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LE PIRAMIDI PERDUTE DI VISOKO

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Per gli archeologi proprio non esistono. Per i geologi sono solo strutture naturali. Ma per Semir Osmanagich, o Dottor Sam come si fa chiamare, sono le più antiche costruzioni realizzate dalla mano dell’Uomo mai rinvenute. E da anni, ormai, lavora con un team di ricercatori e tanti volontari per riportarle alla luce. Oggi, Visoko- cittadina della Bosnia-Erzegovina nel quale l’imprenditore sostiene di aver trovato cinque piramidi e un intricato sistema di tunnel sotterranei – è diventata una meta turistica, ma non smette di essere al centro di polemiche e contestazioni.

Se cercate sul web informazioni sulla “Valle delle piramidi bosniache” troverete giudizi trancianti: ad esempio, Wikipedia- l’enciclopedia collettiva di internet- dice che si tratta di un complesso collinare naturale di aspetto piramidale, situato nei pressi di Sarajevo, portato alla ribalta dalle teorie di Semir Osmanagich. “La tesi è priva di fondamento scientifico e storico”, sentenzia l’anonimo autore della voce. Una condanna senza appello. Eppure, osservando le immagini e analizzando i dati finora raccolti durante gli scavi, viene il dubbio che questo giudizio sia quanto meno un po’ affrettato.

Osmanagich è stato a Milano di recente, ospite dI Uno Editori che ha organizzato una conferenza. Con il cappello all’Indiana Jones e il fare accattivante, per oltre un’ora Dr. Sam ha spiegato al pubblico perché ritiene che la sua scoperta sia così importante da dover far riscrivere i libri di storia. Affermazione pretenziosa, ma se fosse vera anche solo la metà delle sue dichiarazioni nessuno potrebbe dargli torto. A suo avviso, sotto quelle colline si nasconde il complesso piramidale più vasto e antico del mondo: le piramidi più alte- quelle del Sole  (220 metri) e della Luna (190 metri)- fanno impallidire le colleghe egiziane (la Piramide di Cheope non supera i 147 metri) e risalirebbero a molte migliaia di anni fa.

Una datazione sconcertante, ma ricavata dall’esame al radiocarbonio su alcune foglie fossilizzate trovate intrappolate tra i blocchi pesanti svariate tonnellate della Piramide del Sole. Età: 29200 anni.  E quei massi a forma di parallelepipedo, ben sagomati e squadrati, non sarebbero pietre naturali, ma opera dell’uomo: sette diversi istituti di ricerca (incluso il Politecnico di Torino)  hanno stabilito che quei lastroni sono fatti con una sorta di calcestruzzo, o meglio, con un geopolimero cementizio estremamente resistente che in natura ovviamente non esiste.

Così come fa pensare all’intervento umano anche la disposizione delle colline di Visoko: unendo con tre linee rette le piramidi del Sole, della Luna e del Drago, si ottiene un triangolo perfettamente equilatero. Inoltre, il lato nord della Piramide del Sole coincide quasi perfettamente con il nord astronomico, con uno scarto inferiore ad un grado. Tutte le strutture appaiono poi molto regolari, con 4 facce triangolari con la stessa inclinazione. Tutte sono ricoperte da uno strato di terra alto circa un metro, che l’istituto statale di Pedologia ha datato a 12.000/15.000 anni fa.

Al di sotto, ci sono vari livelli di terrazzamenti realizzati con i blocchi di geopolimero oppure, nel caso della Piramide della Luna, con blocchi di arenaria tenuti insieme da argilla. Anche in questo caso, la scoperta di materiale organico ha permesso di stabilire l’età della costruzione: avrebbe più di 12 mila anni. Poi, più sotto ancora, nelle profondità del terreno, per decine di chilometri si estende una rete di tunnel, camere e cunicoli riempiti di terra e detriti che un po’ per volta la fondazione creata da Sam Osmanagich sta liberando.

Eppure, come dicevamo, per gli archeologi e i geologi tutto questo non esiste oppure è semplicemente opera della natura. Come è possibile? In parte, dipende dal fatto che il sito sia stato preso in esame quando gli scavi erano appena iniziati e poco, pochissimo era emerso. Gli articoli citati anche da Wikipedia per definire infondata la tesi del Dr. Sam risalgono per lo più al 2006. Chissà, se oggi, a 11 anni di distanza, gli stessi studiosi che hanno bocciato e respinto la scoperta si recassero sul luogo, forse il loro parere sarebbe differente. Di sicuro, non potrebbero più liquidare l’intera faccenda come un’assurdità dal punto di vista storico. Anche perché nel frattempo la comunità archeologica ha dovuto ammettere- grazie al ritrovamento di Göbekli Tepe– che 12 mila anni fa, ben prima dei Sumeri, esistevano civiltà in grado di edificare grandi complessi architettonici.

Per sconfessare la tesi di Osmanagich, non basta dire che è priva di fondamento scientifico: bisogna dimostrare che gli esami sono sbagliati, i test errati, le spiegazioni infondate. Bisogna vedere con i propri occhi, esaminare di persona, trovare interpretazioni alternative. Bisogna fare scienza, insomma, che non si basa su opinioni, o peggio su preconcetti e pregiudizi, ma su dati oggettivi, misurabili e verificabili. Dati che Osmanagich sostiene di aver ottenuto da anni di studi sul campo, con la collaborazione di decine di studiosi ed esperti dei più svariati settori e di diverse nazionalità: non dovrebbe essere difficile ottenere le loro perizie e i loro resoconti per un ricercatore seriamente intenzionato a far chiarezza.

Anche perché il dottor Sam dice di avere le prove che le piramidi di Bosnia sono degli amplificatori di energia: quattro diversi tecnici in quattro momenti diversi avrebbero misurato l’emissione di un raggio dalla punta della piramide del Sole con la frequenza di 28 kHz, la cui intensità diventa sempre più forte man mano che si allontana dalla cima perché si tratterebbe dell’effetto “di una tecnologia non herziana”. Affermazioni cha fanno rizzare i capelli in testa agli scienziati. Ma ancora una volta, visto che ad individuare questo particolare campo elettromagnetico sono stati ingegneri dotati di strumentazioni scientifiche, non dovrebbe essere difficile per un fisico- dati alla mano- verificarne o meno la fondatezza.

I TUNNEL SOTTERRANEI

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Non solo. Osmanagich sostiene perfino che nei tunnel sotterranei ci sia una concentrazione altissima di ioni negativi e una totale assenza di radiazioni cosmiche e di radioattività naturale, fatto che rende quegli ambienti estremamente salubri. Anzi, sarebbero luoghi di guarigione, nei quali le cellule umane riescono a rigenerarsi e ad autocurarsi. Analisi mediche avrebbero dimostrato che dopo qualche ora in quelle cavità si abbassa il livello del glucosio nel sangue e migliora la pressione. Nessun dottore animato da sano scetticismo e da curiosità scientifica ha voglia di andare a Visoko per controllare di persona questi incredibili ”poteri”?

Da parte sua, l’imprenditore bosniaco trapiantato negli Stati Uniti sembra essere molto sicuro di sé e dei risultati delle sue ricerche. “Tutto quello che i libri di storia dicono delle piramidi è sbagliato. Non sono solo in Egitto e in Messico, sono sparse in tutti i continenti. Di quelle di Giza, dicono che erano tombe, ma non sono stati trovati dipinti, iscrizioni, mummie, suppellettili, materiale organico, nulla che possa provare in merito alla loro costruzione come, quando e perché”, ha detto durante la conferenza di Milano. “Ci sono 250 piramidi in Cina, ma il governo non autorizza gli scavi, perché sono antiche di almeno 12 mila anni e cambierebbero la storia.”

Una storia che per lui andrebbe riscritta. “Quello iniziato con i Sumeri è solo l’ultimo ciclo dell’umanità. Prima, ce ne sono stati molti altri che finirono 12 mila anni fa, 20 mila, 30 mila, 50 mila…La storia è fatta da un ciclo dopo l’altro. Un cataclisma spazzò via l’ultima civiltà prima della nostra, i pochi che sopravvissero nascosti nelle caverne o in città sotterranee trovarono il loro mondo distrutto e hanno dovuto ripartire da capo dal Neolitico.”  Ma noi, discendenti da quei pochi scampati alla fine del mondo, avremmo perso la memoria del nostro passato che ogni tanto riemergerebbe senza essere pienamente compreso.

SABRINA PIERAGOSTINI

 

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LA VISTA INTERIORE

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La memoria — disperazione del materialista, enigma dello psicologo, sfinge della scienza — è, per lo studioso delle antiche filosofie solo un nome per esprimere quel potere che l’uomo esercita inconsciamente e che condivide con molti animali inferiori: il potere di vedere con la vista interiore nella luce astrale e scorgervi le immagini delle sensazioni e degli avvenimenti  passati. Invece di cercare nei gangli cerebrali per trovarvi le micrografie dei viventi e dei morti, di scene che abbiamo visto, di incidenti a cui abbiamo partecipato, gli antichi si rivolgevano al vasto serbatoio in cui sono conservate per l’eternità le registrazioni di ogni vita umana e di ogni  pulsazione visibile del cosmo.

Il lampo di memoria, che secondo la tradizione è supposto mostrare all’uomo che annega tutte le scene da tempo dimenticate della sua vita mortale — come un paesaggio viene mostrato al viaggiatore dai lampi intermittenti — è semplicemente l’improvviso colpo d’occhio che l’anima in lotta getta nelle silenziose gallerie dove la sua storia è dipinta con colori incancellabili.

Il noto fatto — confermato dall’esperienza di nove persone su dieci – che spesso riconosciamo come a noi familiari scene, paesaggi e conversazioni che vediamo o udiamo per la prima volta, e talora in regioni dove non sui mai stati, è il risultato delle stesse cause. Coloro che credono nella reincarnazione adducono questo fatto come una prova in più di una nostra precedente esistenza in altri corpi. Questo riconoscimento di uomini, luoghi e cose che non abbiamo mai visto è da loro attribuito a lampi di memoria animica risalente ad esperienze anteriori. Ma gli uomini dell’antichità, in comune con i filosofi medievali, avevano un’opinione del tutto diversa.

Essi affermavano che, sebbene questo fenomeno psicologico fosse uno dei più forti argomenti in favore dell’immortalità e della preesistenza dell’anima, tuttavia, poiché essa è dotata di una memoria individuale distinta da quella del nostro cervello fisico, il fenomeno non è una prova di reincarnazione. Come  esprime chiaramente Eliphas Levi «La natura chiude porta dietro tutto quello che passa e spinge innanzi la vita» verso forme più perfette. La crisalide diviene farfalla, ma questa non può tornare allo stato larvale. Nella pace delle ore notturne, quando i nostri sensi corporei sono avvinti nei legami del sonno e il nostro corpo elementare riposa, la forma astrale diviene libera. Allora essa vagabonda fuori della sua prigione terrena, e come dice Paracelso, «confabula con il mondo esterno» e viaggia per mondi visibili e invisibili. «Nel sonno, egli dice, il corpo astrale (anima) è in più libero movimento; poi si eleva verso i suoi progenitori e conversa con le stelle.» I sogni, i presagi, la prescienza, le precognizioni e i presentimenti sono impressioni lasciate dal nostro spirito astrale sul nostro cervello, che le riceve più o meno distintamente a seconda della quantità di sangue che riceve durante le ore di sonno. Quanto più il corpo è esaurito, tanto più libero è l’uomo spirituale e tanto più vivide sono le impressioni della nostra memoria animica. In un sonno pesante e profondo, senza sogni e ininterrotto, l’uomo, svegliandosi alla coscienza può non ricordare nulla. Ma le impressioni di scene e di paesaggi che il corpo astrale vede nelle sue peregrinazioni sono sempre lì, sebbene latenti sotto il peso della materia. Esse possono essere risvegliate in ogni momento, e allora, durante questi lampi di memoria interna, vi è un istantaneo scambio di energie tra l’universo visibile e l’invisibile. Tra le micrografie dei gangli cerebrali e le gallerie foto-scenografiche della luce astrale viene stabilita una corrente. Un uomo che sa di non avere mai visitato col corpo e di non avere mai visto la località e le persone che riconosce può senz’alltro affermare di averle viste e conosciute perché questa conoscenza è  avvenuta mentre egli viaggiava in «spirito». A questo i fisiologi possono opporre una sola obiezione. Essi risponderanno che nel sonno naturale, perfetto e profondo, metà della nostra natura volitiva è in condizioni di inerzia, quindi incapace di viaggiare. E questo tanto più in quanto l’esistenza di un simile corpo astrale individuale, o anima, è considerata da loro niente altro che un poetico mito.

Nessuno, per quanto grossolano e materiale possa essere, può evitare di condurre una doppia esistenza l’una nell’universo visibile, l’altra in quello invisibile.

Il principio vitale che anima la sua struttura fisica è principalmente nel corpo astrale; e, mentre la parte più animale di lui riposa, quella spirituale non riconosce né limiti né ostacoli. Siamo perfettamente consapevoli che molti dotti, al pari di molti indotti, faranno obiezioni a questa nuova teoria della distribuzione del principio vitale. Essi preferiscono restare nella beata ignoranza e continuare ad affermare che nessuno sa né può pretendere di dire dove appare questo misterioso agente e dove scompare, piuttosto che dedica¬re un momento di attenzione a quelle che considerano teorie vecchie e superate. Qualcuno può obiettare, sulla base della teologia, che i bruti non hanno anima immortale e che quindi non possono avere uno spirito astrale; perché i teologi, al pari dei laici, operano sotto l’erronea impressione che anima e spirito siano una sola e identica cosa. Ma, se studiamo Platone e altri filosofi dell’antichità, comprendiamo facilmente che, mentre l’«anima irrazionale» con il quale  Platone indica il corpo astrale, o la più eterea rappresentazione di noi stessi, può avere al massimo una più o meno prolungata continuità di esistenza oltre la tomba, lo spirito divino — malamente chiamato anima dalla Chiesa — è immortale per la sua stessa essenza. Ma ogni studioso ebreo apprezzerà prontamente la distinzione fra parole “RUAH” e “NEPHESH”).

Se il principio vitale è qualche cosa di distinto dallo spirito astrale e per nulla  legato ad esso, come avviene che l’intensità dei poteri chiaroveggenti dipenda in tanta parte dalla prostrazione del corpo del soggetto? Quanto più profonda è la trance, tanto meno il corpo mostra segni di vita, tanto più chiaramente viene la percezione spirituale e tanto più potenti sono le visioni dell’anima. Quest’ultima, liberata dal peso dei sensi corporei mostra un potere attivo ad un grado molto più alto di intensità di quando è in un corpo forte e sano.

Gli organi della vista, dell’olfatto, del gusto, del tatto e dell’udito hanno dimostrato dei livelli di sensibilità molto più acuti in un soggetto mesmerizzato e privo della possibilità di esercitarli corporeamente, che non quando egli li usa in condizioni normali.

Questi fatti, una volta dimostrati, dovrebbero porsi da soli come indiscutibile  prova della continuità della vita individuale, almeno per un certo periodo dopo che il corpo è stato lasciato, sia perché si era esaurito o per qualche accidente. Ma, sebbene durante il suo breve soggiorno sulla terra la nostra anima possa essere paragonata ad una luce nascosta sotto un moggio, essa brilla tuttavia con maggiore o minor fulgore e attrae a sé le influenze degli  spiriti di egual natura; e quando un pensiero, buono o cattivo, è generato nel nostro cervello, attira a esso impulsi dello stesso genere, irresistibilmente, come un magnete attira la limatura di ferro. L’attrazione è anche proporzionale all’intensità con cui l’impulso del pensiero si fa sentire nell’etere; e cosi può capire come un uomo possa imprimersi nella sua epoca con tanta forza che la sua influenza — per il continuo scambio di correnti di energia fra il mondo visibile e l’invisibile — può passare di secolo in secolo fino ad operare  su di una gran parte del genere umano.

Sarebbe difficile dire fino a che punto gli autori dell’opera intitolata “Unseen Universe” (Universo invisibile) si siano indotti a pensare in questa direzione; ma che non abbiano detto tutto quello che potevano si può intuire dal seguente passaggio:

«Comunque si consideri, non può esservi dubbio che le proprietà dell’etere sono di un ordine più alto, nell’arena della natura, che non quello della materia tangibile. E, poiché perfino gli alti sacerdoti della scienza trovano ancora quest’ultima molto al di là della loro comprensione, eccetto alcuni particolari numerosi ma di minore importanza e spesso isolati, non é di nostra competenza speculare più a fondo. È’ sufficiente per il nostro scopo sapere, da quanto l’etere certamente fa, che esso ha capacità molto più vaste di quanto alcuno abbia mai osato dire.»

 

H.P. BLAVATSKY – ISIDE SVELATA

 

 

 

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TESLA ESOTERICO

Il laboratorio di Tesla a Colorado Springs, 1900

 

NIKOLA TESLA E SWAMI VIVEKANANDA

I Veda sono una collezione di scritture consistenti in inni, preghiere, miti, racconti storici, dissertazioni scientifiche e sulla natura della realtà. Tali scritti risalgono almeno a 5000 anni fa. La natura della materia, l’antimateria e la composizione della struttura atomica sono tutti descritti nei Veda. Il linguaggio dei Veda è il Sanscrito, la cui origine non è completamente compresa. Gli studiosi occidentali suggeriscono che fu portato nelle aree dell’ Himalaya e da lì in India attraverso le migrazioni della cultura Ariana. Paramahansa Yogananda e altri storici tuttavia non sono d’accordo con questa teoria e affermano che non vi è prova in India che dimostri tali ipotesi.

Ci sono parole in Sanscrito che descrivono concetti totalmente estranei alla cultura occidentale. Parole singole possono richiedere un intero paragrafo di traduzione in lingua inglese. Avendo studiato il Sanscrito per un breve periodo negli ultimi anni 70, questo autore ha pensato che l’uso della terminologia vedica da parte di Tesla potesse essere una chiave per capire il suo concetto di elettromagnetismo e della natura dell’universo. Dove Tesla apprese i concetti Vedici e la terminologia sanscrita? Le famose biografie di Cheney, Hunt e Draper, e O’Neil non accennano alla conoscenza del Sancrito di Tesla. Tuttavia, O’Neal include il seguente estratto tratto da un articolo mai pubblicato chiamato “Le grandi conquiste dell’Uomo”:

…nell’essere completamente sviluppato, l’uomo, si manifesta un desiderio misterioso, imperscrutabile e irresistibile: imitare la natura, creare, far funzionare lui stesso le meraviglie che percepisce…molto tempo fa l’uomo riconobbe che tutta la materia percettibile deriva da una sostanza primaria, senza densità oltre ogni concezione, la quale riempie tutto lo spazio, l’Akasha o etere luminifero, il quale è gestito dal Prana che offre la vita, o forza creativa, che porta all’esistenza, in cicli infiniti, tutte le cose e tutti i fenomeni.

La sostanza primaria, gettata in vortici infinitesimali di velocità prodigiosa, diventa materia grezza; quando la forza si placa, il movimento cessa e la materia scompare, tornando alla sostanza primaria.

Secondo Leland Anderson, l’articolo fu scritto il 13 maggio 1907. Anderson affermò anche che grazie alla conoscenza di Swami Vivekananda Tesla avrebbe potuto entrare in contatto con la terminologia Sanscrita e che John Dobson della San Francisco Sidewalk Astronomers Association avesse fatto ricerche su tale collegamento.

Swami Vivekananda nacque a Calcutta, India nel 1863. Fu ispirato dal suo maestro, Ramakrishna a servire gli uomini come manifestazioni di Dio. Nel 1893 Swami Vivekananda cominciò un tour dell’occidente partecipando al “Parliament of Religions” a Chicago. Per tre anni Vivekananda viaggiò in USA ed Europa e incontrò molti scienziati famosi tra cui Lord Kelvin e Nikola Tesla.

Secondo Swami Nikhilananda, Nikola Tesla, il più grande scienziato che si è specializzato nel campo dell’elettricità, fu molto colpito da Swami, dalla sua spiegazione della cosmogonia Samkhya e dalla teoria dei Cicli data dagli Indù. Fu particolarmente colpito dalle somiglianze tra la teoria Samkhya sulla materia e sull’energia e quella della fisica moderna. Swami incontrò a New York Sir William Thompson, poi Lord Kelvin e il Professor Helmholtz, due rappresentati leader della scienza occidentale. Sarah Bernhardt, la famosa attrice, fece un’intervista con Swami e ne ammirò gli insegnamenti

Fu probabilmente durante una festa data da Sarah Bernhardt che Nikola Tesla incontrò Swami Vivekananda per la prima volta. Sarah Bernhardt stava recitando la parte di ‘Iziel’ nell’omonima opera. Era una versione francese sulla vita di Bhudda. L’attrice notò Swami Vivekananda tra il pubblico e organizzò un incontro a cui partecipò anche Nikola Tesla. In una lettera a un amico del 13/2/1986, Swami Vivekananda scrisse quanto segue;

…Tesla è stato affascinato dal Prana del Vedanta, dall’Akasha e dai Kalpa, le quali sono a suo avviso le uniche teorie che la scienza moderna può prendere in considerazione…Mister Tesla pensa di poter dimostrare che matematicamente forza e materia sono riducibili a energia potenziale. Lo vedrò la prossima settimana per assistere a tale dimostrazione matematica.

Swami Vivekananda sperava che Tesla sarebbe stato in grado di dimostrare che ciò che chiamiamo materia è semplicemente energia potenziale poiché ciò avvicinerebbe gli insegnamenti vedici alla scienza moderna.

Secondo Swami “in tal caso, la cosmologia del Vedanta sarebbe stata basata sulle più sicure basi.” L’armonia tra teorie del Vedanta e scienza occidentale fu spiegata con il seguente diagramma:

 

BRAHMAN = L’ASSOLUTO

MAHAT O ISHVARA = ENERGIA CREATIVA PRIMORDIALE

PRANA E AKASHA = ENERGIA E MATERIA

 

Tesla capì la terminologia e la filosofia sanscrita e che queste erano utili per spiegare i meccanismi fisici dell’universo come lui li vedeva. Sarebbe utile a coloro che tentano di capire la scienza che sta dietro le invenzioni di Nikola Tesla studiare la filosofia vedica e sanscrita.

Sembra che Tesla non riuscì a dimostrare l’identità tra energia e materia. Se ci fosse riuscito, sicuramente Swami Vivekananda lo avrebbe annotato. La prova matematica del principio in questione arrivò circa 10 anni dopo quando Albert Einstein pubblicò il documento sulla relatività. Ciò che era conosciuto in Oriente da 5000 anni fu quindi reso noto anche all’Occidente.

Brahman viene definito come il solo spirito impersonale auto-esistente; l’Essenza Divina, da cui emanano tutte le cose, dalla quale esse sono sostenute e alla quale esse ritornano. Ciò è molto simile al concetto del Grande Spirito delle culture dei Nativi d’America. Ishvara è il Sovrano Supremo; la concezione più alta dell’Assoluto, il quale va oltre ogni pensiero. Mahat significa letteralmente “il Grande” e viene anche interpretato con il significato di mente universale o intelligenza cosmica. Prana significa energia (solitamente tradotto come forza vitale) e Akasha significa materia (solitamente tradotto come etere).

Dobson sottolinea che le traduzioni più comuni di Akasha e Prana non sono completamente esatte, ma che Tesla ne comprese il reale significato.

L’incontrò con Swami Vivekananda stimolò molto l’interesse di Nikola Tesla per la Scienza orientale. Durante una lezione in India Swami disse:

“Mi è stato detto da alcune tra le menti scientifiche migliori di questo tempo quanto siano meravigliosamente razionali le conclusioni dei Vedanta. Conosco personalmente uno di loro, che quasi non ha tempo per mangiare e uscire dal proprio laboratorio ma che mai si perdebrebbe le mie lezioni sul Vedanta perché, come lui dice, esse sono così scientifiche, si armonizzano così bene con le aspirazioni del tempo e con le conclusioni a cui la scienza sta attualmente giungendo”

NIKOLA TESLA E LORD KELVIN

William S. Thompson è stato uno degli ingegneri e scienziati più importanti del 1800. Sviluppò analogie tra il calore e l’elettricità e il suo lavoro influenza le teorie sviluppate da James Clerk Maxwell, uno dei fondatori della teoria elettromagnetica. Thompson fece da supervisore nella sistemazione del Cavo Trans Oceanico e grazie a quell’opera gli fu data l’onorificenza di “Lord Kelvin”. Kelvin aveva sostenuto le teorie di Tesla e il sistema di trasmissione wireless di energia elettrica.

Tesla continuò a studiare la filosofia indù e vedica per qualche anno, come indicato nella seguente lettera scrittagli da Lord Kevin.

15, Eaton Place

London, S.W.

May 20, 1902

Caro Tesla,

non so come ringraziarti per la tua lettera del 10 maggio che ho trovato nella mia cassetta sul Lucania e per i libri che mi ha spedito: -“Il Tempio sepolto”, “Il Vangelo di Bhudda”, “Les Grands Inities”, l’edizione di Rossetti di “Casa di Vita” e il Century Magazine del giugno 1900 con le fotografie a pag. 176, 187, 190, 191, 192, ricche di lezioni emozionanti.

 

Abbiamo fatto una bella traversata dell’Atlantico, la più bella che abbia mai fatto. Ho tentato, senza successo, di trovare qualcosa di definito in relazione alle funzioni dell’etere rispetto al semplice e antico magnetismo. A tal proposito ho dato istruzioni al Sig. Macmillan di inviarti a Waldorf una copia del mio libro (Collection of Separate Papers) sull’Elettrostatica e il Magnetismo. Sarò felice se la accetterai come piccolo segno della mia gratitudine per la tua gentilezza. Forse troverai qualcosa di interessante negli articoli sull’elettricità atmosferica.

Con affetto

Kelvin

Grazie anche per I bellissimi fiori

NIKOLA TESLA E WALTER RUSSELL

Walter Russell fu un artista, scultore, scrittore e scienziato tra i più affermati del secolo.

La sua tabella periodica degli elementi predisse accuratamente la locazione e le caratteristiche dei Quattro elementi anni prima della loro scoperta in laboratorio. I quattro elementi sono: Deuterio, Trizio, Neptunio e Plutonio. Pare che Russell entrò in uno stato di consapevolezza intensa dopo essere stato colpito da un fulmine. Cominciò a fare disegni e a scrivere su fondamenti della natura e la composizione dell’universo fisico; la famiglia consultò un medico per verificare se Russell dovesse essere ricoverato in un istituto d’igiene mentale. Il dottore, vedendo i risultati delle settimane di lavoro di Russell, dichiarò di non sapere cosa Russell stesse facendo ma che egli non era pazzo.

Sebbene non sia stato ancora stabilito il momento esatto e l’occasione del loro incontro, Nikola Tesla e Walter Russell si incontrarono e discussero delle loro rispettive teorie cosmologiche.

Tesla riconobbe la saggezza e il potere dell’insegnamento di Russell e lo esortò a rinchiudere le sue conoscenze in cassaforte per mille anni, fino a quando l’umanità fosse stata pronta.

 

FONTE: http://www.teslasociety.com

TRADUZIONE: http://cospirazionista.blogspot.it

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IL ROSPO PSICHEDELICO DEL DESERTO DI SONORA

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Speciali ghiandole multi­cellulari concentrate sul collo e gli arti di Bufo Alvarius producono un viscoso veleno bianco lattaginoso che contiene grandi quantità del potente allucinogeno 5­MEO­DMT. Quando vaporizzato dal calore e portato nei polmoni in forma di fumo, questo alcaloide base­indolico produce una incredibilmente intensa esperienza  psichedelica di durata incredibilmente breve. Non ci sono spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, un piacevole afterglow psichedelico appare abbastanza regolarmente dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

PARTE PRIMA

Il deserto di Sonora è una vasta area dai confini irregolari che si estende per circa 310.000 Km dal sud­est della California attraverso la parte meridionale dell’Arizona spingendosi a sud fino a Sonora, Messico. Il deserto si eleva dal livello del mare fino a raggiungere oltre 1500 metri dove gli aridi bassopiani di mesquite e cresoto sono tagliati da canyon montagnosi di quercia e sicomoro. E’ una zona aspra in cui la temperatura può raggiungere i 60°C all’ombra e la piovosità tocca appena i 127 mm annui.

Uno degli abitanti più eccezionali del deserto di Sonora è il rospo indigeno, Bufo alvarius. Sebbene il genere Bufo comprenda più di duecento specie di rospi, il Bufo Alvarius è l’unica specie che vive esclusivamente nel deserto di Sonora. A differenza della maggior parte dei rospi, il Bufo Alvarius è semi­acquatico e deve restare nelle vicinanze di una fonte sicura d’acqua per poter sopravvivere. Di conseguenza, l’habitat prediletto da questa specie è costituito dai canali di scolo dei fiumi e ruscelli permanenti del deserto di Sonora.

Questo delicato ambiente desertico, come la maggior parte dei luoghi sulla terra, non è stato trascurato dall’uomo nella sua costante opera di manipolazione della natura, ma abbastanza sorprendentemente, lo stile di vita semi­acquatico del Bufo Alvarius ha coinciso piuttosto bene con i progressi dell’uomo civilizzato. Più di un migliaio di anni fa, gli indiani Hokokam cominciarono a deviare il corso del fiume Gila per irrigare il suolo arido. Lavorando con bastoni e pietre, questa popolazione primitiva aprì la strada ad un sistema di coltura estensiva nel deserto. La loro originale rete di canali è stata estesa nei secoli ed ora irriga più di 1,5 milioni di acri del deserto di Sonora. Questo equivale ad irrigare regolarmente un’area desertica pari a circa la metà dell’estensione del Connecticut. L’umidità dei terreni desertici soddisfa le sempre maggiori esigenze dell’uomo e contemporaneamente fornisce una nicchia stabile nell’ecosistema per il Bufo Alvarius.

Il Bufo Alvarius è un animale notturno e resta tutto il giorno sottoterra, sfuggendo alle temperature estreme della superficie con una strategia di vita sotterranea. All’imbrunire, questi rospi del deserto lasciano i loro anfratti nascosti e si riuniscono nelle zone umide vicino ai ruscelli e alle sorgenti, nei campi irrigati per l’agricoltura o in stagni temporanei creatisi dopo forti piogge. La stagione dell’accoppiamento, da Maggio a Luglio, è il periodo di maggiore attività per il Bufo Alvarius. E’ possibile catturare facilmente rospi grossi e robusti al calar della notte munendosi di torcia e un sacco di stoffa.

E’ la specie più grande di rospi nativi del Nord america; per quanto riguarda la lunghezza da grifo a podice, il Bufo Alvarius deve raggiungere un minimo di 76 mm per la maturità sessuale, sebbene gli adulti in grado di riprodursi continuino a crescere fino a circa 18 cm di lunghezza. Questo abitante del deserto ha una costituzione robusta, con un corpo tarkiato ed una testa larga e piatta. La pelle è liscia e coriacea, coperta qua e la da protuberanze di un pallido color arancio, ed il suo colore può cambiare notevolmente dal marrone scuro all’oliva o grigioverde. Il ventre è beige, di solito privo di segni. Ci sono da una a quattro escrescenze bianche sporgenti agli angoli della bocca ma ciò che identifica inequivocabilmente il Bufo Alvarius è la presenza di grandi ghiandole granulose sul collo e sugli arti. Le ghiandole granulose sono concentrazioni differenti di tessuti multicellulari. Quelle più sporgenti sono le due grosse ghiandole parotidi a forma di rene che si trovano, una per lato, sul collo sopra e dietro il timpano. Le ghiandole larghe e oblunghe sulla parte esterna di entrambe le zampe posteriori, tra il ginocchio e la coscia, sono dette femorali. In modo analogo, le tibiali sono lunghe ghiandole, o una fila di più corte, che si sviluppano in lunghezza dal ginocchio alla caviglia. Una concentrazione supplementare di queste ghiandole si trova su ognuno degli avambracci. Ognuna di queste ghiandole è formata da molti lobuli di forma ovale, che misurano circa 2 mm di diametro. Ogni lobulo è un’ unità ben distinta, con un canale che emerge dalla pelle come un singolo poro ben definito. Un doppio strato di cellule circonda ogni lobulo e funge da sintesi liberando un siero viscoso bianco ­ lattiginoso.

Il veleno prodotto dal Bufo Alvarius contiene uno spettro molto particolare e costante di amine biologicamente attive. La biosintesi delle amine è compiuta attraverso un sistema enzimatico regolato geneticamente. La via metabolica del Bufo Alvarius è unica nel regno animale in quanto produce grandi quantità di derivati 5 ­ metossi ­ indolici. Fra questi, l’alcaloide predominante, rappresentante il 15% del peso a secco del veleno, è la 5­metossi­N.N.­dimetiltriptamina (5­MEO­DMT). La 5­MEO­DMT è un potente allucinogeno psicoattivo per l’ uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 milligrammi. Fu sintetizzato per la prima volta nel 1936, ma i suoi effetti di espansione della mente non furono scoperti per oltre 20 anni. Poi, nel 1959, la 5­MEO­DMT fu identificata come l’alcaloide predominante nelle “sniffate” allucinogene di parecchie tribù del Nord america. Queste popolazioni primitive da lungo tempo preparano miscele da inalare con fiori, semi, cortecce e gambi di piante locali per raggiungere stai mentali alterati. Nel 1968, la 5­MEO­DMT fu scoperta anche nel regno animale.

Il Bufo Alvarius divenne famoso col nome di “rospo psichedelico” quando venne dimostrato che il suo veleno conteneva enormi quantità di questo alcaloide a base indolica. Estratta dai rospi del Nord america o dalle piante del Sud america o sintetizzata in laboratorio, la 5MEO­DMT è un allucinogeno estremamente potente. La 5­MEO­DMT ha 10 volte la potenza relativa della dimetil­triptamina (DMT), la popolare droga sintetica degli anni’ 60. Si deve cmq segnalare che la 5­MEO­DMT differisce dalla DMT sotto due aspetti importanti. Primo, mentre la 5­MEO­DMT ha un gruppo metossilico nella posizione 5 dell’anello indolico, la DMT non ce l’ha. La presenza di questo gruppo metossilico accresce grandemente la solubilità della molecola nei grassi. Questo permette alla 5­MEO­DMT di penetrare la barriera ematoencefalica e raggiungere i siti attivi più rapidamente della DMT. Secondo, mentre la DMT è inserita nella Tabella 1 come sostanza sottoposta a controllo legale, la la 5­MEO­DMT è relativamente sconosciuta.

PARTE SECONDA

Da un esemplare adulto di grosse dimensioni può essere ricavato da mezzo grammo a un grammo o più di veleno fresco. Metà di questo peso è costituito da acqua che evapora con l’essiccazione, ma il 15% del peso a secco corrisponde all’alcaloide dominante, la 5MEO­DMT. In altre parole, un rospo di grosse dimensioni che secerne un grammo di veleno fresco può produrre l’equivalente di 75 milligrammi di potente allucinogeno, psicoattivo nell’uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 grammi. Il veleno fresco può essere facilmente ricavato senza alcun danno per il rospo.

Usate un piatto di vetro piano o qualsiasi altra superficie liscia non porosa di almeno 80 cm quadrati. Tenete il rospo di fronte al piatto fissato in posizione verticale. In questa maniera si può raccogliere il siero sulla superficie di vetro pulita mediante la manipolazione del rospo. Quando siete pronti ad iniziare, tenete saldamente il rospo con una mano e, con il pollice e l’indice dell’altra, premete vicino alla base della ghiandola fino a quando il veleno schizza fuori dai pori sul piatto di vetro. Usate questo metodo per raccogliere sistematicamente il siero da ognuna delle ghiandole granulari del rospo: quelle sugli avambracci, quelle sulla tibia e sul femore delle zampe posteriori e naturalmente le parotidi sul collo. Se concedete al rospo un’ora di riposo, ogni ghiandola può essere premuta una seconda volta per ottenere una resa supplementare. Al termine dell’operazione le ghiandole sono vuote e richiedono dalle 4 alle 6 settimane per rigenerarsi. Quando il veleno viene estratto dalle ghiandole, inizialmente è viscoso e di colore bianco lattiginoso. Nel giro di qualche minuto comincia quindi a seccarsi ed assume il colore e la consistenza del mastice. Raschiate il veleno dal piatto di vetro, essiccatelo completamente e mettetelo in un contenitore ermetico fino al momento in cui sarete pronti a fumarlo.

Il veleno del Bufo Alvarius è estremamente allucinogeno quando viene vaporizzato dal calore e assorbito dai polmoni in forma di fumo. Una dose adeguata per un adulto normale di peso medio è un pezzo di siero essiccato grosso più o meno come la testa di un cerino. Tagliatelo in pezzi sottili con una lametta e metteteli in una pipa ad una presa dotata di un retino di ottone. Destinate l’uso di questa pipa esclusivamente al fumo del veleno del rospo poikè l’accumulo di residui nel fornello e la condensa di vapore nel cannello possono produrre un’alterazione non desiderata con il fumo di altre sostanze. Applicate una fiamma adatta e fumate il contenuto della pipa in un’unica aspirazione. Cercate di trattenere il fumo nei polmoni il più a lungo possibile poikè l’efficacia dipenderà in larga misura dal pieno assorbimento della dose in un’unica aspirazione.

Entro una trentina di secondi si produrrà un’ondata quasi irresistibile di effetti psichedelici. Sarete completamente assorbiti da un complesso evento chimico caratterizzato da un sovraccarico di pensieri e percezioni, un breve crollo dell’io ed una perdita del continuum spazio-­temporale. Rilassatevi, respirate regolarmente e lasciatevi andare all’esperienza. Dopo due o tre minuti, l’intensità iniziale cede gradualmente il posto a piacevoli sensazioni simili a quelle suscitate dall’LSD in cui sono comuni illusioni ottiche, allucinazioni, percezioni alterate. Potete avvertire una distorsione nell’immagine che percepite del vostro corpo od osservare il mondo restringersi o ampliarsi. Potrete notare che i colori appaiono più vivaci e più belli del solito e, molto probabilmente, proverete un’esperienza euforizzante inframezzata da scoppi immotivati di risa. Questo indescrivibile episodio ha una durata estremamente breve. Gli effetti allucinogeni spariscono rapidamente e l’intero ciclo psikedelico si conclude in una quindicina di minuti. Non ci sono conseguenze spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, una piacevole euforia psichedelica successiva all’esperienza appare abbastanza regolarmente e può durare parecchie ore o parecchi giorni dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

FONTE

WWW.EROWID.ORG

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LA TEORIA DELLE STRINGHE E LA TEORIA DEL TUTTO

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Ai suoi tempi la forza forte e quella debole non erano ancora note, ma Einstein era già abbastanza turbato del fatto che esistessero due forze diverse (gravità ed elettromagnetismo): non poteva accettare che la natura fosse basata su un progetto cosí stravagante. Cosí si imbarcò nella sua ricerca trentennale di una cosiddetta teoria unificata di campo, teoria che avrebbe dovuto mostrare che queste due forze sono in realtà manifestazioni di un unico principio sottostante. Questa ricerca ossessiva lo isolò dal filone principale della ricerca, allora molto piú interessato (comprensibilmente) a esplorare la nascente meccanica quantistica. Scriveva a un amico nel 1942: «Sono diventato un vecchio solitario famoso soprattutto perché non porta le calze, che viene esibito come un fenomeno nelle occasioni speciali». Da una lettera di Albert Einstein del 1942, citata in Tony Hey e Patrick Walters, Einstein’s Mirror, Cambridge University Press, Cambridge 1997 Einstein era semplicemente troppo avanti sui tempi. Piú di mezzo secolo dopo, la teoria unificata è diventata il Sacro Graal della fisica moderna. E una consistente parte della comunità dei fisici e dei matematici è convinta sempre più che la teoria delle stringhe possa essere la soluzione. A partire da un unico principio (gli oggetti sono formati a livello microscopico da combinazioni di stringhe oscillanti), la teoria fornisce un quadro esplicativo che comprende tutte le forze e tutta la materia. Secondo la teoria delle stringhe, ad esempio, le proprietà delle particelle non sono che un riflesso dei vari modi in cui una stringa può vibrare. E’ proprio come per le corde di un violino o di un pianoforte, che vibrano con frequenze caratteristiche in modi che il nostro orecchio percepisce come le note fondamentali e le rispettive armoniche superiori; le vibrazioni delle stringhe della teoria non si manifestano come note musicali, ma come particelle, la cui massa e carica sono determinate dalle oscillazioni della stringa stessa: l’elettrone è una stringa che vibra in un certo modo, il quark up in un altro, e cosí via. Le proprietà delle particelle, dunque, non sono una caotica massa di dati sperimentali, ma conseguenze di un unico principio fisico: sono la musica, per cosí dire, suonata dalle stringhe fondamentali. La stessa idea si applica alle forze; vedremo infatti che ogni particella mediatrice di forza è associata a un particolare modo di vibrazione. Quindi tutte le forze e tutta la materia sono unificate sotto la voce «Oscillazioni di stringhe»: sono le note che le stringhe suonano. Per la prima volta nella storia della fisica possediamo un’idea di fondo in grado di spiegare tutte le caratteristiche fondamentali alla base dello schema costruttivo dell’universo. Per questo motivo molti pensano alla teoria delle stringhe come candidata al ruolo di «Teoria del Tutto» (una TOE, come la chiamano gli anglosassoni, acronimo di Theory of Everything), nome un po’ pomposo per una teoria di massimo livello di profondità, capace di comprendere tutte le altre, senza che ci sia bisogno di ulteriori spiegazioni. Nella pratica, chi si occupa di teoria delle stringhe ha i piedi piú per terra e pensa alla sua teoria come a un oggetto capace di descrivere tutte le proprietà delle particelle fondamentali e delle loro interazioni. Un riduzionista rigoroso potrebbe dire che non c’è nessuna differenza: in linea di principio, tutto, dal big bang ai sogni, può essere descritto in termini di processi microscopici di tipo fisico che interessano i costituenti fondamentali della materia. Sapere tutto sulle particelle di base vuol dire sapere anche tutto il resto. Poche cose sono in grado di scaldare gli animi quanto il riduzionismo. C’è chi trova presuntuoso, quando non ripugnante, sostenere che le meraviglie del cosmo siano meri riflessi dei comportamenti di un pugno di particelle che danzano secondo la vacua coreografia delle leggi fisiche. Ma davvero la gioia, il dolore o la noia non sono che processi chimici interni al cervello, reazioni tra atomi e molecole, e quindi tra particelle che in realtà sono solo stringhe che vibrano? Il premio Nobel Steven Weinberg risponde cosí a queste critiche: All’altro capo ci sono gli avversari del riduzionismo, che sono indignati da quella che a loro sembra la tristezza della scienza moderna. Si sentono sminuiti dal fatto che il loro mondo può essere ridotto a questioni di particelle e di interazioni. Non mi sembra il caso di rispondere a queste critiche con un discorsetto edificante sulle meraviglie della scienza moderna. La visione del mondo di un riduzionista è davvero fredda e impersonale: deve essere accettata cosí com’è, non perché ci piace, ma perché cosí funzionano le cose. C’è chi è d’accordo con queste affermazioni forti, e chi no. Secondo altri studiosi, teorie come quella del caos ci mostrano che al crescere della complessità di un sistema entrano in gioco altri tipi di leggi: conoscere il comportamento di un elettrone o di un quark è un conto, applicare questa conoscenza per prevedere il tragitto di un tornado è un altro. Su questo punto molti concordano. Ma le opinioni divergono quando si tratta di stabilire se i fenomeni inattesi che avvengono al crescere della complessità siano manifestazioni di vere e proprie nuove leggi fisiche, o se si tratti di conseguenze – anche se terribilmente complicate da dimostrare -delle leggi che governano le singole, moltissime particelle elementari. Ho l’impressione che quest’ultima ipotesi sia giusta. Il fatto che sia impossibile spiegare le proprietà di un tornado in termini di elettroni e quark, mi sembra piú un problema computazionale che un segnale della presenza di nuove leggi fisiche. Ma, ripeto, non tutti sono d’accordo.

Ciò che non deve essere messo in discussione anche dai piú incalliti riduzionisti è che i principi sono una cosa e la pratica un’altra. Tutti sono d’accordo nell’affermare che la scoperta di una T.O.E. non significherebbe la fine della psicologia, della biologia, della geologia, della chimica o persino della fisica. L’universo è troppo complesso per far si che una sola teoria, seppur «definitiva» nel senso in cui la intendiamo qui, possa far suonare a morto la campana della scienza. Al contrario: una T.O.E. sarebbe il solido fondamento su cui costruire la nostra comprensione del mondo, e la sua scoperta segnerebbe un inizio, non una fine. La «teoria ultima » sarebbe un indistruttibile baluardo di coerenza che ci rassicurerebbe per sempre sulla penetrabilità dei misteri dell’universo.

FONTE

Brian Greene – L’Universo Elegante

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LA RISONANZA DI SCHUMANN

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Rupert Sheldrake descrive i nostri corpi come gerarchie annidate di frequenze vibratorie che si manifestano come sistemi discreti all’interno di sistemi più grandi e più complicati. Un universo di strutture vibratorie da quelle elementari a quelle sempre più grandi e sempre più complesse. Infatti, l’intero universo, dalle particelle sub-atomiche, alle forme di vita più complicate, alle nebulose ed alle galassie, può considerarsi come un gigantesco insieme di campi di risonanza di energia, tutti sempre in costante interazione tra loro.

Pertanto, è abbastanza plausibile credere che una vibrazione imposta esternamente possa avere un’influenza sulla nostra fisiologia. Ebbene, esiste una frequenza esterna, una vibrazione elettromagnetica che ci accompagna, ci avviluppa sin dalla nostra nascita, anzi, sin da quando il primo Homo Sapiens è comparso su questo pianeta. E’ la risonanza di Schumann, un gigantesco fenomeno planetario di risonanza magnetica, che deve il suo nome al fisico Winfried Otto Schumann, che lo previde matematicamente nel 1952. La superficie della Terra e la ionosfera interagiscono come due armature di un gigantesco condensatore, dove la Terra è la parte negativa e la ionosfera la parte positiva.

Questa struttura elettromagnetica è in costante vibrazione creando delle onde elettromagnetiche a bassissima frequenza (ELF) i cui picchi principali sono 7.83, 14.3, 20.8, 27.3 e 33.8 Hz.

Ebbene, sin da quando Schumann pubblicò i risultati delle sue ricerche, vi fu chi, come il medico dottor Ankermueller, ha collegato immediatamente la risonanza di Schumann con il ritmo alfa del cervello (circa 8 Hz!). Lo scienziato Herbert König (successore di Schumann all’università di Monaco di Baviera) ha dimostrato che effettivamente esiste una correlazione fra le frequenze di risonanza di Schumann ed i ritmi del cervello. Nel 1979, König ha paragonato le registrazioni umane di EEG ai campi elettromagnetici naturali dell’ambiente ed ha trovato che la frequenza principale prodotta dalle oscillazioni dello Schumann è davvero molto vicina alla frequenza del ritmo alfa. Attenzione: molto vicina, ma non esattamente identica ai quei canonici 8 Hz che riportano tutti i libri che trattano delle frequenze cerebrali studiate con lo EEG! Occorrerà riparlare di questa piccola, ma decisiva differenza. Per ora affrontiamo il problema dal punto di vista generale

I ricercatori hanno scoperto che quei 7,83 Hz delle onde di Schumann risuonano alla stessa frequenza dell’ippocampo nel nostro cervello. L’ippocampo fa parte del sistema limbico, relativo alla sopravvivenza ed alla memoria. Ecco cosa dice Wikipedia:

L’ippocampo è parte del cervello, localizzato nella zona mediale del lobo temporale. Fa parte della formazione dell’ippocampo, inserito nel sistema limbico, e svolge un ruolo importante nella memoria a lungo termine e nella navigazione spaziale. Gli esseri umani e gli altri mammiferi possiedono due ippocampi, uno in ogni emisfero del cervello. Nei roditori, animali in cui l’ippocampo è stato studiato in maniera approfondita, l’ippocampo ha all’incirca la forma di una banana. Nell’essere umano, ha una forma curva e convoluta, che ispirò ai primi anatomisti l’immagine di un cavalluccio marino. Il nome, infatti, deriva dal greco (Greco: hippos = cavallo, campos = mare).

Nel morbo di Alzheimer, l’ippocampo è una delle prime regioni del cervello a soffrire dei danni; deficit di memoria e disorientamento sono i primi sintomi che compaiono. Lesioni all’ippocampo possono occorrere anche come conseguenza di mancanza di ossigeno (anossia), encefalite o epilessia del lobo temporale mediale. Le persone che presentano danni estesi al tessuto ippocampale possono mostrare amnesia, cioè incapacità di formare o mantenere nuovi ricordi.
Anche se nessuna ricerca ha finora dimostrato che le frequenze di Schumann stiano modificandosi, è per altro vero che l’enorme quantità crescente di campi elettromagnetici che diffondiamo nello spazio entra in conflitto con l’energia elettromagnetica naturale della Terra, che qualcuno ha definito: il respiro della Terra. Tali interferenze stanno dimostrandosi talmente tanto gravi che la NASA utilizza degli strumenti che sono una sorta di imitazione artificiale delle onde di Schumann per la difesa dei cervelli degli astronauti nello spazio, là dove le frequenze di Schumann svaniscono o entrano in grave conflitto con le onde elettromagnetiche inviate dal sole e dal cosmo. Lo stesso è stato fatto per i cosmonauti russi, quando gli scienziati spaziali si sono accorti che l’interferenza con le onde di Schumman aveva un’influenza nociva sulla salute e sul benessere. Un’interferenza che può causare la malattia e la morte!
Facciamo un salto indietro e diamo un’occhiata più da vicino alle frequenze cerebrali.

La gamma delle onde beta è compresa tra 13 e 40 hertz.
Lo stato di coscienza associato alle onde beta è connesso alla concentrazione, alla vigilanza intensificata e all’acuità visiva. La frequenza beta di 40Hz si crede sia collegata al processo della cognizione.

La gamma delle onde alfa è compresa tra 8 e 12 hertz.
Sono caratteristiche del rilassamento profondo, ma è uno stato di coscienza non abbastanza profondo da potersi già definire di meditazione. Nell’alfa, cominciamo ad accedere alla ricchezza della nostra creatività. E’ una sorta di portale verso gli stati di coscienza più profondi.

La gamma delle onde theta è compresa tra 4 e 8 hertz.
Il dominio delle theta è forse il più straordinario e il più evasivo. E’ anche il più difficile da ricordare, perché, normalmente, è il fugace stato di passaggio tra la veglia e il sonno o  nel risveglio nel passaggio inverso dal sonno allo stato di veglia. In theta, possiamo sperimentare dei rapidi flash di immagini detti immagini ipnagogiche, di natura piuttosto misteriosa. Altre volte, questi flash consistono in suoni o in voci. E’ questo lo stato della trance, della trance ipnotica, delle immagini ipnagogiche, dell’accesso diretto all’inconscio. Come tale, poiché in theta si è privi degli schermi di difesa dell’io, è lo stato dell’apprendimento totale e perfetto. In theta, viviamo il massimo della nostra creatività, dell’intuizione e di altre abilità di percezione extrasensoriale, come la telepatia.

La gamma delle onde delta varia fra 0 e 4 hertz.
Lo stato delta è associato al coma e al sonno profondo, che un tempo si credeva senza sogni e che invece si è scoperto essere una fase di sogni molto vividi. Uno stato collegato al rilascio dell’ormone della crescita GH, connesso alla guarigione e alla rigenerazione e al rilascio della melatonina, un altro ormone in grado di sincronizzare il nostro orologio biologico e di stimolare le difese immunitarie. Ecco perchè il sonno profondo è così ristoratore è così essenziale al processo di guarigione.

Il passaggio da uno all’altro di questi stati di coscienza comporta grandi mutamenti nella nostra struttura energetica.

Nello stato beta è attivo soprattutto il chakra ajna.
Nello stato alfa si attiva il chakra frontale.
Nello stato theta si attiva il chakra coronale anteriore.
Nello stato delta si attiva il coronale centrale.

Per molti anni questa frequenza è attestata ad un costante 7.83 Hz con solo lievi variazioni. Dal mese di giugno 2014, è cambiata. I monitoraggi presso lo Spazio Observing System russo hanno mostrato un improvviso picco di attività a circa 8,5 Hz. Da allora per alcuni giorni sono stati registrati dati che evidenziano la risonanza Schumann in accelerazione fino a 16,5 Hz.

In un primo momento hanno pensato che l’attrezzatura fosse difettosa, ma dopo una verifica si accorsero che i dati erano esatti. Cosa stava succedendo?
La frequenza della Terra stava chiaramente accelerando. Dal momento che la frequenza di Schumann è
“in sintonia” con le onde alfa del cervello umano e con gli stati theta, questa accelerazione potrebbe essere il motivo per cui spesso avvertiamo come se il tempo fosse accelerato e gli eventi e cambiamenti nella nostra vita stanno accadendo più rapidamente.
Queste risonanze sono naturalmente correlate anche all’attività cerebrale umana.
Quindi questo significa che… stiamo cambiando.

Molti anni fa, sono stato addestrato a EEG Neurofeedback, così ho guardato quello che è probabile che queste frequenze accelerate potrebbero raccontarci sul cambiamento evolutivo umano. Una frequenza 7.83 Hz è uno stato alfa/theta. Rilassato, ma sognante, una sorta di stato di inattività neutra in attesa che accada qualcosa.
Da 8.5 a 16,5 Hz ci si sposta dallo stato theta o nel più completo stato alfa più calmo, con frequenze di stato più vigili e veloci inizia lo stato beta ed è correlato al risveglio cognitivo.
Dal momento che la Risonanza Schumann ha avuto alcuni picchi improvvisi tra 12-16,5 Hz (vedi aree bianche nell’immagine sotto), l’ho trovato questo ancora più interessante.

In Neurologia la reazione, 12-15 Hz è chiamata frequenza Sensory-Motor Rhythm (SMR).
È uno stato ideale di risveglio calmo. In questa situazione, i nostri processi di pensiero sono più chiari e più focalizzati, in altre parole, Madre Terra sta spostando la sua frequenza vibrazionale e noi ci stiamo Svegliando.

Il Campo magnetico della Terra, che influenza la Risonanza Schumann, si è indebolito negli ultimi 2000 anni e ancora di più in questi ultimi anni. Nessuno in realtà sa perché. Una volta mi fu detto da un vecchio saggio dell’India che il campo magnetico della Terra è stato messo in atto dagli Antichi per bloccare i nostri ricordi del nostro vero patrimonio. Questo è stato fatto perché le anime potessero imparare dall’esperienza del libero arbitrio, non ostacolato dalle memorie del passato. I cambiamenti del campo magnetico stanno ora allentando i blocchi di memoria e stanno alzando la nostra coscienza ad una maggiore verità.

Il velo si sta sollevando.
Con questa accelerazione, ci si può sentire più stanchi, avere vertigini, depressione, e anche per quanto strano si alza le frequenze di essere “in sintonia” con la Nuova Terra. L’adattamento non è sempre un processo facile, ma tenete a mente che fa tutto parte del processo di risveglio.

© Roberto Zamperini

FONTE : www.visionealchemica.com/

 

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L’ALCHIMIA ORIENTALE

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Quando si parla di “alchimia” ci si riferisce solitamente alla Grande Opera occidentale, in primis rinascimentale, tralasciando l’importanza dell’alchimia orientale, sia indiana che cinese. Soltanto a partire dai primi decenni del secolo scorso Julius Evola, Joseph Needham, Renè Guénon, Rudolf Steiner, Gustav Meyrink e Mircea Eliade hanno avuto l’ardire di riscattare l’alchimia orientale dalla visione positivistica che la riduceva a uno stadio superstizioso e primitivo della chimica; con questi “pionieri” del sapere essa ha iniziato a ritrovare il suo originale significato di scienza iniziatica, cosmologica e soteriologica. La storia della scienza e l’antropologia avevano infatti contribuito, insieme alla mancanza di fonti e di studi specialistici sulla religione, la filosofia e le tecniche mistiche orientali, a interpretare l’alchimia attraverso preformati schemi riduttivi, assumendola a oggetto di analisi nella misura in cui essa sembrava presentarsi come una mera prechimica, prestando attenzione solo ai testi che si riteneva possedessero le qualità tipiche del moderno uomo di scienza “occidentale”. Storici e antropologi avevano infatti dato rilievo soltanto alle osservazioni empiriche e scientifiche dei documenti ermetici, ignorando il reale significato cosmologico e iniziatico dell’Ars Regia. Considerare l’alchimia orientale uno stadio arretrato dell’evoluzione mentale dell’umanità è un rovesciamento del punto di vista in base al quale si devono studiare i trattati. Allo stesso modo non si può interpretare l’alchimia orientale né in chiave mistica né da un punto di vista esclusivamente psicologico, per preservare la struttura iniziatica e il valore ontologico della palingenesi alchemica; l’alchimia è infatti un’”arte regale”, una disciplina magico-operativa, attiva, una scienza operante sia sul piano spirituale che su quello materiale, concreto. Come ha precisato Guénon, gli stati interiori la cui realizzazione dipende dall’ordine iniziatico, non sono né stati psicologici né stati mistici, bensì qualcosa di molto più profondo: essi implicano, infatti una “conoscenza esatta e una tecnica precisa”, respingendo, dunque, la sentimentalità e l’immaginazione.
Si deve innanzitutto distinguere la presenza di due tecniche parallele presenti sia in Cina che in India, entrambe comprese, secondo la tradizione, sotto la denominazione di “alchimia”; autori come Evola, Guénon, Eliade e Meyrink, riprendendo le testimonianze della mitologia popolare e della letteratura alchemica si assunsero per primi il compito di dimostrare l’esistenza di una tecnica iniziatico-soteriologica in stretto rapporto con il taoismo, in Cina, e con l’ambiente yogico-tantrico in India, e di una seconda, invece, legata alla medicina e alla metallurgia, che si occupava di osservazioni empiriche e di pratiche fisio-chimiche. Solo quest’ultima è da considerarsi come la diretta antenata della chimica, mentre la prima è, in realtà, una “scienza” tradizionale a carattere spirituale, che non presenta alcun rapporto con la prospettiva chimico-empirica.
Il senso autentico dell’alchimia orientale è di essere una scienza spirituale, iniziatica, cosmologica e soteriologica, contenente solo indirettamente osservazioni scientifiche; il contributo nei confronti della ricerca empirica e delle scienze naturali scaturente dall’opera alchemica nasce indirettamente dal tentativo dell’uomo-microcosmo di agire sulla natura per trasformarla e a sua volta trasmutarsi, per completare la creazione divina e al tempo stesso perfezionarsi.
In Cina l’alchimia come tecnica mistico-iniziatica era denominata neidan e faceva uso delle “anime” delle sostanze usate invece dall’altra, ovvero dall’alchimia “esteriore”, detta waidan; in India l’alchimia speciale andava sotto il nome di rasayana e si contrapponeva all’alchimia empirica basata su operazioni di sublimazione e calcinazione che, occupandosi quindi dell’aspetto concreto delle sostanze tendeva ad essere una protochimica.

GLI YOGIN

I primi viaggiatori stranieri di passaggio in India hanno avuto modo di constatare la veridicità del ricco folklore yogico-alchimistico che il popolo indiano aveva avuto modo di elaborare, assimilando i temi dell’Elixir dell’immortalità e della trasmutazione dei metalli alla mitologia dello yogin-mago. La letteratura indiana è infatti ricca di allusioni riguardo allo stretto rapporto intercorrente tra lo yoga, il tantrismo, e l’alchimia.
Gli avventurieri europei ed orientali hanno anch’essi avuto la possibilità di verificare come alcuni asceti e yogin fossero i depositari di una sapienza alchemica facente uso di preparati destinati a prolungare la vita; le testimonianze fanno infatti riferimento a una pozione di origine vegetale o minerale (a base di mercurio) che gli yogin, così come gli alchimisti cinesi, ingerivano. Questa pozione avrebbe dapprima causato l’intossicazione dell’organismo con la conseguente perdita di capelli, denti etc. per poi produrre una rigenerazione del corpo, in base alla quale i capelli sarebbero rispuntati scuri e forti, i denti ricresciuti sani, le membra avrebbero ritrovato il vigore di un tempo: per riconquistare la giovinezza il corpo del miste doveva esperire il solve et coagula dell’alchimia, ossia doveva “morire”, tornare alle origini per poi rinascere a nuova vita. Come avveniva nei processi tantrici, il discepolo doveva contemplare la dissoluzione e la creazione degli Universi e sperimentare in se stesso la “morte” e la resurrezione iniziatiche, ossia la ri-creazione del Cosmo. A questo proposito, Marco Polo riferisce di una pozione a base di zolfo e mercurio che, bevuta due volte al mese, avrebbe assicurato salute e longevità agli yogin. Secondo Amir-e-Khosraw, un poeta indopersiano vissuto nel XIII secolo d.C., gli indiani erano in grado di conseguire la longevità tramite la lenta scansione del respiro, ossia attraverso il pranayama, tecnica dello yoga di controllo e rallentamento del respiro, assimilabile al lianqui, la “respirazione controllata” cinese.
Il pranayama comporta la ritmizzazione del respiro e l’unificazione della coscienza; ritmando e rallentando progressivamente la propria respirazione lo yogin riesce a penetrare, conservando la piena lucidità, tutti gli stati di coscienza interdetti all’uomo profano, riesce cioè a provare sperimentalmente gli stati di coscienza inaccessibili da svegli, in particolare quelli che caratterizzano il sonno. Per mezzo del pranayama si cerca di sopprimere lo sforzo respiratorio, di sospendere il respiro e le funzioni degli organi in vista dell’unificazione della coscienza. Lo yoga alchemico rappresenta dunque la via della coscienza “rafforzata”, comporta cioè il risveglio di una “supercoscienza” nell’adepto attraverso la ripetizione di formule, il digiuno, la meditazione, la scansione del respiro, la preghiera, l’abbattimento del sonno. Secondo i trattati indiani si può a prolungare indefinitamente la vita del corpo se si riesce a controllare il respiro e a distillare l’Elixir a base di mercurio.
Amir-e-Khosraw ha inoltre attestato la fondatezza delle leggende popolari riguardo ai poteri magici conseguiti dagli yogin alchimisti; la tradizione indiana attribuisce infatti agli yogin la capacità di predire il futuro, di librarsi in aria, di diventare invisibili, di camminare sulle acque e di trasmutare i metalli vili in oro. I trattati di alchimia tantrica prescrivono ricette a base di elementi vegetali e minerali e formule magiche (anche di magia nera) per ottenere salute, immortalità, poteri prodigiosi. Lo scopo principale perseguito dall’alchimia indiana è la liberazione (moksa) dalla legge karmica, ovvero l’immortalità; l’alchimista mira a divenire uno jivan mukta, un liberato in vita. L’adepto ricerca la liberazione attraverso la preparazione dell’Elixir così come l’asceta tantrico ricerca la costruzione del corpo glorioso che, superiore ad ogni processo di disintegrazione, gode della condizione d’immortalità.

RASAYANA E TANTRISMO

La testimonianza più chiara riguardo al tema della longevità conseguibile attraverso le pratiche alchemiche appartiene ad Al Biruni (973-1048) che attesta l’esistenza, a fianco e indipendentemente dall’alchimia “ordinaria” di origine minerale, di una scienza spirituale detta rasayana; essa è descritta come un’arte che si basa su particolari pratiche, medicamenti e preparati in gran parte vegetali, i cui principi attivi restituiscono la salute ai malati, la giovinezza e la longevità agli anziani. L’alchimia speciale o rasayana apparterrebbe dunque alle tecniche magico-iniziatiche e rivestirebbe una funzione redentrice e cosmologica.
Il rasayana o scienza del mercurio (rasa in sanscrito significa linfa, succo, ma si riferisce anche ai fluidi corporei, e in particolare allo sperma, tra cui lo “sperma di Shiva”, cioè il mercurio) assurge a mezzo di liberazione perché capace di rafforzare e prolungare la vita; le operazioni che essa prescrive sono di tipo spirituale e non si riferiscono a esperimenti di laboratorio. Il fine delle pratiche del rasayana è infatti la “purificazione” dell’anima e la “transustanziazione” del corpo dell’adepto.
Come ha dimostrato Eliade, le pratiche dell’alchimia indiana derivano dall’ambiente tantrico e non dipendono in alcun modo da un influsso arabo dell’alchimia alessandrina. Infatti in alcuni documenti precedenti l’invasione islamica si trova l’esposizione dei poteri conseguibili attraverso l’utilizzo del mercurio nelle pratiche alchemiche. L’alchimia indiana, intesa come arte magica e soteriologica, era diffusa soprattutto negli ambienti tantrici, su cui poco influì l’invasione araba. In alcune zone come il Nepal e il sud dell’India, dove si ritrovano numerosi testi tantrici sull’alchimia, la penetrazione dell’Islam è stata minima.
Molti maestri tantrici, i leggendari siddha, come il celebre Nagarjuna, risultano essere anche autori di trattati di alchimia; essi erano in grado di compiere prodigi, di prolungare indefinitamente la propria vita e di fabbricare l’oro. Ciò che interessava il tantrismo era “la mistica alchemica, il significato cosmico e mitico che assumevano i metalli, la funzione redentrice attribuita alle operazioni alchemiche”, non le rudimentali conoscenze scientifiche presenti nella letteratura sanscrita antecedente al tantrismo; attraverso la purificazione dell’anima dell’uomo e la ricerca dell’Elixir di lunga vita l’alchimia rivestiva una funzione mistica, iniziatica, redentrice, accostandosi alle tecniche spirituali indiane, in particolar modo al tantrismo e allo Hathayoga, che miravano a conseguire l’immortalità.

NEIDAN

In Cina ritroviamo una situazione analoga; i documenti attestano la presenza di due pratiche distinte e diametralmente opposte, entrambe denominate “alchimia”: una riguardante l’anima e l’immortalità, l’altra la trasmutazione pura e semplice dei metalli in oro e argento. Uno dei più famosi alchimisti cinesi, Ge Hong, nel suo Baopu zi, ne tematizza l’esistenza parlando huangbai “giallo e bianco”, ovvero di un’alchimia “propriamente detta” (waidan) il cui scopo era la trasformazione dei metalli fine a se stessa, che non prevedeva il coinvolgimento dell’anima del miste, e di una tecnica (neidan) avente come fine il conseguimento dell’Elixir di lunga vita e della Pietra Filosofale.
Il neidan era una pratica metafisica e cosmologica che utilizzava l’”anima” delle sostanze minerali usate, invece, dal waidan; a partire dal X secolo l’alchimia cinese, in simbiosi con il taoismo, subì un crescente processo di spiritualizzazione  e i metalli “trascendentali”, detti “anime dei metalli”, iniziarono ad essere identificati con determinate parti del corpo, causando la proiezione degli esperimenti alchemici direttamente sul corpo dell’adepto. L’alchimia cinese divenne dunque un’arte spirituale assimilabile alle tecniche di meditazione, ascesi e di purificazione interiore. L’alchimista taoista del X secolo rinuncia alla trasmutazione dei metalli vili in oro per concentrarsi sul corpo che considera alla stregua di un metallo impuro. Egli intende purificarsi e si sforza di trasmutare il proprio corpo in oro, cioè di perfezionarsi e conseguire con ciò l’immortalità. Invece di compiere operazioni alchemiche sui metalli inferiori, l’alchimista cinese le compie direttamente sul proprio corpo e sulla propria anima.

YIN E YANG

L’alchimia cinese aveva un carattere sacro e rituale e implicava certi atti religiosi come sacrifici, digiuni e preghiere, miranti a ottenere un oro di sintesi purificato dall’elemento yin; l’alchimia cinese può essere infatti compresa soltanto se studiata nell’ambito più generale delle credenze taoiste di quel popolo. Bisogna riferirsi soprattutto alla concezione dei due elementi fondamentali, yin e yang, maschile e femminile, che costituirebbero ogni sostanza esistente: tutto ciò che è partecipa in maggior o minor misura a questi due elementi. Il principio maschile yang è stato identificato con il dao, inteso come la via, il principio universale, la verità: più una cosa contiene yang più essa è nobile incorruttibile, “assoluta” e partecipa alle qualità yang di forza, longevità, perfezione. La trasmutazione dei metalli consiste nell’eliminare il principio freddo femminile yin accrescendo lo yang; per questo l’oro fabbricato in laboratorio si rivela superiore all’oro naturale proprio perché è stato purificato da ogni traccia di yin è può essere ingerito dell’adepto, affinché gli trasmetta le proprietà di perfezione e immortalità.
L’oro rappresenta per i cinesi  il metallo nobile per eccellenza, ma altrettanto importanti sono le perle e la giada, anch’esse dotate di virtù magiche e incorruttibili in virtù dell’essenza yang. Chiunque indossi dell’oro, della giada o delle perle subisce le influenze benefiche dell’elemento caldo maschile yang; questi elementi preservano anche i corpi dalla corruzione e dalla decomposizione, rivestendo un ruolo fondamentale nell’ambito della vita e delle concezioni religiose e filosofiche cinesi, ruolo di “immortalizzazione” che si è trasmesso all’alchimia.
Lo scopo dell’alchimia cinese è, attraverso la fabbricazione e l’assimilazione dell’oro sintetico, la ricerca dell’immortalità; l’alchimista non ricerca l’oro in quanto semplice metallo ma per le sue proprietà magiche e rigeneratici. Le origini storiche della centralità rivestita dall’oro va ricercata nella preparazione sintetica del cinabro, una sostanza dal colore rosso sangue, dotata di yang che si credeva possedesse un potere “talismanico”, e utilizzata  fin dai tempi arcaici nelle tombe dei ricchi aristocratici, con lo scopo di assicurare loro l’immortalità; inoltre si credeva che, messo sul fuoco, producesse il mercurio, anima di tutti i metalli e principio cardine dell’alchimia.
Rispetto all’alchimia indiana quella cinese risente di un maggiore legame con la metallurgia e la cosmologia; alla base dell’alchimia cinese ritroviamo infatti il principio di omologazione Uomo-Cosmo, la codificazione dei “legami sacri”, delle “corrispondenze” che uniscono l’uomo-microcosmo ai metalli e a ogni essere naturale, infine la concezione della vita come elemento costitutivo e universale del reale. Alla base della magia e dell’alchimia ritroviamo infatti la credenza che la Natura sia come un grande organismo vivente nel cui seno ogni singolo ente animato o inanimato, uomo, animale, vegetale o minerale che sia, partecipa al ciclo vita-morte-resurrezione. L’omologia Cielo-Terra si dispiega in una serie infinita di corrispondenze magiche tra tutti gli ordini dell’esistenza, per cui il corpo umano diviene uno specchio del Cosmo; ogni parte dell’uomo ha un suo corrispettivo siderale, così ogni elemento del Cosmo è dotato di vita, partecipa al destino dell’uomo e conosce la nascita, la crescita, la sessualità e in alcuni casi la morte.
Poiché gli oggetti inanimati, come i minerali, hanno una vita molto più lunga dell’uomo e crescono molto più lentamente, l’alchimista cinese, come il suo collega occidentale, si preoccupa di accelerarne lo sviluppo per contribuire alla creazione divina e perseguire la perfezione della Natura: tutti i metalli infatti, nel ventre della Terra, sono destinati a divenire oro, ma la loro maturazione necessita di migliaia di anni. Precipitando i ritmi temporali l’alchimista intende così accelerare l’opera naturale e divenire il signore del Tempo. Ma, come lo yogin e il mago tantrico, egli ricerca la liberazione dalla legge del Tempo attraverso la meditazione, l’ascesi e la pratica alchemica.

RITUALI ASCETICI

Come abbiamo accennato le operazioni alchemiche dovevano essere precedute da preliminari e rituali di tipo ascetico: meditazione, solitudine, digiuni, regimi dietetici, preghiere, purificazioni. Tra i preliminari richiesti per la purezza del miste, l’alchimista cinese, come lo yogin, era tenuto a scandire la propria respirazione secondo un preciso ritmo, ossia secondo la pratica della “respirazione controllata” (lianqi). Il lianqi è simile al pranayama, la sospensione del respiro praticata nello yoga, in quanto i taoisti, assunta una postura del corpo (zuogong) che ricorda l’asana degli asceti indiani, ritmano e sospendono la respirazione. Questa pratica è stata denominata da Marcel Granet “respirazione embrionale” in quanto imita la respirazione a circuito chiuso del feto nel ventre materno e rappresenta un regressus ad uterum: per ottenere il ringiovanimento o la longevità è infatti necessario ritornare alle origini per rinascere e rincominciare una nuova vita.
La ricerca dell’Elixir è inoltre legata alla ricerca delle isole lontane e soprannaturali dove vivono gli “Immortali”: incontrare gli immortali significava superare la condizione umana e partecipare all’esistenza sacra e beatifica dell’atemporalità. Una volta prodotto l’oro l’alchimista poteva distillare l’Elixir di lunga vita e dopo averlo assimilato divenire immortale. L’oro prodotto attraverso i processi di trasmutazione alchemica metteva in atto il processo di spiritualizzazione del corpo, trasmettendogli le virtù yang di rigenerazione e longevità. Divenuto immortale il miste poteva entrare in contatto con i Beati e vivere nelle isole meravigliose  che la tradizione mitica cinese vuole essere la sede dei santi e dei leggendari maghi-alchimisti.

ESTRATTO DELLA TESI DI LAUREA IN STORIA DELLE RELIGIONI DI ENRICA PERUCCHIETTI “COME HO SCOPERTO LA PIETRA FILOSOFALE”

 

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