Alchimia, Filosofia, Gnosticismo, Spiritualità

ELI, ELI, LAMA SABACHTANI

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Il “Cristo” meramente utilitaristico, cioè “morto inutilmente”  in quanto utile solo a delineare la preminenza della gerarchia confessionale rispetto alla gente comune è connesso al greco “CHRESTOS”, che significa appunto utile (adatto, idoneo, abile).

L’antico concetto di uomo libero era infatti riferito, nelle sedi di iniziazione ai mondi spirituali, al corpo fisico come strumento “più adatto” e completo per l’evoluzione dell’io, che ha luogo proprio mediante l’uso ed il consumo del corpo fisico anche in rapporto alla sofferenza ed al dolore.

“CHRISTOS”, in latino “CHRISTUS”, significa invece “unto”, ed è la traduzione letterale dell’ebraico “MASCIACH”, “Messia”. Nell’antichità erano “unti” i sacerdoti, i re e i profeti, e ciò che era venerato a dicembre era il più grande “unto” dell’intero universo: lo spirito del Sole.

In base a questa conoscenza gli iniziati facevano l’esperienza riassunta nelle parole di Paolo: “Non io, ma il Cristo in me”, che significano: non il mio io pieno di egoismo deve prevalere; questo si deve fare strumento (“CHRESTOS”) per l’io Cristico (“CHRISTOS”).

Infatti era notorio che nella morte “moriva” solo lo strumento fisico, il CHRESTOS, mentre lo spirito, il CHRISTOS, poteva “risorgere”, secondo la sua natura immateriale, in ogni individuo umano. Ecco perché l’antica formula per la morte del “CHRESTOS” era: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, mentre per il CHRISTOS era: “Mio Dio, mio Dio, quanto mi hai esaltato!”.

Nell’ebraico antico le due frasi suonano quasi uguali: “ELÌ, ELÌ, LEMÀ SABACTÀNI” (mi hai GLORIFICATO) ed “ELOÌ, ELOÌ, LEMÀ AZABTÀNI” (mi hai ABBANDONATO; da “AZÀB”, “abbandonare”, verbo formato dalle lettere AIN, ZAIN E BET).

In effetti, l’espressione ELI, ELI, LAMA SABACHTANI

-Ηλει Ηλει λεμα σαβαχθανει-

non ha mai significato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Significa originariamente il contrario. Sono le parole sacramentali utilizzati dall’iniziazione finale nell’antico Egitto, come anche in altre regioni, durante il Mistero della messa a morte del “CHRESTOS” nel corpo mortale, con le sue passioni animali, e la resurrezione dell’uomo spirituale come CHRISTOS illuminato in un’aura ora purificata (equivalente alla “seconda nascita” di Paolo, il “nato due volte” o a quella iniziatica dei brahmani, ecc.). Queste parole erano rivolte all’io superiore dell’Iniziato (“Sé Superiore”), lo Spirito divino in lui nel momento in cui i raggi del sole mattutino si riversavano sul corpo in trance del candidato, e dovevano richiamarlo alla vita della sua nuova rinascita. Tali parole, poi distorte a fini dogmatici, erano indirizzate al Sole spirituale interiore, e significavano “Mio Dio, Mio Dio, come mi glorificherai!”

Questo fatto, di cui oggi non si parla più, ha portato al capovolgimento della logica riguardante la risurrezione dell’io e, di conseguenza, si arriva a predicare la risurrezione del corpo come se il corpo fosse la cosa più importante dell’essere umano; o come se la “manna” dell’uomo fosse il cibo che lo nutre come mero corpo terrestre, materiale.

Le cose però non stanno così. Una immortalità del corpo che senso avrebbe?

«Non posso che concordare con Haeckel quando dice di preferire a un’immortalità, quale molte religioni la insegnano, “l’eterno riposo nella tomba”. Infatti l’idea di un’anima che sopravvive allo stesso modo di un essere sensibile mi appare un abbassamento dello spirito, un ripugnante peccato contro lo spirito» (Rudolf Steiner, 1861-1925).

Il “MANAS” indica in sanscrito l’intelligenza dell’io umano, e questo “MANAS” fu sempre sentito provenire dall’alto. Gli indiani d’America lo adoravano nel dio “Manitù”. Nell’antica Grecia fu conosciuto come la forza del “Minotauro” dominata da “Minosse”. La civiltà “minoica”, col suo culto del toro, fu appunto quella del rinvenimento della ragione per tornare alla luce (attraverso il famoso filo di Arianna, simboleggiante il filo nel “labirinto” della ragione, o del “MANAS” appunto). Era il periodo in cui tale forza incominciava ad essere percepita non più proveniente dalla sede del torace o del cuore ma da quella del capo umano.

Questa aurea attività interiore e solare, in grado di generare ricchezza spirituale e materiale (perfino il termine capitalismo proviene da “capo”, “testa”, “cranio”, “GOLGOTA”), era perciò in grado di soddisfare anche ogni desiderio di cibo, cioè della cosiddetta “manna” del mondo ebraico. “Man” è anche la radice dell’umanità stessa. Ma cos’è la manna umana se non il talento dell’io umano, generatore di ricchezza sia spirituale che materiale? Bisognerebbe chiedersi dunque per quale ragione le confessioni religiose odierne non vogliono testimoniare che tale intelligenza è quella stessa del Logos o del Cristo in ogni essere umano. Hanno forse paura dell’intelligenza della natura umana? Sembra proprio di sì, dato che è sempre più evidente che la si vorrebbe, in un modo o nell’altro, rendere schiava, o crocifiggerla ancora, la croce essendo la massima espressione del materialismo.

Quando il cristianesimo divenne religione di Stato (verso la fine del quarto secolo circa) entrò infatti in esso qualcosa che non era più cristianesimo. E cos’era? Era l’imperialismo della romanità in declino. L’ampia e profonda saggezza che nei primi secoli cristiani tentava di compenetrare il mistero del GOLGOTA (cranio) e tutto ciò che vi si ricollega, fu travolta dal materialismo occidentale, che lentamente, dal quarto secolo in poi, pervase la civiltà occidentale ed oggi è l’espressione del passaggio verso il materialismo cattolico, connesso all’“uomo dei dolori”, cioè al “CHRESTOS”, non al “CHRISTOS”.

Con ciò si produsse una frattura nel mondo della cristianità. L’immagine del Cristo crocifisso e sofferente, che da allora in poi perdurò per secoli, non permise più di afferrarlo nella sua essenza immateriale e risorgiva come io in ogni essere uomo. Ed oggi il Cristo è percepito solo come particola, come corpo materiale, senza che l’io trionfi come vincitore e custode dell’umanità.

La stessa idea della nascita umana o del Natale si è impoverita al punto che il più grande evento è stato ridotto ad un banale processo fisiologico, sperimentabile consumisticamente (cena di Natale) o tutt’al più sentimentalmente (auguri di Natale).

Eppure attraverso l’idea del passaggio evolutivo verso l’io che proviene dall’alto entra nell’uomo qualcosa che non può comprendersi materialisticamente.

Due sono dunque i mondi che questo passaggio riunisce: il mondo sensibile e quello sovrasensibile. L’io umano appartiene a quest’ultimo. L’io non è percepibile mediante i sensi ordinari. Per percepire l’io occorre abbandonare l’ordinaria percezione sensibile. Questo ABBANDONO dei sensi ordinari apre la porta alla percezione sovrasensibile, la quale procura la GLORIA dell’io-Logos, consistente nella via, nella verità e nella vita di ciò che è eternamente alto. Perfino la parola “alto” ha la medesima radice “AL” di “ALLAH”, “ELYON”, “ELOAH”, “ELOIM”.

Ogni nascita, così come ogni morte, è gloriosa, perché ogni cambiamento fa parte di una evoluzione. E questo riguarda anche ogni abbandono. L’abbandono” comporta, anche etimologicamente, un “bando” o una “bandiera” da lasciare. In fondo si lascia una rappresentazione per un’altra rappresentazione, un pensiero per un altro, perché questa è la vita del pensare. L’essenza di ciò che nasce e di ciò che muore ha in sé una forza che va oltre quella mera nascita o quella mera morte.

A questo punto del ragionamento sembra quasi di ritornare nella mistica degli antichi o delle antiche scritture. Ma non è così. Credo, anzi, sia sbagliato usare le antiche scritture, come ad esempio la Bibbia, per dimostrare con interpretazioni mistiche o incapaci di uscire dal misticismo che l’uomo è qualcosa di essenzialmente alto o, quanto meno, diverso dalla terra. In realtà l’uomo è essenzialmente extraterrestre, e bisognerebbe avere il coraggio di scoprirlo e casomai verificarlo con le scritture dopo averlo scoperto. Per verificarlo occorre semplicemente identificare l’individuo umano non con la terra o con la mineralità o con la materia, ma col suo io, percepibile solo in modo sovrasensibile. Noi non siamo il nostro corpo. Siamo gli abitatori di esso, e solo in quanto tali siamo extraterrestri. Io oggi sono diverso da ieri o dal tempo in cui avevo tre, o trenta, o sessant’anni, perché la mia “terra” cambia sempre ed ogni sette anni è completamente diversa perfino nella sua struttura ossea (la fisiologia lo dimostra: ogni sette anni, il nostro corpo fisico si trova rinnovato: nessuna sua cellula, da quella dei muscoli a quella dello scheletro, vive più di sette anni). Io invece pur cambiando sempre sono sempre io. E questo è quello che conta. Perché ogni io è eterno: non è mai nato e mai morirà.

Da questo punto di vista è interessante notare in Africa, in Mali, la tribù dei Dogon: «Questa popolazione possiede sorprendenti conoscenze astronomiche. I Dogon, infatti, sanno dell’esistenza di Sirio B, una piccola stella orbitante intorno a Sirio e del tutto invisibile ad occhio nudo. E si noti che gli astronomi occidentali, fino alla metà del XIX secolo, non sospettarono l’esistenza di Sirio B che fu poi fotografata solo nel 1970. Come fanno i Dogon a sapere che Sirio è una stella doppia? A quanto essi stessi dicono, queste conoscenze sono state loro trasmesse dagli abitanti di un pianeta di Sirio B sbarcati sulla terra. E queste creature venute da Sirio, che i Dogon chiamano NOMMO, erano a forma di pesce e dovevano vivere nelle acque perché anfibie». Il nome “DOGON” è molto simile a quello di una divinità filistea, “DAGON”, a volte rappresentata come mezzo uomo e mezzo pesce, di cui parla anche la Bibbia. Si noti l’assonanza anche con l’ebraico “DAGHÌM”, “pesci”, plurale di “DAG”, pesce”.

Certamente il credente nell’uomo come essere meramente terrestre troverà mille ragioni per dimostrare che l’extraterrestre non esiste. Però per affermare anche una sola di queste ragioni dovrà, per forza di cose, contrapporsi alle forze del cielo o provenienti dall’alto per affidarsi a quelle provenienti dalla terra. Dovrà, per forza di cose, credere più ad un impercepibile “quanto” che al proprio percepibile io, ricadendo di nuovo nel misticismo che, grazie alla scienza, dal tempo di Galileo avrebbe dovuto imparare a superare… Anche questo riguarderà comunque la sua evoluzione di essere umano.

La GLORIA dell’io-Logos è in ebraico “KAVÒD”, che significa letteralmente “peso”.

È interessante notare come questo “peso”, a dispetto di ogni forza di gravità terrestre, tenda verso l’alto.

Forse è per questo motivo che il soppesare è anche sinonimo del pensare. A questo punto è interessante osservare che nella misura in cui è possibile la riflessione concettuale, il cervello si allontana dalle forze gravitazionali e della pesantezza materiale grazie alle forze idrostatiche del liquido cefalo-rachidiano: grazie alla presenza di questo liquido (detto “liquor”) il cervello pesando un settantesimo del suo peso reale rende possibile la riflessione concettuale. Se pesasse completamente sui nervi cranici, schiacciandoli, vale a dire premendo sullo spazio sub-aracnoidale intracranico che risente di tutte le variazioni di pressione (dovute alla respirazione mediante inspirazione ed espirazione) del liquido cefalo-rachidiano, non esisterebbe né la vita del pensare né la stessa vita umana.

Questa cosa è talmente importante che nella prima conferenza del ciclo “I capisaldi dell’economia” Rudolf Steiner incomincia proprio con questa considerazione con la quale concludo queste riflessioni:

«Io parlo ora soprattutto a studenti, per indicare loro come ritrovarsi nell’economia politica. Di conseguenza desidero dire quel che ora è più essenziale. Quando nacque il bisogno di sollevare problemi di economia politica, eravamo già in un tempo in cui non si aveva più la capacità di pensiero atta ad abbracciare un campo come questo; mancavano ormai, semplicemente, le idee adeguate. Voglio mostrare che era così mediante un esempio tratto dalla scienza naturale.

Noi uomini abbiamo il nostro corpo fisico, ed esso ha un peso come lo hanno gli altri corpi fisici. Dopo il pasto esso pesa più di quanto non pesava prima; tanto che si potrebbe controllarne l’aumento con una bilancia. Ciò vuol dire che l’uomo è sottoposto alla legge di gravità. Ma solo con tale gravità, che è una qualità di tutti i corpi ponderabili, non potremmo fare molto, e l’uomo sarebbe costretto a girare il mondo come un automa, non come un essere cosciente. Ho detto spesso che cosa occorra perché ci possiamo formare dei concetti che abbiano un valore, cioè che cosa occorra all’uomo per pensare. Il cervello umano, preso per sé, pesa circa 1400 grammi. Se questi 1400 grammi gravassero sulle arterie che stanno alla base cranica, le schiaccerebbero completamente. Non si sopravvivrebbe un istante se il cervello umano fosse fatto in modo da gravare con tutti i suoi 1400 grammi! È davvero una fortuna per gli uomini che esista il principio di Archimede secondo il quale, nell’acqua, ogni corpo perde tanto del suo peso quanto è il peso del liquido che esso sposta. Il cervello galleggia nel liquido cefalico e perde così 1380 grammi, poiché tale è il peso della massa liquida che corrisponde al volume del cervello umano. Il cervello preme con soli 20 grammi sulla base cranica, e questa pressione è sopportabile. Ma se ci domandiamo “a che serve tutto ciò?” dobbiamo rispondere: con un cervello che fosse soltanto massa ponderabile non potremmo pensare. Noi non pensiamo con ciò che è sostanza pesante, ma pensiamo con la spinta ascensionale. La sostanza deve prima perdere il proprio peso, e solo allora possiamo pensare. Noi pensiamo con ciò che vola via dalla terra.

Siamo però coscienti in tutto il corpo. E da che cosa siamo resi coscienti in tutto il corpo? Nel nostro corpo esistono 25.000 miliardi di globuli rossi, i quali sono assai piccoli, ma anche pesanti, perché contengono ferro. Ognuno di questi 25 bilioni di globuli rossi galleggia nel siero del sangue, perdendo del suo peso tanto quanto sposta di liquido, così che anche in ogni singolo globulo rosso viene generata una spinta ascensionale; e proprio 25 bilioni di volte. Nel nostro corpo intero noi siamo coscienti grazie a ciò che spinge verso l’alto. Possiamo così dire che quando ingeriamo degli alimenti, essi devono anzitutto venir alleggeriti, trasformati, perché possano servirci. Tale è l’esigenza dell’organismo.

Ora la capacità di pensare a questo modo e di regolarsi in conformità si era perduta nell’epoca in cui era diventato necessario pensare ai problemi economici. Da allora in poi si tenne conto soltanto dei corpi ponderabili, senza ricordare ad esempio che in un organismo una sostanza ha un comportamento diverso in rapporto alla sua gravità quando subisce una spinta ascensionale.

 

FONTE

http://sabatoxuomo.altervista.org/

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IL MITO DI ARISTOFANE

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Il mito di Aristofane (o mito dell’androgino) è presente nel celebre dialogo platonico Simposio, che si propone di trattare l’immortale tema dell’amore.
Dopo l’esposizione di Fedro, Pausania ed Erissimaco, inizia a parlare Aristofane, il famoso poeta comico, che sceglie il mito come veicolo della sua opinione su Eros. Tempo addietro – espone il poeta – non esistevano, come adesso, soltanto due sessi (il maschile e il femminile), bensì tre, tra cui, oltre a quelli già citati, il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. In quel tempo, tutti gli esseri umani avevano due teste, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali ed erano tondi. Per via della loro potenza, gli esseri umani erano superbi e tentarono la scalata all’Olimpo per spodestare gli dei. Ma Zeus, che non poteva accettare un simile oltraggio, decise di intervenire e divise, a colpi di saetta, gli aggressori.

« Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi »

In questo modo gli esseri umani furono divisi e s’indebolirono. Ed è da quel momento – spiega Aristofane – che essi sono alla ricerca della loro antica unità e della perduta forza che possono ritrovare soltanto unendosi sessualmente. Da questa divisione in parti, infatti, nasce negli umani il desiderio di ricreare la primitiva unità, tanto che le “parti” non fanno altro che stringersi l’una all’altra, e così muoiono di fame e di torpore per non volersi più separare. Zeus allora, per evitare che gli uomini si estinguano, manda nel mondo Eros affinché, attraverso il ricongiungimento fisico, essi possano ricostruire “fittiziamente” l’unità perduta, così da provare piacere (e riprodursi) e potersi poi dedicare alle altre incombenze cui devono attendere.

« Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore »

Siccome i sessi erano tre, due sono oggi le tipologie d’amore: il rapporto omosessuale (se i due partner facevano parte in principio di un essere umano completamente maschile o completamente femminile) e il rapporto eterosessuale (se i due facevano parte di un essere androgino).

La caratteristica interessante del discorso di Aristofane risiede nel fatto che la relazione erotica fra due esseri umani non è messa in atto per giungere a un fine quale potrebbe essere la procreazione, ma ha valore per se stessa, prescindendo così dalle conseguenze.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

• C.J. Rowe, Il «Simposio» di Platone
• G. Reale, Eros demone mediatore. Il gioco delle maschere nel «Simposio» di Platone

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FERMARE IL MONDO

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1 – CONFIDARSI CON LO SPIRITO. Come se parlassi ad un buon amico, da tu a tu, con infinita fiducia; fallo tutte le notti prima di dormire e quando meno lo ricordi ti risponderà nei tuoi sogni. Il guaio dell’uomo è che egli intuisce le proprie risorse nascoste ma non osa utilizzarle

2 – ESTIRPARE L’IMPORTANZA PERSONALE. Il 90% della nostra energia la consumiamo nel tentativo di difendere la nostra importanza personale. Chi non dà a se stesso nessuna importanza diventa invulnerabile.
l’energia che si spreca nel dare importanza a se stessi è la massima immaginabile, l’arte di riorientarla si chiama impeccabilità.

3 – RIUSCIRE A SEPARARSI DAL MONDO… RESTANDO IN ESSO. Continuando a viverci (“follia controllata”)  “fare l’agguato a se stessi”, cioè “catturare” i propri vizi e tutte le altre abitudini malsane. Non “darsi” (attaccarsi) al mondo, ma “godere” di esso. La follia controllata è l’arte di fingere di essere completamente immersi in qualcosa a portata di mano – e fingere tanto bene che nessuno possa vedere la differenza tra vero e falso.  La follia controllata non è un vero e proprio inganno, ma un mezzo sofisticato e artistico di essere separati da tutto pur restando parte integrale di tutto.  La follia controllata è difficile da apprendere.  Molti non riescono a sopportarla, non perché ci sia in quell’arte qualcosa di male, ma perché richiede molta energia nel praticarla. Follia controllata, è l’atteggiamento di chi ha imparato a «vedere» e si trova circondato dalla mera follia.

4 – NON LASCIARSI “TRASCINARE” DALLE SITUAZIONI. Ritirarsi. Lasciar che i pensieri scorrano liberamente… occuparsi di qualcos’altro. Qualunque cosa può essere utile… se cominciate a inquietarvi e ad impazientirvi, a disperarvi, sarete abbattuti senza pietà dai tiratori scelti dell’ignoto… se invece agite senza macchia e avete sufficiente potere personale per eseguire i vostri compiti, si attuerà per voi la realizzazione dell’intenzione.

5 – TRATTARE CON LA GENTE SENZA LASCIARCI DISTRUGGERE DA ESSA. Le persone ci affettano, ci tolgono potere, energia, ci schiavizzano… non lasciar vedere il tuo “gioco”. Non mettersi mai in prima linea.

6 – ARRESTARE IL “DIALOGO INTERIORE“. Interrompere la conversazione interna, “fermare la descrizione del mondo”. Smettila di cercare conferme e approvazione dal mondo intorno a te ogni volta che il dialogo interno si interrompe, il mondo sprofonda e affiorano straordinarie sfaccettature di noi, come se fossero state fino a quel momento tenute nascoste dalle nostre parole. Voi siete cosi come siete poiché vi dite che siete appunto cosi.

Ma perché qualcuno dovrebbe desiderare di fermare il mondo? Non lo desidera nessuno, questo è il punto, semplicemente accade. E quando capirai cosa significa “fermare il mondo”, ne conoscerai la ragione… una delle arti del guerriero consiste nel far crollare il mondo per un motivo preciso e poi rimetterlo in piedi “. Fermare il mondo è il primo passo per imparare a vedere (in contrapposizione al semplice atto di guardare).

A seconda di come il mondo “dovrebbe” essere secondo i nostri “pregiudizi”, crediamo e creiamo il mondo, però in questo modo ci precludiamo la capacità naturale che abbiamo di “vederlo”, tal come è veramente; invece di “pensarlo”, dovremmo in verità “sentirlo”… allora, la verità sorgerebbe davanti ai nostri stessi occhi, e nessuno potrebbe ingannarci più su nulla. Col dialogo interiore sul mondo lo animiamo, lo accendiamo di vita, lo sosteniamo fermamente con la nostra conversazione interna; e non solo è così, addirittura scegliamo anche i nostri cammini a forza di parlare con noi stessi. E’ così che ripetiamo le stesse abitudini, gli stessi errori di sempre, uno dopo l’altro, fino al giorno della nostra morte. Apprendere in modo autentico una nuova descrizione del mondo implica la capacità di ricavare una nuova percezione del mondo, che si adatta a quella descrizione (es. quella degli stregoni). Ciò significa raggiungere, ottenere la “partecipazione” completa e diretta con il NAGUAL, essere in grado di elaborare tutte le interpretazioni percettive appropriate che, conformandosi a quella descrizione, la convalidano…
per fermare il mondo si deve imparare una nuova descrizione in un senso totale, allo scopo di contrapporla a quella vecchia e,  in questo modo, spezzare la certezza dogmatica, che tutti abbiamo, secondo la quale la validità delle nostre percezioni, o la nostra realtà quotidiana, non si devono mettere in discussione.
il passo successivo è quello di vedere, la risposta alle sollecitazioni percettive di un mondo esterno a quella descrizione che abbiamo imparato a chiamare realtà.

La ricerca sistematica del silenzio interiore.

L’interruzione del dialogo interiore, cioè del flusso di pensieri che noi incessantemente rivolgiamo a noi stessi, è una tecnica base in molte discipline spirituali, per esempio in alcuni sistemi di meditazione yogica. Se eliminiamo l’interferenza del dialogo interno, che ci impone di non cercare nulla oltre i limiti delle sue categorie, la nostra ragione è costretta a farsi da parte ed allora molte meraviglie diventano possibili: una cosa semplice come “guardare” può trasformarsi nell’atto magico di “vedere”, cioè nella percezione diretta dell’energia così come fluisce nell’universo. Portare a compimento quest’impresa significa fermare il mondo, cioè interrompere per sempre la coesione e la coerenza della nostra percezione.

L’interruzione comporta anche la sospensione dell’interpretazione sensoria.

Per interrompere l’immagine del mondo (dialogo interiore) che si possiede fin dalla culla, non è sufficiente volerlo o deciderlo. E’ necessario avere un compito pratico; questo compito pratico è chiamato “il modo giusto di camminare” Esso satura il TONAL, lo inonda fino a sommergerlo.
capite: l’attenzione del TONAL dev’essere posta sulle sue creazioni. E’ infatti quell’attenzione che, in primo luogo, crea l’ordine del mondo; il TONAL deve quindi essere attento agli elementi del suo mondo, per sostenerli, e soprattutto deve sostenere l’immagine del mondo come dialogo interno. Il modo giusto di camminare era un sotterfugio. Nel frattempo si può attirare l’attenzione sulle braccia, intrecciando le dita in modo insolito… l’importante è che guardando, senza mettere a fuoco gli occhi, verso un punto esattamente di fronte a lui nell’arco che parte dalla punta dei suoi piedi e finisce all’orizzonte, letteralmente sommerge il proprio “TONAL” di informazioni. Il “TONAL”, in mancanza della consueta relazione con un solo elemento per volta, è incapace di parlare con se stesso:
si raggiunge quindi il silenzio. Senza mettere a fuoco scopre un numero enorme di aspetti del mondo senza però raggiungere nitidezza su alcuno.

7 – Essere “impeccabili”, cioè non esaurire la propria energia, conservare il potere personale… l’impeccabilità è fare il meglio che si può sempre, in qualunque cosa. Recuperare tutta la propria energia vitale lasciata dispersa e, nel contempo, espellere tutta quella estranea a noi, che non corrisponde ai nostri fini. L’energia sarebbe così reintegrata al proprio essere per recuperare la “totalità di se stessi”, la propria “conformazione energetica” originaria. L’impeccabilità è semplicemente il miglior uso del nostro livello di energia… esige frugalità, sollecitudine, semplicità, innocenza, mancanza del riflesso di sé (esaltazione della propria auto-immagine. Per comandare lo spirito, e con questo intendo comandare il movimento del punto d’unione (d’assemblaggio), c’è bisogno di energia. L’unica via per conservare energia è la nostra impeccabilità.

8 – DIVENTARE INACCESSIBILE. Deve rimanere accessibile e aperto, solo a chi vuole lui… devi mostrare alla gente solamente quello che vuoi mostrargli; senza dire mai con precisione le cose come lo hai fatto fino ad ora.

9 – USARE LA MORTE COME CONSIGLIERA . Star disposti a morire ed essere pronti all’ultima battaglia in qualsiasi momento, circostanza, luogo. La morte è l’unica consigliera saggia che abbiamo.
« Sto a mio agio con la gente, sicché la morte è per me una persona. Sono anche dedito ai misteri, sicché la morte per me ha occhi vuoti. Posso 
guardare attraverso. Sono come finestre, eppure si muovono, come gli occhi si muovono. Così posso dire che la morte coi suoi occhi vuoti guarda il guerriero che fa la sua ultima danza »

Non hai tempo amico mio…questa è la sfortuna degli esseri umani. Nessuno di noi ha tempo a sufficienza, e la tua continuità non ha senso in questo mondo imprevedibile e misterioso. Focalizza la tua attenzione sul legame tra te e la morte, senza rimorso, tristezza o preoccupazione.

Focalizza la tua attenzione sul fatto che non hai tempo, e lascia che le tue azioni fluiscano di conseguenza. Fai sì che ognuna delle tue azioni sia la tua ultima battaglia sulla terra. Solo a questa condizione le tue azioni avranno il giusto potere. Altrimenti saranno, per quanto a lungo tu possa vivere, le azioni di un timoroso.
Ogni volta che senti, come sempre fai, che tutto ti sta andando male e che stai a punto di essere annichilato, girati verso la tua morte e domandale se è vero; lei ti dirá che ti sbagli; che niente è più importante se non il suo tocco. La tua morte ti dirá: ancora non ti ho toccato. Il guerriero pensa alla sua morte quando le cose perdono chiarezza. Il guerriero considera alla morte la consigliera più trattabile, che può venire anche ad essere testimone di tutto quanto si faccia. L’idea della morte è l’unica che tempra il nostro spirito. Questo non vuol dire che devi preoccuparti per la tua morte; si tratta di usarla. Poni attenzione sul laccio che ti unisce alla tua morte, senza rimordimenti, tristezza o preoccupazione. Poni la tua attenzione sul fatto che non hai tempo e lascia che i tuoi atti fluiscano in accordo a questo; che ciascuno dei tuoi atti siano la tua ultima battaglia sopra la terra. Solo sotto tali condizioni i tuoi atti avranno il potere che gli corrisponde…c’è una strana felicità ardente nell’attuare con il pieno convincimento che quello che si sta facendo può benissimo essere l’ultimo atto sopra la terra. Ti raccomando meditare sulla tua vita e contemplare i tuoi atti sotto questa luce.

Non hai tempo amico mio, questa è la disgrazia degli esseri umani. Nessuno di noi ha sufficiente tempo e la tua supposta continuità, nella quale consiste la tua felicità, non ha senso in questo mondo di mistero. La tua “continuità” solo ti fa timido. I tuoi atti, non possono possedere così in nessun modo, il gusto, il potere, la forza irresistibile di quelli realizzati invece da un uomo che sa di star liberando la sua ultima battaglia sulla terra.

In poche parole: la tua “continuità” non ti rende né felice, né potente. La maggior parte della gente passa di atto in atto senza pensare.  Un guerriero, al contrario, valuta ogni passo e dato che ha conoscenza intima della propria morte, procede con giudizio, come se ogni azione fosse la sua ultima battaglia. Un guerriero da, alla sua ultima battaglia, il rispetto che merita; è naturale, quindi, che nel suo ultimo atto sulla terra dia il meglio di se stesso.
Però, preoccuparsi terribilmente della morte forzerebbe chiunque sia di noi a focalizzare la propria attenzione su di sé; e questo è logorante. Cosicché, un’altra cosa di cui si ha bisogno per essere un guerriero è il “distacco”, o “spietatezza”. Il “senso della morte” imminente accompagnata con il “distacco”, invece di convertirsi in un’ossessione, si converte in indifferenza. Un uomo distaccato, che sa che non ha possibilità di porre limiti alla sua morte, e possiede solo una cosa che lo supporti: il potere delle sue decisioni. Deve essere, per così dire, il “proprietario”, il padrone, della sua scelta. Deve comprendere che ogni sua scelta è una sua responsabilità. Così non si esaurisce nel darle la colpa agli altri; e, una volta che sceglie, non rimane tempo per le recriminazioni, né per i lamenti. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non c’è tempo per lamentazioni e dubbi. C’è tempo solo per decisioni… farci responsabili delle nostre decisioni è essere disposti a morire per esse; non importa quale sia la decisione. Le sue decisioni sono definitive semplicemente perché la sua morte non gli dà tempo di legarsi a niente… in questo modo, la nostra energia “è libera” di fluire e non ci riduciamo a farcela “consumare” o “succhiarla” artificiosamente dall’esterno, dalla gente o dalle cose, perché non ne abbiamo bisogno visto che questa ci arriva “naturalmente” da dentro. Niente potrebbe essere più serio, né meno importante di qualsiasi altra cosa. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non ci sono cose grandi né piccole; solo ci sono decisioni alla vista della nostra morte inevitabile. Un guerriero prende in considerazione tutte le possibilità e poi sceglie in accordo con la propria predilezione intima. Una regola basica per un guerriero è prendere le proprie decisioni con tanta cura, da fare in modo che nulla di quello che possa venire come risultato, sia capace di sorprenderlo. Decidere non significa eleggere un momento arbitrario; decidere significa che hai messo il tuo spirito in ordine impeccabile e che hai fatto tutto il possibile per essere degno della conoscenza e del potere. Preoccupati e pensa pure quanto vuoi prima di prendere Una qualunque decisione; però una volta che lo fai, lasciati andare libero da preoccupazioni e da pensieri.

Ci saranno ancora un milione di decisioni che ti aspettano. Un guerriero accetta la responsabilità delle sue azioni, per quanto difficili possano essere. L’idea di star in balia del vento (ossia sotto il “controllo” di qualcuno, o di qualcosa”) dovrebbe essere inammissibile (dire, “per colpa di…” è ammettere di fatto il nostro “non-controllo”; e rassegnarsi ad esso: questo, “arrendersi”; non “lottare” più; non essere più “guerriero”, ma “vittima” – ci trasformiamo in “principi tiranni” come tutti gli altri maghi neri, succhiando energia alla gente perché non siamo più ormai nelle condizioni di farla uscire dallo spirito e da noi stessi).

Il guerriero non si abbandona neppure alla propria morte. La morte deve lottare per averlo. In questo senso, un guerriero si abbandona solo allo spirito, non è schiavo di nessun’altra cosa…non è schiavo della ragione, lo è piuttosto del “sentimento”, però unicamente di quello che procede dallo spirito. Solo il sentimento della morte da all’uomo il distacco sufficiente, affinché sia capace di non negarsi nulla così, con la coscienza della sua morte, con il distacco e con il potere delle sue scelte, un guerriero arma la sua vita in maniera strategica. Un guerriero procede sempre come se avesse un piano perché confida nel suo potere personale.  L’allegria di un guerriero gli arriva dall’aver accettato pienamente il suo destino e dall’aver calcolato in verità ciò che lo aspetta

10 – NON LAMENTARSI. Perché vive la sfida che gli sta accadendo qui e adesso, in questo precisissimo istante. Cerca di comprimere il tempo, tutto conta, anche un secondo. Non sprecare nemmeno un istante – vivere ogni istante il più felicemente che si riesca fare. Per un guerriero solo esiste “IL QUI” e “L’ORA”. Non c’è niente al mondo capace di garantire che potrai vivere ancora un solo istante di più…il futuro non è altro che un pettegolezzo.

11 – ABBANDONARE LA PROPRIA STORIA PERSONALE. Affinché nessuno ti leghi con i propri pensieri…per abbandonare la storia personale bisogna avere il desiderio di lasciar andare il proprio passato, tagliare i fili dei vecchi attaccamenti e distaccarsi armoniosamente, poco a poco. Si mantiene la propria storia personale raccontando alla gente tutto quello che fai. Invece, se non alimenti la storia personale, non hai più bisogno/dovere/obbligo di rendere conto, di spiegare tutto a tutti, e di giustificarti continuamente…in pratica è come morire al vecchio e rinascere ogni giorno al nuovo, alla freschezza, leggerezza e novità della vita… cancellare la storia personale ci libera dal “peso” dei pensieri altrui.

E’ come dire: “nessuno sa chi sono, neppure io”… ciò serve anche a “perdere” l’importanza personale.

Poco a poco devi creare una nebbia attorno a te, un alone di mistero, in modo che nulla possa darsi per scontato; che niente abbia una certezza assoluta. Il tuo problema è che sei troppo prevedibile. I tuoi progetti sono troppo prevedibili; i tuoi umori sono prevedibili. Non dare le cose per scontato; devi iniziare a cancellarti.

12 – PADRONEGGIARE “L’ARTE DEL SOGNARE”

SOGNO = Varco verso l’infinito

SOGNARE = L’arte di spostare a volontà dalla sua posizione abituale il p. d’unione per intensificare e ingrandire la portata di quel che si può percepire

Intendere il corpo energetico, privo di massa e pieno di energia, è lo scopo del sognare.

E’ l’arte dell’attenzione poiché mediante ad essa riusciamo a trattenere le immagini di un sogno così come tratteniamo le immagini del mondo. Ritorno al punto di partenza, evitare scarica di energia ad ogni sguardo, nella ricerca di altri “esploratori” sconosciuti, flussi di energia aliena; l’arte del sognare tratta dello spostamento del P.D.U.; l’agguato è l’arte che si occupa della “fissazione” del p. di u. in qualsiasi posizione si sia spostato – per far acquistare coesione…più è chiara la visione nei sogni e maggiore è la nostra coesione, vedere e sognare accadono solo se il guerriero è capace di interrompere il dialogo interiore.

Sbatti gli occhi con oggetti davanti e ricorda le impressioni. Ogni guerriero ha il proprio modo di sognare…secondo le istruzioni di Don Juan, non appena l’immagine delle mie mani avesse cominciato a dissolversi o a mutare in qualcosa d’altro, avrei dovuto spostare lo sguardo dalle mani a qualsiasi altro elemento circostante… quando l’immagine dell’elemento si fosse dissolta, spostare lo sguardo su qualcos’altro e così via.

La spiegazione degli stregoni del modo in cui sceglier un argomento per il sognare, è che un guerriero sceglie l’argomento, imponendosi deliberatamente un’immagine nella mente e facendo tacere il dialogo interno. in altre parole, se è capace di non parlare con se stesso e, anche solo per un istante, afferra l’immagine o il pensiero di cui vuole sognare, l’argomento desiderato verrà a lui… se si è capaci di troncare il flusso di  immagini e di pensieri dentro di noi e se si smette di parlare con  noi stessi, si acquistano certi poteri, come questo di imporre un’immagine e di fare che essa si presenti esteriormente a noi ma questa fluidifica­zione del reale non va senza sofferenze e nausee.
Il doppio (che è la nostra consapevolezza del nostro stato di esseri luminosi) sebbene lo si raggiunga sognando, è certamente reale. E’ il nostro “gemello energetico/luminoso”, nel senso di copia esatta del conglomerato di energia definito corpo.
Il corpo fisico ed energetico vengono generati insieme e costituiscono una unità, tuttavia alla nascita vengono separati da forze esterne, così che oggi non abbiamo più alcuna idea della sua esistenza. Sognare è il culmine degli sforzi degli stregoni, l’uso conclusivo del NAGUAL.
13 –  PRATICARE IL “NON FARE” 

Giungere all’essere in noi che deve morire è il non fare della persona. Agire senza credere, avere aspettative, senza certezze di fede.

 Interrompere le proprie abitudini… concentrare l’attenzione su aspetti del mondo che generalmente si trascurano; imparare ad avviare comportamenti diversi, ampliare i margini di libertà: e allenare la persona a essere presente a se stessa per smontare abitudini si possono inventare esercizi-attività inutili come sali e scendi da una sedia per 15 volte con quanta maggiore consapevolezza e impegno possibile + apri una scatola di cerini e rovescia il suo contenuto a terra e poi raccoglili tutti, uno per volta.

Il mondo è il mondo perché tu conosci il “fare” implicato nella sua creazione… se tu non conoscessi il suo fare, il mondo sarebbe diverso… per fermare il mondo devi smettere di fare… non-fare sarebbe come comportarsi come se qual qualcosa fosse qualcos’altro di molto diverso… ad es. trasformare quell’oggetto in un oggetto di potere…un guerriero se sa che le cose sono vere, agirà per “fare”; se sa che non sono vere, agirà per “non-fare”.

Il mondo ordinario è sostenuto dal “fare”, cioè da una visione coerente della realtà, prodotta dall’ancoraggio del punto d’unione di tutti gli uomini nella medesima posizione; la pratica del “non fare” è incentrata su una multiforme serie di esercizi, tutti tesi a incrinare la nostra assoluta credenza nell’effettiva realtà della visione del mondo costruita dai nostri sensi.

Il non fare e l’interruzione dialogo sono tecniche che implicitamente favoriscono il “sognare”. Eseguire qualcosa senza alcuna aspettativa non deve essere intesa come un far nulla in ogni caso, ma al contrario – agire senza interferire con la naturalezza delle cose.

Un uomo comune vince o perde e, a seconda dei casi, si fa persecutore o vittima… queste due condizioni hanno ragione di esistere finché un uomo non vede. IL VEDERE disperde ogni illusione di vittoria, sconfitta o sofferenza.

 

FONTE

http://www.animalibera.net/

 

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Esoterismo, Filosofia, Gnosticismo

L’ESSENZA

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L’Essenza nasce, ma raramente si sviluppa nel mondo, a meno che non abbia una particolare forza alla nascita. Per lo più per mezzo delle influenze, gli esempio esterni, i parenti, la scuola, la religione, il sistema socio-economico-culturale, realizza una personalità che la imprigionerà per tutta la durata del suo soggiorno su questa terra nelle questioni di tutti i giorni schiacciandola in una quotidianità che la porterà a scegliere la morte fisica (processo biologico-sensato, NDR) come soluzione finale di tutte le sue pene. E’ una scelta inconscia, si avvelena giorno dopo giorno, rendendo il proprio corpo, il “tempio” di cui si parla nelle scritture, un luogo insano dove vivere, attraverso emozioni positive o negative. Poco importa dato che indugiare nel “bene” di oggi lo trasforma nel “male” di domani. Bene o male sono para metri fittizi di una realtà tutta mentale, intellettuale, che viene sostenuta dalla percezione stessa delle sensazioni fisiche di ritorno dal corpo. L’esperienza delle “emozioni” nella giusta accezione e cioè come risposte fisiche del corpo a come penso, alimentano a loro volta il dialogo che le ha generate. Tendiamo a confondere il sentimento con le emozioni, ma sono due cose distinte le une sono risposte e dipendono dal giudizio, dalla interpretazione, dal come valutiamo le circostanze e le persone. Bene e male sono le estremità di un pendolo irreale non compensato e viziato dalla visione soggettiva che interpreta tutto ciò che ci accade alla luce di un sistema di credenze e della personalissima idea di sé. La sofferenza è causata dall’ignoranza. La conoscenza porta pace e libertà, illumina l’essenza e la rende cosciente, ecco perché Gesù diceva “la verità vi renderà liberi”. La “Coscienza” non è descrivibile ed il suo parto è la consapevolezza, il Cristo compie questo miracoli. Il Cristo è un principio, un principio eterno, una forza viva, i maestri che lo incarnano sono dei Buddha viventi. Il Cristo è una Forza che rende l’essenza cosciente di sé, è impersonale, non è un individuo, ma qualcosa che emerge quando maturi, quando è arrivato il tuo momento, il tuo tempo “cairologico”. Può essere evocata, cercata e questo è parte della tua maturazione, non può essere assunta per desiderio, ma emerge spontanea in uomini e donne di buona volontà. Il Cristo al quale mi sto riferendo non ha eguale nel mondo, è una nascita, ma non lo è, è un individuo, ma non è un individuo, vive nel paradosso di colui che attende e smette di aspettare. Il Cristo è una forza Cosciente che vibra e può pulsare anche in te, il Cristo non è un uomo, è una Forza e l’uomo, la cui impresa e le cui gesta sono state associate al nome di Gesù, è il personaggio religioso e storico che più di tutti ha incarnato questa Forza. Ecco perché fu chiamato o detto il Cristo, ovvero l’unto, il toccato dalla luce, dalla forza della “coscienza”. Ecco perché quando parla Gesù parla il Cristo, è la Forza del Cristo che si esprime per un mezzo di lui. La sua parola profetizza dalla notte dei tempi. Incarnare il Cristo significa diventare qualcos’altro che ancora non conosci, ma che porti con te da quando sei nato: la tua unicità. Un “essenza” si fa cosciente, può rendersi cosciente, e grazie alla “coscienza” che può esprimere e che può espandere la sua consapevolezza, la consapevolezza di ciò che è. Ciò che siamo è illimitato. Ciò che ci rende limitati sono i limiti stessi che ci poniamo, non per male, ma per necessità, in attesa di maturare le migliori condizioni. Che cos’è la “coscienza”? E’ quando mi rendo conto. Di cosa? Di quello che c’è. La presa di “coscienza” è sempre in misura del grado di libertà interiore che si è conquistato. La Libertà si costruisce, dato che ci è stata tolta. Il libero arbitrio per gli uomini non esiste. Si limita alla scelta di una pietanza piuttosto che un’altra, di un vestito, una scarpa o di un mobile, o un impiego. Il libero arbitrio è l’espressione di un grado di libertà dai sistemi del mondo, è un grado di indipendenza dai bisogni primari, dal bisogno di soddisfacimento dell’animale.

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FONTE : Rocco Bruno – The Matrix, una parabola moderna

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Filosofia

IL VERO AMORE

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“Un’unica Forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi”

Giordano Bruno

Nel Simposio – il famosissimo dialogo platonico che ha come argomento proprio quello dell’amore erotico – EROS non è un Dio né un umano, ma si colloca “a metà strada”. Eros non può essere un Dio, perché Dio non ha bisogno di niente, mentre amore esprime sempre un bisogno, una mancanza da colmare, da saziare, né è un uomo, bensì è ciò che sta in mezzo tra i due, tra il divino e l’umano, è un daimon, un demone, lo chiama Platone: “Eros è un gran Dèmone, o Socrate: infatti tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e mortale. Ha il potere di interpretare e di portare agli Dèi le cose che vengono dagli uomini e agli uomini le cose che vengono dagli Dèi: degli uomini le preghiere e i sacrifici, degli Dèi, invece, i comandi e le ricompense dei sacrifici. E stando in mezzo fra gli uni e gli altri, opera un completamento, in modo che il tutto sia ben collegato con sé medesimo.” Amore, continua Stella ha due genitori particolari da cui deriva la propria natura; egli è infatti figlio di Poros , che non significa soltanto ricchezza o abbondanza ma anche espediente, e di Penia, che significa mancanza. In quanto figlio di quest’ultima, Eros è mancante, ha bisogno di riempire qualcosa che gli manca e mancandogli lo strugge di nostalgia, di anelito desiderante ed irrequieto, proprio come colui che ama, chi ama manca di qualcosa, ha un vuoto e questo è un vuoto ontologico che scava abissalmente il proprio essere, un vuoto che desidera, irrimediabilmente, estenuantemente, riempire, colmare. Ed ecco che qui entra in gioco Poros, perché in quanto anche figlio di quest’ultimo Eros è disposto ad usare qualsiasi mezzo, qualsiasi espediente pur di ottenere l’oggetto amato, per raggiungere ciò di cui sente la mancanza: “Poiché, dunque, è figlio di Poro e di Penìa, ad Amore è toccata la sorte seguente. In primo luogo è sempre povero e ben lontano dall’essere delicato e bello, come credono i più, anzi è duro e lercio e scalzo e senza tetto, abituato a coricarsi in terra e senza coperte, dormendo all’aperto sulle porte e per le strade e, avendo la natura di sua madre, è sempre di casa col bisogno. Per parte di padre, invece, è insidiatore dei belli e dei buoni, coraggioso, audace e teso, cacciatore terribile, sempre a tramare stratagemmi, avido di intelligenza e ingegnoso, dedito a filosofare per tutta la vita, terribile stregone, fattucchiere e sofista. E per natura non è né immortale né mortale, ma ora fiorisce e vive nello stesso giorno, quando gli va in porto, ora invece muore e poi rinasce nuovamente in virtù della natura del padre.”.

Dunque, l’amore erotico è un progetto volto ad esercitare un potere sull’oggetto amato, ha la volontà di inglobarlo, possederlo, attraverso qualsiasi espediente. Nel Fedro, altro bellissimo dialogo di Platone, invece non si parla di Eros, bensì di Philia, che traduciamo tradizionalmente con amicizia, significa però qualcosa di molto profondo. Nel Fedro essa è usata per esprimere l’amore per la verità, un amore che però non è volto a possedere, a inglobare l’oggetto verso cui si rivolge entro di sé, non è l’amore totalizzante che vuole far suo l’altro a tutti i costi, fin quasi ad annullarlo entro se stesso, non è un pre-tendere, ma piuttosto un in-tendere, un tendere verso. L’amore erotico pretende l’oggetto che ama, per poterne disporre a suo piacimento, mentre la Filia non è una pretesa di verità, ma una tensione verso di essa, una protensione, un’intenzione verso ciò che ama, in questo caso, appunto, la verità. Però ciò che entrambi condividono è il fatto che sono suscitati dalla bellezza. Bellezza che è una forma di armonia, e l’armonia non è che l’espressione visibile di quella verità che in quanto assoluta permane invisibile e indeterminata. Le due forme d’amore, perciò, non sono l’una in contrasto o in contraddizione con l’altra, anzi! Semmai sono in una scala gerarchica, come se la prima fosse una forma ancora immatura e particolaristica di amore, mentre l’altra una più completa e saggia (non a caso il termine filosofia, ha la sua radice proprio in Philos, ovvero amico, colui che ama nel senso profondo e puro del termine e sophia che è la sapienza, la saggezza.) È come se l’anima si trovasse a dover percorrere un itinerario, un percorso formativo e perfettivo che parte dall’amore erotico suscitato dalla bellezza di un corpo materiale, particolare: “L’anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e fuor di sé non trova sonno di notte né riposo di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l’ha riguardato, invasa dall’onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere. Perché, oltre a venerare colui che possiede la bellezza, ha scoperto in lui l’unico medico dei suoi dolorosi affanni. Questo patimento dell’anima, mio bell’amico a cui sto parlando, è ciò che gli uomini chiamano amore” (Fedro). Poi però, attraverso un processo di anamnesi, l’anima mentre contempla la bellezza dell’oggetto amato si ricorda della forma pura e universale della bellezza e quindi si eleva a un gradino più alto, all’amore per la bellezza universale, fino a scoprire che essa non è che il riflesso della verità, che si può amare solo per sé stessa e non perché ci è utile, perché ci interessa possederla per farne l’uso che vogliamo. Più che desiderio di possesso questo amore è animato dal desiderio di esser posseduto dalla verità, di perdersi in essa, non di controllarla, non di esercitarvi un potere totalizzante e asfissiante. “Poiché dunque il pensiero di un dio si nutre di intelletto e di scienza pura, anche quello di ogni anima che abbia a cuore di accogliere quanto le si addice, quando col tempo abbia scorto l’essere, ne gioisce e, contemplando la verità, se ne nutre e si trova in buona condizione, finché la rotazione circolare non riconduca allo stesso punto. Durante l’evoluzione esso vede la giustizia in sé, vede la saggezza, vede la scienza, non quella alla quale è connesso il divenire, né quella che è diversa perché è nei diversi oggetti che noi ora chiamiamo enti, ma quella che è realmente scienza nell’oggetto che è realmente essere. E dopo aver contemplato allo stesso modo le altre entità reali ed essersene saziata, si immerge nuovamente nell’interno del cielo e torna a casa. E una volta arrivata, l’auriga, arrestati i cavalli davanti alla mangiatoia, li foraggia di ambrosia e dopo questa li abbevera di nettare” (Fedro).

È un amore, una filia scevra da utile e interesse, dal desiderio bramoso del possesso e dell’afferramento inglobante dell’oggetto amato. Nell’amore erotico quando amo te, perché ho bisogno di te, in realtà non è te che amo, ma me stesso: amo te in quanto servi a me, a riempire il mio vuoto, il mio anelito straziante, la mia lacuna penosa, è un amore strumentale si potrebbe dire in quanto io ti strumentalizzo per colmare, risolvere un mio bisogno. Tant’è che Pascal ha parlato di “amor sui” e già i greci parlavano di philoautia, cioè di amore per sé stessi. Si inserisce a questo punto la distinzione tra l’io e l’ego. Il primo è il naturale slancio che pervade l’identità di ciascuno di noi e lo spinge verso l’alto, verso qualcosa che costituisce un valore autentico, la verità; il secondo invece, è un arroccamento difensivo, una chiusura verso il mondo e gli altri, dettata molto spesso dalla paura, è la nostra corazza per difenderci dalla presunta aggressione del mondo e degli altri e che finisce alla fine per schiacciarci, facendo sì che è proprio questo ego ingabbiante a sferzare su di noi i colpi più duri, essendo la radice della nostra sofferenza e della nostra dannazione, dice Stella. Eros è una pretesa egoica, di inglobamento dell’altro, è un ego che non accetta la differenza e che manifesta un’incapacità di comprendere che ogni identità determinata, è, come evoca lo stesso termine de- terminata: terminata perché circoscritta, conchiusa entro se stessa e perciò limitata, finita. Ma senza l’altro l’io non potrebbe porsi affatto in maniera determinata (Io diverso da Non io, senza il non io, l’io non potrebbe definirsi), quindi amare l’altro (senza la volontà di annullarlo entro di sé) è un atto non solo eticamente apprezzabile, ma anche teoreticamente e logicamente corretto e intelligente. Invece la volontà di inglobare l’altro è un progetto infantile: il bambino, nell’utero è Kaipan, è un uno-tutto, un’unità indifferenziata. Soltanto dopo si produce la frattura (trauma) e dall’uno si arriva alla diade composta dal bimbo e la amdre, ma il desiderio dell’infante è ancora quello di tornare alla sua unità originaria, di inglobare il tutto con cui vorrebbe sentirsi ancora indistinto, ha nostalgia dell’agnos, di questa unità primigenia da cui proviene e a cui desidera tornare. Non a caso Freud parla a tal proposito di fase orale: il neonato mette in bocca le cose proprio perché animato dal desiderio, non solo di nutrimento, ma anche di amore, di inglobare tutto, perché se io inglobo l’altro posso sperare di ricostituire quell’unità perduta indifferenziata. Questa difficoltà ad accettare la differenza rappresentata dall’altro da me, dal mondo e dagli altri è chiamata da Freud principio di realtà: il bambino che incontra l’urto della realtà è costretto a reagire (fase secondaria).

Il bambino che vuole a tutti i costi un giocattolo, una volta che lo ottiene smette di giocarci, si accorge che una volta posseduto esso perde tutto il suo interesse e il suo fascino, che vengono riaccesi soltanto quando magari arriva un altro bambino che gli chiede se può giocarci e la risposta, il più delle volte è “no perché è mio”. Se nessuno vuole un mio oggetto io posso predisporne come mi pare e piace, anzi, ne fruisco persino poco, ma se è insidiato da un altro possibile possessore ecco che allora lo voglio a tutti i costi, di nuovo. Questo è il classico fenomeno della gelosia, la quale è una componente fondamentale dell’amore erotico, volto al possesso, all’esercizio del potere e qualora l’amante riuscisse ad esercitare pienamente questo desiderio di inglobare l’altro, presto si accorgerebbe che questo altro non gli susciterebbe più alcun interesse, alcun desiderio, perché sarebbe già totalmente suo. Non bisogna, continua Stella, né farci inglobare né inglobare, perché l’amore è relazione, e una relazione, per essere tale, richiede che siano presenti e sussistenti entrambi i termini. Semmai l’unità raggiunta nella relazione è un’unità che trascende entrambi i termini, ed è a questa nuova unità che ci si deve poter affidare, distaccandosi dal nostro centro. Tornando di nuovo a Freud, costui parla di fase genitale e fallica, ovvero la fase piena della maturazione psico-affettiva. Se nella fase orale c’è un processo di interiorizzazione della differenza e nella fase anale un processo di esteriorizzazione dell’identità, è solo nella fase genitale e fallica che si accetta l’alterità in quanto tale. La stessa parola coito viene da coire, cioè andare insieme. L’orgasmo, fa notare il professore, viene anche chiamato petit mort non casualmente ma perché può provare davvero un orgasmo solo chi è disposto a perdersi, ad abbandonarsi all’altro, a “morire dolcemente” nelle braccia dell’altro, solo chi non è spasmodicamente attaccato a sé stesso, in modo così forte da non esser disposto a perdersi nell’altro può provarlo, è un amore obliativo che richiede una certa dimenticanza di sé e un totale abbandono, un inerme affidarsi all’altro. Perciò nell’amore è necessaria una certa dose di distacco. Tema che già i filosofi stoici e scettici avevano indicato per evitare di essere travolti dal mondo, dalle preoccupazioni del mondo. Ancora una volta l’etimologia delle parole è rivelatrice suprema del loro significato: pre-occupazioni, una mente che è già occupata non può occuparsi, chi si pre-occupa non si occupa. Anche Maister Eckhart, uno dei principali teologi, filosofi e mistici tedeschi del Medioevo Cristiano, lodava il distacco: “bisogna lodare il distacco più della morte. Chi non sa distaccarsi da se stesso non saprà distaccarsi neanche dal mondo” e anche in San Giovanni si legge: “solo chi non ha paura di perdersi si salverà”. Hegel più tardi parlerà di “santa indifferenza” (e prima di lui già Ignazio da Loyola usò per primo questa espressione) e Heidegger di gelassenheit, di lasciar essere. Quindi imparare a distaccarsi da sé stessi, dal proprio ego che pretende di controllare tutto e tutti, di fare di tutto e di tutti delle sue proprietà, anche dell’io stesso, dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri, del suo spirito… Intesi tutti come possessi da tener ben chiusi dentro al propria fortezza escludente e terrorizzata dall’urto con l’altro. Invece dobbiamo imparare a “lasciarci essere”, ad affidarsi all’altro, come quando si fa il morto in mare, che è il massimo dell’affidarsi all’altro, tanto da dargli addirittura le spalle: chi ha paura di affidarsi alla danza delle onde sotto di sé, alla corrente misteriosa che ci sospinge, ma che può anche travolgerci e smarrirci, chi teme l’acqua come fonte della propria perdizione comincia ad agitarsi ed è la volta che le onde possono davvero risucchiarmi nel loro vortice tumultuoso; ma se io invece mi affido, mi lascio guidare dalla corrente, dalla culla delle onde, se mi affido confidandovi, quell’acqua diventa la fonte della mia salvezza, la “fede”, l’abbandono fiducioso nell’altro, per dirla di nuovo con Hegel, è capace di “prendere il negativo su di sé e volgerlo in essere”. Ma imparare a distaccarsi, a quale prezzo, a quale condizione è possibile? Soltanto individuando un valore che sia superiore a quello che noi attribuiamo al nostro ego, a noi stessi. Ed ecco che come in circolo virtuoso, torniamo a Platone, alla filo-sophia, all’amore per la saggezza, l’amore per la verità: chi ama davvero la verità, chi la pone al centro dei propri interessi, della propria riceva si dimentica di sé stesso. Ma si tratta di un amore universale, non asfittico, angusto, intossicante. L’amore per il sapere è un in-tendere, non un pre-tendere. E si tratta dell’amore per la verità assoluta perché una verità che sia relativa, determinata sarebbe una non-verità, sarebbe una contraddizione in termini o porterebbe a un regresso infinito: un principio per esser considerato vero dovrebbe appoggiarsi su un altro principio e questo a sua volta su un altro e così via all’infinito…un cattivo infinito, potremmo dire in termini hegeliani. Ma se la verità è assoluta (ab-solutus significa sciolta, libera da tutto), neanche la ragione può avere la pretesa di determinarla, di possederla, di poter affermare: “eccola, è questa”. In ciò sta la grandezza del so di non sapere socratico: esso significa che ciò che io intendo sapere è la verità, mentre ciò che trovo nella mia ricerca sono solo doxai, opinioni, verità relative, contingenti, particolari, non la verità assoluta che intenderei conoscere. Ecco perché l’importanza del dialogo, che andrebbe recuperato soprattutto oggi nel momento in cui assistiamo sempre di più a dialoghi che sono presuntuosi e autoreferenziali monologhi, in cui ciascuno dei due interlocutori pretende solo di affermarsi e affermare il proprio punto di vista sull’altro, di schiacciarlo, di inglobarlo nelle sue ragioni, senza esser disposto ad aprirsi a lui, ad estendere il proprio orizzonte fino ai confini dell’altro. In un dialogo in cui il principio è il sapere di non sapere ciò che si fa non è imporsi sull’altro, ma anzi, cogliere il limite della propria opinione, evadere dal proprio ovattato orizzonte e andare avanti, procedendo nell’intenzione della verità, la quale non è da afferrare, da possedere ma di esser posseduti da essa. Perché la verità è un valore in quanto tale, di per sé stessa, non perché mi serve a qualcosa, la posso amare e basta, perché voglio esserne posseduto, illuminato, guidato. E quel so di non sapere si ritrova in ambito teologico in quelle parole di Agostino che recitano più o meno così: “non ti cercherei se non ti avessi già trovato” (a proposito di Dio, in questo caso). Come per Socrate, che non potrebbe dire “so di non sapere” se la verità non l’avesse già toccato, illuminato. Di nuovo può venirci in aiuto l’etimologia delle parole: falsum – il contrario di ciò che è vero – è il participio passato di fallere quindi è ciò che è stato falsificato, ed è significativo che il presente della verità coincida con il passato dell’errore, ecco perché anche Agostino può dire di esser già stato toccato dalla verità, da Dio.

FONTE : Chiara Del Corona (www.ilbecco.it)

 

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Filosofia

AMORI PIU’ FORTI DEL TEMPO

Così, immergendo i miei sguardi nei tuoi occhi brillanti di passione, strani ricordi mi son tornati in mente, come se in qualche luogo – forse in paradiso – ti avessi adorata già molto tempo fa…

(Thomas W.Parson,  Stanze)

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Un aspetto romantico delle memorie passate è il ritrovare chi si è già amato. Poiché l’anima non dimentica, quando ci si incontra di nuovo si prova uno slancio interiore, una sensazione di dèjà-vu o una sintonia, che favoriscono l’amicizia o l’amore. Se invece si è stati nemici, se ci siamo uccisi, feriti, odiati, la reazione nel presente sarà un senso di rifiuto o di rivalità, con reazioni spesso abnormi rispetto alla situazione presente. A volte invece ci si incontra fugacemente, durante un viaggio, una festa, una situazione scolastica o lavorativa, e si ha una sensazione di familiarità, ma non si prova la necessità di creare un legame.  Prima di rinascere l’anima sceglie la nuova situazione e soprattutto le relazioni affettive che dovrà stabilire per sanare i suoi debiti affettivi e riscuotere i suoi crediti. Tali situazioni appartengono ad alcune tipologie fondamentali : può essere unita ala persona con cui deve rientrare in contatto da un legame parentale, da un rapporto affettivo o sentimentale, da una relazione di affari.

Tra le dinamiche affettive più facili da spiegare con la reincarnazione c’è il colpo di fulmine, in cui due persone che si vedono per la prima volta hanno la sensazioni di essersi già incontrate e di conoscersi perfettamente. E fin dal primo momento provano un’attrazione irresistibile che di solito sfocia in una grande passione (oppure l’antipatia, il rifiuto, un odio immediato e immotivato). Se poi si sono intensamente desiderate in un’altra vita, ma per un qualunque motivo non hanno potuto amarsi, allora il desiderio divamperà fortissimo, talvolta anche in modo distruttivo. Immaginate, come in un romanzo d’altri tempi, una ragazza nobile che si innamora del giovane stalliere e accetta di incontrarlo di nascosto. Il padre li scopre e nel migliore dei casi allontana il ragazzo e manda lei in convento, oppure uccide lui e fa murare viva la figlia. Separati pe sempre, i due non faranno altro che spasimare anche nell’aldilà per questo amore mai vissuto, sperando di incontrarsi nella vita successiva. E quando ciò avviene nessuno li potrà fermare, finché non avranno esaurito l’energia accumulata. Se ad unirli è solo il rimpianto passato di non aver appagato un appetito fisico, ben presento si allontaneranno, magari delusi l’uno dall’altro : se invece il loro sentimento è autentico potrebbero creare una coppia stabile e duratura. Un altro aspetto legato alle relazioni affettive è il debito – o il credito – che uno dei due potrebbe aver contratto nei confronti dell’altro nella vita passata, per averlo tradito, abbandonato, ucciso, derubato, deluso. Quando due si incontrano percepiscono l’attrazione che nasce dal fatto di conoscersi, indipendentemente da quanto è successo in passato. Per cui potrebbe capitare di innamorarsi tanto di un genitore o di un figlio o anche del proprio nemico. Maria Elena, per esempio, dopo un matrimonio infelice incontra quasi per caso un uomo verso il quale prova un’attrazione immediata e inizia una relazione. All’inizio le sembra di rinascere, di ritrovare la propria femminilità, di sentirsi amata e gratificata, ma poi incomincia a vedere in lui degli aspetti ambigui. Innanzitutto Andrea ha altre donne, che non nasconde, poi è sempre lei a chiamarlo, a cercarlo e anche a pagare il ristorante, il cinema, i taxi. All’inizio le sembra quasi normale, scontato. Ma poi, durante il lavoro di regressione ipnotica, emergono degli elementi significativi, che spiegano la sua relazione : in una vita precedente, che si è svolta circa due secoli fa, Maria Elena era una giovane contadina, che viveva con la sua famiglia in un casolare isolato. Un giorno passa un uomo con un carretto e le offre un passaggio. E’ l’occasione per andarsene di casa, a scoprire il mondo. Solo che lui la porta in un bordello e la sfrutta, prima portandosela a letto e poi procurandole i clienti, prendendo ovviamente una buona percentuale dei guadagni. Quando chiedo a Maria Elena di guardare gli occhi del suo magnaccio, lei riconosce lo sguardo di Andrea, che allora come oggi la sfrutta senza darle niente in cambio. Per fortuna questa memoria le permette di vedere più chiaramente dentro di sé e di riconoscere le dinamiche che l’hanno portata a scambiare il sesso e la solitudine per amore.

Un’altra storia esemplare, splendida, che ho raccolto qualche anno fa è quella di Maddalena, una donna infelicemente sposata che sognava ancora il primo amore, conosciuto in vacanza al mare da adolescente. “Già allora, nelle mie fantasie, tutto ruotava intorno all’amore, un sentimento che immaginavo sempre sofferto, tormentato, perduto” mi racconta. “Non solo, ma fin da ragazzina provavo una forte attrazione per l’Inghilterra dell’Ottocento, con le grandi storie d’amore vissute da nobili fanciulle che dovevano rinunciare all’uomo amato per sposarne un altro. Ho anche imparato l’inglese in pochissimo tempo e lo parlo come se fosse la mia lingua. Bene, dopo la maturità, durante una vacanza a Malta, ho conosciuto Andrew, un ragazzo inglese che aveva un paio d’anni in più di me. Come ci siamo visti, in un locale in compagnia di amici, è scattato l’amore e durante le vacanze, purtroppo molto brevi, non ci siamo più staccati, ci sembrava di essere soli su un altro pianeta. Poi, prima della partenza, lui ha chiesto la mia mano ai miei, che naturalmente si sono opposti, invitandoci a rimandare ogni decisione a quando mi sarei laureata. Così per un paio d’anni ci siamo scritti con frequenza, per incontrarci solo d’estate, nello stesso posto e con la stessa compagnia. Ma era troppo complicato e l’ho allontanato. Dopo qualche storia sentimentale, mi sono sposata, ma il matrimonio non funzionava molto ed io continuavo a sognare lui. Mi sono separata e ci siamo rivisti. Ma lui non ha avuto il coraggio di farsi avanti e io, dopo qualche anno mi sono risposata. Quando Andrew mi ha finalmente richiamato per chiedermi di vivere con lui, io stavo aspettando mia figlia. E così ci siamo allontanati di nuovo e poi, quasi per caso, ci siamo incontrati ancora. E, qualunque cosa accada, è come se rimanessimo sempre legati. Ma dopo tanti anni, come posso pretendere di ricominciare una vita con lui? Ciò che vorrei sapere è dove nasce questo richiamo così saldo nonostante mio marito e mia figlia”.

Quando ritorniamo indietro nel tempo, riemergono ben tre storie in cui i due si erano incontrati e innamorati in condizioni diverse, ma non avevano mai potuto realizzare il loro amore. Nella prima seduta Maddalena si ritrova nel Medioevo ed è un ragazzo, orfano del padre, che un giorno lascia la sua casa, una modesta abitazione ai margini del bosco, e parte a cavallo per cercare fortuna. Arriva in un castello, con tanto di ponte levatoio, dove inizia a lavorare da un maniscalco, che lo tratta come un figlio. “Un giorno, entrando all’interno del castello, incontro una fanciulla con un velo bianco in testa, che ha circa la mia età : è la figlia del signore del luogo. Subito arrivano le guardie e mi cacciano, ma io ho occhi solo per lei, che mi guarda incuriosita”. I due ragazzi riescono ancora a vedersi, sempre da lontano, e un giorno lui va a chiedere la mano di lei al padre, che naturalmente gli dice di dimenticarla. Ma quando lui è sotto gli spalti, spesso la vede camminare, sola e triste, nel camminamento che congiunge le torri del castello, finché un giorno la ragazza si butta giù da una torre. “Sono li e la guardo, disperato per non aver potuto fare niente per lei. Io la amo e lei è lì, riversa, nel suo abito bianco. E’ colpa mia se è morta, dovevo scappare via con lei. Allora corro lontano, lungo una strada che fiancheggia gli alberi. Mi butto sull’erba, piangendo, vorrei morire”. Ritornato a casa, la madre cerca di consolarlo, poi lo invita a recarsi a pregare sulla tomba della ragazza.  “Sono arrivato sulla tomba, in cima alla collina” continua Maddalena, in stato di rilassamento profondo. “So che lei mi sente e mi perdona, e io sono più sereno”. Ritornato al castello, passa la sua vita a lavorare e a sognare una vita felice con quella ragazza, che forse è il suo amore perduto anche in questa vita.

Dopo la regressione Maddalena fa un sogno angoscioso, in cui cerca disperatamente Andrew senza trovarlo. E dopo aver rivissuto con me i primi incontri, si rende conto che era troppo giovane per prendere una decisione contro il volere dei genitori, ma avrebbe potuto avere più coraggio. Così decide di parlare al marito, per chiedergli la separazione. Ed ecco un’altra incarnazione in cui compare Andre. Questa volta lei è una ragazza, figlia unica di una coppia molto ricca. Quando le chiedo se ha studiato, scuote la testa. Sa Suonare il piano e frequenta persone della sua classe sociale, che abitano in maestosi palazzi, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, forse ancora in Inghilterra. “Sono in una grande casa e sto scendendo le scale, c’è una scalinata lunghissima. Andre è giù, sulla porta, controluce, ma non entra. E’ vestito bene. L’ho conosciuto ad una festa in giardino, abbiamo ballato insieme. E ora sono su questa scala, come inchiodata, devo dirgli qualcosa che non dipende da me, mi hanno costretto i miei, ma non riesco. Ritorno in camera mia e mi butto piangendo sul letto. Andre se n’è andato e io sono rimasta sola. Vorrei scappare con lui, ma qualcosa mi trattiene, non posso farlo”. In una seduta successiva, si vede sempre in lacrime davanti ai genitori, a cui chiede perché non vogliono che lo frequenti. “Mio padre continua a ripetermi come in un ritornello che lui è già sposato. E io sono disperata, mi sento vuota, è una cosa terribile, non so che cosa devo fare, ma la mia vita è finita”. Decide di scappare di casa e va a vivere da una sua amica, una nobile decaduta che promette di aiutarla. E lei sta lì, da sola, anno dopo anno, aspettando che Andrew ritorni, fino alla morte. Ma non è finita. In un’altra vita, i due si incontrano di nuovo e finalmente riescono a sposarsi. Però lui deve partire per la guerra, da cui non ritornerà mai più. E’ come se Andrew e Maddalena si fossero rincorsi nel tempo, da un secolo all’altro. Ecco perché lei non può dimenticarlo : l’ha desiderato per ben tre esistenze, senza poter vivere questo amore. E in questi casi non importa se l’altro è bello o brutto, intelligente o limitato, ricco o povero : ciò che viene avvertito è questo legame che ad ogni ostacolo diventa sempre più forte, tanto da non poter essere sciolto finché non verrà vissuto fino in fondo.

Maddalena decide infine di divorziare da quel marito che non ama più e di andare a vivere in Inghilterra. E improvvisamente tutto diventa facile : il marito le concede il divorzio, lei trova casa, lavoro e amici in Inghilterra, dove viene ricevuta dalla famiglia di Andrew come una figlia. “Lui non si è ancora sbilanciato, mi tratta come un’amica, ma cosa posso pretendere dopo tanti anni?” mi scriverà qualche tempo dopo. “Sono ritornata nella sua vita dopo aver vissuto pienamente la mia. Però lui ha stabilito un’ottima intesa con mia figlia, ed è altrettanto strano come mi riesca estremamente facile farmi amare dalla gente del posto. Cercavo una casa e la prima che ho visto l’ho sentita subito mia e l’ho acquistata : sono capitata casualmente in un piccolo villaggio, non lontano dal paese dove vive Andrew, e mi sono sentita subito accolta. Per me lui è come una droga, di cui non posso fare a meno”. Un anno dopo è arrivata  una cartolina dall’Inghilterra. Era lei, e c’era scritto “Sono felice”.

FONTE : Manuela Pompas – Reincarnazione

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