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IL DIRITTO ORIGINARIO ALLA TERRA

Il “Marco Temporal” in Brasile

1. Introduzione

Il 22 ottobre 2020 è stato rimandato il processo che avrebbe deciso le sorti delle terre indigene in Brasile. La data è stata prorogata dal presidente del tribunale federale, il ministro Luiz Fux, senza nessuna motivazione e senza una data ufficiale. La corte è stata chiamata a pronunciarsi sul caso particolare mosso dallo stato di Santa Catarina contro la demarcazione della terra indigena “Ibirama-Laklanõ”, del popolo Xokleng. Il ricorso straordinario mosso dal governo dello stato del nord-est brasiliano muove dalla tesi giuridica del “marco temporal”, una linea di demarcazione temporale che restringe i diritti dei popoli indigeni e ne minaccia l’esistenza. Proprio quest’ultimo dovrà essere definito dal tribunale in ultima istanza come criterio generale applicabile a tutti i casi di demarcazione sul territorio nazionale. Dunque non verrà messo in discussione soltanto il diritto alla terra del popolo Xokleng, ma verrà definitivamente giudicata una tesi giuridica che, se legalizzata, minerà il diritto originario alla terra di tutti i popoli indigeni.

La proroga del processo e della proposta stessa del limite temporale coincide con il pensionamento del ministro Celso De Mello e, conseguentemente, dell’insediamento di un nuovo membro della corte. Tale ministro verrà scelto dal presidente in carica, Bolsonaro. Eloy Terena, avvocato dell’Apib (-Articulação dos povos indígenas do Brasil) sostiene che questa manovra è stata attuata per attendere l’insediamento del nuovo giudice della corte, Kássio Nunes Marques, scelto dal presidente già nei primi giorni di questo mese. Il ministro Nunes ha più volte sottolineato la sua approvazione al “marco temporal” ed ha già ha sentenziato contro i popoli indigeni.

2. Lo spazio del conflitto

Il Brasile è dunque nuovamente attraversato da un conflitto di natura giuridica. La causa del conflitto risale ad un giudizio espresso dall’Advocacia-geral da União nel 2017 che rimette in discussione una sentenza emessa nel 2009 dalla corte del tribunale supremo brasiliano riguardante la demarcazione della TI “Raposa do Sol” nello stato di Roraima. La sentenza concludeva che la terra dovesse spettare agli indigeni in quanto la loro assenza su tale area durante la data di promulgazione della costituzione brasiliana il 5 ottobre 1988 era dovuta a ragioni di natura conflittuale. L’area venne demarcata in conseguenza a tale giudizio, secondo il quale le popolazioni locali videro la propria terra oggetto di continui saccheggi che furono la causa del loro allontanamento temporaneo. Ma cosa succede quando gli indigeni che rivendicano la propria terra oggi non erano presenti nell’area il giorno in cui la costituzione è entrata in vigore? Oppure quando essi non possono dimostrare l’effettivo legame con quel territorio e comprovare il loro essere stati cooptati ad abbandonare quel luogo, costretti al conflitto dagli stessi usurpatori per decenni e generazioni? La proposta del limite temporale, se reputata applicabile ad ogni singolo caso di demarcazione, porterebbe a classificare come terre indigene soltanto quelle in cui il popolo indigeno che ne richiede la delimitazione possa comprovare la propria presenza su tale territorio durante la data di promulgazione della costituzione brasiliana, e ignora dunque il fatto che le popolazioni indigene prima del 1988 non avevano autonomia giudiziaria per lottare per i propri diritti e che potrebbero essere stati costretti ad un allontanamento da quello stesso territorio che adesso rivendicano. Per questo motivo essi gridano che il loro passato non inizia il giorno in cui la costituzione brasiliana viene resa effettiva, come sosterrebbe il “marco temporal” implicitamente, né, tantomeno, le sottrazioni dei terreni abitati dagli indigeni sono avvenuti dopo la caduta del regime dittatoriale in Brasile. Ma a quanto pare, il giudizio espresso quel giorno dalla corte suprema diventò criterio per stabilire la legittimità di tutte le richieste di demarcazione delle terre indigene.

Ma facciamo un passo indietro: quali sono i passaggi che costituiscono il processo di istituzione della terra indigena e quali i criteri che ne definiscono lo status giuridico di riserva? Negli anni ’70 del secolo scorso nascono le prime rivendicazioni organizzate in veri e propri movimenti. Una caratteristica di questi movimenti indigeni è la ricostruzione di un passato originario e diversificato dalla storia dello stato-nazione. Il passato indigeno rivendicato da un gruppo fa parte della memoria etnica e questa identità particolare che richiama la memoria è legata ad un territorio specifico, con tutto quello che comporta (compresi i conflitti); il territorio viene considerato essenziale e determinante per la costruzione identitaria del gruppo. Sono state infatti le minacce alla terra a far da base per l’insorgere di un discorso etnico che negli anni conseguenti alla costituzione ha cominciato a fiorire nel paese. Dunque, il diritto all’esclusività di un territorio è il primo punto che i movimenti indigeni hanno inserito nella propria agenda politica, in funzione della propria sopravvivenza etnica e del territorio lavorato collettivamente e di uso comunitario (e dunque non per il surplus del capitale). Si capisce come questa visione contrasti con quella di una terra destinata soltanto allo sfruttamento economico.

Negli anni ’90 gli Stati nazionali cominciano ad accogliere le richieste indigene e la costituzione finalmente si apre all’integrazione di alcune norme atte alla creazione di terre che vengono legalmente circoscritte per evitare conflitti e per garantire l’autonomia a quei popoli che si sono visti negare diritti essenziali per lungo tempo. La terra, la gestione collettiva, l’organizzazione sociale interna al gruppo che ne richiede la demarcazione, l’educazione autogestita, il pluralismo giuridico che prevede l’autonomia e l’applicazione di norme non statali alle questioni che riguardano conflitti interni sono i punti di questa agenda politica che i movimenti indigeni hanno chiarito negli anni e che nel linguaggio giuridico vengono riassunti nella frase “territori abitati in maniera tradizionale”. I criteri con i quali viene stabilita la eleggibilità a terra indigena passano invece per la dimostrazione effettiva di un passato etnico di quel determinato gruppo di persone che rivendica la terra. Senza dilungarsi nelle questioni che riguardano il riconoscimento etnico, bisogna ricordare che gli indigeni si sono organizzati per adottare un linguaggio giuridico in maniera da potersene servire durante le battaglie per il riconoscimento ufficiale della propria etnia e, dunque, del proprio diritto ad abitare la terra nella maniera “tradizionale” (la questione del riconoscimento etnico e della demarcazione ufficiale di una terra indigena sono infatti due facce della stessa medaglia). La terra viene infine istituzionalizzata attraverso alcuni passaggi che vedono funzionari statali impegnati nella delimitazione, l’omologazione e l’iscrizione ufficiale nei registri dello stato che da quel momento in poi rendono l’area di interesse circoscritta ufficialmente, non destinata allo sfruttamento predatorio dei latifondisti e completamente autogestita dalla comunità indigena che ne fa parte.

Il giudizio enunciato dalla corte suprema del tribunale federale per quanto riguarda la demarcazione della terra roraimense si trasformò in una occasione che l’unione dell’avvocatura generale, insieme al “Frente Parlamentar da Agropecuária”, non tardò a rilevare, e nel 2017, durante il governo Temer, il giudizio espresso dalla corte venne dichiarato come possibile giustificazione applicabile a qualsiasi altro caso riguardante la demarcazione delle riserve indigene. Questo si è dunque trasformato in una vera e propria tesi, chiamata “marco temporal” (“linea temporale”). La proposta di questa tesi potrebbe diventare legge e, dunque, regola applicabile ad ogni singolo caso. Ancora una volta la forza parlamentare che rappresenta l’industria dell’agro-business è stata capace di trovare un modo legale, perché apparentemente espresso nei limiti della costituzione, di deprivare le popolazioni indigene del proprio territorio. Dietro a tutto ciò vi sono le tracce di una politica economica che rischia di generare ulteriori conflitti, danni ambientali provocati dallo sfruttamento senza limite delle risorse territoriali e distruzioni di interi sistemi socio-culturali; si, perché dietro a tutto ciò è storicamente impossibile non scorgere le intenzioni di chi vuole destinare il territorio alla speculazione economica e al capitale straniero in primis, senza curarsi del valore che quelle terre hanno per i suoi residenti.

La cosiddetta “bancada ruralista”[1], termine con il quale ci si riferisce al fronte parlamentare che difende i latifondisti, l’agro-business e le esplorazioni minerarie, si è proclamata a favore del limite temporale, sostenendo che se gli indigeni avessero la possibilità di demarcare qualsiasi luogo nel quale non risiedessero durante il 1988, allora: poderiam reivindicar até a praia de Copacabana (“potrebbero rivendicare fino alla spiaggia di copacabana”)[2]. Questa frase non è la sola giustificazione portata per difendere gli interessi dei proprietari terrieri, delle aziende minerarie, degli industriali della soia e delle armi, cosi come degli estremisti religiosi, contro la demarcazione delle terre indigene. Essi, infatti, fanno appello alla parola “occupazione” per indicare che i popoli richiedenti una area di usufrutto esclusivo per lo stato non sono altro che “occupanti” e, dunque, occupano in tal senso un’area che giuridicamente appartiene allo Stato. Ma lo Stato, come entità disincarnata che regola la vita dei suoi cittadini riconosce a tutti gli effetti i diritti delle popolazioni indigene in quanto cittadini che formano parte dello stato brasiliano. Interesse pecuniari o no, la costituzione riconosce il diritto alla demarcazione e alla autoidentificazione collegata al possesso di un territorio che è fondamentale per chi ne reclama la legittimità.

3. Il controllo burocratico del tempo per il possesso degli spazi

L’articolo 231 della costituzione brasiliana del 1988 recita:

“São reconhecidos aos índios sua organização social, costumes, línguas, crenças e tradições, e os direitos originários sobre as terras que tradicionalmente ocupam, competindo à União demarcá-las, proteger e fazer respeitar todos os seus bens”.[3]

Non possiamo prescindere dal prendere in considerazione le parole utilizzate per giustificare l’ipotesi giuridica del limite temporale. Queste sono adesso radicate nel vocabolario popolare in riferimento a tale assunto. Se poniamo attenzione alla parola “occupate” in riferimento alle terre indigene potremmo pensare che tale “occupazione” sia la risultante generatasi da un conflitto, in questo caso sul possesso legittimo o illegittimo di una terra. Tale parola viene utilizzata dai sostenitori del marco temporal, ma allo stesso tempo è una parola che compone l’articolo della costituzione che dovrebbe garantire il legittimo possesso della terra da parte delle popolazioni indigene che ne reclamano una parte. Nella storia della costruzione identitaria nazionale della società brasiliana, l’immagine dell’indigeno è stata spesso associata al suo carattere esotico, “signore naturale del Brasile”. Tracce di questo immaginario associato al processo di costruzione della categoria indigena si possono ritrovare nella costituzione. Le politiche che riguardano il rapporto tra la società moderna e gli indios sono dunque permeate da tale valore simbolico, di cui fa parte la retorica che dipinge una parte dei cittadini-gli indigeni- come ladri o talvolta come adolescenti incompresi che vanno protetti; di tale retorica di cui si sono serviti funzionari dell’impero prima, e i funzionari dello stato adesso. Come riconoscere agli indios la loro organizzazione sociale, i loro costumi, le loro tradizioni, credenze e lingue, se poi il linguaggio ufficiale dello stato si riferisce a loro come occupanti? Certo, cittadini che occupano “tradizionalmente” la terra; ma quel tradizionalmente viene allontanato nell’alterità radicale, nella lontananza dalle forme che compongono la vita del cittadino moderno: in pratiche che rimangono lontane dalla modernità di quella civiltà brasiliana costituita dallo stato. Come se quei cittadini fossero “materia fuori posto”, cittadini di seconda classe, tradizionali occupanti di un mondo vecchio e primitivo (e tuttavia i primi ad occuparlo), da tutelare in quanto “patrimonio”.

L’oggettivazione e la naturalizzazione del popolo indigeno è una costante del discorso moderno. Così come le loro terre lo sono dal punto di vista economicista. Entrambe queste visioni di ‘popolo indigeno’ fanno parte dello stesso immaginario che ha costruito l’identità nazionale brasiliana moderna. Nella costituzione sopra citata ci viene data indicazione ulteriore sul possesso tradizionale di una terra e cosa lo stato intende per quest’ultimo:

§ 1º “São terras tradicionalmente ocupadas pelos índios as por eles habitadas em caráter permanente, as utilizadas para suas atividades produtivas, as imprescindíveis à preservação dos recursos ambientais necessários a seu bem-estar e as necessárias a sua reprodução física e cultural, segundo seus usos, costumes e tradições”.[4]

Il termine “occupazione” ci riporta direttamente al significato di “temporanea presa di possesso di un qualche luogo”, non legalmente istituzionalizzata e non gestita da organi ufficiali. Nell’articolo citato quelle terre sono occupate in maniera permanente. Gli indigeni reclamano infatti il “diritto originario alla terra” poiché essi risiedono e non, come si dice, occupano, da generazioni e da tempi non calcolabili (e ad ogni modo sarebbe improprio l’uso del calcolo di una questione immateriale come il tempo) in quella terra, che rivendicano in quanto fondamentale per la propria sopravvivenza socioculturale. La terra indigena non è destinata allo sfruttamento dei beni privati, ma è intesa collettivamente, oltre ad esser collegata con una concezione atavica che garantisce la vita del gruppo delle persone che la abitano. Per questo lo stato ne garantisce il possesso a quelle popolazioni.

Tuttavia, la tesi del limite temporale andrebbe a pregiudicare tale “possesso permanente” poiché non tutti gli indios che reclamano la propria area possono provare allo stato tali punti determinati dalla costituzione. A causa delle coercizioni, delle dispersioni e delle segregazioni subìte nei secoli, molto spesso, la memoria storica di questi popoli si è vista ridurre i propri punti di riferimento, e proprio per questo motivo la terra che essi hanno perso non è più localizzabile negli stessi termini con i quali la costituzione ne garantirebbe il possesso. Si può, certamente, cercare di delimitare le zone, come gli stessi indigeni fanno oggi; ma tra il delimitare una area come riferimento e provare che quella stessa area è stata abitata in maniera permanente da quelle determinate persone, prima che fossero forzate ad abbandonarle o costrette a rimanervi al costo di sottoporvisi come lavoratori schiavi oppure sottopagati, rimane compito di natura complicata. Lo stato potrebbe considerare anche ciò che viene chiamato un “saccheggio persistente” delle terre in questione da parte degli sfruttatori di risorse come eccezione alla regola del limite temporale:

“o renitente esbulho se caracteriza pelo efetivo conflito possessório, iniciado no passado e persistente até o marco demarcatório temporal da data da promulgação da Constituição de 1988, materializado por circunstâncias de fato ou por controvérsia possessória judicializada”.[5]

Sotto questa eccezione, tuttavia, non vengono considerati i genocidi, le segregazioni e gli spostamenti forzati subìti dagli indigeni senza che essi potessero opporvi resistenza, specialmente nel periodo della dittatura.

4. Conclusioni

Per questo motivo chi intenta un processo di delimitazione di una riserva indigena nella quale non si possa dimostrare la presenza fisica o, come da eccezione, non si possa dimostrare un effettivo conflitto persistente fra fazioni durante il 1988, secondo la tesi giuridica del limite temporale perde il diritto alla demarcazione. La storia e i diritti di un popolo indigeno inizierebbero ad avere valore soltanto a partire dal 5 ottobre 1988, ecco cosa sembra implicitamente sostenere il marco temporal: si può ottenere, certamente, di vedere realizzati i propri diritti, a patto che la legge ne stabilisca un limite che possa comprovare le questioni del possesso di una terra a chi non fu mai sottratta prima del 1988.

Conosciamo molto bene la voce di chi si oppone alle rivendicazioni indigene. Sono le stesse voci di chi, qualche tempo fa, affermava con arrogante superbia: “Se eu assumir [a Presidência do Brasil] não terá mais um centímetro para terra indígena”[6]. Adesso non è più lo spazio, ma il tempo, ad essere il campo attorno al quale si articola la minaccia all’integrità dei popoli indigeni. Il calendario ufficiale diviene il regolatore dei rapporti e il giudice finale di questa battaglia alla legittimità della terra.

AUTORE

Gabriele Grieco

FONTE

http://www.amistades.info/

LA GRANDE BUGIA VERDE

Centoventotto tra esperti e ONG ambientaliste e dei diritti umani lanciano oggi un monito: la proposta ONU di aumentare le aree protette globali, come i parchi nazionali, potrebbe portare a gravi violazioni dei diritti umani e causare danni sociali irreversibili per alcune delle popolazioni più povere del mondo. 1

Nel maggio 2021, il Vertice delle Parti presso la Convenzione sulla diversità biologica (CBD), prevede di accordarsi sul nuovo obiettivo di mettere almeno il 30% della superficie terrestre sotto conservazione entro il 2030 2. Questo obiettivo “30×30” raddoppierebbe l’area di terra attualmente protetta entro il prossimo decennio. 3

Tuttavia, le preoccupazioni sui costi umani della proposta e sulla sua efficacia come misura ambientale stanno crescendo poiché la protezione della natura, in regioni come il bacino del Congo africano e l’Asia meridionale, negli ultimi anni è stata sempre più militarizzata. Una serie di recenti denunce ha rivelato che le comunità continuano a essere espropriate e sfrattate con la forza per far spazio alle aree protette e che subiscono gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze anti-bracconaggio, armate pesantemente. 4

In una lettera al Segretariato della CBD, le ONG avvertono che potrebbero subire gravi impatti negativi fino a 300 milioni di persone a meno che non siano implementate misure molto più forti per proteggere i diritti dei popoli indigeni e di altri piccoli proprietari terrieri tradizionali e gestori dell’ambiente. 5

I gruppi ambientalisti firmatari del monito hanno anche affermato che il modello di “conservazione fortezza” implementato in gran parte del Sud del mondo non riesce a prevenire il rapido declino della biodiversità, sottolineando anche come spesso le pesanti imposizioni rischiano di mettere la popolazione locale contro gli sforzi di conservazione, accelerando addirittura la distruzione dell’ambiente. 6

Qualsiasi ulteriore incremento delle aree protette, sostengono, deve essere preceduto da una revisione indipendente degli impatti sociali e dell’efficacia di conservazione delle aree protette già esistenti.

“L’appello a trasformare il 30% del globo in ‘aree protette’ è davvero un colossale accaparramento di terra paragonabile a quello dell’era coloniale europea, e porterà altrettanta sofferenza e morte” ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “Non lasciamoci ingannare dal clamore delle ONG conservazioniste e dei loro finanziatori come le Nazioni Unite e i governi. La proposta non ha nulla a che vedere con il cambiamento climatico, con la protezione della biodiversità o la prevenzione delle pandemie – in realtà, è più probabile che peggiori tutti questi problemi. Si tratta davvero di soldi, di terra e di controllo delle risorse, nonché di un attacco massiccio alla diversità umana. Questa espropriazione pianificata di centinaia di milioni di persone rischia di sradicare la diversità umana e l’autosufficienza, che sono la vera chiave per frenare il cambiamento climatico e proteggere la biodiversità.”

Joshua Castellino, del Minority Rights Group International, ha aggiunto: “Sono necessarie misure urgenti per arrestare l’imminente violazione dei confini planetari. Occorre destituire i responsabili della sua continua distruzione per sostituirli con i responsabili della sua salvaguardia. Far pagare ai popoli indigeni il prezzo della distruzione provocata dalla spinta verso il sovraconsumo e il profitto da parte di altri, non significa solo bullizzare i diseredati, ma anche anteporre la brama di profitto alle persone privilegiando gli ‘approcci scientifici’ occidentali sostenuti dal commercio a discapito delle conoscenze tradizionali che ha soggiogato, dominato e quasi distrutto lungo la strada verso questo precipizio”.

Note ai redattori

1 La lettera al Segretariato della CBD tradotta in italiano:
https://assets.survivalinternational.org/documents/1972/en-fr-es-it-de-200928.pdf
NOTA DELL’8 MARZO 2021: Il documento contiene versioni in inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco. Il numero degli aderenti, in continuo aggiornamento, è arrivato a 217.

2 L’obiettivo è stabilito in un progetto di accordo denominato “Post-2020 Global Biodiversity Framework”, che è attualmente in fase di preparazione e negoziazione tra i governi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica (CBD). Vedi qui per il documento completo.

3 La Convenzione sulla diversità biologica (CBD), adottata nel 1992, è considerata il documento chiave sullo sviluppo sostenibile e fornisce il quadro politico internazionale complessivo per la conservazione. Le 196 Parti in seno alla CBD dovrebbero adottare nel maggio 2021 un quadro per la biodiversità globale post-2020. All’ordine del giorno c’è anche l’obiettivo di proteggere almeno il 30% di tutta la terra e i mari entro il 2030, quasi il doppio dell’attuale obiettivo del 17% (Aichi Target 11).

4 Ad esempio: https://www.buzzfeed.com/tag/world-wildlife-fund e http://rainforestparksandpeople.org/

5 Sulla base di un documento pubblicato sulla rivista accademica Nature che analizza le aree che con maggiore probabilità saranno candidate alla conversione in aree protette, si stima che il nuovo obiettivo potrebbe dislocare o espropriare fino a 300 milioni di persone. Vedere: Schleicher, J., Zaehringer, J.G., Fastré, C. et al. Protecting half of the planet could directly affect over one billion people’. Nat Sustain 2, 1094–1096 (2019). https://doi.org/10.1038/s41893-019-0423-y. 

6 Ad esempio, le foreste gestite dalla comunità che nel bacino del Congo potrebbero essere minacciate dall’accaparramento di terre ai fini della conservazione: https://www.mappingforrights.org/resource/300-million-at-risk-from-cbd-drive/.

FONTE

https://www.survival.it/

IL SISTEMA GETTA LA MASCHERA

La Morte Nera in Guerre stellari (1977) di George Lucas.

“Non nutrite dentro di voi energie contrarie a quelle che volete si diffondano veramente sul pianeta. Se volete un mondo senza aggressività, non siate aggressivi. Se volete un mondo libero, smettetela di sentirvi prigionieri, perché la prigione è sempre una psico-prigione e origina dall’interno di voi stessi.

I maestri hanno già previsto una stretta della morsa del controllo in questo periodo storico. Ma sappiate che siamo osservati e assistiti. Non siamo soli. Questo periodo è un test. Il vostro compito non è rovesciare il Sistema, ma restare “dritti in mezzo alle rovine”. Incorruttibili, centrati, privi di paura e odio. Così diventate davvero imprevedibili e quindi pericolosi per il Sistema.

Quello dei vaccini è solo un esempio. Io la considero più una “marchiatura psicologica” che un problema di salute. Il problema infatti non è la scientificità delle dichiarazioni che vengono fatte da ambo le parti, ma si tratta di accettare o non accettare dentro di sé il “marchio del Sistema”. Questo è molto più importante. Si tratta di dichiarare di avere o non avere una completa fiducia nel Sistema. Si tratta di affidare o non affidare la salute dei propri figli a un apparato scientifico-medico-politico-finanziario, nel quale evidentemente si crede ciecamente.

È un momento in cui siete chiamati a fare una scelta importante: dentro o fuori, accettando le conseguenze che possono derivare da entrambe le scelte.

Il punto, infatti, non sta nel combattere il Sistema, ma nella vostra capacità di aggirarlo e di sfruttarne le pecche (gli strappi nella rete). Per chi non vuole accettare determinate condizioni, c’è sempre e ci sarà sempre il modo di farlo (ricordate: non siamo soli), ma non sarà così semplice come accettarle. Costerà di più… in tutti i sensi. Ma non dovete entrare in una psicologia di paura, rabbia e contrapposizione, altrimenti vi gonfierete e non passerete più attraverso gli strappi della rete.

Sto constatando che gli ultimi eventi hanno portato alla nascita di scuole parentali e comunità autosufficienti. Questa è la strada giusta. Fino ad oggi avete dormito, sperando che questo momento sarebbe stato rimandato all’infinito, sperando che, in fondo, fossero tutte esagerazioni dei complottisti. Ma la Lorenzin, suo malgrado, vi sta risvegliando alla realtà dei fatti: questo pianeta è saldamente nelle mani di qualcuno che vuole un’umanità asservita – malata fisicamente e succube psicologicamente.

Adesso non si tratta di combattere ciò che c’è, bensì di creare il nuovo: una società dentro la società. Una rete di piccole comunità autosufficienti diffuse lungo tutto il territorio, all’interno delle quali non importa che i bambini abbiano il benestare dell’autorità scolastica per operare nel mondo. Questi bambini diventeranno adulti totalmente differenti da noi. Non saranno laureati, semplicemente perché non ne avranno bisogno. Nei prossimi anni la laurea non varrà più nulla e solo le qualità interiori decideranno del futuro dei nostri figli. Loro sono la nuova specie che abiterà la Terra. Ripeto: abbiate il coraggio di osare, perché siamo sostenuti. Ma abbandonate la rabbia, smettete di crogiolarvi nel “senso di ingiustizia”, perché sono entrambi frutto della paura, ossia zavorre che vi tengono ancorati a terra impedendovi di volare.

L’essere umano, che viene fatto entrare in maniera progressiva in questo stato di istupidimento, a un certo punto non desidera neanche più la libertà in quanto non sa più cosa significa.

Il cittadino medio di oggi dichiarerebbe anche sotto tortura di essere libero e di vivere all’interno di una democrazia. L’idea infantile di cosa è una dittatura che viene trasmessa a scuola, fa sì che tutto ciò che non somiglia alle dittature del secolo scorso venga considerato democrazia.

Basterebbe utilizzare il piano mentale ad un livello poco sopra l’ordinario per realizzare che viviamo già in una dittatura dove alle masse viene letteralmente ordinato… non tanto cosa fare, quanto cosa pensare, cosicché il fare sarà poi unicamente una diretta conseguenza del pensare. Se lo show mediatico ti ripete che è in corso una pandemia che fa centinaia di vittime ogni giorno, allora sarai tu stesso a chiedere maggiori restrizioni della libertà e più controlli da parte di polizia ed esercito.

Se lo show mediatico ti convince che il morbillo fa migliaia di morti, allora sarai tu stesso a volere il vaccino per i tuoi figli e chiederai che diventi obbligatorio anche per i figli degli altri.

Lo spauracchio di un fantomatico ritorno di un despota cattivo, serve proprio a trattenerci nella dittatura reale. E questo è il senso dell’attuale anti-fascismo di stampo mediatico.

Cosa accade a un bambino al quale non viene permesso di giocare e avere rapporti ravvicinati con altri bambini per… per quanto?

Impossibile stabilire per quanto tempo ancora…cosa accade lo scopriremo in futuro, quando questa generazione sarà cresciuta.

Il Lato Oscuro ovviamente lo sa già, perché non si muove mai a caso, ma sempre solo per ottenere risultati precisi nella psiche umana, agendo sul breve, medio e lungo termine. L’ADDORMENTAMENTO DELLA COSCIENZA E IL DOMINIO DELLA PSICHE UMANA SONO I VERI OBIETTIVI; guerre, crisi economiche e virus sono solo dei mezzi.

Non è mai in gioco l’aspetto fisico, bensì quello psicologico e animico, per cui se nel trovare delle soluzioni ci focalizziamo unicamente sull’aspetto fisico (salvare i corpi a tutti i costi) ignorando le modificazioni psicologiche che stanno avvenendo nella società, facciamo esattamente il loro gioco.

Ma adesso torniamo agli adulti. Ogni essere umano è un sistema energetico che interagisce quotidianamente con centinaia di altri sistemi energetici come lui. Quando ci avviciniamo a meno di un metro da una persona le nostre auree si compenetrano e avviene un importante scambio energetico. Le nostre auree in realtà entrano in contatto anche prima; per esempio, una persona con un corpo mentale particolarmente sviluppato – un filosofo (ho detto un filosofo, non un laureato in filosofia), un matematico, un intellettuale molto intelligente, un grande artista – può avere un’aura mentale d’un paio di metri, che si estende anche di tre o quattro volte quando insegna in un’aula. Tuttavia, il metro di distanza segna sicuramente l’intimità aurica per una persona media.

Quando ci si dà la mano avviene uno scambio energetico ancora più profondo, poiché le energie delle due persone entrano in contatto grazie al chakra che si trova al centro dei palmi. Il bacio sulla guancia è un altro livello di intimità, in quanto le teste si toccano e le due auree mentali per qualche istante si compenetrano totalmente. L’abbraccio è il livello precedente il rapporto sessuale: i due chakra del Cuore entrano in contatto. Non è un caso che all’abbraccio venga spesso associato il termine “fraterno”, in quanto di solito riguarda un momento commovente. Difficilmente ci si abbraccia per convenzione o per abitudine, come si fa invece nel dare la mano.

Nel “distanziamento sociale” tutto ciò viene a mancare. In aggiunta a questo, avrete notato che le persone stanno ben più distanti del metro obbligatorio; di norma cambiano marciapiede pur di non incrociare nessuno. Improvvisamente l’energia fra le persone smette di scorrere in maniera fluida, soprattutto fra persone che prima si conoscevano e si davano la mano e che adesso non possono più farlo. Non possono… e non vogliono più farlo, perché sono convinti di stare agendo in maniera utile per la propria salute e per quella pubblica. Questo è il colpo di genio del Lato Oscuro: gli incatenati chiedono che le loro catene diventino ancora più corte… pur di sopravvivere. Incatenati, ma vivi. La sopravvivenza dei corpi a tutti i costi, con la massima noncuranza per tutto ciò che è psicologico, sia da parte del Governo che da parte degli stessi cittadini.

Le persone sono contente di perdere i propri diritti fondamentali se le porti a credere che questo sia il male minore, un piccolo sacrificio da fare per il bene di tutti. Di conseguenza, chi non la pensa nello stesso modo si sente subito in colpa nei confronti della società, un menefreghista, e come tale viene considerato dagli altri cittadini se osa esprimere all’esterno la sua diversità di pensiero.

Aggiungiamo anche il fatto che adesso “l’altro” viene istintivamente guardato con sospetto. La persona che fa la spesa nel tuo stesso supermercato potrebbe essere infetta e quindi “portatrice di morte”. L’estraneo diviene sempre più alieno e potenziale portatore di pericolo… fino a prova contraria. Tutto questo sta già incidendo pesantemente sulla psicologia sociale. Io ho la fortuna di poterlo vedere mentre accade, in diretta, nella testa delle persone che incontro quando vado a fare la spesa.

Adesso fate bene attenzione a quello che sto per dirvi.

Con il “distanziamento sociale” ci separano per controllarci sul piano psicologico/energetico, più che su quello fisico. Nel momento in cui i tuoi legami energetici con le altre persone vengono tagliati, tu cominci a fidarti più del telegiornale che dei tuoi concittadini. L’unico punto di riferimento per il tuo modo di pensare diventa l’informazione ufficiale. Questo passaggio è subdolo proprio perché avviene in maniera automatica. Lo scambio di idee fra cittadini diventa sempre più debole a causa dell’impossibilità dello scambio energetico fra le auree degli individui. Non avete idea di quanto sia importante la chiusura dei bar da questo punto di vista. Al bar le auree si mischiano e le idee si trasferiscono da una persona all’altra solo perché state bevendo il caffè a 10 centimetri di distanza uno dall’altro. Io al bar lavoro, in quanto irradio ciò che sono verso chi mi circonda, anche se sto in silenzio. Sui social non si può lavorare nello stesso modo. QUANDO DUE PERSONE SI PARLANO, LO SCAMBIO PIÙ AUTENTICO AVVIENE SUL PIANO ENERGETICO, NON SUL PIANO VERBALE COSCIENTE, come qualunque esperto di comunicazione sa bene. Se interrompi il contatto energetico che avviene grazie alla vicinanza delle auree, lo scambio diviene superficiale e quindi pressoché vuoto.

Il divieto di creare assembramenti rappresenta la ciliegina sulla torta. Le rivoluzioni, così come, più in generale, i grandi cambiamenti sociali, sono sempre avvenuti grazie alla possibilità dei cittadini di riunirsi e organizzarsi. Per esempio, se non siamo d’accordo con una decisione del Governo, ci organizziamo e scendiamo in piazza… ma come possiamo farlo se è vietato? Il diritto fondamentale di manifestare in piazza è stato sospeso insieme a tutti gli altri diritti… perché c’è una peste? No. Perché c’è una guerra? No. Perché c’è l’influenza. E il cittadino stesso non andrebbe mai in piazza, perché lui per primo avrebbe paura di essere contagiato dagli altri manifestanti (intravedete la genialità dei maghi neri che hanno orchestrato questa situazione?). La paura della morte che prende il sopravvento su ogni desiderio di libertà.

Sul piano energetico è stato creato un vero e proprio blocco. L’energia non circola più. Immaginate se nel vostro cervello a un certo punto l’energia non dovesse più circolare. I neuroni scambiano tra loro informazioni grazie all’emissione e la ricezione di segnali elettrici che attraversano la membrana cellulare. Se questo scambio elettrico venisse alterato diventereste degli idioti, incapaci di intendere e di volere, degli zombi… o potreste addirittura morire. Ebbene, questo è esattamente ciò che stanno facendo al tessuto sociale. E questo, lo abbiamo detto fin dall’inizio, è proprio la finalità del Lato Oscuro: addormentamento e sottomissione, ossia la creazione e il mantenimento di uno stato semi-ipnotico generalizzato.

Capite perché i media insistono tanto sul concetto di “distanziamento sociale”? Capite perché il distanziamento è così fondamentale per il Lato Oscuro e perché questa situazione durerà ancora molto a lungo? Capite perché le scuole sono state le prime a chiudere e saranno le ultime ad aprire? Con il distanziamento dei bambini hanno creato un precedente; questo renderà più semplice la sottomissione psicologica della generazione futura.

Innanzitutto, occorre dire che virus e batteri abitano normalmente nell’organismo di tutti quanti noi. Anche i virus dell’influenza. Anche il covid-19, che non fa eccezione. Solo in Italia è probabile che ci siano milioni di persone che si portano in giro questo virus. Il virus di per sé non uccide nessuno, tuttavia il suo effetto può essere più o meno importante per l’organismo ospite a seconda del “terreno” che trova. Il punto non è cosa fa il virus, ma come reagisce il nostro organismo. Avete presente coloro che risultano positivi all’HIV, ma non si ammalano di AIDS?

Capite quindi quanto sia inutile, fuorviante e dannoso per la psicologia delle persone sbandierare ogni sera il numero dei “nuovi contagiati” o “nuovi infetti”. Quanti più test facciamo, tanti più “infetti” troveremo, per cui sbattere questi numeri in faccia alla gente serve solo a creare maggiore panico. Non abbiamo idea se gli “infetti” conteggiati ogni sera siano davvero “nuovi” e se l’incremento del loro numero significhi che il virus si stia davvero diffondendo a macchia d’olio; di sicuro sappiamo solo che sono state scoperte altre persone che lo avevano già nel loro organismo, chissà da quanti mesi.

Secondo aspetto di non poco conto, da un certo momento in poi, nel fare la conta dei deceduti si è smesso di distinguere fra coloro che avevano una o addirittura più patologie preesistenti e coloro che erano perfettamente sani. Invece è proprio questa distinzione che può far comprendere meglio alle persone quanto questo virus sia effettivamente letale e quanto no, magari diminuendo così il livello generale della paura. Per esempio, registrare un malato terminale – che si prende il covid-19 e muore una settimana prima di quando avrebbe dovuto morire a causa della sua malattia – come un deceduto a causa del virus, per quanto tecnicamente corretto, non mi pare per nulla onesto nei confronti della gente. In questo modo il numero dei deceduti diventa “gonfiato”.

Come ho già spiegato nei miei precedenti articoli, non credo nella malafede di qualcuno, anzi, sono convinto che politici, giornalisti e virologi stiano facendo del loro meglio con il materiale mentale che la natura ha loro concesso. Non voglio criticare il lavoro di nessuno. Dal momento che ho già spiegato la situazione generale, in quest’ultimo articolo mi sto limitando a porre domande e fornire un punto di vista differente.

Una domanda interessante potrebbe quindi essere: «Cosa fa sì che per la grande maggioranza delle persone la presenza del virus sia innocua, mentre alcuni manifestano i sintomi di una forte influenza… e una percentuale minore viene addirittura condotta fino alla morte?»

In altre parole, perché io e te ce ne andiamo entrambi a spasso con il virus, ma a te non fa niente, mentre io finisco in terapia intensiva? Questa è una domanda che potrebbe davvero aiutarci a comprendere. Magari sarebbe anche interessante studiare le condizioni ambientali in cui il virus si è manifestato con maggiore incidenza: inquinamento atmosferico, presenza di eccezionali emissioni elettromagnetiche… per fare degli esempi.

Dal punto di vista esoterico, non stiamo dunque parlando di un’entità omicida che colpisce a caso fra la popolazione, ma qualcosa che chiama a una sorta di “resa dei conti” coloro per i quali è giunto il momento. Cominciare a ragionare secondo questo nuovo schema di pensiero, modifica di molto la percezione del problema.

Per esempio, mi hanno raccontato personalmente almeno quattro o cinque casi di questo genere: un anziano si sente male, lo portano in ospedale, gli fanno il test, scopre di essere positivo al covid-19. Da qui è l’inizio della fine. Il suo stato psicologico diventa negativo, i sintomi peggiorano e va in insufficienza polmonare. Questo accade proprio perché le persone sono oramai convinte che sia il virus ad ucciderle… mentre ad ucciderle sono i tg che fanno vedere i camion che trasportano le bare. Se sei convinto di avere un virus assassino che circola libero nel tuo corpo, ti occorre una centratura interiore eccezionale per non precipitare psicologicamente. La letteratura scientifica che tratta del rapporto tra efficienza del sistema immunitario, resistenza alle patologie e stato psicologico del paziente è davvero ampia, non ci sarebbe infatti alcun bisogno di ricorrere alla Scienza dell’Anima per comprendere che molte più persone si sarebbero potute salvare in assenza di questo clima di terrore da pandemia.

Altra considerazione che non posso non fare, per quanto capisco che sia impopolare. Di fronte a un virus possiamo reagire APRENDOCI o CHIUDENDOCI. Questo in realtà vale per una qualsiasi malattia, così come per la comparsa d’una situazione insolita nella nostra vita. Il nostro Governo, imitato poi dalle altre nazioni, ha deciso di chiudersi. Qualche capo di Stato ha resistito un po’ di più (vedi Boris Johnson), ma alla fine tutti hanno ceduto o cederanno. È ancora storicamente troppo presto perché qualcuno trovi il coraggio di fare ciò che in realtà potrebbe benissimo essere fatto: aprirsi al virus.

Da un punto di vista esoterico (non saprei dirvi a quali conclusioni è giunta la scienza profana in proposito) un’epidemia si comporta in questo modo: cresce, raggiunge un apice e poi decresce. Un po’ come accade per qualsiasi altra cosa. Il punto è che lo fa INDIPENDENTEMENTE dalle misure di contenimento adottate. Essa segue il suo corso di crescita-apice-decrescita, sia che noi come società ci chiudiamo, sia che noi ci apriamo psicologicamente al virus. Il numero dei morti non cambia. Questa teoria non è dimostrabile, ma non lo è nemmeno il contrario. E a me non interessa dimostrare nulla, in quanto il mio unico punto di riferimento è la conoscenza iniziatica. Forse un giorno la scienza profana arriverà alle stesse conclusioni… o forse no… io non ho fretta.

Se un’epidemia non fa il suo corso, portandosi via tutti coloro che è venuta a prendere, non cessa. Se alle persone si permette di circolare liberamente, il virus dilaga in un tempo minore, ma questo non significa che chi non doveva ammalarsi si ammalerà e chi non doveva morire morirà… per sbaglio. Se avete deciso di fare un lavoro su voi stessi, questi concetti vi devono essere chiari, altrimenti io non sto svolgendo bene il mio compito. Chiudere un Paese non serve a nulla, se non a dare inizio a una certa condizione psicosociale di depressione e a causare una crisi economica, due aspetti che vanno di pari passo. Sulla necessità di riaprire le attività mi sono espresso in un precedente articolo: Ripartiamo!

Vi lascio con un ultimo messaggio, che in verità riassume gli ultimi quattro articoli.

Le misure di contenimento sociale che sono state prese, non sono minimamente commisurate alla reale entità del pericolo che l’umanità sta attraversando. Stiamo semplicemente vivendo un’allucinazione collettiva originata attraverso un rituale da alcuni potenti maghi neri, per i fini che ho già chiarito negli articoli precedenti.

Dal momento che TUTTO ha una sua ragione di esistere dal punto di vista spirituale, le azioni messe in atto dal Lato Oscuro hanno lo scopo di tenere prigioniere di un’illusione le persone, ma al contempo non possono evitare di favorire – come effetto collaterale – il risveglio di chi è pronto per realizzarlo.

Salvatore Brizzi

IL DECOLLO DEGLI PSICHEDELICI NEL CONTESTO PSICHIATRICO – di Paul Tullis

L’impostazione per una sessione di terapia con psilocibina (mostrata in questo modello) deve essere replicata attentamente per gli studi clinici. Credito: COMPASS Pathways

In una giornata di sole a Londra nel 2015, Kirk Rutter è andato in metropolitana fino all’Hammersmith Hospital nella speranza di porre finalmente fine alla sua depressione. Rutter aveva convissuto con la condizione per anni, ma il peso era cresciuto dalla morte di sua madre nel 2011, seguita da una rottura di una relazione e da un incidente d’auto l’anno successivo. Sembrava come se il suo cervello fosse bloccato su quello che descrive come “un circuito automatico”, ripetendo gli stessi pensieri negativi come un mantra: “‘Tutto quello che faccio si trasforma in merda’. In realtà ci credevo “, ricorda.

La visita ad Hammersmith è stata un’anteprima. Sarebbe tornato il giorno successivo per partecipare a uno studio, prendendo un potente allucinogeno sotto la guida di Robin Carhart-Harris, psicologo e neuroscienziato dell’Imperial College di Londra. Anni di terapia verbale e una varietà di farmaci anti-ansia non erano riusciti a migliorare le condizioni di Rutter, qualificandolo per il processo.

“Tutti erano super gentili, davvero adorabili, e specialmente Robin”, ricorda Rutter. Carhart-Harris lo ha portato in una stanza con una macchina per la risonanza magnetica (MRI), in modo che i ricercatori potessero acquisire una linea di base della sua attività cerebrale. Poi ha mostrato a Rutter dove avrebbe trascorso il suo tempo mentre era sotto la droga. Carhart-Harris gli ha chiesto di sdraiarsi e gli ha suonato un po ‘della musica che avrebbe accompagnato la sessione. Ha spiegato che avrebbe avuto a portata di mano un farmaco in grado di neutralizzare l’allucinogeno, se necessario. Quindi i due hanno praticato una tecnica di messa a terra, per aiutare a calmare Rutter nel caso in cui fosse sopraffatto. Senza preavviso, Rutter scoppiò in lacrime.

“Penso che sapevo che questo sarebbe stato un sacco di disimballaggio – stavo portando un po ‘di carico in quel momento”, dice Rutter.

Quando Rutter tornò il giorno successivo, uno dei ricercatori gli porse due pillole contenenti una forma sintetica di psilocibina, l’ingrediente psicoattivo che si trova nei funghi magici. Rutter si sdraiò sul letto e si mise le cuffie e una mascherina per gli occhi. Ben presto, gli apparvero immagini di testo sanscrito. Più tardi, ha visto strutture ingioiellate d’oro. Poi la sua mente iniziò a lavorare sul suo dolore.

Lo studio imperiale è stato uno di una serie di studi clinici avviati negli ultimi anni utilizzando droghe psichedeliche illecite come la psilocibina, la dietilamide dell’acido lisergico (LSD) e l’MDMA (3,4-metilendiossimetamfetamina, nota anche come molly o ecstasy) per il trattamento mentale -disturbi della salute, generalmente sotto la stretta guida di uno psichiatra o psicoterapeuta. L’idea esiste da decenni – o secoli in alcune culture – ma lo slancio è aumentato drasticamente negli ultimi anni quando investitori e scienziati hanno iniziato a sostenere di nuovo l’approccio (vedi “Gli psichedelici prendono il volo”).

Fonte: Dimensions

Una volta liquidate come pericolose avventure della controcultura, queste droghe stanno guadagnando l’accettazione principale. Diversi stati e città degli Stati Uniti stanno legalizzando o depenalizzando la psilocibina per scopi terapeutici o ricreativi. E istituzioni rispettate come Imperial; Johns Hopkins University di Baltimora, nel Maryland; l’Università della California, Berkeley; e la Icahn School of Medicine del Mount Sinai a New York City hanno aperto centri dedicati allo studio delle sostanze psichedeliche. Diversi piccoli studi suggeriscono che i farmaci possono essere somministrati in modo sicuro e potrebbero avere benefici per le persone con depressione intrattabile e altri problemi psicologici, come il disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Uno studio clinico che coinvolge l’MDMA si è recentemente concluso, con risultati che dovrebbero essere pubblicati presto.

La psicoterapia psichedelica assistita potrebbe fornire le opzioni necessarie per debilitanti disturbi di salute mentale tra cui PTSD, disturbo depressivo maggiore, disturbo da uso di alcol, anoressia nervosa e altro che uccide migliaia di persone ogni anno negli Stati Uniti e costa miliardi in tutto il mondo in perdita di produttività.

Ma le strategie rappresentano una nuova frontiera per i regolatori. “Questo è un terreno inesplorato per quanto riguarda un intervento formalmente valutato per un disturbo psichiatrico”, dice Walter Dunn, psichiatra presso l’Università della California, Los Angeles, che a volte consiglia la Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti sugli psicofarmaci. La maggior parte dei farmaci che curano la depressione e l’ansia possono essere ritirati presso una farmacia di quartiere. Questi nuovi approcci, al contrario, utilizzano una sostanza potente in un contesto terapeutico sotto la stretta sorveglianza di uno psicoterapeuta qualificato, e le autorità di regolamentazione e gli operatori sanitari dovranno confrontarsi con come implementarlo in sicurezza.

“Gli studi clinici riportati sulla depressione sono stati condotti in condizioni altamente circoscritte e controllate”, afferma Bertha Madras, psicobiologa della Harvard Medical School che ha sede presso il McLean Hospital di Belmont, nel Massachusetts. Ciò renderà difficile l’interpretazione dei risultati. Un trattamento potrebbe mostrare benefici in una prova perché l’esperienza è attentamente coordinata e tutti sono ben formati. I controlli con placebo rappresentano un’altra sfida perché i farmaci hanno effetti così potenti.

E ci sono dei rischi. In casi estremamente rari, sostanze psichedeliche come la psilocibina e l’LSD possono evocare una reazione psicotica duratura, più spesso nelle persone con una storia familiare di psicosi. Coloro che soffrono di schizofrenia, ad esempio, sono esclusi dagli studi che coinvolgono sostanze psichedeliche. L’MDMA, inoltre, è un derivato dell’anfetamina, quindi potrebbe comportare rischi di abuso.

Ma molti ricercatori sono entusiasti. Diversi studi mostrano risultati drammatici: in uno studio pubblicato nel novembre 2020, ad esempio, il 71% delle persone che hanno assunto psilocibina per il disturbo depressivo maggiore ha mostrato una riduzione dei sintomi superiore al 50% dopo quattro settimane e la metà dei partecipanti è entrata in remissione 1 . Alcuni studi di follow-up dopo la terapia, sebbene piccoli, hanno mostrato benefici duraturi 2 , 3 .

“A volte con una terapia, si guardano i dati e si pensa, ‘Ha spostato leggermente l’ago'”, dice Jennifer Mitchell, neurologa presso il Weill Institute for Neurosciences presso l’Università della California, San Francisco, che ha lavorato al Prova MDMA. “Poi vedi l’MDMA e dici, ‘Non importa.’ È una dimensione dell’effetto molto diversa. ” Rutter è stato così commosso dalla sua esperienza con la psilocibina che si è consultato per una delle società che sponsorizzano le sperimentazioni del composto.

Un nuovo mondo

L’attuale ondata di interesse per il potenziale terapeutico degli psichedelici è una sorta di rinascita. Negli anni ’50 e ’60, gli scienziati pubblicarono più di 1.000 articoli sull’uso di sostanze psichedeliche come trattamento psichiatrico; i farmaci sono stati testati su circa 40.000 persone in totale 4 . Poi, con la diffusione dell’uso ricreativo delle droghe, furono bandite e la FDA limitò le scorte per la ricerca. Solo di recente neuroscienziati e psicofarmacologi come Carhart-Harris hanno avuto la tecnologia per iniziare a smascherare il modo in cui funzionano nel cervello. Ciò ha fornito loro alcune informazioni su come questi composti potrebbero aiutare nelle malattie psichiatriche.

I ricercatori hanno iniziato a esplorare gli effetti biologici degli psichedelici alla fine degli anni ’90, utilizzando tecniche di neuroimaging come la tomografia a emissione di positroni 5 prima e dopo che i volontari usavano i farmaci, o insieme ad antagonisti che smorzano alcuni dei loro effetti. Gli studi mostrano somiglianze nel modo in cui il cervello risponde a sostanze psichedeliche come la psilocibina e l’LSD, nonché a N, N-Dimetiltriptamina (DMT), il principio attivo dell’Ayahuasca, e alla mescalina, un composto psichedelico derivato dal cactus peyote. Agiscono tutti sui recettori della serotonina, un neurotrasmettitore che influisce sull’umore.

La serotonina è anche l’obiettivo della classe predominante di farmaci psichiatrici noti come inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina o SSRI. Si pensa ora che questi antidepressivi funzionino non inondando il cervello con il neurotrasmettitore, come inizialmente si pensava, ma stimolando la neuroplasticità, la capacità del cervello di creare nuove connessioni neuronali. Ci sono alcune prove che le droghe psichedeliche, come la psilocibina, aumentano la neuroplasticità negli animali 6 e prove limitate suggeriscono che lo stesso potrebbe accadere nel cervello umano 7 , 8 . Studi clinici suggeriscono anche che gli effetti biologici funzionano meglio in concerto con la guida umana.

I farmaci “attivano uno stato terapeutico, onirico, intensificando la percezione sensoriale e i ricordi compaiono come piccoli film”, afferma Franz Vollenweider, psichiatra e neurochimico presso l’Ospedale universitario di psichiatria di Zurigo, in Svizzera, e uno dei pionieri del moderno era della ricerca psichedelica. Pensa che questo stato mentale ricettivo offra un’opportunità per aiutare le persone a sfuggire ai rigidi schemi di pensiero, non diversamente dal circuito automatico di Rutter.

“Le persone restano bloccate in disturbi come la depressione perché sviluppano questo sistema di pensiero che è efficiente, ma sbagliato”, afferma David Nutt, psicofarmacologo dell’Imperial College di Londra e schietto sostenitore delle riforme basate sull’evidenza delle politiche governative in materia di droghe illegali. La psichiatria ha un termine per questo pensiero: ruminazione. L’idea alla base della terapia psichedelica è che lo stato ricettivo conferito dal farmaco apre la porta a nuove idee su come pensare al passato e al futuro, che il terapeuta può rafforzare. “C’è una crescente base di prove per il principio che si tratta principalmente di una sinergia tra iperplasticità indotta da farmaci e supporto terapeutico”, afferma Carhart-Harris, che si è formato con Nutt.

Rutter dice che il suo viaggio con Carhart-Harris è stato mirato, ma flessibile. Quando Rutter ha rimosso per la prima volta un paio di occhiali da sole dopo che il farmaco ha avuto effetto, il terapeuta è apparso “fratturato” e sembrava avere un altro occhio al centro della fronte. “Immagino di sembrarti piuttosto strano ora”, ha detto Carhart-Harris. Rutter scoppiò a ridere e Carhart-Harris lo raggiunse. Quando le risate cessarono, i due uomini iniziarono a parlare. Rutter ha voluto discutere i suoi risentimenti, che hanno portato a riflettere sulla parola “cedere” e sulla sua etimologia. Carhart-Harris lo cercò sul suo laptop. “È stato un momento incantevole, in realtà”, dice Rutter. È tornato per una seconda sessione con una dose più forte del farmaco, seguita da una seconda risonanza magnetica e una sessione di “integrazione”, per discutere le esperienze.

Il trattamento “mi ha fatto guardare il dolore in modo diverso”, dice Rutter. “È stata una consapevolezza che in realtà non stava aiutando, e lasciarsi andare non era un tradimento.”

Ostacoli clinici

Tuttavia, testare questi farmaci in modo efficace e tradurre la ricerca clinica in trattamenti effettivi si rivelerà impegnativo. Due degli studi più osservati hanno affrontato questo problema. Uno è lo studio MDMA recentemente completato, che stava testando l’approccio nelle persone con grave PTSD. Era uno studio di fase III, di solito la fase finale prima che le autorità di regolamentazione dei farmaci decidessero se approvare un trattamento, e ha coinvolto 90 partecipanti in 15 siti in tutto il mondo. La Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS), un’organizzazione senza scopo di lucro a San Jose, in California, ha sponsorizzato lo studio, ma finora non ha pubblicato i risultati.

Nel frattempo, la società di salute mentale COMPASS Pathways di Londra sta conducendo uno studio di fase II, testando diversi dosaggi di psilocibina per la depressione resistente al trattamento.

Valutare i risultati non sarà semplice. Una preoccupazione ruota attorno ai controlli. La maggior parte delle persone a cui è stato somministrato un placebo saprà di non ricevere un potente allucinogeno. Alcuni studi che valutano sostanze psichedeliche hanno tentato di affrontare questo problema dando alle persone del gruppo di controllo una pillola contenente niacina, che suscita una sensazione fisica, di solito una risposta di vampate nella pelle. Mitchell dice che alcuni partecipanti al suo studio sull’MDMA a cui è stato somministrato il farmaco pensavano di aver ricevuto il placebo, mentre alcuni che assumevano il placebo credevano di aver ricevuto il farmaco.

I progettisti degli studi devono anche affrontare l’importanza degli aspetti non farmacologici dello studio per i risultati. Questi includono la mentalità dell’individuo che entra nell’esperienza e l’ambiente in cui si svolge.

L’atmosfera è sicuramente la spa dell’hotel nelle sale per i trattamenti dello studio COMPASS presso il Centro medico dell’Università di Utrecht nei Paesi Bassi. C’è una coperta in stile messicano piegata ai piedi di un letto matrimoniale. Le sedie a sacco abbracciano una palma in vaso nell’angolo. E un poster di Almond Blossom di Van Gogh adorna una parete. Tutti i 24 siti nello studio sono decorati in modo simile.

Psilocibina sintetica, l’ingrediente psicoattivo presente nei funghi magici. Credito: Paul Taggart / Bloomberg / Getty

Poi c’è la formazione e l’esperienza dei terapisti che guidano sia le sessioni di dosaggio che le sessioni di integrazione senza farmaci. COMPASS, che è diventata una società per azioni a settembre e ha ottenuto una valutazione di borsa superiore a 1 miliardo di dollari, ha sviluppato un programma di formazione a cinque livelli per terapisti nel suo processo. Ekaterina Malievskaia, cofondatrice e Chief Innovation Officer dell’azienda, afferma che gli investigatori del sito devono aderire alla formazione se l’azienda si aspetta di ottenere l’approvazione delle autorità di regolamentazione.

Madras va oltre affermando che le condizioni dello studio dovranno essere replicate per una più ampia diffusione dei farmaci. “Devono essere approvati nelle condizioni rigorose in cui sono stati indagati”, dice. Ma il percorso da seguire per imporre tali condizioni non è chiaro. Per la FDA degli Stati Uniti, esiste un meccanismo per garantire che i farmaci siano somministrati in un modo specifico: Strategie di valutazione e mitigazione del rischio o REMS. Attraverso REMS, l’agenzia può richiedere che i medici prescrittori e i farmacisti siano certificati per una strategia di trattamento progettata per mitigare i rischi associati a un farmaco, come la dipendenza e la dipendenza dalla prescrizione di oppiacei. REMS potrebbe essere usato con sostanze psichedeliche, dice Dunn. L’effetto sarebbe quello di raggruppare la consegna del farmaco con la componente della terapia e potenzialmente certificare i professionisti.

La certificazione potrebbe significare legittimare i terapisti che hanno “trattato” illegalmente individui con i farmaci per un periodo di 30 anni. Ma alcuni di questi terapisti potrebbero resistere al consiglio, o al coinvolgimento, di un governo che li ha spinti alla clandestinità.

Le approvazioni hanno ancora molta strada da fare. Verso la fine del 2020, MAPS ha riferito in un comunicato stampa che ci sono differenze statisticamente significative nella risposta tra il gruppo di controllo e il gruppo placebo nel suo studio MDMA (vedere go.nature.com/362xsvp ). Ma la società non dirà di più sui risultati fino a quando non rilascerà i dati completi qualche volta quest’anno. Sta anche reclutando per un secondo studio di fase III che utilizza la terapia MDMA per persone con PTSD da moderato a grave, che mira a completare entro la fine dell’anno. COMPASS prevede di ottenere i risultati del suo studio di fase IIb sulla psilocibina per quel momento e la società afferma che sta pianificando uno studio di fase III.

Robert Malenka, psichiatra e neuroscienziato presso la Stanford University in California che ha studiato gli effetti dell’MDMA sui roditori, afferma di pensare che alcuni farmaci psichedelici alla fine guadagneranno l’approvazione come trattamenti per determinate condizioni. “Hanno il potenziale per essere – voglio usare la giusta analogia – una parte del nostro set di strumenti per il trattamento dei pazienti”, dice. Ma mette in guardia contro l’eccessivo zelo, in particolare un tipo di evangelizzazione che ha visto tra alcuni dei fornitori sotterranei di psicoterapia assistita da psichedelici. “Non credo che saranno cure miracolose”, dice.

Sostiene che le ipotesi su come i farmaci potrebbero funzionare nel cervello necessitano ancora di ulteriori ricerche e che lo studio di composti che forniscono gli stessi benefici senza gli effetti allucinatori potrebbe rivelarsi utile a lungo termine. Altri sottolineano che gli SSRI funzionano per molti individui senza che i medici comprendano appieno il loro meccanismo.

Per quanto riguarda il lavoro clinico, tuttavia, Madras afferma di essere preoccupata per le dimensioni e il design degli studi. Ha notato che molti di loro reclutano persone che hanno avuto precedenti esperienze di assunzione di sostanze psichedeliche. Coloro che sono attratti da questo tipo di esperienza, sostiene, potrebbero essere più propensi a dire cose positive al riguardo. Nutt ha affermato che lavorare con utenti esperti dei farmaci riduce al minimo la possibilità di eventi avversi. Ma ci sono altri potenziali confondenti, secondo Madras. “I moduli di consenso ti dicono quali sono le aspettative”, dice. “Quindi c’è un pregiudizio da parte dei soggetti.”

Rutter afferma che, nonostante tutto ciò, è convinto che il trattamento ricevuto nel 2015 abbia cambiato la sua vita in meglio. Nelle settimane successive alle sedute, si è trovato a chiedersi se il circuito automatico sarebbe tornato. “Ero terrorizzato”, dice, “e ho capito di avere un po ‘di controllo su questo, giusto?” Il pensiero non gli era mai venuto in mente prima.

Una settimana dopo, era fuori con gli amici in un centro commerciale e ha avvertito il ritorno dell’ottimismo e dell’apertura. “Sembrava che qualcuno avesse aperto una finestra in una stanza soffocante.” Cinque anni dopo, la sua depressione non è tornata.

Nature 589, 506-509 (2021)

https://doi.org/10.1038/d41586-021-00187-9

ARTICOLO ORIGINALE

https://www.nature.com/articles/d41586-021-00187-9

L’AYAHUASCA E LA SALUTE PLANETARIA – di Matteo Politi

Figura 1 – Il Centro internazionale per l’educazione, la ricerca e il servizio etnobotanico (ICEERS) è un’organizzazione senza scopo di lucro (NPO), con sede a Barcellona, Catalogna (Spagna).

Negli ultimi anni la bevanda amazzonica conosciuta come Ayahuasca è diventata sempre più popolare nella società occidentale anche in virtù delle recenti ricerche medico-scientifiche. Per molti Nordamericani ed Europei che appartengono alla vecchia generazione che ha sperimentato l’Ayahuasca, questa può essere considerata una buona notizia che genera una sorta di sollievo.

Questa vecchia guardia ha dovuto assistere per decenni alla diffusione di stereotipi falsi e negativi attraverso i mezzi d’informazione, mentre oggigiorno la società dominante diffonde regolarmente informazioni sui benefici medici di questo rimedio naturale. Sebbene queste informazioni stiano aiutando ad emancipare il consumo di Ayahuasca, ci sono anche seri pericoli legati all’adattamento di questa pozione ai canoni del pensiero scientifico e dei sistemi medici occidentali.

L’Ayahuasca corre il rischio di essere fatta entrare con la forza nella categoria di “medicina basata sull’evidenza” – scientificamente standardizzata per garantirne la qualità, sicurezza ed efficacia – e di essere dunque vista attraverso il microscopio occidentale, con poca o nessuna considerazione per la conoscenza indigena che sta dietro a questo antico rimedio amazzonico a base di erbe.

A me risulta chiaro che questo approccio può generare effetti negativi sulla salute umana e sull’ambiente e può diluire il grande potenziale di
questa medicina. Da chimico farmaceutico con più di 20 anni di ricerca sulle piante medicinali e più recentemente anche sugli usi terapeutici dell’Ayahuasca nella regione di San Martin nell’Amazzonia peruviana, suggerisco che possiamo trarre grandi benefici dal pensare all’Ayahuasca al di là del paradigma medico convenzionale.

È tempo di prendere sul serio le affermazioni dei saggi indigeni e di altri che riconoscono la senzienza della vita vegetale e il profondo legame che esiste tra gli esseri umani ed il mondo naturale. Una soluzione chiave per l’attuale crisi planetaria che stiamo vivendo deve comportare per forza di cose la protezione e l’integrazione delle conoscenze indigene. Ciò può aiutarci a capire come la nostra guarigione personale attraverso il consumo di Ayahuasca sia anche una sorta di guarigione planetaria.

Di seguito presento diverse ragioni per cui l’Ayahuasca dovrebbe essere trattata molto più che come una semplice “medicina” per uso personale.

Cosa c’è nell’Ayahuasca?

Per qualsiasi medicina a base di piante sviluppata nell’ambito scientifico, la standardizzazione dei parametri di qualità, che di conseguenza influiscono sulla sua sicurezza ed efficacia, deve innanzitutto garantire la corretta identificazione del materiale vegetale utilizzato per elaborare il prodotto finale.

Tuttavia, se esaminiamo i rapporti etnografici che parlano del preparato Ayahuasca, oltre alle due specie vegetali di base utilizzate nella miscela, che sono Banisteriopsis caapi e Psychotria viridisesistono in realtà dozzine di piante che vengono comunemente aggiunte a questa miscela base; il risultato rimane comunque una bevanda che continua ad essere chiamata Ayahuasca. Anche Dennis McKenna ha recentemente affermato: “Praticamente ogni sciamano ha la propria pozione“. Dunque, a cosa ci riferiamo quando parliamo di Ayahuasca?

Va inoltre ricordato che il termine Ayahuasca è solo uno dei tanti nomi usati nella giungla amazzonica per definire qualcosa che in realtà è abbastanza difficile da definire. In questa fase, quindi, possiamo affermare che il primo passo verso lo sviluppo di una medicina basata sull’evidenza a partire dell’Ayahuasca si basa in realtà su di una supposizione: l’Ayahuasca definita come la combinazione tra la liana B. caapi e le foglie dell’arbusto P. viridis è solo una semplificazione.

Ciò dimostra che rischiamo di iniziare a sviluppare un nuovo farmaco senza una conoscenza approfondita della medicina vegetale originale, e questo dovrebbe essere motivo di preoccupazione.

Come viene preparata l’Ayahuasca?

Uno dei primi rapporti che descrivono la preparazione dell’Ayahuasca, risalente al 1972, indica dati come la quantità e parte utilizzata della pianta, la quantità di acqua ed il tempo di cottura. In questo modo, gli autori hanno descritto un processo simile alla preparazione di una tazza di tè, o meglio un decotto.

Seguendo questa descrizione, ulteriori studi si sono concentrati sulla valutazione di come la quantità e le parti utilizzate della pianta incidano sulla qualità del prodotto finale. È interessante notare che campioni di piante prelevate da ambienti diversi e in momenti diversi della giornata hanno mostrato di possedere quantità diverse dei principali alcaloidi considerati responsabili dell’attività biologica generale del rimedio, ovvero DMT e beta-Carboline.

Un altro studio si è dedicato alla valutazione dell’effetto del tempo di cottura registrando differenze significative nelle quantità relative di alcaloidi. Questi risultati sono tutte informazioni utili, ma pongono ulteriori domande a cui potrebbe essere difficile rispondere: qual è lo standard di riferimento da considerare per l’Ayahuasca? Si tratta del prodotto che contiene la maggior quantità di questi alcaloidi? Chi lo decide e perché? Quale è il ruolo dei molti altri fito-composti estratti da entrambe le piante?

Se valutiamo un prodotto a base di piante medicinali di uso tradizionale basandoci su questa prospettiva chimica, non abbiamo alcuno
standard a cui fare riferimento. Da questa prospettiva, l’Ayahuasca, così come ogni altro rimedio erboristico, diventa una miscela di sostanze chimiche, ma nessuno può dire quale sia la miscela giusta.

Inoltre, i chimici che si dedicano a creare prodotti di sintesi potrebbero facilmente preparare una nuova pillola utilizzando questi alcaloidi senza la necessità di affrontare la complessità di una miscela naturale. Se questo è il credo della scienza moderna, perché non farlo?

Figura 2 – Come ci insegna la conoscenza indigena, l’Ayahuasca è molto più della somma della vite e delle foglie.

Nella giungla amazzonica, gruppi etnici diversi posseggono ricette diverse per preparare l’Ayahuasca. Gli scienziati, tuttavia, per preparare una buona medicina fanno affidamento sulla necessità di standardizzare un solo metodo di elaborazione. Essi devono standardizzare chimicamente un estratto di Ayahuasca per valutarne l’attività biologica, perché per loro il concetto di principi attivi è legato al contenuto di sostanze chimiche.

Osservando l’Ayahuasca da questa prospettiva, rientriamo in pieno all’interno dell’attuale paradigma biomedico e scientifico dominante e tutto sembra molto chiaro e semplice. Tornando al lavoro di osservazione sul campo, tuttavia, ci rendiamo conto che esistono molti altri passaggi legati alla preparazione dell’Ayahuasca.

Tali passaggi, dal punto di vista locale, sono considerati rilevanti per la qualità, la sicurezza e l’efficacia di questa medicina. Dovremmo continuare a considerare le popolazioni indigene come culture primitive o potrebbe essere utile prestare attenzione a quelle che loro ritengono essere le “migliori pratiche”per la produzione di medicinali a base di erbe?

Riconsiderando la magia della giungla

Il mantra del metodo moderno per lo sviluppo di farmaci a base di erbe può essere riassunto nella frase “Standardizzare i materiali vegetali e i metodi di lavorazione per produrre medicinali standardizzati“. Tutto molto chiaro e semplice; forse fin troppo semplice! Ciò può risultare vantaggioso forse solo per una società standardizzata, un’impostazione sociale che però non solo mette a rischio la biodiversità culturale, ma che tende al pensiero unico, cosa che dovremmo saggiamente ripudiare.

Tornando sul campo in Amazzonia per osservare come la gente del luogo elabora questo famoso preparato, ci rendiamo conto che la preparazione include molte procedure strane, così strane che nella maggior parte dei casi non riusciamo a capire che cosa stiano facendo. Di solito ci riferiamo a queste pratiche come rituali o magia.

Tuttavia, noi farmaceutici non siamo preti, sciamani o maghi. Siamo solo farmaceutici e, dal nostro punto di vista, ogni passo verso la preparazione di un medicinale deve essere considerato come parte di una ricetta farmaceutica. Questo sarebbe un approccio veramente etno-farmaceutico e come scienziato mi sento obbligato a prendere nota di tutte le procedure eseguite dai guaritori amazzonici durante la preparazione dell’Ayahuasca, siano esse comprensibili o meno.

Osserviamo dunque che i guaritori digiunano prima della raccolta delle piante e soffiano fumo di tabacco sulla pianta e persino nella pozione di Ayahuasca una volta pronta per essere servita. Inoltre, intonano canti sacri chiamati icaros ed evitano di usare profumi e di avere relazioni sessuali nei giorni della preparazione della pozione. Chiamano persino la pianta con il suo nome, chiedendole aiuto per preparare una buona medicina.

Secondo la tradizione, il principio attivo è da riferirsi al grado di relazione tra la persona che sta preparando e somministrando la pianta e la pianta stessa.

A questo proposito, viene da dire che può essere utile conoscere il nome di un essere vivente, se l’aiuto di quell’essere viene ritenuto necessario. Gli animali domestici rispondono quando sono chiamati per nome, quindi non si tratta di parlare lingue specifiche. È possibile che avvenga qualcosa di simile anche per il regno vegetale?

Recenti scoperte scientifiche attirano l’attenzione sulla bioacustica delle piante come campo emergente per comprendere la comunicazione tra vegetali e su come ciò possa anche essere correlato alle tradizionali pratiche erboristiche di “chiamare gli spiriti della pianta” come di solito viene descritta questo tipo di performance sciamanica.

Figura 3 – “Natura mistica” di Brian Gaynor. Secondo la conoscenza indigena, le piante sono esseri senzienti: possono percepire e comunicare.

I passi da seguire che i locali considerano rilevanti per preparare una medicina di buona qualità possono essere piuttosto importanti e un giorno potrebbero persino diventare scientificamente comprensibili. Descrivere il metodo di elaborazione dell’Ayahuasca come la preparazione di una semplice tazza di tè implica un’ulteriore supposizione che riguarda il secondo passo verso lo sviluppo di una medicina basata sull’evidenza scientifica.

Prendere le distanze dagli usi consolidati e tradizionali di questo tipo di medicine vegetali potrebbe non solo limitare la comprensione del potenziale complessivo di questo rimedio, ma anche generare nuove preoccupazioni, soprattutto in termini di sicurezza, non solo per l’uomo ma anche per l’ambiente.

Modificare le procedure tradizionalmente utilizzate per preparare una medicina a base di erbe potrebbe essere rischioso e dovrebbe essere valutato attentamente. Ponendoci in una prospettiva più ampia, possiamo riflettere su come l’aver sradicato piante come il tabacco e la coca del loro uso tradizionale per adattarle alle esigenze della società occidentale abbia portato a un uso meno sicuro di queste piante.

Considerando questi esempi, potrebbe essere saggio cambiare il nostro modo di appropriarci di queste piante medicinali e sacre verso una
forma culturalmente più sensibile. Seguendo l’approccio indigeno, e dunque prendendo nota dell’intero metodo di preparazione dell’Ayahuasca, la conclusione è che, secondo la tradizione, il principio attivo è da riferirsi al grado di relazione tra la persona che sta preparando e somministrando la pianta e la pianta stessa. Nel contesto scientifico, tuttavia, il principio attivo è legato al solo contenuto di sostanze chimiche. Tale conclusione innesca ulteriori considerazioni.

L’Ayahuasca potrebbe aiutare la relazione uomo-ambiente?

Arrivati a questo punto, abbiamo una grande decisione da prendere. Consideriamo la pianta come una scatola piena di sostanze chimiche o come un organismo vivente? È importante decidere, perché se pensiamo che una pianta sia una risorsa di sostanze chimiche, consideriamo la nostra salute come il risultato d’interazioni biochimiche del nostro corpo-macchina. Ma se la consideriamo un essere vivente, noi stessi per primi torniamo a donare un’anima al nostro corpo, e potremmo persino accettare la possibilità di interagire col regno vegetale considerato dunque animato e vivo, un concetto ben noto e comune nelle culture indigene.

Ma se proviamo a interpretare la fitoterapia amazzonica seguendo il nostro approccio di standardizzazione da laboratorio, in realtà stiamo tralasciando gran parte delle conoscenze tradizionali relative alla ricetta e, più in generale, su come gestire le risorse naturali. Rischiamo anche di perdere per strada certo potenziale terapeutico dell’Ayahuasca. Se il principio attivo viene misurato in termini di relazione, questa grande medicina potrebbe essere estremamente utile per ripristinare la relazione uomo-ambiente, ed è per questo che l’Ayahuasca potrebbe diventare una medicina utile per la salute planetaria, non solo per le malattie umane.

Figura 4 – L’attività dell’Ayahuasca non si trova solamente all’interno delle sue molecole.

In Europa, abbiamo applicato per secoli un approccio di standardizzazione alla nostra amata liana psicoattiva, la vite, e questo ha portato a monocolture dappertutto. È qui che vogliamo arrivare sviluppando una medicina di Ayahuasca basata sull’evidenza della scienza dominante? Spero davvero di no. Non voglio vedere enormi piantagioni con filari di Ayahuasca piantati nel mezzo della giungla per una produzione massiva, magari per curare gli stati d’ansia e le depressioni dilaganti nella cultura moderna dominante, probabilmente sempre più psicolabile proprio in virtù di pensieri unici, disconnessioni col vivente, disastri ambientali.

Contrariamente alla tendenza attuale, sogno un mondo con più biodiversità e con società multiculturali, e probabilmente l’unico modo per arrivarci è attraverso relazioni sane tra l’uomo e la natura. Stabilire un contatto positivo con gli altri esseri che vivono intorno a noi è molto rilevante per la salute in generale, così come, probabilmente, per riacquistare la consapevolezza di essere circondati dal sacro in natura. Ciò può essere raggiunto attraverso i sentimenti, tralasciando il pensiero razionale e la costante pianificazione di nuove norme magari sull’ambiente ma partorite in uffici asettici.

Spesso l’esperienza dell’Ayahuasca ci porta ad aprire il cuore e a lasciare da parte il nostro lato razionale, attraverso l’alterazione dello stato ordinario di coscienza. Questo può aiutarci a percepire e riconoscere la sacralità della vita sulla Terra e a riconoscere che quando nutriamo dei sentimenti per altri esseri viventi, tendiamo a prenderci cura di loro e persino a combattere per proteggerli. Il monoteismo tende a identificare la sacralità da qualche parte lontano nel cielo, mentre all’interno delle culture animiste il sacro si trova principalmente sulla Terra, e questo è probabilmente il modo in cui gli indigeni da sempre agiscono per preservare l’ambiente e vivere in equilibrio con esso.

Nella società moderna, la nostra connessione sensoriale ed affettiva con la natura è stata drasticamente ridotta, con la conseguenza che tutto ciò che ci circonda ci sembra una risorsa inanimata, e la distruzione e lo sfruttamento sono moralmente più semplici e quindi ampiamente diffusi.

Per decenni gli scienziati hanno pubblicato prove riguardo il cambiamento climatico e l’importanza della biodiversità. Nonostante ciò, ogni giorno che passa la foresta pluviale amazzonica, e purtroppo non solo, viene disboscata sempre più, e questo è un chiaro caso in cui un approccio basato sull’evidenza scientifica semplicemente non sta raggiungendo il suo obiettivo.

In realtà, questo approccio scientifico tende ad oggettivare animali, piante e altri esseri naturali, e così facendo ostacola la nostra capacità di creare una connessione con il mondo vivente non umano. Pertanto, è improbabile che lo stato di consapevolezza e della realtà che questo costruisce susciti facilmente reazioni radicali per fermare la deforestazione o altre catastrofi ambientali.

Figura 5 – Ci stiamo allontanando dalla nostra terra natale e la stiamo distruggendo per alimentare ulteriormente la separazione.

Dunque, perché dovremmo applicare un approccio basato sull’evidenza della scienza attuale per integrare la medicina Ayahuasca nel contesto moderno? Nel processo di sviluppo di nuovi farmaci a base di erbe medicinali di uso tradizionale, anziché seguire le direttive
dell’Organizzazione internazionale per la Standardizzazione (ISO), dovremmo ascoltare la voce della giungla e delle culture indigene e prendere esempio dalle loro pratiche ancestrali.

Nell’avvicinarsi alla conoscenza tradizionale, molti scienziati sono come adolescenti che si ribellano alla saggezza degli anziani. La scienza moderna è una tradizione giovane che si approccia a una più antica. A volte, tuttavia, capita che l’adolescente, una volta cresciuto, inizi
ad apprezzare tale saggezza, e che quindi riesca a calmare il fuoco ribelle che lo pervade e decida di sedersi di fianco agli anziani per iniziare ad ascoltare la storia della vita. Per la salute umana e planetaria, spero di assistere a questo momento, che credo costituirebbe un vero punto di svolta nella storia.

Approccio post-materialistico per una nuova farmacia verde

Penso che l’Ayahuasca possa apportare a tutti noi qualcosa di nuovo e non mi riferisco a nuove molecole. La strategia generale della ricerca scientifica di andare a caccia di nuovi composti chimici in una pianta medicinale, quando siamo effettivamente di fronte a organismi viventi in grado di trasmetterci conoscenza, suona proprio come una sorta di “farmaceutica vecchio stile”.

Possiamo imparare molto di più dall’eredità culturale amazzonica che predica l’accesso alla conoscenza attraverso una relazione con le piante, e questo non vale solo per l’Ayahuasca. Molte altre piante medicinali dell’Amazzonia possono davvero insegnarci qualcosa. Il concetto di pianta come maestro è presente nella letteratura scientifica almeno dagli anni ’80, grazie al lavoro dell’antropologo Luis Eduardo Luna. Più recentemente, anche Jeremy Narby ha dato il suo bellissimo contributo sul tema dell’Ayahuasca e dell’intelligenza della natura.

Oggi ci sono persino biologi come Stefano Mancuso e Monica Gagliano che parlano di neurobiologia e intelligenza delle piante. Sembra che la dimensione animista delle culture tradizionali e il modo scientifico moderno di interpretare alcuni dati di laboratorio stiano raggiungendo un punto di accordo.

Quindi, anche noi, in quanto esseri umani, se fossimo veramente intelligenti come supponiamo, dovremmo essere in grado di comprendere la rilevanza che può avere imparare a dialogare ed entrare in contatto con gli esseri non-umani, con altri esseri che vivono con noi su questo
pianeta. Qui vale la pena considerare l’etimologia della parola “ecologia”, che può essere intesa come “discorso sull’ambiente”.

Da questa prospettiva, non sarebbe utile discutere con gli esseri non-umani come gestire la nostra casa comune che chiamiamo natura? Inoltre, questo potrebbe davvero rappresentare un nuovo approccio da esplorare nell’ambito della fitoterapia: non andare alla ricerca di prodotti chimici, ma di amici. Questi amici potrebbero insegnarci il modo corretto di preparare e usare i rimedi erboristici, come affermano da secoli molte culture indigene in tutto il mondo, sebbene generalmente ignorate dalla scienza; e forse potremmo persino imparare qualcosa di utile su come agire in favore dell’ambiente e su come migliorare le nostre strategie di sviluppo sostenibile.

Dovremmo almeno essere aperti a considerare queste possibilità, investendo in nuovi piani di ricerca piuttosto che andare avanti in maniera ostinata con l’attuale paradigma scientifico basato interamente su prove materialistiche, almeno per quanto riguarda temi come il cambiamento climatico e la protezione della biodiversità.

Nuovi approcci in antropologia ed etnografia incentrati sulle relazioni multi-specie stanno aprendo strade utili verso una migliore comprensione della rilevanza della dimensione extra-umana. Speriamo che ciò possa avere un impatto anche sulle future scienze farmaceutiche, fitochimiche e ambientali.

Un cambio di paradigma verso un mondo post-materialista dovrebbe essere alla portata della prossima generazione di scienziati ispirati dalle tradizioni di tutto il mondo. Questa è una delle ragioni per cui mi sento onorato di lavorare in collaborazione con il Centro Takiwasi per la ricerca sulle medicine tradizionali situato in Perù, una porta d’entrata ideale per i ricercatori che vogliono avvicinarsi alle tradizioni mediche della selva amazzonica.

Articolo originale

https://kahpi.net/ayahuasca-planetary-health/

Biografia dell’autore

Matteo Politi, ha un dottorato in chimica dei prodotti naturali ed una specializzazione in naturopatia. È il direttore della ricerca presso il Centro Takiwasi in Perù e ricercatore associato presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università di Chieti-Pescara in Italia. Possiede oltre 20 anni di esperienza multidisciplinare in fitoterapia.

Traduzione a cura del sito Ayahuasca Info.it

L’INIZIAZIONE OCCULTA AL NUOVO ORDINE MONDIALE

Il canale video “Truthstream” ha recentemente pubblicato un interessante video che spiega come la crisi del coronavirus e il modo in cui le autorità la affrontano, hanno tutte le caratteristiche di un iniziazione rituale.

Nel 2018 i creatori di Truthstream Media avevano già pubblicato un video che mostrava come la società di oggi stia passando attraverso un’iniziazione inconscia (”Does Society Realize It Is Being Initiated?”).

Nei video vennero discussi alcuni fatti particolari, che in questo scritto cercherò di sintetizzare. Quando si sente parlare di iniziazione rituale, si pensa generalmente a delle società segrete come la Massoneria. Spesso non ci si rende conto che il simbolismo occulto di tali società lo si può trovare in tanti ambiti della società. Per esempio, la piramide e “l’occhio onniveggente” si trovano sulla banconota da un dollaro, nel grande sigillo degli Stati Uniti e sull’edificio della Corte Suprema in Israele. L’architettura del Campidoglio americano mostra ciò che realmente è, un tempio. Anche il suo interno, con i suoi oggetti d’arte e i murales, è una vetrina di simbolismo occulto. Le cerimonie pubbliche sono spesso intervallate da atti simbolici. La cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici 2012 a Londra è stata un macabro spettacolo, con un tema notevole, un’epidemia da virus.

2012 Olimpic Game Pandemic

La cerimonia di apertura del tunnel del Gottardo, alla quale hanno partecipato molti capi di governo europei, è stata un rito satanico di tre ore. Il satanismo è onnipresente nella cultura pop. I videoclip sono pieni di simbolismo occulto. Le performance di Lady Gaga sono rituali satanici nei quali il sangue a volte sta letteralmente colando.

La narrativa è che alla gente della cultura pop piace flirtare con l’oscurità, definendo tutto questo libera espressione artistica e culturale. Ciò che però  si esprime qui è il contrario della libertà. I rituali di iniziazione comportano una profonda trasformazione. Sembra che la popolazione mondiale stia attraversando una tale trasformazione, in cui le persone sono sia spettatori che partecipanti. Come nell’antichità, c’è un’élite, una classe di sacerdoti, che guida e dirige l’iniziazione. Si tratta però di un’iniziazione inconscia, e quindi non libera. Di seguito sono descritti alcuni passi dell’iniziazione rituale come si svolge attualmente.

Isolamento – Il processo di iniziazione inizia con l’isolamento. Separati da altre persone e dalle attività quotidiane, si entra in un diverso stato mentale, uno stato mentale in cui si è più ricettivi. Le maschere hanno spesso un ruolo nell’iniziazione rituale. Il film “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick dà una precisa idea di questi contesti. Indossare una maschera è anche una forma di isolamento; si è isolati dal proprio ambiente immediato e non riconoscibili come individui. Ripetizione – Una volta che lo stato di coscienza dell’iniziato è cambiato, continua la sua preparazione. L’attenzione viene portata su un argomento (oggi il coronavirus). Questo succede attraverso lo strumento della continua ripetizione. A livello globale, e attraverso tutti i canali (mediapolitica, istituzioni) i messaggi uniformi ronzano come dei nuovi mantra: “resta a casa”, “mantieni le distanze” e “questo è la nuova normalità”. L’uniformità dei messaggi dimostra che si tratta di un processo coordinato. Il risultato è uno stato di tensione e di paura che tiene le persone sotto controllo.

Minaccia di morte – La paura si esaspera con la minaccia di una morte imminente. Questo è un elemento essenziale nei rituali di iniziazione. L’iniziato vive l’esperienza di essere sulla soglia della morte. Anche questo è oggi molto evidente. Siamo costantemente avvertiti di essere in pericolo di vita, e siamo bombardati da numeri riguardanti i casi di nuove infezioni e di morti. Durante un’iniziazione avvengono spesso dei sacrifici. Le “vittime sacrificali” muoiono sull’altare dei sommi sacerdoti. I media ci mostrano immagini di vittime del coronavirus. Ci si mostra file di bare, o immagini scioccanti di pazienti in ospedale avvolti in plastica con tubi e respiratori. Le immagini e i messaggi traumatici fanno sì che l’iniziato cominci a cedere mentalmente. Si perde la terra da sotto i piedi e si cerca la guida delle autorità.

Trasformazione – In questa fase l’iniziato entra in una sorta di ‘terra di nessuno’ spirituale. La vita passata viene gettata come una vecchia pelle. L’uomo, ora malleabile come argilla morbida, si forma, viene programmato per il nuovo mondo, per il la “nuova normalità”.

Resurrezione – L’iniziazione ormai è completa. E’ nato il nuovo uomo, con nuovi schemi di pensiero, adatto a una nuova società con nuovi modi e nuovi codici di comportamento. Integrazione – L’uomo può ora integrarsi nella nuova società. Che aspetto avrà la società a cui ci stanno preparando? Sarebbe certamente una società con un governo gestito a livello centrale, in cui la tecnologia avrebbe un ruolo dominante, compresa le vaccinazioni, le radiazioni e l’intelligenza artificiale. Gli algoritmi sostituirebbero gradualmente le decisioni umane. Il governo italiano sta studiando e promuovendo l’applicazione dell’intelligenza artificiale a diversi settori della società. Molti diranno: “Ma mica l’ho scelto io, questo?”. La risposta è che la scelta umana non avrebbe nessun ruolo, in una tale nuova società.

Secondo Yuval Harari, che con i suoi libri ha aperto la strada, la libertà umana non è «altro che un mito cristiano», e non adatta al XXI secolo. La nuova visione del mondo di Harari è il transumanesimo. Secondo questo autore, l’automazione e l’intelligenza artificiale renderebbero superflua la gran parte delle persone, e una piccola e ricca élite di robot umani (cyborg) comanderebbe il mondo. Si potrebbe pensare che non si arriverà mai a questo, che l’uomo non accetterà una tale società. Il punto è che non sarà venduta in questo modo. La politica, i media e scrittori come Harari puntano sui sentimenti profondi della gente. La maggior parte delle persone è cosciente del fatto che la società odierna non può più andare avanti così, e che un cambiamento fondamentale è necessario. La nuova dittatura mondiale verrà presentata come una “cooperazione internazionale” che porterà soluzioni a tutti i problemi sociali come quelli della salute, della sicurezza e dell’inquinamento ambientale.

I governi, le istituzioni e le multinazionali sono pronti con nuove tecnologie e nuove leggi che limiteranno ancora di più le nostre libertà. Ci sarà un’importante introduzione del 5G, di vaccinazioni obbligatorie e dell’intelligenza artificiale. Tutto ciò fa parte del programma di emergenza Covid-19 del Forum Economico Mondiale, il che significa che sarà lanciato a grande velocità. Decine di migliaia di satelliti saranno lanciati in stretta orbita intorno alla Terra. I satelliti devono formare una rete di accesso a Internet (5G) e l’intelligenza artificiale. Quando a Elon Musk, l’iniziatore di questo progetto, in un’intervista venne chiesto dove la società stesse andando con l’intelligenza artificiale, rispose: «With artificial intelligence we are summoning the demon» (con l’intelligenza artificiale stiamo evocando il diavolo). Anche importanti think-tank e istituti non fanno mistero dell’obiettivo: un nuovo ordine mondiale sotto una gestione centralizzata. Rapporti di think-tank come il Pnac affermano che «solo un nemico comune sarà in grado di convincere il mondo della necessità di un governo mondiale». Il terrorismo internazionale era un tale nemico comune e nascosto, e ci ha portato a rinunciare a molte delle nostre libertà.

L’importante istituto M.I.T. ha concluso che, data la disponibilità con cui le persone hanno accettato le nuove restrizioni dopo l’11 Settembre, accetteranno le nuove misure su Covid-19 senza problemi. Il nuovo nemico comune è il coronavirus. È l’ultimo nemico invisibile che fornisce il pretesto per completare il piano. Sia il terrorismo internazionale che il coronavirus sono chiaramente per la maggior parte degli inganni. E’ importante che la verità venga alla luce. La preoccupazione della maggior parte delle persone è il confinamento a livello fisico. Se vogliamo liberarci da questo, dobbiamo prima uscire dal nostro confinamento mentale. Questo significa un gran passo. Ovviamente è un’esperienza traumatica, quando ci si rende conto che i governi e le istituzioni che pensavamo ci rappresentassero e ci proteggessero, stanno facendo esattamente il contrario. Alla fine, però, le azioni dei grandi poteri (nei confronti della popolazione mondiale) non sono altro che la caricatura maligna di una trasformazione verso una nuova consapevolezza che l’essere umano è in grado di sviluppare autonomamente, coscientemente, e in piena libertà. Infatti, serve un gran cambiamento, un ‘mondo nuovo’ migliore. Si realizzerà attraverso le azioni di veri ‘uomini nuovi’, coscienti, liberi, e per ciò invincibili.

FONTI

Luogo Comune

LibreIdee

TruthStreamMedia

 

IL LATO OSCURO DELLO SCIAMANESIMO

In questo post, vorremmo parlare dell’uso improprio dell’Ayahuasca e di come gli sciamani possano rivolgersi al lato oscuro e usare questa potente medicina non per curare, ma per danneggiare gli altri.

Se sei stato nel mondo delle medicine vegetali, sono sicuro che hai familiarità con ciò che chiamiamo “sciamani oscuri” e ciò che è noto tra gli indigeni come “Brujos” (letteralmente tradotto come streghe e stregoni). Qui nel tempio di Pachamama uno dei nostri Maestri parla di questo argomento ai nostri ospiti ogni ritiro per familiarizzare con tutti gli aspetti dell’Ayahausca, incluso il lato oscuro. Abbiamo chiesto al Maestro Genaro di condividere nuovamente con noi le storie di “Brujos”.

L’ayahuasca è una pianta che non conosce la differenza tra razza, cultura o età. Chiunque può lavorare con Ayahuasca e chiunque sia pronto a dieta altre piante può acquisire poteri da diversi insegnanti di piante. Il fatto con l’Ayahuasca e tutte le altre piante è che hanno un carattere e ogni pianta ha il suo lato leggero che ci offre guarigione, amore e saggezza, ma anche il suo lato oscuro. Quando uno inizia a dieta e impara dall’Ayahausca, gli verranno presentati molti test da superare perché l’Ayahausca e altre piante amano sapere cosa vogliamo da loro. Il fatto è che molti che praticano lo sciamanesimo non hanno intenzioni pure e non superano questi test. In tal modo, iniziano a praticare ciò che chiamiamo “Brujeria”. Tali persone usano i poteri che hanno acquisito a proprio vantaggio e per danneggiare gli altri. L’Ayahuasca ti offrirà entrambi i suoi lati e spetta a te quale strada prendere. Sfortunatamente, non esiste un test del genere da superare prima di iniziare a praticare lo sciamanesimo. L’ayahuasca cresce allo stesso modo per tutti e ti darà tutto ciò che stai cercando. Se stai cercando il suo lato oscuro, praticando e dimagrendo, puoi purtroppo diventare molto potente nel dominare questo regno. Voglio condividere con voi alcuni test che mi sono stati presentati nel mio viaggio per diventare un Maestro di Medicina. Una volta che ho completato i miei tre anni di dieta, era il momento della mia “cerimonia di laurea del Maestro”. La cerimonia è stata guidata da mia madre Mamma Rosa. Ho bevuto la dose e ho aspettato. Ayahausca mi apparve per la prima volta come una donna la cui bellezza era fuori dal mondo. Era la creatura più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita e mi chiamava per seguirla. In momenti come questo, uno deve essere molto concentrato sulla sua intuizione e ascoltare la voce interiore per prendere la decisione giusta. Anche se la donna era bellissima e paradisiaca, sentivo che voleva sedurmi (qualsiasi rapporto fisico durante la dieta è una violazione della dieta molto forte). Quindi ho rifiutato educatamente la sua offerta di richiamo. Dopodiché, mi è stato presentato uno splendido cavallo d’argento, il cavallo mi ha chiesto di scalarlo e mi ha detto che mi avrebbe portato nella terra di grande ricchezza. Mi sono rifiutato di nuovo quando sono stato avvertito da mia madre di non seguire quella strada. Uno verrà spesso presentato con doni materiali durante le cerimonie e rifiutare questo è la regola numero uno se vuoi diventare un guaritore. Quando uno vuole diventare un vero Maestro, significa che vuoi solo curare le persone. Quindi ho rifiutato di nuovo, sapendo per cosa ero venuto. Alla fine, lo spirito di Ayahausca si presentò, Mi prese per mano e percorremmo insieme un sentiero attraverso la giungla. In alcuni momenti il ​​sentiero era oscuro e spaventoso, ma avevo fede e continuavo a seguirlo. Una volta arrivati ​​alla fine del sentiero, la giungla si aprì ed eccola lì, il mio “Cushma” (abito tradizionale Maestros) mi aspettava. L’Ayahuasca mi ha messo addosso il Cushma e si è congratulato con me per essere arrivato così lontano. Questa è una breve storia e c’erano molti altri dettagli coinvolti, ma volevo solo che tu capissi cosa significa quando diciamo che l’Ayahuasca ti metterà alla prova. Se avessi seguito quella donna o mi fossi seduto a cavallo, non avrei ricevuto il mio corredo di guaritori, ma avrei acquisito altri poteri che derivano dall’uso improprio della Medicina. E sfortunatamente, molti seguono questa strada. Come già sai, Il Perù è ciò che molti chiamano un “paese del terzo mondo” e molte persone crescono e trascorrono tutta la vita in povertà. Di generazione in generazione, sanno solo la povertà. Quindi pensano che praticando il lato oscuro della Medicina, saranno in grado di acquisire ricchezza materiale. E percorri questa strada credendo di aver trovato una ricetta che li libererà dalle catene della povertà. Oltre a usare l’Ayahausca per il proprio beneficio, nel mondo dello sciamanesimo, c’è molta gelosia e invidia. E questa è la parte più difficile per tutti noi che proviamo a fare il nostro lavoro come guaritori. Vedete, lavorare con le energie è molto più che avere belle visioni. Noi, come Maestri, abbiamo a che fare con molti attacchi energetici che provengono da altri professionisti della medicina. Non li chiamiamo Maestri, poiché i Maestri sono guaritori. Come nostri ospiti siete sempre al sicuro da questi attacchi energetici poiché siamo una famiglia di sette persone e lavoriamo insieme come uno, proteggendo la Maloca e proteggendo i nostri ospiti. E dopo tutto, gli attacchi non sono mai rivolti ai nostri ospiti. Tutti abbiamo le nostre dietetiche protettive e sappiamo come affrontarle. Per noi, questo è normale e ci mantiene solo più forti. Gli attacchi vanno e vengono e ci spingono a lavorare di più sulla nostra pratica e dieta più piante in modo da poter superare tutto ciò che viene sulla nostra strada. Quindi quando sei nella Maloca in attesa di un Icaro e tutta la famiglia canta insieme (prima di andare e dare un Icaro ai nostri ospiti), stiamo proteggendo lo spazio e pulendo da eventuali energie negative. E un altro motivo per cui nessuno può farci del male a Pachamama è che tutti i Maestri che lavorano insieme sono una famiglia e ci proteggiamo a vicenda e lavoriamo insieme. Non esiste un tale attacco che possa farci del male in alcun modo, quando tutti e sette uniamo i nostri poteri! Molto spesso, quando i Maestri lavorano insieme senza conoscersi o avere rancore, si attaccano anche durante le cerimonie. Come ospiti, ovviamente, non potete sapere nulla di tutto ciò, ma queste cose accadono molto più spesso di quanto crediate. In questo caso, la guarigione che ricevi è sempre compromessa mentre l’energia viene diretta verso l’attacco e la difesa da se stessi mediante la pulizia. Possiamo sempre vedere e sentire attacchi energetici come oscurità, energie pesanti ed entità oscure nella Maloca. Gli attacchi possono essere di natura personale o semplicemente il risultato di invidia o gelosia e se uno non sa come proteggersi, si manifestano come sintomi di diverse malattie fisiche o psicologiche, a seconda della forza dell’attacco.

Quindi, ora che hai più familiarità con il lato oscuro dell’Ayahausca, in che modo queste informazioni possono aiutarti come Ospite a bere Ayahausca o fare una dieta con un altro Sciamano. Quando si tratta di dieta, è molto importante avere molta fiducia con la persona che guida la tua dieta. Il Maestro le cui intenzioni non sono così pure può letteralmente “togliere la tua dieta”. Lasciatemi spiegare. Quindi stai seguendo una dieta per un mese o due o addirittura tre e acquisisci conoscenza e potere. Se il Maestro che sta guidando la tua dieta vede che la tua connessione con la pianta è molto forte, o semplicemente non gli piace che uno straniero stia acquisendo così tanta conoscenza (sì, gli sciamani possono rivendicare l’Ayahuasca per se stessi) può letteralmente portare via la tua dieta e lasciarti solo un pochino. Ovviamente non puoi saperlo, questo accade mentre ti sta dando degli icaros che verranno da te come gioia / felicità, mentre sotto la tua dieta ti viene tolta. Sì, Maestros può facilmente farlo ed è per questo che devi stare molto attento quando scegli dove dieta. Sono sicuro che nessuno vuole passare tre mesi a mangiare meno pesce e patate solo per dare tutto ciò che hai acquisito a qualcun altro. Quando si tratta di bere l’Ayahuasca in generale, il meglio è usare il tuo intuito! Se ritieni che qualcosa non sia giusto e non ti senti sicuro / protetto, non restare! Abbiamo avuto molti ospiti a Pachamama che sono venuti per curare i danni causati dal bere Ayahusca in ambienti che non erano destinati alla guarigione. Se qualcuno sta cercando di ottenere denaro da te e ritieni che potresti essere stato manipolato per dare, sappi che non è giusto! Se qualcuno sta cercando di approfittare di te sessualmente (sì, sembra ovvio ma non hai idea di quante donne si innamorino di questo), scappa da quel posto. Una persona che proverà a trarre vantaggio da te in qualsiasi modo (materialmente o sessualmente) non lo farà direttamente, lo farà attraverso i suoi icaros e potresti provare un certo “incanto” e qualcosa che non faresti mai di solito, potrebbe sembra normale in questo momento. Per favore, non cadere in nessuna di queste trappole. Stai solo cercando la guarigione, viaggiando così lontano dalle tue case ed è molto ingiusto che potresti imbatterti in qualcosa di simile, ma essendo consapevole di ciò, puoi reagire! Anche se sei nel mezzo della tua dieta / ritiro, è molto meglio andarsene che restare e rischiare! Usa solo il tuo intuito e buon senso. Quando ricevi un icaro da un Maestro, sta avvenendo uno scambio energetico molto forte. Quindi assicurati che provenga da una persona che ti fa sentire al sicuro, a tuo agio, che si prenda cura di te e che il tuo intestino ti sta dicendo che questa persona vuole solo guarirti, nient’altro. Tutte le offerte che non sembrano del tutto giuste, molto probabilmente non lo sono. Usa sempre il tuo intuito e ascolta quella vocina timida che ti guiderà solo verso ciò che è buono per te.

Speriamo che questo articolo ti abbia fornito alcuni spunti sulla complessità del mondo di Ayahausca e che ti aiuterà a navigare nei tuoi viaggi. In ogni caso, segui sempre il tuo “istinto” e non tacere mai. Se qualcosa non ti sembra giusto, hai sempre la possibilità di andartene. Non permettere a nessuno di sfruttare la tua vulnerabilità e la ricerca della guarigione. Fidati di te stesso e lavora con Maestri in cui hai fiducia e che ti fanno sentire al sicuro e in buone mani! La famiglia Pachamama manda amore a tutti voi!

FONTE

pachamamatemple.org

IL CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA SECONDO SHOSHANA ZUBOFF

Communication network of transportation. GUI (Graphical User Interface). HUD (Head up Display).

“L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali… e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato quello dei ‘mercati comportamentali a termine’ …..dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro”.

Frasi come questa si leggono nell’ultimo libro di Shoshana Zuboff The Age for Surveillance Capitalism. The Fight for a Human Future at the New Frontier of Power (Profile Books, 2019). Come dimostrano anche queste poche righe la penna è brillante e la capacità di coniare termini nuovi decisamente invidiabile. Soprattutto quei ‘mercati comportamentali a termine’ lascia quasi a bocca aperta. Questa ricerca semantica risponde, in realtà, a un preciso obiettivo. Zuboff si dice convinta che l’epoca che viviamo segni una rottura radicale con il passato e usare termini vecchi per denotarla finirebbe per offuscare la mancanza di precedenti (unprecedented) e le novità che abbiamo di fronte. E anche per questa epoca c’è un nome nuovo: capitalismo di sorveglianza. In realtà, il termine è nuovo ma non nuovissimo. Sembra che i primi ad usarlo siano stati J.Bellamy Foster e R.W. McChesney in un articolo comparso nel 2014 sulla storica Monthly Review. Nella lora accezione quella espressione denotava una sorta di insaziabile desiderio di dati derivante dalla progressiva finanziarizzazione dell’economia. Zuboff (normalmente presentata come sociologa, e già autrice di libri di successo come In the Age of the Smart Machine e The Support Economy) lo intende in modo molto diverso, come dimostrano anche le righe di apertura di questo articolo. Nel capitalismo di sorveglianza, per dirla in breve (e non è facile farlo, considerata la mole impressionante del libro che contiene anche qualche pagina non proprio indispensabile) ci si appropria di dati relativi agli umani comportamenti, quelli online ma anche quelli offline. Dopo accurata elaborazione questi dati sono in parte utilizzati per migliorare, genericamente, beni e servizi – dunque, in qualche modo a scopi socialmente utili. Ma per il residuo (anche qui un termine nuovo: behavioural surplus) confluiscono in quei ‘prodotti di previsione’ commerciati nei nuovi ‘mercati comportamentali a termine’. Coloro che si appropriano di quei dati e li elaborano accumulano così immense ricchezze. Ed è facile immaginare a chi si riferisca Zuboff: principalmente a Google, considerata l’artefice di questo nuovo capitalismo.
Il capitalismo di sorveglianza è devastante soprattutto perché – ecco un’altra espressione che non può passare inosservata – rischia di provocare la sparizione dell’umanità, intesa come modo umano di ragionare e di comportarsi, di cui l’autonomia e la dignità sono i tratti distintivi. Il capitalismo della sorveglienza, scrive Zuboff ricorrendo a un parallelo piuttosto terrificante, rischia di fare all’umanità quello che il capitalismo industriale ha fatto alla natura. Il capitalismo della sorveglianza si nutre, dunque, dello sfruttamento non del solo lavoro umano, come nella visione di Marx, ma della complessiva esperienza umana. E con esso si impone una nuova forma di potere che Zuboff, sempre allo scopo di rimarcare la novità del presente, chiama strumentale (instrumentarian). Questo potere permettere di conoscere il comportamento umano e di influenzarlo a vantaggio di altri. E la sua forza deriva non da armi o eserciti ma da un’architettura computazionale di
dispositivi intelligenti, di cose (Internet of Things) e spazi tra loro connessi.
Il capitalismo della sorveglianza va, dunque, combattuto non soltanto per ragioni antiche (è monopolistico, viola la privacy) ma anche, e soprattutto, perché riduce a merce i comportamenti umani e attraverso il loro commercio consente arricchimenti straordinari. Un capitalismo che non si accontenta “ di automatizzare i flussi di informazioni su di noi, ma mira a automatizzare noi stessi”.
Questa visione scintillante ed evocativa certamente coglie aspetti distintivi della nostra epoca. E suscita reazioni ‘forti’. Per rendersene conto basta visitare il sito di Goodreads e leggere qualcuno dei moltissimi commenti di lettori, in generale eruditi. E la lunghissima recensione critica di Morozov comparsa su The Baffler conferma che nel libro della Zuboff sono trattate numerose questioni meritevoli della massima attenzione.
Non potendo dar conto anche soltanto in minima parte dei temi trattati mi limiterò a formulare un paio di osservazioni ed a sollevare una questione un po’ analitica che mi sembra, però, densa di implicazioni per comprendere il presente, le sue specificità e anche il modo per fare fronte alle sue peggiori distorsioni.

La prima osservazione è che non è chiaro se il capitalismo della sorveglianza conviva e come con un altro capitalismo, più tradizionale. Per comprendere molti aspetti delle contemporaneità credo che possa essere di grande importanza concentrarsi sulla coesistenza tra il mondo che Zuboff include nel capitalismo della sorveglianza e quello che, con sintetica espressione, potremmo chiamare il capitalismo della produzione materiale. La seconda è che nel valutare il capitalismo di sorveglianza che mercifica l’esperienza umana sarebbe estremamente utile un confronto con pratiche di consumo che sembrano andare in direzione opposta e che tendono faticosamente a sopravvivere, con consumatori ben consapevoli e ai quali molti vorrebbero chiedere di più in termini di comportamenti di mercato diretti a raggiungere scopi sociali e non solo
soddisfazioni materiali immediate. Ciò chiama in causa il ruolo delle comunità nel capitalismo contemporaneo, un tema posto di recente da R. Rajan (The Third Pillar: How Markets and the State Leave the Community Behind, Penguin Press 2019).
Per venire alla questione più analitica, partirei da un’ovvia considerazione. Nel capitalismo della sorveglianza i problemi sorgono sia al momento della ‘raccolta’ dei dati sia al momento del loro ‘utilizzo’ nelle diverse forme possibili.
Il libro della Zuboff è molto ricco di informazioni sulle modalità con le quali i dati vengono acquisiti – online e offline – e sulle potenzialità, talvolta incredibili, di elaborarli per definire ‘tipi’ e comportamenti.
Naturalmente l’ottenimento di questi dati rozzi all’insaputa del consumatore è oggetto di critica e, a mio avviso giustamente, la possibilità che talvolta ha il consumatore di non consentire l’accesso ai dati non sembra essere considerata una soluzione del problema. Più in generale, si potrebbe dire, lo scambio tra gratuità dell’accesso alla rete e ‘appropriazione’ dei dati avviene con modalità che in ogni caso non garantiscono né una scelta consapevole, né la realizzazione dell’efficienza, visto che questa implica, secondo l’accezione comune, che vangano effettuati tutti e soltanto gli scambi che sono reciprocamente vantaggiosi. Qui si può dubitare che sia sempre soddisfatta la condizione del reciproco vantaggio. Infatti, non sappiamo se per il consumatore il beneficio che deriva dall’accesso alla rete corrisponda al costo (latu sensu) della ‘cessione’ ad altri dei suoi dati. Questo approccio ‘welfarista’ è, per comprensibili ragioni di competenza disciplinare, assente nel libro.
Ma il punto più complicato riguarda, a mio parere, l’utilizzo dei dati, e la loro trasformazione incomportamenti da vendere in quelli che Zuboff chiama “mercati comportamentali a termine”. Questo mercato fornisce gli incentivi alla raccolta e alla profilazione dei dati, dunque è essenziale. Si può considerare il perno del capitalismo della sorveglianza, perché da esso promana la forza che spinge a
‘sorvegliare’, una forza che si alimenta dei bassi costi da sopportare per raggiungere l’obiettivo e che rappresentano una novità del nostro tempo. I big data costano molto meno – almeno nelle odierne condizioni – degli studi psicologici che facevano da base ai tentativi di persuadere i consumatori.
A proposito di quel mercato, l’autrice chiarisce che non intende riferirsi soltanto alla vendita di profili utilizzabili per la pubblicità personalizzata online. Parla, un po’ genericamente, di “numerosi altri settori, comprese le assicurazioni, il commercio, la finanza e un sempre più ampio insieme di imprese di beni e servizi che intendono essere presenti in questi mercati nuovi e profittevoli”. E ricorda che le debolezze cognitive, che sono falle nella nostra razionalità e della quali dà conto la behavioural economics, possono essere più facilmente sfruttate una volta che si conoscano i dati comportamentali dei singoli individui.
Zuboff fornisce anche alcuni esempi che appaiono, però, piuttosto disomogenei: dalla possibilità di condizionare (conditioning) i comportamenti direttamente con le tecnologie (ad esempio bloccando l’auto di chi non paga l’assicurazione) a quella di influenzarli attraverso i ben noti effetti di contesto. Tanta varietà rischia di offuscare una delle nozioni essenziali dell’interpretazione della Zuboff e di mettere assieme comportamenti e circostanze molto diverse per le loro caratteristiche e per i loro effetti sulla libertà e sul benessere dei consumatori. La pregnanza dei ‘mercati comportamentali a termine’ non sembra emergere con la chiarezza che il ruolo assegnato ad essi sembrerebbe richiedere. In alcuni casi (ad esempio il conditioning) sembra sufficiente accedere a tecnologie in grado di bloccare determinati comportamenti senza necessità di avere un profilo completo dei consumatori. In altri sembra che il problema sia quello di massimizzare la capacità persuasiva della pubblicità. In altri ancora quello di manipolare i comportamenti anche modificando le preferenze e non solo le scelte. Al riguardo sembrerebbe utile riflettere sul significato di termini come ‘persuasione’ e ‘manipolazione’ e un buon punto di partenza a quest’ultimo riguardo potrebbe essere quanto sostiene C. Sunstein: “I manipolatori
tipicamente sfruttano l’ignoranza delle persone o le loro ‘debolezze’ comportamentali evitando di sollecitare la loro capacità di riflessione e deliberazione.” (On freedom, 2017).
L’indeterminatezza sulle caratteristiche di questi mercati emerge con chiarezza in vari punti e in particolare nella discussione del capitolo 3 dove, tra l’altro, si pone sullo stesso piano l’interesse di coloro che agiscono come acquirenti su quel mercato per acquisire “informazione probabilistica sul nostro
comportamento” o per conoscere le modalità per “influenzare il nostro comportamento”. E’ evidente che il secondo tipo di interesse può avere implicazioni molto diverse per la libertà e per il welfare. Essere informati sul nostro comportamento può servire anche a servire meglio le nostre preferenze. Non altrettanto può dirsi per il secondo tipo di interesse, che mira a produrre cambiamenti favorevoli a chi è in grado di indurli.
Il riconoscimento delle diverse implicazioni di questi due tipi di comportamento, ed una maggiore precisione al riguardo, potrebbero condurre a un giudizio più articolato (e meno di parte secondo alcuni critici) sul capitalismo di sorveglianza nonché più solidamente basato sui suoi veri eccessi e sulle sue reali distorsioni. Inoltre – e si tratta di un punto di rilievo sotto il profilo economico – permetterebbe di confrontare meglio a livello di sistema, e non del singolo operatore, i costi e i benefici di quel mercato.
Nulla sappiamo sui costi e i benefici complessivi di questi mercati e nulla potremo sapere se non precisiamo cosa accade sui mercati comportamentali a termine. Il problema è del tutto simile a quello che più di 60 anni fa, J.K. Galbraith pose nella sua Affluent Society, chiedendosi se i costi della pubblicità fossero giustificati da benefici sociali di almeno pari grandezza. Questa maggiore precisione servirebbe anche a acquisire più consapevolezza sui possibili scenari futuri e sulla loro diversa desiderabilità. Sulla direzione in cui muovere, Zuboff non dice molto. Sostiene che “ogni
vaccino inizia con un’attenta conoscenza della malattia nemica” e intende il suo libro come un contributo a questa conoscenza. Tutto ciò è estremamente importante, ma forse per conoscere ancora meglio la malattia nemica sarebbe stato di aiuto concedere maggiore spazio, nelle 700 pagine del volume, a qualche ‘distinguo’ in più.

FONTE

http://www.eticaeconomia.it

AUTORE

Maurizio Franzini

DATURA, L’ERBA DEL DIAVOLO

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Il nome Datura deriva da quello di un veleno, il Dhât, preparato in India da dature indigene. Le piante del genere Datura erano note in passato presso gli arabi, i greci, gli indiani e le popolazioni del centro America, ma servivano solo per preparare pozioni inebrianti e narcotiche, e non a scopi terapeutici. Nei testi dell’antica medicina europea non se ne trova notizia. Nell’uso medico la pianta entrò solo verso la fine del 1700. I suoi semi erano utilizzati dai maghi per le proprietà narcotiche, per le visioni fantastiche che provocavano e per il presunto potere afrodisiaco. Insieme alla belladonna ed al giusquiamo, lo stramonio contribuiva all’effetto aberrante d’intossicazione che si manifestava nei sabba, incontri fra streghe riportati nel Malleus Maleficarum (Il Martello delle Streghe) redatto nel 1486 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer e nel Compendium Maleficarum di Francesco Mario Guazzo del 1608.

Attrae la curiosità di persone alla ricerca di emozioni simili a quelle regalate dai funghi allucinogeni diffusi nel Centro e nel Sud America e tenta gli adepti delle sette religiose e sataniche.

L’erba del diavolo è una pianta diffusa in tante parti del pianeta ed appartiene alla famiglia delle Solanacee. I nomi “erba del diavolo” ed “erba delle streghe” si riferiscono alle sue proprietà allucinogene, sedative e narcotiche. In passato era famosa per l’uso nei rituali magico-spirituali degli sciamani, dei druidi e dalle streghe europee. L’assunzione avviene prevalentemente bevendo decotti/tisane ma può essere anche fumata o masticata. Dopo una sensazione di euforia ed esaltazione spesso con allucinazioni si cade in stato di trans ipnotico.

Si tratta di una pianta altamente velenosa a causa dell’elevata concentrazione di potenti alcaloidi, presenti in tutti i distretti della pianta e principalmente nelle radici e nei semi. Della pianta vengono talvolta utilizzate le foglie in forma di tisana, ma si riportano vari casi di decessi anche per l’utilizzo di due soli grammi di foglie. La preparazione delle dosi, spesso gestita da inesperti, può essere fatale causando una paralisi del sistema respiratorio, istinti suicidi ed omicidi.

Un uso terapeutico, utilizzato in passato, consisteva in sigarette contenenti foglie di Stramonium  ed altre erbe medicinali per alleviare l’asma bronchiale, finché non furono evidenti gli effetti collaterali e la dipendenza che i pazienti subivano inevitabilmente fumando tutti i giorni tali sigarette.
Secondo la tradizione si tramanda che le streghe ne facessero uso anche nelle loro pozioni d’amore. Questa erba non veniva solo ingerita, ma era uno degli ingredienti degli unguenti che le donne si spalmavano e che veniva assorbito durante le danze dei sabba. L’ effetto allucinogeno poteva essere simile a quello di un volo il che spiega la convinzione, più volte ribadita nelle confessioni, di aver attraversato i cieli trasportate dal demonio, il famoso “volo delle streghe”. In secoli più recenti veniva usata da malfattori per intontire le proprie vittime, spesso viandanti, ad esempio offrendo tabacco o del vino mescolato a semi di stramonio e non sempre le vittime si risvegliavano.

FONTI

http://old.iss.it/

Dizionarodelbenesserevitale.blogspot.com

I SETTE SPECCHI ESSENI

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Gli antichi Esseni identificarono, forse meglio di chiunque altro, il ruolo dei rapporti umani definendoli in sette categorie: sette misteri corrispondenti ai vari tipi di rapporto che ciascun essere umano avrebbe sperimentato nel corso della propria vita di relazione. Gli esseni hanno definito queste categorie “specchi“, ricordandoci che, in ogni momento della vita, la nostra realtà interiore ci viene rispecchiata dalle azioni, dalle scelte e dal linguaggio di coloro che ci circondano.

Il primo Specchio Esseno 
riguarda la nostra presenza nel momento presente. Il mistero è incentrato su cosa noi inviamo, nel presente, alle persone che ci stanno accanto. Quando ci troviamo circondati da individui e modelli di comportamento in cui dominano la rabbia o la paura, lo specchio funziona in entrambi i sensi. Potrebbe invece trattarsi di gioia, estasi e felicità perché ciò che vediamo nel primo specchio è l’immagine di quello che noi siamo nel presente. Chi ci è vicino ce lo rimanda, rispecchiandoci.

Il secondo Specchio Esseno 
ha una qualità simile alla precedente, ma è un po’ più sottile, anziché riflettere ciò che siamo, ci rimanda ciò che noi giudichiamo nel presente. Se siete circondati da persone, i cui modelli di comportamento vi provocano frustrazione o scatenano la vostra rabbia e se percepite che quei modelli non sono vostri in quel momento, allora chiedetevi: “Mi stanno mostrando me stesso nel presente?”. Se potete onestamente rispondervi con un no, c’è una buona probabilità che vi stiano invece mostrando ciò che voi giudicate nel momento presente. La rabbia, l’astio o la gioia che voi state giudicando.

Il terzo Specchio Esseno 
è uno degli specchi più facili da riconoscere, perché è percepibile ogni volta che ci troviamo alla presenza di un’altra persona, quando la guardiamo negli occhi e, in quel momento, sentiamo che accade qualcosa di magico. Alla presenza di questa persona, che forse non conosciamo nemmeno, sentiamo come una scossa elettrica, la pelle d’oca sulla nuca o sulle braccia. Che cosa è successo in quell’attimo? Attraverso la saggezza del terzo specchio ci viene chiesto di ammettere la possibilità che, nella nostra innocenza, rinunciamo a delle grosse parti di noi stessi per poter sopravvivere alle esperienze della vita. Queste “parti di noi” possono venir perse più o meno consapevolmente, o portate via da coloro che esercitano un potere su di noi. Se vi trovate in presenza di qualcuno e, per qualche motivo inspiegabile, sentite l’esigenza di passare del tempo con lui, ponetevi una domanda: che cos’ha questa persona che io ho perduto, ho ceduto, o mi è stato portato via? La risposta potrebbe sorprendervi molto, perché in realtà riconoscerete questa “sensazione di familiarità” quasi verso chiunque incontriate. Vedrete cioè delle parti di voi stessi in tutti. Questo è il terzo mistero dei rapporti umani.

Il quarto Specchio Esseno
è una qualità un po’ diversa. Spesso nel corso degli anni ci accade di adottare dei modelli di comportamento che poi diventano tanto importanti da farci riorganizzare il resto della nostra vita per accoglierli. Sovente tali comportamenti sono compulsivi e creano dipendenza. Il quarto mistero dei rapporti umani ci permette di osservare noi stessi in uno stato di dipendenza e compulsione. Attraverso esse rinunciamo lentamente proprio alle cose cui teniamo di più, le cediamo, le lasciamo. Ad esempio, quando parliamo di dipendenza e compulsione, molte persone pensano all’alcol e alla nicotina. Ma ci sono altri modelli di comportamento più sottili; si pensi all’esercizio di controllo in ambito aziendale e in famiglia, alla dipendenza dal sesso e dal possedere o generare denaro e abbondanza. Quando una persona incarna un simile modello di comportamento, può star certa che il modello, che pur è bello di per sé, si è creato lentamente nel tempo. Se riorganizziamo le nostre vite per far posto al modello dell’alcolismo o all’abuso di sostanze, forse stiamo rinunciando a porzioni della nostra vita rappresentate dalle persone che amiamo, dalla famiglia, dal lavoro, dalla nostra stessa sopravvivenza. Il tratto positivo di questo modello è che può essere riconosciuto ad ogni stadio, senza dover arrivare agli estremi e perdendo tutto. Possiamo riconoscerlo, guarirlo e ritrovare la nostra interezza ad ogni step.

Il quinto Specchio Esseno 
è forse il più potente in assoluto, perché ci permette di vedere meglio e con maggiore profondità degli altri, la ragione per cui abbiamo vissuto la nostra vita in un dato modo. Esso rappresenta lo specchio che ci mostra i nostri genitori e l’interazione che intratteniamo con loro. Attraverso esso ci viene chiesto di ammettere la possibilità che le azioni dei nostri genitori verso di noi riflettano le credenze e le aspettative che nutriamo nei confronti del rapporto più sacro che ci sia dato di conoscere sulla Terra: il rapporto che intercorre fra noi, la nostra Madre e il nostro Padre Celeste, vale a dire con l’aspetto maschile e femminile del nostro creatore, in qualunque modo lo concepiamo. La relazione con i nostri genitori può quindi svelarci il nostro rapporto con il divino. Per esempio, se ci sentiamo continuamente giudicati o se viviamo in una condizione per cui “non è mai abbastanza”, è altamente probabile che il rapporto con i nostri genitori rifletta la seguente verità: siamo noi che, grazie alla percezione che abbiamo della nostra persona e del Creatore, crediamo di non essere all’altezza e che forse non abbiamo realizzato quello che da noi ci si aspettava.

Il sesto Specchio Esseno
ha un nome abbastanza infausto; gli antichi lo chiamarono infatti l’oscura notte dell’anima. Ma attenzione, lo specchio in sé non è necessariamente sinistro come il nome che porta. Attraverso un’oscura notte dell’anima ci viene infatti ricordato che la vita e la natura tendono verso l’equilibrio e che ci vuole un essere magistrale per bilanciare quell’equilibrio. Nel momento in cui affrontiamo le più grandi sfide della vita, possiamo star certi che esse divengono possibili solo dopo aver accumulato gli strumenti necessari per superarle con grazia e facilità; perché è quello il solo modo per superarle. Fino a che non abbiamo fatto nostri quegli strumenti, non ci troveremo mai nelle situazioni che ci richiedono di dimostrare determinati livelli di abilità. Quindi, da questa prospettiva, le sfide più alte della vita, quelle che ci vengono imposte dai rapporti umani e forse dalla nostra stessa sopravvivenza, possono essere concepite come delle grandi opportunità, che ci consentono di saggiare la nostra abilità, anziché come dei test da superare o fallire. E’ proprio attraverso lo specchio della notte oscura dell’anima che vediamo noi stessi nudi, forse per la prima volta, senza l’emozione, il sentimento ed il pensiero, senza tutte le architetture che ci siamo creati intorno per proteggerci. Attraverso questo specchio possiamo anche provare a noi stessi che il processo vitale è degno di fiducia e che tale fiducia può essere accordata anche a noi, mentre stiamo vivendo la vita. La notte oscura dell’anima rappresenta l’opportunità di perdere tutto ciò che ci è sempre stato caro nella vita. Confrontandoci con la nudità di quel niente, mentre ci arrampichiamo fuori dall’abisso di ciò che abbiamo perso e percepiamo noi stessi in una nuova luce, possiamo però esprimere i nostri più alti livelli di maestria.

Il settimo Specchio Esseno 
dalla prospettiva degli antichi era il più sottile e, per alcuni versi, anche il più difficile. E’ quello che ci chiede di ammettere la possibilità che ciascuna esperienza di vita, a prescindere dai suoi risultati, è di per sé perfetta e naturale. A parte il fatto che si riesca o meno a raggiungere gli alti traguardi che sono stati stabiliti per noi da altri, siamo invitati a guardare i nostri successi nella vita senza paragonarli a niente. Senza usare riferimenti esterni di nessun genere. Il solo modo in cui riusciamo a vederci sotto la luce del successo o del fallimento è quando misuriamo i nostri risultati facendo uso di un metro esterno. Ma a quel punto sorge la seguente domanda: “A quale modello ci stiamo rifacendo per misurare i nostri risultati? Quale metro usiamo?” Nella prospettiva di questo specchio ci viene chiesto di ammettere la possibilità che ogni aspetto della nostra vita personale – qualsiasi aspetto – sia perfetto così com’é. Dalla forma e peso del nostro corpo, ai risultati personali in ambito accademico, aziendale o sportivo. Ci renderemo conto insieme che, in effetti, questo è vero e che un risultato può essere sottoposto a giudizio solo quando viene paragonato ad un riferimento esterno. Il settimo specchio ci invita quindi a permetterci di essere il solo punto di riferimento per i risultati che raggiungiamo.

Nel passare attraverso gli specchi, noi procediamo attraverso la nostra vita, forse senza nemmeno renderci conto del perché facciamo queste cose. Sarebbe bello se ogni mattina si accendesse una bella luce al neon che ci dicesse:

“Oggi, dopo aver fatto colazione, dopo che i tuoi familiari sono usciti, puoi cominciare il tuo lavoro sull’oscura notte dell’anima.”

La vita non funziona così. Siamo invitati a conoscere noi stessi in presenza di altri, attraverso i nostri rapporti umani e quando quei rapporti sono sanati, noi diventiamo il beneficio di quella guarigione e lo portiamo in noi nel sogno ad occhi aperti della vita, camminando fra i due mondi del cielo e della terra.

Gregg Braden

tratto dalla trascrizione della videoconferenza “Camminare tra i mondi”

FONTE

Visionealchemica.com