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IL SISTEMA GETTA LA MASCHERA

La Morte Nera in Guerre stellari (1977) di George Lucas.

“Non nutrite dentro di voi energie contrarie a quelle che volete si diffondano veramente sul pianeta. Se volete un mondo senza aggressività, non siate aggressivi. Se volete un mondo libero, smettetela di sentirvi prigionieri, perché la prigione è sempre una psico-prigione e origina dall’interno di voi stessi.

I maestri hanno già previsto una stretta della morsa del controllo in questo periodo storico. Ma sappiate che siamo osservati e assistiti. Non siamo soli. Questo periodo è un test. Il vostro compito non è rovesciare il Sistema, ma restare “dritti in mezzo alle rovine”. Incorruttibili, centrati, privi di paura e odio. Così diventate davvero imprevedibili e quindi pericolosi per il Sistema.

Quello dei vaccini è solo un esempio. Io la considero più una “marchiatura psicologica” che un problema di salute. Il problema infatti non è la scientificità delle dichiarazioni che vengono fatte da ambo le parti, ma si tratta di accettare o non accettare dentro di sé il “marchio del Sistema”. Questo è molto più importante. Si tratta di dichiarare di avere o non avere una completa fiducia nel Sistema. Si tratta di affidare o non affidare la salute dei propri figli a un apparato scientifico-medico-politico-finanziario, nel quale evidentemente si crede ciecamente.

È un momento in cui siete chiamati a fare una scelta importante: dentro o fuori, accettando le conseguenze che possono derivare da entrambe le scelte.

Il punto, infatti, non sta nel combattere il Sistema, ma nella vostra capacità di aggirarlo e di sfruttarne le pecche (gli strappi nella rete). Per chi non vuole accettare determinate condizioni, c’è sempre e ci sarà sempre il modo di farlo (ricordate: non siamo soli), ma non sarà così semplice come accettarle. Costerà di più… in tutti i sensi. Ma non dovete entrare in una psicologia di paura, rabbia e contrapposizione, altrimenti vi gonfierete e non passerete più attraverso gli strappi della rete.

Sto constatando che gli ultimi eventi hanno portato alla nascita di scuole parentali e comunità autosufficienti. Questa è la strada giusta. Fino ad oggi avete dormito, sperando che questo momento sarebbe stato rimandato all’infinito, sperando che, in fondo, fossero tutte esagerazioni dei complottisti. Ma la Lorenzin, suo malgrado, vi sta risvegliando alla realtà dei fatti: questo pianeta è saldamente nelle mani di qualcuno che vuole un’umanità asservita – malata fisicamente e succube psicologicamente.

Adesso non si tratta di combattere ciò che c’è, bensì di creare il nuovo: una società dentro la società. Una rete di piccole comunità autosufficienti diffuse lungo tutto il territorio, all’interno delle quali non importa che i bambini abbiano il benestare dell’autorità scolastica per operare nel mondo. Questi bambini diventeranno adulti totalmente differenti da noi. Non saranno laureati, semplicemente perché non ne avranno bisogno. Nei prossimi anni la laurea non varrà più nulla e solo le qualità interiori decideranno del futuro dei nostri figli. Loro sono la nuova specie che abiterà la Terra. Ripeto: abbiate il coraggio di osare, perché siamo sostenuti. Ma abbandonate la rabbia, smettete di crogiolarvi nel “senso di ingiustizia”, perché sono entrambi frutto della paura, ossia zavorre che vi tengono ancorati a terra impedendovi di volare.

L’essere umano, che viene fatto entrare in maniera progressiva in questo stato di istupidimento, a un certo punto non desidera neanche più la libertà in quanto non sa più cosa significa.

Il cittadino medio di oggi dichiarerebbe anche sotto tortura di essere libero e di vivere all’interno di una democrazia. L’idea infantile di cosa è una dittatura che viene trasmessa a scuola, fa sì che tutto ciò che non somiglia alle dittature del secolo scorso venga considerato democrazia.

Basterebbe utilizzare il piano mentale ad un livello poco sopra l’ordinario per realizzare che viviamo già in una dittatura dove alle masse viene letteralmente ordinato… non tanto cosa fare, quanto cosa pensare, cosicché il fare sarà poi unicamente una diretta conseguenza del pensare. Se lo show mediatico ti ripete che è in corso una pandemia che fa centinaia di vittime ogni giorno, allora sarai tu stesso a chiedere maggiori restrizioni della libertà e più controlli da parte di polizia ed esercito.

Se lo show mediatico ti convince che il morbillo fa migliaia di morti, allora sarai tu stesso a volere il vaccino per i tuoi figli e chiederai che diventi obbligatorio anche per i figli degli altri.

Lo spauracchio di un fantomatico ritorno di un despota cattivo, serve proprio a trattenerci nella dittatura reale. E questo è il senso dell’attuale anti-fascismo di stampo mediatico.

Cosa accade a un bambino al quale non viene permesso di giocare e avere rapporti ravvicinati con altri bambini per… per quanto?

Impossibile stabilire per quanto tempo ancora…cosa accade lo scopriremo in futuro, quando questa generazione sarà cresciuta.

Il Lato Oscuro ovviamente lo sa già, perché non si muove mai a caso, ma sempre solo per ottenere risultati precisi nella psiche umana, agendo sul breve, medio e lungo termine. L’ADDORMENTAMENTO DELLA COSCIENZA E IL DOMINIO DELLA PSICHE UMANA SONO I VERI OBIETTIVI; guerre, crisi economiche e virus sono solo dei mezzi.

Non è mai in gioco l’aspetto fisico, bensì quello psicologico e animico, per cui se nel trovare delle soluzioni ci focalizziamo unicamente sull’aspetto fisico (salvare i corpi a tutti i costi) ignorando le modificazioni psicologiche che stanno avvenendo nella società, facciamo esattamente il loro gioco.

Ma adesso torniamo agli adulti. Ogni essere umano è un sistema energetico che interagisce quotidianamente con centinaia di altri sistemi energetici come lui. Quando ci avviciniamo a meno di un metro da una persona le nostre auree si compenetrano e avviene un importante scambio energetico. Le nostre auree in realtà entrano in contatto anche prima; per esempio, una persona con un corpo mentale particolarmente sviluppato – un filosofo (ho detto un filosofo, non un laureato in filosofia), un matematico, un intellettuale molto intelligente, un grande artista – può avere un’aura mentale d’un paio di metri, che si estende anche di tre o quattro volte quando insegna in un’aula. Tuttavia, il metro di distanza segna sicuramente l’intimità aurica per una persona media.

Quando ci si dà la mano avviene uno scambio energetico ancora più profondo, poiché le energie delle due persone entrano in contatto grazie al chakra che si trova al centro dei palmi. Il bacio sulla guancia è un altro livello di intimità, in quanto le teste si toccano e le due auree mentali per qualche istante si compenetrano totalmente. L’abbraccio è il livello precedente il rapporto sessuale: i due chakra del Cuore entrano in contatto. Non è un caso che all’abbraccio venga spesso associato il termine “fraterno”, in quanto di solito riguarda un momento commovente. Difficilmente ci si abbraccia per convenzione o per abitudine, come si fa invece nel dare la mano.

Nel “distanziamento sociale” tutto ciò viene a mancare. In aggiunta a questo, avrete notato che le persone stanno ben più distanti del metro obbligatorio; di norma cambiano marciapiede pur di non incrociare nessuno. Improvvisamente l’energia fra le persone smette di scorrere in maniera fluida, soprattutto fra persone che prima si conoscevano e si davano la mano e che adesso non possono più farlo. Non possono… e non vogliono più farlo, perché sono convinti di stare agendo in maniera utile per la propria salute e per quella pubblica. Questo è il colpo di genio del Lato Oscuro: gli incatenati chiedono che le loro catene diventino ancora più corte… pur di sopravvivere. Incatenati, ma vivi. La sopravvivenza dei corpi a tutti i costi, con la massima noncuranza per tutto ciò che è psicologico, sia da parte del Governo che da parte degli stessi cittadini.

Le persone sono contente di perdere i propri diritti fondamentali se le porti a credere che questo sia il male minore, un piccolo sacrificio da fare per il bene di tutti. Di conseguenza, chi non la pensa nello stesso modo si sente subito in colpa nei confronti della società, un menefreghista, e come tale viene considerato dagli altri cittadini se osa esprimere all’esterno la sua diversità di pensiero.

Aggiungiamo anche il fatto che adesso “l’altro” viene istintivamente guardato con sospetto. La persona che fa la spesa nel tuo stesso supermercato potrebbe essere infetta e quindi “portatrice di morte”. L’estraneo diviene sempre più alieno e potenziale portatore di pericolo… fino a prova contraria. Tutto questo sta già incidendo pesantemente sulla psicologia sociale. Io ho la fortuna di poterlo vedere mentre accade, in diretta, nella testa delle persone che incontro quando vado a fare la spesa.

Adesso fate bene attenzione a quello che sto per dirvi.

Con il “distanziamento sociale” ci separano per controllarci sul piano psicologico/energetico, più che su quello fisico. Nel momento in cui i tuoi legami energetici con le altre persone vengono tagliati, tu cominci a fidarti più del telegiornale che dei tuoi concittadini. L’unico punto di riferimento per il tuo modo di pensare diventa l’informazione ufficiale. Questo passaggio è subdolo proprio perché avviene in maniera automatica. Lo scambio di idee fra cittadini diventa sempre più debole a causa dell’impossibilità dello scambio energetico fra le auree degli individui. Non avete idea di quanto sia importante la chiusura dei bar da questo punto di vista. Al bar le auree si mischiano e le idee si trasferiscono da una persona all’altra solo perché state bevendo il caffè a 10 centimetri di distanza uno dall’altro. Io al bar lavoro, in quanto irradio ciò che sono verso chi mi circonda, anche se sto in silenzio. Sui social non si può lavorare nello stesso modo. QUANDO DUE PERSONE SI PARLANO, LO SCAMBIO PIÙ AUTENTICO AVVIENE SUL PIANO ENERGETICO, NON SUL PIANO VERBALE COSCIENTE, come qualunque esperto di comunicazione sa bene. Se interrompi il contatto energetico che avviene grazie alla vicinanza delle auree, lo scambio diviene superficiale e quindi pressoché vuoto.

Il divieto di creare assembramenti rappresenta la ciliegina sulla torta. Le rivoluzioni, così come, più in generale, i grandi cambiamenti sociali, sono sempre avvenuti grazie alla possibilità dei cittadini di riunirsi e organizzarsi. Per esempio, se non siamo d’accordo con una decisione del Governo, ci organizziamo e scendiamo in piazza… ma come possiamo farlo se è vietato? Il diritto fondamentale di manifestare in piazza è stato sospeso insieme a tutti gli altri diritti… perché c’è una peste? No. Perché c’è una guerra? No. Perché c’è l’influenza. E il cittadino stesso non andrebbe mai in piazza, perché lui per primo avrebbe paura di essere contagiato dagli altri manifestanti (intravedete la genialità dei maghi neri che hanno orchestrato questa situazione?). La paura della morte che prende il sopravvento su ogni desiderio di libertà.

Sul piano energetico è stato creato un vero e proprio blocco. L’energia non circola più. Immaginate se nel vostro cervello a un certo punto l’energia non dovesse più circolare. I neuroni scambiano tra loro informazioni grazie all’emissione e la ricezione di segnali elettrici che attraversano la membrana cellulare. Se questo scambio elettrico venisse alterato diventereste degli idioti, incapaci di intendere e di volere, degli zombi… o potreste addirittura morire. Ebbene, questo è esattamente ciò che stanno facendo al tessuto sociale. E questo, lo abbiamo detto fin dall’inizio, è proprio la finalità del Lato Oscuro: addormentamento e sottomissione, ossia la creazione e il mantenimento di uno stato semi-ipnotico generalizzato.

Capite perché i media insistono tanto sul concetto di “distanziamento sociale”? Capite perché il distanziamento è così fondamentale per il Lato Oscuro e perché questa situazione durerà ancora molto a lungo? Capite perché le scuole sono state le prime a chiudere e saranno le ultime ad aprire? Con il distanziamento dei bambini hanno creato un precedente; questo renderà più semplice la sottomissione psicologica della generazione futura.

Innanzitutto, occorre dire che virus e batteri abitano normalmente nell’organismo di tutti quanti noi. Anche i virus dell’influenza. Anche il covid-19, che non fa eccezione. Solo in Italia è probabile che ci siano milioni di persone che si portano in giro questo virus. Il virus di per sé non uccide nessuno, tuttavia il suo effetto può essere più o meno importante per l’organismo ospite a seconda del “terreno” che trova. Il punto non è cosa fa il virus, ma come reagisce il nostro organismo. Avete presente coloro che risultano positivi all’HIV, ma non si ammalano di AIDS?

Capite quindi quanto sia inutile, fuorviante e dannoso per la psicologia delle persone sbandierare ogni sera il numero dei “nuovi contagiati” o “nuovi infetti”. Quanti più test facciamo, tanti più “infetti” troveremo, per cui sbattere questi numeri in faccia alla gente serve solo a creare maggiore panico. Non abbiamo idea se gli “infetti” conteggiati ogni sera siano davvero “nuovi” e se l’incremento del loro numero significhi che il virus si stia davvero diffondendo a macchia d’olio; di sicuro sappiamo solo che sono state scoperte altre persone che lo avevano già nel loro organismo, chissà da quanti mesi.

Secondo aspetto di non poco conto, da un certo momento in poi, nel fare la conta dei deceduti si è smesso di distinguere fra coloro che avevano una o addirittura più patologie preesistenti e coloro che erano perfettamente sani. Invece è proprio questa distinzione che può far comprendere meglio alle persone quanto questo virus sia effettivamente letale e quanto no, magari diminuendo così il livello generale della paura. Per esempio, registrare un malato terminale – che si prende il covid-19 e muore una settimana prima di quando avrebbe dovuto morire a causa della sua malattia – come un deceduto a causa del virus, per quanto tecnicamente corretto, non mi pare per nulla onesto nei confronti della gente. In questo modo il numero dei deceduti diventa “gonfiato”.

Come ho già spiegato nei miei precedenti articoli, non credo nella malafede di qualcuno, anzi, sono convinto che politici, giornalisti e virologi stiano facendo del loro meglio con il materiale mentale che la natura ha loro concesso. Non voglio criticare il lavoro di nessuno. Dal momento che ho già spiegato la situazione generale, in quest’ultimo articolo mi sto limitando a porre domande e fornire un punto di vista differente.

Una domanda interessante potrebbe quindi essere: «Cosa fa sì che per la grande maggioranza delle persone la presenza del virus sia innocua, mentre alcuni manifestano i sintomi di una forte influenza… e una percentuale minore viene addirittura condotta fino alla morte?»

In altre parole, perché io e te ce ne andiamo entrambi a spasso con il virus, ma a te non fa niente, mentre io finisco in terapia intensiva? Questa è una domanda che potrebbe davvero aiutarci a comprendere. Magari sarebbe anche interessante studiare le condizioni ambientali in cui il virus si è manifestato con maggiore incidenza: inquinamento atmosferico, presenza di eccezionali emissioni elettromagnetiche… per fare degli esempi.

Dal punto di vista esoterico, non stiamo dunque parlando di un’entità omicida che colpisce a caso fra la popolazione, ma qualcosa che chiama a una sorta di “resa dei conti” coloro per i quali è giunto il momento. Cominciare a ragionare secondo questo nuovo schema di pensiero, modifica di molto la percezione del problema.

Per esempio, mi hanno raccontato personalmente almeno quattro o cinque casi di questo genere: un anziano si sente male, lo portano in ospedale, gli fanno il test, scopre di essere positivo al covid-19. Da qui è l’inizio della fine. Il suo stato psicologico diventa negativo, i sintomi peggiorano e va in insufficienza polmonare. Questo accade proprio perché le persone sono oramai convinte che sia il virus ad ucciderle… mentre ad ucciderle sono i tg che fanno vedere i camion che trasportano le bare. Se sei convinto di avere un virus assassino che circola libero nel tuo corpo, ti occorre una centratura interiore eccezionale per non precipitare psicologicamente. La letteratura scientifica che tratta del rapporto tra efficienza del sistema immunitario, resistenza alle patologie e stato psicologico del paziente è davvero ampia, non ci sarebbe infatti alcun bisogno di ricorrere alla Scienza dell’Anima per comprendere che molte più persone si sarebbero potute salvare in assenza di questo clima di terrore da pandemia.

Altra considerazione che non posso non fare, per quanto capisco che sia impopolare. Di fronte a un virus possiamo reagire APRENDOCI o CHIUDENDOCI. Questo in realtà vale per una qualsiasi malattia, così come per la comparsa d’una situazione insolita nella nostra vita. Il nostro Governo, imitato poi dalle altre nazioni, ha deciso di chiudersi. Qualche capo di Stato ha resistito un po’ di più (vedi Boris Johnson), ma alla fine tutti hanno ceduto o cederanno. È ancora storicamente troppo presto perché qualcuno trovi il coraggio di fare ciò che in realtà potrebbe benissimo essere fatto: aprirsi al virus.

Da un punto di vista esoterico (non saprei dirvi a quali conclusioni è giunta la scienza profana in proposito) un’epidemia si comporta in questo modo: cresce, raggiunge un apice e poi decresce. Un po’ come accade per qualsiasi altra cosa. Il punto è che lo fa INDIPENDENTEMENTE dalle misure di contenimento adottate. Essa segue il suo corso di crescita-apice-decrescita, sia che noi come società ci chiudiamo, sia che noi ci apriamo psicologicamente al virus. Il numero dei morti non cambia. Questa teoria non è dimostrabile, ma non lo è nemmeno il contrario. E a me non interessa dimostrare nulla, in quanto il mio unico punto di riferimento è la conoscenza iniziatica. Forse un giorno la scienza profana arriverà alle stesse conclusioni… o forse no… io non ho fretta.

Se un’epidemia non fa il suo corso, portandosi via tutti coloro che è venuta a prendere, non cessa. Se alle persone si permette di circolare liberamente, il virus dilaga in un tempo minore, ma questo non significa che chi non doveva ammalarsi si ammalerà e chi non doveva morire morirà… per sbaglio. Se avete deciso di fare un lavoro su voi stessi, questi concetti vi devono essere chiari, altrimenti io non sto svolgendo bene il mio compito. Chiudere un Paese non serve a nulla, se non a dare inizio a una certa condizione psicosociale di depressione e a causare una crisi economica, due aspetti che vanno di pari passo. Sulla necessità di riaprire le attività mi sono espresso in un precedente articolo: Ripartiamo!

Vi lascio con un ultimo messaggio, che in verità riassume gli ultimi quattro articoli.

Le misure di contenimento sociale che sono state prese, non sono minimamente commisurate alla reale entità del pericolo che l’umanità sta attraversando. Stiamo semplicemente vivendo un’allucinazione collettiva originata attraverso un rituale da alcuni potenti maghi neri, per i fini che ho già chiarito negli articoli precedenti.

Dal momento che TUTTO ha una sua ragione di esistere dal punto di vista spirituale, le azioni messe in atto dal Lato Oscuro hanno lo scopo di tenere prigioniere di un’illusione le persone, ma al contempo non possono evitare di favorire – come effetto collaterale – il risveglio di chi è pronto per realizzarlo.

Salvatore Brizzi

IL VERO AMORE

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“Un’unica Forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”

Giordano Bruno

Nel Simposio – il famosissimo dialogo platonico che ha come argomento proprio quello dell’amore erotico – EROS non è un Dio né un umano, ma si colloca “a metà strada”. Eros non può essere un Dio, perché Dio non ha bisogno di niente, mentre amore esprime sempre un bisogno, una mancanza da colmare, da saziare, né è un uomo, bensì è ciò che sta in mezzo tra i due, tra il divino e l’umano, è un daimon, un demone, lo chiama Platone: “Eros è un gran Dèmone, o Socrate: infatti tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e mortale. Ha il potere di interpretare e di portare agli Dèi le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli Dèi: degli uomini le preghiere e i sacrifici, degli Dèi, invece, i comandi e le ricompense dei sacrifici. E stando in mezzo fra gli uni e gli altri, opera un completamento, in modo che il tutto sia ben collegato con sé medesimo.” Amore, continua Stella ha due genitori particolari da cui deriva la propria natura; egli è infatti figlio di Poros , che non significa soltanto ricchezza o abbondanza ma anche espediente, e di Penia, che significa mancanza. In quanto figlio di quest’ultima, Eros è mancante, ha bisogno di riempire qualcosa che gli manca e mancandogli lo strugge di nostalgia, di anelito desiderante ed irrequieto, proprio come colui che ama, chi ama manca di qualcosa, ha un vuoto e questo è un vuoto ontologico che scava abissalmente il proprio essere, un vuoto che desidera, irrimediabilmente, estenuantemente, riempire, colmare. Ed ecco che qui entra in gioco Poros, perché in quanto anche figlio di quest’ultimo Eros è disposto ad usare qualsiasi mezzo, qualsiasi espediente pur di ottenere l’oggetto amato, per raggiungere ciò di cui sente la mancanza: “Poiché, dunque, è figlio di Poro e di Penìa, ad Amore è toccata la sorte seguente. In primo luogo è sempre povero e ben lontano dall’essere delicato e bello, come credono i più, anzi è duro e lercio e scalzo e senza tetto, abituato a coricarsi in terra e senza coperte, dormendo all’aperto sulle porte e per le strade e, avendo la natura di sua madre, è sempre di casa col bisogno. Per parte di padre, invece, è insidiatore dei belli e dei buoni, coraggioso, audace e teso, cacciatore terribile, sempre a tramare stratagemmi, avido di intelligenza e ingegnoso, dedito a filosofare per tutta la vita, terribile stregone, fattucchiere e sofista. E per natura non è né immortale né mortale, ma ora fiorisce e vive nello stesso giorno, quando gli va in porto, ora invece muore e poi rinasce nuovamente in virtù della natura del padre.”.

Dunque, l’amore erotico è un progetto volto ad esercitare un potere sull’oggetto amato, ha la volontà di inglobarlo, possederlo, attraverso qualsiasi espediente. Nel Fedro, altro bellissimo dialogo di Platone, invece non si parla di Eros, bensì di Philia, che traduciamo tradizionalmente con amicizia, significa però qualcosa di molto profondo. Nel Fedro essa è usata per esprimere l’amore per la verità, un amore che però non è volto a possedere, a inglobare l’oggetto verso cui si rivolge entro di sé, non è l’amore totalizzante che vuole far suo l’altro a tutti i costi, fin quasi ad annullarlo entro se stesso, non è un pre-tendere, ma piuttosto un in-tendere, un tendere verso. L’amore erotico pretende l’oggetto che ama, per poterne disporre a suo piacimento, mentre la Filia non è una pretesa di verità, ma una tensione verso di essa, una protensione, un’intenzione verso ciò che ama, in questo caso, appunto, la verità. Però ciò che entrambi condividono è il fatto che sono suscitati dalla bellezza. Bellezza che è una forma di armonia, e l’armonia non è che l’espressione visibile di quella verità che in quanto assoluta permane invisibile e indeterminata. Le due forme d’amore, perciò, non sono l’una in contrasto o in contraddizione con l’altra, anzi! Semmai sono in una scala gerarchica, come se la prima fosse una forma ancora immatura e particolaristica di amore, mentre l’altra una più completa e saggia (non a caso il termine filosofia, ha la sua radice proprio in Philos, ovvero amico, colui che ama nel senso profondo e puro del termine e sophia che è la sapienza, la saggezza.) È come se l’anima si trovasse a dover percorrere un itinerario, un percorso formativo e perfettivo che parte dall’amore erotico suscitato dalla bellezza di un corpo materiale, particolare: “L’anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e fuor di sé non trova sonno di notte né riposo di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l’ha riguardato, invasa dall’onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l’unico medico dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell’anima, mio bell’amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amore” (Fedro). Poi però, attraverso un processo di anamnesi, l’anima mentre contempla la bellezza dell’oggetto amato si ricorda della forma pura e universale della bellezza e quindi si eleva a un gradino più alto, all’amore per la bellezza universale, fino a scoprire che essa non è che il riflesso della verità, che si può amare solo per sé stessa e non perché ci è utile, perché ci interessa possederla per farne l’uso che vogliamo. Più che desiderio di possesso questo amore è animato dal desiderio di esser posseduto dalla verità, di perdersi in essa, non di controllarla, non di esercitarvi un potere totalizzante e asfissiante. “Poiché dunque il pensiero di un dio si nutre di intelletto e di scienza pura, anche quello di ogni anima che abbia a cuore di accogliere quanto le si addice, quando col tempo abbia scorto l’essere, ne gioisce e, contemplando la verità, se ne nutre e si trova in buona condizione, finché la rotazione circolare non riconduca allo stesso punto. Durante l’evoluzione esso vede la giustizia in sé, vede la saggezza, vede la scienza, non quella alla quale è connesso il divenire, né quella che è diversa perché è nei diversi oggetti che noi ora chiamiamo enti, ma quella che è realmente scienza nell’oggetto che è realmente essere. E dopo aver contemplato allo stesso modo le altre entità reali ed essersene saziata, si immerge nuovamente nell’interno del cielo e torna a casa. E una volta arrivata, l’auriga, arrestati i cavalli davanti alla mangiatoia, li foraggia di ambrosia e dopo questa li abbevera di nettare” (Fedro).

È un amore, una filia scevra da utile e interesse, dal desiderio bramoso del possesso e dell’afferramento inglobante dell’oggetto amato. Nell’amore erotico quando amo te, perché ho bisogno di te, in realtà non è te che amo, ma me stesso: amo te in quanto servi a me, a riempire il mio vuoto, il mio anelito straziante, la mia lacuna penosa, è un amore strumentale si potrebbe dire in quanto io ti strumentalizzo per colmare, risolvere un mio bisogno. Tant’è che Pascal ha parlato di “amor sui” e già i greci parlavano di philoautia, cioè di amore per sé stessi. Si inserisce a questo punto la distinzione tra l’io e l’ego. Il primo è il naturale slancio che pervade l’identità di ciascuno di noi e lo spinge verso l’alto, verso qualcosa che costituisce un valore autentico, la verità; il secondo invece, è un arroccamento difensivo, una chiusura verso il mondo e gli altri, dettata molto spesso dalla paura, è la nostra corazza per difenderci dalla presunta aggressione del mondo e degli altri e che finisce alla fine per schiacciarci, facendo sì che è proprio questo ego ingabbiante a sferzare su di noi i colpi più duri, essendo la radice della nostra sofferenza e della nostra dannazione, dice Stella. Eros è una pretesa egoica, di inglobamento dell’altro, è un ego che non accetta la differenza e che manifesta un’incapacità di comprendere che ogni identità determinata, è, come evoca lo stesso termine de- terminata: terminata perché circoscritta, conchiusa entro se stessa e perciò limitata, finita. Ma senza l’altro l’io non potrebbe porsi affatto in maniera determinata (Io diverso da Non io, senza il non io, l’io non potrebbe definirsi), quindi amare l’altro (senza la volontà di annullarlo entro di sé) è un atto non solo eticamente apprezzabile, ma anche teoreticamente e logicamente corretto e intelligente. Invece la volontà di inglobare l’altro è un progetto infantile: il bambino, nell’utero è Kaipan, è un uno-tutto, un’unità indifferenziata. Soltanto dopo si produce la frattura (trauma) e dall’uno si arriva alla diade composta dal bimbo e la amdre, ma il desiderio dell’infante è ancora quello di tornare alla sua unità originaria, di inglobare il tutto con cui vorrebbe sentirsi ancora indistinto, ha nostalgia dell’agnos, di questa unità primigenia da cui proviene e a cui desidera tornare. Non a caso Freud parla a tal proposito di fase orale: il neonato mette in bocca le cose proprio perché animato dal desiderio, non solo di nutrimento, ma anche di amore, di inglobare tutto, perché se io inglobo l’altro posso sperare di ricostituire quell’unità perduta indifferenziata. Questa difficoltà ad accettare la differenza rappresentata dall’altro da me, dal mondo e dagli altri è chiamata da Freud principio di realtà: il bambino che incontra l’urto della realtà è costretto a reagire (fase secondaria).

Il bambino che vuole a tutti i costi un giocattolo, una volta che lo ottiene smette di giocarci, si accorge che una volta posseduto esso perde tutto il suo interesse e il suo fascino, che vengono riaccesi soltanto quando magari arriva un altro bambino che gli chiede se può giocarci e la risposta, il più delle volte è “no perché è mio”. Se nessuno vuole un mio oggetto io posso predisporne come mi pare e piace, anzi, ne fruisco persino poco, ma se è insidiato da un altro possibile possessore ecco che allora lo voglio a tutti i costi, di nuovo. Questo è il classico fenomeno della gelosia, la quale è una componente fondamentale dell’amore erotico, volto al possesso, all’esercizio del potere e qualora l’amante riuscisse ad esercitare pienamente questo desiderio di inglobare l’altro, presto si accorgerebbe che questo altro non gli susciterebbe più alcun interesse, alcun desiderio, perché sarebbe già totalmente suo. Non bisogna, continua Stella, né farci inglobare né inglobare, perché l’amore è relazione, e una relazione, per essere tale, richiede che siano presenti e sussistenti entrambi i termini. Semmai l’unità raggiunta nella relazione è un’unità che trascende entrambi i termini, ed è a questa nuova unità che ci si deve poter affidare, distaccandosi dal nostro centro. Tornando di nuovo a Freud, costui parla di fase genitale e fallica, ovvero la fase piena della maturazione psico-affettiva. Se nella fase orale c’è un processo di interiorizzazione della differenza e nella fase anale un processo di esteriorizzazione dell’identità, è solo nella fase genitale e fallica che si accetta l’alterità in quanto tale. La stessa parola coito viene da coire, cioè andare insieme. L’orgasmo, fa notare il professore, viene anche chiamato petit mort non casualmente ma perché può provare davvero un orgasmo solo chi è disposto a perdersi, ad abbandonarsi all’altro, a “morire dolcemente” nelle braccia dell’altro, solo chi non è spasmodicamente attaccato a sé stesso, in modo così forte da non esser disposto a perdersi nell’altro può provarlo, è un amore obliativo che richiede una certa dimenticanza di sé e un totale abbandono, un inerme affidarsi all’altro. Perciò nell’amore è necessaria una certa dose di distacco. Tema che già i filosofi stoici e scettici avevano indicato per evitare di essere travolti dal mondo, dalle preoccupazioni del mondo. Ancora una volta l’etimologia delle parole è rivelatrice suprema del loro significato: pre-occupazioni, una mente che è già occupata non può occuparsi, chi si pre-occupa non si occupa. Anche Maister Eckhart, uno dei principali teologi, filosofi e mistici tedeschi del Medioevo Cristiano, lodava il distacco: “bisogna lodare il distacco più della morte. Chi non sa distaccarsi da se stesso non saprà distaccarsi neanche dal mondo” e anche in San Giovanni si legge: “solo chi non ha paura di perdersi si salverà”. Hegel più tardi parlerà di “santa indifferenza” (e prima di lui già Ignazio da Loyola usò per primo questa espressione) e Heidegger di gelassenheit, di lasciar essere. Quindi imparare a distaccarsi da sé stessi, dal proprio ego che pretende di controllare tutto e tutti, di fare di tutto e di tutti delle sue proprietà, anche dell’io stesso, dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri, del suo spirito… Intesi tutti come possessi da tener ben chiusi dentro al propria fortezza escludente e terrorizzata dall’urto con l’altro. Invece dobbiamo imparare a “lasciarci essere”, ad affidarsi all’altro, come quando si fa il morto in mare, che è il massimo dell’affidarsi all’altro, tanto da dargli addirittura le spalle: chi ha paura di affidarsi alla danza delle onde sotto di sé, alla corrente misteriosa che ci sospinge, ma che può anche travolgerci e smarrirci, chi teme l’acqua come fonte della propria perdizione comincia ad agitarsi ed è la volta che le onde possono davvero risucchiarmi nel loro vortice tumultuoso; ma se io invece mi affido, mi lascio guidare dalla corrente, dalla culla delle onde, se mi affido confidandovi, quell’acqua diventa la fonte della mia salvezza, la “fede”, l’abbandono fiducioso nell’altro, per dirla di nuovo con Hegel, è capace di “prendere il negativo su di sé e volgerlo in essere”. Ma imparare a distaccarsi, a quale prezzo, a quale condizione è possibile? Soltanto individuando un valore che sia superiore a quello che noi attribuiamo al nostro ego, a noi stessi. Ed ecco che come in circolo virtuoso, torniamo a Platone, alla filo-sophia, all’amore per la saggezza, l’amore per la verità: chi ama davvero la verità, chi la pone al centro dei propri interessi, della propria riceva si dimentica di sé stesso. Ma si tratta di un amore universale, non asfittico, angusto, intossicante. L’amore per il sapere è un in-tendere, non un pre-tendere. E si tratta dell’amore per la verità assoluta perché una verità che sia relativa, determinata sarebbe una non-verità, sarebbe una contraddizione in termini o porterebbe a un regresso infinito: un principio per esser considerato vero dovrebbe appoggiarsi su un altro principio e questo a sua volta su un altro e così via all’infinito…un cattivo infinito, potremmo dire in termini hegeliani. Ma se la verità è assoluta (ab-solutus significa sciolta, libera da tutto), neanche la ragione può avere la pretesa di determinarla, di possederla, di poter affermare: “eccola, è questa”. In ciò sta la grandezza del so di non sapere socratico: esso significa che ciò che io intendo sapere è la verità, mentre ciò che trovo nella mia ricerca sono solo doxai, opinioni, verità relative, contingenti, particolari, non la verità assoluta che intenderei conoscere. Ecco perché l’importanza del dialogo, che andrebbe recuperato soprattutto oggi nel momento in cui assistiamo sempre di più a dialoghi che sono presuntuosi e autoreferenziali monologhi, in cui ciascuno dei due interlocutori pretende solo di affermarsi e affermare il proprio punto di vista sull’altro, di schiacciarlo, di inglobarlo nelle sue ragioni, senza esser disposto ad aprirsi a lui, ad estendere il proprio orizzonte fino ai confini dell’altro. In un dialogo in cui il principio è il sapere di non sapere ciò che si fa non è imporsi sull’altro, ma anzi, cogliere il limite della propria opinione, evadere dal proprio ovattato orizzonte e andare avanti, procedendo nell’intenzione della verità, la quale non è da afferrare, da possedere ma di esser posseduti da essa. Perché la verità è un valore in quanto tale, di per sé stessa, non perché mi serve a qualcosa, la posso amare e basta, perché voglio esserne posseduto, illuminato, guidato. E quel so di non sapere si ritrova in ambito teologico in quelle parole di Agostino che recitano più o meno così: “non ti cercherei se non ti avessi già trovato” (a proposito di Dio, in questo caso). Come per Socrate, che non potrebbe dire “so di non sapere” se la verità non l’avesse già toccato, illuminato. Di nuovo può venirci in aiuto l’etimologia delle parole: falsum – il contrario di ciò che è vero – è il participio passato di fallere quindi è ciò che è stato falsificato, ed è significativo che il presente della verità coincida con il passato dell’errore, ecco perché anche Agostino può dire di esser già stato toccato dalla verità, da Dio.

FONTE : Chiara Del Corona (www.ilbecco.it)