Alchimia, Gnosticismo, Sessualità, Spiritualità

I FATTORI ALCHEMICI PER LA RIVOLUZIONE DELLA COSCIENZA

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Tutto ciò che si riferisce al sesso e alla sessualità costituisce da sempre una “pietra d’inciampo” al lavoro interno. L’energia del Centro Sessuale è infatti così potente e sottile che, nelle mani dell’Ego, è in grado di condizionare negativamente tutta la vita dell’uomo e di vanificare ogni sforzo di perfezione.

Per contro, non può sfuggire il fatto che tale energia, proprio per la sua straordinaria qualità, detenga delle capacità, diremmo dei “poteri”, del tutto straordinari. Non ci riferiamo solamente alla capacità di generare corpi fisici, fatto straordinario già di per sé, ma anche alla capacità di influenzare determinare ogni altra opera creativa dell’uomo, sia essa materiale, artistica o intellettuale.

Freud, usando un termine che ritroveremo più avanti, introduce per primo nell’ambiente scientifico il   concetto di energia sessuale “sublimata” come fondamento di tutta la creatività dell’uomo.

Le scuole iniziatiche e le religioni antiche, pertanto, hanno sempre osservato nei confronti dei temi relativi al sesso la più estrema considerazione e la più estrema cautela: se è vero che nel centro generatore di ogni attività umana deve trovarsi anche la chiave del processo di salvezza, è anche vero che si tratta di una chiave capace di aprire anche altre porte, non tutte così desiderabili. Il problema è quello di togliere la chiave dalle mani dell’Ego. Cosa non facile, che richiede una preparazione specifica ed uno sforzo individuale improponibile su vasta scala.

Si comprende quindi come i temi relativi alla sessualità siano stati progressivamente ritirati dal livello esterno dell’insegnamento delle scuole filosofiche, e riservati ai livelli più interni. In essi il ricercatore, fortemente motivato nella ricerca del suo perfezionamento interiore, accede infatti non solo alle informazioni teorico/pratiche relative al sesso, ma anche alle tecniche concrete per la dissoluzione dell’Io, riducendo al minimo il rischio di cadere nell’infrasessualità.

L’atteggiamento sessuofobico delle principali religioni tradizionali (cristianesimo, ebraismo, islamismo), oltre che con motivazioni culturali, socio/ambientali, dottrinali eccetera, può spiegarsi proprio con quanto appena detto. Le religioni tradizionali, preoccupate di diffondere l’insegnamento alla massa piuttosto che di portare alla perfezione il singolo, e quindi necessariamente poco esigenti nei riguardi del Primo Fattore, di fronte all’impossibilità di proporre un uso “salvifico” della sessualità, preferiscono ignorarla, accontentandosi così di proporre quasi una “salvezza minore”, celibataria. Il sesso, lasciato quindi praticamente nelle mani dell’Ego, diventa allora solo un ostacolo da combattere e da negare, in ogni caso da controllare con rigide norme morali.

Giunti a questo punto del lavoro, cercheremo di affacciarci su quanto le scuole iniziatiche tramandano nei loro circoli più interni a proposito del Secondo Fattore e della sessualità in genere, e lo faremo con l’aiuto di una scienza ermetica che, grazie all’incomprensibilità del suo linguaggio, ha saputo conservare intatti quei temi, sfuggendo alle più accanite persecuzioni: L’ALCHIMIA.

Addentrarci in quel fenomeno culturale (scientifico, storico, filosofico, sociale) che passa sotto il termine di “ALCHIMIA” non è lo scopo del presente compendio. Ci basta qui ricordare che per Alchimia non bisogna intendere, come si fa nell’accezione comune, una sorta di “protochimica” o di chimica grezza e rudimentale; essa è, al contrario, una vera scienza, che è attiva tuttora e che si prefigge un obiettivo ben preciso: trasformare il piombo della materia in oro dello Spirito. L’oggetto di questa scienza è il sesso, anche se velato dietro storte, alambicchi o formule di composti chimici. Il particolare linguaggio simbolico, incomprensibile anche alle persone più dotte, se non salvò dal rogo dell’Inquisizione e dall’accusa di stregoneria molti alchimisti vissuti tra il ‘500 e il ‘700, permise tuttavia la sopravvivenza dei testi che, al momento attuale, costituiscono praticamente gli unici documenti storici sull’uso cosciente della sessualità e sulla pratica del Secondo Fattore nel mondo occidentale.

L’EQUILIBRIO TRA I CENTRI DEL CORPO FISICO

La premessa indispensabile alla pratica del Secondo Fattore è costituita dal raggiungimento di un perfetto equilibrio tra i cinque Centri del Corpo Fisico. Abbiamo già visto a suo tempo che questi Centri si comportano come dei “vasi comunicanti”, o anche come componenti di un circuito elettrico, e che, in caso di reciproco squilibrio, attingono il loro nutrimento uno dall’altro e, in ultima analisi, dal Centro Sessuale; questo viene ad essere  quindi funzionalmente alterato e costretto ad usare un’energia che non è la propria. Esotericamente, si dice che, invece dell’energia costituita dall’Idrogeno 12 (H 12), il Centro Sessuale si trova costretto ad utilizzare degli Idrogeni più pesanti (H 24, H 48).

Affinché i processi alchemici relativi alla pratica del Secondo Fattore possano innescarsi e procedere nelle diverse fasi, è indispensabile mettere a disposizione del Centro Sessuale l’energia sua propria, facendo in modo che gli altri Centri non si esauriscano precocemente. Abbiamo visto a suo tempo come ciò si ottenga fondamentalmente in tre modi:

1) con l’uso quotidiano di tutti i cinque Centri;

2) con la loro rotazione frequente;

3) con la disidentificazione dall’Ego, che costituisce la vera causa del loro squilibrio e dello spreco energetico.

Si conferma una volta di più come AUTORICORDO e AUTOOSSERVAZIONE siano pratiche fondamentali, e non solo per i problemi relativi al Primo Fattore.

Notiamo, sia pure incidentalmente, come l’Idrogeno 12 sia un’energia del tutto particolare, capace di attivare altri due Centri, chiamati Centri Superiori, che nell’uomo comune e corrente di norma sono atrofizzati:  il Centro  Intellettuale  Superiore (CIS)  e  il Centro Emozionale Superiore (CES). Questi Centri sono solamente espressione dell’Essenza. Il primo conferisce sapienza, chiaroveggenza, comprensione, telepatia, ingegno, idee eccetera; il secondo armonia, intuizione, amore, senso di fratellanza.  E’ evidente come l’attivazione dei due Centri Superiori sia di grande aiuto per la messa in pratica di tutti tre i Fattori.

LA SESSUALITA’ NORMALE

Il secondo presupposto alla pratica del Secondo Fattore è il raggiungimento della sessualità normale, cioè di una sessualità vissuta secondo le leggi di natura e che non produce conflitti di alcun genere.

Sessualità normale significa anche abbandono definitivo dell’infrasessualità che, come abbiamo già visto nella prima parte, si manifesta, in contrasto con le leggi di natura, sotto due principali aspetti:

1) negazione e rifiuto dell’atto sessuale;

2) abuso di questo atto, in tutte le sue forme, con obiettivi diversi da quelli procreativi.

Il raggiungimento della sessualità normale, tenuto conto che tutte le persone correnti hanno caratteristiche più o meno infrasessuali, è un fatto con cui ciascuno deve confrontarsi e che richiede un particolare e difficile lavoro sull’Ego della Lussuria.

LA PURIFICAZIONE DELL’ENERGIA

Anche se il Centro Sessuale comincia a utilizzare, nell’ambito della sessualità normale, l’energia sua propria (l’Idrogeno H 12), inizialmente ancora non è in grado di provvedere ai lavori alchemici veri e propri del Secondo Fattore (il lavoro, cioè, nella cosiddetta “forgia infuocata di Vulcano”). E’ necessaria un’opera preparatoria di purificazione. L’energia, infatti, pur essendo adatta, è di pessima qualità e deve essere raffinata attraverso quattro fasi successive di lavorazione. Tali fasi sono ben note agli alchimisti e prendono il nome di nigredo, albedo, citrinitas, rubedo. Vale a dire che l’energia da nera deve diventare bianca, quindi gialla e infine rossa (corvo nero, colomba bianca, aquila gialla e fagiano rosso). Solo attraverso la “rubedo” si forma il fuoco purificatore che è in grado, divampando nell’ ATHANOR, di trasmutare la materia grezza (il compost) nell’ oro spirituale. Si può dire che l’opus alchemico, cioè il lavoro caratteristico del Secondo Fattore, inizia proprio da queste quattro fasi di purificazione.

Il concetto di “nigredo” non è nuovo al lettore di questo libro. Già nella prima fase del lavoro interno il ricercatore, insoddisfatto e deluso della vita, pur intravedendo gli orizzonti nuovi che il “viaggio per mare” gli promette, sperimenta la solitudine della notte interiore passando per una “nigredo psicologica”. La nigredo cui adesso ci riferiamo, invece, non è soltanto riferita alla psiche, ma è il vero stadio iniziale dell’opera (l’opera al nero), lo stadio di chi possiede tutti glistrumenti per iniziare il lavoro, ma deve ancora alimentare e purificare il fuoco. E’ una fase di inattività piena di speranza e di certezza del risultato, diremmo di  “melanconia” passeggera: il corvo nero,  sia pur ancora in forma inespressa, riassume in fondo già la completezza del risultato.

Vedasi a questo proposito la “MELANCHOLIA I” di A. Durher, forse la più celebre allegoria della nigredo della storia dell’arte. “Melancolia” significa “bile nera”, la lettera “I” rappresenta il primo stadio della purificazione.

Vedi anche in Fulcanelli:  “IL MISTERO DELLE CATTEDRALI” , ed. Mediterranee, 19 , pag. 83: “(Il corvo) è il sicuro segno del successo futuro, la prova evidente dell’esatta preparazione del compost, il sigillo canonico dell’Opera.

Il percorso di affinazione dell’energia H 12, di cui ora trattiamo, che dal nero porta al rosso, esige nel ricercatore solitario l’avvento di un fatto nuovo: la relazione stabile con un partner  del sesso opposto.

Il lavoro di coppia (coniunctio), fondamentale per la pratica del Secondo Fattore (trasmutatio), inizia infatti fin dalla nigredo con la realizzazione di certe fasi (separatio, sublimatio) essenziali per l’acquisizione della cosiddetta “castità scientifica” (la scienza ermetica). Solo con essa la coppia raggiunge la completa purificazione dell’energia del Centro Sessuale (“opera al rosso”) ed è pronta per i lavori centrali del Secondo Fattore.

In altri termini, la coppia alchemica, sole e luna, diversificazione in opposti di un unico Androgino divino, lavorando con pazienza nel proprio “laboratorium oratorium”, impara per prove ed errori, memore del disastro causato da Pandora, a non versare il vaso di Hermes.

Il Dio greco HERMES equivale a quello romano MERCURIO. Il mercurio, per gli Alchimisti, equivale all’Enseminis di Paracelso, cioè al liquido seminale. Il vaso di Hermes è, in definitiva, il contenitore delle acque seminali, che non devono essere assolutamente  versate durante i lavori dell’ Opus. Il termine “castità” è quindi qui usato in modo diverso che nell’accezione comune. Non significa assenza di rapporti sessuali, ma rapporti sessuali senza perdita di energia, senza spasimo; superamento, quindi, sia della condizione dell’infrasessualità che di quella della sessualità normale. In senso metaforico, quindi, il “vaso” deve restare sempre “ermeticamente chiuso”. Pandora, invece, non resistette alla tentazione, versò il vaso e tutti i mali si diffusero nel mondo.

Tutto ciò esige il possesso di alcuni requisiti, che riassumiamo per praticità.

  • La coppia dev’essere stabile e non occasionale, e deve aver raggiunto la condizione di sessualità normale.
  • l’atto sessuale deve essere assolutamente privato, anche per ciò che concerne le esperienze interne; marito e moglie devono essere “sacerdoti” uno per l’altro;
  • la congiunzione carnale deve assumere sempre più l’aspetto di un atto “sacro”, in cui l’amore, oltre che esprimersi attraverso il desiderio sessuale, si manifesta attraverso il Fuoco Spirituale.

IL RISVEGLIO DEL FUOCO SACRO E LA FORMAZIONE DEI CORPI SOLARI

La coppia alchemica, ottenuta la castità scientifica e l’energia purificata della rubedo, possiede adesso la più alta capacità generatrice: non solo quella di generare, come le coppie comuni e correnti, altri corpi fisici, ma anche la capacità di generare i Corpi Solari e i Corpi Esistenziali Superiori dell’Essere, veicoli indispensabili al proseguimento del lavoro interno.

Ci si chiederà in che modo possa avvenire la generazione dei corpi fisici, dal momento che la congiunzione carnale avviene senza spargimento del seme. Per comprendere tale mistero, il mistero della Sacra Famiglia ovvero della generazione nella castità, è necessario  superare  la  logica  umana. Comunemente, infatti, una coppia è ritenuta “responsabile” quando genera un figlio nel momento che lei desidera. Nella “supersessualità” le cose stanno in modo diverso: è la Madre Divina che, in accordo con la legge del Karma, provvede al fatto che un’Essenza sia collegata magari ad un unico spermatozoo fecondante, senza che per questo debba essere  necessario l’enorme  spreco energetico dello spasimo.

Esamineremo adesso la teoria del processo della generazione dei Corpi Interni, servendoci del più alto simbolo allusivo del Secondo Fattore, il CADUCEO DI MERCURIO.

Il dio greco Hermes è comunemente raffigurato mentre tiene nella mano destra un bastone dalla forma apparentemente incomprensibile, denominato CADUCEO. Esso è simbolo di potere, potere di chi conosce il segreto della “scienza ermetica”, dunque del potere più alto, capace di portare alla pefezione spirituale. Tale simbolo è stato per questo motivo adottato anche dal Cristianesimo, ma per l’ovvio motivo di prendere le distanze dal paganesimo, è stato trasformato ed ha assunto, con il medesimo significato, la  forma del  pastorale  dei vescovi. Vedasi, a conferma di ciò, la pala dell’altare della navata sinistra della cattedrale di S.Stefano, a Zagabria, raffigurante S. Cirillo e Metodio.

La figura a lato mostra il Caduceo così come viene rappresentato simbolicamente (due serpenti attorcigliati verso l’alto su un bastone). Si noti che, durante l’accoppiamento, normalmente i serpenti assumono una forma attorcigliata.

La figura più in basso, invece, mostra il “Caduceo svelato”, cioè tutto ciò cui il simbolo allude in accordo con la tradizione esoterica.

Nell’osso sacro, in prossimità del chakra Muladara alla base della spina dorsale, giace attorcigliata la “Serpe Ignea dei nostri magici poteri”, il Fuoco Serpentino (per gli Indostani DEVI KUNDALINI SHAKTI). Giace immobile, attorcigliata tre volte e mezzo su se stessa, profondamente addormentata.

Essa, purissima Realtà spirituale, è un aspetto della Madre Divina Individuale, unica Forza  in  grado di generare i Corpi Interni e di annullare definitivamente gli Aggregati Psichici. Per questo la sua sede viene definita “sacra”.

Può venir risvegliata dal suo sonno unicamente attraverso un processo di trasmutazione alchemica. L’ Ens seminis, il “Mercurio arsenicato”, lavorato dalla coppia nella FORGIA INFUOCATA DI VULCANO, ovvero nell’ Athanor ermetico acceso dalla coniunctio, comincia ad esalare i suoi vapori risalendo verso l’alto lungo due cordoni di sostanza eterica. Essi, denominati “NADI”, sono collegati in basso con le ghiandole sessuali e in alto con le due narici. Si capisce così come sia importante la respirazione nel processo di trasmutazione.

Quello destro, di flusso positivo (“PINGALA”), parte dal testicolo destro e arriva alla narice sinistra; quello sinistro, di flusso negativo (“IDA”), parte dal testicolo sinistro e arriva alla narice destra.

Per le donne è l’inverso: Pìingala (+) nasce  dall’ovaio  sinistro e arriva alla narice destra;  Ida (-)  nasce  dall’ovaio  destro  e  finisce  nella  narice sinistra.

I “nadi” si avvolgono attorno alla spina dorsale e vi si incrociano tre volte.

Durante la trasmutazione, quando i vapori del Mercurio si incrociano nel TRIVENI, cioè nell’ incrocio più basso tra i due “nadi”, si verifica lo chock necessario e sufficiente per il risveglio della serpe divina. Essa, nella forma di FUOCO SACRO, incomincia a srotolarsi e a risalire lentamente lungo la colonna vertebrale, vertebra per vertebra, aprendo uno dopo l’altro tutti i Chakra e conferendo all’iniziato i poteri corrispondenti.

La tradizione esoterica orientale stabilisce, com’è noto, l’esistenza di sette CHAKRA lungo la spina dorsale.  Essi costituiscono  de i vortici di energia che, una volta attivati, conferiscono facoltà particolari, indispensabili al lavoro interno.   Essi   possono essere interpretati anche come i “sensi” del Corpo Astrale e sono essi stessi costituiti di materia astrale. Dal basso in alto sono denominati: MULADARA, SVADHISHTHANA, MANIPURA, ANATHA, VISHUDDA, AJINA, SAHASRARA  e conferiscono rispettivamente i poteri sulla terra, sull’acqua, sul fuoco, sull’aria, sulla voce e l’udito, dalla sapienza e della poliveggenza. Sulle tecniche per l’attivazione dei Chakra vi è molta discordanza tra le diverse scuole. Qui si sostiene che essa può essere prodotta soltanto dalle pratiche proprie del Secondo Fattore.

La Kundalini, in questo modo, risale nella colonna vertebrale per sette volte. Le prime due giunge fino all’intracciglio, e genera il Corpo Fisico ed il Corpo Vitale Solare: produce, cioè, una completa “rigenerazione” a livello tridimensionale. Le altre cinque volte giunge fino al cuore, e genera gli altri cinque Corpi Solari, rispettivamente Astrale, Mentale, Causale, Budhico, Atmico: genera, cioè, i Veicoli coscienti in grado di esplorare tutte le dimensioni del cosmo.

Teoricamente, la risalita della Kundalini (il “fuoco sacro”) lungo la colonna vertebrale è un fatto meccanico   legato   unicamente   al processo di trasmutazione alchemica. Si dice, però, che essa avviene anche “in accordo con i meriti del cuore”, e ciò risulta evidente se si pensa che la trasmutazione è un atto sacro che si compie solo in chi ricerca sinceramente i valori spirituali. Non si può tuttavia escludere del tutto il processo di trasmutazione meccanica, e la prova concreta di ciò è data dalla presenza degli HASNAMUSSEN.

I Corpi Solari rappresentano per l’iniziato i veicoli necessari per entrare con coscienza nel “Pleroma”, cioè nella pienezza della manifestazione dell’Assoluto. Le diverse dimensioni del Cosmo, astrale, mentale, causale, le regioni paradisiache del Nirvana diventano, per mezzo dei Corpi Solari oggetto di autentica  esperienza diretta.

Tale accesso cosciente alla realtà della Manifestazione costituisce un obiettivo fondamentale del lavoro interno, e ciò almeno per tre ordini di motivi:

– permette all’Iniziato di compiere un passo significativo nel proprio processo di spiritualizzazione lungo la strada del “ritorno al Padre”. Egli, infatti, rendendosi indipendente dai vincoli del mondo della materia, diminuisce la propria distanza dall’Assoluto;

– la possibilità di muoversi con coscienza nelle regioni superiori, solari, dei diversi Mondi trasforma l’Iniziato in un soggetto gerarchico. Cioè, per quella parte che è libera da Ego, egli diventa una Gerarchia Celeste ed entra a far parte di quell’ “esercito della voce” che emana dall’Assoluto e, nel contempo, lo costituisce. In tale veste egli può assumersi dei compiti in accordo con il suo raggio di appartenenza (vedi quanto già detto in proposito nella seconda parte del presente Compendio);

– l’esplorazione cosciente del proprio mondo astrale, mentale e causale mette l’Iniziato in condizioni di poter rendersi consapevole dei propri difetti, anche di quelli più piccoli e nascosti; condizione questa necessaria alla successiva pratica di eliminazione e di aumento della percentuale di Essenza libera. Tali  difetti sono chiamati esotericamente “l’altra faccia della Luna Psicologica”.

Tuttavia, la formazione dei Corpi Solari non rappresenta che il primo passo lungo il cammino che porta all’Assoluto. Tali veicoli, attraverso la perseveranza del candidato nei processi di trasmutazione propri del Secondo Fattore, devono prima o poi venir distrutti per consentire la nascita di strumenti ancor più prodigiosi, denominati CORPI D’ORO. Essi sono il simbolo dell’oro spirituale perseguito con i lavori dell’ opus  e consentono a chi li possiede di compiere il  descensus ad infera  necessario per indagare nella causa stessa dell’Ego, fino in ogni sua più piccola radice. In questo lavoro, simbolicamente, il candidato comincia ad affrontare le dodici fatiche di Ercole, calandosi negli inferni dei singoli pianeti per guadagnarsi il diritto di conquistarne i rispettivi cieli.

Successivamente, in seguito all’acquisizione del lapis filosoforum o “pietra filosofale”, l’iniziato riqualifica anche i Corpi d’Oro e li trasforma in CORPI DI LUCE, veicoli questi adatti ad entrare nella Realtà dell’Assoluto e a compiere la volontà della Sua unica legge, l’AMORE.

Abbiamo già notato la corrispondenza tra Amore e Libero Arbitrio; ciò significa che, anche giunto nell’Assoluto, l’iniziato, ormai vera e propria Gerarchia Celeste, ha la facoltà di “scagliare la pietra” e di rinnegare cioè tutto il lavoro svolto, e di scendere a precipizio lungo la scala del livello dell’Essere.

LA MORTE DELL’EGO

La pratica del Primo Fattore non conduce direttamente alla morte dell’Ego, bensì soltanto alla sua decapitazione, cioè alla morte di una parte dei difetti che lo costituiscono. La distruzione totale dell’Ego, anche nelle sue parti più nascoste e tenaci, richiede l’opera della Madre Divina non più sotto l’aspetto di Stella Maris, ma in quello potentissimo di  Devi Kundalini Shakti  (FUOCO SACRO). Questo processo si può realizzare soltanto durante la pratica del Secondo Fattore, allorché il Fuoco Sacro ha la possibilità concreta di sprigionarsi verso dentro e verso l’alto, in senso centripeto, lungo la colonna vertebrale.

In sintesi, la coppia alchemica, nel momento stesso in cui lavora per la costruzione dei Corpi Interni, ha anche la possibilità di distruggere un Ego già in precedenza decapitato, compreso ed indagato in ogni suo aspetto visibile e infernale.  L’uomo e la donna, a turno, durante il lavoro di trasmutazione dell’energia, possono invocare insieme Devi Kundalini Shakti per la distruzione del loro difetto. In questo modo la coppia combatte insieme, nella forma di androgino divino, per la propria totale liberazione. L’uomo aiuta la donna e la donna aiuta l’uomo nel progresso verso la reciproca santificazione.

Questo è il profondo significato esoterico e simbolico della MORTE IN CROCE: il simbolo della croce rappresenta l’unione del maschile (orizzontale) con il femminile (verticale).  La morte a cui si allude è, naturalmente, la morte mistica.

Un altro simbolo dell’unione tra il maschile ed il femminile è il cosiddetto “sigillo di Salomone”, costituito da due triangoli sovrapposti, quello maschile con il vertice in alto, quello femminile con il vertice in basso. Un bell’esempio di tale simbolo di trova in forma di mosaico ad Aquileia (Udine), nell’Aula “gnostica” della Basilica.

LA PRATICA DEL SECONDO FATTORE

L’ ARCANO (questo è il nome esoterico della parte più interna e riservata dell’insegnamento relativo alla pratica della Magia Sessuale) è sempre stato coperto dal più profondo segreto. In passato, chi rivelava i segreti dell’Arcano era condannato ad una morte atroce ed immediata.   Ai giorni nostri, nel linguaggio corrente, il termine “arcano” ha perduto il suo significato originario, etimologico, per conservare invece quello, più neutrale e meno impegnativo, di “segreto inestricabile”.

Esso deriva dal termine greco arché, che significa “punto di partenza”, “ricapitolazione” é  tradotto anche semplicemente con “arca”. Delle due arche più celebri, quella di Noè e quella dell’alleanza, la prima allude più chiaramente ad un contenuto sessuale: coppie di animali salvati in mezzo alle acque.

Nei culti misterici della Grecia antica, della cui parte più segreta non ci è pervenuta praticamente alcuna attendibile traccia documentale, l’Arcano è appena intuibile (ad esempio, nei culti agresti di fertilità, nei misteri orfici ed eleusini);

Dai pochi elementi di cui disponiamo (Empedocle, Porfirio, Apuleio) sembra essere costante, negli   antichi   misteri,  l’abbinamento tra  il  tema  della discesa  all’inferno  (Primo Fattore)  e  quello  della    rinascita (Secondo Fattore). Quest’ultimo   tema   si concretizza nell’allusione alla coppia mistica attraverso la vicenda di Orfeo ed Euridice (Virgilio, libro IV delle Georgiche; Ovidio, Metamorfosi).

Più riconoscibile è certamente nell’iconografia alchimistica del 1600 (“Atalanta fugiens” di M. Maier, “Mutus liber” di Altus); diventa quasi evidente nelle raffigurazioni sacre dell’India classica. Mai, però, esso è rintracciabile in un documento scritto che lo riveli o lo analizzi in modo esplicito e nei dettagli. Prova evidente, questa, che esso fu sempre tramandato per via orale. Come si dice, “da bocca ad orecchio”.

Svelare pubblicamente a generici ascoltatori o a lettori di un libro non precedentemente preparati la tecnica dell’Arcano, comporta certamente dei rischi.

In primo luogo, perché l’energia sessuale è potente e sottile: saperla risvegliare non implica subito anche il fatto di saperla poi padroneggiare. Ciò richiede spesso la presenza di un insegnante “personalizzato”.

Secondariamente, perché l’ascesa della Kundalini, nelle prime fasi del suo risveglio, può essere meccanica. La divulgazione delle tecniche del Secondo Fattore, senza la certezza che colui che vi accede proceda anche in concreto alla eliminazione dei propri difetti psicologici, espone al rischio di creare degli Hasnamussen.

Inoltre, la parola scritta ha il limite di cristallizzare qualsiasi concetto, di datarlo, rendendolo vittima  del tempo e della particolare personalità dell’autore; tradisce, insomma, quello spirito di continuo rinnovamento e “aggiornamento” che è una caratteristica tipica dell’insegnamento esoterico e che solo la tradizione orale è in grado di garantire.

Per questa serie di motivi, ed anche per altri di carattere più personale, l’Autore di questo libro non divulgherà la tecnica dell’Arcano.  Egli raccomanda, invece, ancora una volta, a chi intendesse accostarsi seriamente alla pratica dei Misteri, di rivolgersi ad una Scuola Iniziatica.

 

FONTE

www.gnosi.it

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Esoterismo, Scienza, Spiritualità

IL ROSPO PSICHEDELICO DEL DESERTO DI SONORA

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Speciali ghiandole multi­cellulari concentrate sul collo e gli arti di Bufo Alvarius producono un viscoso veleno bianco lattaginoso che contiene grandi quantità del potente allucinogeno 5­MEO­DMT. Quando vaporizzato dal calore e portato nei polmoni in forma di fumo, questo alcaloide base­indolico produce una incredibilmente intensa esperienza  psichedelica di durata incredibilmente breve. Non ci sono spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, un piacevole afterglow psichedelico appare abbastanza regolarmente dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

PARTE PRIMA

Il deserto di Sonora è una vasta area dai confini irregolari che si estende per circa 310.000 Km dal sud­est della California attraverso la parte meridionale dell’Arizona spingendosi a sud fino a Sonora, Messico. Il deserto si eleva dal livello del mare fino a raggiungere oltre 1500 metri dove gli aridi bassopiani di mesquite e cresoto sono tagliati da canyon montagnosi di quercia e sicomoro. E’ una zona aspra in cui la temperatura può raggiungere i 60°C all’ombra e la piovosità tocca appena i 127 mm annui.

Uno degli abitanti più eccezionali del deserto di Sonora è il rospo indigeno, Bufo alvarius. Sebbene il genere Bufo comprenda più di duecento specie di rospi, il Bufo Alvarius è l’unica specie che vive esclusivamente nel deserto di Sonora. A differenza della maggior parte dei rospi, il Bufo Alvarius è semi­acquatico e deve restare nelle vicinanze di una fonte sicura d’acqua per poter sopravvivere. Di conseguenza, l’habitat prediletto da questa specie è costituito dai canali di scolo dei fiumi e ruscelli permanenti del deserto di Sonora.

Questo delicato ambiente desertico, come la maggior parte dei luoghi sulla terra, non è stato trascurato dall’uomo nella sua costante opera di manipolazione della natura, ma abbastanza sorprendentemente, lo stile di vita semi­acquatico del Bufo Alvarius ha coinciso piuttosto bene con i progressi dell’uomo civilizzato. Più di un migliaio di anni fa, gli indiani Hokokam cominciarono a deviare il corso del fiume Gila per irrigare il suolo arido. Lavorando con bastoni e pietre, questa popolazione primitiva aprì la strada ad un sistema di coltura estensiva nel deserto. La loro originale rete di canali è stata estesa nei secoli ed ora irriga più di 1,5 milioni di acri del deserto di Sonora. Questo equivale ad irrigare regolarmente un’area desertica pari a circa la metà dell’estensione del Connecticut. L’umidità dei terreni desertici soddisfa le sempre maggiori esigenze dell’uomo e contemporaneamente fornisce una nicchia stabile nell’ecosistema per il Bufo Alvarius.

Il Bufo Alvarius è un animale notturno e resta tutto il giorno sottoterra, sfuggendo alle temperature estreme della superficie con una strategia di vita sotterranea. All’imbrunire, questi rospi del deserto lasciano i loro anfratti nascosti e si riuniscono nelle zone umide vicino ai ruscelli e alle sorgenti, nei campi irrigati per l’agricoltura o in stagni temporanei creatisi dopo forti piogge. La stagione dell’accoppiamento, da Maggio a Luglio, è il periodo di maggiore attività per il Bufo Alvarius. E’ possibile catturare facilmente rospi grossi e robusti al calar della notte munendosi di torcia e un sacco di stoffa.

E’ la specie più grande di rospi nativi del Nord america; per quanto riguarda la lunghezza da grifo a podice, il Bufo Alvarius deve raggiungere un minimo di 76 mm per la maturità sessuale, sebbene gli adulti in grado di riprodursi continuino a crescere fino a circa 18 cm di lunghezza. Questo abitante del deserto ha una costituzione robusta, con un corpo tarkiato ed una testa larga e piatta. La pelle è liscia e coriacea, coperta qua e la da protuberanze di un pallido color arancio, ed il suo colore può cambiare notevolmente dal marrone scuro all’oliva o grigioverde. Il ventre è beige, di solito privo di segni. Ci sono da una a quattro escrescenze bianche sporgenti agli angoli della bocca ma ciò che identifica inequivocabilmente il Bufo Alvarius è la presenza di grandi ghiandole granulose sul collo e sugli arti. Le ghiandole granulose sono concentrazioni differenti di tessuti multicellulari. Quelle più sporgenti sono le due grosse ghiandole parotidi a forma di rene che si trovano, una per lato, sul collo sopra e dietro il timpano. Le ghiandole larghe e oblunghe sulla parte esterna di entrambe le zampe posteriori, tra il ginocchio e la coscia, sono dette femorali. In modo analogo, le tibiali sono lunghe ghiandole, o una fila di più corte, che si sviluppano in lunghezza dal ginocchio alla caviglia. Una concentrazione supplementare di queste ghiandole si trova su ognuno degli avambracci. Ognuna di queste ghiandole è formata da molti lobuli di forma ovale, che misurano circa 2 mm di diametro. Ogni lobulo è un’ unità ben distinta, con un canale che emerge dalla pelle come un singolo poro ben definito. Un doppio strato di cellule circonda ogni lobulo e funge da sintesi liberando un siero viscoso bianco ­ lattiginoso.

Il veleno prodotto dal Bufo Alvarius contiene uno spettro molto particolare e costante di amine biologicamente attive. La biosintesi delle amine è compiuta attraverso un sistema enzimatico regolato geneticamente. La via metabolica del Bufo Alvarius è unica nel regno animale in quanto produce grandi quantità di derivati 5 ­ metossi ­ indolici. Fra questi, l’alcaloide predominante, rappresentante il 15% del peso a secco del veleno, è la 5­metossi­N.N.­dimetiltriptamina (5­MEO­DMT). La 5­MEO­DMT è un potente allucinogeno psicoattivo per l’ uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 milligrammi. Fu sintetizzato per la prima volta nel 1936, ma i suoi effetti di espansione della mente non furono scoperti per oltre 20 anni. Poi, nel 1959, la 5­MEO­DMT fu identificata come l’alcaloide predominante nelle “sniffate” allucinogene di parecchie tribù del Nord america. Queste popolazioni primitive da lungo tempo preparano miscele da inalare con fiori, semi, cortecce e gambi di piante locali per raggiungere stai mentali alterati. Nel 1968, la 5­MEO­DMT fu scoperta anche nel regno animale.

Il Bufo Alvarius divenne famoso col nome di “rospo psichedelico” quando venne dimostrato che il suo veleno conteneva enormi quantità di questo alcaloide a base indolica. Estratta dai rospi del Nord america o dalle piante del Sud america o sintetizzata in laboratorio, la 5MEO­DMT è un allucinogeno estremamente potente. La 5­MEO­DMT ha 10 volte la potenza relativa della dimetil­triptamina (DMT), la popolare droga sintetica degli anni’ 60. Si deve cmq segnalare che la 5­MEO­DMT differisce dalla DMT sotto due aspetti importanti. Primo, mentre la 5­MEO­DMT ha un gruppo metossilico nella posizione 5 dell’anello indolico, la DMT non ce l’ha. La presenza di questo gruppo metossilico accresce grandemente la solubilità della molecola nei grassi. Questo permette alla 5­MEO­DMT di penetrare la barriera ematoencefalica e raggiungere i siti attivi più rapidamente della DMT. Secondo, mentre la DMT è inserita nella Tabella 1 come sostanza sottoposta a controllo legale, la la 5­MEO­DMT è relativamente sconosciuta.

PARTE SECONDA

Da un esemplare adulto di grosse dimensioni può essere ricavato da mezzo grammo a un grammo o più di veleno fresco. Metà di questo peso è costituito da acqua che evapora con l’essiccazione, ma il 15% del peso a secco corrisponde all’alcaloide dominante, la 5MEO­DMT. In altre parole, un rospo di grosse dimensioni che secerne un grammo di veleno fresco può produrre l’equivalente di 75 milligrammi di potente allucinogeno, psicoattivo nell’uomo in dosi comprese tra i 3 e i 5 grammi. Il veleno fresco può essere facilmente ricavato senza alcun danno per il rospo.

Usate un piatto di vetro piano o qualsiasi altra superficie liscia non porosa di almeno 80 cm quadrati. Tenete il rospo di fronte al piatto fissato in posizione verticale. In questa maniera si può raccogliere il siero sulla superficie di vetro pulita mediante la manipolazione del rospo. Quando siete pronti ad iniziare, tenete saldamente il rospo con una mano e, con il pollice e l’indice dell’altra, premete vicino alla base della ghiandola fino a quando il veleno schizza fuori dai pori sul piatto di vetro. Usate questo metodo per raccogliere sistematicamente il siero da ognuna delle ghiandole granulari del rospo: quelle sugli avambracci, quelle sulla tibia e sul femore delle zampe posteriori e naturalmente le parotidi sul collo. Se concedete al rospo un’ora di riposo, ogni ghiandola può essere premuta una seconda volta per ottenere una resa supplementare. Al termine dell’operazione le ghiandole sono vuote e richiedono dalle 4 alle 6 settimane per rigenerarsi. Quando il veleno viene estratto dalle ghiandole, inizialmente è viscoso e di colore bianco lattiginoso. Nel giro di qualche minuto comincia quindi a seccarsi ed assume il colore e la consistenza del mastice. Raschiate il veleno dal piatto di vetro, essiccatelo completamente e mettetelo in un contenitore ermetico fino al momento in cui sarete pronti a fumarlo.

Il veleno del Bufo Alvarius è estremamente allucinogeno quando viene vaporizzato dal calore e assorbito dai polmoni in forma di fumo. Una dose adeguata per un adulto normale di peso medio è un pezzo di siero essiccato grosso più o meno come la testa di un cerino. Tagliatelo in pezzi sottili con una lametta e metteteli in una pipa ad una presa dotata di un retino di ottone. Destinate l’uso di questa pipa esclusivamente al fumo del veleno del rospo poikè l’accumulo di residui nel fornello e la condensa di vapore nel cannello possono produrre un’alterazione non desiderata con il fumo di altre sostanze. Applicate una fiamma adatta e fumate il contenuto della pipa in un’unica aspirazione. Cercate di trattenere il fumo nei polmoni il più a lungo possibile poikè l’efficacia dipenderà in larga misura dal pieno assorbimento della dose in un’unica aspirazione.

Entro una trentina di secondi si produrrà un’ondata quasi irresistibile di effetti psichedelici. Sarete completamente assorbiti da un complesso evento chimico caratterizzato da un sovraccarico di pensieri e percezioni, un breve crollo dell’io ed una perdita del continuum spazio-­temporale. Rilassatevi, respirate regolarmente e lasciatevi andare all’esperienza. Dopo due o tre minuti, l’intensità iniziale cede gradualmente il posto a piacevoli sensazioni simili a quelle suscitate dall’LSD in cui sono comuni illusioni ottiche, allucinazioni, percezioni alterate. Potete avvertire una distorsione nell’immagine che percepite del vostro corpo od osservare il mondo restringersi o ampliarsi. Potrete notare che i colori appaiono più vivaci e più belli del solito e, molto probabilmente, proverete un’esperienza euforizzante inframezzata da scoppi immotivati di risa. Questo indescrivibile episodio ha una durata estremamente breve. Gli effetti allucinogeni spariscono rapidamente e l’intero ciclo psikedelico si conclude in una quindicina di minuti. Non ci sono conseguenze spiacevoli o effetti nocivi. Al contrario, una piacevole euforia psichedelica successiva all’esperienza appare abbastanza regolarmente e può durare parecchie ore o parecchi giorni dopo aver fumato il veleno del Bufo Alvarius, il rospo del deserto di Sonora.

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SESSO SACRO

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La sessualità nella filosofia orientale, e in particolare nella medicina tradizionale cinese, acquista un significato “speciale” e ben diverso da quello che si è evoluto in Occidente. Essa sottintende due obiettivi fondamentali.
Da un lato, la trasmissione della vita nel tempo: come tale la sessualità è uno strumento “sacro”, che permette la perennità della specie. L’individuo si assicura la propria “immortalità”, trasmettendo ai figli le “leggi della vita”, scritte nel cielo.
Da un altro lato la sessualità ha delle implicazioni fisiologiche e fisiopatologiche perché concerne l’energia più importante e profonda dell’organismo, l’energia “primordiale” (Yuan Qi). Oggi sappiamo che la sessualità è profondamente agganciata al sistema psico-neuro-endocrino-immunologico e quindi ai meccanismi più importanti e profondi del sistema vivente.

Non medicina, né cibo,né salvezza spirituale possono prolungare la vita di un uomo se non comprende e pratica il Tao dell’amore… (Pien Tse).
Di tutte le decine di migliaia di cose create dal cielo, l’uomo è la più preziosa. Di tutte le cose che fanno prosperare l’uomo, nessuna può essere comparata al rapporto sessuale. (Tung-hsüan, “L’arte dell’amore, 700 a.C.)

Quindi lo scopo della sessualità nell’uomo e nella donna è anche quello di mantenere l’equilibrio psicofisico dell’organismo, svolgendo dunque un preciso ruolo fisiologico.Questo fatto era ben noto nell’antica Cina, tanto è vero che il testo canonico di medicina interna, il “Nei Jing-Su Wen”, parla di tutte le patologie principali ma ben poco della sessualità.  Questa viene sviluppata invece in un libro particolare, chiamato “Su Nu Jing”, letteralmente “il Libro della figlia senza complessi”.

In questo classico, l’Imperatore Giallo interroga non più i suoi soliti consiglieri medici, come avveniva nel “Nei Jing” ma la sua precettrice medico, la dotta Su Nu, ed altre due donne: Xuan Nu e T’sai Nu, ogni volta che desidera informazioni su questo tipo di problemi.Il testo inizia infatti con una domanda dell’Imperatore circa le ragioni del suo stato di salute. Egli chiede a Su Nu:
“Sono stanco e manco di armonia. Il mio cuore è triste e pieno di apprensione. Che cosa devo fare?”
Risponde Su Nu:
“Ogni indebolimento dell’uomo va attribuito al suo modo difettoso di fare l’amore .La donna è più forte dell’uomo per il suo sesso e costituzione,alla stessa maniera con cui l’acqua è più forte del fuoco…Quelli che conoscono l’arte dello yin e dello yang possono mescolare i cinque piaceri e farne una gioia celeste…”.
Quindi l’ Imperatore interroga Su Nu, non per un problema sessuale ma per disturbi psicofisici. In realtà questi disturbi derivano da un comportamento sessuale non adeguato e ciò sta ad indicare l’importanza della sessualità sull’equilibrio fisiologico degli individui, spiegando perfettamente il perché dei disturbi che abbiamo definiti “mascherati”.
Il libro espone quindi le varie tecniche sessuali, sia per l’uomo che per la donna, a seconda dei problemi specifici.Per fare un paragone moderno, si può anche dire che il “Nei Jing” è un libro di “medicina interna”, mentre il “Su Nu Jing” è un trattato di igiene sessuale, ginecologia e di psicologia insieme. A chi interessi l’approfondimento del discorso consigliamo di leggere questo libro, considerato come l’equivalente del Kamasutra per i cinesi.

I “cinque segni” della soddisfazione della donna, menzionati nel “Su Nu Ching”(periodo Han, 206 a.C. – 219 d.C.) . L’Imperatore chiede a Su Nu: “In che modo un uomo osserva la soddisfazione della sua donna? “. Su Nu: “Vi sono 5 segni, 5 desideri e 10 indicazioni. Un uomo dovrebbe osservare questi segni e reagire di conseguenza”. “Essi sono:
1. La sua donna ha il volto arrossato e le orecchie calde. Ciò indica che nella sua mente si sono destati pensieri d’amore. L’uomo può ora cominciare il coito, gentilmente, quasi tormentosamente, senza spingere a fondo e aspettando le reazioni della compagna.
2. Il naso è sudato e i capezzoli diventano duri. Ciò significa che il fuoco della passione arde più forte. La “picca di giada” (il glande) può ora spingersi fino alla “valle gentile” (circa 12 centimetri), ma non molto oltre. L’uomo dovrebbe attendere che il desiderio di lei si intensifichi prima di andare più a fondo.
3. Quando la voce della donna diventa roca e bassa, come se avesse la gola secca, il desiderio si è intensificato. Gli occhi sono chiusi, la lingua guizza tra le labbra ed ella ansima in modo udibile. Questo è il momento in cui la “picca di giada” dell’uomo può andare dentro e fuori liberamente. La comunione sta ora raggiungendo grado a grado uno stadio estatico.
4. Il “palloncino rosso” (la vulva) è abbondantemente lubrificato, poiché il piacere della donna si sta avvicinando al culmine, e ogni spinta dell’uomo aumenta tale secrezione. Leggermente la “picca di giada” tocca le punte della “castagna d’acqua” (cinque centimetri circa). Poi l’uomo può usare il metodo di una spinta a destra e una a sinistra, una spinta lenta e una rapida, o qualunque altro, a piacere.
5. Quando i “dorati fiori di loto” (i piedi della donna) si sollevano in alto come per abbracciare l’uomo, la sua passione e la sua brama hanno raggiunto il vertice. Ella avvolge le gambe intorno alla vita dell’uomo, mentre con le mani gli stringe le spalle e la schiena. La lingua sporge tra le labbra. Questi sono i segni che l’uomo deve ora spingere la propria “picca di giada” fino alla “valle della camera profonda” (15 centimetri circa). Questi colpi profondi la renderanno estaticamente soddifatta in tutto il corpo”.

Secondo il taoismo la donna (yin) è superiore all’uomo (yang), come l’acqua (yin) è superiore al fuoco (yang).”Coloro che sono esperti nei rapporti sessuali sono come dei bravi cuochi che sanno armonizzare i cinque sapori per preparare salse appetitose. Essi sanno fondere i cinque piaceri, mentre coloro i quali sono inesperti muoiono di una morte prematura, senza neppure aver provato gusto nell’atto sessuale”.
E inoltre: “L’unione dell’uomo e della donna è come quella del cielo e della terra. È proprio perché sono uniti correttamente che il cielo e la terra durano da sempre. L’uomo invece ha perduto questo segreto, perciò la sua vita è sempre più abbreviata. Se l’uomo sapesse servirsi delle arti dello yin e dello yang per evitare tutto ciò che lo danneggia certamente potrebbe ottenere l’immortalità”.

A tal fine i taoisti fornivano numerosi consigli su come compiere l’atto sessuale, come insegna il “Su Nu Ching”: “Se l’uomo riesce a non emettere l’essenza in un rapporto sessuale, il suo spirito vitale si rafforzerà. Se riuscirà a farlo in due rapporti, il suo udito e la sua vista diverranno più acuti. Se lo farà in tre rapporti, tutti i suoi malanni scompariranno. Dopo quattro rapporti senza emettere, il suo animo starà in pace. Dopo cinque, la circolazione del suo sangue migliorerà. Dopo sei, i suoi fianchi si rafforzeranno. Dopo sette, si rafforzeranno le sue cosce e le sue natiche. Dopo otto, il suo corpo apparirà come lucente. Dopo nove, otterrà la longevità. Se riuscirà per dieci volte ad avere rapporti senza emettere, allora comunicherà con gli dei”.

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ELI, ELI, LAMA SABACHTANI

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Il “Cristo” meramente utilitaristico, cioè “morto inutilmente”  in quanto utile solo a delineare la preminenza della gerarchia confessionale rispetto alla gente comune è connesso al greco “CHRESTOS”, che significa appunto utile (adatto, idoneo, abile).

L’antico concetto di uomo libero era infatti riferito, nelle sedi di iniziazione ai mondi spirituali, al corpo fisico come strumento “più adatto” e completo per l’evoluzione dell’io, che ha luogo proprio mediante l’uso ed il consumo del corpo fisico anche in rapporto alla sofferenza ed al dolore.

“CHRISTOS”, in latino “CHRISTUS”, significa invece “unto”, ed è la traduzione letterale dell’ebraico “MASCIACH”, “Messia”. Nell’antichità erano “unti” i sacerdoti, i re e i profeti, e ciò che era venerato a dicembre era il più grande “unto” dell’intero universo: lo spirito del Sole.

In base a questa conoscenza gli iniziati facevano l’esperienza riassunta nelle parole di Paolo: “Non io, ma il Cristo in me”, che significano: non il mio io pieno di egoismo deve prevalere; questo si deve fare strumento (“CHRESTOS”) per l’io Cristico (“CHRISTOS”).

Infatti era notorio che nella morte “moriva” solo lo strumento fisico, il CHRESTOS, mentre lo spirito, il CHRISTOS, poteva “risorgere”, secondo la sua natura immateriale, in ogni individuo umano. Ecco perché l’antica formula per la morte del “CHRESTOS” era: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, mentre per il CHRISTOS era: “Mio Dio, mio Dio, quanto mi hai esaltato!”.

Nell’ebraico antico le due frasi suonano quasi uguali: “ELÌ, ELÌ, LEMÀ SABACTÀNI” (mi hai GLORIFICATO) ed “ELOÌ, ELOÌ, LEMÀ AZABTÀNI” (mi hai ABBANDONATO; da “AZÀB”, “abbandonare”, verbo formato dalle lettere AIN, ZAIN E BET).

In effetti, l’espressione ELI, ELI, LAMA SABACHTANI

-Ηλει Ηλει λεμα σαβαχθανει-

non ha mai significato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Significa originariamente il contrario. Sono le parole sacramentali utilizzati dall’iniziazione finale nell’antico Egitto, come anche in altre regioni, durante il Mistero della messa a morte del “CHRESTOS” nel corpo mortale, con le sue passioni animali, e la resurrezione dell’uomo spirituale come CHRISTOS illuminato in un’aura ora purificata (equivalente alla “seconda nascita” di Paolo, il “nato due volte” o a quella iniziatica dei brahmani, ecc.). Queste parole erano rivolte all’io superiore dell’Iniziato (“Sé Superiore”), lo Spirito divino in lui nel momento in cui i raggi del sole mattutino si riversavano sul corpo in trance del candidato, e dovevano richiamarlo alla vita della sua nuova rinascita. Tali parole, poi distorte a fini dogmatici, erano indirizzate al Sole spirituale interiore, e significavano “Mio Dio, Mio Dio, come mi glorificherai!”

Questo fatto, di cui oggi non si parla più, ha portato al capovolgimento della logica riguardante la risurrezione dell’io e, di conseguenza, si arriva a predicare la risurrezione del corpo come se il corpo fosse la cosa più importante dell’essere umano; o come se la “manna” dell’uomo fosse il cibo che lo nutre come mero corpo terrestre, materiale.

Le cose però non stanno così. Una immortalità del corpo che senso avrebbe?

«Non posso che concordare con Haeckel quando dice di preferire a un’immortalità, quale molte religioni la insegnano, “l’eterno riposo nella tomba”. Infatti l’idea di un’anima che sopravvive allo stesso modo di un essere sensibile mi appare un abbassamento dello spirito, un ripugnante peccato contro lo spirito» (Rudolf Steiner, 1861-1925).

Il “MANAS” indica in sanscrito l’intelligenza dell’io umano, e questo “MANAS” fu sempre sentito provenire dall’alto. Gli indiani d’America lo adoravano nel dio “Manitù”. Nell’antica Grecia fu conosciuto come la forza del “Minotauro” dominata da “Minosse”. La civiltà “minoica”, col suo culto del toro, fu appunto quella del rinvenimento della ragione per tornare alla luce (attraverso il famoso filo di Arianna, simboleggiante il filo nel “labirinto” della ragione, o del “MANAS” appunto). Era il periodo in cui tale forza incominciava ad essere percepita non più proveniente dalla sede del torace o del cuore ma da quella del capo umano.

Questa aurea attività interiore e solare, in grado di generare ricchezza spirituale e materiale (perfino il termine capitalismo proviene da “capo”, “testa”, “cranio”, “GOLGOTA”), era perciò in grado di soddisfare anche ogni desiderio di cibo, cioè della cosiddetta “manna” del mondo ebraico. “Man” è anche la radice dell’umanità stessa. Ma cos’è la manna umana se non il talento dell’io umano, generatore di ricchezza sia spirituale che materiale? Bisognerebbe chiedersi dunque per quale ragione le confessioni religiose odierne non vogliono testimoniare che tale intelligenza è quella stessa del Logos o del Cristo in ogni essere umano. Hanno forse paura dell’intelligenza della natura umana? Sembra proprio di sì, dato che è sempre più evidente che la si vorrebbe, in un modo o nell’altro, rendere schiava, o crocifiggerla ancora, la croce essendo la massima espressione del materialismo.

Quando il cristianesimo divenne religione di Stato (verso la fine del quarto secolo circa) entrò infatti in esso qualcosa che non era più cristianesimo. E cos’era? Era l’imperialismo della romanità in declino. L’ampia e profonda saggezza che nei primi secoli cristiani tentava di compenetrare il mistero del GOLGOTA (cranio) e tutto ciò che vi si ricollega, fu travolta dal materialismo occidentale, che lentamente, dal quarto secolo in poi, pervase la civiltà occidentale ed oggi è l’espressione del passaggio verso il materialismo cattolico, connesso all’“uomo dei dolori”, cioè al “CHRESTOS”, non al “CHRISTOS”.

Con ciò si produsse una frattura nel mondo della cristianità. L’immagine del Cristo crocifisso e sofferente, che da allora in poi perdurò per secoli, non permise più di afferrarlo nella sua essenza immateriale e risorgiva come io in ogni essere uomo. Ed oggi il Cristo è percepito solo come particola, come corpo materiale, senza che l’io trionfi come vincitore e custode dell’umanità.

La stessa idea della nascita umana o del Natale si è impoverita al punto che il più grande evento è stato ridotto ad un banale processo fisiologico, sperimentabile consumisticamente (cena di Natale) o tutt’al più sentimentalmente (auguri di Natale).

Eppure attraverso l’idea del passaggio evolutivo verso l’io che proviene dall’alto entra nell’uomo qualcosa che non può comprendersi materialisticamente.

Due sono dunque i mondi che questo passaggio riunisce: il mondo sensibile e quello sovrasensibile. L’io umano appartiene a quest’ultimo. L’io non è percepibile mediante i sensi ordinari. Per percepire l’io occorre abbandonare l’ordinaria percezione sensibile. Questo ABBANDONO dei sensi ordinari apre la porta alla percezione sovrasensibile, la quale procura la GLORIA dell’io-Logos, consistente nella via, nella verità e nella vita di ciò che è eternamente alto. Perfino la parola “alto” ha la medesima radice “AL” di “ALLAH”, “ELYON”, “ELOAH”, “ELOIM”.

Ogni nascita, così come ogni morte, è gloriosa, perché ogni cambiamento fa parte di una evoluzione. E questo riguarda anche ogni abbandono. L’abbandono” comporta, anche etimologicamente, un “bando” o una “bandiera” da lasciare. In fondo si lascia una rappresentazione per un’altra rappresentazione, un pensiero per un altro, perché questa è la vita del pensare. L’essenza di ciò che nasce e di ciò che muore ha in sé una forza che va oltre quella mera nascita o quella mera morte.

A questo punto del ragionamento sembra quasi di ritornare nella mistica degli antichi o delle antiche scritture. Ma non è così. Credo, anzi, sia sbagliato usare le antiche scritture, come ad esempio la Bibbia, per dimostrare con interpretazioni mistiche o incapaci di uscire dal misticismo che l’uomo è qualcosa di essenzialmente alto o, quanto meno, diverso dalla terra. In realtà l’uomo è essenzialmente extraterrestre, e bisognerebbe avere il coraggio di scoprirlo e casomai verificarlo con le scritture dopo averlo scoperto. Per verificarlo occorre semplicemente identificare l’individuo umano non con la terra o con la mineralità o con la materia, ma col suo io, percepibile solo in modo sovrasensibile. Noi non siamo il nostro corpo. Siamo gli abitatori di esso, e solo in quanto tali siamo extraterrestri. Io oggi sono diverso da ieri o dal tempo in cui avevo tre, o trenta, o sessant’anni, perché la mia “terra” cambia sempre ed ogni sette anni è completamente diversa perfino nella sua struttura ossea (la fisiologia lo dimostra: ogni sette anni, il nostro corpo fisico si trova rinnovato: nessuna sua cellula, da quella dei muscoli a quella dello scheletro, vive più di sette anni). Io invece pur cambiando sempre sono sempre io. E questo è quello che conta. Perché ogni io è eterno: non è mai nato e mai morirà.

Da questo punto di vista è interessante notare in Africa, in Mali, la tribù dei Dogon: «Questa popolazione possiede sorprendenti conoscenze astronomiche. I Dogon, infatti, sanno dell’esistenza di Sirio B, una piccola stella orbitante intorno a Sirio e del tutto invisibile ad occhio nudo. E si noti che gli astronomi occidentali, fino alla metà del XIX secolo, non sospettarono l’esistenza di Sirio B che fu poi fotografata solo nel 1970. Come fanno i Dogon a sapere che Sirio è una stella doppia? A quanto essi stessi dicono, queste conoscenze sono state loro trasmesse dagli abitanti di un pianeta di Sirio B sbarcati sulla terra. E queste creature venute da Sirio, che i Dogon chiamano NOMMO, erano a forma di pesce e dovevano vivere nelle acque perché anfibie». Il nome “DOGON” è molto simile a quello di una divinità filistea, “DAGON”, a volte rappresentata come mezzo uomo e mezzo pesce, di cui parla anche la Bibbia. Si noti l’assonanza anche con l’ebraico “DAGHÌM”, “pesci”, plurale di “DAG”, pesce”.

Certamente il credente nell’uomo come essere meramente terrestre troverà mille ragioni per dimostrare che l’extraterrestre non esiste. Però per affermare anche una sola di queste ragioni dovrà, per forza di cose, contrapporsi alle forze del cielo o provenienti dall’alto per affidarsi a quelle provenienti dalla terra. Dovrà, per forza di cose, credere più ad un impercepibile “quanto” che al proprio percepibile io, ricadendo di nuovo nel misticismo che, grazie alla scienza, dal tempo di Galileo avrebbe dovuto imparare a superare… Anche questo riguarderà comunque la sua evoluzione di essere umano.

La GLORIA dell’io-Logos è in ebraico “KAVÒD”, che significa letteralmente “peso”.

È interessante notare come questo “peso”, a dispetto di ogni forza di gravità terrestre, tenda verso l’alto.

Forse è per questo motivo che il soppesare è anche sinonimo del pensare. A questo punto è interessante osservare che nella misura in cui è possibile la riflessione concettuale, il cervello si allontana dalle forze gravitazionali e della pesantezza materiale grazie alle forze idrostatiche del liquido cefalo-rachidiano: grazie alla presenza di questo liquido (detto “liquor”) il cervello pesando un settantesimo del suo peso reale rende possibile la riflessione concettuale. Se pesasse completamente sui nervi cranici, schiacciandoli, vale a dire premendo sullo spazio sub-aracnoidale intracranico che risente di tutte le variazioni di pressione (dovute alla respirazione mediante inspirazione ed espirazione) del liquido cefalo-rachidiano, non esisterebbe né la vita del pensare né la stessa vita umana.

Questa cosa è talmente importante che nella prima conferenza del ciclo “I capisaldi dell’economia” Rudolf Steiner incomincia proprio con questa considerazione con la quale concludo queste riflessioni:

«Io parlo ora soprattutto a studenti, per indicare loro come ritrovarsi nell’economia politica. Di conseguenza desidero dire quel che ora è più essenziale. Quando nacque il bisogno di sollevare problemi di economia politica, eravamo già in un tempo in cui non si aveva più la capacità di pensiero atta ad abbracciare un campo come questo; mancavano ormai, semplicemente, le idee adeguate. Voglio mostrare che era così mediante un esempio tratto dalla scienza naturale.

Noi uomini abbiamo il nostro corpo fisico, ed esso ha un peso come lo hanno gli altri corpi fisici. Dopo il pasto esso pesa più di quanto non pesava prima; tanto che si potrebbe controllarne l’aumento con una bilancia. Ciò vuol dire che l’uomo è sottoposto alla legge di gravità. Ma solo con tale gravità, che è una qualità di tutti i corpi ponderabili, non potremmo fare molto, e l’uomo sarebbe costretto a girare il mondo come un automa, non come un essere cosciente. Ho detto spesso che cosa occorra perché ci possiamo formare dei concetti che abbiano un valore, cioè che cosa occorra all’uomo per pensare. Il cervello umano, preso per sé, pesa circa 1400 grammi. Se questi 1400 grammi gravassero sulle arterie che stanno alla base cranica, le schiaccerebbero completamente. Non si sopravvivrebbe un istante se il cervello umano fosse fatto in modo da gravare con tutti i suoi 1400 grammi! È davvero una fortuna per gli uomini che esista il principio di Archimede secondo il quale, nell’acqua, ogni corpo perde tanto del suo peso quanto è il peso del liquido che esso sposta. Il cervello galleggia nel liquido cefalico e perde così 1380 grammi, poiché tale è il peso della massa liquida che corrisponde al volume del cervello umano. Il cervello preme con soli 20 grammi sulla base cranica, e questa pressione è sopportabile. Ma se ci domandiamo “a che serve tutto ciò?” dobbiamo rispondere: con un cervello che fosse soltanto massa ponderabile non potremmo pensare. Noi non pensiamo con ciò che è sostanza pesante, ma pensiamo con la spinta ascensionale. La sostanza deve prima perdere il proprio peso, e solo allora possiamo pensare. Noi pensiamo con ciò che vola via dalla terra.

Siamo però coscienti in tutto il corpo. E da che cosa siamo resi coscienti in tutto il corpo? Nel nostro corpo esistono 25.000 miliardi di globuli rossi, i quali sono assai piccoli, ma anche pesanti, perché contengono ferro. Ognuno di questi 25 bilioni di globuli rossi galleggia nel siero del sangue, perdendo del suo peso tanto quanto sposta di liquido, così che anche in ogni singolo globulo rosso viene generata una spinta ascensionale; e proprio 25 bilioni di volte. Nel nostro corpo intero noi siamo coscienti grazie a ciò che spinge verso l’alto. Possiamo così dire che quando ingeriamo degli alimenti, essi devono anzitutto venir alleggeriti, trasformati, perché possano servirci. Tale è l’esigenza dell’organismo.

Ora la capacità di pensare a questo modo e di regolarsi in conformità si era perduta nell’epoca in cui era diventato necessario pensare ai problemi economici. Da allora in poi si tenne conto soltanto dei corpi ponderabili, senza ricordare ad esempio che in un organismo una sostanza ha un comportamento diverso in rapporto alla sua gravità quando subisce una spinta ascensionale.

 

FONTE

http://sabatoxuomo.altervista.org/

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LA MORTE NELL’ANTICO EGITTO

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IL GIUDIZIO DEI MORTI

L’uomo secondo gli egizi risultava costituito da un corpo e da tre forze spirituali:

KA (forza vitale) è la principale. La sua presenza distingue gli esseri viventi da quelli non viventi: è il nucleo centrale dell’anima che viene trasmesso dagli antenati e poi viene trasmesso ai propri figli. La morte non è vista in modo così drammatico perché quando una persona muore si dice che si ricongiunge con il suo ka.

BA è invece la forza, ciò che assicura l’individualità di ognuno; dopo la morte abbandona temporaneamente il corpo per ricongiungersi successivamente.

AKH è la terza componente che raggiunge il suo massimo sviluppo solo dopo la morte.

Perché le forze spirituali, che lasciano il corpo durante la morte, si possano poi ricongiungere nell’aldilà, era importante tenere il corpo integro, non si doveva decomporre. Per questo motivo gli egiziani hanno deciso, almeno per le caste più importanti di praticare la Mummificazione.

Solo infatti attraverso la mummificazione il corpo si conservava integro e poteva quindi riunirsi con le sue componenti nell’aldilà.  La tradizione fa risalire la mummificazione al mito di Osiride. Ma non era certo sufficiente mantenere integro il corpo. Era assolutamente necessario mantenere integro e puro anche lo spirito, seguendo le 42 prescrizioni indicate dalla Dea MAAT che è il fondamento della religione egizia; è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che doveva essere seguita e praticata durante tutta la vita perché nel giudizio dei morti si sarebbe stati giudicati proprio su quella legge.

I QUARANTADUE COMANDAMENTI DI MAAT

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MAAT rappresentava una delle divinità più importanti. Emblema della Giustizia e della Verità, i suoi simboli erano “la bilancia” e soprattutto “la piuma”, che compare sempre sulla sua testa nelle raffigurazioni. MAAT personifica l’Ordine Cosmico contrapposto al caos sterile e i suoi sacerdoti avevano elaborato una serie di prescrizioni, di regole da seguire per migliorare la società.

Gli Ebrei più tardi copiarono molte di queste regole, radicalizzandole con Mosé nei Dieci Comandamenti. In Egitto invece tali norme non avevano una funzione punitiva, ma erano considerate un modo per vivere bene e rispettare gli altri. Ecco l’elenco:

1) Non uccidere e non permettere che nessuno lo faccia.

2) Non tradire la persona che ami o il tuo coniuge.

3) Non vivere nella collera.

4) Non spargere terrore nelle persone.

5) Non assalire e non provocare dolore al prossimo.

6) Non sfruttare il prossimo e non praticare la schiavitù.

7) Non fare danni che possano provocare dolore all’uomo o agli animali.

8) Non causare spargimento di lacrime.

9) Rispetta il prossimo.

10) Non rubare ciò che non ti appartiene.

11) Non mangiare più cibo di quanto te ne spetti.

12) Non danneggiare la Natura.

13) Non privare nessuno di quello che ama.

14) Non dire falsa testimonianza.

15) Non mentire per far del male ad altri.

16) Non imporre le tue idee agli altri.

17) Non agire per fare del male agli altri.

18) Non parlare dei fatti altrui.

19) Non ascoltare di nascosto fatti altrui.

20) Non ignorare la Verità e la Giustizia.

21) Non giudicare male gli altri senza conoscerli.

22) Rispetta tutti i luoghi sacri.

23) Rispetta e aiuta chi soffre.

24) Non arrabbiarti senza valide ragioni.

25) Non ostacolare mai il flusso dell’acqua.

26) Non sprecare l’acqua per i tuoi bisogni.

27) Non inquinare la terra.

28) Non nominare il nome dei NETERU invano.

29) Non disprezzare le credenze altrui.

30) Non approfittare della fede altrui per fare del male.

31) Non pregare né troppo né troppo poco gli Dei.

32) Non approfittare dei beni del vicino.

33) Rispetta i defunti.

34) Rispetta i giorni sacri anche se non credi.

35) Non rubare le offerte fatte agli Dei utilizzandole per te   stesso.

36) Non disprezzare i riti sacri anche se non ti aggradano.

37) Non uccidere gli animali senza una ragione seria.

38) Non agire con insolenza.

39) Non agire con arroganza.

40) Non vantarti del tuo benessere di fronte ad altri.

41) Rispetta questi principi.

42) Rispetta la legge se non contrasta con questi principi

Questi 42 prescrizioni e comportamenti di vita non erano vincolanti come i 10 comandamenti di Mosè, ma era assolutamente necessario conformarsi in vita agli stessi se si voleva superare nel mondo degli inferi la cerimonia di pesatura del cuore, in cui “il cuore” del defunto, posto su un piatto della Bilancia, retta appunto da MAAT, doveva “pesare“ quanto “la piuma“ della Dea  della giustizia e della verità.

MAAT è il fondamento della religione egizia, è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che va tenuta in grande conto perché nel giudizio dei morti si veniva giudicati proprio su quella legge e sulla corretta applicazione delle sue 42 prescrizioni.

Cosa avveniva di preciso dopo la morte?

C’era il cosiddetto “giudizio dei morti”. Giudice dei morti era il Dio Osiride.

In questo giudizio egli è assistito da 42 giudici, come rappresentanti delle 42 province egiziane. Il capitolo 125 del “Libro dei morti” illustra in che modo avveniva questo giudizio: il Ka di ogni uomo era obbligato a fare una autodichiarazione di innocenza, nella quale si dimostrava che non aveva commesso nessuno dei 42 peccati elencati nel “Libro dei morti”.

Questa autodichiarazione di innocenza è stranamente molto simile all’esame di coscienza che ogni pellegrino deve fare quando si appresta ad entrare nella Basilica di Collemaggio durante la cerimonia della Perdonanza.

E’ simile alla confessione cristiana o laica.

Nell’antico Egitto era infatti usanza che al termine della giornata ogni suddito, a qualsiasi rango o ceto appartenesse, si ponesse davanti a simbolo del Dio THOT e facesse un approfondito “esame di coscienza” del suo comportamento giornaliero verso se stesso, verso gli altri e verso la natura, in modo da essere sempre pronto, giunto dell’aldilà, a superare la terribile prova della pesatura del cuore, prova che poteva arrivare in ogni momento senza preavviso.

LA CERIMONIA DELLA PESATURA DEL CUORE

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Il Dio della Luna THOT, sistemava una bilancia con due piatti: su uno c’era la raffigurazione di MAAT – la piuma – sull’altro piatto il cuore del defunto.

THOT scrive con uno stilo il risultato del giudizio, mentre accanto a lui siede un mostro, il “divoratore” (il coccodrillo) pronto a mangiare il morto se risultasse colpevole. Se invece si rivelasse buono, passava nel Regno di Osiride, un luogo luminoso, che rappresentava la diretta continuazione della vita terrena. I cattivi, esclusi dal luminoso regno dei morti, giacevano invece affamati e assetati, nel buio regno sotterraneo, che viene illuminato solo nell’ora in cui il sole, durante il suo viaggio notturno, attraversa lo spazio che sta sotto la terra.

A tal proposito richiamiamo la sintesi proposta nell’enciclopedia di Wikipedia.

“Con il termine psicostasia si suole indicare la cerimonia cui, secondo il Libro dei morti dell’antica religione egiziana, veniva sottoposto il defunto prima di poter accedere all’aldilà. Più usualmente, la psicostasia è nota come “pesatura del cuore”, o “dell’anima”. La rappresentazione più famosa di psicostasia è quella che si può ammirare nella tomba del nobile HENNEFER, Sovrintendente del bestiame dei possedimenti per il culto funerario di SETHY I. In questa rappresentazione, l’episodio viene “narrato” quasi come si trattasse di una sorta di film in cui la sequenza delle immagini è, però, contestuale giacché ogni singola fase è ugualmente rappresentata in un unico dipinto.

Nella fascia alta, il defunto implora 14 dei-giudici, 7 dei quali recano l’ANKH, il segno della vita; nella fascia bassa, da sinistra verso destra, HENNEFER è condotto per mano da ANUBI, dio dell’imbalsamazione, verso una bilancia. In una sorta di secondo fotogramma di uno stesso episodio, l’immagine seguente rappresenta ANUBI che su un piatto della bilancia ha posto il cuore del defunto, rappresentato dal geroglifico corrispondente ad un vaso (talvolta tale simbolo viene sostituito dalla intera figura del defunto), mentre sull’altro piatto si trova la “piuma”, ovvero la Dea MAAT, la verità, la giustizia (anche in questo caso, talvolta il simbolo viene sostituito dalla raffigurazione della dea MAAT).

Il Dio della saggezza, THOT, prende nota dell’esito della pesatura: se, infatti, il cuore –come “registratore” di tutte le azioni, buone o malvagie, compiute durante la vita- bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto”, o “giustificato”, ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto a AMMIT, “colei che ingoia il defunto”, rappresentata da un mostro composito ai piedi della bilancia, che somma in se gli animali più pericolosi dell’Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo.

Il penultimo “fotogramma” raffigura Horo che presenta HENNEFER, ormai “giustificato”, ad Osiride che si trova in trono, all’estrema destra del dipinto, sotto un baldacchino. Il testo geroglifico è la c.d.

“Formula dello scarabeo del Cuore”

tratta dal cap. 30 del “Libro dei morti”. In alto un occhio UDJAT alato (altra rappresentazione di HORO) reca una piuma montata su un supporto lotiforme mentre, alle spalle di Osiride, si trovano le Dee Iside e NEPHTYS.

Il trono di Osiride è posto su una sorta di predella rettangolare; a ben guardare, però, il rialzo è attraversato da linee ondulate che rappresentano, appunto, onde: si tratta, in realtà, dell’oceano delle acque primordiali, il NUN da cui emerge il monticello primigenio da cui, a sua volta, sorgerà, come infatti sorge, un fiore di loto. Da quest’ultimo a loro volta, nascono i quattro figli di Horo: DUAMUTEF, dalla testa di sciacallo; HAPI, dalla testa di scimmia; HAMSET, dalla testa umana, e QEBESHENUF, dalla testa di falco ovvero i protettori degli organi asportati al defunto e contenuti nei vasi canopici.”

La presenza di una bilancia connessa al concetto di valutazione della verità, giustificherebbe il fatto che proprio tale simbolo sia stato poi scelto, ancora ai nostri giorni, per indicare, appunto, l’imparzialità della giustizia.

FONTE

http://soscollemaggio.com/

Standard
Esoterismo, Salute, Scienza, Spiritualità

I SETTE CHAKRA

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Il Chakra (traducibile come “ruota”, “disco”, “cerchio”) è un concetto proprio delle tradizioni religiose dell’India, inerenti alloyoga e alla medicina ayurvedica traendo origine dalle tradizioni tantriche, sia dell’induismo sia del buddhismo. Nell’accezione più comune è usualmente reso anche con “centro”, per indicare quegli elementi del corpo sottile nei quali è ritenuta risiedere latente l’energia divina.

Nello Haṭha Yoga i chakra sono interpretati come tappe del percorso ascensionale che Kuṇḍalinī attraversa nel corpo dell’adepto una volta ridestata grazie a pratiche e riti opportuni. Oggi si preferisce chiamare Kuṇḍalinī Yoga l’aspetto dello Haṭha Yoga che fa riferimento principalmente alle pratiche interessate alla kuṇḍalinī, e quindi al ruolo e significato dei chakra. I testi classici sono la Gheraṇḍa Saṃhitā, la Haṭhayogapradīpkā e la Śiva Saṃhitā; essi fanno comunque riferimento a numerosi Tantra di epoca ben anteriore.

Man mano che Kuṇḍalinī sale, i chakra verrebbero, per così dire, attivati, lasciando quindi sperimentare all’adepto stati psicofisici via via differenti.

« Esperienze mistiche e fenomeni significativi si succedono rapidamente via via che i centri corrispondenti vengono toccati e che l’energia kuṇḍalinī invade tutta la persona dello yogin. Quando essa riempie interamente il corpo, la felicità è totale, ma finché si limita a un centro, la via non è libera, e si producono alcuni fenomeni. »

(Silburn)

Va qui però subito ricordato che il fine principale attribuito a questi riti e pratiche propri dell’induismo (tantrico e non) non è tanto l’acquisizione di poteri straordinari, ma è e resta sempre la liberazione (mokṣa), liberazione intesa come affrancamento dal ciclo delle rinascite (saṃsāra); un fine salvifico dunque, soteriologico, e non di ordine pratico, utilitaristico, anche se poi nei testi si fa anche menzione dei “poteri” (vibhūti o siddhi) che sarebbe possibile conseguire.

Secondo la visione tantrica shivaita, di cui il Kuṇḍalinī Yoga fa parte, nell’emanare il mondo, Paramaśiva, la Realtà Assoluta, si è espanso generando quella pluralità che noi chiamiamo mondo, nella sua accezione più vasta. Perché ciò fosse possibile, Egli si è autolimitato, dando così luogo al tempo, allo spazio, alla materia, al dualismo, alla causalità, e di conseguenza, al saṃsāra. Queste autolimitazioni sono rese possibili grazie alla Sua stessa energia, la śakti, di cui Kuṇḍalinī non è altro che un aspetto, appunto quello presente nel corpo umano. Kuṇḍalinī che ascende, dal primo all’ultimo chakra, segue quindi, al livello del microcosmo umano, il percorso inverso a quello di emanazione cosmica. È la potenza di Paramaśiva che ricongiungendosi in Śiva medesimo, consente di liberarsi delle limitazioni che hanno consentito ciò che è manifesto, il mondo, trasmigrazione compresa. Il termine yoga, ricordiamo, vuole significare “unione”: unione del Dio e della Sua energia, di Śiva e Śakti, Śakti che “riposava” nel primo chakra come Kuṇḍalinī (o Kuṇḍalinī-śakti).

Questa energia quiescente è immaginata e simboleggiata come un serpente che giace arrotolato su se stesso: kuṇḍalinī significa infatti “arrotolata”, “ricurva”. L’attivazione è visualizzata dal serpente che si drizza come all’improvviso, liberando calore e permettendo ad altre energie sopite, ai “soffi” altrimenti bloccati (prāṇa), di circolare. I chakra sono immaginati come fiori di loto (padma) variamente colorati che sbocciano in tutta la loro bellezza, liberando potenzialità celate.

« Kundalini è insieme un serpente, un’energia intima e una dea: l’esoterismo del linguaggio crepuscolare risiede in questa simultaneità di significati in una stessa parola » (Jean Varenne 2008, p. 174)

Nei testi i chakra sono variamente descritti e anche raffigurati con molti particolari. Ognuno di questi elementi ha una valenza simbolica precisa, con riferimenti sia al processo di emanazione del cosmo, sia a quello di riassorbimento in esso.

Il simbolo prevalente per i chakra è, come si è detto, quello del fiore di loto, rappresentato come osservato dall’alto e coi suoi petali aperti e variamente colorati. Il numero dei petali e il relativo colore varia a secondo del chakra. Su ogni petalo è riportato un grafema dell’alfabeto sanscrito, la “lingua perfetta”, perché ogni cosa nel mondo ha un nome grazie a questi suoni. All’interno del fiore è generalmente riportato uno yantra, ossia un diagramma simbolico che è in relazione con un elemento costitutivo del cosmo (tattva). Troviamo inoltre un mantra scritto in caratteri devanāgarī, anch’esso in relazione col tattva, il suo suono generatore; e una divinità che lo presiede. Sono spesso altresì raffigurate altre divinità, deputate a presiedere quel determinato chakra. Completano la rappresentazione iconografica lo yoni, rappresentato com un triangolo con la punta verso il basso, e il liṅga, simboli di Śakti e Śiva rispettivamente, i due poli del divino: il trascendente e l’immanenente, la luce e il suo riflesso, l’essere e il divenire, il maschile e il femminile.

Il chakra è uno degli attributi di Vishnu: si tratta di un disco che egli usualmente stringe in una delle mani e rappresenta il potere divino. Variamente raffigurato, con raggi o fiamme che ne fuoriescono, è attributo anche di altre divinità, come Durga e Skanda, per esempio. Il chakra di Visnhu, detto anche sudarshana (“bello a vedersi”), è altresì oggetto di culto, al punto di essere spesso personificato col nome di Chakrapurusha.

In ambito tantrico, con cakra si intende anche il “circolo” di culto tantrico, l’insieme dei membri locali di una specifica tradizione. All’interno di questo chakra, i seguaci si pongono al di fuori delle regole sociali e di casta. Vi sono ammesse anche le donne, cosa invero non possibile presso i culti vedici.

Nelle tradizioni tantriche del Kashmir la mātṛkā-cakra (“ruota delle madri”) è l’emissione dei fonemi dell’alfabeto sanscrito a partire dall’Assoluto, in questo caso Paramaśiva, lo Shiva Assoluto, o più semplicemente Anuttara (“senza niente sopra”). Riassumendo, secondo il filosofo indiano Kṣemarāja le sedici vocali[rappresentano l’articolazione della Coscienza Assoluta nelle sue potenze; le venticinque consonanti occlusive da K a M il dispiegamento del Cammino impuro; le quattro semivocali le Corazze (da Y a V); le tre sibilanti e l’aspirata il dispiegamento del Cammino puro; KṢ, il cinquantesimo fonema, è infine simbolo dell’intera emissione fonica, il “seme della sommità”, formato dalla prima e ultima consonante, la S, che nell’unione da dentale diventa retroflessa. Questa emissione è invero, secondo queste tradizioni, solo un’angolazione differente dalla quale si può vedere il processo di emanazione dell’Assoluto. Ritroviamo i cinquanta fonemi in scrittura devanāgarī sui petali dei chakra principali, proprio a simboleggiare questa emissione che, quando interpretata in senso inverso, dal primo all’ultimo chakra, diventa simbolo di ricongiungimento con l’Assoluto. I fonemi sono detti madri perché, essendo forme foniche della potenza divina, sono personificabili come altrettante divinità femminili. Di queste sono composti i mantra e le scritture sacre dei Veda.

IL CORPO SOTTILE

Secondo lo storico delle religioni britannico Gavin Flood, il testo più antico nel quale è descritto il sistema dei sei chakra, quello attualmente più diffuso, è il Kubjikāmata Tantra: testi precedenti menzionano infatti un numero differente di chakra variamente e differentemente collocati nel corpo sottile. La tradizione tantrica alla quale questo testo appartiene è la cosiddetta tradizione kaula occidentale, risalente all’XI secolo e.v. e originaria dell’Himalaya occidentale, probabilmente nel Kashmir, e attestata con certezza nel XII secolo in Nepal. Kubjikā, la Dea “gobba”, o “curva”, è associata con Kuṇḍalinī, l'”attorcigliata”, quella forma del potere divino che ordinariamente giace quiescente nel corpo in corrispondenza del primo chakra. Così la Śiva Saṃhitā, un testo del XVI-XVIII secolo:

« Tra l’ano e l’organo virile si trova il centro di base, il Mūlādhāra, che è come una matrice, uno yoni (organo femminile). Là è la ‘radice’ a forma di bulbo ed è là che si trova l’energia fondamentale Kuṇḍalinī avvolta tre volte e mezza su se stessa. Come un serpente, essa circonda il punto di partenza delle tre arterie principali tenendosi in bocca la coda proprio davanti all’apertura dell’arteria centrale »

Le “arterie” cui il testo fa riferimento sono le nadi (trascrizione di nāḍī), termine traducibile con “tubo”, “canale”, per indicare qui condotti simili a quelli nei quali scorre il sangue o la linfa.  Le tre “arterie” principali sono: lasuṣumnā, il canale centrale, dritto e verticale; iḍā e piṅgalā, due canali situati alla sinistra e alla destra della suṣumnā.

Nāḍī e cakra, insieme ad altri componenti quali il prāṇa (“respiro” o “energia vitale”), i vāyu (“soffi”, “venti”) e i bindu (“punti”), sono i principali componenti anatomici di quello che nella letteratura contemporanea è noto come “corpo sottile”: l’energia vitale vi scorre attraverso i canali sotto forma di soffi, mentre l’energia divina si trova latente nei centri. L’accademico francese André Padoux fa notare che il termine “corpo sottile” è invero improprio, perché si presta a essere confuso con il corpo trasmigrante, il sukṣmaśarīra, che letteralmente sta proprio per “corpo sottile”. Egli, come altri studiosi contemporanei, preferisce usare il termine “corpo yogico”. Così si esprime l’accademico statunitense David Gordon White:

« Cruciale per il processo di iniziazione tantrica è la nozione che all’interno del microcosmo umano, o protocosmo, esiste un corpo yogico, sottile, che è la replica del macrocosmo universale, divino, o metacosmo.  Questo corpo, che comprende canali energetici (nadi), centri (chakra), punti e soffi, è esso stesso un mandala. Se fosse possibile viderlo dall’alto, il canale centrale verticale del corpo sottile, che media la dinamica bipolare (e sessualmente identificata) interiore del divino, apparirebbe come il centro del mandala, coi vari chakra allineati lungo il canale nella forma di altrettanti cerchi concentrici, o ruote, o fiori di loto irradianti verso l’esterno dal loro stesso centro. Spesso, ognuno di questi raggi o petali di chakra hanno associati divinità maschili e femminili, così come fonemi e grafemi dell’alfabeto sanscrito »

Il corpo yogico (o sottile), fondamentale in quasi tutte le pratiche meditative e rituali tantriche, è una struttura ovviamente immateriale, inaccessibile ai sensi, che l’adepto crea immaginandola, visualizzandola. Il tāntrika, l’adepto, costruisce così, con queste pratiche, un corpo complesso nel quale coesistono il corpo grosso (quello fisico che si riceve alla nascita) e il corpo sottile: è il corpo di un “uomo-dio”, concetto nucleare nel tantra, ma di concezione ben anteriore.

Questa coesistenza ha fatto sì che spesso, soprattutto in epoca più recente, si sia tentato di localizzare all’interno del corpo grosso elementi che sono invece peculiari del corpo sottile, localizzazione ipotizzata reale e non immaginale, dando così luogo a confusioni e indebite interpretazioni. L’esempio più eclatante è l’identificazione dei chakra coi plessi nervosi, identificazione che sembra ormai corrente:

« Ma è sufficiente leggere attentamente i testi per rendersi conto che si tratta di esperienze transfisiologiche, che tutti questi “centri” rappresentano degli “stati yoga”, inaccessibili senza una ascesa spirituale. »

Così l’indologo tedesco Georg Feuerstein sintetizza:

« I sistemi dei chakra sono giusto questo: modelli della realtà pensati per assistere il tāntrika nel suo travagliato percorso interiore dal Molteplice all’Uno »

I chakra restano elementi fisicamente non individuabili né sperimentabili al di fuori del contesto in cui hanno valenza:

« Queste ruote non sono affatto centri fisiologici e statici del corpo grossolano, ma centri di forza che appartengono al corpo sottile, centri che solo lo yogin, nel corso della manifestazione della kuṇḍalinī, localizza con altrettanta precisione che se appartenessero al corpo »

NELL’INDUISMO

Nella letteratura orientale è possibile riscontrare molteplici descrizioni del corpo sottile, e di conseguenza anche del sistema dei chakra, in relazione alle differenti collocazioni, visualizzazioni e funzioni:

« Nei fatti non esiste un sistema dei “chakra” che si possa definire standard. Ogni scuola, e alle volte ogni maestro di ogni singola scuola, ha avuto il proprio sistema di chakra »

(David Gordon White, Kiss of the Yogini )

Le descrizioni più note del sistema dei chakra nella letteratura accademica e in quella divulgativa contemporanee risalgono a quelle diffuse dall’orientalista britannico Sir John Woodroffe, magistrato britannico presso la Corte suprema del Bengala, appassionato di tantrismo che con lo pseudonimo di Arthur Avalon pubblicò nel 1919 un testo su questo argomento,Il potere del serpente. Egli aveva parzialmente tradotto e commentato un testo delle tradizioni tantriche, lo Ṣatcakranirūpaṇa. Il testo di Avalon e lo Ṣatcakranirūpaṇa rappresentano ancor oggi le principali fonti di diffusione in Occidente di questi concetti. A questi si rifanno a esempio il summenzionato David Gordon White, accademico statunitense, lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade, l’indologo francese Jean Varenne.

Nel trattato sono presentati i sette chakra principali, e di ognuno di questi riportati la collocazione nel corpo sottile; gli yantra, i bījamantra e le divinità associati; i rapporti e le corrispondenze con gli elementi del cosmo.

I chakra: mūlādhāracakra

Situato alla base della colonna vertebrale, tra l’ano e gli organi genitali esterni nella zona del plesso coccigeo, è rappresentato da un loto cremisi con quattro petali riportanti i fonemi dell’alfabeto sanscrito in scrittura devanāgarī व, श, ष, स (nella traslitterazione IAST rispettivamente: “v”, “ś”, “ṣ”, “s”). Un quadrato giallo è situato nel centro del loto, a sua volta recante in mezzo un triangolo dalla punta rivolta verso il basso. Il quadrato è simbolo dell’elemento grosso Terra (pṛthivī), il triangolo della vagina (yoni). È in relazione con l’elemento sottile Odore (gandha).  Il mantra associato è LAṂ (लं), la divinità Brahma.

« La Terra è un quadrato, di colore giallo e il suo mantra è LAM.  Là risiede Brahma, con quattro braccia, quattro volti, splendenti come l’oro »

( Yogatattva Upaniṣad )

All’interno del triangolo è posto un liṅga, e avvolto intorno a esso come un serpente è Kuṇḍalinī, che con la propria bocca ostruisce l’apertura sommitale del liṅga, la “porta di Brahman”, e quindi l’accesso alla suṣumṇā, la via principale di risalita di Kuṇḍalinī.

II chakra: svādhiṣṭhānacakra

Lo svādhiṣṭhāna è situato alla base dell’organo genitale, nella zona corrispondente al plesso sacrale. Rappresentato da un loto a sei petali di colore vermiglio riportanti i fonemi ब, भ, म, य, र, ल (rispettivamente: “b”, “bh”, “m”, “y”, “r”, “l”), ha nel suo interno una mezzaluna bianca.[38]:

« Un altro Fiore di Loto è posto dentro la Sushumna alla radice dei genitali, ed è un bellissimo fiore vermiglio. Sui suoi sei petali vi sono le lettere da Ba a Purandara con sovrapposto Bindu, del lucente color del lampo. Dentro di esso vi è la bianca, splendente, acquea regione di Varuna, a forma di mezzaluna, e là, seduto su una Makara, vi è il Bija “Vam”, immacolato e bianco come la luna d’autunno. »

(Ṣatcakranirūpaṇa)

Il mantra associato è VAṂ (वं), mentre la divinità è Vishnu. È in relazione con l’elemento grosso Acqua (ap) e con l’elemento sottile Sapore (rasa).

III chakra: maṇipūracakra

Si trova nella regione del plesso epigastrico, all’altezza dell’ombelico. Il loto è di colore blu e ha dieci petali, associati ai fonemi ड, ढ, ण, त, थ, द, ध, न, प, फ (rispettivamente traslitterati come: “ḍ”, “ḍh”, “ṇ”, “t”, “th”, “d”, “dh”, “n”, “p”, “ph”). Al centro del loto è un triangolo rosso. È relazionato con l’elemento grosso Fuoco (tejas). Il mantra associato è RAṂ (रं), la divinità è Rudra.

IV chakra: anāhatacakra

Questo chakra è situato nella regione del plesso cardiaco. Il loto ha dodici petali dorati ed è di colore rosso. I fonemi sono क, ख, ग, घ,ङ, च, छ, ज, झ, ञ, ट, ठ (nella traslitterazione IAST rispettivamente: “k”, “kh”, “g”, “gh”, “ṅ”, “c”, “ch”, “j”, “jh”, “ñ”, “ṭ”, “ṭh”) Il mantra associato è YAṂ (यं), la divinità è Agni o Ishvara. Anāhatacakra è in relazione con l’elemento grosso Aria (vāyu) e con l’elemento sottile Tatto (sparśa). Nell’interno del loto due triangoli equilateri di colore grigio si sovrappongono a formare un esagramma, che a sua volta include un liṅga risplendente.

V chakra: viśuddhacakra

Il chakra è situato al livello del plesso laringeo. Il loto è di colore blu con 16 petali rosso-cenere, e i fonemi riportati nei petali sono le vocali अ, आ, इ, ई,उ, ऊ, ऋ, ॠ, ऌ, ॡ, ए, ऐ, ओ, औ, più il visarga अः e l’anusvāra अं (nella traslitterazione IAST rispettivamente: “a”, “ā”, “i”, “ī”, “u”, “ū”, “ṛ”, “ṝ”, “ḷ”, “ḹ”, “e”, “ai”, “o”, “au”, “ḥ”, “ṃ”). Il mantra associato è HAṂ (हं), Shiva la divinità, nel suo aspetto Sadashiva, Shiva l’eterno.

All’interno dello spazio blu è collocato un cerchio di colore bianco che racchiude un elefante.

VI chakra: ājñācakra

Il sesto chakra è collocato fra le due sopracciglia, nel plesso cavernoso. Il loto che lo rappresenta è bianco con due petali che recano iscritti i fonemi ह e क्ष (traslitterati come “h” e “kṣ”). Nel loto trova posto un triangolo con all’interno un liṅga, entrambi di colore bianco. Non è associato ad alcun elemento, essendo in numero di cinque sia gli elementi grossi sia quelli sottili. Il mantra associato è Oṃ(ॐ), la divinità ancora Shiva nel suo aspetto Paramashiva, Shiva il supremo.

« Il Fiore di Loto denominato Ajna è simile alla Luna. Sui suoi due petali vi sono le lettere Ha e Ksha, che sono pure bianche e ne accrescono la bellezza. Esso risplende con la gloria di Dhyana. All’interno di esso v’è la Shakti Hakini, le cui sei facce son come molte lune. Ella ha sei braccia con una delle quali regge un libro, altre due sono alzate nel gesto di scacciare la paura e di accordare favori, e nelle altre ha un teschio, un tamburello ed un rosario. La sua mente è pura »

(Ṣatcakranirūpaṇa)

VII chakra: sahasrāracakra

Posto sopra la testa, è raffigurato con un loto rovesciato e munito di mille petali (sahasrā vuol dire appunto “mille”), dove mille è il risultato di 50×20: i cinquanta fonemi dell’alfabeto sanscrito ripetuti venti volte. Al centro del fiore è una luna piena che racchiude un triangolo. Sahasrāracakra non è associato ad alcun mantra, né ad alcuna divinità, ma:

« Gli Shaiva lo chiamano la dimora di Shiva; i Vaishnava lo chiamano Parama Purusha; altri ancora lo chiamano luogo di Hari-Hara. Coloro che sono colmi di entusiasmo per i Piedi di Loto della Devi lo chiamano eccellente dimora della Devi; ed altri gran saggi lo chiamano luogo puro di Prakriti-Purusha »

(Ṣatcakranirūpaṇa)

È qui, in questo chakra, che l’adepto sperimenta l’unione col divino, la liberazione, il samādhi:

« E là, nel Sahasrara, la divina Shakti prende il suo piacere, senza tregua, in unione sol Signore! »

(Yogakuṇḍalinī Upaniṣad)

LA VISIONE OCCIDENTALE

In Occidente, i centri di materia fine nell’uomo erano noti presumibilmente già presso gli antichi greci ed egizi, dove erano oggetto di particolari cerimonie. Anche in alcune rovine preistoriche delle popolazioni americane sono state rinvenute delle statuine che presentano delle gemme incastonate esattamente in corrispondenza dei chakra; la tradizione dei pellerossa moderni conserva ancora oggi dei rituali finalizzati all’influenza di questi centri di energia.

In Europa, dopo che nel Medioevo le conoscenze greche ed egizie erano cadute nell’oblio, uno fra i primi scritti occidentali che sembra alludere alla dottrina dei “centri di forza” o chakra è il testo Eine kurze Eroffnung und Anweisung der dreyen Principien und Welten im Menschen (Una breve rivelazione e istruzione sui tre principi e mondi nell’uomo) di Johann Georg Gichtel (1638-1710), opera meglio conosciuta sotto il titolo di Theosophia Practica (1723). Gichtel fu discepolo di Jakob Bohme, teosofo e mistico cristiano (1575-1624). Tale scritto fa supporre una certa conoscenza della dottrina relativa ai chakra, perlomeno in certi ambienti alchemico-cristianidell’Europa, che attribuivano ad essi dei corrispondenti pianeti e metalli. La dottrina in questione – nota forse anche ai monaci orientali nel contesto dell’esicasmo– per via dell’emergere della scienza moderna di impostazione meccanicista, rimane tuttavia poco diffusa in Occidente almeno fino agli inizi del XX secolo.

Come sopra menzionato, in Occidente la dottrina dei chakra deve la sua diffusione principalmente alla traduzione di un testo indiano, lo Ṣatcakranirūpaṇa, a opera dell’orientalista britannico Sir John Woodroffe, alias Arthur Avalon, nel suo The Serpent Power (1919).

Un contributo successivo fu quello del vescovo e chiaroveggente C. W. Leadbeater, che pubblicò un libro contenente i propri studi e le proprie osservazioni relative ai centri di forza nel testo The Chakras (1927).

Rudolf Steiner, fondatore dell’Antroposofia, parla dello sviluppo dei chakra nel libro “Initiation and Its Results “ del 1909, fornendo istruzioni progressive per lo sviluppo di tali centri di forza. Si tratta di esercizi quotidiani che richiedono un tempo e una applicazione considerevole. Egli segnala che per il risveglio e lo sviluppo di tali centri di forza esistono anche altri metodi più rapidi, che potrebbero però risultare dannosi se non operati da persone spiritualmente mature.

Nel panorama moderno Tommaso Palamidessi, fondatore dell’Archeosofia, rielabora la dottrina dei centri di forza alla luce dell’esoterismo giudaico-cristiano. Nel libro “La potenza erotica di kundalini yoga: lo yoga del potere serpentino ed il risveglio dei ventuno chakra”, e nel successivo “Tecniche di Risveglio Iniziatico” del 1975, Palamidessi illustra alcune tecniche ascetiche tese al risveglio e allo sviluppo di tali centri, che coinvolgono la realizzazione di icone o supporti meditativi, tecniche respiratorie e meditazioni su nomi divini ebraici (invece che su mantra tibetani), in linea con la tradizione occidentale.

Il testo di Woodroffe è al centro de La psicologia del Kundalini-yoga. Seminario tenuto nel 1932 da Carl Gustav Jung. L’aspetto forse più interessante dell’interpretazione junghiana è il tentativo di correlare un simile fenomeno a ciò che oggi la psichiatria definirebbe disturbo da somatizzazione, in cui però la psicosomatica prevale sul somatopsichico. Altra differenza notevole è che nel Kuṇḍalinī Yoga si assiste a un decorso o percorso appunto “chakrico”, non caotico ma ordinato, centripeto (verso la testa) e centrifugo (extra corpus).

Altrettanto rilevante è il confronto fra l’esperienza descritta da Gopi Krishna in Kundalini. L’energia evolutiva dell’uomo e l’annesso Commento psicologico del filosofo statunitense James Hillman. In questo caso, l’originalità risiede anzitutto in quanto vissuto dallo stesso Gopi Krishna, distante dalle consuete sovrastrutture rituali: niente meditazione dei loto, niente mantra, niente sanscrito, niente màndala, nessuna tecnica di respirazione, nessuna guida spirituale.

L’ETÀ MODERNA

A partire dagli anni sessanta, con la diffusione dei movimenti new age, si sono affermate diverse nozioni riguardanti l’aspetto e il significato dei chakra. I sette chakra principali dell’essere umano, ad esempio, sarebbero stati associati rispettivamente ad uno dei colori dell’arcobaleno. Secondo tali credenze, ognuno di questi chakra ruoterebbe in un senso alternativo rispetto a quello precedente e a quello successivo situati lungo la linea verticale che va dalla testa all’addome. Quelli che nell’uomo girano in senso orario, inoltre, girerebbero in senso antiorario nella donna, e viceversa. Queste concezioni tuttavia sono state giudicate infondate nell’ambito della medicina esoterica, secondo la quale i colori dei chakra in realtà variano da persona a persona, ed anche la dimensione e il senso di rotazione sono variabili. Il loro aspetto ricorda quello di un fiore perché presentano delle piccole protuberanze simili a dei petali, e sono suddivisi in tracce concentriche e settori longitudinali.

Anche se la nozione dei chakra appartiene alla tradizione indiana, la loro funzione è stata associata dalla medicina esoterica al lavoro svolto dai meridiani, ossia i canali di energia noti alla medicina tradizionale cinese, che hanno natura essenzialmente elettrica e si occupano di assorbire dal cibo e dall’aria inspirata quel tipo di energia conosciuta in India come prana, la più vicina al livello materiale. La funzione dei sette chakra principali non è quella di assorbire il prana, come erroneamente si reputa, ma di svolgere una funzione di controllo sui suddetti meridiani. Essi appartengono inoltre ad un tipo di energia superiore, che essi trasformano e trasmettono a un livello inferiore, fornendo alla persona le vibrazioni necessarie alla costruzione della sua dimensione psichica. Il lavoro dei chakra principali consiste cioè nel processo di formazione di pensieri e sentimenti funzionali alla crescita spirituale. I chakra secondari invece si limitano soltanto alla raccolta e fuoriuscita dell’energia dei meridiani.

Ognuno dei diversi corpi esoterici dell’uomo sarebbe dotato di chakra principali, i quali si ripetono ad ogni livello fungendo così da collegamento. Sotto il centro del vortice di ogni chakra si diparte infatti uno stelo posteriore, con cui viene trasmessa l’energia ad esempio dal corpo astrale a quello eterico. Accanto a questa funzione di assimilazione passiva propriamente yin, ne esiste un’altra di tipo yang, costituita da un secondo stelo da cui viceversa fuoriesce l’energia non elaborata. A differenza dell’opinione secondo cui i diversi chakra sarebbero alternativamente l’uno yin, l’altro yang, ognuno dei sette chakra principali possederebbe quindi funzioni sia yin che yang. Il canale di entrata si trova nei punti già noti situati sulla parte anteriore del corpo umano, quelli di uscita invece sulla parte posteriore, cioè sulla schiena e sulla nuca.

Nel dettaglio, ogni singolo chakra si occupa dunque di un particolare aspetto psichico, a cui è associata sul piano corporeo una ghiandola ormonale:

Il primo chakra, detto anche della radice, attiene alla volontà di sopravvivenza e alla soddisfazione degli istinti primari, come il mangiare, il dormire, e l’aspetto meramente fisico della sessualità finalizzato alla riproduzione. Sul piano corporeo esso corrisponde ai surreni, la cui parte midollare secerne gli ormoni adrenalina e noradrenalina, mentre quella della corteccia gli ormoni cortisoidi. Essi garantiscono l’adattabilità nelle situazioni di pericolo e la capacità di adattamento a sforzi particolarmente intensi. Il secondo chakra, detto sacrale o sessuale, è maggiormente in relazione con la sessualità e con la sua componente emotiva, ma anche con la creatività, il senso della bellezza, e l’autostima. Sul piano fisico corrisponde alle ghiandole germinali, che influenzano lo sviluppo dei caratteri sessuali. Il terzo chakra, detto ombelicale, situato nella zona del plesso solare, attiene al desiderio di potere e alla volontà di manipolare il mondo per trovare il proprio posto nella società. Per la sua capacità di assimilare e riadattare quello che la vita propone, esso è collegato alle funzioni digestive e in particolare col pancreas, ghiandola esocrina che contiene anche delle cellule endocrine, responsabili della produzione di insulina e glucagone. Il quarto chakra, detto del cuore, è associato all’amore e alla capacità di amare incondizionatamente. Esso è leggermente spostato verso sinistra rispetto agli altri chakra situati lungo la verticale che va dal capo all’addome. La ghiandola a cui corrisponderebbe è il cuore, che può essere inteso in effetti come organo endocrino, responsabile della produzione dell’ormone atriale natiuretico (atrial naturetic factor, abbreviato in ANF), sul quale tuttavia non c’è ancora una letteratura medica. Secondo altre opinioni, il chakra del cuore corrisponderebbe alla ghiandola del timo, anche se questa non si trova propriamente in corrispondenza di esso e tende inoltre a perdere la sua influenza superata la pubertà.

Il quinto chakra, detto della gola, attiene alla capacità di comunicare e alle svariate forme di espressione come la musica, la danza, l’arte, e in generale col ritmo. Sul piano fisico corrisponde alla tiroide, che scandisce il tempo interno della crescita e del metabolismo.

Il sesto chakra, detto della fronte, riguarda la capacità di comprendere la realtà vibratoria sovrasensibile, ed è quindi in relazione con le facoltà di intuizione e di visione delle entità normalmente non percepibili. Ad esso è collegato in effetti anche il cosiddetto terzo occhio. A livello fisico corrisponde all’ipofisi, che esercita un’influenza su tutte le altre ghiandole endocrine. Il settimo chakra, detto della corona, è ritenuto la sede dell’illuminazione in cui l’Io individuale si congiunge con quello cosmico universale, determinando le esperienze mistiche di pace e beatitudine. A livello corporeo è associato all’epifisi, la cosiddetta ghiandola pineale, la cui funzione, non ancora del tutto chiarita, sembra in relazione con la capacità di adattamento ai ritmi del giorno e della notte, e in generale con i processi di crescita e invecchiamento.

La terapia dei chakra si è rivelata utile nei casi resistenti a forme di cura dei meridiani come l’agopuntura, tuttavia la loro manipolazione fine a se stessa, a scopi meramente evolutivi, senza una lunga e adeguata preparazione, può comportare stati repentini di autocoscienza che il corpo non è in grado di sostenere determinando gravi disfunzioni fisiche, anche letali, a cui la medicina tradizionale non può fare fronte. Particolarmente interessante è il risveglio di Kundalini, una forza incontrollabile che soltanto gli yogi più esperti decidono di ridestare.

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Alchimia, Esoterismo, Scienza, Spiritualità, Storia

STORIA DELL’ETERE

anima

L’etere – sinonimo di quintessenza – era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il fuoco, l’acqua, la terra, l’aria. Oggetto di indagine spirituale da parte di diverse tradizioni filosofiche ed esoteriche, l’etere sarebbe secondo gli alchimisti il composto principale della pietra filosofale.

La storia dell’etere inizia con gli antichi Greci, per i quali esso era l’elemento cristallino con cui era fatto l’universo. Platone, che nel Fedone parlava di terre perfette abitate da esseri superiori, situate al di sopra della terra a noi conosciuta, sosteneva che l’etere avesse la forma di un dodecaedro, solido platonico composto da dodici facce, il cui significato numerologico implicava una corrispondenza con i 12 segni dello zodiaco.

« La terra vera e propria, la terra pura si libra nel cielo limpido, dove son gli astri, in quella parte chiamata etere da coloro che sogliono discutere di queste questioni; ciò che confluisce continuamente nelle cavità terrestri non è che un suo sedimento. Noi che viviamo in queste fosse non ce ne accorgiamo e crediamo di essere alti sulla terra, come uno che stando in fondo al mare credesse di essere alla superficie e vedendo il sole e le altre stelle attraverso l’acqua, scambiasse il mare per il cielo »

(Platone)

La concezione aristotelica dell’universo, che vede al centro i quattro cerchi sublunari corrispondenti a terra, acqua, aria, e fuoco, al di sopra dei quali ruotano le sfere planetarie di sostanza eterica.
Aristotele ne diede una trattazione sistematica, rimasta prevalente in Occidente, sostenendo che l’etere costituiva l’essenza del mondo celeste, e distinguendolo così dalle quattro essenze (o elementi) di cui riteneva composto il mondo terrestre, stratificato dall’alto in basso in fuoco, aria, acqua ed infine terra. Aristotele riteneva che l’etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente; proprio per l’eternità e staticità dell’etere, il cosmo era un luogo immutabile, o quantomeno soggetto a mutamenti regolari, in contrapposizione alla Terra, luogo di continuo cambiamento. All’etere, infatti, egli attribuiva per natura il moto circolare, che entrando poi in contatto con gli altri quattro elementi giungeva a corrompersi diventando rettilineo. Mentre così le stelle fisse, incastonate nel cielo del firmamento, realizzavano il loro fine con un solo movimento, appunto attraverso il moto circolare uniforme, gli altri pianeti più vicini alla Terra lo realizzavano progressivamente per mezzo di più movimenti.
Il Sole e i diversi astri risultavano anch’essi fatti di etere, e ritenuti da Aristotele veri e propri esseri viventi dotati di anima, coincidenti con gli dèi della mitologia greca. L’etere inoltre era per lui qualcosa di denso che permeava tutti i luoghi celesti, nei quali perciò non esisteva nessuno spazio vuoto.
In seguito la natura dell’etere continuò a essere discussa da stoici, neoplatonici, filosofi islamici, e quindi dagli scolastici medioevali, che in opposizione al meccanicismodemocriteo, il quale ammetteva l’esistenza del vuoto, lo intendevano come il mezzo universale che riempiva lo spazio, attraverso cui tutto si propagava, e tutto connetteva in unità.
Per la sua caratteristica di essere «forza vitale conservatrice del ricordo delle forme», o «memoria biologica», l’etere era ritenuto l’elemento costitutivo dell’Anima del Mondo, che nel sistema filosofico di Plotino rappresentava l’ipostasi preposta alla generazione della vita, subordinata all’Intelletto il quale invece era la sede superiore delle idee e dei modelli a cui sottostavano le forme viventi.
« Così gli antichi Filosofi e i Poeti dissero l’Etere Anima del Mondo, Spirito, Fuoco purissimo, e Motore di tutte le cose, Giove, Proteo. Perché stimarono che tutti i corpi governi, lo nominarono Anima del Mondo e Spirito per la sottigliezza delle sue parti, che dai sensi conoscer non si possono; Fuoco per l’attività, Motore e Giove per la forza universale con cui muove tutte le cose; Proteo perché prende le figure tutte »

(Giacinto Gimma, 1730)

Analoghi concetti vennero espressi in età rinascimentale da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, per il quale l’etere coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche dell’universo: secondo il Pacioli, che si rifaceva in tal modo a Platone, il cielo, ossia il quinto elemento, aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso.

ETERE ED ALCHIMIA

Nel mercurio gli alchimisti vedevano espresse le proprietà liquide e lunari dell’etere, che unite a quelle complementari dello zolfo, avrebbero conferito il potere trasmutativo e conoscitivo della pietra filosofale. Il caduceo, o bastone di Mercurio, che con i due serpenti avvolti simboleggiava l’opera di riunificazione alchemica delle opposte polarità dell’etere.
« Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l’etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita.
Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient’altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell’intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza »

(Jan Amos Komensky, da Labirinto del mondo e paradiso del cuore del 1631)

 

Almeno fino al XVII secolo, le proprietà alchemiche dell’etere furono oggetto di studio anche ai fini della ricerca della pietra filosofale, per produrre la quale era necessaria la disponibilità del grande Agente universale, cioè la stessa Anima del mondo, altrimenti detta «Azoto», acronimo cabalistico che indicava appunto l’Etere divino di cui ogni elemento della realtà si riteneva fosse permeato: il lapis philosophorum, analogamente detto «quintessenza», sarebbe risultato dalla sintesi di due realtà contrapposte, quali il mercurio, associato all’aspetto passivo dell’etere, e lo zolfo, associato al lato attivo e solare dell’intelletto.
Per il fatto che in ambito chimico la quintessenza fosse ritenuta un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi, il termine «quintessenza» ha anche assunto un significato più ampio, quello di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere.
L’antico concetto di etere, come sostanza permeante il cosmo, fu riproposto agli inizi dell’Ottocento con l’affermarsi della teoria ondulatoria della luce di Younge Fresnel, in contrapposizione a quella corpuscolare di Newton, per l’esigenza di postulare un mezzo materiale in cui la luce potesse propagarsi, così come il suono si propaga attraverso l’aria. Venendo ora infatti concepita come onda, anziché come un corpo, la luce non avrebbe potuto diffondersi nel vuoto. In seguito, Albert Einstein, con la sua teoria della relatività, eliminerà dalla scienza questa concezione dell’etere, almeno nel suo aspetto grossolano, sostituendolo però di fatto con una nuova considerazione dello spazio dotato di specifiche proprietà fisiche che escludono la possibilità del vuoto assoluto.
ETERE ED ESOTERISMO

L’etere è tornato ad essere oggetto di indagine filosofica ed esoterica sia da parte degli ambienti teosofici fondati da Madame Blavatsky, che lo identificò con i concetti orientali di akasha a livello cosmico e di prana a livello vitalistico individuale (costitutivo del corpo eterico), sia negli scritti rosacrociani di Max Heindel.
Se ne occupò dettagliatamente anche il fondatore dell’antroposofia, Rudolf Steiner, il quale lo mise invece in relazione con i quattro elementi della tradizione occidentale. In epoche remote, egli sostiene, l’etere di cui era fatto il mondo esisteva come calore, dal quale prese in seguito a differenziarsi, condensandosi progressivamente attraverso quattro epoche planetarie, e giungendo attualmente a scindersi in quattro coppie, governate dalla legge universale della polarità: fuoco, aria, acqua e terra hanno cioè ognuno una controparte eterica, dotata di caratteristiche opposte e complementari.

L’etere-calore, da cui si è originato l’elemento fuoco, è nella cosmogonia steineriana la prima sostanza con cui fu plasmato il mondo, emanazione della sostanza stessa dei Troni, gli angeli di Saturno così descritti dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita. Mentre il fuoco si espande verso l’alto, l’etere-calore ha la caratteristica opposta di discendere giù dal Sole, concentrandosi negli esseri viventi e favorendo il loro sviluppo. Di esso sono intessuti gli spiriti della natura conosciuti come salamandre.
L’etere-luce è la controparte dell’elemento aria, cioè dello stato gassoso: mentre l’aria appare caotica, disordinata, capace di penetrare ovunque e di collegare in maniera fluida ogni cosa, l’etere ad essa complementare si posa soltanto sulla superficie degli oggetti, ed è dotato di direzione, ordine e capacità di dividersi nettamente. L’etere-luce, inoltre, illuminando gli oggetti, li rende distinguibili creando le dimensioni della distanza e dello spazio. Ad esso appartengono gli spiriti della natura chiamate silfidi, che infondono luce alle piante.
L’etere-chimico si contrappone in maniera complementare agli stati liquidi appartenenti all’elemento acqua. A differenza di quest’ultima, fluida, densa, e compatta, tendente a restringersi nell’aspetto di sfere, l’etere-chimico è discontinuo, separatore, e perciò produttore di forme. Steiner fa derivare da esso fenomeni come la chimica e la musica, chiamandolo perciò anche etere del suono, per la sua capacità di strutturare la materia secondo rapporti numerici acustici, riflessi dell’armonia cosmica conosciuta sin dalla scuola pitagorica come «musica delle sfere». Nell’etere-chimico vivono le ondine, spiriti della natura che estraggono dalle piante e dagli alberi le diverse parti di cui sono composti, come rami, fronde, foglie, pur mantenendo tra queste una relazione d’insieme.
L’etere-vitale è in rapporto di polarità con l’elemento terra, ossia con tutto ciò che si trova in uno stato solido. Mentre la terra è dura e rigida, inerte e inanimata, l’etere-vitale possiede mobilità interiore, ed è capace di dare vitaalla materia. In esso consiste il principio dell’io, ossia la forza in grado di conferire l’individualità ad un corpo. Nell’etere-vitale agiscono gli gnomi, spiriti della terra che in esso veicolano le idee archetipiche del cosmo ricevute dagli alberi, trasmettendole ai minerali di cui si nutrono a loro volta le radici delle piante.

 

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