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I ROSACROCE, GLI ENTEOGENI E LE TRASFORMAZIONI ANGELICHE: INTERVISTA CON HEREWARD TILTON

“Chi se non un Rosacroce potrebbe spiegare i misteri rosacrociani!”Zanoni (1842) di Edward Bulwer-Lytton

Edward Bulwer-Lytton è stato spesso descritto come uno scrittore cripto-rosacrociano e nel suo capolavoro, Zanoni , ha abbozzato un’immagine molto distinta del mago ideale. Zanoni, l’omonimo mago del romanzo, è uno stoico auto-sacrificale e schivo con un talento per la teatralità e il vigilantismo in stile Batman. Proprio come lo stregone di Daniel Defoe, agisce – per parafrasare Shakespeare – come un “ministro del destino”, un oscuro agente che governa sottilmente “le cose più grandi della vita”, facendo saltare o succedendo “alle imprese di principi e persone”.

Tuttavia, nel libro, Bulwer-Lytton dedica poco tempo a spiegare come Zanoni abbia acquisito i suoi poteri semi-divini. Tuttavia, fornisce al lettore diversi suggerimenti occulti. A un certo punto, Zanoni afferma che la trance è una porta per l’iniziazione spirituale. “Nei sogni”, dichiara, “inizia tutta la conoscenza umana: nei sogni aleggia su uno spazio smisurato, il primo debole ponte tra spirito e spirito, questo mondo e i mondi al di là! Zanoni comunica regolarmente anche con un’intelligenza angelica chiamata Adonai. C’è persino un punto in cui Glyndon, il protagonista dissoluto del romanzo, respira un vapore scintillante durante un esperimento di autoiniziazione illecita. La droga – o meglio, il suo uso improprio – fa sì che Glyndon veda e ascolti il ​​pauroso “Guardiano della Soglia”, un fantasma malevolo e sempre presente.

Sebbene Zanoni contenga solo lampi di informazioni su alcuni metodi esoterici di comunicazione e trasformazione, gli attuali Rosacroce ei loro ammiratori, impiegarono un miscuglio collaudato di tecniche di alterazione della mente, che derivarono da Paracelso, Heinrich Khunrath e varie altre figure sul stregoneria medievale e moderna e scena alchemica.

Secondo il dottor Hereward Tilton, uno storico religioso che ha insegnato magia, alchimia e rosacrocianesimo della prima età moderna all’Università di Amsterdam (Storia della filosofia ermetica e correnti correlate) e all’Università di Exeter (Exeter Center for the Study of Esoterismo), queste pratiche molto reali, che potrebbero includere l’assunzione di droghe enteogene e l’induzione di trance osservando lo specchio, erano progettate per aiutare il mago a contattare o diventare un angelo sovramondano.

Abbiamo incontrato Tilton per saperne di più sui Rosacroce e sulle loro svariate arti di trasformazione corporea e spirituale.

Figura 1 – La montagna dei filosofi come raffigurata nel testo del diciottesimo secolo, Geheime Figuren der Rosenkreuzer (I simboli segreti dei Rosacroce).

Il Custode: Potresti approfondire le somiglianze e le differenze tra i concetti di trasfigurazione, gnosi e alchimia spirituale nella teoria e pratica dei Rosacroce?

Dr Hereward Tilton: Trasfigurazione, gnosi e alchimia spirituale sono concetti correlati ma distinti. Nel contesto alchemico e cabalistico cristiano della prima Rosacroce moderna, “trasfigurazione” si riferisce alla spiritualizzazione della materia, in particolare del corpo umano materiale. Prima di tutto, questa nozione si rifà alla trasfigurazione di Cristo, che si pensava implicasse la trasformazione del suo corpo terrestre corruttibile in una forma spiritualizzata immortale; Il dogma cristiano ortodosso prevede che tutti gli esseri umani assumano simili “corpi di risurrezione” con i quali trascorreremo l’eternità in paradiso o all’inferno.

Per quanto riguarda l’alchimia, la morte e la risurrezione di Cristo servirono da modello per il processo alchemico, e la Pietra Rossa dei Filosofi fu equiparata alla carne e al sangue trasfigurati di Cristo, cioè un paradossale “corpo spirituale”. Questa spiritualizzazione della materia si rispecchia nell’azione della Pietra Filosofale sui metalli vili come agente di trasmutazione, e allo stesso modo nel suo effetto sul corpo umano come panacea ed elisir di vita.

Figura 2 – La rappresentazione alchemico-cabalistica di Cristo di Heinrich Khunrath come potere trasfigurante universale in Amphitheatrum sapientiae aeternae.

D’altra parte, dalla prospettiva cabalistica e cabalistica cristiana, la nozione di trasfigurazione è esemplificata dalla storia di Enoch, il patriarca biblico che è stato “preso da Dio” senza morire nel libro della Genesi. I libri tardoantichi di Enoch descrivono questo passaggio sconcertante in termini di angelificazione di Enoch. Tra i testi proto-cabalistici di Hekhalot, il Sefer Hekhalot del quinto secolo o “Libro dei palazzi celesti” (il terzo libro di Enoch) descrive l’ascesa celeste e la trasfigurazione di Enoc come l’angelo Metatron, il “piccolo Yahweh” o “principe degli volto divino ”.

Attingendo più o meno direttamente dal Sefer Hekhalot e dall’estatico cabalista Abulafia, il grande cabalista cristiano del Rinascimento italiano, Giovanni Pico della Mirandola , interpretò questa angelificazione neoplatonicamente come unione con la mente divina, e addusse la trasfigurazione di Enoch come prova del nostro proteiforme. capacità di trasformare noi stessi e scalare la catena dell’essere in forme progressivamente più spiritualizzate.

Una fusione di queste nozioni alchemiche e cabalistiche di trasfigurazione è evidente a vari livelli nelle opere di Francesco Zorzi, Heinrich Agrippa, Heinrich Khunrath e in particolare John Dee. Nella sua Monas hieroglyphica , Dee attinge alla terminologia di Pico per descrivere una virtù superceleste trasfigurante da oltre “l’orizzonte del tempo” (cioè oltre i regni celeste e terrestre governati dal destino). Per mezzo di questa virtù, il cabalista cristiano ascende attraverso le sfere celesti verso la sua angelificazione, che Dee descrive nei termini esplicitamente alchemici di putrefazione, separazione, coniunctio oppositorum , ecc.Una volta che il mago superceleste ha raggiunto questa trasfigurazione Enochiana, Dee afferma, “da allora in poi sarà molto raramente visto da occhi mortali”.

Figura 3 – John Dee indica la sua “monade geroglifica”, una figura talismanica che assiste l’ascesa all’angelizzazione.

Questa conseguenza dell’angelizzazione è alla base della leggendaria invisibilità dei Rosacroce, una vasta rete sotterranea di alchimisti e ispiratori antiistituzionali dedicati alla Theophrastia sancta paracelsiana e alla “Riforma magica” di Agrippa. Nonostante la fama delle sue Nozze chimiche di Christian Rosenkreuz e il suo contributo giovanile ai manifesti rosacrociani dell’inizio del XVII secolo, il pastore luterano Johann Valentin Andreae si oppose all’orientamento teologico dominante di questa rete, dei suoi antenati e dei suoi successori. Tra le altre cose, il rosacrocianesimo è una tradizione gnostica occidentale con le sue radici nell’antica eresia cristiana. 

La “gnosi” perseguita dai Rosacroce nel corso dei secoli è una conoscenza liberatoria del nostro essere più intimo: una luce interiore divina identica alla mente primordiale o fondamento universale dell’essere. Questa ricerca può essere fatta risalire attraverso la Kabbalah e i testi Hekhalot all’antico gnosticismo proprio, in particolare ad alcuni “culti del serpente” eretici dedicati a tecniche estatiche quasi tantriche.

Per quanto riguarda l ‘”alchimia spirituale”, questa frase è stata resa popolare nel diciannovesimo secolo dal rosacrociano Arthur Edward Waite e dalla fondatrice della Società Teosofica, Helena Petrovna Blavatsky. Attingendo alla terminologia alchemico-cabalistica di Dee, Waite comprende “alchimia spirituale” in termini di angelificazione o “deificazione” trasfigurante dei cabalisti cristiani. Questo uso è in consonanza con la prima menzione di “alchimia spirituale” di cui sono a conoscenza, che fu fatta nel 1633 dall’apologeta dei Rosacroce Robert Fludd. Parla dell’umano peccatore che è “elevato nella sfera di luce” ed “esaltato nel Figlio di Dio” da una trasfigurante alchymia spiritualis .

D’altra parte, la concezione di Blavatsky di “alchimia spirituale” devia da questa tradizione in modi importanti. Lei suggerisce che l’alchimia fosse principalmente una ricerca mistica piuttosto che di laboratorio, e che gli alchimisti nascondessero la loro arte della trasmutazione interiore con un linguaggio pseudochimico a causa della minaccia rappresentata dall’Inquisizione. Nonostante la sua popolarità, questa non è una posizione sostenibile.

C: Che ruolo hanno svolto le sostanze enteogene o psicoattive nella ricerca della trasfigurazione? Quali alchimisti e maghi del medioevo e della prima età moderna descrissero esplicitamente, allusero o sperimentarono questi “elisir”?

HT: Ci sono una manciata di allusioni a forme psicoattive della Pietra Filosofale, in particolare la Pietra Angelica associata a John Dee, che si diceva garantisse “l’apparizione degli angeli più benedetti e gloriosi” attraverso i suoi “odori celesti e fragranti” . Il conoscente di Dee, Heinrich Khunrath, sembra aver usato un enteogeno alchemico simile per assistere la sua ascesa celeste. Questa “scintilla ardente dell’Anima del Mondo” è stata distillata dall’acido solforico e usata come mezzo per le Pietre Filosofali rosse e bianche di Khunrath (cioè colloidi d’oro e d’argento); lo descrive come una sostanza altamente volatile e aromatica che produce uno stato di euforia.

Queste proprietà suggeriscono che stesse sintetizzando etere dietilico, un anestetico euforizzante e allucinogeno scoperto da Paracelso negli anni Venti del Cinquecento. In effetti, Khunrath potrebbe essere stato il primo alchimista ad equiparare questo composto con âither, la quintessenza celeste o quinto elemento dell’antichità classica. In ogni caso, il dietil etere continuò a essere identificato con l’elisir alchemico fino al XIX secolo.

Ci sono anche prove dell’uso cabalistico cristiano di enteogeni vegetali associati all ‘”unguento volante” delle streghe, un unguento a base di erbe presumibilmente spalmato dalle streghe sul forcone e sui manici di scopa, e quindi applicato ai genitali con l’intento di volare verso il Sabbath diabolico. L’alchimista fiammingo del diciassettesimo secolo Johan Baptista van Helmont racconta un pericoloso esperimento con wolfsbane, una belladonna altamente tossica nominata da diverse autorità rinascimentali come ingrediente principale dell’unguento volante. I conseguenti stati alterati di coscienza e le sensazioni somatoviscerali che l’accompagnano sono interpretati da van Helmont nei termini cabalistici di un risveglio della propria anima immortale, la mente divina ( mens ) che giace oltre l’influenza dei pianeti e delle stelle.

Figura 4 – L’abominio degli stregoni di Jaspar Isaac.

Wolfsbane e altre ombre notturne psicoattive come la mandragora e il giusquiamo sono presenti in modo prominente nelle fumigazioni magiche medievali e della prima età moderna, che di solito comportavano bruciare erbe, incenso e vari altri ingredienti vegetali, minerali, animali e umani in un incensiere. Lo scopo di tali fumigazioni era di evocare angeli, demoni e spiriti dei morti (negromanzia). Anche se di solito erano dirette a scopi pratici abbastanza bassi, occasionalmente troviamo queste tecniche usate al servizio della “magia bianca”.

Ad esempio, Agrippa cita un passaggio del De vita di Ficino sull’attrazione degli spiriti delle stelle con le fumigazioni, quindi procede elencando le fumigazioni psicoattive dal Sefer Raziel medievale (“Libro dell’angelo Raziel”) contenente “erbe spirituali” come giusquiamo e cicuta. Queste pratiche servono al più grande scopo gnostico della magia di Agrippa: ascendere verso l’auto-deificazione attraverso una “scala” che comprende i poteri planetari e stellari e i loro angelici signori. Questa scala esiste anche all’interno del microcosmo del corpo umano, la cui struttura corrisponde al corpo eterno di Dio (le dieci Sefirot cabalistiche).

Un altro esempio notevole di fumigazioni psicoattive al servizio della magia bianca proviene da una versione manoscritta inglese del XVI secolo dello pseudo-solomonico Liber iuratus Honorii (“Libro Giurato di Onorio”). Con le sue indicazioni per ottenere visioni di Dio, questo testo medievale è debitore delle tecniche magiche della “Cabala pratica”; la versione cinquecentesca, oltre alle preghiere originali, ai sigilli e ai nomi di Dio, raccomanda l’uso di fumigazioni psicoattive associate al Sefer Raziel .

Tra i soliti fumiganti – ombre notturne, papaveri da oppio – il testo menziona anche la radice della canna comune. Questa è una fonte nativa europea di Dimetiltriptamina (DMT), uno dei principali costituenti psicoattivi dell’Ayahuasca, la mitica pozione curativa dell’Amazzonia.

C: Quando hanno iniziato a comparire queste droghe nei libri magici di caccia al tesoro, come Touch Me Not ? In che modo esattamente venivano usati, o abusati, nei rituali dei cacciatori?

HT: Per quanto riguarda gli scopi pratici di base che ho menzionato, la caccia al tesoro magica raggiunse proporzioni epidemiche nelle terre di lingua tedesca del XVII e XVIII secolo attraverso i grimori Höllenzwang (Coercizione dell’Inferno). Una propaggine dell’età moderna della tradizione pseudo-solomonica di legare i demoni, questa letteratura è principalmente associata all’alchimista e mago del XVI secolo Johann Georg Faust. Oltre al famoso patto faustiano con il diavolo, i manuali di “coercizione dell’inferno” offrono istruzioni per legare i demoni che si ritiene custodiscano i tesori sotterranei.

Per quanto riguarda le fumigazioni, il Sefer Raziel descrive l’incendio di giusquiamo, papaveri e cicuta allo scopo di nascondere tesori; tuttavia, mentre la Clavicula salomonis (Chiave di Salomone) ei suoi precursori bizantini includono incantesimi per strappare tesori dagli spiriti maligni, l’uso di fumigazioni psicoattive a questo scopo entra in gioco attraverso la letteratura Höllenzwang . Infatti questa pratica portò a una famosissima tragedia nei pressi della città tedesca di Jena nel 1715.

Tre aspiranti cacciatori di tesori si sono incontrati in una remota baita di montagna la vigilia di Natale; portarono con sé vari talismani, così come l’ Höllenzwang di Faust , la Clavicula salomonis , un vaso di fiori di ferro pieno di carbone come incensiere improvvisato e un’erba nota come Springwürzel . Questa pianta leggendaria avrebbe avuto il potere di rompere le serrature degli scrigni del tesoro ed era comunemente identificata con la mandragora.

Figura 5 – Magica caccia al tesoro andata male, dal grimorio del diciottesimo secolo Touch Me Not! Per gentile concessione della Wellcome Library.

Poiché era necessario invocare l’angelo planetario che governava il demone guardiano del tesoro, i cacciatori di tesori scolpirono un cerchio protettivo nel soffitto della capanna e iniziarono a evocare Och, un angelo del sole paracelsiano. Mentre recitavano i lunghi elenchi di nomi divini e verba ignota (parole sconosciute) dai loro manoscritti, spruzzarono lo Springwürzel sui carboni ardenti. Purtroppo faceva un freddo pungente sulle colline, quindi tenevano chiuse anche la porta e le finestre della capanna. Le conseguenze furono disastrose. Il giorno dopo, sul tardi, due cacciatori di tesori furono trovati morti; il terzo era a malapena vivo e balbettava incoerentemente.

Due guardie furono inviate per sorvegliare i cadaveri e decisero di riaccendere i carboni per riscaldarsi. Uno di loro morì: l’ultima che fu udita dal suo corpo tremante fu una preghiera, stranamente borbottata come da qualcuno che dormiva. Il sopravvissuto ha testimoniato di aver visto un bambino demoniaco picchiare alla porta della capanna. Fu un caso celebre in Germania, con teologi che discutevano di medici illuminati: la colpa era del Diavolo o era semplicemente un caso di avvelenamento da belladonna?

Figura 6 – Tragedia della vigilia di Natale di Jena del 1715.

C: L’Urim e il Thummim dei Rosacroce erano un aggeggio fisico o più un’idea simbolica?

HT: I Rosacroce Urim e Thummim erano un aggeggio fisico. Comprendeva un certo numero di Pietre Filosofali riflettenti simili a pietre preziose intarsiate su un supporto composto da una lega dei sette metalli planetari (il cosiddetto electrum magicum ). Durante il diciottesimo secolo, fu utilizzato dai sette Magi al vertice dell’Ordine della Croce d’Oro e della Croce Rosata per vari scopi di divinazione: per testimoniare i segreti della Creazione, per comunicare con Dio e i suoi angeli e per ispezionare i cuori di potenziali iniziati. 

I sette Magi stessi furono chiamati in onore dei sette pianeti e dei loro angelici signori, poiché i gradi iniziatici dell’ordine riflettevano i passi dell’ascesa cabalistica cristiana verso Cristo-Metatron. L’Urim e il Thummim erano tra i manufatti più sacri dell’ordine, ed è descritto in un manoscritto come “Geova Gesù stesso”.

Figura 7 – L’Urim e il Thummim della Croce d’Oro e Rosa come raffigurati nel De magia divina oder Caballistischer Geheimnüsse

Il manufatto in possesso della Croce d’Oro e della Rosa era derivato dalle pratiche alchemico-cabalistiche di Heinrich Khunrath, che è raffigurato mentre consulta un simile Urim e Thummim in un manoscritto dell’inizio del XVII secolo dalla British Library. In questo caso il manufatto è composto da tre Pietre Filosofali lucidate a specchio incastonate in supporti di electrum magicum ; gli emblemi di una copia aperta dell’Amphitheatrum sapientiae aeternae di Khunrath si riflettono nella pietra centrale. Lo scopo di questa pratica era di entrare in contatto con “un grande spirito benevolo dall’Empireo”, vale a dire un angelo dalla più alta sfera superceleste oltre le stelle fisse, che avrebbe agito da intermediario per un’eventuale unione con Dio in questa vita.

Figura 8 – L’Urim e il Thummim di Heinrich Khunrath come raffigurati nelle Tabulae theosophiae cabbalisticae di Khunrath

L’originale biblico Urim e Thummim erano oggetti enigmatici – forse pietre preziose – situati sopra o all’interno della corazza rituale dei sommi sacerdoti dell’Israele preesilio, che li usavano per scopi divinatori come determinare la colpevolezza o l’innocenza di una persona accusata. Tuttavia, il vero antico precursore dell’Urim e del Thummim Rosacroce si trova negli scritti dell’alchimista gnostico del IV secolo Zosimo di Panopoli.

Nel suo tratto “On Electrum”, Zosimo descrive il raggiungimento della gnosi tramite la meditazione sulla propria auto-riflessione in uno specchio di elettro, che è la mente di Dio situata al di sopra delle sette sfere planetarie. Lo specchio menzionato da Zosimo appartiene a un gruppo di manufatti magici dell’elettrum – anelli, vasi, campane – che troviamo associati al re Salomone nella letteratura pseudo-salomonica medievale e che riappariscono nelle pratiche dei Khunrath e dei successivi gruppi rosacrociani tramite lo pseudo -Paracelsian Archidoxis magica . 

Anche se non sono a conoscenza di alcun esempio sopravvissuto degli alchemico-cabalisti Urim e Thummim, una campana di evocazione dell’angelo dell’elettrum di proprietà dell’imperatore Rodolfo II, protettore di Khunrath, esiste ancora oggi.

C: Puoi parlarci del contenuto e degli obiettivi generali del tuo libro, The Path of the Serpent ?

HT: The Path of the Serpent è un’analisi in due volumi dell’ambiguo simbolismo serpentino che si trova al centro delle tradizioni gnostiche occidentali che ho menzionato qui. Come nelle tradizioni tantriche indo-tibetane, questo simbolismo è associato al sentiero dell’ascesa gnostica e alla sua controparte microcosmica lungo la neuroassi dell’iniziato. È anche intimamente correlato all’obiettivo di quell’ascesa e alla figura ambigua che giace al confine stellare tra i regni supercelesti e le sfere celesti e terrestri corrotte. 

In alternativa, un sovrano del mondo che schiavizza l’anima e un intermediario liberatore del divino, questa figura appare come un potere serpentino unitario con aspetti benevoli e malevoli, o come una sizigia di poteri serpentini superni e infernali bloccati in combattimento. Le sue manifestazioni principali sono il Demiurgo gnostico, l’angelo Metatron, il serpente teli dei Kabbalisti e Cristo sotto le spoglie del serpente bianco. 

Figura 9 – Serpenti in bianco e nero dagli inferni di Clavis (1751), un manuale di Höllenzwang che si appropria di motivi della magia rosacrociana Metatrona . I Rosacroce contemporanei credevano che il tesoro sepolto custodito dai demoni fosse in realtà la scintilla divina dell’anima del praticante.

A livello storico, questo simbolismo può essere ricondotto attraverso la Kabbalah alle dottrine e alle tecniche estatiche quasi tantriche dei “culti del serpente” gnostici come i Peratae mesopotamici. Al di là dell’antico ambiente gnostico, la documentazione storica ci riporta più indietro alla mitologia Chaoskampf dell’antico Vicino Oriente, in cui il serpente del caos primordiale comprende l’asse cosmico che collega i cieli con il mondo sotterraneo. Nel secondo volume del mio libro esploro questa genealogia in dettaglio e descrivo il suo culmine nell’immaginario del Libro rosso di Carl Gustav Jung, una delle più belle espressioni novecentesche della tradizione gnostica. Tuttavia, un resoconto storico adeguato del simbolismo in questione richiede anche una comprensione delle sue origini psicologiche. Questi si trovano negli stati di coscienza ipo-egoici generati dalle tecniche estatiche.

Poiché gli psichedelici serotoninergici (LSD, psilocibina, DMT, ecc.) Forniscono un accesso sperimentale diretto agli stati ipo-egoici, cioè all’esperienza di un’attenuazione o abolizione delle funzioni dell’io, il primo volume di The Path of the Serpent sviluppa intuizioni neuropsicologiche dalla mia sperimentazione con questi composti enigmatici. Focalizzandomi su una visione paradigmatica invocata da DMT, interpreto l’emergere di un simbolismo serpentino ambiguo – che possiede aspetti sia distruttivi che creativi – in termini di disintegrazione indotta dalla droga delle gerarchie della rete neurale e una disinibizione di accompagnamento dei segnali ascendenti dalla corteccia visiva, il sistema limbico e sistema nervoso autonomo. La disinibizione di questa natura è alla base delle visioni, delle emozioni potenti e delle sensazioni somatoviscerali anomale tipiche non solo dell’uso enteogeno ma anche di altre tecniche estatiche.

Esaminando i resoconti della visione storica dai lignaggi gnostici, mostro come queste alterazioni neurobiologiche siano interpretate dai professionisti in termini di melotesia – il rapporto di parti particolari del corpo con le sfere celesti e i loro angeli / dei associati. Quando le reti neurali superiori abbandonano il controllo sul simbolismo inferiore, visionario si presenta come un fenomeno interocettivo, vale a dire, come la percezione e l’interpretazione degli stati corporei interni che sono normalmente subliminali sotto i regimi neurali della vita quotidiana.

Lo stesso vale per lo stesso stato di coscienza lucido e ipo-egoico, che corrisponde allo specchio della mente divina che giace alla soglia stellare delle sfere superceleste. Simile al “sé osservante” della dissociazione traumatica, questa metaconsapevolezza interocettiva dell’individualità egoica è caratterizzata dall’intuizione di complessi precedentemente inconsci e di traumi codificati in modo somatico.

Figura 11 – Melothesia e l’ascesa gnostica, dal Kurze Eröfnung di Johann Georg Gichtel (1723).

Quindi, contrariamente alla loro rappresentazione da parte degli accademici come errori della mente ingenua pre-illuminata, le dottrine e le pratiche trasmesse dai lignaggi gnostici possono essere considerate come sistemi psicoterapeutici profondi. Vorrei anche sottolineare che The Path of the Serpent non mira a ridurre il suo argomento a una questione di psicologia o neurobiologia.

L’enigmatico simbolismo serpentino che ho studiato dà espressione a dinamiche quasi critiche, al limite del caos, che regolano il sistema nervoso umano e che possono essere osservate anche nella società, nella biosfera e nel più ampio cosmo naturale. All’interno di questi sistemi complessi, una discesa ricorrente nel caos genera l ‘”antichaos” dell’emergenza, cioè la comparsa di proprietà, strutture e comportamenti qualitativamente nuovi. Questo sporadico, archetipo ritorno a un crogiolo di trasmutazione è alla base della continuità tra le antiche narrazioni cosmogoniche del Chaoskampf e il simbolismo serpentino dei lignaggi gnostici.

ARTICOLO ORIGINALE

L’AYAHUASCA E LA SALUTE PLANETARIA – di Matteo Politi

Figura 1 – Il Centro internazionale per l’educazione, la ricerca e il servizio etnobotanico (ICEERS) è un’organizzazione senza scopo di lucro (NPO), con sede a Barcellona, Catalogna (Spagna).

Negli ultimi anni la bevanda amazzonica conosciuta come Ayahuasca è diventata sempre più popolare nella società occidentale anche in virtù delle recenti ricerche medico-scientifiche. Per molti Nordamericani ed Europei che appartengono alla vecchia generazione che ha sperimentato l’Ayahuasca, questa può essere considerata una buona notizia che genera una sorta di sollievo.

Questa vecchia guardia ha dovuto assistere per decenni alla diffusione di stereotipi falsi e negativi attraverso i mezzi d’informazione, mentre oggigiorno la società dominante diffonde regolarmente informazioni sui benefici medici di questo rimedio naturale. Sebbene queste informazioni stiano aiutando ad emancipare il consumo di Ayahuasca, ci sono anche seri pericoli legati all’adattamento di questa pozione ai canoni del pensiero scientifico e dei sistemi medici occidentali.

L’Ayahuasca corre il rischio di essere fatta entrare con la forza nella categoria di “medicina basata sull’evidenza” – scientificamente standardizzata per garantirne la qualità, sicurezza ed efficacia – e di essere dunque vista attraverso il microscopio occidentale, con poca o nessuna considerazione per la conoscenza indigena che sta dietro a questo antico rimedio amazzonico a base di erbe.

A me risulta chiaro che questo approccio può generare effetti negativi sulla salute umana e sull’ambiente e può diluire il grande potenziale di
questa medicina. Da chimico farmaceutico con più di 20 anni di ricerca sulle piante medicinali e più recentemente anche sugli usi terapeutici dell’Ayahuasca nella regione di San Martin nell’Amazzonia peruviana, suggerisco che possiamo trarre grandi benefici dal pensare all’Ayahuasca al di là del paradigma medico convenzionale.

È tempo di prendere sul serio le affermazioni dei saggi indigeni e di altri che riconoscono la senzienza della vita vegetale e il profondo legame che esiste tra gli esseri umani ed il mondo naturale. Una soluzione chiave per l’attuale crisi planetaria che stiamo vivendo deve comportare per forza di cose la protezione e l’integrazione delle conoscenze indigene. Ciò può aiutarci a capire come la nostra guarigione personale attraverso il consumo di Ayahuasca sia anche una sorta di guarigione planetaria.

Di seguito presento diverse ragioni per cui l’Ayahuasca dovrebbe essere trattata molto più che come una semplice “medicina” per uso personale.

Cosa c’è nell’Ayahuasca?

Per qualsiasi medicina a base di piante sviluppata nell’ambito scientifico, la standardizzazione dei parametri di qualità, che di conseguenza influiscono sulla sua sicurezza ed efficacia, deve innanzitutto garantire la corretta identificazione del materiale vegetale utilizzato per elaborare il prodotto finale.

Tuttavia, se esaminiamo i rapporti etnografici che parlano del preparato Ayahuasca, oltre alle due specie vegetali di base utilizzate nella miscela, che sono Banisteriopsis caapi e Psychotria viridisesistono in realtà dozzine di piante che vengono comunemente aggiunte a questa miscela base; il risultato rimane comunque una bevanda che continua ad essere chiamata Ayahuasca. Anche Dennis McKenna ha recentemente affermato: “Praticamente ogni sciamano ha la propria pozione“. Dunque, a cosa ci riferiamo quando parliamo di Ayahuasca?

Va inoltre ricordato che il termine Ayahuasca è solo uno dei tanti nomi usati nella giungla amazzonica per definire qualcosa che in realtà è abbastanza difficile da definire. In questa fase, quindi, possiamo affermare che il primo passo verso lo sviluppo di una medicina basata sull’evidenza a partire dell’Ayahuasca si basa in realtà su di una supposizione: l’Ayahuasca definita come la combinazione tra la liana B. caapi e le foglie dell’arbusto P. viridis è solo una semplificazione.

Ciò dimostra che rischiamo di iniziare a sviluppare un nuovo farmaco senza una conoscenza approfondita della medicina vegetale originale, e questo dovrebbe essere motivo di preoccupazione.

Come viene preparata l’Ayahuasca?

Uno dei primi rapporti che descrivono la preparazione dell’Ayahuasca, risalente al 1972, indica dati come la quantità e parte utilizzata della pianta, la quantità di acqua ed il tempo di cottura. In questo modo, gli autori hanno descritto un processo simile alla preparazione di una tazza di tè, o meglio un decotto.

Seguendo questa descrizione, ulteriori studi si sono concentrati sulla valutazione di come la quantità e le parti utilizzate della pianta incidano sulla qualità del prodotto finale. È interessante notare che campioni di piante prelevate da ambienti diversi e in momenti diversi della giornata hanno mostrato di possedere quantità diverse dei principali alcaloidi considerati responsabili dell’attività biologica generale del rimedio, ovvero DMT e beta-Carboline.

Un altro studio si è dedicato alla valutazione dell’effetto del tempo di cottura registrando differenze significative nelle quantità relative di alcaloidi. Questi risultati sono tutte informazioni utili, ma pongono ulteriori domande a cui potrebbe essere difficile rispondere: qual è lo standard di riferimento da considerare per l’Ayahuasca? Si tratta del prodotto che contiene la maggior quantità di questi alcaloidi? Chi lo decide e perché? Quale è il ruolo dei molti altri fito-composti estratti da entrambe le piante?

Se valutiamo un prodotto a base di piante medicinali di uso tradizionale basandoci su questa prospettiva chimica, non abbiamo alcuno
standard a cui fare riferimento. Da questa prospettiva, l’Ayahuasca, così come ogni altro rimedio erboristico, diventa una miscela di sostanze chimiche, ma nessuno può dire quale sia la miscela giusta.

Inoltre, i chimici che si dedicano a creare prodotti di sintesi potrebbero facilmente preparare una nuova pillola utilizzando questi alcaloidi senza la necessità di affrontare la complessità di una miscela naturale. Se questo è il credo della scienza moderna, perché non farlo?

Figura 2 – Come ci insegna la conoscenza indigena, l’Ayahuasca è molto più della somma della vite e delle foglie.

Nella giungla amazzonica, gruppi etnici diversi posseggono ricette diverse per preparare l’Ayahuasca. Gli scienziati, tuttavia, per preparare una buona medicina fanno affidamento sulla necessità di standardizzare un solo metodo di elaborazione. Essi devono standardizzare chimicamente un estratto di Ayahuasca per valutarne l’attività biologica, perché per loro il concetto di principi attivi è legato al contenuto di sostanze chimiche.

Osservando l’Ayahuasca da questa prospettiva, rientriamo in pieno all’interno dell’attuale paradigma biomedico e scientifico dominante e tutto sembra molto chiaro e semplice. Tornando al lavoro di osservazione sul campo, tuttavia, ci rendiamo conto che esistono molti altri passaggi legati alla preparazione dell’Ayahuasca.

Tali passaggi, dal punto di vista locale, sono considerati rilevanti per la qualità, la sicurezza e l’efficacia di questa medicina. Dovremmo continuare a considerare le popolazioni indigene come culture primitive o potrebbe essere utile prestare attenzione a quelle che loro ritengono essere le “migliori pratiche”per la produzione di medicinali a base di erbe?

Riconsiderando la magia della giungla

Il mantra del metodo moderno per lo sviluppo di farmaci a base di erbe può essere riassunto nella frase “Standardizzare i materiali vegetali e i metodi di lavorazione per produrre medicinali standardizzati“. Tutto molto chiaro e semplice; forse fin troppo semplice! Ciò può risultare vantaggioso forse solo per una società standardizzata, un’impostazione sociale che però non solo mette a rischio la biodiversità culturale, ma che tende al pensiero unico, cosa che dovremmo saggiamente ripudiare.

Tornando sul campo in Amazzonia per osservare come la gente del luogo elabora questo famoso preparato, ci rendiamo conto che la preparazione include molte procedure strane, così strane che nella maggior parte dei casi non riusciamo a capire che cosa stiano facendo. Di solito ci riferiamo a queste pratiche come rituali o magia.

Tuttavia, noi farmaceutici non siamo preti, sciamani o maghi. Siamo solo farmaceutici e, dal nostro punto di vista, ogni passo verso la preparazione di un medicinale deve essere considerato come parte di una ricetta farmaceutica. Questo sarebbe un approccio veramente etno-farmaceutico e come scienziato mi sento obbligato a prendere nota di tutte le procedure eseguite dai guaritori amazzonici durante la preparazione dell’Ayahuasca, siano esse comprensibili o meno.

Osserviamo dunque che i guaritori digiunano prima della raccolta delle piante e soffiano fumo di tabacco sulla pianta e persino nella pozione di Ayahuasca una volta pronta per essere servita. Inoltre, intonano canti sacri chiamati icaros ed evitano di usare profumi e di avere relazioni sessuali nei giorni della preparazione della pozione. Chiamano persino la pianta con il suo nome, chiedendole aiuto per preparare una buona medicina.

Secondo la tradizione, il principio attivo è da riferirsi al grado di relazione tra la persona che sta preparando e somministrando la pianta e la pianta stessa.

A questo proposito, viene da dire che può essere utile conoscere il nome di un essere vivente, se l’aiuto di quell’essere viene ritenuto necessario. Gli animali domestici rispondono quando sono chiamati per nome, quindi non si tratta di parlare lingue specifiche. È possibile che avvenga qualcosa di simile anche per il regno vegetale?

Recenti scoperte scientifiche attirano l’attenzione sulla bioacustica delle piante come campo emergente per comprendere la comunicazione tra vegetali e su come ciò possa anche essere correlato alle tradizionali pratiche erboristiche di “chiamare gli spiriti della pianta” come di solito viene descritta questo tipo di performance sciamanica.

Figura 3 – “Natura mistica” di Brian Gaynor. Secondo la conoscenza indigena, le piante sono esseri senzienti: possono percepire e comunicare.

I passi da seguire che i locali considerano rilevanti per preparare una medicina di buona qualità possono essere piuttosto importanti e un giorno potrebbero persino diventare scientificamente comprensibili. Descrivere il metodo di elaborazione dell’Ayahuasca come la preparazione di una semplice tazza di tè implica un’ulteriore supposizione che riguarda il secondo passo verso lo sviluppo di una medicina basata sull’evidenza scientifica.

Prendere le distanze dagli usi consolidati e tradizionali di questo tipo di medicine vegetali potrebbe non solo limitare la comprensione del potenziale complessivo di questo rimedio, ma anche generare nuove preoccupazioni, soprattutto in termini di sicurezza, non solo per l’uomo ma anche per l’ambiente.

Modificare le procedure tradizionalmente utilizzate per preparare una medicina a base di erbe potrebbe essere rischioso e dovrebbe essere valutato attentamente. Ponendoci in una prospettiva più ampia, possiamo riflettere su come l’aver sradicato piante come il tabacco e la coca del loro uso tradizionale per adattarle alle esigenze della società occidentale abbia portato a un uso meno sicuro di queste piante.

Considerando questi esempi, potrebbe essere saggio cambiare il nostro modo di appropriarci di queste piante medicinali e sacre verso una
forma culturalmente più sensibile. Seguendo l’approccio indigeno, e dunque prendendo nota dell’intero metodo di preparazione dell’Ayahuasca, la conclusione è che, secondo la tradizione, il principio attivo è da riferirsi al grado di relazione tra la persona che sta preparando e somministrando la pianta e la pianta stessa. Nel contesto scientifico, tuttavia, il principio attivo è legato al solo contenuto di sostanze chimiche. Tale conclusione innesca ulteriori considerazioni.

L’Ayahuasca potrebbe aiutare la relazione uomo-ambiente?

Arrivati a questo punto, abbiamo una grande decisione da prendere. Consideriamo la pianta come una scatola piena di sostanze chimiche o come un organismo vivente? È importante decidere, perché se pensiamo che una pianta sia una risorsa di sostanze chimiche, consideriamo la nostra salute come il risultato d’interazioni biochimiche del nostro corpo-macchina. Ma se la consideriamo un essere vivente, noi stessi per primi torniamo a donare un’anima al nostro corpo, e potremmo persino accettare la possibilità di interagire col regno vegetale considerato dunque animato e vivo, un concetto ben noto e comune nelle culture indigene.

Ma se proviamo a interpretare la fitoterapia amazzonica seguendo il nostro approccio di standardizzazione da laboratorio, in realtà stiamo tralasciando gran parte delle conoscenze tradizionali relative alla ricetta e, più in generale, su come gestire le risorse naturali. Rischiamo anche di perdere per strada certo potenziale terapeutico dell’Ayahuasca. Se il principio attivo viene misurato in termini di relazione, questa grande medicina potrebbe essere estremamente utile per ripristinare la relazione uomo-ambiente, ed è per questo che l’Ayahuasca potrebbe diventare una medicina utile per la salute planetaria, non solo per le malattie umane.

Figura 4 – L’attività dell’Ayahuasca non si trova solamente all’interno delle sue molecole.

In Europa, abbiamo applicato per secoli un approccio di standardizzazione alla nostra amata liana psicoattiva, la vite, e questo ha portato a monocolture dappertutto. È qui che vogliamo arrivare sviluppando una medicina di Ayahuasca basata sull’evidenza della scienza dominante? Spero davvero di no. Non voglio vedere enormi piantagioni con filari di Ayahuasca piantati nel mezzo della giungla per una produzione massiva, magari per curare gli stati d’ansia e le depressioni dilaganti nella cultura moderna dominante, probabilmente sempre più psicolabile proprio in virtù di pensieri unici, disconnessioni col vivente, disastri ambientali.

Contrariamente alla tendenza attuale, sogno un mondo con più biodiversità e con società multiculturali, e probabilmente l’unico modo per arrivarci è attraverso relazioni sane tra l’uomo e la natura. Stabilire un contatto positivo con gli altri esseri che vivono intorno a noi è molto rilevante per la salute in generale, così come, probabilmente, per riacquistare la consapevolezza di essere circondati dal sacro in natura. Ciò può essere raggiunto attraverso i sentimenti, tralasciando il pensiero razionale e la costante pianificazione di nuove norme magari sull’ambiente ma partorite in uffici asettici.

Spesso l’esperienza dell’Ayahuasca ci porta ad aprire il cuore e a lasciare da parte il nostro lato razionale, attraverso l’alterazione dello stato ordinario di coscienza. Questo può aiutarci a percepire e riconoscere la sacralità della vita sulla Terra e a riconoscere che quando nutriamo dei sentimenti per altri esseri viventi, tendiamo a prenderci cura di loro e persino a combattere per proteggerli. Il monoteismo tende a identificare la sacralità da qualche parte lontano nel cielo, mentre all’interno delle culture animiste il sacro si trova principalmente sulla Terra, e questo è probabilmente il modo in cui gli indigeni da sempre agiscono per preservare l’ambiente e vivere in equilibrio con esso.

Nella società moderna, la nostra connessione sensoriale ed affettiva con la natura è stata drasticamente ridotta, con la conseguenza che tutto ciò che ci circonda ci sembra una risorsa inanimata, e la distruzione e lo sfruttamento sono moralmente più semplici e quindi ampiamente diffusi.

Per decenni gli scienziati hanno pubblicato prove riguardo il cambiamento climatico e l’importanza della biodiversità. Nonostante ciò, ogni giorno che passa la foresta pluviale amazzonica, e purtroppo non solo, viene disboscata sempre più, e questo è un chiaro caso in cui un approccio basato sull’evidenza scientifica semplicemente non sta raggiungendo il suo obiettivo.

In realtà, questo approccio scientifico tende ad oggettivare animali, piante e altri esseri naturali, e così facendo ostacola la nostra capacità di creare una connessione con il mondo vivente non umano. Pertanto, è improbabile che lo stato di consapevolezza e della realtà che questo costruisce susciti facilmente reazioni radicali per fermare la deforestazione o altre catastrofi ambientali.

Figura 5 – Ci stiamo allontanando dalla nostra terra natale e la stiamo distruggendo per alimentare ulteriormente la separazione.

Dunque, perché dovremmo applicare un approccio basato sull’evidenza della scienza attuale per integrare la medicina Ayahuasca nel contesto moderno? Nel processo di sviluppo di nuovi farmaci a base di erbe medicinali di uso tradizionale, anziché seguire le direttive
dell’Organizzazione internazionale per la Standardizzazione (ISO), dovremmo ascoltare la voce della giungla e delle culture indigene e prendere esempio dalle loro pratiche ancestrali.

Nell’avvicinarsi alla conoscenza tradizionale, molti scienziati sono come adolescenti che si ribellano alla saggezza degli anziani. La scienza moderna è una tradizione giovane che si approccia a una più antica. A volte, tuttavia, capita che l’adolescente, una volta cresciuto, inizi
ad apprezzare tale saggezza, e che quindi riesca a calmare il fuoco ribelle che lo pervade e decida di sedersi di fianco agli anziani per iniziare ad ascoltare la storia della vita. Per la salute umana e planetaria, spero di assistere a questo momento, che credo costituirebbe un vero punto di svolta nella storia.

Approccio post-materialistico per una nuova farmacia verde

Penso che l’Ayahuasca possa apportare a tutti noi qualcosa di nuovo e non mi riferisco a nuove molecole. La strategia generale della ricerca scientifica di andare a caccia di nuovi composti chimici in una pianta medicinale, quando siamo effettivamente di fronte a organismi viventi in grado di trasmetterci conoscenza, suona proprio come una sorta di “farmaceutica vecchio stile”.

Possiamo imparare molto di più dall’eredità culturale amazzonica che predica l’accesso alla conoscenza attraverso una relazione con le piante, e questo non vale solo per l’Ayahuasca. Molte altre piante medicinali dell’Amazzonia possono davvero insegnarci qualcosa. Il concetto di pianta come maestro è presente nella letteratura scientifica almeno dagli anni ’80, grazie al lavoro dell’antropologo Luis Eduardo Luna. Più recentemente, anche Jeremy Narby ha dato il suo bellissimo contributo sul tema dell’Ayahuasca e dell’intelligenza della natura.

Oggi ci sono persino biologi come Stefano Mancuso e Monica Gagliano che parlano di neurobiologia e intelligenza delle piante. Sembra che la dimensione animista delle culture tradizionali e il modo scientifico moderno di interpretare alcuni dati di laboratorio stiano raggiungendo un punto di accordo.

Quindi, anche noi, in quanto esseri umani, se fossimo veramente intelligenti come supponiamo, dovremmo essere in grado di comprendere la rilevanza che può avere imparare a dialogare ed entrare in contatto con gli esseri non-umani, con altri esseri che vivono con noi su questo
pianeta. Qui vale la pena considerare l’etimologia della parola “ecologia”, che può essere intesa come “discorso sull’ambiente”.

Da questa prospettiva, non sarebbe utile discutere con gli esseri non-umani come gestire la nostra casa comune che chiamiamo natura? Inoltre, questo potrebbe davvero rappresentare un nuovo approccio da esplorare nell’ambito della fitoterapia: non andare alla ricerca di prodotti chimici, ma di amici. Questi amici potrebbero insegnarci il modo corretto di preparare e usare i rimedi erboristici, come affermano da secoli molte culture indigene in tutto il mondo, sebbene generalmente ignorate dalla scienza; e forse potremmo persino imparare qualcosa di utile su come agire in favore dell’ambiente e su come migliorare le nostre strategie di sviluppo sostenibile.

Dovremmo almeno essere aperti a considerare queste possibilità, investendo in nuovi piani di ricerca piuttosto che andare avanti in maniera ostinata con l’attuale paradigma scientifico basato interamente su prove materialistiche, almeno per quanto riguarda temi come il cambiamento climatico e la protezione della biodiversità.

Nuovi approcci in antropologia ed etnografia incentrati sulle relazioni multi-specie stanno aprendo strade utili verso una migliore comprensione della rilevanza della dimensione extra-umana. Speriamo che ciò possa avere un impatto anche sulle future scienze farmaceutiche, fitochimiche e ambientali.

Un cambio di paradigma verso un mondo post-materialista dovrebbe essere alla portata della prossima generazione di scienziati ispirati dalle tradizioni di tutto il mondo. Questa è una delle ragioni per cui mi sento onorato di lavorare in collaborazione con il Centro Takiwasi per la ricerca sulle medicine tradizionali situato in Perù, una porta d’entrata ideale per i ricercatori che vogliono avvicinarsi alle tradizioni mediche della selva amazzonica.

Articolo originale

https://kahpi.net/ayahuasca-planetary-health/

Biografia dell’autore

Matteo Politi, ha un dottorato in chimica dei prodotti naturali ed una specializzazione in naturopatia. È il direttore della ricerca presso il Centro Takiwasi in Perù e ricercatore associato presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università di Chieti-Pescara in Italia. Possiede oltre 20 anni di esperienza multidisciplinare in fitoterapia.

Traduzione a cura del sito Ayahuasca Info.it

IL LATO OSCURO DELLO SCIAMANESIMO

In questo post, vorremmo parlare dell’uso improprio dell’Ayahuasca e di come gli sciamani possano rivolgersi al lato oscuro e usare questa potente medicina non per curare, ma per danneggiare gli altri.

Se sei stato nel mondo delle medicine vegetali, sono sicuro che hai familiarità con ciò che chiamiamo “sciamani oscuri” e ciò che è noto tra gli indigeni come “Brujos” (letteralmente tradotto come streghe e stregoni). Qui nel tempio di Pachamama uno dei nostri Maestri parla di questo argomento ai nostri ospiti ogni ritiro per familiarizzare con tutti gli aspetti dell’Ayahausca, incluso il lato oscuro. Abbiamo chiesto al Maestro Genaro di condividere nuovamente con noi le storie di “Brujos”.

L’ayahuasca è una pianta che non conosce la differenza tra razza, cultura o età. Chiunque può lavorare con Ayahuasca e chiunque sia pronto a dieta altre piante può acquisire poteri da diversi insegnanti di piante. Il fatto con l’Ayahuasca e tutte le altre piante è che hanno un carattere e ogni pianta ha il suo lato leggero che ci offre guarigione, amore e saggezza, ma anche il suo lato oscuro. Quando uno inizia a dieta e impara dall’Ayahausca, gli verranno presentati molti test da superare perché l’Ayahausca e altre piante amano sapere cosa vogliamo da loro. Il fatto è che molti che praticano lo sciamanesimo non hanno intenzioni pure e non superano questi test. In tal modo, iniziano a praticare ciò che chiamiamo “Brujeria”. Tali persone usano i poteri che hanno acquisito a proprio vantaggio e per danneggiare gli altri. L’Ayahuasca ti offrirà entrambi i suoi lati e spetta a te quale strada prendere. Sfortunatamente, non esiste un test del genere da superare prima di iniziare a praticare lo sciamanesimo. L’ayahuasca cresce allo stesso modo per tutti e ti darà tutto ciò che stai cercando. Se stai cercando il suo lato oscuro, praticando e dimagrendo, puoi purtroppo diventare molto potente nel dominare questo regno. Voglio condividere con voi alcuni test che mi sono stati presentati nel mio viaggio per diventare un Maestro di Medicina. Una volta che ho completato i miei tre anni di dieta, era il momento della mia “cerimonia di laurea del Maestro”. La cerimonia è stata guidata da mia madre Mamma Rosa. Ho bevuto la dose e ho aspettato. Ayahausca mi apparve per la prima volta come una donna la cui bellezza era fuori dal mondo. Era la creatura più bella che io abbia mai visto in tutta la mia vita e mi chiamava per seguirla. In momenti come questo, uno deve essere molto concentrato sulla sua intuizione e ascoltare la voce interiore per prendere la decisione giusta. Anche se la donna era bellissima e paradisiaca, sentivo che voleva sedurmi (qualsiasi rapporto fisico durante la dieta è una violazione della dieta molto forte). Quindi ho rifiutato educatamente la sua offerta di richiamo. Dopodiché, mi è stato presentato uno splendido cavallo d’argento, il cavallo mi ha chiesto di scalarlo e mi ha detto che mi avrebbe portato nella terra di grande ricchezza. Mi sono rifiutato di nuovo quando sono stato avvertito da mia madre di non seguire quella strada. Uno verrà spesso presentato con doni materiali durante le cerimonie e rifiutare questo è la regola numero uno se vuoi diventare un guaritore. Quando uno vuole diventare un vero Maestro, significa che vuoi solo curare le persone. Quindi ho rifiutato di nuovo, sapendo per cosa ero venuto. Alla fine, lo spirito di Ayahausca si presentò, Mi prese per mano e percorremmo insieme un sentiero attraverso la giungla. In alcuni momenti il ​​sentiero era oscuro e spaventoso, ma avevo fede e continuavo a seguirlo. Una volta arrivati ​​alla fine del sentiero, la giungla si aprì ed eccola lì, il mio “Cushma” (abito tradizionale Maestros) mi aspettava. L’Ayahuasca mi ha messo addosso il Cushma e si è congratulato con me per essere arrivato così lontano. Questa è una breve storia e c’erano molti altri dettagli coinvolti, ma volevo solo che tu capissi cosa significa quando diciamo che l’Ayahuasca ti metterà alla prova. Se avessi seguito quella donna o mi fossi seduto a cavallo, non avrei ricevuto il mio corredo di guaritori, ma avrei acquisito altri poteri che derivano dall’uso improprio della Medicina. E sfortunatamente, molti seguono questa strada. Come già sai, Il Perù è ciò che molti chiamano un “paese del terzo mondo” e molte persone crescono e trascorrono tutta la vita in povertà. Di generazione in generazione, sanno solo la povertà. Quindi pensano che praticando il lato oscuro della Medicina, saranno in grado di acquisire ricchezza materiale. E percorri questa strada credendo di aver trovato una ricetta che li libererà dalle catene della povertà. Oltre a usare l’Ayahausca per il proprio beneficio, nel mondo dello sciamanesimo, c’è molta gelosia e invidia. E questa è la parte più difficile per tutti noi che proviamo a fare il nostro lavoro come guaritori. Vedete, lavorare con le energie è molto più che avere belle visioni. Noi, come Maestri, abbiamo a che fare con molti attacchi energetici che provengono da altri professionisti della medicina. Non li chiamiamo Maestri, poiché i Maestri sono guaritori. Come nostri ospiti siete sempre al sicuro da questi attacchi energetici poiché siamo una famiglia di sette persone e lavoriamo insieme come uno, proteggendo la Maloca e proteggendo i nostri ospiti. E dopo tutto, gli attacchi non sono mai rivolti ai nostri ospiti. Tutti abbiamo le nostre dietetiche protettive e sappiamo come affrontarle. Per noi, questo è normale e ci mantiene solo più forti. Gli attacchi vanno e vengono e ci spingono a lavorare di più sulla nostra pratica e dieta più piante in modo da poter superare tutto ciò che viene sulla nostra strada. Quindi quando sei nella Maloca in attesa di un Icaro e tutta la famiglia canta insieme (prima di andare e dare un Icaro ai nostri ospiti), stiamo proteggendo lo spazio e pulendo da eventuali energie negative. E un altro motivo per cui nessuno può farci del male a Pachamama è che tutti i Maestri che lavorano insieme sono una famiglia e ci proteggiamo a vicenda e lavoriamo insieme. Non esiste un tale attacco che possa farci del male in alcun modo, quando tutti e sette uniamo i nostri poteri! Molto spesso, quando i Maestri lavorano insieme senza conoscersi o avere rancore, si attaccano anche durante le cerimonie. Come ospiti, ovviamente, non potete sapere nulla di tutto ciò, ma queste cose accadono molto più spesso di quanto crediate. In questo caso, la guarigione che ricevi è sempre compromessa mentre l’energia viene diretta verso l’attacco e la difesa da se stessi mediante la pulizia. Possiamo sempre vedere e sentire attacchi energetici come oscurità, energie pesanti ed entità oscure nella Maloca. Gli attacchi possono essere di natura personale o semplicemente il risultato di invidia o gelosia e se uno non sa come proteggersi, si manifestano come sintomi di diverse malattie fisiche o psicologiche, a seconda della forza dell’attacco.

Quindi, ora che hai più familiarità con il lato oscuro dell’Ayahausca, in che modo queste informazioni possono aiutarti come Ospite a bere Ayahausca o fare una dieta con un altro Sciamano. Quando si tratta di dieta, è molto importante avere molta fiducia con la persona che guida la tua dieta. Il Maestro le cui intenzioni non sono così pure può letteralmente “togliere la tua dieta”. Lasciatemi spiegare. Quindi stai seguendo una dieta per un mese o due o addirittura tre e acquisisci conoscenza e potere. Se il Maestro che sta guidando la tua dieta vede che la tua connessione con la pianta è molto forte, o semplicemente non gli piace che uno straniero stia acquisendo così tanta conoscenza (sì, gli sciamani possono rivendicare l’Ayahuasca per se stessi) può letteralmente portare via la tua dieta e lasciarti solo un pochino. Ovviamente non puoi saperlo, questo accade mentre ti sta dando degli icaros che verranno da te come gioia / felicità, mentre sotto la tua dieta ti viene tolta. Sì, Maestros può facilmente farlo ed è per questo che devi stare molto attento quando scegli dove dieta. Sono sicuro che nessuno vuole passare tre mesi a mangiare meno pesce e patate solo per dare tutto ciò che hai acquisito a qualcun altro. Quando si tratta di bere l’Ayahuasca in generale, il meglio è usare il tuo intuito! Se ritieni che qualcosa non sia giusto e non ti senti sicuro / protetto, non restare! Abbiamo avuto molti ospiti a Pachamama che sono venuti per curare i danni causati dal bere Ayahusca in ambienti che non erano destinati alla guarigione. Se qualcuno sta cercando di ottenere denaro da te e ritieni che potresti essere stato manipolato per dare, sappi che non è giusto! Se qualcuno sta cercando di approfittare di te sessualmente (sì, sembra ovvio ma non hai idea di quante donne si innamorino di questo), scappa da quel posto. Una persona che proverà a trarre vantaggio da te in qualsiasi modo (materialmente o sessualmente) non lo farà direttamente, lo farà attraverso i suoi icaros e potresti provare un certo “incanto” e qualcosa che non faresti mai di solito, potrebbe sembra normale in questo momento. Per favore, non cadere in nessuna di queste trappole. Stai solo cercando la guarigione, viaggiando così lontano dalle tue case ed è molto ingiusto che potresti imbatterti in qualcosa di simile, ma essendo consapevole di ciò, puoi reagire! Anche se sei nel mezzo della tua dieta / ritiro, è molto meglio andarsene che restare e rischiare! Usa solo il tuo intuito e buon senso. Quando ricevi un icaro da un Maestro, sta avvenendo uno scambio energetico molto forte. Quindi assicurati che provenga da una persona che ti fa sentire al sicuro, a tuo agio, che si prenda cura di te e che il tuo intestino ti sta dicendo che questa persona vuole solo guarirti, nient’altro. Tutte le offerte che non sembrano del tutto giuste, molto probabilmente non lo sono. Usa sempre il tuo intuito e ascolta quella vocina timida che ti guiderà solo verso ciò che è buono per te.

Speriamo che questo articolo ti abbia fornito alcuni spunti sulla complessità del mondo di Ayahausca e che ti aiuterà a navigare nei tuoi viaggi. In ogni caso, segui sempre il tuo “istinto” e non tacere mai. Se qualcosa non ti sembra giusto, hai sempre la possibilità di andartene. Non permettere a nessuno di sfruttare la tua vulnerabilità e la ricerca della guarigione. Fidati di te stesso e lavora con Maestri in cui hai fiducia e che ti fanno sentire al sicuro e in buone mani! La famiglia Pachamama manda amore a tutti voi!

FONTE

pachamamatemple.org

KAMBO, IL VACCINO DELL’AMAZZONIA

phyllomedusa_bicolor-KAMBO

Kambo, l’ancestrale cura sciamanica nella foresta amazzonica chiamata anche “Sapo”. Per favorirne l’essiccazione, la sostanza gelatinosa della Phyllomedusa Bicolor (nome scientifico dell’anfibio verde amazzone delle Hylidae studiato per primo da Vittorio Erspamer, emerito scienziato di farmacologia all’Università della Sapienza di Roma) è stesa su una bacchetta di legno, poi chiusa in una foglia di bambù.

Questa secrezione viene somministrata secondo la farmacopea dei villaggi Matsés, gli indigeni sul Rio Galvez (Perù) che la applicano come un vaccino per innalzare il sistema immunitario in questo modo: vengono praticate delle piccole incisioni praticate con il fuoco (molti lo fanno con gli incensi) provocando piccoli fori sulla pelle, solitamente non più di cinque. La sostanza entra nel corpo attraverso il sistema linfatico: in un attimo il corpo è stravolto in un rito di purificazione e disintossicazione senza eguali. Un portento della natura, da maneggiare con cura. Tachicardia, sudorazione e vasodilatazione scandiscono il passaggio. Lo spurgo pare quello di una febbre. Infine l’espulsione: con l’evacuazione delle tossine, l’insidioso male fuoriesce dal corpo, improvvisamente più forte, tonico e resistente. Il tutto dura una ventina di minuti, più la ripresa che assomiglia a una rinascita.

La sudorazione invece, ha da sempre una funzione di energica sanificazione, rivitalizzazione cellulare con fuoriuscita di liquidi. Il Temazcal è una capanna di purificazione (molto diversa dalla comune sauna) presente nella cultura millenaria di molte tradizioni (Mushiboro giapponese, Banja russo, dagli eschimesi, messicani o gli indiani d’America, Aztechi-Toltechi). Il termine viene da Temaz (bagno) e Calli (casa): qui il tasso d’umidità è al 100% e la temperatura del corpo viene spinta sino a 40°. Il procedimento segue un rigido cerimoniale che punta sulla pelle, all’apertura dei pori attraverso il calore, per espellere dal corpo tossine, acido urico, lattico e colesterolo, stimolando ghiandole endocrine e sistema linfatico, oltre a offrire una potente centratura e lucidità mentale.

La purificazione, secondo i diversi rituali sciamanici, avviene comunque in una capanna (simbolicamente l’utero di nostra madre, da cui la rinascita), per lo più di legno, interamente ricoperta di teli e stoffe naturali per impedire ogni minimo passaggio d’aria e di luce. Nell’oscurità del buio, c’è la riscoperta dell’Io, il misterico Sé. Gli uomini sono in costume da bagno, le donne in gonna o pareo. Pietre laviche incandescenti (prelevate dai vulcani per riaccenderne la memoria) sono cosparse d’acqua, erbe officinali e incensi (aromaterapia) disposti in cerchio i cerimonieri scandiscono canti sacri (Icaros) seguendo l’associazione alchemica degli elementi primari: acqua, fuoco, terra e aria. Alla fine del passaggio (quattro porte, cioè per quattro volte la capanna viene aperta e richiusa per far entrare altre pietre vulcaniche, oltre al cambio d’ossigeno, in tutto un paio d’ore di azione) s’apprezza quel senso di leggerezza e pulizia nell’impagabile riunificazione in un’unità di fisico, mente e spirito. Nel centro Italia si pratica il Temazcal presso CasaAho di Roma (nella campagna di Lanuvio) e pure a Mompeo (Rieti) seguendo il percorso Lakota-Sioux (Inipi).

In libreria il testo del giornalista statunitense Peter Gorman (negli anni ’80 sdoganò la secrezione della rana verde dalla giungla in Occidente) “Kambo, il prodigioso vaccino della rana amazzonica e altre medicine della foresta” (edizioni Spazio Interiore) e del romano Giovanni Lattanzi (pioniere italiano, vive ad Amsterdam) ‘Kambo e Iboga, medicine sciamaniche in sinergia (ed. Bibliosofica)’ che associa Kambo e Iboga nel neologismo enteogeni, somministrandoli sui meridiani d’agopuntura della Medicina tradizionale cinese e sui punti di Riflessologia plantare e auricolare.

KAMBO E IBOGA, PREFAZIONE (Lella Antinozzi)

In quanto occidentali del terzo millennio, siamo abituati a considerare le medicine come prodotti in scatola provenienti da case farmaceutiche e comprate in farmacia, dimenticando che da sempre l’uomo ha potuto guarire i suoi mali accedendo al mondo della natura e al potere insito nel corpo di guarire sé stesso. E non solo gli indigeni delle foreste pluviali del pianeta, ma anche gli appartenenti alla nostra società. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per ricordare che fino agli anni cinquanta del Novecento i farmacisti erano in grado di fornire al pubblico i preparati del loro laboratorio e che curavano innanzitutto usando rimedi naturali. Non vorrei indugiare troppo sul tema spinoso della presa in gestione della nostra salute da parte delle multinazionali farmaceutiche, né desidero dilungarmi sul fatto che l’uso di medicine chimiche non sempre aiuta il nostro sistema psicofisico a guarire, ma di certo alimenta il foraggiamento di compagnie industriali per le quali il benessere umano sembra essere l’ultimo dei loro scopi. È oramai noto che l’uso sistematico e massiccio di medicinali chimici procura l’abbassamento del livello energetico del corpo nonché effetti collaterali anche gravi, come afferma la stessa pubblicità dei prodotti farmaceutici, comunicazione al pubblico obbligata per legge. Come del resto è obbligo imposto dalla legge anche quello di scrivere ‘il fumo uccide’ sui pacchetti di sigarette. Nonostante ciò, il grande pubblico continua a considerare questi prodotti come la panacea di tutti i mali, così come i fumatori continuano a fumare. Siamo dunque di fronte ad un potente condizionamento che ci ha convinto che l’unico modo per guarire sia quello di ricorrere all’uso di medicinali chimici non appena si presenta un sintomo. Un condizionamento, questo, che ci ha portato lontano dall’ascolto del nostro corpo e dai suoi segnali; una diseducazione martellante e progressiva che ci ha convinto che la maniera giusta di agire con il nostro corpo sia quella di bloccare sul nascere l’insorgenza di un sintomo senza indagare sulle sue cause più profonde; che ci ha fatto dimenticare quanto corpo e mente siano profondamente interrelati e quanto lo siano tutti gli esseri viventi. Un condizionamento infine – e non solo in questo campo – che si sta rivelando essere un’arma micidiale con la quale il potere sta riuscendo a pilotare una massa composta di miliardi di persone. È dunque necessario e urgente risvegliarsi a sè stessi per poter prendere in mano le redini della propria vita. Siamo in molti ad essere convinti che in questa straordinario periodo di grandi rivolgimenti, la risposta a chi cerca di intraprendere un percorso di conoscenza interiore, sia più celere, quasi immediata. In questa epoca è difatti sufficiente nutrire il desiderio di volere veramente cambiare, di volere veramente liberarsi dal senso di infelicità o insoddisfazione opprimenti, di volere veramente dare spazio alla propria percezione interiore, per mettere in moto una serie di situazioni ed eventi sincronici che ci portano esattamente lì dove volevamo arrivare. È necessario però che vi sia un reale desiderio di liberazione ed una reale e forte motivazione, elementi fondamentali per intraprendere un percorso di conoscenza interiore e di guarigione, ma che tuttavia non si possono dare per scontati, visto che per arrivare a nutrire una forte motivazione è necessario avere già scelto di non porsi come vittime di fronte alla vita, bensì come esseri umani consapevoli nonché responsabili del proprio destino e della propria vita. Accettare di assumersi la responsabilità della propria vita e di quanto in essa accade, non è cosa scontata né semplice, tuttavia è indispensabile. Senza aver compiuto consapevolmente questo passo, qualsiasi percorso intrapreso risulterà sterile. Non a caso sia Giovanni Lattanzi nei suoi scritti qui presentati, sia Sean Hamman e Steve Dyer nella lunga intervista di Stephen Gray inclusa in questo libro, sottolineano quanto sia importante che le persone che decidono di partecipare ad una cerimonia di Iboga lo facciano con una chiara e forte motivazione e con una piena accettazione del ‘principio di assunzione della responsabilità della propria vita’, CONDITIO SINE QUA NON di un serio e fruttuoso percorso interiore di conoscenza e guarigione. Perché è così importante? Prima di tutto perché un tale atteggiamento ci porta automaticamente al di fuori del ruolo di vittime, ovvero di persone che hanno dimenticato quanto l’essere umano sia potente, che hanno cioè abdicato al proprio potere conferendolo a qualcosa al di fuori di sé. Chi si pone come una vittima davanti alla vita infatti, tende ad addossare la responsabilità della propria infelicità al di fuori di sé. Non vi è alcun dubbio che le cose che ci accadono dipendono anche da eventi ‘esterni’, tuttavia è altrettanto certo che ponendoci come vittime di fronte agli eventi sfavorevoli, si perde la grande occasione di comprendere il motivo per cui essi ci accadono. Insomma, è una questione di ‘tenere il timone’ e di stabilire quindi l’unico punto fermo sul quale possiamo contare quando si intraprende un cammino di conoscenza e guarigione interiore: la realtà, la nostra realtà non è che uno specchio di quanto noi stessi mettiamo in atto. Se non decidiamo di assumerci la responsabilità di questo scomodo ma oramai innegabile fatto e di voler scoprire chi veramente siamo e da cosa veniamo mossi e/o guidati, rischiamo di delegare il nostro potere a qualcosa al di fuori di noi ciò che, in altri termini, equivale al rifiuto di uscire dall’utero materno. Chi ha compreso questa verità è inevitabilmente entrato in una condizione di apertura e di umiltà ed ha altresì capito che si tratta anche di una questione di rispetto per sé stessi. Se non siamo in grado di rispettare noi stessi non siamo neanche in grado di rispettare veramente gli altri esseri umani, gli esseri viventi, la terra che ci ospita. Mi sono dilungata su questo aspetto perché, come si evince dagli scritti qui presentati, l’approccio al Kambo e all’lboga non può prescindere prima di tutto dal rispetto per queste medicine, o meglio, come afferma più volte Giovanni Lattanzi, dal rispetto per lo Spirito di queste medicine. Ci troviamo difatti nel campo della medicina sciamanica, per la quale l’impiego di sostanze enteogene avviene nel contesto di specifiche cerimonie e rituali. Lo stesso termine ‘guarigione’ qui impiegato, non va inteso – nel senso della medicina occidentale – come guarigione da una patologia fisica, ma esclusivamente come guarigione spirituale, una guarigione più profonda che ha effetti su tutti i piani dell’essere umano, incluso quello fisico. Nel contesto sciamanico il piano fisico viene considerato come un ‘riflesso’ di un livello di energia che lo include e lo trascende e che non è accessibile tramite un approccio razionale perché è una dimensione che sconfina nel Mistero stesso della vita. Per non incorrere nell’equivoco dell’uso del termine ‘medicina’ nel senso della medicina occidentale, ovvero della medicina moderna a base scientifica, vale la pena ricordare che sia il Kambo che l’Iboga nel contesto delle tradizioni antichissime cui appartengono, vengono applicati a tutti, sani o malati che siano. Il temine ‘medicina’ che in questo libro viene impiegato sempre nel senso di ‘medicina sciamanica’, può essere reso anche con Sacramento, vale a dire un elemento naturale che in un determinato contesto religioso si ritiene detenga il potere di far accedere ad un’esperienza sacra. In questo senso sono Sacramenti sia il Kambo che l’Iboga che, nei loro contesti di origine, non vengono considerati come medicine utili per curare dei sintomi, ma come elementi naturali dotati di uno Spirito. Avere la possibilità di potervi accedere, in questa epoca e nel nostro mondo, è per tutti noi una grande fortuna e un grande privilegio. Grazie al lavoro svolto da veri e propri pionieri che si sono impegnati assiduamente nel portare in Occidente queste autentiche vie di guarigione, molte persone oggi, nelle nostre città, hanno la possibilità di avvalersi di validissimi alleati nel processo di guarigione interiore e di dare una sterzata verso una dimensione di apertura e positività. Per questo ritengo sia importante diffondere questo libro: è un valido aiuto per accedere alla conoscenza di due straordinari mezzi di guarigione. Allo stesso tempo, è un esempio di attuazione di una diversa modalità di vivere su questa terra, improntata sulla ‘ecologia del comportamento’, su un’ecologia, cioè, non solo riferita all’ambiente, ma anche e soprattutto, alla cura del proprio comportamento verso di sé e verso gli altri. Leggendo e rileggendo questo lavoro, del quale ho curato l’editing, mi è spesso venuto in mente un fatto che ritengo importante. Sono infatti convinta che molte persone reagiranno con ironia e sarcasmo davanti espressioni quali “lo Spirito della pianta mi ha comunicato che “ o simili diciture che sono senz’altro legate ad un mondo – animistico, sciamanico e via dicendo – che noi in quanto Occidentali siamo abituati a relegare in campi ben precisi: etnologia, antropologia, storia delle religioni, campi che si intendono o che è sottinteso vadano intesi come separati da noi, chiusi in compartimenti stagni che non ci toccano. Ebbene, credo che una delle particolarità di questo libro sia quella di testimoniare esattamente il contrario. Gli Occidentali del terzo millennio stanno soffocando sotto i diktat che ci stanno facendo guerra, a noi esseri umani, e stanno cercando in tutti i modi di snaturarci. Come dire, l’umanità, almeno una parte, è pronta a diventare robotica: al bando il sentire, il percepire, che sia soppresso il contatto con l’anima. Questo il diktat. Bene, c’è chi, come Giovanni Lattanzi, come chi scrive o come le centinaia di persone e studiosi citati in questo libro, c’è chi non ci pensa affatto a snaturarsi ma sta bensì lottando per ristabilire in noi, in quanto umani, quell’equilibrio e quella connessione con lo Spirito che in tutti i modi si sta cercando di recidere. Dunque questo libro rappresenta una testimonianza in fieri di una ricerca, di un procedere. Tuttavia, ritengo sia giusto dare a chi legge la possibilità di approfondire la ricerca, documentare le fonti, dimostrare da dove viene una determinata affermazione e perché. Da qui la presenza di note che hanno questo preciso scopo. Si tratta infatti di congiungere due mondi che fino ad ora sono rimasti separati, il mondo della scienza e quello della ricerca interiore. La separazione non aiuta mai nessuno e nulla, in generale. Credo che in questo caso si sia compiuto uno forzo per aprire i varchi e incontrare chi, dall’altra sponda, ha alla fine, le stesse esigenze di noi tutti, sentirci vivi, essere in grado di onorare la vita, di riconoscere la sacralità che questa porta in sé. Buona lettura.

KAMBO E IBOGA, INTRODUZIONE (Giovanni Lattanzi)

Questo libro tratta degli sviluppi che ho apportato alla somministrazione sia del Kambo che dell’Iboga e in particolare al loro uso combinato che è il leitmotiv di gran parte degli articoli, delle interviste, dei saggi che vi sono contenuti. Bisogna dire che la modalità di applicazione del Kambo comunemente conosciuta è quella usata dai Caboclos, i meticci che hanno imparato dai nativi dell’Amazzonia e che per primi hanno iniziato ad applicare il Kambo al di fuori del suo contesto tribale. Nel momento in cui essi hanno cominciato ad applicarlo alle popolazioni cittadine del Brasile, hanno anche apportato delle limitazioni al suo uso, tra queste, la regola di dare un’applicazione per ogni ciclo lunare. Oltre a questa modalità, mi sono ricollegato a quella dei cacciatori della foresta pluviale che è più intensiva. Questi cacciatori conoscono modalità di applicazione che prevedono diverse sessioni di Kambo in una stessa giornata o in diversi giorni di seguito. In aggiunta, ho messo a punto un’applicazione del Kambo sui Meridiani, sui punti della Riflessologia Plantare e Auricolare. Infine ho sviluppato una modalità che impiega l’energia femminile di questa medicina sciamanica, una modalità più delicata di lavorare con l’energia del Kambo ma comunque efficace. Quest’ultima si adatta bene a casi impegnativi: persone con forti resistenze e istanze di controllo o dotate di un campo energetico debole. È questa modalità che consiglio per l’autoapplicazione. Oltre a volersi rivolgere al vasto pubblico che in Occidente si sta avvicinando alle pratiche sciamaniche, questo libro è indirizzato a chi aspira ad applicare il Kambo ed a somministrare l’Iboga per professione oppure a chi già svolge un’attività spirituale e desidera inglobarvi il Kambo o la pratica del microdosaggio di Iboga, vale a dire a chi vuole sviluppare un lavoro di sinergia. Infine, si rivolge ad un pubblico più vasto, interessato all’universo sciamanico in relazione all’uso degli enteogeni in contesti religiosi e che desidera 1 comprendere come il loro studio abbia permesso di approfondire la conoscenza sulle potenzialità e la specificità del cervello umano. Il confronto tra gli effetti apportati dall’uso del Kambo, dell’Iboga e degli enteogeni in generale, il loro significato nelle tradizioni di appartenenza e gli studi sulle parti del cervello da questi attivate è uno dei fili che guidano questo libro. In questa prospettiva, il termine ‘enteogeno’ si discosta sia da quello di ‘stupefacente’ – termine giuridico senza alcuna valenza scientifica – che da quello di ‘psichedelico’ – termine che indica qualunque sostanza naturale o sintetica di tipo psicoattivo – in quanto si riferisce specificatamente a sostanze bioattive naturali usate in contesti religiosi. Una sostanza è bioattiva quando stimola l’attività dei recettori cerebrali e così facendo rafforza il campo elettromagnetico dell’individuo. Un intero capitolo è stato dedicato a Don Juan e Carlos Castaneda, come ulteriore contributo per comprendere l’universo sciamanico ‘dal di dentro’. Per amore di chiarezza vorrei informare i lettori che questo libro non va inteso come un incoraggiamento ad una sregolata e non guidata autosomministrazione di queste medicine sciamaniche. Il mio parere è che sia il Kambo che l’Iboga debbano essere offerti da facilitatori competenti e solo in un contesto rituale. Inoltre sono convinto che i due ambiti, quello dei facilitatori competenti e quello delle persone che ricevono le applicazioni – così come avviene nei contesti originari – debbano essere mantenuti separati. L’autoapplicazione del Kambo e dell’Iboga non portano molto lontano se la persona non ha ricevuto una previa, seria iniziazione. È opinione di molti che nei paesi occidentali ci sia un gran bisogno di ristabilire un equilibrio naturale messo a dura prova da alimentazione di bassa qualità, livelli sempre più elevati di stress, vita sedentaria, abuso di farmaci, stili di vita negativi quali per esempio l’uso compulsivo di internet – senza addentrarci nella questione della frantumazione del senso di appartenenza a famiglie Neologismo derivato dal greco antico e formato da ἔνθεος (entheos) e γενέσθαι (genesthai),  che letteralmente significa “che ha Dio al suo interno”, più liberamente tradotto: “divinamente ispirato”. allargate o comunità che per millenni hanno dato sostegno all’individuo nella sua crescita. Riguardo al deterioramento del livello energetico e del campo elettromagnetico degli abitanti umani di questo pianeta le statistiche parlano chiaro. Per fare solo degli esempi al numero uno nella lista delle cause che provocano morte negli USA ci sono i farmaci, in particolare la chemioterapia, seguita da morti per infarto e cancro. In America un cittadino medio consuma intorno ai 13 farmaci al giorno per tamponare sintomi di ogni sorta. I morti per uso attivo o passivo di sigarette nel mondo sono 5,5 milioni all’anno. La tossicodipendenza nelle sue molteplici forme è un fenomeno in espansione. Sempre più ci dobbiamo confrontare con un numero crescente di nuove malattie dovute ad un abbassamento generale del livello energetico degli individui che segnala come la manipolazione dell’ordine naturale a fini di lucro sia una strada suicida, un boomerang che una volta lanciato ci ritorna implacabilmente contro. La fiducia nel potere autoguarente del corpo e la consapevolezza del fatto che il corpo è abitato dallo Spirito o Intelligenza Superiore rappresentano la grande differenza tra un approccio spirituale alla guarigione e l’approccio dominante. Madre Natura ci ha ben equipaggiato per realizzare una vita sana senza l’uso di stampelle e per portare a compimento il nostro scopo spirituale su questa Terra. Questo è, tra l’altro, l’insegnamento dello Spirito del Kambo che non fa altro che attivare 8 recettori del cervello umano. I diversi peptidi che durante le sessioni di Kambo attivano un lavoro interno di rafforzamento e pulizia, sono presenti nel cervello e nell’intestino degli esseri umani così come nella secrezione della rana del Kambo, nostra antenata nella scala evolutiva. Chi è interessato a capire come funziona il Kambo deve comprendere che questa secrezione facilita un lavoro di autoguarigione tramite la disintossicazione del corpo. Una delle motivazioni che mi hanno spinto a scrivere questo libro è il bisogno di fare chiarezza sui facili fraintendimenti e pregiudizi che girano intorno al mondo degli enteogeni in generale e del Kambo e dell’Iboga in particolare. Gli enteogeni vengono facilmente bollati con etichette che sono in realtà dei clichè creati da paura, ignoranza o da interessi economici che preferirebbero relegare nell’ambito dell’illecito o del pericoloso tutto ciò che esce fuori dai tracciati dettati dalle leggi della politica e da un modo convenzionale di pensare. Per esempio, l’equazione tra enteogeni e le categorie di neurotossicità e tossicodipendenza viene spesso data per scontata senza verificare neppure di cosa stiamo parlando. Si tratta di accuse incongrue in quanto essendo bioattivi, gli enteogeni – tra i quali il Kambo e l’Iboga – permettono un completo funzionamento di importanti potenzialità cerebrali e non creano tolleranza bensì sensibilità, che è il suo esatto contrario. A detta di vari studiosi, l’Iboga permette un risettaggio nel cervello limbico, vale a dire ripara ciò che è stato danneggiato a livello emotivo. Si tratta quindi di una sinergia molto potente. In questo libro si mostra che Kambo e Iboga – così come altri enteogeni quali l’Ayahuasca – in molti modi possono essere di grande aiuto per la nostra società venendo a soddisfare l’esigenza umana di una profonda evoluzione spirituale e di benessere psicofisico. Non solo, tanto gli studi sui peptidi presenti nella secrezione del Kambo quanto quelli condotti sugli alcaloidi dell’Iboga stanno portando a importanti scoperte riguardanti il pieno funzionamento e lo sviluppo completo del cervello umano. Si dà spesso per scontato che usiamo il nostro cervello in maniera adeguata, ma sembra che a causa di condizionamenti culturali, paura ed ignoranza, l’uso delle potenzialità cerebrali sia minimo e largamente monopolizzato dalle istanze dell’ego. Strappare all’universo una piccola parte dei misteri riguardanti il cervello è di grande importanza per l’umanità perché solo quando ne conosciamo il funzionamento possiamo veramente prenderci cura di qualcosa. Come ha affermato il biochimico Viktor Mutt, gli importanti studi sui peptidi di Viktor Mutt (1923-1998) biochimico estone-svedese. Membro del Nobel Assembly del 2 Karolinska Institutet di Stoccolma per il conferimento dei premi Nobel in fisiologia e medicina, è stato uno dei più importanti biochimici dello scorso secolo effettuati dal professor Vittorio Erspamer – due volte candidato al premio Nobel per la Medicina da Rita Levi Montalcini – alla pari di altri nostri connazionali illustri quali Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci, hanno scoperto un nuovo continente di esplorazione per la ricerca scientifica. Allo stesso modo, gli studi condotti sull’alcaloide Ibogaina in applicazione a casi di sindrome da deficit di attenzione e iperattività e disturbo post traumatico da stress hanno portato lo psichiatra statunitense Carl Anderson alla importante scoperta del ‘sonno attivo’ che svolge una funzione autoregolativa della psiche umana e getta luce sul fenomeno sciamanico della cosiddetta ‘ricapitolazione’. Nel 2015 la tribù dei Matsés – una delle tribù della foresta amazzonica dalla quale ci proviene l’uso del Kambo – a testimonianza della ricca e precisa conoscenza delle proprietà delle piante della loro regione, ha redatto un’Enciclopedia di tutte le piante medicinali e le medicine sciamaniche che la foresta pluviale offre loro. Scritta in lingua pano, è a stretto uso della tribù stessa. Servirà a passare tutte le conoscenze dei Matsés alle nuove generazioni di curanderos e studiosi e tramite loro si spera a tutto il mondo. Intorno all’anno 2000, la situazione tra i Matsés era arrivata al punto che solo pochissimi sciamani facevano uso del Kambo. Nessuno di loro aveva apprendisti cui passare la tradizione. Ma ora la situazione sta cambiando, ci sono giovani che vengono istruiti alle antiche conoscenze di questa coraggiosa tribù.

Le tribù amazzoniche, come quelle africane che risiedono nella fascia centro occidentale del continente, lungi dal rappresentare una forma primitiva di sviluppo dell’umanità, custodiscono una vera e propria enciclopedia di conoscenze riguardanti un numero vastissimo di piante delle quali conoscono con precisione l’uso. Non è un caso che le loro conoscenze si stanno rivelando di grande aiuto, sia a livello spirituale che di ricerca scientifica, nel mondo cosiddetto evoluto.

 

 

MAESTROS E ALLIEVO

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Anderson Debernardi – Magic Serpents

L’Ayahuasca è già di per sé una medicina molto potente, e può bastare anche da sola a curare numerosi malanni. E particolarmente efficace contro i parassiti, uno dei problemi più comuni nella foresta pluviale. Inoltre, funziona molto bene per prevenire la malaria. Il tutto si riduce a una questione “classica”: in che misura la magia è operata dalla medicina e in che misura dal curandero? E soprattutto, una volta messo da parte l’ego, in che misura la guarigione viene realizzata dal medico interiore? Si verificherebbe ugualmente se il paziente bevesse la medicina senza la presenza dell’ayahuasquero?

È qui che forse potrei fare una distinzione tra curandero- ayahuasquero e sciamano. Lo sciamano è guidato a compiere il suo lavoro, percorrendo un cammino di guarigione prettamente spirituale. L’ayahuasquero, nella maggior parte dei casi, è una specie di meccanico. Ha imparato il suo mestiere come si potrebbe imparare ad aggiustare un’automobile. E anche in questo c’è un certo potere. Opera guarigioni e possiede vastissime conoscenze sulle piante medicinali. Come un medico moderno riconosce un sintomo e prescrive meccanicamente un farmaco, allo stesso modo un curandero cura le malattie con erbe e piante. Molti sono anche ottimi psicologi; gran parte delle persone che si rivolgono a loro ogni giorno hanno problemi di carattere psicologico, e sono questi casi che consentono ai curanderos di mantenere economicamente la propria attività. Inoltre, sanno che la maggior parte dei disturbi fisici che gli vengono presentati sono collegati all’alimentazione e – contrariamente alla letteratura popolare – in pochissimi casi sono dovuti a un maleficio lanciato da qualcuno.Porto grande rispetto verso i curanderos con cui ho lavorato. Quasi tutti sono animati dal desiderio sincero di guarire le persone, e cercano di acquisire più conoscenze possibile. Oggi esiste persino una scuola, nel nord del Perù, che rilascia licenze di curanderos: potreste iscrivervi anche voi.

Un ultimo avvertimento. Ogni volta che vado a trovare uno dei tanti curanderos, emerge sempre la stessa verità: il curandero presta un servizio e deve essere pagato. Se non avviene uno scambio verbale esplicito sul prezzo da pagare per studiare presso di lui o partecipare ai suoi rituali, in un modo o nell’altro ci si ritrova poi con la sensazione di essere stati sfruttati, di essere stati usati. E quando alla fine si riesce a staccare la spina, mettersi comodi e ripensare a tutto ciò che è successo, ci si rende conto che la propria idea del curanderismo e dello sciamanesimo, quel mondo mistico sommamente sacro e spirituale a cui si desiderava tanto appartenere, non corrisponde affatto a ciò che si credeva.

Molte persone arrivano in Sud America con l’erronea credenza che questo tipo di lavoro spirituale non dovrebbe richiedere un pagamento; i guaritori dovrebbero capire che chi arriva da loro sta seguendo un percorso spirituale ed è stato guidato fin lì per imparare i metodi di guarigione gratuitamente, perché come si può richiedere di pagare un simile sacrificio personale? Ma è proprio questo il punto. È il sacrificare qualcosa, che sia denaro o una gallina, che consente agli insegnamenti di fare presa, al guaritore di guarire, al paziente di essere curato e all’apprendista di essere aperto a ricevere qualcosa che sa di poter prendere.

Io non ho mai pagato subito i miei insegnanti. Anche io, all’inizio, credevo di non essere tenuto a farlo, essendo arrivato fino a loro attraverso un percorso spirituale. Alla fine, però, li ho sempre remunerati, anche se non c’è mai stato uno scambio diretto di denaro. Per esempio, grazie all’investimento iniziale della mia amica Gina, ho costruito una casa a due piani sul terreno di proprietà del mio Maestro. Mi ci sono voluti due anni, e ci ho anche abitato dentro. Poi, il 31 dicembre 1995 alle ore 23.55, ho regalato la casa a lui.

[ AYAHUASCA MEDICINA ]

© 2014 Alan Shoemaker

© 2017 Edizioni Spazio Interiore

DATURA, L’ERBA DEL DIAVOLO

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Il nome Datura deriva da quello di un veleno, il Dhât, preparato in India da dature indigene. Le piante del genere Datura erano note in passato presso gli arabi, i greci, gli indiani e le popolazioni del centro America, ma servivano solo per preparare pozioni inebrianti e narcotiche, e non a scopi terapeutici. Nei testi dell’antica medicina europea non se ne trova notizia. Nell’uso medico la pianta entrò solo verso la fine del 1700. I suoi semi erano utilizzati dai maghi per le proprietà narcotiche, per le visioni fantastiche che provocavano e per il presunto potere afrodisiaco. Insieme alla belladonna ed al giusquiamo, lo stramonio contribuiva all’effetto aberrante d’intossicazione che si manifestava nei sabba, incontri fra streghe riportati nel Malleus Maleficarum (Il Martello delle Streghe) redatto nel 1486 dai frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer e nel Compendium Maleficarum di Francesco Mario Guazzo del 1608.

Attrae la curiosità di persone alla ricerca di emozioni simili a quelle regalate dai funghi allucinogeni diffusi nel Centro e nel Sud America e tenta gli adepti delle sette religiose e sataniche.

L’erba del diavolo è una pianta diffusa in tante parti del pianeta ed appartiene alla famiglia delle Solanacee. I nomi “erba del diavolo” ed “erba delle streghe” si riferiscono alle sue proprietà allucinogene, sedative e narcotiche. In passato era famosa per l’uso nei rituali magico-spirituali degli sciamani, dei druidi e dalle streghe europee. L’assunzione avviene prevalentemente bevendo decotti/tisane ma può essere anche fumata o masticata. Dopo una sensazione di euforia ed esaltazione spesso con allucinazioni si cade in stato di trans ipnotico.

Si tratta di una pianta altamente velenosa a causa dell’elevata concentrazione di potenti alcaloidi, presenti in tutti i distretti della pianta e principalmente nelle radici e nei semi. Della pianta vengono talvolta utilizzate le foglie in forma di tisana, ma si riportano vari casi di decessi anche per l’utilizzo di due soli grammi di foglie. La preparazione delle dosi, spesso gestita da inesperti, può essere fatale causando una paralisi del sistema respiratorio, istinti suicidi ed omicidi.

Un uso terapeutico, utilizzato in passato, consisteva in sigarette contenenti foglie di Stramonium  ed altre erbe medicinali per alleviare l’asma bronchiale, finché non furono evidenti gli effetti collaterali e la dipendenza che i pazienti subivano inevitabilmente fumando tutti i giorni tali sigarette.
Secondo la tradizione si tramanda che le streghe ne facessero uso anche nelle loro pozioni d’amore. Questa erba non veniva solo ingerita, ma era uno degli ingredienti degli unguenti che le donne si spalmavano e che veniva assorbito durante le danze dei sabba. L’ effetto allucinogeno poteva essere simile a quello di un volo il che spiega la convinzione, più volte ribadita nelle confessioni, di aver attraversato i cieli trasportate dal demonio, il famoso “volo delle streghe”. In secoli più recenti veniva usata da malfattori per intontire le proprie vittime, spesso viandanti, ad esempio offrendo tabacco o del vino mescolato a semi di stramonio e non sempre le vittime si risvegliavano.

FONTI

http://old.iss.it/

Dizionarodelbenesserevitale.blogspot.com

IL POTERE DEL MAGO

 

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Raffaello Sanzio: La Scuola di Atene (affresco della Stanza della Segnatura dei Palazzi Vaticani – particolare). A sinistra Platone indica il cielo, tenendo tra le mani il libro del Timeo, mentre a destra Aristotele regge il libro dell’Etica ed indica la terra.

 

Molto tempo fa la Chiesa e la Scienza erano, geneticamente, una cosa sola: la Magia.  Il Mago era colui che, se da un lato rappresentava la Scienza, dall’altro aveva in mano anche il potere della Religione. Questo accadeva perché le leggi che governavano il mondo erano, per quanto misteriose, le stesse che permettevano di parlare con Dio.  L’arte della divinazione serviva per guardare, in qualche modo, nel futuro e chi, se non Dio, avrebbe potuto fare una cosa simile? Certo per farlo era necessario conoscere le leggi che governavano la magia, le quali erano le stesse che governavano gli Dei.  Dunque un tempo le leggi che valevano per la scienza erano le stesse che valevano per la religione, ma, se così era, è lecito chiedersi perché oggi scienza e religione si siano separate e sembrino combattersi. Ho volutamente detto “sembra”, perché non è possibile che le due contendenti, ubbidendo alle medesime leggi, possano realmente opporsi l’una all’altra solamente perché usano nomi diversi. Infatti la contrapposizione tra Scienza e Religione è puramente simbolica. Per chiarire meglio la situazione bisogna risalire al motivo che dette origine alla separazione tra Scienza e Religione: ad un certo punto della storia nacque la necessità pratica di dividere in due tronconi un unico gigantesco potere, di costruire due poteri dove prima ce n’era uno solo. La stessa cosa accade oggi quando si sente parlare di separazione delle carriere dei magistrati, oppure di riforma universitaria nella quale si vogliono separare le carriere dei docenti amministrativi da quelle dei docenti scientifici. Mettere nelle mani di una sola persona tutto il potere, si è scoperto, non giova al potere stesso, che si sclerotizza in un’unica posizione dominante e non permette a nessun altro di contrastarlo. Un modo per cambiare la situazione è rappresentato dalla spartizione dei poteri, cosicché questi, una volta separati, si controllino e si moderino a vicenda, ma generino anche un maggior numero di posti di comando, sia pure meno potenti, ma sempre di alta valenza in quanto compartecipi di decisioni importanti, riducendo, così, il malcontento di coloro che, altrimenti, non avrebbero avuto accesso alla gestione del potere. Il potere totale diventa, oltretutto, ingestibile: più è grande l’azienda che si dirige, più collaboratori sono necessari e, se non si accetta questa realtà, l’azienda fallirà rapidamente, perché un unico capo non potrà mai risolvere con efficienza i mille problemi che sorgono ogni giorno. La divisione dei poteri del Mago faceva comodo al potere politico, poiché, prima della divisione, era il Mago, quale sacerdote e scienziato, ad avere un gran peso nelle decisioni politiche a sfavore del Re o del Principe di turno, che era spesso costretto a sopportarne l’ingerenza. Suddividere il potere del Mago e non avere più un solo consigliere, bensì due, serviva anche per aumentare il potere politico, sfruttando l’accorgimento che gli antichi romani sintetizzarono nel detto “Dividi et impera”. La suddivisione dell’unico potere del mago in due poteri separati doveva, però, essere giustificata agli occhi di chi, stando all’esterno, assisteva a tale frattura e la giustificazione doveva essere creata. A crearla ci pensò il pensiero filosofico, infatti si doveva cambiare il modo di vedere le cose e, soprattutto, bisognava iniziare a considerare gli Dei e l’Universo non più come un tutt’uno, bensì come due entità differenti. La divinità fu, così, collocata fuori dall’Universo, come qualcosa che non aveva più niente a che fare con la natura, della quale pure rimaneva creatrice indiscussa, tanto vicina ma anche tanto lontana da non accorgersi quasi neppure delle proprie creature. Questo è il momento in cui il Creatore e gli Dei diventano la stessa cosa, ma va sottolineato che prima non era così: Il Creatore era il Creatore e gli Dei erano simili a superuomini, dotati di superpoteri, che gestivano anche le cose dell’uomo. Il Creatore era “super partes” e, probabilmente, era anche inconsapevole della sua stessa creazione. Gli uomini e gli Dei sottostavano, quindi, al Creatore. L’uomo rimaneva prigioniero di una scatola sferica chiamata Universo, dalla quale a oggi non può né sa uscire, poiché le leggi della Fisica moderna glielo impediscono. Questa situazione storica è quella in cui, si colloca la distinzione tra il pensiero filosofico di Platone e le idee di Aristotele, il momento in cui si separano le cose del cielo da quelle della terra, che prima erano una cosa sola.
Da questo momento in poi la separazione creerà un baratro che diverrà incolmabile ed il modo di concepire la realtà diventerà duplice: bisogna utilizzare il lobo destro del cervello od il lobo sinistro? Essere fantastici e creativi o pragmatici e legati alle regole? Prima di allora si tentava di possedere ambedue le caratteristiche e non una sola. Certo allora mancavano le rigide regole di una visione aristotelica del mondo, ma non perché le regole non ci fossero, semplicemente perché non era necessario scrivere regole che erano dentro l’uomo e dentro l’Universo. L’uomo, semplicemente, le leggeva con i suoi sensi ed attingeva, dall’Universo che lo circondava, le sensazioni che gli servivano per capire le cose. Il Mago era colui che sapeva fare tutto ciò con abilità, che sapeva, quasi come un moderno sciamano, correlarsi con la natura e quindi con gli Dei, diventando lui stesso essere superiore. Non tutti erano dotati della sensibilità necessaria per fare il Mago. Ma queste sono proprio le regole vigenti oggigiorno! Oggi l’uomo è lontano dalla Magia ed è in balia di una dicotomia cerebrale che ne offusca la comprensione del mondo. Lontano da una visione olistica dell’Universo, l’uomo moderno perde l’opportunità di vedere l’Universo, e quindi anche se stesso, come essere divino, delegando sacerdoti e scienziati a salvaguardarlo dalle incertezze della vita.

FONTE

Corrado Malanga – Alien Cicatrix

 

 

 

 

IL ROSPO PSICHEDELICO DEL DESERTO DI SONORA

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Speciali ghiandole multi­cellulari concentrate sul collo e gli arti di Bufo Alvarius producono un viscoso veleno bianco lattaginoso che contiene grandi quantità del potente allucinogeno 5­MEO­DMT. Quando vaporizzato dal calore e portato nei polmoni in forma di fumo, questo alcaloide base­indolico produce una incredibilmente intensa esperienza  psichedelica di durata incredibilmente breve. Non ci sono spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, un piacevole afterglow psichedelico appare abbastanza regolarmente dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

PARTE PRIMA

Il deserto di Sonora è una vasta area dai confini irregolari che si estende per circa 310.000 Km dal sud­est della California attraverso la parte meridionale dell’Arizona spingendosi a sud fino a Sonora, Messico. Il deserto si eleva dal livello del mare fino a raggiungere oltre 1500 metri dove gli aridi bassopiani di mesquite e cresoto sono tagliati da canyon montagnosi di quercia e sicomoro. E’ una zona aspra in cui la temperatura può raggiungere i 60°C all’ombra e la piovosità tocca appena i 127 mm annui.

Uno degli abitanti più eccezionali del deserto di Sonora è il rospo indigeno, Bufo alvarius. Sebbene il genere Bufo comprenda più di duecento specie di rospi, il Bufo Alvarius è l’unica specie che vive esclusivamente nel deserto di Sonora. A differenza della maggior parte dei rospi, il Bufo Alvarius è semi­acquatico e deve restare nelle vicinanze di una fonte sicura d’acqua per poter sopravvivere. Di conseguenza, l’habitat prediletto da questa specie è costituito dai canali di scolo dei fiumi e ruscelli permanenti del deserto di Sonora.

Questo delicato ambiente desertico, come la maggior parte dei luoghi sulla terra, non è stato trascurato dall’uomo nella sua costante opera di manipolazione della natura, ma abbastanza sorprendentemente, lo stile di vita semi­acquatico del Bufo Alvarius ha coinciso piuttosto bene con i progressi dell’uomo civilizzato. Più di un migliaio di anni fa, gli indiani Hokokam cominciarono a deviare il corso del fiume Gila per irrigare il suolo arido. Lavorando con bastoni e pietre, questa popolazione primitiva aprì la strada ad un sistema di coltura estensiva nel deserto. La loro originale rete di canali è stata estesa nei secoli ed ora irriga più di 1,5 milioni di acri del deserto di Sonora. Questo equivale ad irrigare regolarmente un’area desertica pari a circa la metà dell’estensione del Connecticut. L’umidità dei terreni desertici soddisfa le sempre maggiori esigenze dell’uomo e contemporaneamente fornisce una nicchia stabile nell’ecosistema per il Bufo Alvarius.

Il Bufo Alvarius è un animale notturno e resta tutto il giorno sottoterra, sfuggendo alle temperature estreme della superficie con una strategia di vita sotterranea. All’imbrunire, questi rospi del deserto lasciano i loro anfratti nascosti e si riuniscono nelle zone umide vicino ai ruscelli e alle sorgenti, nei campi irrigati per l’agricoltura o in stagni temporanei creatisi dopo forti piogge. La stagione dell’accoppiamento, da Maggio a Luglio, è il periodo di maggiore attività per il Bufo Alvarius. E’ possibile catturare facilmente rospi grossi e robusti al calar della notte munendosi di torcia e un sacco di stoffa.

E’ la specie più grande di rospi nativi del Nord america; per quanto riguarda la lunghezza da grifo a podice, il Bufo Alvarius deve raggiungere un minimo di 76 mm per la maturità sessuale, sebbene gli adulti in grado di riprodursi continuino a crescere fino a circa 18 cm di lunghezza. Questo abitante del deserto ha una costituzione robusta, con un corpo tarkiato ed una testa larga e piatta. La pelle è liscia e coriacea, coperta qua e la da protuberanze di un pallido color arancio, ed il suo colore può cambiare notevolmente dal marrone scuro all’oliva o grigioverde. Il ventre è beige, di solito privo di segni. Ci sono da una a quattro escrescenze bianche sporgenti agli angoli della bocca ma ciò che identifica inequivocabilmente il Bufo Alvarius è la presenza di grandi ghiandole granulose sul collo e sugli arti. Le ghiandole granulose sono concentrazioni differenti di tessuti multicellulari. Quelle più sporgenti sono le due grosse ghiandole parotidi a forma di rene che si trovano, una per lato, sul collo sopra e dietro il timpano. Le ghiandole larghe e oblunghe sulla parte esterna di entrambe le zampe posteriori, tra il ginocchio e la coscia, sono dette femorali. In modo analogo, le tibiali sono lunghe ghiandole, o una fila di più corte, che si sviluppano in lunghezza dal ginocchio alla caviglia. Una concentrazione supplementare di queste ghiandole si trova su ognuno degli avambracci. Ognuna di queste ghiandole è formata da molti lobuli di forma ovale, che misurano circa 2 mm di diametro. Ogni lobulo è un’ unità ben distinta, con un canale che emerge dalla pelle come un singolo poro ben definito. Un doppio strato di cellule circonda ogni lobulo e funge da sintesi liberando un siero viscoso bianco ­ lattiginoso.

Il veleno prodotto dal Bufo Alvarius contiene uno spettro molto particolare e costante di amine biologicamente attive. La biosintesi delle amine è compiuta attraverso un sistema enzimatico regolato geneticamente. La via metabolica del Bufo Alvarius è unica nel regno animale in quanto produce grandi quantità di derivati 5 ­ metossi ­ indolici. Fra questi, l’alcaloide predominante, rappresentante il 15% del peso a secco del veleno, è la 5­metossi­N.N.­dimetiltriptamina (5­MEO­DMT). La 5­MEO­DMT è un potente allucinogeno psicoattivo per l’ uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 milligrammi. Fu sintetizzato per la prima volta nel 1936, ma i suoi effetti di espansione della mente non furono scoperti per oltre 20 anni. Poi, nel 1959, la 5­MEO­DMT fu identificata come l’alcaloide predominante nelle “sniffate” allucinogene di parecchie tribù del Nord america. Queste popolazioni primitive da lungo tempo preparano miscele da inalare con fiori, semi, cortecce e gambi di piante locali per raggiungere stai mentali alterati. Nel 1968, la 5­MEO­DMT fu scoperta anche nel regno animale.

Il Bufo Alvarius divenne famoso col nome di “rospo psichedelico” quando venne dimostrato che il suo veleno conteneva enormi quantità di questo alcaloide a base indolica. Estratta dai rospi del Nord america o dalle piante del Sud america o sintetizzata in laboratorio, la 5MEO­DMT è un allucinogeno estremamente potente. La 5­MEO­DMT ha 10 volte la potenza relativa della dimetil­triptamina (DMT), la popolare droga sintetica degli anni’ 60. Si deve cmq segnalare che la 5­MEO­DMT differisce dalla DMT sotto due aspetti importanti. Primo, mentre la 5­MEO­DMT ha un gruppo metossilico nella posizione 5 dell’anello indolico, la DMT non ce l’ha. La presenza di questo gruppo metossilico accresce grandemente la solubilità della molecola nei grassi. Questo permette alla 5­MEO­DMT di penetrare la barriera ematoencefalica e raggiungere i siti attivi più rapidamente della DMT. Secondo, mentre la DMT è inserita nella Tabella 1 come sostanza sottoposta a controllo legale, la la 5­MEO­DMT è relativamente sconosciuta.

PARTE SECONDA

Da un esemplare adulto di grosse dimensioni può essere ricavato da mezzo grammo a un grammo o più di veleno fresco. Metà di questo peso è costituito da acqua che evapora con l’essiccazione, ma il 15% del peso a secco corrisponde all’alcaloide dominante, la 5MEO­DMT. In altre parole, un rospo di grosse dimensioni che secerne un grammo di veleno fresco può produrre l’equivalente di 75 milligrammi di potente allucinogeno, psicoattivo nell’uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 grammi. Il veleno fresco può essere facilmente ricavato senza alcun danno per il rospo.

Usate un piatto di vetro piano o qualsiasi altra superficie liscia non porosa di almeno 80 cm quadrati. Tenete il rospo di fronte al piatto fissato in posizione verticale. In questa maniera si può raccogliere il siero sulla superficie di vetro pulita mediante la manipolazione del rospo. Quando siete pronti ad iniziare, tenete saldamente il rospo con una mano e, con il pollice e l’indice dell’altra, premete vicino alla base della ghiandola fino a quando il veleno schizza fuori dai pori sul piatto di vetro. Usate questo metodo per raccogliere sistematicamente il siero da ognuna delle ghiandole granulari del rospo: quelle sugli avambracci, quelle sulla tibia e sul femore delle zampe posteriori e naturalmente le parotidi sul collo. Se concedete al rospo un’ora di riposo, ogni ghiandola può essere premuta una seconda volta per ottenere una resa supplementare. Al termine dell’operazione le ghiandole sono vuote e richiedono dalle 4 alle 6 settimane per rigenerarsi. Quando il veleno viene estratto dalle ghiandole, inizialmente è viscoso e di colore bianco lattiginoso. Nel giro di qualche minuto comincia quindi a seccarsi ed assume il colore e la consistenza del mastice. Raschiate il veleno dal piatto di vetro, essiccatelo completamente e mettetelo in un contenitore ermetico fino al momento in cui sarete pronti a fumarlo.

Il veleno del Bufo Alvarius è estremamente allucinogeno quando viene vaporizzato dal calore e assorbito dai polmoni in forma di fumo. Una dose adeguata per un adulto normale di peso medio è un pezzo di siero essiccato grosso più o meno come la testa di un cerino. Tagliatelo in pezzi sottili con una lametta e metteteli in una pipa ad una presa dotata di un retino di ottone. Destinate l’uso di questa pipa esclusivamente al fumo del veleno del rospo poikè l’accumulo di residui nel fornello e la condensa di vapore nel cannello possono produrre un’alterazione non desiderata con il fumo di altre sostanze. Applicate una fiamma adatta e fumate il contenuto della pipa in un’unica aspirazione. Cercate di trattenere il fumo nei polmoni il più a lungo possibile poikè l’efficacia dipenderà in larga misura dal pieno assorbimento della dose in un’unica aspirazione.

Entro una trentina di secondi si produrrà un’ondata quasi irresistibile di effetti psichedelici. Sarete completamente assorbiti da un complesso evento chimico caratterizzato da un sovraccarico di pensieri e percezioni, un breve crollo dell’io ed una perdita del continuum spazio-­temporale. Rilassatevi, respirate regolarmente e lasciatevi andare all’esperienza. Dopo due o tre minuti, l’intensità iniziale cede gradualmente il posto a piacevoli sensazioni simili a quelle suscitate dall’LSD in cui sono comuni illusioni ottiche, allucinazioni, percezioni alterate. Potete avvertire una distorsione nell’immagine che percepite del vostro corpo od osservare il mondo restringersi o ampliarsi. Potrete notare che i colori appaiono più vivaci e più belli del solito e, molto probabilmente, proverete un’esperienza euforizzante inframezzata da scoppi immotivati di risa. Questo indescrivibile episodio ha una durata estremamente breve. Gli effetti allucinogeni spariscono rapidamente e l’intero ciclo psikedelico si conclude in una quindicina di minuti. Non ci sono conseguenze spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, una piacevole euforia psichedelica successiva all’esperienza appare abbastanza regolarmente e può durare parecchie ore o parecchi giorni dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

FONTE

WWW.EROWID.ORG

IL CAMMINO SCIAMANICO

ayahuasca

La prima cosa interessante da dire sul Cammino Chamanico, in particolare sul cammino rosso, è che per i popoli nativi di nord (Lakota) e sud America (Caboclos) che lo praticano, non esiste una parola che si riferisca all’IO come a qualcosa di separato (a proposito di smorzare l’ego); per la maggior parte dei popoli nativi, non esiste IO e tutti siamo NOI, un unico essere vivente che include persone, animali, piante, minerali, pietre, pianeti, stelle, galassie tutto. Todos Somos Uno.

Per poterci svegliare e ricordare di questo pilastro portante dell’esistenza, smettendo così di vivere in un mondo illusorio basato sulla dualità tra io e noi, bene e male, felicità e infelicità, e dunque sulla sofferenza, bisogna essere disposti a “consegnarsi, abbandonarsi completamente” alla vita e percepire questo abbandono come un sapere semplice, unico e profondo a cui sottomettersi, senza così opporsi mai più al flusso della vita stessa.

E qual è l’unico posto in cui possiamo sentire il flusso della vita? L’unico posto è il qui e ora. Ciò significa accettare il momento presente senza esercitare opposizione, abbandonando ogni resistenza interiore. La resistenza interiore si manifesta ogni volta che diciamo No alla vita, poiché non è frutto di giudizio mentale e di negatività emozionale; la resistenza alla vita viene dalla mente che ci vuole far fare ciò che lei ritiene giusto che facciamo e che è diverso da ciò che il cuore ci dice.

L’accettazione di ciò che è e di ciò che si è ci libera immediatamente dell’identificazione con la mente e ci ricongiunge al nostro vero essere, alla nostra vera essenza.

Accettare ciò che si è, dove e con chi si è, non vuol dire umiliarsi, abbandonarsi, svilirsi, rinunciare, anzi, vuol dire riconoscersi pienamente così come si è in quel preciso momento, con i propri pregi e difetti, senza demandare all’esterno, ad altri o ad altro, il nostro essere in un certo modo, in un certo posto o con certe persone. Prendere atto di come si è, significa poter intraprendere un profondo cammino di cambiamento; ogni giorno si può fare un passo nella direzione del cambiamento e del miglioramento, ma per farlo bisogna riconoscersi senza soffrire e senza rifiutare di riconoscersi tali e quali si è.

La dualità invece creata dall’uomo materialista, ovvero come si è e come si vorrebbe essere, è alla radice di tutta la complessità non necessaria della vita nonché fonte di tutti i problemi e i conflitti. Proiettare nel passato o nel futuro un ideale di come si vorrebbe essere, impedisce di concentrarsi sul qui e ora e di riconoscersi tal quali si è per poter iniziare un cammino vero di cambiamento.

Dentro il cammino rosso, l’amore, in primo luogo l’amore per se stessi, è uno stato dell’essere, non una semplice emozione; in quanto tale non è un cosa passeggera bensì un qualcosa che ha carattere di permanenza, di perenne, se realmente incarnato. L’amore non sta fuori di noi, bensì dentro di noi, dunque non è qualcosa che possiamo perdere o che ci può abbandonare; l’amore non dipende né è funzione di nessuno; amore è realizzazione dell’unità e superamento del dualismo; amore è sentire profondamente la “presenza” senza che sia viziata delle illusioni che siamo abituati ad alimentare e sostenere.

Solo e proprio in questo istante, nel qui e ora, nell’istante della verità, della presenza, dell’amore come stato dell’essere, saremo in grado di accettarci esattamente così come siamo, con i nostri aspetti positivi e negativi. Non possiamo imbrogliare la nostra coscienza, lei è l’occhio, l’oracolo della verità e si manifesta indipendentemente dalla nostra volontà. Il tesoro è dentro di noi. La coscienza, il nostro spirito sono l’occhio di Horus.

Il cammino rosso è dunque il cammino che porta la mente al cuore; possiamo così dire che il cammino rosso ci insegna un vivere naturale, ci insegna a non stare separati dagli altri, a non delegare agli altri la nostra felicità, amandoci e rispettandoci in prima persona.

Dunque cos’è lo chamanesimo? Lo chamanesimo è permettere a se stessi di vivere in pace e armonia dentro il presente, vivere ogni momento qui ed ora senza preoccuparsi di come è stato e di come sarà domani. Stare qui è un atto di grande, grandissimo coraggio. È essere felici esattamente come si è, senza voler tornare ad essere o pensare di poter essere qualcunaltro.

Il cammino chamanico, in quanto cammino di cura guarigione, si avvale di numerosi tipi di medicine  sacre come l’Ayahuasca, Il Tabacco sacro e il Cachimbo, il Rapè, il Kambo, il Temascal o capanna sudatoria etc.. Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscerle tutte.

LA MEDICINA DEL TABACCO SACRO E IL CACHIMBO

Qui si venera “Abuelo Tabaco” (il tabacco sacro). Ricordate la famosa pipa della pace usata dagli indiani pellerossa del nord america? Esattamente quella! La pipa si chiama Cachimbo e il tabacco non si aspira mai. Oreste, lo sciamano, mi spiega “quello è un vizio. Qui il tabacco non si aspira. Si usa solo per scopi cerimoniali e questo tipo di tabacco va consacrato prima poter essere usato”. Ho imparato che nei momenti più importanti della vita in comunità, quando si indice una riunione, durante la cerimonia, o quando si fa la veglia al fuoco sacro, si accende il Cachimbo. Il Tabacco sacro consacra il momento. Le parole dette con il Cachimbo in mano e il tabacco acceso sono sacre. Il tabacco è un alleato molto potente. Una volta acceso, bisogna fumare tutto il tabacco che abbiamo messo nel Cachimbo. Il fuoco, toccando il tabacco sacro, libera lo spirito di quest’ultimo permettendogli di riprendere il proprio cammino. Se smettiamo di fumare il Cachimbo, lasciando del tabacco sacro residuato che eventualmente butteremo, neghiamo la libertà ad alcuni spiriti del tabacco.

In linea di massima, il Cachimbo si accende per fare delle piccole “Oraçoes” (preghiere): si comincia col salutare e ringraziare il Grande Spirito, il Grande Mistero, la madre terra, il padre sole, i guardiani delle 4 direzioni, i 4 elementi, il cuore dell’umanità, i bambini e le guide spirituali, gli alimenti, gli animali, la medicina sacra etc etc. Solo dopo aver salutato e ringraziato, si formalizza la preghiera, la richiesta.

La preghiera, si chiude con “Ahò, metakiase (per tutte le mie relazioni)”.

Siamo seduti in circolo. Chi vuole, prende la parola e fa la sua “pregiera” col Cachimbo secondo il rito appena descritto.

Molto importante, durante la “preghiera” (invocazione con saluto e ringraziamento e poi richiesta), non si smette mai di far fumare il Cachimbo perché è il Tabacco sacro a suggerirci le migliori parole da usare, le migliori richieste da fare. E qui, la parola è sacra, si trasforma in realtà.

LA MEDICINA DEL RAPE’

La musica permea il tempio, canti antichi e tamburi mi portano in un’altra dimensione. A turno ciascuno di noi esce dal cerchio, si avvicina allo sciamano (uomo di medicina, appunto). Lo sciamano è colui che applica la medicina. Prepara l’applicatore del Rapè. Si tratta di una cannetta di 30cm circa lunghezza e 2/3cm di diametro. La riempie con la medicina (una miscela in polvere di tabacco sacro ed altre erbe e piante medicinali). Posiziona un estremo della canna in una delle mie narici e si porta alla bocca l’altro estremo. Infine, applica la medicina. Soffia nella canna e il contenuto della medicina mi va dritto al cervello passando per il naso”.

Il Rapè è una medicina molto importante nella tradizione sciamanica. Agisce direttamente sul nostro corpo energetico, in particolare sul terzo occhio (ghiandola pineale) aumentando la nostra predisposizione a connetterci con il piano astrale. Sul corpo fisico invece ha sia l’effetto positivo di favorire “la Limpeza” (la pulizia) inducendo la produzione di muco e saliva che naturalmente va espulso (a volte induce anche il vomito); e sia l’effetto di aiutare chi soffre di sinusite e asma.

LA MEDICINA DEL TEMASCAL

Il Temascal o capanna sudatoria. Viene usata nella tradizione sciamanica con il fine di purificare. Ho la fortuna di costruire la struttura del Temascal assieme ad Oreste (lo sciamano). La struttura (a forma di gabbia) la realizziamo con liane e rami della foresta. Il tutto viene ermeticamente coperto con panni e teli. Al centro della capanna (rigorosamente di forma circolare) c’è un buco. Qui andranno posizionate le pietre incandescenti su cui applicare la medicina. In linea retta dall’ingresso nella capanna, a circa 5 metri, prepariamo la piattaforma su cui verrà acceso il fuoco sacro. Le pietre vengono posizionate tra i tronchi di legno in modo che il fuoco le renda praticamente laviche e incandescenti in un paio d’ore.

E’ prevista la purificazione del Temascal prima e dopo la “Ricerca della visione”.

“Ci prepariamo ad entrare, Fabiano mi purifica l’aura, mi giro verso il fuoco sacro ringraziandolo. Mi accovaccio e rigorosamente in ginocchio entro nella capanna salutando il Grande Spirito affinché possa benedire questa purificazione. Oreste (lo sciamano) è già posizionato dentro e mi dice dove andrò a sedermi. Ci siamo, sono entrati tutti. A questo punto una ad una, vengono portate dentro le “Abuelitas” (le sagge pietre) ormai incandescenti. Oreste posiziona una pietra alla volta nel buco. Ciascuna pietra viene consacrata con una dedica e su ciascuna pietra viene applicata la medicina. Si tratta di una essenza (erbe medicinali). Una polverina che a contatto con la pietra incandescente rilascia nella capanna un fumo sacro che “purifica” aura e vie respiratorie. Che buon profumo. La temperatura comincia a salire (e ancora non è stata versata sulle pietre una sola goccia d’acqua). Vengono posizionate circa 20 pietre. A questo punto la porta della capanna viene chiusa e la cerimonia inizia sul serio. Tamburi, maracas e canti entrano in scena. La temperatura inizia a salire. Dopo circa 30minuti di canti vengono fatti uscire gli strumenti musicali ed entra il bidone con l’acqua miscelata con spezie ed erbe e medicinali che verrà versata sulle pietre. Fa davvero caldo, altro che sauna o bagno turco”. Oreste dice “siete nel ventre della madre terra, abbandonatevi al suo amore”. La purificazione del Temascal vuole simulare la morte e la rinascita come nuovo essere. Ogni volta che l’acqua tocca le pietre incandescenti aumenta la temperatura nella capanna al punto che dentro non si possono indossare oggetti di metallo, diventerebbero incandescenti rischiando di bruciare la pelle. Ogni volta che l’acqua tocca le pietre, esse rilasciano le memorie, la saggezza e la conoscenza ancestrale che hanno accumulato in miliardi di anni (sono stati i primi esseri viventi assieme alla terra stessa, sono la terra stessa).

LA MEDICINA DEL KAMBO’

Si tratta di un vaccino “naturale” usato dai nativi dell’amazzonia da migliaia di anni.

Fabiano: “i vaccini in uso oggigiorno nella medicina convenzionale occidentale sono deboli e non servono a nulla, anzi fanno più danni che altro. Ti iniettano dei virus deboli e semi morti che dovrebbero essere capaci di contrastare il vero Virus quando questo arriva. Il Kambò invece è come un maestro di kung fu. Quando entra nel tuo corpo lavora per allenare le cellule del tuo corpo ad essere più forti e contrastare qualsiasi minaccia/virus che arrivi dall’esterno con il massimo della forza”.

Il Kambò è il veleno prodotto da un rospo della foresta amazzonica. Durante l’applicazione di fatto vieni avvelenato.

Riceviamo l’applicazione del Kambò la stessa notte della nostra prima cerimonia con il Daime o Ayahuasca. Che serata ragazzi. 2 ore prima di ricevere l’applicazione del Kambò dobbiamo bere almeno 2/3 litri di acqua. L’effetto immediato del Kambò è quello di fare “pulizia” portando al vomito. La pulizia fisica (che comprende quindi qualsiasi forma di espulsione: muchi, vomito, feci etc… è molto molto importante e fa bene). Il primo effetti di qualsiasi medicina sacra è la pulizia fisica. Cosa puliamo? Emozioni nascoste e non espresse, paure, blocchi energetici…insomma spazzatura che intossica la nostra anima e si annida pericolosamente nel nostro corpo.

Mi siedo al lato di Fabiano. Usa la punta di una barretta di incenso per farmi 8 piccole bruciature sulla spalla. Si tratta di bruciature non più grandi di una lenticchia. L’obiettivo è far uscire la carne viva fuori. A questo punto applica su ciascun punto una goccia piccolissima di questo veleno. Arrivato al punto numero 4 (ovvero non più di 30 secondi dalla prima applicazione) già inizi ad avvertire gli effetti del veleno. Vengo assalito da una vampata di calore che pervade tutto il corpo. Il cuore inizia a battere forte. Terminata l’applicazione ci sediamo in disparte e aspettando il vomito sperimentiamo gli effetti dell’avvelenamento. La sensazione di calore si fa sempre più forte, sento la faccia, le labbra e la gola che si gonfiano. La gola in particolare si secca al punto che non riesco più ad ingoiare e quando mi inizia a diventare difficile persino la respirazione ecco che arriva il vomito con una forza mai provata. Che liberazione. Da questo momento, gli effetti fisici provati a causa del veleno iniziano a rientrare.

LA RICERCA DELLA VISIONE

Tra delle pratiche più importanti del cammino rosso, va richiamata assolutamente l’attenzione alla Busca da Visão, ovvero la ricerca della visione.

La Busca da Visão è una delle pratiche più antiche utilizzate dalle tribù native del Nord America; lo scopo di questa attività è che la persona ottenga una più ampia comprensione del suo ruolo e del suo cammino nel mondo (stravolgente direi!). La Busca da Visão fornisce esperienze significative per mezzo di un ritiro, caratterizzato dal completo digiuno da cibo e da liquidi, sulla montagna che consente la conoscenza di sé e la propria guarigione in svariati ambiti (fisico, mentale spirituale). Partecipare alla Busca da Visão conferisce l’opportunità di sperimentare la nostra natura umana e di renderci conto che siamo piccoli e umili (non da intendere come sottomessi), ovvero siamo granelli di sabbia davanti alla grandezza dell’universo, ma granelli che compongono l’universo stesso. Todos Somos Uno.

La ricerca del senso della vita accompagna da sempre l’uomo lungo il suo viaggio. Nel corso della sua evoluzione l’uomo ha infatti cercato molti modi per spiegare la realtà e capire il mondo intorno a se; quindi è proprio attraverso la necessità di trovare maggiore significato nella vita che l’uomo si è evoluto.

Ci sono molti modi di percorrere questo cammino dell’evoluzione, uno dei quali è proprio la pratica sciamanica; lo Sciamanesimo si propone come una forma di riscatto dell’essenza umana, un modo per tornare alle origini e riconoscere il sacro insito in tutto ciò che esiste.

Tutto ciò che esiste nell’universo è nostro maestro; in natura sono presenti tutte le medicine necessarie per questa crescita spirituale. Lo sciamano utilizza il termine medicina, per designare gli elementi della natura con un’essenza guaritrice, ovvero elementi catalizzatori, acceleratori della riforma spirituale, della riabilitazione e del mantenimento della salute fisica.

Tra i numerosi farmaci presenti in natura vi è proprio la Busca da Visão. Essa fornisce all’iniziato, esperienze significative che possono trasformare la sua percezione della realtà; il motore di ricerca è esposto infatti a situazioni estreme (come il digiuno) dalle quali apprende, si conosce e si trasforma.

La Busca da Visão si concretizza in un cammino articolato in 4 tappe. Si tratta di 4 momenti fondamentali nella vita dell’uomo indigeno: il primo anno si passano 4 giorni in isolamento su una montagna, in completo digiuno, all’interno di un circolo sacro di pochi metri quadrati fatto con tabacco e con le proprie preghiere/intenzioni e all’interno del quale c’è spazio solo per una tenda e un’amaca. I 4 giorni hanno come proposito il proposito dell’umiltà.

Per il secondo anno, i giorni sono 7, medesimo scenario ma con un litro d’acqua e qualche mela. Il proposito è la sincerità.

Per il terzo anno, i giorni sono 9, di nuovo medesimo scenario ma con un litro e mezzo d’acqua, qualche mela in più e un po’ di granola. Il proposito è l’unione tra maschile e femminile e il superamento della dualità.

Per il quarto e ultimo anno, i giorni sono 13, medesimo scenario ma con due litri d’acqua, ancora qualche mela in più e un po’ più di granola. Il proposito è l’integrità di proposito.

MEDICINA SACRA: L’AYAHUASCA

L’Ayahuasca è anche chiamata Santo Daime (Daime da dammi, offrimi, forniscimi il conoscimento, la guarigione). Va chiarito innanzitutto che il Santo Daime non è un allucinogeno, ovvero una sostanza che crea una realtà illusoria, bensì è una pianta psico-attiva, con una sua propria capacità psichica in grado di farci vedere la nostra più vera realtà interiore (illusione vs realtà è la chiave di volta per non interpretare il Daime come una droga, droga nel senso che siamo abituati a dargli noi del mondo cosiddetto “avanzato”). Il Daime è dunque il nostro inconscio che si palesa. Il Daime è “noi” in tutti i nostri aspetti belli e brutti; il Daime infatti può mandarti in estasi così come terrorizzarti, poiché il Daime, con il suo “viaggio” non ti porta da nessuna parte se non dove già sei nel tuo cammino evolutivo.

Il Santo Daime è una pianta sacra per i nativi e ad oggi sacra anche per me. Credo nel Daime, nei suoi poteri di cura e nella sua essenza divina; il Santo Daime è un regalo divino, è qualcosa che tutti dovrebbero aver l’opportunità di provare.

Il Santo Daime, è innanzitutto una medicina in grado di curare malattie fisiche (dall’aids al cancro), mentali (dalla depressione alle più svariate forme di dipendenze) e spirituali. Il Santo Daime inoltre possiede un gran potere alteratore della coscienza umana; tale potere alteratore si concretizza in un viaggio all’interno di noi stessi, che ci porta ad elevati livelli di auto-coscienza e conoscenza del nostro Io.

Il Daime è ottenuto dall’infusione di due piante native dell’amazzonia: una liana, detta Jagube o Mariri e un arbusto detto Rainha (Regona) o Chacrona. Queste due piante contengono ciascuna una sostanza biochimica che risulta complementare a quella dell’altra e che si adattano perfettamente al funzionamento del sistema nervoso umano in modo da essere tranquillamente assorbite dal corpo senza causare alcun tipo di aggressione o di dipendenza (a differenza degli psico-farmaci e delle droghe). L’incrocio di queste due piante porta anche al perfetto bilancio energetico di femminile e maschile, yin e yang, di luna e sole. La Regina ha una forza femminile, ed è dove risiede il potere di visione della bevanda, essenzialmente contenuto in un sostanza della sua linfa e conosciuto come DMT (Dimetiltriptamina), mentre nel Jagube vi è la forza virile di questo equilibrio contenuta nel Harmala, un alcaloide (particolarmente concentrato nel guscio).

Per comprendere come agiscono queste sostanze all’interno del corpo umano, è importante fare una digressione al fine di conoscere meglio il funzionamento dello spazio più nobile del cervello umano, ovvero di quello spazio che svolge funzioni di pianificazione delle attività nel tempo e che è responsabile di garantirci quell’attenzione e quella concentrazione necessaria per eseguire qualsiasi tipo di compito. Questa regione del cervello è guidata da un neurotrasmettitore, la serotonina, che è quella molecola responsabile della conduzione degli stimoli nervosi tra un neurone e l’altro. Questo neurotrasmettitore è prodotto sia dal cervello umano che dal tratto gastrointestinale. La serotonina è una sostanza che ha una vita utile limitata nel corpo umano e che, una volta giunta alla sua scadenza, viene metabolizzata da un enzima, prodotto anch’esso nella regione gastrointestinale, noto come monoamino ossidasi o MAO. Questo enzima, quando in azione, regola i livelli di serotonina nel cervello umano in un individuo normale (poca serotonina indica depressione, infatti uno dei sintomi principali dei depressi, è l’incapacità di concentrarsi e di portare a termine delle attività).

Il Santo Daime, come abbiamo detto, contiene due classi di sostanze che producono i loro effetti psicoattivi: la DMT contenuta nelle foglie della Regina, e gli alcaloidi contenuti nella liana Jagube. All’interno dell’alchimia del perfetto disegno divino della natura, accade così che la DMT sia prodotto anche dal corpo umano in quantità molto piccole (alcuni studiosi hanno provato che, persone con doti di medianità, producono una maggior quantità di DMAT). Pertanto, biochimicamente parlando, la DMT è la chiave che collega l’essere umano al mondo spirituale. Lei è la molecola che può dare agli uomini la visione del mondo spirituale. Inoltre, chimicamente parlando, la molecola DMT è praticamente identica alla molecola di serotonina molecola, con solo alcune piccole differenze. Ciò significa che la DMT si adatta perfettamente agli stessi neuroni che utilizzano la serotonina come mezzo per trasmettere stimoli nervosi ad altri neuroni. Così, un individuo sotto l’influenza di un notevole aumento di quantità di DMT nel cervello, avrà una chiara apertura della sua visione spirituale, ovvero di ciò che gli orientali chiamano terzo occhio. In altre parole, la DMT è una finestra sul mondo spirituale; essa permette all’individuo sotto il suo effetto, di fare un “viaggio” nel suo inconscio, di estendere la conoscenza di sé ma soprattutto di portare questa conoscenza nella sua parte cosciente, risvegliando facoltà, doti che spesso non si sapeva nemmeno di avere.

Affinché la molecola di DMT non venga direttamente metabolizzata nello stomaco e possa penetrare invece nel flusso sanguigno, c’è bisogno che la produzione di MAO (enzima che appunto metabolizza la serotonina e dunque anche la DMT direttamente nello stomaco, regolandone la quantità e impedendo che circoli nel sangue) sia temporaneamente sospesa, un effetto che si ottiene con gli alcaloidi del tè Harmala, contenuti nella liana Jagube. In altre parole, è la liana che apre la strada al flusso sanguigno alla DMT.

Tutto ciò si traduce in un aumento dei livelli di serotonina nel cervello di un individuo quando è sotto l’influenza del Santo Daime. Questo risultato è chiaramente distinguibile dall’aumentata capacità di concentrazione e attenzione che la persona sente quando è sotto l’influenza della bevanda. Questo effetto, che migliora la concentrazione e la capacità cognitiva di una persona, dura e si consolida più vi è continuità e coerenza nel consumo di Santo Daime nella nostra vita. Vi è anche un’immunità acquisita da individui che consumano il Santo Daime per molti anni, immunità nei confronti delle malattie degenerative del sistema nervoso centrale.

Ci sono poi alcuni effetti collaterali che il Santo Daime può causare in un individuo a causa delle sostanze in esso contenute; effetti descritti riguardano individui normali e non malati o sotto cure farmacologiche e/o anti depressivi. Il primo è l’effetto purgante o di pulizia biologica/cura di disintossicazione. Il secondo è l’effetto del vomito causato dagli eccessivi messaggi inviati dal cervello allo stomaco,

Dal punto di vista spirituale, è molto chiaro che sia l’effetto purgante che il vomito, sono direttamente collegati ad una bevanda energetica che esegue la pulizia sull’individuo e lo sana: siamo corpi e spiriti sporcati costantemente da tossine di tutti i tipi: cibi e bevande industriali, acqua e aria inquinata, stress, malattie e farmaci, pensieri negativi, litigi, conti in sospeso, rimpianti, rimorsi, odio, vendette molto altro. Il Santo Daime, con i suo effetti collaterali, ha la capacità di liberarci dalle tossine, di permetterci di accedere ad un corpo più pulito e dunque ad uno spirito più elevato. Il Santo Daime infatti ha la capacità spirituale di espellere qualsiasi disarmonia energetica garantendoci sollievo e conforto dopo ogni evento di diarrea o vomito. La continuità e la costanza nel consumo di Santo Daime, di solito genera una diminuzione persona in intensità e frequenza nel tempo, dei processi di pulizia.

L’assorbimento da parte del corpo umano, di tutte le sostanze contenute nel Santo Daime avviene in modo assolutamente naturale, senza danneggiare la salute e senza generare dipendenze (a differenza di psico-farmaci e droghe). Ciò è stato oggetto di ricerca e di validazione scientifica, per questo motivo il Santo Daime è stata riconosciuta dalla legge brasiliana come una manifestazione legittima dei costumi dei popoli indigeni del Brasile, dove ci sono più di 70 tribù indigene che ne fanno uso, nel rispetto di un patrimonio culturale che dura da più di 4000 anni.

Riceviamo la medicina durante le cerimonie. Le cerimonie iniziano verso le 6/7 del pomeriggio e terminano alle 5/6 del mattino seguente. Si tratta di un susseguirsi di canti (inni) che cambiano a seconda che la cerimonia appartenga alla linea sciamanica, di Umbanda o della chiesa del maestro Irineu. Tutti i partecipanti alla cerimonia prendono la medicina e quando inizia a sentirsi l’effetto ti rendi conto delle energie che ci sono in gioco. Capisci che l’energia che metti in gioco cantando e suonando impatta direttamente sull’energia del gruppo. Prima di iniziare la cerimonia ci si augura “buon lavoro” …incredibile no? La gente va li consapevole che si tratta di un lavoro di autocura profondo, un lavoro che non si otterrebbe con anni di psicoanalisi. Un lavoro di gruppo. Insomma non a caso è la medicina sacra usata dalle popolazioni più sagge del piante da migliaia di anni (come chiameresti altrimenti popolazioni che non soffrono carestie e guerre, che non usano bombe, che non si avvelenano con cibi tossici, che non si drogano di shopping, sesso, lavoro e altri allucinogeni compulsivi del mondo occidentale, che non hanno mai perso la connessione con se stessi e con la fonte).

Lo sciamano guida la cerimonia, Oreste suona il flauto, altri la chitarra, i tamburi e quasi tutti le maracas. Io canto e suono la maracas. E’ come se la musica attiva il potere del Daime. In origine l’energia assume forma materiale grazie al suono. Si tratta di frequenze di onda. Avete mai sentito parlare di Cimatica? A seconda delle frequenze/suoni, granelli di sabbia e acqua assumono determinate forme. Questo è esattamente quello che accade dentro di noi. La musica guida il lavoro dell’Ayahuasca nel nostro corpo. Spesso durante la cerimonia non riusciamo ad esserne consapevoli e abbiamo fugaci ed estemporanee intuizioni di una realtà superiore. Percepisco al di là dei 5 sensi. Mi sembra di essere in sintonia con qualunque suono. Mi sembra di essere su un’altra lunghezza d’onda. L’obiettivo del daime è di farci abituare a quest’altra frequenza perché è qui che possiamo entrare in contatto con il nostro Io superiore, con essere divini di luce e i maestri guida. E’ qui che possiamo ricevere degli insegnamenti importanti.

FONTI

https://it.wikipedia.org/

http://www.theevolutionarychange.com/

 

TWIN PEAKS ESOTERICA

 LA LOGGIA BIANCA NELLA TRADIZIONE ATLANTIDEA

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Secondo l’interpretazione di Maurice Doreal della Sesta Tavola di Smeraldo di Toth L’Atlantideo, ci sarebbero adepti che usano i grandi poteri del cosmo per distruggere invece che per promuovere, perché la “LEGGE” opera sia per il bene che per il male, positivo o negativo. Questi adepti che usarono la forza cosmica per distruggere, erano i Fratelli Oscuri, maghi neri che lottarono contro i Figli della Luce. Tentarono di tenere e respingere quelli che i Figli della Luce tentavano di portare verso la Luce. La FRATELLANZA NERA è l’antitesi della FRATELLANZA BIANCA : una distrugge, l’altra costruisce. La FRATELLANZA NERA adesso ha un’organizzazione nota come DUGPAS NERA, perché gli adepti hanno i “CHELAS” come gli Adepti Bianchi. La loro organizzazione è impostata come quella della LOGGIA BIANCA e spesso ingannano gli uomini facendogli credere di essere della LOGGIA BIANCA. Aiutano le persone ad ottenere certe cose e poteri finché le hanno prese in trappola, poi quando non c’è via di scampo, le imprigionano. Per ottenere i loro scopi hanno specifici poteri potenziati, come aprire la settima dimensione e chiamare gli ELEMENTALI. Hanno il potere di controllare la mente attraverso il trasferimento del pensiero e l’ipnosi. Così ne ottengono il controllo e la inducono al disordine. Se qualcuno si arrende alla FRATELLANZA NERA e firma con il suo nome nel loro libro, è vincolato a loro per tutta la durata dell’incarnazione. L’anima dell’uomo non deve essere legata se desidera progredire nella Luce. Arrendersi alle forze nere implica la sospensione della Luce. L’uomo è ostacolato soltanto dalle catene dell’oscurità e del disordine. Quindi deve diventare Luce ed ordine. La FRATELLANZA NERA tenta sempre di demolire la persona che ha raggiunto uno sviluppo durante il cammino di Luce, perché ha già consolidato i poteri. È per questa ragione che una persona molto evoluta deve resistere più di una persona poco o per niente evoluta. Più si impara sulla Luce, paradossalmente, e si sa delle manipolazioni del disordine e più si è stimati dalla FRATELLANZA NERA. È necessario migliorare ragione ed equilibrio affinché possiamo distinguere l’Oscurità dalla Luce, l’Ordine dal disordine, nelle parole di chi viene da noi. Solo superando gli ostacoli e con continui sforzi si raggiungerà l’obiettivo. In opposizione alla FRATELLANZA NERA c’è la LOGGIA BIANCA, che si sforza continuamente di liberare gli uomini dal disordine e di respingere i poteri della FRATELLANZA NERA. Se il ricercatore ha veramente desiderio di Luce e non di potere, la LOGGIA BIANCA si porrà tra lui e la FRATELLANZA NERA, perché ha molto più potere di questa ultima. Eppure ai neri è concesso esistere, perché fanno parte dell’oscurità che l’uomo deve superare.

La lotta tra le forze della FRATELLANZA NERA e la LOGGIA BIANCA è iniziata al principio di tutto. I Maestri ed i Grandi Adepti della LOGGIA BIANCA usano il potere del Sole risvegliato nell’uomo per sostenere e proteggere. I Figli della Luce – quelli che non hanno mai perso la loro unione originale – sono anche custodi dell’uomo, il loro fratello. Sono custodi dei segreti che allontanano l’Oscurità e che sono concessi a chi percorre la via alla maestria. Chi desidera essere un maestro, deve imparare la maestria delle Leggi che regolano la manifestazione. Deve conquistare la paura e camminare impavido nel sentiero della Luce.

LA LOGGIA NERA DI TWIN PEAKS

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 « E ora una conclusione. Dove una volta ce ne era una, ora ce ne sono due. O ce ne sono sempre state due? cos’è un riflesso? La possibilità di vederne due? Quando si può avere un riflesso, ce ne potranno sempre essere due o più. Solo quando siamo ovunque ce ne sarà uno soltanto. È stato un piacere parlare con voi »

La Signora-Ceppo

La LOGGIA NERA (Black Lodge) è un luogo immaginario della serie tv I segreti di TWIN PEAKS. È un luogo metafisico extra-dimensionale nella quale è inclusa la RED ROOM (altrimenti conosciuta come “La sala d’attesa”) sognata dall’agente Cooper all’inizio della serie, quando si vede invecchiato di 25 anni seduto su una sedia. Sembra che il tempo, all’interno della LOGGIA NERA, non segua un percorso cronologicamente corretto, ma sia in grado di stravolgere gli eventi temporali umani in un ordine indefinibile e inclassificabile. Nell’ultimo episodio della serie televisiva, ad esempio, l’agente Cooper comincia a sanguinare, mentre un attimo prima era in perfetta salute. Non sappiamo chi o cosa l’abbia ferito (e lo stesso si può dire per la sua fidanzata Annie, che a un certo punto, giace in terra sanguinante). Ciò è in perfetta coerenza con la natura sovrannaturale della LOGGIA NERA che, in quanto luogo di confine tra la vita e la morte, offre parziali e ben limitate possibilità di comprensione al mondo umano.

Nella serie, l’agente Hawk (un nativo americano) dice che la LOGGIA NERA nasce nella mitologia del suo popolo, ma il termine è citato anche nel libro The Devil’s Guard di Talbot Mundy. In questo libro, viene associata con il Tibet anziché con i miti delle popolazioni native. Una entrata per la LOGGIA NERA sembra essere situata nella Foresta del Ghostwood che circonda la città di TWIN PEAKS. Una pozza di una sostanza simile a olio da macchine è circondata da 12 sicomori. Questo posto è conosciuto come Glastonbury Grove. Si dice che la chiave per entrare nella LOGGIA NERA sia la paura, in contrasto con la chiave della Loggia Bianca che è l’amore. Un’altra caratteristica necessaria per entrare nella Loggia attraverso l’entrata a Glastonbury Grove è che Giove e Saturno siano in congiunzione. Quando tutto questo avviene e qualcuno si avvicina alla pozza del Glastonbury Grove, le tende rosse si materializzano dal nulla permettendo di entrare nella Loggia.  Alcuni ritengono che ci siano altri portali sparsi per il mondo. Una scena nella sceneggiatura di “FUOCO CAMMINA CON ME” (non inclusa nel film) anticipa l’apparizione a sorpresa di Phillip Jeffries negli uffici dell’FBI di Philadelphia ; la scena si svolge nell’atrio di un albergo di Buenos Aires dove alloggia Jeffries, quando quest’ultimo entra nell’ascensore, invece di scendere al piano dove si trova la sua stanza, si ritrova a Philadelphia. Secondo i file dell’FBI Jeffries è scomparso per due anni. L’esperienza che lui associa ad Albert, Cooper e Gordon Cole si potrebbe dire sia avvenuta a Buenos Aires, poiché l’albergo era l’ultimo luogo visitato. Le esperienze del maggiore Briggs e della Signora-Ceppo mostrano anche come una persona può essere “rapita” senza che si trovi all’ingresso della Loggia, ma anche solo essendo molto vicino alla stessa. La Signora Ceppo era nei boschi quando è scomparsa ed anche il maggiore e Cooper campeggiavano nei boschi al momento della loro scomparsa. Questi eventi legano tutte e tre le scomparse alla Loggia. Rimane poco chiaro se la Loggia Bianca e la LOGGIA NERA siano o meno reami separati. Qualcuno potrebbe interpretare le due Logge come un unico luogo ; possibilità questa suggerita dal pavimento a specchio bianco e nero presente nella Loggia stessa. La teoria che pone le due logge sullo stesso piano è coerente con il tema della dualità che caratterizza la Loggia, riflettendo il concetto di YIN e YANG.

È un pensiero comune che la LOGGIA NERA sia un regno di male assoluto che ha usurpato, assorbito o occupato la sua controparte Bianca, con la possibilità conseguente che la Loggia Bianca si sia trasformata nella sala d’aspetto rossa della LOGGIA NERA (permettendo comunque a spiriti benigni ed angeli di manifestarsi al suo interno), o che la sala d’aspetto sia una zona neutrale, e le azioni condotte dagli astanti determinino la loro appartenenza all’una o all’altra Loggia. Durante la seconda stagione Windom Earle mette in relazione una vecchia storia sulla Loggia Bianca con il Giardino dell’Eden, suggerendo che la Loggia Bianca sia potuta appartenere ad un tempo ormai perduto o dimenticato. Earle di contro descrive la LOGGIA NERA al presente, indicando forse che la stessa abbia sostituito la LOGGIA BIANCA :

Un posto di potere quasi inimmaginabile, pieno di forze oscure e segreti maligni. Nessuna preghiera osa entrare in questo luogo spaventoso. Gli spiriti non badano alle invocazioni religiose. Possono strapparti la carne dalle ossa o salutarti allegramente. E se vengono imbrigliati, gli spiriti di questa terra nascosta di urla soffocate e cuori spezzati offrono un potere così vasto che chi lo detiene potrebbe riordinare la terra a suo piacimento.

Il Vicesceriffo Hawk descrive la Loggia comeL’ombra della Loggia Bianca” Sempre secondo Hawk, la leggenda dice che ogni spirito deve passarvi attraverso lungo la via della perfezione per incontrare l’io-ombra. La sua gente lo chiama  ‘Il Guardiano della Soglia’ : se si attraversa la Loggia Nera privi di coraggio autentico, l’anima viene annientata dall’io-ombra.

La vita nella Loggia è difficile da descrivere. Il tempo sembra avere nessuna correlazione con questa dimensione (scorre normalmente, più lentamente o si ferma del tutto, come dimostra la tazza di caffè in mano all’agente Cooper), e lo spazio è separato tra le varie stanze, collegate tra di loro da stretti corridoi e tende rosse. Gli abitanti della Loggia parlano in un distorto dialetto inglese e spesso parlano per enigmi. Ciò può essere visto come un parallelismo con alcune forme di sciamanesimo, nelle quali gli abitanti degli altri mondi a volte parlano alla rovescia. La presenza di mutaforma o di aspetti ‘malvagi’ della personalità di qualcuno, è probabilmente la caratteristica più spiazzante della Loggia. I mutaforma sono identici alla loro controparte nel mondo reale, con la sola eccezione degli occhi vitrei. Apparentemente esiste un mutaforma per ogni essere umano, vivente e non (compreso l’Agente Cooper).

Un brano citato spesso nella serie recita

« Nell’oscurità di un futuro passato,

il mago desidera vedere.

Non esiste che un’opportunità tra questo mondo e l’altro.

Fuoco, cammina con me »

Nell’ultimo episodio di TWIN PEAKS, Cooper incontra L’UOMO CHE VIENE DA UN ALTRO POSTO, che si riferisce alla sala rossa come alla “sala d’aspetto”, probabilmente un collegamento tra le logge. Solo quando l’uomo dice “Fuoco cammina con me” il regno esplode in fiamme e quindi sprofonda nell’oscurità. Questo è quasi certamente il momento nel quale Cooper entra nella LOGGIA NERA.