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LA MAGIA SESSUALE IN TWIN PEAKS

L’episodio 18 ci porta interamente in un nuovo regno, lontano dai percorsi coperti durante i 17 episodi della stagione 3. È ancora Twin Peaks? Lo è – ovviamente – ma è un Twin Peaks di un genere diverso, forse più vicino alla storia segreta narrata da Mark Frost nel suo libro, rispetto alle prime due stagioni o al film. È un Twin Peaks di una dimensione parallela, ibridata con elementi di altri universi – in particolare, tra le altre influenze, l’opera di Kenneth Anger.

I collegamenti tra Lynch e Anger precedono questo episodio, ovviamente. Basta pensare a al film “Scorpio Rising” e alla colonna sonora “Blue Velvet” per accorgersi di questa connessione artistica. In particolare una pellicola di Kenneth Anger sembra avere molto in comune con il finale di Twin Peaks: Inauguration of the Pleasure Dome (1954).

Il film è basato sul poema di Samuel Coleridge Kubla Khan. Segue una festa che, nella sua rappresentazione di sostanze che alterano la mente e comportamenti sessuali di gruppo, non è diversa da quella che si svolge al “Parsonage” della “Secret History” di Mark Frost. Il Parsonage era la residenza di Jack Parsons a Los Angeles. Parson era un chimico che si interessava dello sviluppo della scienza del combustibile dei razzi. Ha prodotto elisir alchemici ed è stato membro della misteriosa congrega di Aleister Crowley.

Nel film, Shiva adotta forme diverse per ricevere gli invitati invitati alla festa (varie divinità, da Afrodite di Red Room, ad Astarte e Pan) e induce gradualmente la perdita di identità individuale, in quanto i personaggi si fondono l’uno con l’altro attraverso una serie di sovrapposizioni. Adornato da simboli alchemici, i film conducono all’assorbimento da parte di Shiva dell’essenza dei suoi ospiti, sovrapposti a loro. Nella sua introduzione all’episodio 8 (Anno 1993), la Signora Ceppo chiese: “In un sogno, tutti i personaggi non siete forse voi? Differenti aspetti della vostra personalità?”

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Quando fu rivelato nell’episodio 17 che Naido era un camuffamento di Diane, tornò dalla sala rossa con una parrucca scarlatta (mentre, fino a quel momento, il suo tulpa aveva indossato un bianco argentato).

La parrucca rossa di Diane è un riferimento diretto a Marjorie Cameron, Jack Parsons, seconda moglie dai capelli rossi, utilizzata da Anger nel film citato per ritrarre la sua donna scarlatta (Babalon, la maledetta di Babylon – “la madre degli abominazioni”). Marjorie appare anche nel libro di Mark Frost, così come Babalon e i vari riti che la circondano. Parsons credeva di essere la donna “elementale” che aveva invocato nelle prime fasi di una serie di rituali magici sessuali chiamati Babalon Working.

Madre delle Abominazioni di Twin Peaks? (Sarah significa “Donna di alto rango”, “Principessa”).

Ecco quello che troviamo nel libro di Frost: “Parsons cominciò ad attuare i riti bizzarri di Thelema. Quei riti erano un tentativo di invocare in forma umana lo spirito di una figura centrale al pantheon di Thelema, alla dea Babalon, qualcosa che risuona provocando la fine del mondo. Sono servite due persone ad attuare il rituale. Uno sforzo per aprire un secondo cancello che avevano trovato nel deserto per evocare un’entità che richiamava ‘il Moonchild’ “. Tamara Preston osserva:

“Sembra suggerire che il rito di Parsons in qualche modo” abbia aperto un cancello “che ha portato gli alieni che si presentano a Roswell”.

Se tutto questo sia collegato agli alieni dallo spazio esterno o ai Lemuriani dalla Terra Hollow, in linea forse con gli scritti di Rampa, non importa. La cosa importante è che sembra essere possibile, secondo Parsons, di aprire i cancelli ad un altro livello di realtà tramite riti magici. Parsons dichiara nel libro di Frost:

“Senza eros, o agape – l’amore e il sesso, uniti nella volontà – non è altro che vuoto, potere patriarcale senza direzione o forza “.

Dopo che si sono incontrati al Parsonage, Parsons e Cameron hanno effettivamente preso la pratica della magia del sesso concepita per dare vita alla Moonchild. Perché tutto questo è importante in relazione all’episodio 18?

I capelli rossi di Diane non sono un caso: si collegano visivamente a Marjorie Cameron / Scarlet Woman / Babalon (e a Sarah Palmer). Dopo che lei e Cooper accedono con la loro macchina ad un’altra dimensione, attraverso una breccia creata dalla potenza dell’elettricità, si fermano in un motel in cui fanno sesso. Molto diverso dal sesso che Dougie aveva con Janey-E, qualche episodio indietro, questo momento si sente come l’enunciazione di un rituale, senza gioia, con volti chiusi. Ritengo che questo sia davvero un momento di magia sessuale, un modo per aprire un portale.

A tutto ciò si sussegue l’improvvisa scomparsa di Diane (che aveva visto il suo doppio prima di entrare nel motel – è stata sostituita da Babalon?)

E lo strano mix-up con i loro nomi e Richard & Linda. Ha anche generato una sorta di teletrasporto, il motel da cui Cooper esce è completamente diverso da quello in cui hanno fatto l’amore la notte prima (era la notte prima?). Vale la pena ricordare qui che Richard Nixon, che svolge un ruolo centrale nella storia segreta di Twin Peaks, è nato in una città chiamata Yorba Linda.

Dopo la morte di Jack Parson, uno scrittore di fantascienza nonchè suo amico, scrisse:

“Una volta che un mago si trova tra due mondi, è in pericolo di non appartenere ad uno di loro”.

Non è quello che succede a Cooper alla fine dell’episodio 18?

E quando sei intrappolato, cosa resta, se non la possibilità di urlare?

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FONTE : https://unwrappingtheplastic.com

TRADUZIONE: Marco Isella

 

 

 

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IL CENTRO DI GRAVITA’ PERMANENTE

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Carlo Margiotti – Brividi in assenza di gravità

Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente..”, questo è il ritornello di una meravigliosa canzone dell’eclettico artista italiano qual è Franco Battiato, ritornello che include tutto il significato e l’essenza del brano stesso.

Ma cos’è in realtà questo “centro di gravità permanente”?

Per capire Battiato e ciò che egli scrive nei suoi testi, bisogna conoscere la filosofia orientale, le dottrine religiose orientali e l’esoterismo mistico. Infatti molti dei testi di Battiato sono in realtà testi ermetici, che ad una lettura superficiale o figurativa possono apparire come dei brani “nonsense”, senza senso; ma ad un livello di analisi più profondo, più nascosto, scopriamo il significato rivelatore e si avverte una profonda e costante ricerca di spiritualità da parte dell’autore.
Battiato, da bravo ermetico, cerca di celare il significato così come i grandi artisti d’arte celano i significati attraverso dei simbolismi (vedi Leonardo Da Vinci); un modo geniale, e allo stesso tempo prudente, per preservare la verità che s’intende trasmettere alle generazioni future. Una volta interpretati i simboli, ma in questo caso le parole di Battiato, si può dunque accedere alle loro conoscenze e alle loro scoperte. In parole povere, il ritornello di Battiato possono canticchiarlo tutti, ma in pochi ne conoscono il reale significato.

Torniamo quindi al nostro centro di gravità permanente per capire di cosa in realtà si tratta. È bene precisare da subito che non si tratta di nessun luogo fisico ed ha in realtà poco a che vedere con la legge di gravità.
Il centro di gravità permanente altro non è che uno stadio di coscienza, una centratura del proprio Essere che osserva il mondo esterno ma anche il proprio apparato psico-fisico, la nostra personalità. In altre parole, chi è centrato diventa un osservatore, di se stesso e degli altri, senza emettere alcun giudizio, osserva e basta. Ecco perché Battiato scrive che lui cerca questo stato di coscienza, attraverso il quale cambia totalmente la visione del mondo, e si riesce a percepire la vera realtà dell’esterno, delle cose e della gente. Una volta che si raggiunge la centratura, che è un’elevazione di coscienza, si è in grado di distaccarsi dalla sofferenza, dalla lamentela, ed evitiamo così di identificarci con il nostro apparato psico-fisico e i suoi relativi problemi da animale spaventato (ansia, paura, stress). Volendo fare un’intersezione con la letteratura italiana, possiamo trovare delle analogie con l’ “Uno Nessuno Centomila” di Pirandello, dove l’Uno rappresenta appunto l’Osservatore, ma poiché dentro di noi esiste tutta una molteplicità di Io, non può esistere un centro di gravità permanente, e quindi siamo Centomila persone diverse.
Pirandello in un’altra sua opera, precisamente in “Sei personaggi in cerca d’autore”, scrisse: “Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le sue possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello. Diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Ma non è vero!

Il centro di gravità permanente ci permette di uscire da questa illusione, in quanto noi ci consideriamo una sola persona, ma non lo siamo. La dimostrazione potete averla da soli osservandovi, quante volte un vostro ‘io’ prende una decisione e dopo qualche tempo un altro ‘io’ se ne dimentica o magari prende addirittura una decisione opposta? Quante volte assicurate di mantenere un segreto ma poi non ci riuscite? Quante volte non siete in grado di rispettare un orario di un appuntamento? Quante volte avete deciso di mettervi a dieta per poi rinunciarvi? Quante persone promettono amore eterno il giorno del matrimonio per poi…
Ecco, “che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente” significa proprio questo, rispettare se stessi e gli altri. Ma per farlo c’è bisogno della centratura, di un unico ‘io’ che decide all’interno del nostro corpo, c’è bisogno del centro di gravità permanente. Come possiamo pretendere di avere continuità di propositi se non raggiungiamo un centro di gravità permanente? Senza un unico ‘io’ non può esserci volontà, ma solo semplici ed inutili reazioni dei tanti nostri ‘io’, ognuno dei quali reagisce a modo suo, pensa a modo suo e prende decisioni per conto suo.
Quindi, riassumendo, il centro di gravità permanente è il nostro Io osservatore, che ci possiamo “fabbricare” attraverso la presenza (l’essere svegli); questo Osservatore non è morale, cioè è privo di opinioni personali riguardo a ciò che fa il nostro apparato psico-fisico ed il mondo che ci circonda. Osserva e basta, ci osserviamo per attivare al nostro interno un processo di cambiamento senza eguali: osservarsi richiede volontà, presenza e amore. L’osservazione insieme alla presenza daranno vita a quello che è il centro di gravità permanente. Non lo dico io, lo dice una scienza sacra come l’Alchimia, che rientra sempre nel ramo Esoterico[dal lat. tardo esoterĭcus, gr. ἐσωτερικός, der. di ἔσω «dentro/interno»].

Battiato è stato un discepolo della scuola filosofica di Georges Ivanovič Gurdjieff, il filosofo mistico e “maestro di danze” armeno, ideatore del sistema di risveglio chiamato “Quarta Via” nel quale il centro di gravità permanente si colloca a metà strada tra l’essere meccanici e addormentati e la costruzione della propria anima. Un ottimo modo per “vedere” oltre le apparenze e non cambiare più idea sulle cose e sulla gente…

FONTE

http://www.tragicomico.it

 

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L’ALCHIMIA ORIENTALE

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Quando si parla di “alchimia” ci si riferisce solitamente alla Grande Opera occidentale, in primis rinascimentale, tralasciando l’importanza dell’alchimia orientale, sia indiana che cinese. Soltanto a partire dai primi decenni del secolo scorso Julius Evola, Joseph Needham, Renè Guénon, Rudolf Steiner, Gustav Meyrink e Mircea Eliade hanno avuto l’ardire di riscattare l’alchimia orientale dalla visione positivistica che la riduceva a uno stadio superstizioso e primitivo della chimica; con questi “pionieri” del sapere essa ha iniziato a ritrovare il suo originale significato di scienza iniziatica, cosmologica e soteriologica. La storia della scienza e l’antropologia avevano infatti contribuito, insieme alla mancanza di fonti e di studi specialistici sulla religione, la filosofia e le tecniche mistiche orientali, a interpretare l’alchimia attraverso preformati schemi riduttivi, assumendola a oggetto di analisi nella misura in cui essa sembrava presentarsi come una mera prechimica, prestando attenzione solo ai testi che si riteneva possedessero le qualità tipiche del moderno uomo di scienza “occidentale”. Storici e antropologi avevano infatti dato rilievo soltanto alle osservazioni empiriche e scientifiche dei documenti ermetici, ignorando il reale significato cosmologico e iniziatico dell’Ars Regia. Considerare l’alchimia orientale uno stadio arretrato dell’evoluzione mentale dell’umanità è un rovesciamento del punto di vista in base al quale si devono studiare i trattati. Allo stesso modo non si può interpretare l’alchimia orientale né in chiave mistica né da un punto di vista esclusivamente psicologico, per preservare la struttura iniziatica e il valore ontologico della palingenesi alchemica; l’alchimia è infatti un’”arte regale”, una disciplina magico-operativa, attiva, una scienza operante sia sul piano spirituale che su quello materiale, concreto. Come ha precisato Guénon, gli stati interiori la cui realizzazione dipende dall’ordine iniziatico, non sono né stati psicologici né stati mistici, bensì qualcosa di molto più profondo: essi implicano, infatti una “conoscenza esatta e una tecnica precisa”, respingendo, dunque, la sentimentalità e l’immaginazione.
Si deve innanzitutto distinguere la presenza di due tecniche parallele presenti sia in Cina che in India, entrambe comprese, secondo la tradizione, sotto la denominazione di “alchimia”; autori come Evola, Guénon, Eliade e Meyrink, riprendendo le testimonianze della mitologia popolare e della letteratura alchemica si assunsero per primi il compito di dimostrare l’esistenza di una tecnica iniziatico-soteriologica in stretto rapporto con il taoismo, in Cina, e con l’ambiente yogico-tantrico in India, e di una seconda, invece, legata alla medicina e alla metallurgia, che si occupava di osservazioni empiriche e di pratiche fisio-chimiche. Solo quest’ultima è da considerarsi come la diretta antenata della chimica, mentre la prima è, in realtà, una “scienza” tradizionale a carattere spirituale, che non presenta alcun rapporto con la prospettiva chimico-empirica.
Il senso autentico dell’alchimia orientale è di essere una scienza spirituale, iniziatica, cosmologica e soteriologica, contenente solo indirettamente osservazioni scientifiche; il contributo nei confronti della ricerca empirica e delle scienze naturali scaturente dall’opera alchemica nasce indirettamente dal tentativo dell’uomo-microcosmo di agire sulla natura per trasformarla e a sua volta trasmutarsi, per completare la creazione divina e al tempo stesso perfezionarsi.
In Cina l’alchimia come tecnica mistico-iniziatica era denominata neidan e faceva uso delle “anime” delle sostanze usate invece dall’altra, ovvero dall’alchimia “esteriore”, detta waidan; in India l’alchimia speciale andava sotto il nome di rasayana e si contrapponeva all’alchimia empirica basata su operazioni di sublimazione e calcinazione che, occupandosi quindi dell’aspetto concreto delle sostanze tendeva ad essere una protochimica.

GLI YOGIN

I primi viaggiatori stranieri di passaggio in India hanno avuto modo di constatare la veridicità del ricco folklore yogico-alchimistico che il popolo indiano aveva avuto modo di elaborare, assimilando i temi dell’Elixir dell’immortalità e della trasmutazione dei metalli alla mitologia dello yogin-mago. La letteratura indiana è infatti ricca di allusioni riguardo allo stretto rapporto intercorrente tra lo yoga, il tantrismo, e l’alchimia.
Gli avventurieri europei ed orientali hanno anch’essi avuto la possibilità di verificare come alcuni asceti e yogin fossero i depositari di una sapienza alchemica facente uso di preparati destinati a prolungare la vita; le testimonianze fanno infatti riferimento a una pozione di origine vegetale o minerale (a base di mercurio) che gli yogin, così come gli alchimisti cinesi, ingerivano. Questa pozione avrebbe dapprima causato l’intossicazione dell’organismo con la conseguente perdita di capelli, denti etc. per poi produrre una rigenerazione del corpo, in base alla quale i capelli sarebbero rispuntati scuri e forti, i denti ricresciuti sani, le membra avrebbero ritrovato il vigore di un tempo: per riconquistare la giovinezza il corpo del miste doveva esperire il solve et coagula dell’alchimia, ossia doveva “morire”, tornare alle origini per poi rinascere a nuova vita. Come avveniva nei processi tantrici, il discepolo doveva contemplare la dissoluzione e la creazione degli Universi e sperimentare in se stesso la “morte” e la resurrezione iniziatiche, ossia la ri-creazione del Cosmo. A questo proposito, Marco Polo riferisce di una pozione a base di zolfo e mercurio che, bevuta due volte al mese, avrebbe assicurato salute e longevità agli yogin. Secondo Amir-e-Khosraw, un poeta indopersiano vissuto nel XIII secolo d.C., gli indiani erano in grado di conseguire la longevità tramite la lenta scansione del respiro, ossia attraverso il pranayama, tecnica dello yoga di controllo e rallentamento del respiro, assimilabile al lianqui, la “respirazione controllata” cinese.
Il pranayama comporta la ritmizzazione del respiro e l’unificazione della coscienza; ritmando e rallentando progressivamente la propria respirazione lo yogin riesce a penetrare, conservando la piena lucidità, tutti gli stati di coscienza interdetti all’uomo profano, riesce cioè a provare sperimentalmente gli stati di coscienza inaccessibili da svegli, in particolare quelli che caratterizzano il sonno. Per mezzo del pranayama si cerca di sopprimere lo sforzo respiratorio, di sospendere il respiro e le funzioni degli organi in vista dell’unificazione della coscienza. Lo yoga alchemico rappresenta dunque la via della coscienza “rafforzata”, comporta cioè il risveglio di una “supercoscienza” nell’adepto attraverso la ripetizione di formule, il digiuno, la meditazione, la scansione del respiro, la preghiera, l’abbattimento del sonno. Secondo i trattati indiani si può a prolungare indefinitamente la vita del corpo se si riesce a controllare il respiro e a distillare l’Elixir a base di mercurio.
Amir-e-Khosraw ha inoltre attestato la fondatezza delle leggende popolari riguardo ai poteri magici conseguiti dagli yogin alchimisti; la tradizione indiana attribuisce infatti agli yogin la capacità di predire il futuro, di librarsi in aria, di diventare invisibili, di camminare sulle acque e di trasmutare i metalli vili in oro. I trattati di alchimia tantrica prescrivono ricette a base di elementi vegetali e minerali e formule magiche (anche di magia nera) per ottenere salute, immortalità, poteri prodigiosi. Lo scopo principale perseguito dall’alchimia indiana è la liberazione (moksa) dalla legge karmica, ovvero l’immortalità; l’alchimista mira a divenire uno jivan mukta, un liberato in vita. L’adepto ricerca la liberazione attraverso la preparazione dell’Elixir così come l’asceta tantrico ricerca la costruzione del corpo glorioso che, superiore ad ogni processo di disintegrazione, gode della condizione d’immortalità.

RASAYANA E TANTRISMO

La testimonianza più chiara riguardo al tema della longevità conseguibile attraverso le pratiche alchemiche appartiene ad Al Biruni (973-1048) che attesta l’esistenza, a fianco e indipendentemente dall’alchimia “ordinaria” di origine minerale, di una scienza spirituale detta rasayana; essa è descritta come un’arte che si basa su particolari pratiche, medicamenti e preparati in gran parte vegetali, i cui principi attivi restituiscono la salute ai malati, la giovinezza e la longevità agli anziani. L’alchimia speciale o rasayana apparterrebbe dunque alle tecniche magico-iniziatiche e rivestirebbe una funzione redentrice e cosmologica.
Il rasayana o scienza del mercurio (rasa in sanscrito significa linfa, succo, ma si riferisce anche ai fluidi corporei, e in particolare allo sperma, tra cui lo “sperma di Shiva”, cioè il mercurio) assurge a mezzo di liberazione perché capace di rafforzare e prolungare la vita; le operazioni che essa prescrive sono di tipo spirituale e non si riferiscono a esperimenti di laboratorio. Il fine delle pratiche del rasayana è infatti la “purificazione” dell’anima e la “transustanziazione” del corpo dell’adepto.
Come ha dimostrato Eliade, le pratiche dell’alchimia indiana derivano dall’ambiente tantrico e non dipendono in alcun modo da un influsso arabo dell’alchimia alessandrina. Infatti in alcuni documenti precedenti l’invasione islamica si trova l’esposizione dei poteri conseguibili attraverso l’utilizzo del mercurio nelle pratiche alchemiche. L’alchimia indiana, intesa come arte magica e soteriologica, era diffusa soprattutto negli ambienti tantrici, su cui poco influì l’invasione araba. In alcune zone come il Nepal e il sud dell’India, dove si ritrovano numerosi testi tantrici sull’alchimia, la penetrazione dell’Islam è stata minima.
Molti maestri tantrici, i leggendari siddha, come il celebre Nagarjuna, risultano essere anche autori di trattati di alchimia; essi erano in grado di compiere prodigi, di prolungare indefinitamente la propria vita e di fabbricare l’oro. Ciò che interessava il tantrismo era “la mistica alchemica, il significato cosmico e mitico che assumevano i metalli, la funzione redentrice attribuita alle operazioni alchemiche”, non le rudimentali conoscenze scientifiche presenti nella letteratura sanscrita antecedente al tantrismo; attraverso la purificazione dell’anima dell’uomo e la ricerca dell’Elixir di lunga vita l’alchimia rivestiva una funzione mistica, iniziatica, redentrice, accostandosi alle tecniche spirituali indiane, in particolar modo al tantrismo e allo Hathayoga, che miravano a conseguire l’immortalità.

NEIDAN

In Cina ritroviamo una situazione analoga; i documenti attestano la presenza di due pratiche distinte e diametralmente opposte, entrambe denominate “alchimia”: una riguardante l’anima e l’immortalità, l’altra la trasmutazione pura e semplice dei metalli in oro e argento. Uno dei più famosi alchimisti cinesi, Ge Hong, nel suo Baopu zi, ne tematizza l’esistenza parlando huangbai “giallo e bianco”, ovvero di un’alchimia “propriamente detta” (waidan) il cui scopo era la trasformazione dei metalli fine a se stessa, che non prevedeva il coinvolgimento dell’anima del miste, e di una tecnica (neidan) avente come fine il conseguimento dell’Elixir di lunga vita e della Pietra Filosofale.
Il neidan era una pratica metafisica e cosmologica che utilizzava l’”anima” delle sostanze minerali usate, invece, dal waidan; a partire dal X secolo l’alchimia cinese, in simbiosi con il taoismo, subì un crescente processo di spiritualizzazione  e i metalli “trascendentali”, detti “anime dei metalli”, iniziarono ad essere identificati con determinate parti del corpo, causando la proiezione degli esperimenti alchemici direttamente sul corpo dell’adepto. L’alchimia cinese divenne dunque un’arte spirituale assimilabile alle tecniche di meditazione, ascesi e di purificazione interiore. L’alchimista taoista del X secolo rinuncia alla trasmutazione dei metalli vili in oro per concentrarsi sul corpo che considera alla stregua di un metallo impuro. Egli intende purificarsi e si sforza di trasmutare il proprio corpo in oro, cioè di perfezionarsi e conseguire con ciò l’immortalità. Invece di compiere operazioni alchemiche sui metalli inferiori, l’alchimista cinese le compie direttamente sul proprio corpo e sulla propria anima.

YIN E YANG

L’alchimia cinese aveva un carattere sacro e rituale e implicava certi atti religiosi come sacrifici, digiuni e preghiere, miranti a ottenere un oro di sintesi purificato dall’elemento yin; l’alchimia cinese può essere infatti compresa soltanto se studiata nell’ambito più generale delle credenze taoiste di quel popolo. Bisogna riferirsi soprattutto alla concezione dei due elementi fondamentali, yin e yang, maschile e femminile, che costituirebbero ogni sostanza esistente: tutto ciò che è partecipa in maggior o minor misura a questi due elementi. Il principio maschile yang è stato identificato con il dao, inteso come la via, il principio universale, la verità: più una cosa contiene yang più essa è nobile incorruttibile, “assoluta” e partecipa alle qualità yang di forza, longevità, perfezione. La trasmutazione dei metalli consiste nell’eliminare il principio freddo femminile yin accrescendo lo yang; per questo l’oro fabbricato in laboratorio si rivela superiore all’oro naturale proprio perché è stato purificato da ogni traccia di yin è può essere ingerito dell’adepto, affinché gli trasmetta le proprietà di perfezione e immortalità.
L’oro rappresenta per i cinesi  il metallo nobile per eccellenza, ma altrettanto importanti sono le perle e la giada, anch’esse dotate di virtù magiche e incorruttibili in virtù dell’essenza yang. Chiunque indossi dell’oro, della giada o delle perle subisce le influenze benefiche dell’elemento caldo maschile yang; questi elementi preservano anche i corpi dalla corruzione e dalla decomposizione, rivestendo un ruolo fondamentale nell’ambito della vita e delle concezioni religiose e filosofiche cinesi, ruolo di “immortalizzazione” che si è trasmesso all’alchimia.
Lo scopo dell’alchimia cinese è, attraverso la fabbricazione e l’assimilazione dell’oro sintetico, la ricerca dell’immortalità; l’alchimista non ricerca l’oro in quanto semplice metallo ma per le sue proprietà magiche e rigeneratici. Le origini storiche della centralità rivestita dall’oro va ricercata nella preparazione sintetica del cinabro, una sostanza dal colore rosso sangue, dotata di yang che si credeva possedesse un potere “talismanico”, e utilizzata  fin dai tempi arcaici nelle tombe dei ricchi aristocratici, con lo scopo di assicurare loro l’immortalità; inoltre si credeva che, messo sul fuoco, producesse il mercurio, anima di tutti i metalli e principio cardine dell’alchimia.
Rispetto all’alchimia indiana quella cinese risente di un maggiore legame con la metallurgia e la cosmologia; alla base dell’alchimia cinese ritroviamo infatti il principio di omologazione Uomo-Cosmo, la codificazione dei “legami sacri”, delle “corrispondenze” che uniscono l’uomo-microcosmo ai metalli e a ogni essere naturale, infine la concezione della vita come elemento costitutivo e universale del reale. Alla base della magia e dell’alchimia ritroviamo infatti la credenza che la Natura sia come un grande organismo vivente nel cui seno ogni singolo ente animato o inanimato, uomo, animale, vegetale o minerale che sia, partecipa al ciclo vita-morte-resurrezione. L’omologia Cielo-Terra si dispiega in una serie infinita di corrispondenze magiche tra tutti gli ordini dell’esistenza, per cui il corpo umano diviene uno specchio del Cosmo; ogni parte dell’uomo ha un suo corrispettivo siderale, così ogni elemento del Cosmo è dotato di vita, partecipa al destino dell’uomo e conosce la nascita, la crescita, la sessualità e in alcuni casi la morte.
Poiché gli oggetti inanimati, come i minerali, hanno una vita molto più lunga dell’uomo e crescono molto più lentamente, l’alchimista cinese, come il suo collega occidentale, si preoccupa di accelerarne lo sviluppo per contribuire alla creazione divina e perseguire la perfezione della Natura: tutti i metalli infatti, nel ventre della Terra, sono destinati a divenire oro, ma la loro maturazione necessita di migliaia di anni. Precipitando i ritmi temporali l’alchimista intende così accelerare l’opera naturale e divenire il signore del Tempo. Ma, come lo yogin e il mago tantrico, egli ricerca la liberazione dalla legge del Tempo attraverso la meditazione, l’ascesi e la pratica alchemica.

RITUALI ASCETICI

Come abbiamo accennato le operazioni alchemiche dovevano essere precedute da preliminari e rituali di tipo ascetico: meditazione, solitudine, digiuni, regimi dietetici, preghiere, purificazioni. Tra i preliminari richiesti per la purezza del miste, l’alchimista cinese, come lo yogin, era tenuto a scandire la propria respirazione secondo un preciso ritmo, ossia secondo la pratica della “respirazione controllata” (lianqi). Il lianqi è simile al pranayama, la sospensione del respiro praticata nello yoga, in quanto i taoisti, assunta una postura del corpo (zuogong) che ricorda l’asana degli asceti indiani, ritmano e sospendono la respirazione. Questa pratica è stata denominata da Marcel Granet “respirazione embrionale” in quanto imita la respirazione a circuito chiuso del feto nel ventre materno e rappresenta un regressus ad uterum: per ottenere il ringiovanimento o la longevità è infatti necessario ritornare alle origini per rinascere e rincominciare una nuova vita.
La ricerca dell’Elixir è inoltre legata alla ricerca delle isole lontane e soprannaturali dove vivono gli “Immortali”: incontrare gli immortali significava superare la condizione umana e partecipare all’esistenza sacra e beatifica dell’atemporalità. Una volta prodotto l’oro l’alchimista poteva distillare l’Elixir di lunga vita e dopo averlo assimilato divenire immortale. L’oro prodotto attraverso i processi di trasmutazione alchemica metteva in atto il processo di spiritualizzazione del corpo, trasmettendogli le virtù yang di rigenerazione e longevità. Divenuto immortale il miste poteva entrare in contatto con i Beati e vivere nelle isole meravigliose  che la tradizione mitica cinese vuole essere la sede dei santi e dei leggendari maghi-alchimisti.

ESTRATTO DELLA TESI DI LAUREA IN STORIA DELLE RELIGIONI DI ENRICA PERUCCHIETTI “COME HO SCOPERTO LA PIETRA FILOSOFALE”

 

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GIACOBBE E RACHELE

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Mentre l’idea aristotelica dell’Intelligenza attiva si diffondeva in diversi rivi con aspetti più propriamente filosofici o con aspetti più nettamente mistici, nel campo più ortodosso e in quello meno ortodosso, ma in tutti i campi con la tendenza a impersonarsi facilmente in una donna amata, l’interpretazione simbolica data da S. Agostino ai libri sacri riprendeva in forma alquanto diversa l’idea di personificare non in una donna astratta, ma addirittura in un determinato personaggio della Storia Sacra, in Rachele, la «Sapienza che vede Iddio». Questa idea-personaggio platonica riappariva così in forma nuova e anche più definita nell’ambito dell’ortodossia.

L’esposizione completa della dottrina di Rachele-Sapienza fatta da S. Agostino si trova nella sua opera Contra Faustum, nella quale il Pascoli ravvisò bene a ragione una delle fonti principali della Divina Commedia. Ma prima di parlarne vediamo come concepisce Sant’Agostino questa Sapienza. Egli la concepisce proprio al modo dei platonici: consente con Plotino in molti punti e scrive: «Né costoro (i platonici) pongono in dubbio l’impossibilità che alcuna anima razionale sia sapiente senza partecipare a quella incommutabile Sapienza. E noi pure esistere una suprema Sapienza Divina cui solo partecipando si possa essere vero Sapiente, non solo concediamo, ma principalmente affermiamo ».

Per Agostino la ragione sta a capo della parte inferiore dell’anima costituita da senso, memoria e cogitativa, ma l’intelletto sta a capo della parte più elevata, quella che conosce le idee eterne che sono l’immutabile ragione delle cose. Spetta alla prima la scienza, la quale conosce, per bene usarne, le cose terrene e caduche ed è suo fine la vita attiva; alla seconda spetta la Sapienza o cognizione di ciò che è assoluto e immutabile ed è suo fine la beatitudine della vita contemplativa. «Però», disse San Paolo, «ad alcuni essere conceduta dal medesimo Spirito la parola di Scienza, ad altri quella di Sapienza; e quanto questa smisuratamente sia preferibile all’altra è facile giudicare».

Si ricordi il lettore di questa «Sapienza» smisuratamente preferibile alla «Scienza» e si preparerà a intendere il conflitto così vivo nelle ultime pagine della Vita Nuova e nelle prime del Convivio tra Beatrice che è Sapienza e la Donna Gentile che è Scienza, che è cioè Filosofia razionale contrapposta a quella Sapienza mistica che è intuizione e rivelazione dell’eterno.

Sant’Agostino definisce la Sapienza così: «Benché individuali e molteplici le menti umane, una è come l’Intelligenza cui tutte aspirano e alla quale partecipano – essa è come la luce del sole, che, restando una in sé, si moltiplica in quanti occhi la mirano ».

«Questa Intelligenza o Sapienza, è l’immagine o verbo di Dio. La mente umana non si rende capace di partecipare a quella se non quando, elevandosi dalla regione dei sensi, si purga e purifica. Solo allora la mente ottiene il principato nell’uomo. Per essa soltanto l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra»

Il lettore consideri queste parole e le ricordi. Le consideri e vedrà come questa Sapienza santa agostiniana, ortodossa, somigli perfettamente all’intelletto attivo dei filosofi pagani; ricordi come questa intelligenza «restando una in sé si moltiplica in quanti occhi la mirano» e non si sorprenderà più che una donna unica e mistica, rimanendo una in sé, si sia moltiplicata con vari nomi negli scritti mistici di questi poeti, divenendo Beatrice per Dante, come si era chiamata Rachele per Giacobbe e così di seguito, chiamandosi Vanna per Guido Cavalcanti e Lagia per Lapo Gianni. Si ricordi infine il lettore della frase agostiniana secondo la quale per la Sapienza sola «l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra» e la troverà ricopiata tale e quale nella invocazione di Virgilio a Beatrice:

O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogni contento

da quel ciel che ha minor li cerchi sui.

Il Pascoli riesumò dal Contra Faustum (XX, 52-58) di S. Agostino la dottrina mistica riguardante Rachele-Sapienza. Lia e Rachele sono le due vite a noi dimostrate nel corpo di Cristo: quella temporale del lavoro, quella eterna della contemplazione… Lia vuol dire laborans, Rachele Visum principium (si noti bene che l’Intelligenza attiva è appunto quella che vede i princìpi, le eterne idee delle cose e che Beatrice nella Vita Nuova«parea che dicesse “Io sono a vedere lo principio della Pace”») Lia ha gli occhi cisposi, difettosi, perché la vita attiva è laboriosa e incerta e perché «i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro previdenze». Rachele invece è «la Speranza dell’eterna contemplazione di Dio, che ha certa e dilettevole intelligenza di verità».

Ogni piamente studioso ama Rachele e per lei serve alla Grazia di Dio che ci dà la purificazione (dealbatio).

Chi serve alla Grazia però non cerca la Giustizia (nelle quale si assommano le virtù della vita attiva), non cerca Lia, ma vuol «vivere in pace nel Verbo», ossia cerca Rachele.

Così Giacobbe serve a Laban che significa dealbatio non per Lia, ma per Rachele. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva di aver ottenuto Rachele, ebbe invece soltanto Lia e la tollerò pur non potendola amare e l’ebbe cara per i figli che ella gli diede e servì poi altri sette anni per ottenere Rachele. Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell’imbianchimento (dealbationis) dei suoi peccati, nella sua conversione non fu tratto da altro amore che dalla «dottrina della Sapienza» (Rachele).

Tralascio quanto il Pascoli opportunamente dedusse da questo passo e dai seguenti per la retta interpretazione della Commedia, nella quale Dante giunge a Rachele (Beatrice) dopo sette e sette cerchi invece che dopo sette e sette anni e ha la visione di Lia operante che in Matelda diviene anche veggente, finché diventa pura visione e contemplazione, pura Sapienza, in Beatrice. Mi basta qui l’aver ricordato come nella simbolistica di S. Agostino l’amore per la Sapienza (Spes aeternae contemplationis) sia pensato come amore per una donna determinata e storica che è poi in Dante la compagna di Beatrice.

E anche fuori della Divina Commedia e fuori della poesia d’amore dantesca si ritrova perfettamente questo ricordo dell’amore di Lia e di Rachele.

Il Boccaccio scrive:

Amor vol fede e con lui son legate

Speranza con timor e gelosia

E sempre con leanza humanitate.

Onde sovente per Rachele e Lia

Fa star suggetta l’anima servendo

Con dolce voglia e con la mente pia

Questo unicamente per ricordare che non Dante solo ricollega il suo preteso amore terreno all’amore di Giacobbe per Rachele. Come Rachele è la donna di «ogni piamente studioso», così Beatrice è la donna di quel «Fedele d’Amore» che è Dante (e abbiamo già visto che egli non ha mai detto di essere stato solo a commuoversi dinanzi a lei), e così Vanna è la Rachele di Guido, Costanza è la Rachele di Francesco da Barberino e via di seguito.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

Luigi Valli – Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

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Alchimia, Filosofia, Gnosticismo, Spiritualità

ELI, ELI, LAMA SABACHTANI

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Il “Cristo” meramente utilitaristico, cioè “morto inutilmente”  in quanto utile solo a delineare la preminenza della gerarchia confessionale rispetto alla gente comune è connesso al greco “CHRESTOS”, che significa appunto utile (adatto, idoneo, abile).

L’antico concetto di uomo libero era infatti riferito, nelle sedi di iniziazione ai mondi spirituali, al corpo fisico come strumento “più adatto” e completo per l’evoluzione dell’io, che ha luogo proprio mediante l’uso ed il consumo del corpo fisico anche in rapporto alla sofferenza ed al dolore.

“CHRISTOS”, in latino “CHRISTUS”, significa invece “unto”, ed è la traduzione letterale dell’ebraico “MASCIACH”, “Messia”. Nell’antichità erano “unti” i sacerdoti, i re e i profeti, e ciò che era venerato a dicembre era il più grande “unto” dell’intero universo: lo spirito del Sole.

In base a questa conoscenza gli iniziati facevano l’esperienza riassunta nelle parole di Paolo: “Non io, ma il Cristo in me”, che significano: non il mio io pieno di egoismo deve prevalere; questo si deve fare strumento (“CHRESTOS”) per l’io Cristico (“CHRISTOS”).

Infatti era notorio che nella morte “moriva” solo lo strumento fisico, il CHRESTOS, mentre lo spirito, il CHRISTOS, poteva “risorgere”, secondo la sua natura immateriale, in ogni individuo umano. Ecco perché l’antica formula per la morte del “CHRESTOS” era: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”, mentre per il CHRISTOS era: “Mio Dio, mio Dio, quanto mi hai esaltato!”.

Nell’ebraico antico le due frasi suonano quasi uguali: “ELÌ, ELÌ, LEMÀ SABACTÀNI” (mi hai GLORIFICATO) ed “ELOÌ, ELOÌ, LEMÀ AZABTÀNI” (mi hai ABBANDONATO; da “AZÀB”, “abbandonare”, verbo formato dalle lettere AIN, ZAIN E BET).

In effetti, l’espressione ELI, ELI, LAMA SABACHTANI

-Ηλει Ηλει λεμα σαβαχθανει-

non ha mai significato “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Significa originariamente il contrario. Sono le parole sacramentali utilizzati dall’iniziazione finale nell’antico Egitto, come anche in altre regioni, durante il Mistero della messa a morte del “CHRESTOS” nel corpo mortale, con le sue passioni animali, e la resurrezione dell’uomo spirituale come CHRISTOS illuminato in un’aura ora purificata (equivalente alla “seconda nascita” di Paolo, il “nato due volte” o a quella iniziatica dei brahmani, ecc.). Queste parole erano rivolte all’io superiore dell’Iniziato (“Sé Superiore”), lo Spirito divino in lui nel momento in cui i raggi del sole mattutino si riversavano sul corpo in trance del candidato, e dovevano richiamarlo alla vita della sua nuova rinascita. Tali parole, poi distorte a fini dogmatici, erano indirizzate al Sole spirituale interiore, e significavano “Mio Dio, Mio Dio, come mi glorificherai!”

Questo fatto, di cui oggi non si parla più, ha portato al capovolgimento della logica riguardante la risurrezione dell’io e, di conseguenza, si arriva a predicare la risurrezione del corpo come se il corpo fosse la cosa più importante dell’essere umano; o come se la “manna” dell’uomo fosse il cibo che lo nutre come mero corpo terrestre, materiale.

Le cose però non stanno così. Una immortalità del corpo che senso avrebbe?

«Non posso che concordare con Haeckel quando dice di preferire a un’immortalità, quale molte religioni la insegnano, “l’eterno riposo nella tomba”. Infatti l’idea di un’anima che sopravvive allo stesso modo di un essere sensibile mi appare un abbassamento dello spirito, un ripugnante peccato contro lo spirito» (Rudolf Steiner, 1861-1925).

Il “MANAS” indica in sanscrito l’intelligenza dell’io umano, e questo “MANAS” fu sempre sentito provenire dall’alto. Gli indiani d’America lo adoravano nel dio “Manitù”. Nell’antica Grecia fu conosciuto come la forza del “Minotauro” dominata da “Minosse”. La civiltà “minoica”, col suo culto del toro, fu appunto quella del rinvenimento della ragione per tornare alla luce (attraverso il famoso filo di Arianna, simboleggiante il filo nel “labirinto” della ragione, o del “MANAS” appunto). Era il periodo in cui tale forza incominciava ad essere percepita non più proveniente dalla sede del torace o del cuore ma da quella del capo umano.

Questa aurea attività interiore e solare, in grado di generare ricchezza spirituale e materiale (perfino il termine capitalismo proviene da “capo”, “testa”, “cranio”, “GOLGOTA”), era perciò in grado di soddisfare anche ogni desiderio di cibo, cioè della cosiddetta “manna” del mondo ebraico. “Man” è anche la radice dell’umanità stessa. Ma cos’è la manna umana se non il talento dell’io umano, generatore di ricchezza sia spirituale che materiale? Bisognerebbe chiedersi dunque per quale ragione le confessioni religiose odierne non vogliono testimoniare che tale intelligenza è quella stessa del Logos o del Cristo in ogni essere umano. Hanno forse paura dell’intelligenza della natura umana? Sembra proprio di sì, dato che è sempre più evidente che la si vorrebbe, in un modo o nell’altro, rendere schiava, o crocifiggerla ancora, la croce essendo la massima espressione del materialismo.

Quando il cristianesimo divenne religione di Stato (verso la fine del quarto secolo circa) entrò infatti in esso qualcosa che non era più cristianesimo. E cos’era? Era l’imperialismo della romanità in declino. L’ampia e profonda saggezza che nei primi secoli cristiani tentava di compenetrare il mistero del GOLGOTA (cranio) e tutto ciò che vi si ricollega, fu travolta dal materialismo occidentale, che lentamente, dal quarto secolo in poi, pervase la civiltà occidentale ed oggi è l’espressione del passaggio verso il materialismo cattolico, connesso all’“uomo dei dolori”, cioè al “CHRESTOS”, non al “CHRISTOS”.

Con ciò si produsse una frattura nel mondo della cristianità. L’immagine del Cristo crocifisso e sofferente, che da allora in poi perdurò per secoli, non permise più di afferrarlo nella sua essenza immateriale e risorgiva come io in ogni essere uomo. Ed oggi il Cristo è percepito solo come particola, come corpo materiale, senza che l’io trionfi come vincitore e custode dell’umanità.

La stessa idea della nascita umana o del Natale si è impoverita al punto che il più grande evento è stato ridotto ad un banale processo fisiologico, sperimentabile consumisticamente (cena di Natale) o tutt’al più sentimentalmente (auguri di Natale).

Eppure attraverso l’idea del passaggio evolutivo verso l’io che proviene dall’alto entra nell’uomo qualcosa che non può comprendersi materialisticamente.

Due sono dunque i mondi che questo passaggio riunisce: il mondo sensibile e quello sovrasensibile. L’io umano appartiene a quest’ultimo. L’io non è percepibile mediante i sensi ordinari. Per percepire l’io occorre abbandonare l’ordinaria percezione sensibile. Questo ABBANDONO dei sensi ordinari apre la porta alla percezione sovrasensibile, la quale procura la GLORIA dell’io-Logos, consistente nella via, nella verità e nella vita di ciò che è eternamente alto. Perfino la parola “alto” ha la medesima radice “AL” di “ALLAH”, “ELYON”, “ELOAH”, “ELOIM”.

Ogni nascita, così come ogni morte, è gloriosa, perché ogni cambiamento fa parte di una evoluzione. E questo riguarda anche ogni abbandono. L’abbandono” comporta, anche etimologicamente, un “bando” o una “bandiera” da lasciare. In fondo si lascia una rappresentazione per un’altra rappresentazione, un pensiero per un altro, perché questa è la vita del pensare. L’essenza di ciò che nasce e di ciò che muore ha in sé una forza che va oltre quella mera nascita o quella mera morte.

A questo punto del ragionamento sembra quasi di ritornare nella mistica degli antichi o delle antiche scritture. Ma non è così. Credo, anzi, sia sbagliato usare le antiche scritture, come ad esempio la Bibbia, per dimostrare con interpretazioni mistiche o incapaci di uscire dal misticismo che l’uomo è qualcosa di essenzialmente alto o, quanto meno, diverso dalla terra. In realtà l’uomo è essenzialmente extraterrestre, e bisognerebbe avere il coraggio di scoprirlo e casomai verificarlo con le scritture dopo averlo scoperto. Per verificarlo occorre semplicemente identificare l’individuo umano non con la terra o con la mineralità o con la materia, ma col suo io, percepibile solo in modo sovrasensibile. Noi non siamo il nostro corpo. Siamo gli abitatori di esso, e solo in quanto tali siamo extraterrestri. Io oggi sono diverso da ieri o dal tempo in cui avevo tre, o trenta, o sessant’anni, perché la mia “terra” cambia sempre ed ogni sette anni è completamente diversa perfino nella sua struttura ossea (la fisiologia lo dimostra: ogni sette anni, il nostro corpo fisico si trova rinnovato: nessuna sua cellula, da quella dei muscoli a quella dello scheletro, vive più di sette anni). Io invece pur cambiando sempre sono sempre io. E questo è quello che conta. Perché ogni io è eterno: non è mai nato e mai morirà.

Da questo punto di vista è interessante notare in Africa, in Mali, la tribù dei Dogon: «Questa popolazione possiede sorprendenti conoscenze astronomiche. I Dogon, infatti, sanno dell’esistenza di Sirio B, una piccola stella orbitante intorno a Sirio e del tutto invisibile ad occhio nudo. E si noti che gli astronomi occidentali, fino alla metà del XIX secolo, non sospettarono l’esistenza di Sirio B che fu poi fotografata solo nel 1970. Come fanno i Dogon a sapere che Sirio è una stella doppia? A quanto essi stessi dicono, queste conoscenze sono state loro trasmesse dagli abitanti di un pianeta di Sirio B sbarcati sulla terra. E queste creature venute da Sirio, che i Dogon chiamano NOMMO, erano a forma di pesce e dovevano vivere nelle acque perché anfibie». Il nome “DOGON” è molto simile a quello di una divinità filistea, “DAGON”, a volte rappresentata come mezzo uomo e mezzo pesce, di cui parla anche la Bibbia. Si noti l’assonanza anche con l’ebraico “DAGHÌM”, “pesci”, plurale di “DAG”, pesce”.

Certamente il credente nell’uomo come essere meramente terrestre troverà mille ragioni per dimostrare che l’extraterrestre non esiste. Però per affermare anche una sola di queste ragioni dovrà, per forza di cose, contrapporsi alle forze del cielo o provenienti dall’alto per affidarsi a quelle provenienti dalla terra. Dovrà, per forza di cose, credere più ad un impercepibile “quanto” che al proprio percepibile io, ricadendo di nuovo nel misticismo che, grazie alla scienza, dal tempo di Galileo avrebbe dovuto imparare a superare… Anche questo riguarderà comunque la sua evoluzione di essere umano.

La GLORIA dell’io-Logos è in ebraico “KAVÒD”, che significa letteralmente “peso”.

È interessante notare come questo “peso”, a dispetto di ogni forza di gravità terrestre, tenda verso l’alto.

Forse è per questo motivo che il soppesare è anche sinonimo del pensare. A questo punto è interessante osservare che nella misura in cui è possibile la riflessione concettuale, il cervello si allontana dalle forze gravitazionali e della pesantezza materiale grazie alle forze idrostatiche del liquido cefalo-rachidiano: grazie alla presenza di questo liquido (detto “liquor”) il cervello pesando un settantesimo del suo peso reale rende possibile la riflessione concettuale. Se pesasse completamente sui nervi cranici, schiacciandoli, vale a dire premendo sullo spazio sub-aracnoidale intracranico che risente di tutte le variazioni di pressione (dovute alla respirazione mediante inspirazione ed espirazione) del liquido cefalo-rachidiano, non esisterebbe né la vita del pensare né la stessa vita umana.

Questa cosa è talmente importante che nella prima conferenza del ciclo “I capisaldi dell’economia” Rudolf Steiner incomincia proprio con questa considerazione con la quale concludo queste riflessioni:

«Io parlo ora soprattutto a studenti, per indicare loro come ritrovarsi nell’economia politica. Di conseguenza desidero dire quel che ora è più essenziale. Quando nacque il bisogno di sollevare problemi di economia politica, eravamo già in un tempo in cui non si aveva più la capacità di pensiero atta ad abbracciare un campo come questo; mancavano ormai, semplicemente, le idee adeguate. Voglio mostrare che era così mediante un esempio tratto dalla scienza naturale.

Noi uomini abbiamo il nostro corpo fisico, ed esso ha un peso come lo hanno gli altri corpi fisici. Dopo il pasto esso pesa più di quanto non pesava prima; tanto che si potrebbe controllarne l’aumento con una bilancia. Ciò vuol dire che l’uomo è sottoposto alla legge di gravità. Ma solo con tale gravità, che è una qualità di tutti i corpi ponderabili, non potremmo fare molto, e l’uomo sarebbe costretto a girare il mondo come un automa, non come un essere cosciente. Ho detto spesso che cosa occorra perché ci possiamo formare dei concetti che abbiano un valore, cioè che cosa occorra all’uomo per pensare. Il cervello umano, preso per sé, pesa circa 1400 grammi. Se questi 1400 grammi gravassero sulle arterie che stanno alla base cranica, le schiaccerebbero completamente. Non si sopravvivrebbe un istante se il cervello umano fosse fatto in modo da gravare con tutti i suoi 1400 grammi! È davvero una fortuna per gli uomini che esista il principio di Archimede secondo il quale, nell’acqua, ogni corpo perde tanto del suo peso quanto è il peso del liquido che esso sposta. Il cervello galleggia nel liquido cefalico e perde così 1380 grammi, poiché tale è il peso della massa liquida che corrisponde al volume del cervello umano. Il cervello preme con soli 20 grammi sulla base cranica, e questa pressione è sopportabile. Ma se ci domandiamo “a che serve tutto ciò?” dobbiamo rispondere: con un cervello che fosse soltanto massa ponderabile non potremmo pensare. Noi non pensiamo con ciò che è sostanza pesante, ma pensiamo con la spinta ascensionale. La sostanza deve prima perdere il proprio peso, e solo allora possiamo pensare. Noi pensiamo con ciò che vola via dalla terra.

Siamo però coscienti in tutto il corpo. E da che cosa siamo resi coscienti in tutto il corpo? Nel nostro corpo esistono 25.000 miliardi di globuli rossi, i quali sono assai piccoli, ma anche pesanti, perché contengono ferro. Ognuno di questi 25 bilioni di globuli rossi galleggia nel siero del sangue, perdendo del suo peso tanto quanto sposta di liquido, così che anche in ogni singolo globulo rosso viene generata una spinta ascensionale; e proprio 25 bilioni di volte. Nel nostro corpo intero noi siamo coscienti grazie a ciò che spinge verso l’alto. Possiamo così dire che quando ingeriamo degli alimenti, essi devono anzitutto venir alleggeriti, trasformati, perché possano servirci. Tale è l’esigenza dell’organismo.

Ora la capacità di pensare a questo modo e di regolarsi in conformità si era perduta nell’epoca in cui era diventato necessario pensare ai problemi economici. Da allora in poi si tenne conto soltanto dei corpi ponderabili, senza ricordare ad esempio che in un organismo una sostanza ha un comportamento diverso in rapporto alla sua gravità quando subisce una spinta ascensionale.

 

FONTE

http://sabatoxuomo.altervista.org/

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IL VAMPIRO E IL VOLTO SCOMODO DELLA REALTÀ

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Il Vampiro è una figura tipica di una letteratura tendente al macabro, talvolta perfino al grottesco.

Com’è stato già accennato, le sue origini risalgono a credenze molto antiche, avendo alle sue spalle anche una solida tradizione orientale (per esempio nelle Mille e una notte), ma può essere vista anche come una figura romantica, affine all’amante fatale del primo Ottocento.

Il Vampiro spesso viene definito come un mito di transizione e di metamorfosi, è sempre stato paragonato ad animali ritenuti dai bestiari di malaugurio e diabolici, come il serpente, il lupo e il pipistrello.

Rappresenta inoltre l’ancestrale paura della morte e il suo mistero.

Egli succhia il sangue perché ritenuto sede dell’anima, risalendo quindi all’antica credenza, secondo la quale, mangiando parti del corpo di un uomo, ci s’impossessava delle sue qualità e del suo spirito; perciò il vampirismo potrebbe essere visto anche come estrema sublimazione dei riti cannibalistici.

Le caratteristiche che accomunano i racconti sui vampiri sono svariate.

Troviamo sempre la presenza di un testimone, che è un narratore inizialmente estraneo alla storia, ma che ne viene gradualmente attratto, in modo da poter osservare ogni evento e raccontarlo a sua volta, attraverso un’operazione di esorcizzazione dell’occulto, ma anche sua perpetuazione.

La letteratura fantastica, infatti tende sempre a mescolare reale e immaginario, per tentare di dimostrare la verità degli eventi soprannaturali, con una grande attenzione alla documentazione (lettere, diari, telegrammi, registrazioni, articoli giornalistici) che costituisce la struttura narrativa di molte storie sui vampiri.

Inoltre il Vampiro può essere indifferentemente uomo o donna, con una certa tendenza, notata da Praz, nel preferire la figura maschile nel primo Ottocento (sotto l’influsso dell’uomo fatale byronico), mentre nella seconda parte del secolo si può notare una predilezione per un vampirismo femminile (dovuta a una visione morbosa della sessualità femminile).

La fortuna del vampirismo, dall’Ottocento ai giorni nostri, si potrebbe accreditare alla possibilità dell’autore di dire, attraverso questa metafora, ciò che è indicibile.

Diversi sono quindi i volti oscuri del reale che esso può rivelarci.

  1. Vampirismo come espressione della libido repressa.

Se è vero che, come afferma Freud, il perturbante è l’espressione degli impulsi repressi, il Nosferatu ne è sicuramente l’esempio più lampante.

Il Vampiro può essere definito quindi come il Diavolo che risiede dentro di noi, l’Essere contrapposto all’Io.

Nella maggior parte dei casi predomina l’allusione al rapporto eterosessuale, anche se esiste un chiaro riferimento al legame omosessuale in Carmilla di Le Fanu ed un tentativo, in Dracula di Stoker, da parte del Vampiro di instaurare un rapporto omoerotico, anche se di breve durata.

Il simbolo sessuale può essere trovato nel Vampiro stesso; ha caratteristiche fortemente umane, proprie del libertino ed, essendo uno spirito che “entra” e “possiede”, ha evidenti caratteri fallici.

Egli è quindi il seduttore, l’affascinatore, l’ipnotizzatore, non gli si può resistere a meno che non si abbia la volontà di tenere lontane le tentazioni (per poter entrare in una casa, deve essere chiamato da qualcuno).

La sua seduzione implica quindi il consenso della vittima: essa infatti, nel momento in cui il Vampiro le affonda i denti nella gola (momento dell’amplesso), prova un piacere molto intenso, in cui è facile notare l’allusione all’orgasmo.

Quindi la figura del Vampiro e la sua torbida carica erotica possono essere viste come strumento d’inconscia ribellione ed esternazione dell’istinto sessuale che, nell’epoca vittoriana, era particolarmente represso.

A sua volta la donna-vampiro è ancor più inquietante per la morale dell’epoca, a causa delle sue caratteristiche lesbiche che mettono in pericolo l’ideale della donna sposa e madre.

  1. Vampiro come frutto di un complesso infantile.

Il Vampiro è stato curiosamente accostato, da Giovanna Silvani, al bambino che succhia il latte materno (rifacendosi quindi alla fase orale freudiana).

Quando al bambino viene negato il seno della madre, in questo divieto non vede solo un torto subito, ma anche una punizione per qualche trasgressione commessa.

Scatta quindi un meccanismo per cui la psiche umana, se privata dell’oggetto del desiderio, reagisce con una forte aggressività e con un altrettanto forte senso di colpa; e siccome per una mente primitiva, come per una mente infantile, un crimine deve essere punito nella stessa maniera in cui è stato commesso, nasce la figura del Vampiro come frutto del senso di colpa, della paura di punizione e di persecuzione.

Da ciò deriva un meccanismo di aggressione/difesa, di punizione/autopunizione che porta alla decomposizione della personalità; la parte aggressiva da rimuovere sarà dunque il mostro.

  1. Vampiro come paura della morte.

Il mostro rappresenta sempre l’inconscio, dove albergano le pulsioni di morte e gli istinti aggressivi.

Perciò diventa il simbolo stesso della propria morte e, per questo motivo, deve essere rimosso per esorcizzare la paura di essa.

Questa funzione è rivestita dalla figura del Vampiro come colui che non muore con la vittima, anzi vive grazie alla sua morte; si può sfuggirgli solo seguendo dei rituali ancestrali (mozzandogli la testa, trafiggendogli il cuore con un paletto).

Il Nosferatu racchiude quindi in sé l’inaccettabilità di una morte completa e il desiderio di voluttà che va oltre la vita.

In questo modo esso diviene il custode segreto dell’immortalità, anche a costo della dannazione eterna; rappresenta il nostro istinto di sopravvivenza, il voler sfuggire dal non-essere.

 

  1. Vampiro come riflesso dei conflitti sociali.

Il Vampiro simboleggia per tutto l’Ottocento la classe aristocratica che sta perdendo il suo antico splendore, a causa dell’avanzare della società borghese.

Il fatto di nutrirsi di sangue acquista anche il significato del cosìdetto “privilegio di sangue” di un’antica stirpe che garantisce il potere.

Diviene quindi rappresentante di una classe che sembra morta, ma che minaccia sempre di risorgere per sovvertire la modernità.

Il Vampiro è quindi l’anti-borghese per eccellenza, fa riaffiorare quelle angosce che il nuovo ceto emergente non riesce ad esorcizzare.

Nel Dracula di Bram Stoker però l’elemento aristocratico mantiene la sua forza solo nel proprio ambiente (la selvaggia Transilvania), mentre nel momento in cui si trova davanti alla modernità (la metropoli di Londra) ne viene respinto ed espulso.

Nella nostra epoca invece esso frequentemente rispecchia le frustrazioni di classi oppresse da una società a loro aliena e percepita come ingiusta.

In particolare è da notare, nelle Notti di Salem di Stephen King, come il Vampiro sia di estrazione alto borghese, simile a un capitalista che sa sfruttare il malessere altrui per il proprio tornaconto.

 

  1. Vampiro come metafora dello scrittore.

Uno degli aspetti di questa figura forse più interessanti è quello più prettamente metaletterario.

Il vampirismo sarebbe quindi una metafora della letteratura, in cui ogni scrittore nuovo deve annientare il suo precursore “per non esserne vampirizzato” e non cedere così alla sua influenza.

Quindi i libri che si “nutrono delle citazioni di altri libri e del sangue del lettore” sono come vampiri che necessitano di “una nuova linfa per rimanere in vita”.

Ne’ Il libro dei vampiri Fabio Giovannini inoltre afferma che lo scrittore è come un vampiro, il quale, attraverso la sua opera, “contagia con i suoi pensieri i pensieri degli esseri umani”; anche in questo caso però il rapporto che si crea tra il “vampiro” e la sua “vittima” è molto ambiguo, poiché anche lo “scrittore vampiro è stato a sua vota vampirizzato a suo tempo”, attraverso gli scritti di altri autori, perché egli è pur sempre un lettore.

In questo modo i libri nascono come prodotto di altre opere, cioè sono “frutto di altre vampirizzazioni”.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

” La figura dello scienziato stregone nella letteratura novecentesca” di Sabrina Antonella Abeni

 

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LA GUERRA DEI SESSI

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Tre sono le grandi molle che hanno creato l’Anticristo nell’uomo : potere personale, denaro e sesso. Potere è la sete di dominare il prossimo, di prevaricarlo e di renderlo privo di ogni dignità, rendendolo schiavo. Denaro é lo strumento della schiavitù e sesso è la manifestazione. Ogni uomo potente dimostra il suo potere nella sua virile capacità di piegare la donna al suo volere. E così il sesso viene degenerato ed alterato in modo da non capirne più il senso. Il sesso, che è la chiave per la libertà, si tramuta nella caduta negli inferi e nella prigionia.

Una vera e propria guerra di potere: più un individuo non ha potere e carisma e più è esibizionista e prevaricatore; come se sfogasse la sua frustrazione sul suo prossimo, possibilmente individuandone il più debole. Il Sesso è mistico. Il masochismo? L’uomo ha cominciato a degradare se stesso quando ha cominciato a degradare la donna. Sesso degenere e potere vanno di pari passo con il denaro. Chi ha denaro compra tutto ciò che vuole e soprattutto le belle donne.

L’uomo ha deciso che la donna non aveva un Dio, che la donna non era al suo pari e così ha innescato un meccanismo di auto distruzione. Ma in realtà la donna è superiore all’uomo ed è più vicina a Dio. Nella donna c’è il potere di creare, ecco perché gli uomini hanno sempre trattato le donne come mandrie di bestiame. L’uomo con la prevaricazione e la violenza ha costruito alla donna un vestito fatto di dipendenza, menzogna, inadeguatezze, ed in seguito di astuzia, competizione, prostituzione…tutto per il semplice fatto che la teme. L’uomo ne ha temuto il potere e per questo motivo ha cercato di delegittimarla a tutti i costi. La donna deve liberarsi quindi da questi attributi se vuole cavalcare l’eternità. Purtroppo, per reazione all’ingiustizia subita, la donna si è cucita addosso da sola un vestito ancora peggiore, che è quello di essere diventata “stronza come un uomo”. Dal canto suo l’uomo ha perennemente la testa nell’Harem, mentre dovrebbe invece imparare a staccarsi dal suo pene, dalla sua immagine, dalla falsità. Non è sessualità se le donne la usano per trattenere un uomo e l’uomo come sfogo dello sperma. La sessualità può diventare una prigione.

Ogni molecola del nostro corpo può essere cambiata con l’atteggiamento e l’intento; il nostro DNA non è statico, come pure il nostro corpo: è tempo di risvegliarci e imparare ad amare come gli dei. Degenerare la donna significa degenerare ciò che ella rappresenta: amore, sensibilità, buoni sentimenti, creatività, fantasia, intuito ed intuizione. Gli aspetti migliori dell’intimo, dello spirito di una persona, degli Dei. Sono queste le cose che fanno di ognuno un individuo diverso ed unico.

Certo che oggi per le donne le cose sono molto diverse, anche se si lapida ancora per presunto adulterio, ma questo è nel ceppo, è nel DNA della cultura sociale e nel momento cruciale viene sempre fuori. Nel gioco di potere tra uomo e donna in realtà la donna è più forte è per questo che è cominciato questo gioco psicologico a convincerla del contrario. La donna nel sesso è colei che gestisce il fuoco, ecco perché è lì che si vendica dei soprusi subiti storicamente, ma anche in questa vita facendo cadere l’uomo.

E’ lei che decide quando vuole e come. Amico caro scordati le tue velleità di “conquistatore”, perché è solo comprendendo questo che avrai qualche speranza di risveglio. Questo non significa che non c’è amore nelle coppie e che la gente sia in guerra. Nulla è intenzionale intendo dire che questo conflitto va avanti da tanti di quei secoli che non ce ne accorgiamo più. E’ nel costume, e ci controlla nell’inconscio. Solo quando cominciamo a lavorare alla conoscenza ci scontriamo con questa realtà: la guerra dei sessi non è mai finita.

L’ego è marcito dentro l’individuo e ci vuole sforzo, ci volontà per cambiare, per grattarlo via dalle pareti ossidate della nostra psiche più profonda, dalla nostra psiche preistorica. “La donna è debole, prova sentimenti, ella si emoziona e piange.

“L’uomo che piange è una femminuccia debole e senza attributi – un vero uomo domina la sua e la cavalca con decisione” – non è forse questo che ci insegnano?

Perché gli occhi lacrimano? E’ una secrezione maggiore di fluido di a causa di una forte emozione. Questa grande forza, l’emozione, pervade tutto il corpo ed il corpo che non la regge, lacrima. Lo trovate debolezza? Una persona che piange ha il coraggio di vivere le sue emozioni. Non castra le sue emozioni, le vive e se ne nutre. Una persona che piange è sulla strada della guarigione. Il mondo è in difficoltà, ma volenti o nolenti ne siamo tutti più o meno responsabili, anche solo accettando che le cose stiano così. E’ un falso problema quello di dire che da soli non possiamo fare nulla, quello di dire che non abbiamo forza contro un simile titano.

“ Se gli altri sono stupidi, sono fuori di testa, se gli altri dormono io non ci posso  fare nulla…bisogna essere tutti d’accordo ed allora si riesce “

Falso. Tutto può essere cambiato, non tutto è stato deciso e tutto può ancora cambiare, e soprattutto questo dipende anche da noi. Il Cristo con dodici uomini ha segnato per sempre la storia della razza umana. Se cambio io cambia il mondo, se mi sveglio io si sveglia il mondo, se riesco ad amare io, il mondo intero riuscirà ad amare.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

Rocco Bruno – Matrix, una parabola moderna

 

 

 

 

 

 

 

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