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AYAHUASCA: LA PIANTA IL CUI SPIRITO GUARISCE! – di Letizia Boccabella

PRIMA PARTE

Inizierò come sempre in maniera molto diretta facendo un’affermazione dalla quale non posso assolutamente esimermi; e cioè che tutta la materia possiede una forza vitale intrinseca e che quindi tutta la materia a prescindere che sia considerata animata o meno, ha una natura sensiente! Dalle rocce, i minerali, le forme animali più semplici fossero anche le amebe, fino alle piante ed ai nostri animali domestici più cari, hanno tutti una Coscienza, e quando dico tutti intendo proprio tutti! A costo di sembrare ripetitiva perché so perfettamente essere un leitmotiv di quasi tutti i miei articoli, devo insistere nell’affermare che siccome tutto ciò che esiste e anche quello che apparentemente non esiste, è contenuto nella Coscienza, ogni fenomeno e ogni oggetto del creato esiste in quanto parte di una Coscienza univoca che tutto crea e al quale tutto dà  vita, perché senza di essa nulla esisterebbe. Ecco perché tutta la materia, anche se dalla scienza meccanicista quella inorganica viene considerata inanimata, posso tranquillamente asserire l’esatto contrario: la materia che altro non è che energia ad una vibrazione più bassa, talmente bassa che prende forma solida, è dotata di un’intelligenza profonda, quella stessa intelligenza che pervade tutto il creato fino al mondo subatomico della fisica quantistica dove il paradosso fa da padrone di casa! Detto questo vi esorto a comprendere che le piante hanno una vita interiore esattamente come noi esseri umani, pensano, provano emozioni, hanno un sistema immunitario che le protegge dall’attacco dei parassiti e di altri animali, hanno un sistema linfatico che gli permette di depurarsi, mangiano, digeriscono e sono fornite di un sistema che le permette di espellere  i loro rifiuti esattamente come facciamo noi quando produciamo cataboliti (attraverso l’escrezione cellulare) e attraverso l’escrezione di materiale fecale. Oltretutto le piante sono superiori a noi in quanto hanno conservato un meccanismo, che forse noi abbiamo perso oppure non abbiamo mai avuto, che è quello di preservare per ogni divisione del cromosoma una cellula staminale di riserva. Tale meccanismo evolutivo gli consente di rigenerarsi ogni volta, contrariamente alla razza umana, infatti se ad un albero viene tagliato un ramo questo ricresce, se ad un uomo tagliate un braccio ciò non avverrà mai più. Egli manterrà la memoria dell’arto perduto (vedi sindrome dell’arto fantasma) ma fisicamente la carne, i muscoli, le ossa ed i tendini andranno definitivamente perduti! Tutto questo mi è servito per introdurvi al magico mondo dell’Ayahuasca e alla sua capacità di interagire con la nostra Coscienza per mostrarci luoghi proibiti di noi stessi ed integrarli poi con le parti luminose del nostro Essere, in un tutt’uno armonico che io definisco Omeostasi, cioè la capacità innata che tutti possediamo di guarire e ritornare ad uno stato di equilibrio dinamico che viene definito salute. 

Mi fa piacere ricordare che tra tutte le popolazioni indigene del pianeta, molte piante sono ritenute nella loro essenza più intima come sacre e grandi maestre della razza umana. Molte di esse possiedono la particolare capacità di consentire ad un uomo, una volta ingerite, di ampliare la propria percezione ed accedere per un breve periodo di tempo ad altri piani della realtà, i quali sono di solito vietati a meno che non siate dei visionari, dei moribondi, dei bambini o non siate vittima di un forte stato di stress.  Tra queste piante le più conosciute sono la Brugmansia grandiflora, conosciuta come Datura Stramonium la Yerba del Diablo di cui ho parlato nel precedente articolo, capace di trasportare un uomo in mondi che vanno davvero oltre l’immaginazione anche se, come ho scritto a chiare lettere, sono pochi quelli che hanno una tale forza da essere in grado di gestire il potere devastante di questa pianta. Ecco perchè le è stato attributo il nome di Erba del Diavolo. Poi c’è la Lophophora williamsii comunemente conosciuta come Peyote, un antichissimo cactus del Messico settentrionale e del Sud-ovest degli Stati Uniti, di cui il suo cugino diretto è l’altrettanto famoso San Pedro, Trichocereus pachanoi, il cactus degli Incas. Queste ultime due piante grasse sono entrambe ritenute dei mutaforma, questo perchè la loro ingestione consente all’uomo di mutare la sua forma per passare da quella umana a quella animale a seconda dello Spirito che governa la pianta stessa. Quindi per uno Sciamano divenire una pantera, un gatto, un’anaconda o un aquila reale è assolutamente reale tanto quanto lo è per un comune essere umano bere una tazza di té, e non solo: anche gli altri uomini vedranno lo sciamano esattamente con quelle sembianze animali! Vi posso garantire per esperienza diretta che queste non sono nè dicerie, nè invenzioni di menti distorte, nè favolette raccontate per avere un effetto scenico, ma sono qualcosa di talmente reale che solo il processo esperienziale potrà farvi da testimone. L’ Amanita muscaria è un fungo tanto potente che gli sciamani Siberiani prima lo ingeriscono e poi lo somministrano ai loro devoti o pazienti attraverso le loro urine, che arricchite dalla forza del fungo e bilanciate dall’energia dello Sciamano stesso riescono con maggiore facilità ad apportare stati di guarigioni alle persone che lo richiedono. Arriviamo all’ Ayahuasca, considerata la liana visionaria e terapeutica, pianta sacra e guaritrice dell’ Amazzonia. La parola Ayahuasca è una parola appartenente alla lingua quechua, che letteralmente significa liana dei morti o liana dell’anima, questo perchè la sua assunzione porta a quella che viene definita la piccola morte dell’ego. L’ Ayahuasca è anche conosciuta come caapi, natema, pinde o yagè, a seconda delle svariate popolazioni indigene che ne fanno uso. L’ Ayahuasca è in realtà un decotto costituito da più piante che prevede una bollitura di svariate ore di una parte della pianta rampicante della Banisteriopsis caapi assieme alle foglie di Psychotria viridis (chacruna), durante le quali si soffia in continuazione sulla miscela in ebolizzione il fumo di tabacco nero: Nicotina rustica. A seconda del luogo geografico si tende a mischiare alla pozione dell’ Ayahuasca, le foglie di Diplopteris cabrerana, al posto di quelle di Psychotria viridis. Di quest’ultima, denominata anche Chacruna, sono usate le foglie maschio, distinguibile perchè hanno piccole protusioni presso la punta nella faccia anteriore della foglia stessa. A volte invece, al posto di queste, vengono usate altre foglie appartenenti alla Diplopterys cabrerena, queste combinazioni nell’uso di piante nel decotto dell’ Ayahuasca dipende dalla decisione dello Sciamano che avviene in base al tipo di cerimonia e di persone che dovrà curare. Addirittura l’ Ayahuasca viene servita alla fine della cerimonia religiosa a tutti i fedeli, in alcune chiese del Brasile. Il Mapacho invece è il termine con il quale si identifica il tabacco nero che viene usato a scopo rituale e che viene soffiato sulla bevanda dell’ Ayahuasca dallo Sciamano, prima di essere data alle persone. Il suo nome botanico è Nicotina Rustica, ed anch’esso viene usato come medicinale e come sostegno spirituale durante le cerimonie. In fine, viene a volte aggiunta alla miscela dell’ Ayahuasca, la famosa Datura, di cui ho precedentemente parlato, usando le foglie di quest’ultima che sono molto tossiche e servono a prolungare la durata dell’effetto psicotropo del composto. Ci si rende conto dell’aggiunta della Datura perchè si percepiscono le labbra intorpidite, così come le dita delle mani e dei piedi. Parecchi preparati che usano come base le foglie di Datura servono ad ampliare la percezione nel senso della veggenza, della divinazione e addirittura per il furto della forza di volontà di altre persone; ecco un altro motivo per il quale a questa pianta è stato dato il nome di Yerba del Diablo. Vorrei ricordare che per gli Sciamani è una pratica ricorrente quella di effettuare la famosa Caccia all’anima, proprio perchè secondo la loro tradizione gli esseri umani possono indebolirsi perchè in alcune delle loro esperienze esistenziali molto forti o traumatiche o in conseguenza a relazioni sentimentali devastanti, o alla frequentazione di luoghi parecchio negativi, hanno perso parte della loro anima e quindi della loro energia, disgregandosi e successivamente ammalandosi. La capacità di alcuni di loro di andare a riprendere pezzi dell’anima delle persone che necessitano di questo particolare tipo di aiuto, e reintegrarle nel loro livello di Coscienza, fa si che la persona possa tornare allo stato di equlibrio perduto. Fondamentalmente l’uso che viene fatto dell’Ayahuasca è di tipo curativo e Spiritule, non ha nulla a che fare con quelle che vengono definite droghe ricreative né tanto meno le droghe usate in discoteca per sballarsi durante una notte di trasgressione. Io considero questa pianta magica, come una Maestra primordiale e sacra, la quale ci concede l’immenso onore di affrontare i nostri demoni per guarire dagli stati distorti della  mente reattiva. Difatto io considero la guarigione come qualcosa che parte dal mondo dello Spirito per poi scendere a livello mentale, emotivo e fisico, là dove un sintomo è sempre la manifestazione di un disagio dell’anima che urla il suo dolore nel tentativo di essere ascoltata.

Prima di procedere ad una sessione curativa con l’Ayahuasca che generalmente si inizia di sera verso ora di cena, si raccomanda di evitare l’assunzione di cibo nella stessa giornata, dove l’ultimo pasto consumato può essere solo quello della colazione. L’ altra raccomandazione fondamentale è quella di astenersi nella settimana precedente dal mangiare carne e dal fare sesso, in modo da arrivare all’incontro con lo Spirito della pianta più leggeri e quanto meno fisicamente più puliti. Il senso dell’astinenza sessuale è quello di non disperdere energia e di convogliarne il più possibile vero il proprio centro interiore. L’Ayahuasca essendo anche una purga, sia fisica che emotiva, una volta assunta crea sempre dei fenomeni che possono andare dall’impellente bisogno di vomitare, a quello di defecare, di urinare  e di ruttare. In un clima particolarmente umido come quello della foresta amazzonica, dove è davvero difficile un’ideale conservazione dei cibi, spesso le popolazioni si ritrovano vittima di infezioni da parte di parassiti intestinali e l’Ayahuasca è quella che in assoluto riesce meglio di altre piante a debellare questi parassiti. In questo senso è quindi anche una validissima medicina di cui quasi tutti fanno uso. L’effetto purgante è però una questione che va ben oltre la parte fisica, il vomitare la propria bile è spesso  sinonimo del vomito di emozioni negative e non digerite che nel corso degli anni la persona ha accumulato senza mai riuscire a metabolizzarle. Lo Spirito dell’Ayahuasca arriva nei reami più profondi del nostro essere portando a galla tutta la nostra spazzatura e permettendoci di espellerla. In fondo in fondo noi non ci rendiamo conto che la malattia in se stessa diventa un essere senziente con una propria volontà di continuare a vivere e se le prestiamo il fianco perché questo accada, la situazione prima o poi ci sfuggirà di mano!

SECONDA PARTE

Ho terminato l’articolo precedente con una frase che dovrebbe farci riflettere; e cioè che la malattia in se stessa diventa un essere senziente con una propria volontà di continuare a vivere e se le prestiamo il fianco perchè questo accada, la situazione prima o poi ci sfuggirà di mano! I Curanderos sanno perfettamente quanto tutto ciò sia vero ed è per questo motivo che durante una cerimonia di guarigione mediante Ayahuasca, quando eliminano la radice spirituale del male che affligge il paziente, si premuniscono di lanciare questa larva in una parte dello spazio infinito che non possa danneggiare più nessuno. E’ un tipo di realtà che va compresa e di cui bisogna divenire consapevoli. Un altra fase essenziale del processo riguarda il potere ed il livello di Coscienza dello sciamano che prepara la mistura guaritrice. Come in tutti i campi, l’esperienza e la conoscenza del terapeuta fanno la differenza, anche qui questi elementi non sono da meno! Quando si ha a che fare con le piante ed ancor di più con lo Spirito di piante particolari che possono donarci saggezza ed apertura mentale oltre che guarigione a tutti i livelli dell’Essere, bisogna sapere come interagire con il loro Spirito per trarne i maggiori benefici. Le piante che vengono tagliate e messe nel calderone per bollire delle ore, devono necessariamente cedere le loro sostanze a chiunque le utilizzi, ma in questo caso specifico attraverso il rapporto con il lato senziente dell’Ayahuasca, lo sciamano può indurle a cedere qualcosa che va molto oltre le semplici sostanze chimiche e cioè qualcosa che si chiama Spirito! Questo è il valore aggiunto che non va assolutamente tralasciato. In oltre il curandero, proprio per la sua natura e per la missione che riveste, ha generalmente molte piante alleate che usa e aggiunge alla mistura a seconda delle persone di cui deve occuparsi e per le quali prepara l’Ayahuasca. Esattamente come l’omeopatia che prende in considerazione l’uomo malato e non la malattia, ogni cura differisce a seconda di chi è destinato a riceverla. In oltre ogni pianta aggiunta porta con sè il suo Spirito e la propria personalità, esattamente come ho spiegato molte volte negli articoli precedenti. Ecco perchè non ha senso, il tentativo limitante ed infausto di persone che anche se animate da buone intenzioni, pensano che sintetizzare le molecole base che formano il principio attivo dell’Ayahuasca, per poi somministrarlo come un farmaco di sintesi possa equivalere a tutto il processo sopra descritto! Tutto ciò equivarrebbe all’ennesimo tentativo di decontestualizzare il microcosmo dal macrocosmo, e sarebbe impossibile se non vano, perchè il corpo e lo Spirito che lo abitano, non risponderebbero nella stessa maniera. Esattamente come l’esperienza molto comune che è quella di vedere come alcune persone riescano a risuonare con il mondo vegetale e vengano definite dal pollice verde, mentre certe altre non riescano nemmeno a far crescere un banale stelo di edera, allo stesso modo funziona quando si tratta di interagire con le piante che curano e di comprendere quale siano più adatte per una persona che ha una patologia che si è instaurata per una particolare storia personale che è ovviamente diversa dalla storia di un’altra persona che manifesti pur sempre la stessa patologia! Posso comprendere quanto sia difficile credere a certe cose che trascendono il mondo che definiamo reale, fino a quando non lo abbiamo provato sulla nostra pelle, di fatto però lo Spirito dell’Ayahuasca è esattamente come la meditazione: è quindi un processo esperienziale, di cui poco conta parlarne nel tentativo di spiegarlo ai più, perchè quello che conta è entrare in risonanza con essa e fare in modo che agisca al di là delle nostre resistenze! Spesso nel decotto viene aggiunta la corteccia di un altro albero che esiste in tre varietà diverse, ed è  il Lupuna Negra. (esiste il Lupuna Bianco, verde e nero). Come potete osservare dall’immagine sottostante, questo albero è immenso, con un tronco dal diametro che può tranquillamente raggiungere più di due metri e mezzo e un’altezza di trenta metri verso la luce del sole, prima che inizi a ramificarsi. Il suo Spirito è possente e vigoroso esattamente come la sua forma, e viene impiegato per la sua capacità di liberare le persone dalle presenze negative, dagli Spiriti molesti e dalla magia nera. Talvolta viene anche chiamato l’albero di luce ed ombre, per la sua capacità di metterci di fronte a tutte le cose che ci restano nascoste e alla sua specifica abilità di metterci faccia a faccia con le nostre parti più oscure.

lupuna blanca

Dal canto mio posso solo riportare quella che è stata la mia personale esperienza con lo Spirito dell’Ayahuasca, che come ho già detto prima non può essere paragonato a quello di nessun altro. Ebbi l’onore e la fortuna di entrare in contatto con lei già più di venti anni fa, quando qui in Italia era ancora quasi del tutto sconosciuta ai più. Uno dei miei migliori amici la riportò dentro una bottiglia da un litro e mezzo di coca cola, dopo essere stato due mesi e mezzo nella foresta amazzonica a diretto contatto con uno sciamano del luogo con il quale lavorò e che preparò la miscela per lui per poterla utilizzare una volta tornato a casa. Furono le esperienze più incredibili e profonde della mia vita. Ogni volta che facevamo una sessione, scendeva sempre più in profondità dentro di me espandendo il mio livello di Coscienza, ed ancora oggi, dopo molti anni trascorsi nei quali non potei più assumerla, posso tranquillamente sentire vivo il suo Spirito dentro di me! L’Ayahuasca nei miei confronti è sempre stata molto dolce, l’unica cosa che di fisico mi ha procurato è stato il fare tanti rotti e tanta pipì, non ho mai vomitato ne ho mai sentito l’urgenza di correre a defecare. Le ore in cui restavamo sotto il suo effetto erano minimo otto/dieci e quello che di speciale ho sempre sperimentato ed è successo da subito è che la mia mente aveva accesso ad entrambi i piani di realtà contemporaneamente, quello comune dello stato di veglia e quello speciale, caratterizzato dalle visioni della pianta. Si dice che lo Spirito dell’Ayahuasca sia un’anaconda, ed è vero! Lei è la Signora del primo mondo, colei che detiene le chiavi d’accesso all’esperienza primaria. E’ il guardiano della soglia e senza il suo consenso nessuno può accedere, perché una cosa va detta ed è molto importante: non siamo noi a scegliere di avere un’esperienza con lei, bensì è lei che decide se siamo pronti ad arrivare al suo cospetto! Come tutti i veri Maestri si presentano quando il discepolo è pronto e mai prima! Ricordo ancora in maniera vivida la mia prima volta, anche se è necessario che inizi spiegandovi un aneddoto che riguarda la mia infanzia ed i serpenti. Quando avevo circa sette anni andai allo zoo con mia mamma, mia nonna e mio cugino, e tra tutti gli animali a cui feci visita, ad un certo punto entrai nel rettilario, il quale conteneva svariate teche e in una di queste potei assistere al cambio della pelle di alcuni serpenti contenuti al loro interno. Quella scena mi segnò profondamente, provai un senso di schifo, di viscido, di subdolo, di vischioso che si impadronì di me in maniera così determinante che la stessa notte e le due successive, feci sogni orrendi su terribili serpenti che mi camminavano addosso ed io impotente, non riuscivo a liberarmene! Da allora s’instaurò quella fobia che mi impediva la vista di un serpente persino in televisione. La prima volta che feci Ayahuasca si presentò subito l’anaconda, la vidi ai piedi del letto dove ero sdraiata nella realtà vicino al mio amico, lei era attorcigliata nella parte finale del materasso, mi guardava, mi scrutava, mi osservava silenziosa. Nell’istante in cui apparve non ebbi nemmeno per un solo istante paura né ribrezzo, potevo sentire la sua presenza rassicurante, anni di terrore scomparvero in un attimo. Dopodiché iniziò a parlarmi con la mente, la connessione era telepatica, mi spiegò molte cose di me e della mia pittura, della mia arte, che al tempo era appena al suo sbocciare e che aveva un potere curativo esattamente come lo avevo io! Fu un’esperienza meravigliosa e quando feci ritorno dalla Toscana a casa mia, dopo quella prima volta accadde una sincronicità assolutamente degna di nota, come accesi la televisione mandarono in onda un documentario sulle anaconde. Quella volta potei ammirarla in tutta la sua bellezza e capii immediatamente che mi aveva guarita, perché anche nella realtà il mio terrore era sparito! Numerose furono le volte successive nelle quali ebbi l’accesso agli altri due mondi di cui i guardiani della soglia sono il puma e/o la pantera e l’aquila reale. Ognuno di loro m’impartì delle lezioni e nel contempo mi trasmise il suo potere, che è quello di sfruttare positivamente l’energia di ognuno dei tre mondi a scopo benefico, curativo e come protezione da attacchi sia energetici che materiali, fatti da persone che vivono una realtà misera ed in preda alla paura! L’onore di avere avuto dei Maestri così meravigliosi mi spinge a cercare di migliorarmi sempre di più e di vivere in risonanza sempre maggiore con loro e con la loro immensa consapevolezza. In fondo quello che so per certo e che ormai scorre in ogni fibra del mio essere è che Lo Spirito è una presenza viva, tangibile e palpabile, in ogni manifestazione del creato, dal mondo minerale a quello vegetale e animale, questa immensa e sconfinata ed intelligente energia pervade tutto e tutti, il nostro mondo e tutti gli altri mondi, unendoli in una danza eterna a disposizione di chiunque voglia prenderne parte! Entrare o restare fuori è una nostra scelta, non ha nulla a che vedere con proibizioni, restrizioni, dogmi o punizioni, quello che è certo però è che se non alimentiamo la sensibilità che ci permette di riconoscere questa presenza onnisciente e onnicomprensiva, non riusciremo mai a stabilire il contatto! Madre Natura è priva di limiti, siamo noi esseri umani che innalziamo barriere, lei è sempre lì, pronta ad accoglierci e ad amarci a prescindere da tutte le idiozie con le quali ci hanno riempito la testa per manipolarci e indurci a credere di essere impotenti! State attenti, svegliatevi, meditate, ampliate i vostri sensi e finalmente arriverà il giorno in cui probabilmente l’Ayahuasca busserà alla vostra porta, non perdete quest’occasione, non rinunciate, altrimenti potreste non averne una seconda e vi garantisco che avrete perso uno dei più grandi doni che la vita possa mai farvi!

AUTORE

Letizia Boccabella

FONTE

https://letiziaboccabellanaturopata.wordpress.com/

L’AYAHUASCA E LA SALUTE PLANETARIA – di Matteo Politi

Figura 1 – Il Centro internazionale per l’educazione, la ricerca e il servizio etnobotanico (ICEERS) è un’organizzazione senza scopo di lucro (NPO), con sede a Barcellona, Catalogna (Spagna).

Negli ultimi anni la bevanda amazzonica conosciuta come Ayahuasca è diventata sempre più popolare nella società occidentale anche in virtù delle recenti ricerche medico-scientifiche. Per molti Nordamericani ed Europei che appartengono alla vecchia generazione che ha sperimentato l’Ayahuasca, questa può essere considerata una buona notizia che genera una sorta di sollievo.

Questa vecchia guardia ha dovuto assistere per decenni alla diffusione di stereotipi falsi e negativi attraverso i mezzi d’informazione, mentre oggigiorno la società dominante diffonde regolarmente informazioni sui benefici medici di questo rimedio naturale. Sebbene queste informazioni stiano aiutando ad emancipare il consumo di Ayahuasca, ci sono anche seri pericoli legati all’adattamento di questa pozione ai canoni del pensiero scientifico e dei sistemi medici occidentali.

L’Ayahuasca corre il rischio di essere fatta entrare con la forza nella categoria di “medicina basata sull’evidenza” – scientificamente standardizzata per garantirne la qualità, sicurezza ed efficacia – e di essere dunque vista attraverso il microscopio occidentale, con poca o nessuna considerazione per la conoscenza indigena che sta dietro a questo antico rimedio amazzonico a base di erbe.

A me risulta chiaro che questo approccio può generare effetti negativi sulla salute umana e sull’ambiente e può diluire il grande potenziale di
questa medicina. Da chimico farmaceutico con più di 20 anni di ricerca sulle piante medicinali e più recentemente anche sugli usi terapeutici dell’Ayahuasca nella regione di San Martin nell’Amazzonia peruviana, suggerisco che possiamo trarre grandi benefici dal pensare all’Ayahuasca al di là del paradigma medico convenzionale.

È tempo di prendere sul serio le affermazioni dei saggi indigeni e di altri che riconoscono la senzienza della vita vegetale e il profondo legame che esiste tra gli esseri umani ed il mondo naturale. Una soluzione chiave per l’attuale crisi planetaria che stiamo vivendo deve comportare per forza di cose la protezione e l’integrazione delle conoscenze indigene. Ciò può aiutarci a capire come la nostra guarigione personale attraverso il consumo di Ayahuasca sia anche una sorta di guarigione planetaria.

Di seguito presento diverse ragioni per cui l’Ayahuasca dovrebbe essere trattata molto più che come una semplice “medicina” per uso personale.

Cosa c’è nell’Ayahuasca?

Per qualsiasi medicina a base di piante sviluppata nell’ambito scientifico, la standardizzazione dei parametri di qualità, che di conseguenza influiscono sulla sua sicurezza ed efficacia, deve innanzitutto garantire la corretta identificazione del materiale vegetale utilizzato per elaborare il prodotto finale.

Tuttavia, se esaminiamo i rapporti etnografici che parlano del preparato Ayahuasca, oltre alle due specie vegetali di base utilizzate nella miscela, che sono Banisteriopsis caapi e Psychotria viridisesistono in realtà dozzine di piante che vengono comunemente aggiunte a questa miscela base; il risultato rimane comunque una bevanda che continua ad essere chiamata Ayahuasca. Anche Dennis McKenna ha recentemente affermato: “Praticamente ogni sciamano ha la propria pozione“. Dunque, a cosa ci riferiamo quando parliamo di Ayahuasca?

Va inoltre ricordato che il termine Ayahuasca è solo uno dei tanti nomi usati nella giungla amazzonica per definire qualcosa che in realtà è abbastanza difficile da definire. In questa fase, quindi, possiamo affermare che il primo passo verso lo sviluppo di una medicina basata sull’evidenza a partire dell’Ayahuasca si basa in realtà su di una supposizione: l’Ayahuasca definita come la combinazione tra la liana B. caapi e le foglie dell’arbusto P. viridis è solo una semplificazione.

Ciò dimostra che rischiamo di iniziare a sviluppare un nuovo farmaco senza una conoscenza approfondita della medicina vegetale originale, e questo dovrebbe essere motivo di preoccupazione.

Come viene preparata l’Ayahuasca?

Uno dei primi rapporti che descrivono la preparazione dell’Ayahuasca, risalente al 1972, indica dati come la quantità e parte utilizzata della pianta, la quantità di acqua ed il tempo di cottura. In questo modo, gli autori hanno descritto un processo simile alla preparazione di una tazza di tè, o meglio un decotto.

Seguendo questa descrizione, ulteriori studi si sono concentrati sulla valutazione di come la quantità e le parti utilizzate della pianta incidano sulla qualità del prodotto finale. È interessante notare che campioni di piante prelevate da ambienti diversi e in momenti diversi della giornata hanno mostrato di possedere quantità diverse dei principali alcaloidi considerati responsabili dell’attività biologica generale del rimedio, ovvero DMT e beta-Carboline.

Un altro studio si è dedicato alla valutazione dell’effetto del tempo di cottura registrando differenze significative nelle quantità relative di alcaloidi. Questi risultati sono tutte informazioni utili, ma pongono ulteriori domande a cui potrebbe essere difficile rispondere: qual è lo standard di riferimento da considerare per l’Ayahuasca? Si tratta del prodotto che contiene la maggior quantità di questi alcaloidi? Chi lo decide e perché? Quale è il ruolo dei molti altri fito-composti estratti da entrambe le piante?

Se valutiamo un prodotto a base di piante medicinali di uso tradizionale basandoci su questa prospettiva chimica, non abbiamo alcuno
standard a cui fare riferimento. Da questa prospettiva, l’Ayahuasca, così come ogni altro rimedio erboristico, diventa una miscela di sostanze chimiche, ma nessuno può dire quale sia la miscela giusta.

Inoltre, i chimici che si dedicano a creare prodotti di sintesi potrebbero facilmente preparare una nuova pillola utilizzando questi alcaloidi senza la necessità di affrontare la complessità di una miscela naturale. Se questo è il credo della scienza moderna, perché non farlo?

Figura 2 – Come ci insegna la conoscenza indigena, l’Ayahuasca è molto più della somma della vite e delle foglie.

Nella giungla amazzonica, gruppi etnici diversi posseggono ricette diverse per preparare l’Ayahuasca. Gli scienziati, tuttavia, per preparare una buona medicina fanno affidamento sulla necessità di standardizzare un solo metodo di elaborazione. Essi devono standardizzare chimicamente un estratto di Ayahuasca per valutarne l’attività biologica, perché per loro il concetto di principi attivi è legato al contenuto di sostanze chimiche.

Osservando l’Ayahuasca da questa prospettiva, rientriamo in pieno all’interno dell’attuale paradigma biomedico e scientifico dominante e tutto sembra molto chiaro e semplice. Tornando al lavoro di osservazione sul campo, tuttavia, ci rendiamo conto che esistono molti altri passaggi legati alla preparazione dell’Ayahuasca.

Tali passaggi, dal punto di vista locale, sono considerati rilevanti per la qualità, la sicurezza e l’efficacia di questa medicina. Dovremmo continuare a considerare le popolazioni indigene come culture primitive o potrebbe essere utile prestare attenzione a quelle che loro ritengono essere le “migliori pratiche”per la produzione di medicinali a base di erbe?

Riconsiderando la magia della giungla

Il mantra del metodo moderno per lo sviluppo di farmaci a base di erbe può essere riassunto nella frase “Standardizzare i materiali vegetali e i metodi di lavorazione per produrre medicinali standardizzati“. Tutto molto chiaro e semplice; forse fin troppo semplice! Ciò può risultare vantaggioso forse solo per una società standardizzata, un’impostazione sociale che però non solo mette a rischio la biodiversità culturale, ma che tende al pensiero unico, cosa che dovremmo saggiamente ripudiare.

Tornando sul campo in Amazzonia per osservare come la gente del luogo elabora questo famoso preparato, ci rendiamo conto che la preparazione include molte procedure strane, così strane che nella maggior parte dei casi non riusciamo a capire che cosa stiano facendo. Di solito ci riferiamo a queste pratiche come rituali o magia.

Tuttavia, noi farmaceutici non siamo preti, sciamani o maghi. Siamo solo farmaceutici e, dal nostro punto di vista, ogni passo verso la preparazione di un medicinale deve essere considerato come parte di una ricetta farmaceutica. Questo sarebbe un approccio veramente etno-farmaceutico e come scienziato mi sento obbligato a prendere nota di tutte le procedure eseguite dai guaritori amazzonici durante la preparazione dell’Ayahuasca, siano esse comprensibili o meno.

Osserviamo dunque che i guaritori digiunano prima della raccolta delle piante e soffiano fumo di tabacco sulla pianta e persino nella pozione di Ayahuasca una volta pronta per essere servita. Inoltre, intonano canti sacri chiamati icaros ed evitano di usare profumi e di avere relazioni sessuali nei giorni della preparazione della pozione. Chiamano persino la pianta con il suo nome, chiedendole aiuto per preparare una buona medicina.

Secondo la tradizione, il principio attivo è da riferirsi al grado di relazione tra la persona che sta preparando e somministrando la pianta e la pianta stessa.

A questo proposito, viene da dire che può essere utile conoscere il nome di un essere vivente, se l’aiuto di quell’essere viene ritenuto necessario. Gli animali domestici rispondono quando sono chiamati per nome, quindi non si tratta di parlare lingue specifiche. È possibile che avvenga qualcosa di simile anche per il regno vegetale?

Recenti scoperte scientifiche attirano l’attenzione sulla bioacustica delle piante come campo emergente per comprendere la comunicazione tra vegetali e su come ciò possa anche essere correlato alle tradizionali pratiche erboristiche di “chiamare gli spiriti della pianta” come di solito viene descritta questo tipo di performance sciamanica.

Figura 3 – “Natura mistica” di Brian Gaynor. Secondo la conoscenza indigena, le piante sono esseri senzienti: possono percepire e comunicare.

I passi da seguire che i locali considerano rilevanti per preparare una medicina di buona qualità possono essere piuttosto importanti e un giorno potrebbero persino diventare scientificamente comprensibili. Descrivere il metodo di elaborazione dell’Ayahuasca come la preparazione di una semplice tazza di tè implica un’ulteriore supposizione che riguarda il secondo passo verso lo sviluppo di una medicina basata sull’evidenza scientifica.

Prendere le distanze dagli usi consolidati e tradizionali di questo tipo di medicine vegetali potrebbe non solo limitare la comprensione del potenziale complessivo di questo rimedio, ma anche generare nuove preoccupazioni, soprattutto in termini di sicurezza, non solo per l’uomo ma anche per l’ambiente.

Modificare le procedure tradizionalmente utilizzate per preparare una medicina a base di erbe potrebbe essere rischioso e dovrebbe essere valutato attentamente. Ponendoci in una prospettiva più ampia, possiamo riflettere su come l’aver sradicato piante come il tabacco e la coca del loro uso tradizionale per adattarle alle esigenze della società occidentale abbia portato a un uso meno sicuro di queste piante.

Considerando questi esempi, potrebbe essere saggio cambiare il nostro modo di appropriarci di queste piante medicinali e sacre verso una
forma culturalmente più sensibile. Seguendo l’approccio indigeno, e dunque prendendo nota dell’intero metodo di preparazione dell’Ayahuasca, la conclusione è che, secondo la tradizione, il principio attivo è da riferirsi al grado di relazione tra la persona che sta preparando e somministrando la pianta e la pianta stessa. Nel contesto scientifico, tuttavia, il principio attivo è legato al solo contenuto di sostanze chimiche. Tale conclusione innesca ulteriori considerazioni.

L’Ayahuasca potrebbe aiutare la relazione uomo-ambiente?

Arrivati a questo punto, abbiamo una grande decisione da prendere. Consideriamo la pianta come una scatola piena di sostanze chimiche o come un organismo vivente? È importante decidere, perché se pensiamo che una pianta sia una risorsa di sostanze chimiche, consideriamo la nostra salute come il risultato d’interazioni biochimiche del nostro corpo-macchina. Ma se la consideriamo un essere vivente, noi stessi per primi torniamo a donare un’anima al nostro corpo, e potremmo persino accettare la possibilità di interagire col regno vegetale considerato dunque animato e vivo, un concetto ben noto e comune nelle culture indigene.

Ma se proviamo a interpretare la fitoterapia amazzonica seguendo il nostro approccio di standardizzazione da laboratorio, in realtà stiamo tralasciando gran parte delle conoscenze tradizionali relative alla ricetta e, più in generale, su come gestire le risorse naturali. Rischiamo anche di perdere per strada certo potenziale terapeutico dell’Ayahuasca. Se il principio attivo viene misurato in termini di relazione, questa grande medicina potrebbe essere estremamente utile per ripristinare la relazione uomo-ambiente, ed è per questo che l’Ayahuasca potrebbe diventare una medicina utile per la salute planetaria, non solo per le malattie umane.

Figura 4 – L’attività dell’Ayahuasca non si trova solamente all’interno delle sue molecole.

In Europa, abbiamo applicato per secoli un approccio di standardizzazione alla nostra amata liana psicoattiva, la vite, e questo ha portato a monocolture dappertutto. È qui che vogliamo arrivare sviluppando una medicina di Ayahuasca basata sull’evidenza della scienza dominante? Spero davvero di no. Non voglio vedere enormi piantagioni con filari di Ayahuasca piantati nel mezzo della giungla per una produzione massiva, magari per curare gli stati d’ansia e le depressioni dilaganti nella cultura moderna dominante, probabilmente sempre più psicolabile proprio in virtù di pensieri unici, disconnessioni col vivente, disastri ambientali.

Contrariamente alla tendenza attuale, sogno un mondo con più biodiversità e con società multiculturali, e probabilmente l’unico modo per arrivarci è attraverso relazioni sane tra l’uomo e la natura. Stabilire un contatto positivo con gli altri esseri che vivono intorno a noi è molto rilevante per la salute in generale, così come, probabilmente, per riacquistare la consapevolezza di essere circondati dal sacro in natura. Ciò può essere raggiunto attraverso i sentimenti, tralasciando il pensiero razionale e la costante pianificazione di nuove norme magari sull’ambiente ma partorite in uffici asettici.

Spesso l’esperienza dell’Ayahuasca ci porta ad aprire il cuore e a lasciare da parte il nostro lato razionale, attraverso l’alterazione dello stato ordinario di coscienza. Questo può aiutarci a percepire e riconoscere la sacralità della vita sulla Terra e a riconoscere che quando nutriamo dei sentimenti per altri esseri viventi, tendiamo a prenderci cura di loro e persino a combattere per proteggerli. Il monoteismo tende a identificare la sacralità da qualche parte lontano nel cielo, mentre all’interno delle culture animiste il sacro si trova principalmente sulla Terra, e questo è probabilmente il modo in cui gli indigeni da sempre agiscono per preservare l’ambiente e vivere in equilibrio con esso.

Nella società moderna, la nostra connessione sensoriale ed affettiva con la natura è stata drasticamente ridotta, con la conseguenza che tutto ciò che ci circonda ci sembra una risorsa inanimata, e la distruzione e lo sfruttamento sono moralmente più semplici e quindi ampiamente diffusi.

Per decenni gli scienziati hanno pubblicato prove riguardo il cambiamento climatico e l’importanza della biodiversità. Nonostante ciò, ogni giorno che passa la foresta pluviale amazzonica, e purtroppo non solo, viene disboscata sempre più, e questo è un chiaro caso in cui un approccio basato sull’evidenza scientifica semplicemente non sta raggiungendo il suo obiettivo.

In realtà, questo approccio scientifico tende ad oggettivare animali, piante e altri esseri naturali, e così facendo ostacola la nostra capacità di creare una connessione con il mondo vivente non umano. Pertanto, è improbabile che lo stato di consapevolezza e della realtà che questo costruisce susciti facilmente reazioni radicali per fermare la deforestazione o altre catastrofi ambientali.

Figura 5 – Ci stiamo allontanando dalla nostra terra natale e la stiamo distruggendo per alimentare ulteriormente la separazione.

Dunque, perché dovremmo applicare un approccio basato sull’evidenza della scienza attuale per integrare la medicina Ayahuasca nel contesto moderno? Nel processo di sviluppo di nuovi farmaci a base di erbe medicinali di uso tradizionale, anziché seguire le direttive
dell’Organizzazione internazionale per la Standardizzazione (ISO), dovremmo ascoltare la voce della giungla e delle culture indigene e prendere esempio dalle loro pratiche ancestrali.

Nell’avvicinarsi alla conoscenza tradizionale, molti scienziati sono come adolescenti che si ribellano alla saggezza degli anziani. La scienza moderna è una tradizione giovane che si approccia a una più antica. A volte, tuttavia, capita che l’adolescente, una volta cresciuto, inizi
ad apprezzare tale saggezza, e che quindi riesca a calmare il fuoco ribelle che lo pervade e decida di sedersi di fianco agli anziani per iniziare ad ascoltare la storia della vita. Per la salute umana e planetaria, spero di assistere a questo momento, che credo costituirebbe un vero punto di svolta nella storia.

Approccio post-materialistico per una nuova farmacia verde

Penso che l’Ayahuasca possa apportare a tutti noi qualcosa di nuovo e non mi riferisco a nuove molecole. La strategia generale della ricerca scientifica di andare a caccia di nuovi composti chimici in una pianta medicinale, quando siamo effettivamente di fronte a organismi viventi in grado di trasmetterci conoscenza, suona proprio come una sorta di “farmaceutica vecchio stile”.

Possiamo imparare molto di più dall’eredità culturale amazzonica che predica l’accesso alla conoscenza attraverso una relazione con le piante, e questo non vale solo per l’Ayahuasca. Molte altre piante medicinali dell’Amazzonia possono davvero insegnarci qualcosa. Il concetto di pianta come maestro è presente nella letteratura scientifica almeno dagli anni ’80, grazie al lavoro dell’antropologo Luis Eduardo Luna. Più recentemente, anche Jeremy Narby ha dato il suo bellissimo contributo sul tema dell’Ayahuasca e dell’intelligenza della natura.

Oggi ci sono persino biologi come Stefano Mancuso e Monica Gagliano che parlano di neurobiologia e intelligenza delle piante. Sembra che la dimensione animista delle culture tradizionali e il modo scientifico moderno di interpretare alcuni dati di laboratorio stiano raggiungendo un punto di accordo.

Quindi, anche noi, in quanto esseri umani, se fossimo veramente intelligenti come supponiamo, dovremmo essere in grado di comprendere la rilevanza che può avere imparare a dialogare ed entrare in contatto con gli esseri non-umani, con altri esseri che vivono con noi su questo
pianeta. Qui vale la pena considerare l’etimologia della parola “ecologia”, che può essere intesa come “discorso sull’ambiente”.

Da questa prospettiva, non sarebbe utile discutere con gli esseri non-umani come gestire la nostra casa comune che chiamiamo natura? Inoltre, questo potrebbe davvero rappresentare un nuovo approccio da esplorare nell’ambito della fitoterapia: non andare alla ricerca di prodotti chimici, ma di amici. Questi amici potrebbero insegnarci il modo corretto di preparare e usare i rimedi erboristici, come affermano da secoli molte culture indigene in tutto il mondo, sebbene generalmente ignorate dalla scienza; e forse potremmo persino imparare qualcosa di utile su come agire in favore dell’ambiente e su come migliorare le nostre strategie di sviluppo sostenibile.

Dovremmo almeno essere aperti a considerare queste possibilità, investendo in nuovi piani di ricerca piuttosto che andare avanti in maniera ostinata con l’attuale paradigma scientifico basato interamente su prove materialistiche, almeno per quanto riguarda temi come il cambiamento climatico e la protezione della biodiversità.

Nuovi approcci in antropologia ed etnografia incentrati sulle relazioni multi-specie stanno aprendo strade utili verso una migliore comprensione della rilevanza della dimensione extra-umana. Speriamo che ciò possa avere un impatto anche sulle future scienze farmaceutiche, fitochimiche e ambientali.

Un cambio di paradigma verso un mondo post-materialista dovrebbe essere alla portata della prossima generazione di scienziati ispirati dalle tradizioni di tutto il mondo. Questa è una delle ragioni per cui mi sento onorato di lavorare in collaborazione con il Centro Takiwasi per la ricerca sulle medicine tradizionali situato in Perù, una porta d’entrata ideale per i ricercatori che vogliono avvicinarsi alle tradizioni mediche della selva amazzonica.

Articolo originale

https://kahpi.net/ayahuasca-planetary-health/

Biografia dell’autore

Matteo Politi, ha un dottorato in chimica dei prodotti naturali ed una specializzazione in naturopatia. È il direttore della ricerca presso il Centro Takiwasi in Perù e ricercatore associato presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università di Chieti-Pescara in Italia. Possiede oltre 20 anni di esperienza multidisciplinare in fitoterapia.

Traduzione a cura del sito Ayahuasca Info.it

KAMBO, IL VACCINO DELL’AMAZZONIA

phyllomedusa_bicolor-KAMBO

Kambo, l’ancestrale cura sciamanica nella foresta amazzonica chiamata anche “Sapo”. Per favorirne l’essiccazione, la sostanza gelatinosa della Phyllomedusa Bicolor (nome scientifico dell’anfibio verde amazzone delle Hylidae studiato per primo da Vittorio Erspamer, emerito scienziato di farmacologia all’Università della Sapienza di Roma) è stesa su una bacchetta di legno, poi chiusa in una foglia di bambù.

Questa secrezione viene somministrata secondo la farmacopea dei villaggi Matsés, gli indigeni sul Rio Galvez (Perù) che la applicano come un vaccino per innalzare il sistema immunitario in questo modo: vengono praticate delle piccole incisioni praticate con il fuoco (molti lo fanno con gli incensi) provocando piccoli fori sulla pelle, solitamente non più di cinque. La sostanza entra nel corpo attraverso il sistema linfatico: in un attimo il corpo è stravolto in un rito di purificazione e disintossicazione senza eguali. Un portento della natura, da maneggiare con cura. Tachicardia, sudorazione e vasodilatazione scandiscono il passaggio. Lo spurgo pare quello di una febbre. Infine l’espulsione: con l’evacuazione delle tossine, l’insidioso male fuoriesce dal corpo, improvvisamente più forte, tonico e resistente. Il tutto dura una ventina di minuti, più la ripresa che assomiglia a una rinascita.

La sudorazione invece, ha da sempre una funzione di energica sanificazione, rivitalizzazione cellulare con fuoriuscita di liquidi. Il Temazcal è una capanna di purificazione (molto diversa dalla comune sauna) presente nella cultura millenaria di molte tradizioni (Mushiboro giapponese, Banja russo, dagli eschimesi, messicani o gli indiani d’America, Aztechi-Toltechi). Il termine viene da Temaz (bagno) e Calli (casa): qui il tasso d’umidità è al 100% e la temperatura del corpo viene spinta sino a 40°. Il procedimento segue un rigido cerimoniale che punta sulla pelle, all’apertura dei pori attraverso il calore, per espellere dal corpo tossine, acido urico, lattico e colesterolo, stimolando ghiandole endocrine e sistema linfatico, oltre a offrire una potente centratura e lucidità mentale.

La purificazione, secondo i diversi rituali sciamanici, avviene comunque in una capanna (simbolicamente l’utero di nostra madre, da cui la rinascita), per lo più di legno, interamente ricoperta di teli e stoffe naturali per impedire ogni minimo passaggio d’aria e di luce. Nell’oscurità del buio, c’è la riscoperta dell’Io, il misterico Sé. Gli uomini sono in costume da bagno, le donne in gonna o pareo. Pietre laviche incandescenti (prelevate dai vulcani per riaccenderne la memoria) sono cosparse d’acqua, erbe officinali e incensi (aromaterapia) disposti in cerchio i cerimonieri scandiscono canti sacri (Icaros) seguendo l’associazione alchemica degli elementi primari: acqua, fuoco, terra e aria. Alla fine del passaggio (quattro porte, cioè per quattro volte la capanna viene aperta e richiusa per far entrare altre pietre vulcaniche, oltre al cambio d’ossigeno, in tutto un paio d’ore di azione) s’apprezza quel senso di leggerezza e pulizia nell’impagabile riunificazione in un’unità di fisico, mente e spirito. Nel centro Italia si pratica il Temazcal presso CasaAho di Roma (nella campagna di Lanuvio) e pure a Mompeo (Rieti) seguendo il percorso Lakota-Sioux (Inipi).

In libreria il testo del giornalista statunitense Peter Gorman (negli anni ’80 sdoganò la secrezione della rana verde dalla giungla in Occidente) “Kambo, il prodigioso vaccino della rana amazzonica e altre medicine della foresta” (edizioni Spazio Interiore) e del romano Giovanni Lattanzi (pioniere italiano, vive ad Amsterdam) ‘Kambo e Iboga, medicine sciamaniche in sinergia (ed. Bibliosofica)’ che associa Kambo e Iboga nel neologismo enteogeni, somministrandoli sui meridiani d’agopuntura della Medicina tradizionale cinese e sui punti di Riflessologia plantare e auricolare.

KAMBO E IBOGA, PREFAZIONE (Lella Antinozzi)

In quanto occidentali del terzo millennio, siamo abituati a considerare le medicine come prodotti in scatola provenienti da case farmaceutiche e comprate in farmacia, dimenticando che da sempre l’uomo ha potuto guarire i suoi mali accedendo al mondo della natura e al potere insito nel corpo di guarire sé stesso. E non solo gli indigeni delle foreste pluviali del pianeta, ma anche gli appartenenti alla nostra società. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per ricordare che fino agli anni cinquanta del Novecento i farmacisti erano in grado di fornire al pubblico i preparati del loro laboratorio e che curavano innanzitutto usando rimedi naturali. Non vorrei indugiare troppo sul tema spinoso della presa in gestione della nostra salute da parte delle multinazionali farmaceutiche, né desidero dilungarmi sul fatto che l’uso di medicine chimiche non sempre aiuta il nostro sistema psicofisico a guarire, ma di certo alimenta il foraggiamento di compagnie industriali per le quali il benessere umano sembra essere l’ultimo dei loro scopi. È oramai noto che l’uso sistematico e massiccio di medicinali chimici procura l’abbassamento del livello energetico del corpo nonché effetti collaterali anche gravi, come afferma la stessa pubblicità dei prodotti farmaceutici, comunicazione al pubblico obbligata per legge. Come del resto è obbligo imposto dalla legge anche quello di scrivere ‘il fumo uccide’ sui pacchetti di sigarette. Nonostante ciò, il grande pubblico continua a considerare questi prodotti come la panacea di tutti i mali, così come i fumatori continuano a fumare. Siamo dunque di fronte ad un potente condizionamento che ci ha convinto che l’unico modo per guarire sia quello di ricorrere all’uso di medicinali chimici non appena si presenta un sintomo. Un condizionamento, questo, che ci ha portato lontano dall’ascolto del nostro corpo e dai suoi segnali; una diseducazione martellante e progressiva che ci ha convinto che la maniera giusta di agire con il nostro corpo sia quella di bloccare sul nascere l’insorgenza di un sintomo senza indagare sulle sue cause più profonde; che ci ha fatto dimenticare quanto corpo e mente siano profondamente interrelati e quanto lo siano tutti gli esseri viventi. Un condizionamento infine – e non solo in questo campo – che si sta rivelando essere un’arma micidiale con la quale il potere sta riuscendo a pilotare una massa composta di miliardi di persone. È dunque necessario e urgente risvegliarsi a sè stessi per poter prendere in mano le redini della propria vita. Siamo in molti ad essere convinti che in questa straordinario periodo di grandi rivolgimenti, la risposta a chi cerca di intraprendere un percorso di conoscenza interiore, sia più celere, quasi immediata. In questa epoca è difatti sufficiente nutrire il desiderio di volere veramente cambiare, di volere veramente liberarsi dal senso di infelicità o insoddisfazione opprimenti, di volere veramente dare spazio alla propria percezione interiore, per mettere in moto una serie di situazioni ed eventi sincronici che ci portano esattamente lì dove volevamo arrivare. È necessario però che vi sia un reale desiderio di liberazione ed una reale e forte motivazione, elementi fondamentali per intraprendere un percorso di conoscenza interiore e di guarigione, ma che tuttavia non si possono dare per scontati, visto che per arrivare a nutrire una forte motivazione è necessario avere già scelto di non porsi come vittime di fronte alla vita, bensì come esseri umani consapevoli nonché responsabili del proprio destino e della propria vita. Accettare di assumersi la responsabilità della propria vita e di quanto in essa accade, non è cosa scontata né semplice, tuttavia è indispensabile. Senza aver compiuto consapevolmente questo passo, qualsiasi percorso intrapreso risulterà sterile. Non a caso sia Giovanni Lattanzi nei suoi scritti qui presentati, sia Sean Hamman e Steve Dyer nella lunga intervista di Stephen Gray inclusa in questo libro, sottolineano quanto sia importante che le persone che decidono di partecipare ad una cerimonia di Iboga lo facciano con una chiara e forte motivazione e con una piena accettazione del ‘principio di assunzione della responsabilità della propria vita’, CONDITIO SINE QUA NON di un serio e fruttuoso percorso interiore di conoscenza e guarigione. Perché è così importante? Prima di tutto perché un tale atteggiamento ci porta automaticamente al di fuori del ruolo di vittime, ovvero di persone che hanno dimenticato quanto l’essere umano sia potente, che hanno cioè abdicato al proprio potere conferendolo a qualcosa al di fuori di sé. Chi si pone come una vittima davanti alla vita infatti, tende ad addossare la responsabilità della propria infelicità al di fuori di sé. Non vi è alcun dubbio che le cose che ci accadono dipendono anche da eventi ‘esterni’, tuttavia è altrettanto certo che ponendoci come vittime di fronte agli eventi sfavorevoli, si perde la grande occasione di comprendere il motivo per cui essi ci accadono. Insomma, è una questione di ‘tenere il timone’ e di stabilire quindi l’unico punto fermo sul quale possiamo contare quando si intraprende un cammino di conoscenza e guarigione interiore: la realtà, la nostra realtà non è che uno specchio di quanto noi stessi mettiamo in atto. Se non decidiamo di assumerci la responsabilità di questo scomodo ma oramai innegabile fatto e di voler scoprire chi veramente siamo e da cosa veniamo mossi e/o guidati, rischiamo di delegare il nostro potere a qualcosa al di fuori di noi ciò che, in altri termini, equivale al rifiuto di uscire dall’utero materno. Chi ha compreso questa verità è inevitabilmente entrato in una condizione di apertura e di umiltà ed ha altresì capito che si tratta anche di una questione di rispetto per sé stessi. Se non siamo in grado di rispettare noi stessi non siamo neanche in grado di rispettare veramente gli altri esseri umani, gli esseri viventi, la terra che ci ospita. Mi sono dilungata su questo aspetto perché, come si evince dagli scritti qui presentati, l’approccio al Kambo e all’lboga non può prescindere prima di tutto dal rispetto per queste medicine, o meglio, come afferma più volte Giovanni Lattanzi, dal rispetto per lo Spirito di queste medicine. Ci troviamo difatti nel campo della medicina sciamanica, per la quale l’impiego di sostanze enteogene avviene nel contesto di specifiche cerimonie e rituali. Lo stesso termine ‘guarigione’ qui impiegato, non va inteso – nel senso della medicina occidentale – come guarigione da una patologia fisica, ma esclusivamente come guarigione spirituale, una guarigione più profonda che ha effetti su tutti i piani dell’essere umano, incluso quello fisico. Nel contesto sciamanico il piano fisico viene considerato come un ‘riflesso’ di un livello di energia che lo include e lo trascende e che non è accessibile tramite un approccio razionale perché è una dimensione che sconfina nel Mistero stesso della vita. Per non incorrere nell’equivoco dell’uso del termine ‘medicina’ nel senso della medicina occidentale, ovvero della medicina moderna a base scientifica, vale la pena ricordare che sia il Kambo che l’Iboga nel contesto delle tradizioni antichissime cui appartengono, vengono applicati a tutti, sani o malati che siano. Il temine ‘medicina’ che in questo libro viene impiegato sempre nel senso di ‘medicina sciamanica’, può essere reso anche con Sacramento, vale a dire un elemento naturale che in un determinato contesto religioso si ritiene detenga il potere di far accedere ad un’esperienza sacra. In questo senso sono Sacramenti sia il Kambo che l’Iboga che, nei loro contesti di origine, non vengono considerati come medicine utili per curare dei sintomi, ma come elementi naturali dotati di uno Spirito. Avere la possibilità di potervi accedere, in questa epoca e nel nostro mondo, è per tutti noi una grande fortuna e un grande privilegio. Grazie al lavoro svolto da veri e propri pionieri che si sono impegnati assiduamente nel portare in Occidente queste autentiche vie di guarigione, molte persone oggi, nelle nostre città, hanno la possibilità di avvalersi di validissimi alleati nel processo di guarigione interiore e di dare una sterzata verso una dimensione di apertura e positività. Per questo ritengo sia importante diffondere questo libro: è un valido aiuto per accedere alla conoscenza di due straordinari mezzi di guarigione. Allo stesso tempo, è un esempio di attuazione di una diversa modalità di vivere su questa terra, improntata sulla ‘ecologia del comportamento’, su un’ecologia, cioè, non solo riferita all’ambiente, ma anche e soprattutto, alla cura del proprio comportamento verso di sé e verso gli altri. Leggendo e rileggendo questo lavoro, del quale ho curato l’editing, mi è spesso venuto in mente un fatto che ritengo importante. Sono infatti convinta che molte persone reagiranno con ironia e sarcasmo davanti espressioni quali “lo Spirito della pianta mi ha comunicato che “ o simili diciture che sono senz’altro legate ad un mondo – animistico, sciamanico e via dicendo – che noi in quanto Occidentali siamo abituati a relegare in campi ben precisi: etnologia, antropologia, storia delle religioni, campi che si intendono o che è sottinteso vadano intesi come separati da noi, chiusi in compartimenti stagni che non ci toccano. Ebbene, credo che una delle particolarità di questo libro sia quella di testimoniare esattamente il contrario. Gli Occidentali del terzo millennio stanno soffocando sotto i diktat che ci stanno facendo guerra, a noi esseri umani, e stanno cercando in tutti i modi di snaturarci. Come dire, l’umanità, almeno una parte, è pronta a diventare robotica: al bando il sentire, il percepire, che sia soppresso il contatto con l’anima. Questo il diktat. Bene, c’è chi, come Giovanni Lattanzi, come chi scrive o come le centinaia di persone e studiosi citati in questo libro, c’è chi non ci pensa affatto a snaturarsi ma sta bensì lottando per ristabilire in noi, in quanto umani, quell’equilibrio e quella connessione con lo Spirito che in tutti i modi si sta cercando di recidere. Dunque questo libro rappresenta una testimonianza in fieri di una ricerca, di un procedere. Tuttavia, ritengo sia giusto dare a chi legge la possibilità di approfondire la ricerca, documentare le fonti, dimostrare da dove viene una determinata affermazione e perché. Da qui la presenza di note che hanno questo preciso scopo. Si tratta infatti di congiungere due mondi che fino ad ora sono rimasti separati, il mondo della scienza e quello della ricerca interiore. La separazione non aiuta mai nessuno e nulla, in generale. Credo che in questo caso si sia compiuto uno forzo per aprire i varchi e incontrare chi, dall’altra sponda, ha alla fine, le stesse esigenze di noi tutti, sentirci vivi, essere in grado di onorare la vita, di riconoscere la sacralità che questa porta in sé. Buona lettura.

KAMBO E IBOGA, INTRODUZIONE (Giovanni Lattanzi)

Questo libro tratta degli sviluppi che ho apportato alla somministrazione sia del Kambo che dell’Iboga e in particolare al loro uso combinato che è il leitmotiv di gran parte degli articoli, delle interviste, dei saggi che vi sono contenuti. Bisogna dire che la modalità di applicazione del Kambo comunemente conosciuta è quella usata dai Caboclos, i meticci che hanno imparato dai nativi dell’Amazzonia e che per primi hanno iniziato ad applicare il Kambo al di fuori del suo contesto tribale. Nel momento in cui essi hanno cominciato ad applicarlo alle popolazioni cittadine del Brasile, hanno anche apportato delle limitazioni al suo uso, tra queste, la regola di dare un’applicazione per ogni ciclo lunare. Oltre a questa modalità, mi sono ricollegato a quella dei cacciatori della foresta pluviale che è più intensiva. Questi cacciatori conoscono modalità di applicazione che prevedono diverse sessioni di Kambo in una stessa giornata o in diversi giorni di seguito. In aggiunta, ho messo a punto un’applicazione del Kambo sui Meridiani, sui punti della Riflessologia Plantare e Auricolare. Infine ho sviluppato una modalità che impiega l’energia femminile di questa medicina sciamanica, una modalità più delicata di lavorare con l’energia del Kambo ma comunque efficace. Quest’ultima si adatta bene a casi impegnativi: persone con forti resistenze e istanze di controllo o dotate di un campo energetico debole. È questa modalità che consiglio per l’autoapplicazione. Oltre a volersi rivolgere al vasto pubblico che in Occidente si sta avvicinando alle pratiche sciamaniche, questo libro è indirizzato a chi aspira ad applicare il Kambo ed a somministrare l’Iboga per professione oppure a chi già svolge un’attività spirituale e desidera inglobarvi il Kambo o la pratica del microdosaggio di Iboga, vale a dire a chi vuole sviluppare un lavoro di sinergia. Infine, si rivolge ad un pubblico più vasto, interessato all’universo sciamanico in relazione all’uso degli enteogeni in contesti religiosi e che desidera 1 comprendere come il loro studio abbia permesso di approfondire la conoscenza sulle potenzialità e la specificità del cervello umano. Il confronto tra gli effetti apportati dall’uso del Kambo, dell’Iboga e degli enteogeni in generale, il loro significato nelle tradizioni di appartenenza e gli studi sulle parti del cervello da questi attivate è uno dei fili che guidano questo libro. In questa prospettiva, il termine ‘enteogeno’ si discosta sia da quello di ‘stupefacente’ – termine giuridico senza alcuna valenza scientifica – che da quello di ‘psichedelico’ – termine che indica qualunque sostanza naturale o sintetica di tipo psicoattivo – in quanto si riferisce specificatamente a sostanze bioattive naturali usate in contesti religiosi. Una sostanza è bioattiva quando stimola l’attività dei recettori cerebrali e così facendo rafforza il campo elettromagnetico dell’individuo. Un intero capitolo è stato dedicato a Don Juan e Carlos Castaneda, come ulteriore contributo per comprendere l’universo sciamanico ‘dal di dentro’. Per amore di chiarezza vorrei informare i lettori che questo libro non va inteso come un incoraggiamento ad una sregolata e non guidata autosomministrazione di queste medicine sciamaniche. Il mio parere è che sia il Kambo che l’Iboga debbano essere offerti da facilitatori competenti e solo in un contesto rituale. Inoltre sono convinto che i due ambiti, quello dei facilitatori competenti e quello delle persone che ricevono le applicazioni – così come avviene nei contesti originari – debbano essere mantenuti separati. L’autoapplicazione del Kambo e dell’Iboga non portano molto lontano se la persona non ha ricevuto una previa, seria iniziazione. È opinione di molti che nei paesi occidentali ci sia un gran bisogno di ristabilire un equilibrio naturale messo a dura prova da alimentazione di bassa qualità, livelli sempre più elevati di stress, vita sedentaria, abuso di farmaci, stili di vita negativi quali per esempio l’uso compulsivo di internet – senza addentrarci nella questione della frantumazione del senso di appartenenza a famiglie Neologismo derivato dal greco antico e formato da ἔνθεος (entheos) e γενέσθαι (genesthai),  che letteralmente significa “che ha Dio al suo interno”, più liberamente tradotto: “divinamente ispirato”. allargate o comunità che per millenni hanno dato sostegno all’individuo nella sua crescita. Riguardo al deterioramento del livello energetico e del campo elettromagnetico degli abitanti umani di questo pianeta le statistiche parlano chiaro. Per fare solo degli esempi al numero uno nella lista delle cause che provocano morte negli USA ci sono i farmaci, in particolare la chemioterapia, seguita da morti per infarto e cancro. In America un cittadino medio consuma intorno ai 13 farmaci al giorno per tamponare sintomi di ogni sorta. I morti per uso attivo o passivo di sigarette nel mondo sono 5,5 milioni all’anno. La tossicodipendenza nelle sue molteplici forme è un fenomeno in espansione. Sempre più ci dobbiamo confrontare con un numero crescente di nuove malattie dovute ad un abbassamento generale del livello energetico degli individui che segnala come la manipolazione dell’ordine naturale a fini di lucro sia una strada suicida, un boomerang che una volta lanciato ci ritorna implacabilmente contro. La fiducia nel potere autoguarente del corpo e la consapevolezza del fatto che il corpo è abitato dallo Spirito o Intelligenza Superiore rappresentano la grande differenza tra un approccio spirituale alla guarigione e l’approccio dominante. Madre Natura ci ha ben equipaggiato per realizzare una vita sana senza l’uso di stampelle e per portare a compimento il nostro scopo spirituale su questa Terra. Questo è, tra l’altro, l’insegnamento dello Spirito del Kambo che non fa altro che attivare 8 recettori del cervello umano. I diversi peptidi che durante le sessioni di Kambo attivano un lavoro interno di rafforzamento e pulizia, sono presenti nel cervello e nell’intestino degli esseri umani così come nella secrezione della rana del Kambo, nostra antenata nella scala evolutiva. Chi è interessato a capire come funziona il Kambo deve comprendere che questa secrezione facilita un lavoro di autoguarigione tramite la disintossicazione del corpo. Una delle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro è il bisogno di fare chiarezza sui facili fraintendimenti e pregiudizi che girano intorno al mondo degli enteogeni in generale e del Kambo e dell’Iboga in particolare. Gli enteogeni vengono facilmente bollati con etichette che sono in realtà dei clichè creati da paura, ignoranza o da interessi economici che preferirebbero relegare nell’ambito dell’illecito o del pericoloso tutto ciò che esce fuori dai tracciati dettati dalle leggi della politica e da un modo convenzionale di pensare. Per esempio, l’equazione tra enteogeni e le categorie di neurotossicità e tossicodipendenza viene spesso data per scontata senza verificare neppure di cosa stiamo parlando. Si tratta di accuse incongrue in quanto essendo bioattivi, gli enteogeni – tra i quali il Kambo e l’Iboga – permettono un completo funzionamento di importanti potenzialità cerebrali e non creano tolleranza bensì sensibilità, che è il suo esatto contrario. A detta di vari studiosi, l’Iboga permette un risettaggio nel cervello limbico, vale a dire ripara ciò che è stato danneggiato a livello emotivo. Si tratta quindi di una sinergia molto potente. In questo libro si mostra che Kambo e Iboga – così come altri enteogeni quali l’Ayahuasca – in molti modi possono essere di grande aiuto per la nostra società venendo a soddisfare l’esigenza umana di una profonda evoluzione spirituale e di benessere psicofisico. Non solo, tanto gli studi sui peptidi presenti nella secrezione del Kambo quanto quelli condotti sugli alcaloidi dell’Iboga stanno portando a importanti scoperte riguardanti il pieno funzionamento e lo sviluppo completo del cervello umano. Si dà spesso per scontato che usiamo il nostro cervello in maniera adeguata, ma sembra che a causa di condizionamenti culturali, paura ed ignoranza, l’uso delle potenzialità cerebrali sia minimo e largamente monopolizzato dalle istanze dell’ego. Strappare all’universo una piccola parte dei misteri riguardanti il cervello è di grande importanza per l’umanità perché solo quando ne conosciamo il funzionamento possiamo veramente prenderci cura di qualcosa. Come ha affermato il biochimico Viktor Mutt, gli importanti studi sui peptidi di Viktor Mutt (1923-1998) biochimico estone-svedese. Membro del Nobel Assembly del 2 Karolinska Institutet di Stoccolma per il conferimento dei premi Nobel in fisiologia e medicina, è stato uno dei più importanti biochimici dello scorso secolo effettuati dal professor Vittorio Erspamer – due volte candidato al premio Nobel per la Medicina da Rita Levi Montalcini – alla pari di altri nostri connazionali illustri quali Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, hanno scoperto un nuovo continente di esplorazione per la ricerca scientifica. Allo stesso modo, gli studi condotti sull’alcaloide Ibogaina in applicazione a casi di sindrome da deficit di attenzione e iperattività e disturbo post traumatico da stress hanno portato lo psichiatra statunitense Carl Anderson alla importante scoperta del ‘sonno attivo’ che svolge una funzione autoregolativa della psiche umana e getta luce sul fenomeno sciamanico della cosiddetta ‘ricapitolazione’. Nel 2015 la tribù dei Matsés – una delle tribù della foresta amazzonica dalla quale ci proviene l’uso del Kambo – a testimonianza della ricca e precisa conoscenza delle proprietà delle piante della loro regione, ha redatto un’Enciclopedia di tutte le piante medicinali e le medicine sciamaniche che la foresta pluviale offre loro. Scritta in lingua pano, è a stretto uso della tribù stessa. Servirà a passare tutte le conoscenze dei Matsés alle nuove generazioni di curanderos e studiosi e tramite loro si spera a tutto il mondo. Intorno all’anno 2000, la situazione tra i Matsés era arrivata al punto che solo pochissimi sciamani facevano uso del Kambo. Nessuno di loro aveva apprendisti cui passare la tradizione. Ma ora la situazione sta cambiando, ci sono giovani che vengono istruiti alle antiche conoscenze di questa coraggiosa tribù.

Le tribù amazzoniche, come quelle africane che risiedono nella fascia centro occidentale del continente, lungi dal rappresentare una forma primitiva di sviluppo dell’umanità, custodiscono una vera e propria enciclopedia di conoscenze riguardanti un numero vastissimo di piante delle quali conoscono con precisione l’uso. Non è un caso che le loro conoscenze si stanno rivelando di grande aiuto, sia a livello spirituale che di ricerca scientifica, nel mondo cosiddetto evoluto.