volto, mi fecero ricordare le donne hindù. Il suo sorriso accattivante e quella supplica sensuale delle sue labbra mi persero. Osservai la perfezione del suo corpo, la voluttuosità delle sue forme, la lussuria del suo sguardo e senza resistere mi avvicinai ad ella, dimenticando che si trattava di quell’essere ripugnante che, pochi secondi prima, avevo visto roteare per il deserto. Tendendo le belle braccia verso di me sussurrò:

Come incanta gli uomini umiliarsi.

Compresi che si riferiva all’abbrutente sensualità che ci schiaccia di fronte a una donna affascinante. In quel momento presi coscienza e concentrai l’attenzione sulla zona sottombelicale del mio corpo. Lei, senza smettere di sorridere e con le braccia distese, iniziò a svanire nell’aria come un’illusione passeggera, fino a scomparire totalmente alla mia vista.

La notte era calata sul deserto.

Là, in lontananza, scorsi il risplendere di un falò. Diressi i miei passi in quella direzione.

Mentre mi avvicinavo distinsi la figura di un uomo. Osservandolo, notai ch’era accovacciato dinanzi al fuoco. Il suo corpo, secco e fibroso, era nudo, salvo per un perizoma che pendeva dalla sua vita e che era di colori vivissimi: rosso, arancio e giallo. Compresi che stava eseguendo un qualche tipo di rituale.

Giunsi sino al falò e potei vedere il suo volto color rame e asciutto. I suoi occhi emanavano un bagliore strano. Capii che era uno stregone. Senza dire parola mi accovacciai al suo fianco, con la faccia rivolta al fuoco.

Senza che mi rivolgesse un solo sguardo lo vidi mettere la mano sinistra tra le fiamme e trarne qualcosa che reggeva con gran delicatezza. Vidi con sorpresa che nel suo palmo era posata una fiammeggiante lingua di fuoco. Senza preamboli me la offrì, facendomi capire che la dovevo prendere appoggiando il palmo della mia mano sinistra al suo. Nel farlo, sentii che la lingua di fuoco era assorbita dal mio corpo. Tre volte lo stregone mise la sua mano nel fuoco e mi offì quel pezzo di fiamma. Tre volte accettai il suo dono. Poi, facendomi un cenno con la testa, mi invitò ad osservare il falò. Così feci e potei rendermi conto che tra le fiamme v’era un serpente con il capo eretto. Era un cobra, lo riconobbi dal cappuccio sul collo. Aveva un color rame metallico. Era tranquillo, nel suo bagno di fuoco.

Lo stregone parlò. Mi informò che ero stato iniziato alla “Fratellanza del Drago”.

La notte era profonda e protettrice.

Mi diede indicazioni di sedermi in silenzio vicino a lui. Lo feci imitandolo, incrociando le gambe e volgendo il mio corpo verso il nord, dal quale soffiava una soave brezza.

Permanemmo così, silenziosi e immobili, una insensibile eternità. Poi, senza sapere come, i nostri corpi si alzarono privi di gravità per alcuni centimenti dal suolo ed iniziarono a girare intorno al falò, guardando sempre verso lo stesso punto cardinale. Ruotavamo in senso contrario alle lancette dell’orologio e notai che, nel breve attimo in cui il falò rimaneva alle nostre spalle, passavamo sopra un cerchio disegnato, sul suolo, con strani caratteri che non seppi interpretare.

Quando l’aurora si riflesse nell’oscuro cielo, lo stregone mi ordinò di camminare verso il sole nascente. Mi indicò che seguendo quella direzione avrei incontrato due corsi d’acqua. Il primo conteneva acqua comune, utile per placare la sete del corpo. Nel secondo scorreva un’acqua medicinale di origine minerale, che serviva per saziare la sete “di vita”.

Dopo molto camminare incontrai i due ruscelli esattamente come me li aveva segnalati, tuttavia, il fiume di acqua medicinale aveva il letto arido. Desideravo provare le sue acque, per cui presi la decisione di rimontare fino alla sorgente e così bere il prezioso liquido, il più vicino possibile all’origine. Seguendo il letto prosciugato giunsi fino alla cima di un grande spuntone di pietra.

Lì potei rendermi conto che quel corso d’acqua sorgeva da un piccolo edificio di architettura indoarabica. Attraversai la soglia priva di porte e così ebbi accesso ad un’enorme scala che scendeva nelle viscere della terra. A lungo la percorsi, sino a quando giunsi ad una galleria nel cui centro cresceva un gigantesco e vetusto albero che si trovava in uno stato malandato. Appariva rinsecchito ed i suoi grandi rami erano crudelmente mutilati. Mancava di foglie e dava l’impressione di essere un albero morto. E tuttavia, io sapevo che era ancora vivo.

Giunto al grosso tronco vidi che, sul suolo, erano diversi vasi d’argilla contenenti acqua. Li utilizzai tutti innaffiando con essi le radici arse per la sete.

Avevo terminato quando alcuni colpi secchi richiamarono la mia attenzione. Spinto da ciò mi misi a studiare la caverna nella quale mi trovavo. Era ovvio che esisteva in qualche luogo qualcuno incaricato della sua cura, giacchè constatavo una certa simmetria e ordine che non erano propri a luoghi soggetti alla spontaneità della natura. Molte porte davano su quella galleria. Tutte erano serrate. Osservandole mi accorsi che i colpi, che udivo, provenivano da un vecchio portone di legno, il quale si scuoteva davanti al violento urto di “qualcosa” rinchiuso dietro di esso.

Improvvisamente la mia mente si aprì e compresi ogni cosa. Lì rinchiuso, dal guardiano di quel parco sotterraneo, si trovava lo Spirito dell’Albero. Un tipo di forza intelligente disposta a distruggere per la negligenza alla quale era stato esposto l’antico rovere centro del giardino.

In quel momento i custodi del luogo, un uomo ed una donna, entrarono nel recinto e cominciarono a imprecare contro di me per aver dato acqua al tronco rinsecchito, perchè con quel gesto avevo dato rinnovato vigore allo spirito rinchiuso. Non potei negare nulla, chè nelle mie mani, ancora gocciolante, tenevo uno dei recipienti di argilla.

Le voci della coppia infuriarono in tal modo lo spirito, che questi riuscì ad abbattere l’enorme portone e a liberarsi. Emerse dalla sua oscura prigione proprio di fronte a me. Il suo potere era incredibile. La sua forma, simile ad un ciclone o tromba marina.

Per alcuni istanti mi osservò. Gli mostrai, allora, il contenitore bagnato che tenevo nella mano destra. Comprese tutto. Lanciando un muggito inumano si gettò sulla coppia e la divorò.

Io, senza sapere che fare, attesi il mio destino.

Lo Spirito dell’Albero mutò il suo aspetto furibondo. Mi si avvicinò lentamente nella forma di una barra verticale di luce rossa. Era larga cinquanta centimeti e fluttuava nell’aria sopra la mia testa. Mi parlò con voce di tuono. Mi disse che a partire da quel momento egli era il “Guardiano delle Radici” e che avrebbe premiato il mio gesto donandomi la sua amicizia. Detto questo venne sopra di me e posandosi sulla mia testa sentii come quell’energia, in forma di colonna luminosa, mi penetrava attraverso di essa fino alla gola.

Un tepore confortevole mi inondò e mi sentii fisicamente sano. Senza sapere cosa, lo spirito fece qualcosa di indescrivibile dentro di me e mi cambiò. Mi sentii come appena nato. Tutte le mie infermità erano scomparse.

Quando lo spirito mi lasciò, mi resi conto che tutta la caverna era rinverdita. Sul suolo cresceva una soffice erba, sulle rocciose pareti aderivano i rampicanti e le edere. Il vecchio albero si presentava frondoso e turgido. I suoi rami mutilati ora erano completi e sovrabbondanti di foglie. Dalle sue radici sgorgava una sorgente di acqua fresca e cristallina: questa era l’origine del ruscello medicinale.

Mi avvicinai al rovere. Un enorme serpente di colore verde acceso si occultava nel fogliame. Notai che ai suoi fianchi, intorno al corpo, aveva disegnati in nero strani caratteri a me sconosciuti.

Improvvisamente qualcos’altro richiamò la mia attenzione. Era un colibrì che volteggiava fra i rami molto vicino a me. Il suo capo ed il suo corpo erano di un rosso intenso, scarlatto, mentre le sue ali e la coda erano nere giaietto.

Lo Spirito dell’Albero, ponendosi al mio fianco, mi fece segno di acciuffarlo. Provai, però non vi riuscii, l’uccello era troppo rapido per me. Allora, lo spirito mi consigliò di osservarlo fissamente senza pensare a nulla e, quando avessi sentito l’impulso interno, di provare a prenderlo. Seguii il consiglio e così riuscii a prendere, con la mia mano destra, il colibrì per il capo.

Nello stesso istante in cui lo afferrai l’uccello smise di essere qualcosa di vivo e si tramutò in un oggetto inanimato, vuoto, dalla consistenza di una pergamena. Iniziò a sfaldarsi tra le mie dita. Per evitare ciò, lo posi sopra il palmo della mano sinistra, tuttavia continuò a dissolversi. In questo modo lasciò scoperta una pietra bianca, del diametro di circa un dito, su cui soffiai per ripulirla dei resti polverosi che non mi consentivano di apprezzarla con chiarezza. Il suo colore era simile al salgemma. La sua forma, sferica, era intagliata con l’apparenza di un bocciolo di rosa. Era un lavoro semplice e primitivo.

Lo spirito fece risuonare la sua voce nelle mie orecchie:

E’ la Pietra Filosale – muggì, la meta degli alchimisti. Diluiscila in vino di Sole e bevila. Solo così possiederai il segreto dell’immortalità.

In quel preciso istante sparì.

Dopo aver ascoltato quel sogno un rumore si fece sentire tra i presenti, perchè alcuni si chiedevano meravigliati quale fosse il significato.

Allora un visitatore, che poco prima era giunto, gridò:

Alcuni dicono che sei il demonio – e cercava con ciò di confonderlo e denigrarlo davanti gli occhi di tutti i presenti.

Allora Lucifero, con voce chiara e serena esclamò:

Forse non è colui che chiami Diavolo figlio anche di colui il quale chiami Dio? Se nel principio v’era solo ciò che chiami Dio, il supremo Bene, allora per primo fu il Bene e poi il Male. Pertanto il Male uscì dal Bene, perchè nulla può nascere dal nulla. E poichè il Male si originò dal Bene ecco che la funzione del Male è benefica, perchè nulla di male può sorgere da ciò che è bene. Colui che chiami Dio è il maestro gentile e amoroso che educa con bontà. Ciò che chiami Diavolo, è il maestro duro e rigoroso che ci insegna attraverso la severità. Pertanto non rinnegare il Diavolo, chè alcuni di noi son tanto folli da imparare solo con duri colpi. Pertanto non odiare il Diavolo, perchè attraverso le sue prove ci facciamo forti e liberi e accediamo al supremo Bene. Siete forse talmente ciechi da non darvi conto che Dio e Diavolo sono le due facce di una stessa moneta?

Allora dalle gole di alcuni dei presenti sfuggì un’esclamazione di stupore, perchè compresero le parole di Lucifero e si svegliarono, ponendo le loro menti al di là del Bene e del Male.

Ma lo sconosciuto replicò:

Qual è la tua religione?

Non vi è religione più grande che la Verità – esclamò il Portatore di luce.

La vostra saggezza soffre del peccato della superbia e non si basa sulle sacre scritture – insistette lo straniero.

Soffro del peccato di superbia – disse Lucifero – perchè desidero esser tutto ciò che sono: voglio esser diamante anche se la mia origine è il carbone. Non baso la mia conoscenza su ciò che dicono i testi sacri o in ciò che affermano gli anziani, non baso la mia saggezza su ciò che mormorano gli eruditi o assicura la maggioranza. La mia sapienza si basa su ciò che io stesso ho sperimentato senza intermediari o interpretazioni aliene, poichè è l’esperienza propria e diretta ciò che dona la vera sapienza. La vita si conosce vivendola e non attraverso credenze, opinioni, speculazoni, teorie, religioni o libri.

Desideri leggere un libro?

Leggi il libro della sapienza. Quel libro siete voi stessi, leggetelo così: dirigete la vostra attenzione verso voi stessi, le vostre sensazioni, i vostri movimenti, il vostro respiro, emozioni e pensieri e in ogni momento permanete sereni, attenti, vivendo l’attimo.

Allora il visitatore meravigliato da quella strana saggezza tornò a domandare:

Maestro, chi siete in verità?

Al che egli rispose:

Io sono la Vita, “il Lucifero”, il Portatore della Luce: la Stella del Mattino che annuncia la fine delle tenebre e la venuta dell’Impero del Sole, il regno della luce.

Sono Lucifero, sono Prometeo, colui che fece scaturire dal nulla il divino fuoco della sapienza, il potere e la luce e lo consegnò agli uomini.

E anche essendo il più odiato al cielo sono, tuttavia, il più amato, perchè grazie a me è redenta l’oscura materia. Perdendo la mia purezza spirituale e cadendo negli abissi ho portato vita, coscienza e conoscenza a ogni carne e l’ho sospinta verso i cieli.

Comprendete questo paradosso e comprenderete il mistero dell’universo.

Ed avendo pronunciato queste parole cadde sui presenti un profondo silenzio. Ed insieme al silenzio cadde la notte, coprendo col suo manto stellato tutti i viventi.

[refuso]

Conservare la serena quiete è il suo principio, raggiungere ciò che è equanime e imperturbabile la sua meta.

Colui che segue il sentiero del Drago è come l’acqua: anche adattandosi ad ogni forma non si cristallizza in alcuna.

E volgendosi al vecchio guerriero, a colui che una volta fu ferito mortalmente al cuore, disse:

Guerriero solitario che segui il sentiero del raggio:

Dovrai immergerti nella profonda oscurità e trovare nelle tue radici la vita sempiterna.

Solo così arriverà il momento in cui ciò che veglia dall’altro lato salirà alla luce del giorno.

Verrà dall’altro confine dell’abisso pletorico dell’immortalità, potere, volontà e sapienza.

E così si compirà il tempo in cui abbandonando ogni cosa ti impadronirai dell’universo.

Ed il vecchio guerriero comprendendo le parole di Lucifero rimase in silenzio. E attraverso il silenzio, acquietò il suo cuore. E col cuore rasserenato entrò in profonda meditazione.
Ma quando aprì gli occhi, poco prima dell’albeggiare, Lucifero già non era più tra loro e la Stella del Mattino brillava con superbo fulgore sopra l’orizzonte.

FONTE

Friedrich Von Licht – Lucifero

TRADUZIONE

Alchemica & Vojnakk

Standard
Esoterismo

LA ROSA

DAT ROSA MEL APIBUS

La rosa è un simbolo veramente complesso, poiché racchiude in sé – più d’ogni altro fiore – significati tra loro totalmente contrastanti. È, infatti, ambivalente, potendo contemporaneamente significare perfezione celeste e passione terrena, tempo ed eternità, vita e morte, fecondità e verginità.

Secondo la superstizione popolare, molto diffusa soprattutto nel Medioevo, e che ha avuto una notevole influenza in molte leggende tipiche anche del nostro folclore, era il fiore che le streghe preferivano, in quanto ritenuto particolarmente idoneo a provocare il male, forse a causa della presenza sul suo stelo di molte spine; ma nel frattempo, era pure il fiore prediletto dalle fate, che se ne servivano spesso per recare felicità e benessere alle persone buone. In questa circostanza, così come in molte altre, la rosa sa concentrare significati in netto contrasto tra di loro, come odio ed amore, quasi che entrambi discendessero da un unico ceppo, o fossero due facce di una sola medaglia; a pensarci bene, non è poi tanto illogico, essendo entrambi dei sentimenti, delle passioni e queste, come sappiamo, non conoscono vie di mezzo. Nella vita umana, tanto per citare un esempio concreto, se un rapporto tra due persone termina in modo traumatico, non di rado all’amore e alla stima subentra in ambo le parti il disprezzo, l’odio, il rinfacciarsi reciproco di colpe e di difetti; e questi sono tanto più intensi e radicati quanto più forte era il legame affettivo che si è interrotto.

Tornando al nostro argomento, la rosa, possiamo affermare che questo fiore, forse anche per la sua struttura a forma rotonda (non dimentichiamo che in Occidente il cerchio era considerato sin dai tempi più antichi un modo per indicare la perfezione) è stato sempre reputato simbolo di completezza: rappresenta, infatti, la profondità del mistero della vita, la bellezza, la grazia, la felicità, ma anche la voluttà, la passione ed è perciò, spesso associato alla seduzione.

Essendo stato da sempre un fiore abbinato alle divinità femminili, esso è amore, vita, creazione, bellezza e verginità; la sua rapidità nell’appassire simboleggia, al contrario, morte e sofferenza, e le sue spine evocano, invece, il sangue ed il martirio.

Sempre per affinità al cerchio, ossia ad una cosa che non ha né inizio né fine, alla rosa si associa spesso un significato di sistematicità, di ciclicità.

Questo fenomeno, tuttavia, non si limita ad essere puramente periodico, ma presenta anche un suo progresso temporale, un suo divenire, un suo traslare nel tempo: come una ruota di bicicletta che, dopo un giro, ritorna sì nella posizione iniziale, ma in un luogo diverso da quello precedente.

La rosa è pertanto anche il simbolo del divenire e, per traslato, indica il perpetuarsi della vita umana da quella terrena verso un’altra dimensione a noi per il momento ignota, che i credenti chiamano aldilà e che trova il suo culmine, il suo compimento totale nella resurrezione.

Per questo motivo la rosa viene usata per raffigurare anche oltre alla vita eterna, la primavera che, se vogliamo, è un piccolo assaggio terrestre della resurrezione celeste che ci attenderà alla fine della nostra esistenza.

Tuttavia, anche chi non ha il dono della fede può facilmente riconoscere che tutta la nostra esistenza è continuamente attraversata da fasi cicliche: di alcune di loro – come ad esempio l’alternarsi delle stagioni – sappiamo la periodicità, ma di moltissime altre siamo all’oscuro.

Se, ad esempio, siamo malati o in condizioni critiche dovute a qualsivoglia causa, come possiamo determinare se e quando queste scompariranno per far di nuovo posto a periodi di gioia, di serenità, di ristabilimento della salute fisica? E, una volta raggiunto questo stato di benessere, non abbiamo forse paura che la ciclicità della nostra esistenza ci arrechi di nuovo momenti di disagio?

Comunque la si consideri, la nostra vita è composta da un alternarsi di cicli, e questo vale per ognuno di noi.

Nell’ambito dei fiori, per quanto detto prima, la rosa è quello che più d’ogni altro è in grado di rappresentare la periodicità degli avvenimenti umani che si svolgono nel corso della nostra vita. È inoltre simbolo di silenzio e di riservatezza: una rosa era infatti appesa o raffigurata, nelle sale di consiglio per indicare riserbo e discrezione.

Per questo motivo papa Adriano VI fece scolpire sui confessionali una rosa a cinque petali, simbolo del sacro vincolo della segretezza che ogni sacerdote deve mantenere nei riguardi dei penitenti che si rivolgono a lui nella confessione, e la locuzione latina “sub rosa” aveva appunto il significato di una cosa rivelata in assoluta segretezza e confidenza.

La rosa d’oro denota la perfezione.

La rosa rossa il desiderio, la passione, la gioia, la bellezza, il rapporto sessuale; è il fiore di Venere e il sangue di Adone e di Cristo.

La rosa bianca è il fiore della luce; simboleggia l’innocenza, la verginità, lo sviluppo spirituale, il fascino.

La rosa bianca e rossa insieme rappresentano l’unione di fuoco ed acqua, una specie di unione degli opposti, mentre quella azzurra è il simbolo dell’impossibile.

La rosa a quattro petali raffigura la divisione in altrettanti parti del cosmo (terra, acqua, fuoco e cielo), in altre parole gli elementi che nell’antichità alcuni filosofi consideravano primordiali e dai quali traeva origine tutto il creato. La rosa a cinque petali rappresenta invece il microcosmo.

La Rosa dei Venti è raffigurata sotto forma di un cerchio che racchiude una croce doppia indicante le quattro direzioni cardinali e quelle intermedie; in essa sono quindi presenti contemporaneamente i simboli del cerchio, del centro, della croce e dei raggi della ruota solare. Lo stesso concetto può estendersi anche al rosone.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

Vediamo ora che cosa questo fiore rappresenta simbolicamente per le principali religioni della terra, iniziando con quella cristiana. Nell’iconografia cristiana, questo fiore, per la sua bellezza e fragranza, viene adoperato per indicare il ParadisoInoltre la rosa bianca è sinonimo d’innocenza, di castità e di purezza e, per traslato, è uno dei modi in cui si rappresenta la Vergine Maria, anche se in alcuni racconti – non appartenenti però alla cultura occidentale – è uno dei modi con cui può essere raffigurata la morte.

Al contrario, la rosa rossa è il simbolo della carità che, se spinta fino ai limiti estremi, può anche portare al martirio. Non a caso, infatti, una leggenda d’ispirazione cristiana vuole che il suo colore rosso sia stato generato dal sangue di Cristo sulla Croce. Ha pertanto anche il significato simbolico delle piaghe del Cristo dalle quali sgorgò il Suo Sangue per la redenzione dell’umanità. Le rose di color rosato sono l’emblema del Bambino Gesù, mentre quelle gialle quello dei Re Magi.

Possiamo osservare che la rosa assume significati fortemente contrastanti: passione e morte, gloria e resurrezione, in altre parole la vita eterna.

Nella religione cristiana queste entità costituiscono tuttavia, pur nella loro palese contrapposizione, un’unità inscindibile: infatti, non si può ottenere la resurrezione se non passando per la morte e non si può raggiungere la gloria se non transitando attraverso la passione.

La rosa è, dunque, il fiore che più d’ogni altro si presta a rappresentare metaforicamente gli eventi cardini della religione cristiana. Viene anche usata per ricordare il Sacro Graalossia la Coppa che, secondo la tradizione, fu adoperata da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena.

La Chiesa stessa è talvolta indicata nella Bibbia come Rosa di Sharon: le sue spine sono i peccati di cui essa si è macchiata nei secoli e, più in generale, quelli di tutti i credenti, mentre la rosa senza spine o Rosa Mistica è un altro titolo con il quale viene lodata la Vergine Maria, proprio per mettere in evidenza il Suo concepimento senza peccato originale (quindi senza spine).

La rosa d’oro – oltre alla perfezione ed all’incorruttibilità – è anche un simbolo del pontefice romano e quindi, per traslato, anche di Cristo, di Cui egli è il Vicario in terra. Papa Urbano II38– nel 1096, benedisse per la prima volta una Rosa d’Oro in occasione di una cerimonia, che si svolgeva fino a non molto tempo fa nella quarta domenica di Quaresima (detta per l’appunto Domenica delle Rose Domenica Laetare), considerata una sosta di giubilo nel cammino della penitenza che conduce il popolo cristiano alla celebrazione della Pasqua. Il Papa benediceva un fiore finto fatto di materiale aureo e detto appunto Rosa d’Oro, per farne dono ora ad alcune autorità civili (come il Prefetto di Roma), ora a qualche principe cattolico in segno di predilezione. Come fecero Urbano V che la assegnò nel 1367 alla regina di Sicilia Giovanna, Pio IX, che nel 1867 la donò alla regina di Spagna Isabella II.

Papa Pio XI infine, regalò la Rosa d’Oro all’allora regina d’Italia Elena di Savoia, in occasione della firma del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano. Prima dell’avvento del Cristianesimo, tra il mese di Maggio e quello di Luglio, si tenevano nell’antica Roma delle festività denominate Rosalie, e la Pentecoste, grazie anche alla sua collocazione indissolubilmente legata alla Pasqua, e quindi al periodo primaverile, prese in un certo senso il posto di queste ricorrenze pagane, così come avvenne anche per il Natale, per la cui celebrazione si scelse il 25 Dicembre, giorno nel quale si celebrava la festività del Sole Invitto.

Fino ad alcuni secoli orsono, in occasione della festa di Pentecoste, era costume far piovere sui fedeli, durante la celebrazione della Santa Messa, petali di rose e batuffoli di stoppia accesi, per ricordare che il manifestarsi dello Spirito Santo sugli apostoli avvenne attraverso la discesa di lingue di fuoco, simili appunto a petali di rose. Per tale ragione, la Pentecoste viene anche chiamata Pasqua delle Rose o Pasqua Rosata. Secondo il monaco Beda la tomba, dove Cristo fu collocato una volta deposto dalla croce, era dipinta di rosso e di bianco, dei due colori che, mescolati insieme, formano il rosa; anche in questo caso, come possiamo notare, c’è una perfetta commistione, una sintesi totale di due colori che rappresentano di per sé sentimenti opposti, contrastanti e la cui sintesi trova la sua più totale realizzazione proprio nel rosa, inteso sia come colore sia – in senso lato – come sostantivo.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE ISLAMICA

Come nel mondo cattolico la rosa simboleggia il sangue del Cristo, così in quello islamico rappresenta il sangue di Maometto, il suo profeta.

Nella Rosa di Baghdad il primo cerchio rappresenta la Legge, il secondo il Cammino, il terzo la Conoscenza e tutti e tre i cerchi insieme raffigurano la Verità ed il nome di Allah. Anche in questo caso vi sono molte analogie simboliche tra le due religioni monoteiste.

Sa’di (1184 circa – 1291 circa), mistico musulmano, fu uno dei più importanti poeti persiani; questo non è quasi sicuramente il suo nome reale, bensì il titolo con il quale venivano all’epoca chiamati i saggi ed i filosofi, e potrebbe essere l’analogo di Maestro, appellativo con il quale i cristiani chiamano talvolta Nostro Signore.

Nell’opera da lui scritta “Il Roseto” – in lingua originale Golestàn – l’autore definisce il giardino delle rose come il luogo dove si raggiunge il grado più alto della contemplazione. Questa opera è molto nota nella letteratura persiana; la sua ricchezza di simbolismi e l’importanza che ebbe per la diffusione della cultura e della lingua musulmana nei secoli successivi, la rende paragonabile alla nostra Divina Commedia scritta neanche un secolo dopo.

È sostanzialmente un importante documento che illustra la vita politica, sociale e religiosa di quel periodo nel mondo persiano, nel quale sono descritti con minuziosa cura i personaggi dell’epoca, dai principi agli schiavi, dai dignitari di corte ai ladri.

In definitiva, uno spaccato della vita quotidiana, filtrata però attraverso l’occhio benevolo di un saggio che, avendo appunto visto e sperimentato di tutto nella sua esistenza, valuta quello che lo circonda con una certa indulgenza ed in maniera abbastanza bonaria.

Il carattere dello scrittore che traspare da quest’opera è quello di un uomo ricco di doti morali, che tende a giudicare con moltissima prudenza tutto ciò che succede intorno a lui, senza emanare giudizi severi ed inappellabili anche nei riguardi di coloro che agivano disonestamente, ma sforzandosi di trovare anche in loro del bene e dei valori morali. Sotto questo punto di vista si può affermare che fosse più che giustificato l’appellativo di saggio che gli fu unanimemente riconosciuto.

Nel mondo egiziano le rose erano fiori sacri alla divinità Iside, poiché rappresentavano l’amore puro del tutto liberato dall’aspetto carnale; ma è nel mondo greco-romano che il culto della rosa ha trovato maggiore sviluppo.

LA ROSA NELLA GRECIA CLASSICA

Presso i Greci la divinità Aurora è spesso chiamata – tra gli altri da Mimnermo, poeta lirico dell’antica Grecia, vissuto tra il VII ed il VI secolo a.C. ed Omero – “La dea dalle dita di rosa” (rododaktulos), proprio perché associata al sorgere del sole. Saffo, invece, dà questo attributo alla luna. Limitandoci per questione di spazio e di tempo al solo campo della lirica, notiamo frequenti riferimenti alla rosa da parte di poeti e di lirici appartenenti a varie epoche e di stili letterari diversi: dai bellicosi Omero, Mimnermo ed Alceo ai più idilliaci Ibico, Teocrito ed Asclepiade, poeta esaltatore dell’amore.

Secondo Anacreonte le rose sono profumo per gli dei e gioia per gli uomini.

Nessun poeta greco, tuttavia, amò questo fiore più di Saffo; la quale predilige più d’ogni altro tutto ciò che è delicato, e paragona a questo fiore la bellezza delle fanciulle. Costei, inoltre, intitola “Le rose della Pieria” una sua composizione, volendo con questo identificare l’intera sua poesia con il suo fiore prediletto. Presso gli antichi Greci, la rosa è il simbolo della gioia, della bellezza, dell’amore e del desiderio; era il simbolo della dea Afrodite, veniva coltivata nei giardini funerari ed era spesso ornamento di tombe, per garantire al defunto il raggiungimento dell’immortalità nell’altra vita.

Corone di rose adornavano poi le statue del dio Dioniso ed erano anche al collo delle sue scatenate seguaci, le Baccanti. Dioniso era, fra l’altro, il dio del vino e ghirlande di rose cingevano coloro che partecipavano ai banchetti in onore di questa divinità, proprio perché si credeva che tale fiore era in grado di tenere lontano gli effetti negativi – come ad esempio il mal di testa – che un abuso di questa bevanda poteva provocare, od anche perché si riteneva che aiutasse le persone ubriache (molto comuni tra i seguaci di questa divinità) a non rivelare i segreti di cui erano a conoscenza e che sotto l’influsso della ebbrezza avrebbero potuto esternare.

Fu molto probabilmente anche per questo motivo, che la rosa è poi diventata simbolo della riservatezza.

Con la rosa erano poi raffigurati il dio Helios e le Muse oltre alla già citata Eos, dea dell’aurora.

LA ROSA NELLA ROMA LATINA

Anche presso gli antichi Romani la rosa rivestì una notevole importanza; così come presso i Greci, era uno dei fiori con il quale venivano adornate le tombe.

Ciò avveniva principalmente in cerimonie chiamate Rosalia che avevano luogo, secondo la località in cui erano svolte, in un periodo compreso tra il mese di Maggio e quello di Luglio; in questi riti si offrivano delle rose ai Mani, le anime dei defunti ritenute divinità protettrici del focolare domestico. Anche la dea degli inferi, Beate, veniva talvolta raffigurata con una corona di rose sul capo.

Era poi consuetudine gettare petali di rose al passaggio dell’imperatore ed era fatta di rose la corona che egli portava sul suo capo. Il poeta latino Decimo Magno Ausonio associa alla rosa la fugacità della vita; in un suo idillio egli recita: “Uno sola giornata comprende la vita della rosa; essa in un solo attimo congiunge la giovinezza e la vecchiaia”, riprendendo il motivo del carpe diem oraziano ed anticipando temi che troveranno ampio spazio nel Rinascimento.

Anche molte iscrizioni funebri riprendono questo tema; ne sono state trovate alcune, deposte soprattutto per ricordare chi era defunto in età giovanile, con scritto: “Nacque e subito morì, proprio come una rosa”. Nel romanzo “L’Asino d’oro” di Lucio Apuleio, la dea Iside promette a Lucio, trasformato da un maleficio in un asino, di farlo ridiventare uomo durante una processione dedicata alla dea, non appena costui avesse mangiato una corona di rose che il sacerdote di Iside gli avesse consegnato.

Si riteneva, quindi, che la rosa fosse dotata di poteri magici e che fosse alla base di ogni processo di rigenerazione che riguardava l’essere umano.

Questo è anche testimoniato dall’affinità del termine latino rosa con quello ros che sta ad indicare pioggia, rugiada, elementi indispensabili allo svilupparsi ed all’evolversi della vita sulla terra. A proposito di quanto ora detto, è abbastanza singolare che il nome rosa sia comune in quasi tutte le lingue europee, con piccole varianti: die Rose in tedesco; rose in francese, danese, inglese; rosa in spagnolo, italiano ed ancor prima in latino; roza in ungherese; ros in svedese; royz in yiddish, solo per citarne qualcuna.

Trattandosi sia di lingue derivate dal latino che da altri ceppi, possiamo a ben ragione affermare che questo fiore abbia diritto di essere considerato un elemento unificatore del nostro continente. Nell’alchimia e nelle scienze magiche in genere, la rosa bianca e quella rossa sono ritenute gli elementi primordiali di cui si ritiene composta la materia esistente: la prima come sostanza “volatile” e la seconda come ingrediente “in combustione”. Secondo questa teoria, la pluralità delle forme della materia è da attribuirsi proprio ad un diverso rapporto tra le due sostanze base.

SIMBOLOGIA DELLA ROSA

L’unione tra la rosa e la croce – oltre ad essere alla base della figura del rosone – è il simbolo dei Rosacroce, setta di impronta evangelica che nacque in Germania nel XVII secolo, per diffondersi successivamente in Francia. Il loro nome deriva da un adepto della setta, il cavaliere tedesco Kristian Rosenkreuz, vissuto nel secolo XV, la cui tomba venne scoperta in Marocco. I “Rosacrociani”, che si vantavano di predire l’avvenire e di poter guarire malati incurabili, avevano per simbolo una rosa a cinque petali posta al centro di una croce.

Questo emblema ricalca, peraltro, quello di Martin Lutero . Nel mondo della massoneria la rosa riveste un’importanza fondamentale; durante il funerale di un “fratello” è, infatti, costume gettare nella tomba tre rose di colore diverso, dette Rose di San Giovanni che significano amore, luce e vita. Il 24 Giugno, giorno della festività di San Giovanni è consuetudine decorare gli interni di ogni loggia massonica con tre rose di diverso colore. Anticamente i Germani eseguivano in onore della divinità Ziu (l’equivalente del dio Marte) la “Danza della spada”, nella quale veniva simulato un combattimento tra giovani ballerini. Costoro, al termine della danza, univano le punte delle loro spade in modo da formare una rosa, e portavano in trionfo il corifeo, ossia colui che aveva guidato il ballo propiziatorio.

Sempre nella cultura tedesca – soprattutto nella poesia popolare – la frase Im Rosengarten sein” (Essere nel Giardino delle rose) ha un doppio ed opposto significato, uno dei quali indica l’amore casto e puro, l’altro, invece l’amore in senso passionale, biblico, che deriva da un rapporto carnale: un altro esempio della dualità che questo fiore è capace di concentrare in sé.

Nel mondo cinese la rosa non riveste quella importanza simbolica che ha invece nelle nostre latitudini; essa viene il più delle volte associata alla gioventù, in ogni caso mai all’amore. Nel campo dell’araldica le rose sono di solito raffigurate in maniera stilizzata, con cinque, sei oppure otto petali. Tra gli emblemi dove questo fiore viene raffigurato, ricordiamo quelli già citati delle casate dei Lancaster (rosa rossa) e degli York (rosa bianca) , dei Tudor (rosa con petali bianchi striata di rosso), dei principi tedeschi di Lippe, dei conti di Altenburg. Infine, tra le città nei cui stemmi appare questo fiore, ricordiamo quella inglese di “Southampton” (una rosa rossa e due bianche), e quella tedesca di Lipstadt.

FONTE : Corrado Colafigli e Maurizio Saudelli – Spigolando tra le Rose

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Religione

KRYSTOS E KRISHNA

Krishna1

Che strano mondo in cui viviamo! La Chiesa cattolica ha sempre saputo che il Cristianesimo non comincia con Gesù Cristo, ma ancora si cerca di farci pensare di sì.

Agostino d´Ippona (354-430 d.C.) ha scritto: “Questo, ai nostri giorni, è la religione cristiana, che non era sconosciuta in tempi passati, ma ha recentemente ricevuto quel nome.”

Eusebio di Cesarea (ca. 283-371 d.C.), dichiarava: “La religione di Gesù Cristo non è né nuova né strana.”

In Anacalypsis, l´orientalista britannico e iconoclasta del sec. XVII Godfrey Higgins ha insistito che il Cristianesimo era già saldamente in atto sia in Occidente, sia in Oriente, molti secoli prima della nascita di Gesù Cristo. Egli dice: “I Crestian o cristiani d’Occidente probabilmente sono derivati direttamente dai buddisti, piuttosto che dai brahmani. (Vol. 2, pp 438, 439.)

L’esistenza dei cristiani, in Europa e in India, è di gran lunga anteriore all’era cristiana … (Vol. 2, p. 202.) Penso che la maggior parte dei devoti accecati e creduloni debba acconsentire che abbiamo l’esistenza del Cristna dei bramini in Tracia, molte centinaia di anni prima dell’era cristiana e della nascita di Gesù Cristo. (Libro X, p. 593.)

“Melito (un vescovo cristiano di Sardi), nell’anno 170, chiede il patrocinio dell’imperatore per l’ora cosiddetta religione cristiana, che egli chiama “la nostra filosofia”, a causa della sua alta antichità, poiché è stata importata da paesi che si trovano oltre i limiti dell’impero romano, nella regione del suo antenato Augusto, che vi ha trovato un importazione auspicio di buona fortuna per il suo governo”. Questa è una dimostrazione assoluta che il Cristianesimo non ha avuto origine in Giudea, che era una provincia romana, ma in realtà era una favola esotica orientale, importata dall’India, e che Paolo faceva, come egli stesso sosteneva, la predicazione di un Dio manifestato in carne, che era stato “creduto nel mondo” secoli prima del suo tempo, e una dottrina che era già stata predicata «ad ogni creatura sotto il cielo”. (Bible Myths and Their Parallels in Other Religions; T. W. Doane, p. 409.)

Storici religiosi hanno per centinaia di anni ha lottato per scoprire come e perché le storie di Gesù e Krishna, che sono nati a 2000 anni di distanza, siano così quasi identiche.

� Sia Cristo sia Krishna discesero da Noah.

� La futura nascita di entrambi i messia era stata prevista prima del tempo.

� Cristo discendeva da Abramo.

� Krishna era il padre di Abramo (Brahma).

� Cristo è al tempo stesso un Koresh, un ebraico e uno Yehudi.

� Krishna era al tempo stesso un Kuru, un Abhira e un Yadava.

� Cristo è l’incarnazione di Yah-Veh.

� Krishna era al tempo stesso una incarnazione di Vishnu e Shiva.

� Il nome di Cristo, Gesù, è Yeshua.

� Un titolo di Krishna, che significa “amore, la devozione, ” è stato Yesu. Ancora oggi, molti genitori indù danno ai loro figli il nome Yesu Krishna.

� Entrambi gli uomini sono nati da vergini e in una stalla.

� La madre di Krishna si chiamava Devaki.

� La madre di Gesù si chiamava Maria.

� Krishna non ha avuto un padre terreno in quanto tale, ma un protettore, di nome Vasudeva.

� Gesù non ha avuto un padre terreno in quanto tale, ma un protettore mortale di nome Giuseppe.

� Un empio re cercò di uccidere Cristo e Krishna, quando entrambi erano bambini.

� Per proteggere il bambino Gesù, Giuseppe e Maria lo portarono a Maturai, in Egitto.

� Per proteggere il bambino Krishna, i suoi genitori, Vasudeva e Devaki, lo portarono a Mathura, India.

� Era previsto che entrambi gli uomini sarebbero morti per espiare i peccati del loro popolo.

� Come avrete probabilmente notato, si rifugiarono in luoghi che hanno nomi quasi identici.

� Entrambi gli uomini predicavano al loro popolo.

� Cristo è stato crocifisso e risorto. Krishna è stato ucciso da una freccia di un cacciatore e impalato su un albero. Più tardi, è tornato alla vita.

� Cristo fu crocifisso a Gerusalemme.

� Alcuni studiosi pensano che l´indù Krishna sia morto a Gerusalemme, dove era andato quando la sua città costiera di Dwarka sprofondò sotto il mare. Altri dicono che andasse in Iraq.

� Cristo apparve dopo la sua “morte”. Krishna apparve dopo la sua “morte”.

� Entrambi hanno una festa importante dedicata loro il 25 dicembre.

� Cristo aveva un´ammiratrice femmina di nome Maria Maddalena. Krishna aveva un´ammiratrice femmina di nome Marya Maghadalena.

I cristiani fanaticamente settari e gli indù militanti respingono entrambi l’idea che le storie di queste due divinità siano correlate. I cristiani accusano gli indù di offuscare l’identità in oggetto. Alcuni sostengono addirittura che il diavolo stesso è l´ispiratore del culto indù, e simmetricamente pensano altri indù rispetto al culto cristiano. Purtroppo, nessuna delle due parti può provare o smentire nulla. In questo articolo, cercherò di chiarire questo mistero una volta per tutte.

L’equivalente indù della storia di Abramo, secondo il nostro Antico Testamento.

La storia inizia con il nostro Abramo o Brahma, come gli indù lo chiamavano. Suo padre era il Signore Krishna, suo fratello era Mahesh a.k.a Maheshvara che sarebbe stato il nostro Mosè (Eb: Moshe).

La triade induista consiste degli Dei Brahma, l’equivalente del nostro Dio, e gli Dei Shiva e Vishnu. In realtà Shiva e Vishnu sono la stessa divinità. Insieme, essi sono Brahma (Dio). Oggi in India, ci sono solo due templi dedicati al dio Brahma, perché gli Indù dicono che l’umanità non è ancora pronta ad adorare un tale alto concetto.

La prova Hindu che Gesù è il Figlio di Dio!

La Bibbia ci dice che Gesù era sia Shiva sia Vishnu, perché i nomi biblici di Gesù sono ISA / Isha (Shiva), Yeshua (Skt. Yishvara, pronunciato in sanscrito come Yeshwara), Kristos, e Yesu, un altro nome di Krishna. Anche in India, Lord Krishna fu ed è ancora chiamato Yesu Krishna e Kristna. Questi nomi ci dimostrano che Gesù era tanto Shiva che Vishnu, rendendo così Gesù il Figlio unigenito del non generato Brahma.

Le informazioni precedenti ci mostrano che gli indù sono come i cristiani. Di più, gli indù sono in grado di dimostrare che Gesù era il figlio di Dio, ma dobbiamo accettare questo come un problema di fede. Anche così, non mancano le sette cristiane che vogliono “convertire” gli indù al loro modo di pensare, anche se dobbiamo accreditare agli indù l’onore di provarci che Gesù è il Figlio di Dio. Ma gli indù non hanno nessun bisogno di essere convertiti alla conoscenza spirituale che loro stessi ci hanno trasmesso. Sono stati “convertiti” migliaia di anni prima che il nostro Gesù nascesse. Io dico, lasciate stare.

Poiché Krishna non è nato da uomo, non era in realtà il padre terreno di Brahma e Mahesh. Pertanto, egli stesso era il protettore (Tara) di Brahma. In sanscrito, Tara significa “Salvatore, protettore”. Si tratta di un termine generalmente usato con gli dèi Rudra, Shiva, Vishnu e Brahma. Anche il nostro Testamento dice che il padre (protettore) di Abramo è stato Tare (Genesis 11:26.) La Bibbia dice che Abramo e Sara erano fratellastri. (Genesis 12:19-20.). I libri sacri indù parlano anche di un vincolo di parentela fra loro. I Purana mettono in relazione Sarasvati con Brahma e Vishnu. Più di frequente, è associata a Brahma. Il suo legame con lui data prima che con qualsiasi altro Dio. È interpretata soprattutto come moglie e, occasionalmente, come sua figlia. Quando la popolarità di Vishnu in India si accrebbe, apparvero i miti che ponevano Saraswati in relazione con lui. (Ref: Sarasvati and the Gods; http://www.vishvarupa.com.) Pertanto, Brahma e Vishnu sarebbero anche stati il Tara (Tare) di Sarasvati e la causa della sua origine divina.

La patria di Abramo o Brahma era la terra di Haran (Genesi 1:4.). Haran era il principato costiero governato dal Krishna. Era anche il suo nome, perché Hara (dio del sole) è un altro nome di Krishna. Brahma / Abraham era di 75 anni quando lasciò Haran.

Proprio come Cristo fu crocifisso su una croce e poi tornò alla vita, Krishna, conosciuto anche come Haran, fu crocifisso su un albero e poi tornò alla vita. Questo fatto sembra causare una certa confusione nella Bibbia. (Leggi Genesis 11:26-31).

C’è anche un´altra “Haran” in India, nello stato attuale di Haryana. E’ la regione in cui Abramo decise di smettere di fare gli idoli e di offrire il culto ad un solo Dio. Brahmavarta, una regione nel nord-est Haryana, si dice che sia il luogo in cui l’umanità è stata dapprima creata. (Varta = abitazione). Brahmavarta fu il luogo della guerra Kuruksetra tra i Kuru e i Pandava, in cui il Signore Krishna si distinse. Un antico fiume sacro, ora prosciugato, il Sarasvati, un tempo scorreva attraverso Brahmavarta. La Hakra (la biblica Haggar) era un affluente del Sarasvati. Le relazioni di queste tre entità geografiche hanno un senso. Se Brahma realizzò il canale o letto del fiume Sarasvati, Brahmavarta avrebbe potuto essere il padre simbolico o fratello di Sarasvati. Hakra (Haggar), essendo un affluente del Sarasvati, dipendeva da Sarasvati. Così che cosa furono realmente Abramo, Sarah, e Haggar? Persone, cose o luoghi?

Ho affermato che la Bibbia menziona Haran e Haryana. I libri sacri indù anche dicono che Brahma / Abraham visse in Ur dei Caldei. Ur è un nome sumero per “città”. Caldeo (pronunciato Kaldee) deriva dal sanscrito Kaul, una casta Brahman, e Deva (semi-dio). I Kauldevas sono idoli adorati nel Nord dell´India che rappresentano gli antenati. Secondo gli indù, Brahma sposò Sarasvati in Caldea, nella parte che ora è l’Afghanistan.

L´Afghanistan settentrionale era chiamato Uttara Kuru ed era un grande centro di apprendimento. Una donna indiana andò lì per studiare e ricevette il titolo di Vak cioè Saraisvati (Lady Sarah). Si crede che Brahm, il suo insegnante, rimanesse così colpito dalla sua bellezza, istruzione e potente intelletto, che l’aveva sposata. (The Hindu History, di Ashkoy Kumar Mazumdar; p. 48, passim.) Lord Krishna, il padre divino (Tare / T, ra) di Brahma / Abraham, era il re di Haran, di cui il porto di Dwarka era la capitale.

Intorno al 1900 a.C., centinaia di migliaia di indiani abbandonarono l’India settentrionale e centrale, e fuggirono verso il Medio Oriente dopo che la Dwarka di Krishna era affondata sotto l’acqua.

Krishna radunò la sua famiglia e fuggì insieme a loro per il Medio Oriente, quello che oggi è l’Iraq. Solo gigantesche catastrofi naturali, come terremoti e inondazioni, potrebbero aver causato un tale esodo. Fu in quel momento che il Saraisvati e l’Indo cambiarono i loro letti. Il Saraisvati rimase prosciugato.

Il prosciugamento del Saraisvati… provocò una migrazione importante della popolazione centrata intorno al Sindhu e alle valli Sarasvati, verso l´ovest dell’India. Fu subito dopo questo periodo che l’elemento Indico comincia ad apparire in tutta l’Asia occidentale, l’Egitto e la Grecia. (Indic Ideas in the Graeco-Roman World, di Subhash Kak, da IndiaStar rivista letteraria on-line; p. 14.)

E Giosuè disse a tutto il popolo: i vostri padri venne ad abitare qui … un tempo, anche Tare, il padre di Abramo, e il padre di Nachor, e servirono altri dèi.

E io presi il padre vostro Abramo dall’altro lato del diluvio, e l´ho portato in tutto il paese di Canaan … (Giosuè 24:2-3).

Molte persone non capiscono come si spiega la frase di Giosuè su “l’altro lato del diluvio”. Pensano che si riferisca al diluvio di Noé. Si riferiva invece al momento in cui la Dwarka del Dio Krishna e la provincia di Haran, nel Gujarat di oggi, affondarono sotto l’acqua intorno al 1900 a.C. Abramo, Sara, e i loro seguaci scapparono verso sud, fino ai porti costieri di Kalyan e Sopara (Sophir o Sauvira), in Maharashthra. Da lì, navigarono verso nord per il Medio Oriente. Sarah (Sarasvati), s´imbarcò dal porto di Kalyan. Una volta, Kalyan si trovava vicino alla costa, ma ora si trova più di 50 chilometri verso l’interno. Sarasvati è la santa patrona di Kalyan. Il santo patrono di Sophir o Sauvira era Parasu Rama (forse un nome del nostro biblico Abramo / Brahma).

L´autore indiano Paramesh Choudhury, che ha scritto The India We Have Lost, sostiene che Krishna e la sua famiglia probabilmente fuggirono in Iraq. Ma io sono certo che andarono a Gerusalemme. Gerusalemme è una parola che deriva dal sanscrito: Yadu-Ishalayam, che significa “La Santa Roccia della tribù Yadu”. Lord Krishna era uno Yadu. I musulmani venerano ancora questa enorme roccia sotto la Cupola della Roccia di Gerusalemme, Monte del Tempio.

Fino ad ora, mi sono chiesto perché il nome di Krishna non compare a Gerusalemme dopo il suo arrivo. Tuttavia, il nome del re di Gerusalemme, Melchizedek, Il mentore di Abramo, compare. Una volta ho pensato che Melchizedek fosse il nome di una certa persona. Ho fatto questo errore pensando che un principe e un figlio di un re Kassita, Melik-Sadaksina, fosse un principe dotato di poteri soprannaturali, mago e gigante spirituale. Ho pensato che avesse accompagnato Krishna, Abramo e Sara per il Medio Oriente. Più tardi, mi resi conto che la parola sanscrita Sadhaka si applica a chiunque sia un adepto, un mago, uno in possesso di poteri soprannaturali acquisiti dal culto di una divinità o pronunciando canti magici.

Ho inoltre mostrato in questo articolo che le parole del Nuovo Testamento per Gesù si riferiscono tutte a Lord Krishna e al suo santo nome. I primi cristiani erano convinti che Melchisedec fosse solo una prima incarnazione di Gesù Cristo, i resti del manoscritto di Nag Hammadi diritto Melchizedek sembrano confermare questo. Melchizedek, Re di Gerusalemme e mentore del figlio di Abramo, non era altro che l´antico Dio dell’India, Krishna. I primi cristiani pensavano che Gesù fosse una reincarnazione di Krishna, che per altro aveva il nome Yesu Kristna, Isa, Krishna, ecc?

Afferma san Paolo nel libro degli Ebrei, del Nuovo Testamento:

Dove il precursore è entrato per noi, anche Gesù, sommo sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec. (6:20). Per questo Melchisedec, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, che ha incontrato Abramo al ritorno dalla macellazione dei re, e lo benedisse … (7:1), perché era ancora nei lombi di suo padre, quando Melchisedec l´incontrò. (7:, 10 );… che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec … (7:11); Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (7, 17);

In chiusura di questo articolo, voglio parlare del malcontento che ho sempre avuto con i settari fanatici religiosi che urlano che solo loro hanno ragione e che tutti gli altri sbagliano. Spesso insultano, imprecano, irridono, e respingono coloro con i quali non sono d’accordo, sperando di chiudere la bocca degli antichi. In molti casi, queste dispute religiose su presunte “differenze” causano diffusi spargimenti di sangue e miseria nel mondo. Io sono un cattolico e fiero di esserlo. Ma mi dispiace quando sento i sacerdoti, suore e laici predicare che chi non è un cattolico va verso l’inferno.

La parola “cattolico” deriva dal sanscrito Ketu-Loka, che significa ” Leader universale”. Ma come può essere una religione “universale” se è esclusiva, bloccata rispetto a nazioni come l’India, che non solo ai cattolici hanno dato la loro bibbia, ma anche quel Cristo che loro venerano? Ho mostrato come il parallelo tra la nostra Bibbia e i libri sacri indù concordi quasi perfettamente, da ogni punto di vista linguistico, culturale, spirituale, ecc. Anche la relazione incestuosa tra Brahma e Sarasvati corrisponde con quella di Abramo e Sara. L´India ha bene il diritto a essere la vera terra santa di tutta l’umanità. Le principali differenze tra cristiani e indù derivano dal fatto che la forma indù del cristianesimo rimase in India, e che il cristianesimo occidentale sappiamo che è stato esportato all’estero. Naturalmente, la separazione geografica ha causato alcune variazioni nei due insegnamenti simili, così come culturalmente. Inoltre, dobbiamo tenere presente che, per molte centinaia di anni, queste storie sono state tramandate oralmente, di padre in figlio. Modifiche, abbellimenti, e opinioni diverse si sono infiltrate attraverso le fibre del tessuto principale.

Si tratta di una strana anomalia che le nostri sette cristiane vogliano convertire gli indù agli stessi insegnamenti religiosi che quest’ultimo ha dato al mondo e ancora pratica!

Ho ampiamente dimostrato che tutti noi, non importa quali siano le nostre rispettive religioni e nazionalità, siamo i nipoti dell´India, Potrà questa conoscenza aiutarci a mantenere noi stessi e il mondo?

Se, giunti fino a qui, non vi siete ancora convinti che Melchisedec era Lord Krishna, e che Gesù è l’incarnazione di Krishna (Melchisedek), come Paolo stesso ha spiegato, non ho più altra risorsa, se non darvi una prova solida direttamente dalla bocca degli Indù stessi! Questo dovrebbe porre fine alla questione. Si tratta di un fatto verificabile che uno dei nomi di Krishna era Sàdhaka. Essendo un re, a Krishna ci si sarebbe dovuti rivolgere come Malika (Re) Sadhaka. Se siete ancora in dubbio, andate al sito e digitare Krishna sàdhaka. Potrete avere da subito tutte le prove che desiderate.

FONTE : www.antikitera.net

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Gnosticismo

LA VISIONE GNOSTICA

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Gran parte delle religioni cristiano-gnostiche teorizzavano che da Dio Primo Eone fossero state generate più coppie di eoni composte sempre da un eone maschile e uno femminile. Da qui dunque la natura sia maschile che femminile di Dio (Dio inteso come Madre e come Padre assieme). Dio e gli eoni nel loro complesso formavano il PLEROMA.

Gli eoni dunque rappresentano le varie emanazioni del Dio primo, noto anche come l’Uno, la Monade, Aion Teleos (l’Eone Perfetto), Bythos (greco per Profondità), Proarkhe (greco per Prima dell’Inizio), Arkhe (greco per Inizio). Questo primo essere è anch’esso un eone e contiene in sé un altro essere noto come Ennoia (greco per Pensiero), o Charis (greco per Grazia), o Sige (greco per Silenzio). L’essere perfetto, in seguito, concepisce il secondo ed il terzo eone :  il maschio Caen (greco per Potere) e la femmina Akhana (Verità, Amore).

Nella tradizione gnostica, il nome SOPHIA è, assieme a quello di Cristo, attribuito all’ultima emanazione di Dio. Nella maggior parte, se non in tutte le versioni della religione gnostica, Sophia provoca un’instabilità nel Pleroma, contribuendo alla creazione della materia. Il dramma della redenzione di Sophia attraverso Cristo o il LOGOS è il dramma centrale dell’universo.

Nei codici di Nag Hammadi, Sophia è la syzygy di Gesù Cristo (essendo stata coemanata con lui, forma un’unità con Cristo), ed è identificata nello Spirito Santo della Trinità. Nel testo “Sull’Origine del Mondo”, Sophia è dipinta come Colei che generò senza la sua controparte maschile. In questo modo venne originato il DEMIURGO (Satana), ovvero il Dio ebraico YAHWEH (anche noto come Yaldabaoth, Samael, o Rex Mundi per i Catari). Questa creatura, responsabile della creazione dell’universo materiale, non apparteneva al pleroma e non sarebbe mai dovuta esistere, poiché appunto Sophia la generò senza il suo SYZYGY Gesù Cristo, tentando di aprire una breccia nella barriera tra lei e l’inconoscibile Bythos. Nella creazione del mondo materiale ad opera Demiurgo però, Sophia riuscì ad infondere la sua Scintilla Divina (PNEUMA) nella materia, impermeando dunque il creato della sua Divinità (Divinità dunque presente nel cosmo e quindi in tutte le forme di vita sotto forma di anima), e rovinando i piani del Demiurgo. Riaccendendo la scintilla divina che è in lui infatti, l’uomo si risveglia dagli inganni del Demiurgo e del mondo materiale, e accede alla Verità oltre la realtà. Cristo giunse sulla terra proprio al fine di risvegliare negli uomini la loro divinità (la Sophia che è in loro) indicando all’umanità la via per raggiungere la gnosi ovvero il ritorno al pleroma.

Inoltre Sophia è dipinta anche come Colei che distruggerà Satana/Yaldabaoth/Yahweh e questo universo di materia con tutti i suoi Cieli. Più tardi in “Sull’Origine del Mondo”, viene detto:

<< Ella li getterà giù nell’abisso. Loro (GLI ARCONTI) saranno perduti a causa della loro cattiveria. Diverranno come vulcani e si consumeranno l’un l’altro finché non periranno per mano del primo genitore. Quando questi li avrà distrutti, si rivolgerà contro se stesso e si distruggerà finché non cesserà di esistere. Ed i loro cieli precipiteranno uno sull’altro e le loro schiere saranno consumate dal fuoco. Anche i loro reami eterni saranno rovesciati. Ed il suo cielo precipiterà e si spezzerà in due. […] essi precipiteranno nell’abisso, e l’abisso sarà rovesciato. La luce vincerà sull’oscurità e sarà come qualcosa che mai fu prima >>

Anche il Vangelo di Giuda, recentemente scoperto, tradotto e poi acquistato dalla National Geographic Society menziona gli eoni e parla degli insegnamenti di Gesù al loro riguardo. In un passo di tale Vangelo, Gesù DERIDE i discepoli che pregano l’entità che loro credono essere il vero Dio, ma che è in realtà il malvagio Demiurgo.

Gli gnostici ofiti, o naaseni veneravano il SERPENTE, perché, come narrato nella Genesi (3,1) era stato mandato da Sophia (o era lei stessa nelle sue sembianze) per indurre gli uomini a nutrirsi del frutto della conoscenza, al fine di infondere in loro la gnosis di cui avevano bisogno per svegliarsi dagli inganni del malvagio Demiurgo ed evolversi a Dio.

IL LUCIFERO GNOSTICO

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Accanto alla tradizione teologica e letteraria riguardo Lucifero si sviluppò, già nei primi tempi di fioritura e di espansione delle dottrine cristiane, una corrente gnostica che tentò la reinterpretazione della figura luciferina in chiave salvifica e liberatrice per l’uomo dalla tirannia del Dio Creatore. Secondo tale dottrina, che ha radici tanto nel Marcionismo quanto nel Manicheismo13, il SERPENTE/LUCIFERO descritto nel Genesi sarebbe colui che ha indotto l’uomo alla conoscenza, la scientia boni et mali, e dunque all’elevazione dell’uomo a divinità, pur contro la volontà del Dio supremo che avrebbe voluto invece mantenere l’uomo quale suo suddito e schiavo, cioè quale essere inferiore.

In tale dottrina il nome Satana scompare quasi del tutto in favore del nome Lucifero, che viene interpretato alla lettera come “Portatore di luce” e viene perciò eletto quale salvatore dell’uomo. Tutto ciò è in evidente antitesi con la concezione classica del Cristianesimo, secondo la quale invece l’aspetto luminoso di Satana è solo un mascheramento e uno strumento di seduzione.

Comunque l’idea di Lucifero come principio positivo nonché il suo accostamento alla figura di PROMETEO saranno dei motivi ripresi da una lunghissima tradizione gnostica e filosofica che nella storia ha trovato echi nell’ILLUMINISMO, nella MASSONERIA, nel ROSACROCIANESIMO, nel Romanticismo di Byron, di Shelley, di Baudelaire e persino di Blake.

In tempi più recenti si ritrovano richiami a Lucifero nella teosofia di MADAME BLAVATSKY e nella sua contemporanea derivazione New Age inaugurata da Alice Bailey ; in ultimo certo si può aggiungere a tale lista anche il cosiddetto transumanesimo, nonché i movimenti neopagani radunati sotto al nome di WICCA.

Si può notare come una certa critica storico-filosofico contemporanea veda nell’ONU e nei suoi fondamenti ideologici una malcelata forma di venerazione del Lucifero gnostico, ammettendo che proprio la New Age sarebbe il sostrato ideologico delle Nazioni Unite.

Tutta questa enorme cultura, la cui matrice luciferica è rimasta sempre più o meno celata, può essere compendiata nel termine luciferismo (o luciferianesimo) inteso come controparte del satanismo, ove quest’ultimo accetta l’identificazione di Lucifero e Satana e anzi venera proprio l’aspetto tenebroso e demoniaco di Lucifero/Satana, mentre la visione luciferiana usualmente non accetta tale identificazione oppure l’accetta solo per risolvere l’aspetto satanico nell’aspetto luciferino (cioè l’aspetto tenebroso nell’aspetto luminoso). Posto che satanismo e luciferismo non si oppongono l’uno all’altro, il culto di Lucifero come entità spirituale oppure più semplicemente come simbolo ideale ha come presupposti teologico-filosofici l’identità fra DIO E SOPHIA (la Sapienza) e dunque la divinità della luce di conoscenza nell’uomo, nonché infine la benignità essenziale di qualsiasi entità che sia Portatore di luce, cioè portatore di conoscenza. Secondo tale visione dunque CRISTO E LUCIFERO o sono figure complementari oppure sono addirittura la stessa persona in due aspetti e momenti diversi, per cui il Satana che compare nei Vangeli sarebbe stato anche il tentatore di Lucifero all’inizio dei tempi (il che presuppone la non-identità fra Lucifero e Satana).

FONTE

WIKIPEDIA, L’Enciclopedia Libera

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