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IL NUOVO TWIN PEAKS

«Le soluzioni immaginarie sono il vivere e il cessare di vivere. L’esistenza è altrove.»

[André Breton, il Manifesto del Surrealismo]

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Twin Peaks: si può vedere come una serie TV, come un evento che ha cambiato la storia del cinema e del medium video, si può vedere come un fenomeno pop, come un inno nostalgico e come una magnum opus di surrealismo in chiave “cult”. Ha scosso le coscienze del pubblico cinefilo a inizio anni ’90 e poi ha scosso le radici di tutta l’America, di tutto il mondo, con i suoi tormentoni e le sue protuberanze grottesche e deformi. L’ultimo episodio della seconda stagione della serie, che a causa di una serie di motivi fu anche l’ultima ed ebbe un insuccesso spaventoso nella propria seconda parte, si concludeva in maniera tragica, inaspettata, aperta, confusa, ma con un monito: “I’ll see you again in 25 years”, diceva, con la solita voce distorta e rimontata, Laura Palmer. Lynch ha mantenuto la promessa, e, dopo un quarto di secolo di riferimenti sibillini, tra i quali uno al Festival di Lucca, a un ritorno nella fittizia cittadina nordamericana, è giunto il momento di ri-penetrare in Twin Peaks. Questa non è la prima volta che Lynch pensa che sia giunta l’ora di riprendere i personaggi della sua serie, tant’è che già a fine anni ’90 stava pianificando una serie con protagonista il personaggio di Audrey Horne (Sherilyn Fenn), uno dei personaggi femminili più amati dal pubblico della serie originale. Questa serie ha mutato forma più volte fino a cambiare protagonista, e il prodotto conclusivo, ovvero l’episodio pilota con in aggiunta una seconda parte (che ha cambiato per sempre le carte in tavola nella filmografia di Lynch), ha creato un lungometraggio incredibile intitolato Mulholland Drive (2001), sinora considerato da molti il film più bello di tutta la sua filmografia. E la prima parte di Mulholland Drive conteneva in sé i semi per una nuova narrazione televisiva, che in effetti poi non ha influenzato l’immaginario collettivo quanto può averlo fatto Twin Peaks, almeno non a livello di influenza diretta e immediata nei confronti dell’intero panorama audiovisivo contemporaneo. Questo, forse, perché comunque nonostante le sue deformazioni era un film. Ma Mulholland Drive riusciva subito a spaesare, nella sua caotica ed ermetica prima ora, per come incrociava diverse trame e sotto-trame dando la percezione di un qualcosa, di un mistero da risolvere, per poi prendere tutt’altro binario e perdersi nei meandri della tipica e labirintica striscia di Moebius di cinema Lynchiano. Questa strana e ambigua costruzione della tensione è riuscita alla perfezione, nel film del 2001, a esprimere l’idea di spaesamento sensoriale che in Lynch è elemento capitale, riuscendo a emozionare in maniera devastante senza che lo spettatore riesca a capire, narrativamente, perché, nella maggior parte dei casi e delle prime visioni.

La terza stagione di Twin Peaks, almeno per quanto riguarda il suo prologo, prende esattamente questo tipo di spaesamento e lo reinserisce in un mondo rovinato dal tempo, invecchiato, cresciuto, straniato. Un mondo però legatissimo a un immaginario di grande impatto audiovisivo, un mondo che dovremmo riuscire a riconoscere, ma in cui è difficile, in un qualche modo, tornare pienamente. Questa terza stagione ha avuto una lavorazione molto particolare: pare che a parte gli sceneggiatori, Lynch e il co-creatore della serie Mark Frost, l’intero script sia stato letto solo da Kyle MacLachlan e la maggior parte degli attori siano rimasti all’oscuro della struttura delle sottotrame che non sono la loro. La serie è stata girata come una specie di film di 18 ore e poi è stato montato un po’ come capitava, senza rispondere alle ormai consolidate regole della narrativa episodica in cui ogni episodio sembra dover finire con un colpo di scena – regole che, in un certo senso, sono nate in maniera vera e propria precisamente dalle prime due stagioni di Twin Peaks. Oltre a molti volti noti della prima stagione, sono inseriti nella narrazione anche una serie lunghissima di attori nuovi, da Michael Cera a Sky Ferreira, da Laura Dern a Naomi Watts, da Tim Roth a Jennifer Jason Leigh, da Jim Belushi a Tom Sizemore, e la cantante Chrysta Bell, Robert Forster, Monica Bellucci, Richard Chamberlain, Scott Coffey, Francesca Eastwood, Balthazar Getty, Ashley Judd, John Savage, Madeline Zima, Ethan Suplee, Amanda Seyfried e poi Eddie Vedder (frontman dei Pearl Jam) e Trent Reznor (frontman dei Nine Inch Nails). La maggior parte di questi personaggi li ritroveremo in ruoli inediti. Dei personaggi storici, tuttavia, molti volti non sarà più possibile rivederli, poiché ormai deceduti: tra questi Frank Silva (il grande antagonista BOB), Jack Nance (Pete Martell), Don S. Davis (Garland Briggs) e ovviamente il grande David Bowie (Philip Jeffries in Fuoco cammina con me). Comunque neanche altri personaggi importanti sono riusciti a tornare nella serie, o per scelte personali o per decisioni di Lynch e Frost stessi, tra questi sicuramente i più importanti sono Lara Flynn Boyle (Donna), Pier Laurie (Catherine Martell) e Michael Ontkean (lo sceriffo Truman), tre personaggi che sembrano chiave per il mondo di Twin Peaks ma di cui dovremo fare a meno. I primi due episodi della serie sono stati fissati per una pseudo-premiere in sala al Festival di Cannes, ma sono stati comunque mostrati prima sul canale TV Showtime e prima ancora in America a una prima per la stampa organizzata dallo stesso canale. Gli episodi, che sono andati in onda in diretta con l’America su Sky Atlantic, sono tuttavia giunti sulla piattaforma On Demand di Sky la mattina di domenica 21 per un errore di origine ancora inspiegata, e quindi ho avuto la possibilità di vederle, registrandole, prima di moltissimi altri spettatori e fan, compreso il pubblico medio americano e il pubblico cannense. Con il timore che questo errore porti Showtime a irritarsi con Sky fino a eliminare le premiere in diretta per le prossime settimane, non possiamo comunque che addentrarci in un tentativo di comprensione. In questo mondo o in quell’altro, “one and the same”.

La prima cosa di tutto l’episodio è un flash nel passato, nell’ultimo episodio, in quel promemoria inquietante che Laura Palmer diede a tutto il mondo dell’audiovisivo ormai ben 26 anni fa, in quel 1991 di terremoti mediatici, con un insieme di immagini anche dal primo episodio che è come se riecheggiassero il fantasma, più che della serie, del vero e proprio simbolo Laura Palmer. Un simbolo che già era riuscito a trovare un respiro e una presa di posizione lirica in Fuoco cammina con me, ma in questi due episodi ritrova la propria dignità attraverso il passaggio del tempo: il simbolo si è ufficializzato come immortale, e Laura dice proprio “I’m dead, yet I live”. La cosa che vive di più in lei però è il ripetersi ossessivo delle stesse frasi, degli stessi nomi, la stessa programmatica e tesa lentezza che ha reso la serie così importante all’epoca – oppure la paura, la sensazione strisciante, quelle urla inquietanti che hanno consacrato l’interpretazione tragica di Sheryl Lee a partire dall’ultimo angosciante episodio della seconda stagione, coacervo di tutta la potenza emotiva e horror che Lynch ha in realtà sprigionato sin dall’inizio della propria carriera. Il luogo-Loggia, di per sé, è diventato un simbolo sublime di tutta una serie di spazi nel cinema di Lynch: gli interi universi di Eraserhead (1977) e, in maniera diversa e più sarcastica, di Cuore selvaggio (1990), molti dei mondi di INLAND EMPIRE (2006) a partire dalla stanza dei conigli, dal set cinematografico e dall’ufficio di Mr. K, il Club Silencio e la stanza del signor Roque in Mulholland Drive, l’appartamento di Dorothy nel climax di Velluto Blu (1986) e casa di Fred in Strade Perdute (1997). Il fatto che la Loggia sia il luogo da cui la serie parte e in cui la serie comincia a inserire la maggior parte dei propri enigmi è esplicitato ancor di più dalla sigla, che pur mantenendo in sottofondo le solite note di Falling a cui gli spettatori tendenzialmente sono legati da sempre, sostituisce le immagini di alberi e segherie con cascate e tende rosse, la stanza rossa, la Loggia, l’Altrove, il Limbo. Uno spazio mentale in cui tutto si muove per silenzi criptici, come in un sogno senza tempo e senza passaggio cronologico. È qui che la narrazione comincia davvero, piombando immediatamente in una staticità surreale in bianco e nero, in un pieno scricchiolio horror-vintage stile Eraserhead, con un ermetico dialogo tra il Gigante di Carel Struycken (personaggio che nei titoli di coda si chiama con una serie di punti interrogativi: e se non fosse il Gigante come lo conoscevamo?) e Cooper, che svanisce svolazzante nel nulla. Ma questo ritmo statico e lentissimo si ripercuote anche in spazi teoricamente concreti, con per esempio casette diroccate di pseudo-redneck settentrionali e deformi, malati, grotteschi, in cui penetrare attraverso strade buie e semilluminate, a ritmo di brani psych-industrial composti da Lynch stesso con Angelo Badalamenti.

Si possono notare subito due cose principalmente: una resa densa e cupa degli spazi e della storia, che non appartiene assolutamente al tipo di ambientazioni sospese di Twin Peaks ma più a una specie di nuovo mondo lynchano, digitalizzazione neo-noir, lentissima, in cui un siparietto ironico alla Coen può giungere appena dopo la più cruenta delle scene semi-horror; e, soprattutto, si può notare come sia un prologo assolutamente fuori dal comune in quanto è, per gran parte, non ambientato a Twin Peaks. La città fittizia dello stato di Washington rimane quasi in disparte, serve per presentare in nuovi contesti vecchi personaggi abbandonati nell’inconscio collettivo, come Benjamin Horne e il fratello Jerry mai stato più in forma o il dr. Jacoby in un ambiguo scambio commerciale visto da lontano il cui significato probabilmente scopriremo più in là. Ma c’è anche la Signora del Ceppo, una specie di voce dall’Aldilà (Catherine Coulson è morta durante il periodo di riprese) che, con uno sguardo onnisciente, cerca di tornare in contatto con un mondo che sembra aver abbandonato 25 anni fa come noi; ci sono Andy e Lucy, che non sono cambiati, una solitaria Sarah Palmer e l’affascinante, spirituale Hawk. Ma è un mondo che è invecchiato, forse male, e più che essere l’affascinante scenografia di un tempo sembra quasi una serie di set plastici in cui tutti si muovono come marionette, subito attivandosi e separandosi dalla loro staticità nel momento in cui ricompare il nome di Dale Cooper: la necessità di proseguire un qualcosa, di far rivivere tutto dopo 25 anni. Questi primi due episodi sembrano un po’ un prologo, sotto certi punti di vista folle (quasi ricordando a tratti i fratelli Coen), che serve più per portare a una nuova visione dei ritmi della serie che a far riprendere la serie stessa. Alla fine, se davvero questa stagione è stata concepita come un film di 18 ore, è normale che queste prime due ore, che finiscono nei momenti più inaspettati, siano difatti un inizio, un’introduzione, un prologo che molto suggerisce e poco, davvero, comunica, mischiando le sottotrame e mostrando davvero pochissimo di alcune di esse: tanto, tutto tornerà, in un modo o nell’altro, inseguendosi in scenografie naturalistiche inquietanti o in nuovi mondi anche più spaventosi, seguendo qualche nuova logica in cui penetrare.

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Dal punto di vista di Lynch, alla fine, questo sembra davvero un puzzle costruito apposta per noi – non “noi” fan di Twin Peaks, ma “noi” spettatori più in generale o addirittura “noi” che conosciamo a menadito la sua filmografia e i suoi simbolismi. Un nuovo labirinto di immagini e MacGuffin, con una serie di doppi (Cooper/il suo doppelgänger malconcio; le due donne morte con un proiettile nell’occhio; due corpi, due stanze, due alberi) che sembrano incastrarsi per dare una risposta, ma in tutta questa follia sensoriale sembrano essere poche le cose comprensibili, razionali, reali. Si possono commentare una a una le varie sequenze, cercando sì di cominciare una specie di discorso, sulla resa della tensione e della psicologia dei personaggi, su come Lynch stia ridipingendo un’America nuova attualizzandosi in quello che pare un nero pessimismo comunque privo di vera nostalgia, o su come stia ridefinendo, “evolvendo” anche i mostri della Loggia Nera, ma è difficile cercare davvero di dare un’opinione con solo due episodi sotto mano. È difficile considerare questi primi due episodi un film da festival, anche più di quanto poteva essere difficile all’ultimo festival di Venezia con i primi due episodi di The Young Pope. Il principale appiglio festivaliero che quest’operazione può avere può essere nell’autocitazionismo di Lynch, che con piccole sottigliezze sparse e senza eccessi riesce a dimostrare una coniugazione perfetta dell’universo di Twin Peaks all’interno del macrocosmo della sua filmografia: sì, il bianco e nero di Eraserhead, la schizofrenia di INLAND EMPIRE e attori che abbiamo già visto in altri suoi film incluso Mulholland Drive, ma pure la camicia pitonata del doppelgänger di Cooper, come la giacca di pelle di serpente che fungeva come «simbolo della libertà individuale» per Sailor (Nicolas Cage) in Cuore Selvaggio – personaggio che, nel suo magnetico delirio fiabesco e ucronico, è forse il vero e unico eroe romantico di tutta la filmografia dell’autore, l’unico senza lati oscuri e imperfezioni a parte una certa tendenza alla violenza che però non fa mancare di purezza il suo sentimentalismo. Qui è l’opposto: la camicia, con gli stessi colori, simboleggia un personaggio freddo e crudele, che con la classica parrucca pacchiana (che da Laura/Maddy, Rita/Camilla e Renee/Alice sappiamo essere soluzione estetica ricorrente per Lynch) e qualche trucco in più diventa un vero e proprio insopportabile antagonista in una lotta tra il Bene e il Male mai più ambigua e misteriosa. C’è un nuovo omicidio, poi, in una nuova città lontanissima da Twin Peaks. È come se avessimo abbandonato il luogo al tempo, “Twin Peaks” è un concetto, non un luogo geografico, e nella Loggia Nera un essere metafisico (difficile da descrivere senza dilungarsi in interpretazioni delle mitologie della serie…) urla a Cooper la parola «INESISTENTE!», quasi condannando il prodotto Twin Peaks a una gogna per il proprio irrealismo. E allora si è sospesi tra il North Dakota, il Sud Dakota, New York e Los Angeles, in una continua ricerca di collegamenti, con un misterioso miliardario interessatissimo a Cooper – non si è alla ricerca di un realismo ma di una coerenza, di un’esistenza più per una giustificazione semantica dell’operazione che per tutto il resto. Una giustificazione che siamo sicuri che Lynch ci possa dare, però per ora ne abbiamo solo degli indizi, abbiamo solo l’ennesima ragnatela, come i primi 10 minuti di INLAND EMPIRE con la loro forza sprigionata drasticamente dalla sola suggestione.

E possiamo solo completare le immagini, cercando i fantasmi di una stanza di vetro, più geniale elemento narrativo-allegorico di queste due intense ore, che è una camera oscura, gigantesca anima-video che viene filmata e che proietta, fotografa: e uccide. È uno sguardo assassino, colmo di sovrannaturale, una specie di dimensione parallela in cui gli effetti speciali digitali forse datati riescono a fungere alla perfezione e a essere credibili (in Lynch spesso è stato così: il pomello di Twin Peaks, gli anziani in miniatura di Mulholland Drive, tutto funge fuori contesto rispetto all’epoca d’uscita eppure non perde il proprio fascino – è il suo stile, e va accettato). Sono corpi digitali in un mondo digitale, in un nuovo spaesamento che passa velocemente da una figura eterna, fumogena e dissolvente a metà tra Personal Shopper e Daguerrotype, a viaggi cosmici kubrickiani e a finali semi-nostalgici in cui una canzone semplice come Shadow dei Chromatics sembra essere davvero compendìo di 25 anni di evoluzione del dream pop dalla Julee Cruise della serie originale passando per i Beach House. Urla, pianti, risate: è un mondo nuovo, ancora senza un volto da svelare, in cui sarà bello ritornare ma che forse con il Twin Peaks originale ha a che fare in modo relativo. Ma non si può sapere. Bisogna continuare a guardare, e recepire quello che Lynch sembra davvero dire essere uno sguardo omicida, che elimina gli spettatori nel momento di massima libido: lo spettro si manifesta oltre l’obiettivo, entra nella macchina da presa, si perde in un’immagine, comincia il caos, comincia il sesso, e arriva l’omicidio. E tutto ciò viene filmato, da un ennesimo sguardo onnisciente, in un ennesimo mondo digitale da riscoprire. Forse è necessaria una conclusione in cui parlo in prima persona: non sono sicuro che sarà giusto d’ora in poi scrivere di Twin Peaks a ogni nuova puntata a causa di quest’idea narrativa con i ritmi del lungometraggio e qui del suo prologo. L’unica maniera per scoprirlo, per me e per chi mi legge, è appunto continuare a guardare. E vedere se un’immagine più grande spunta, prima o poi, in questo continuo piano omicida: si fugge dalla Loggia, si entra in un’altra Loggia, quella dello schermo. Della mente, della redenzione, della colpa dei poliziotti che rimangono dietro le sbarre incapaci di comprendere l’umanità dell’altrove lynchano. Senza giustizia, senza comprensione. Dopo 25 anni, “per l’ultima volta”, come dicono i Chromatics, tra le luci blu del romanticismo del Roadhouse. E qualche lacrima.

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Lynch con l’episodio precedente di Twin Peaks ci aveva abbandonati nell’apice melanconico di due ore di apnea, un ritorno alla vecchia gloria dei personaggi non visti per 25 anni inseriti nell’atmosfera magica di una meravigliosa canzone dream pop che è già diventata di culto. Questa specie di paradiso nostalgico al neon, situato ovviamente nello storico Roadhouse, è solo un pezzo di un puzzle che dobbiamo ricomporre. E questa è una cosa che di Lynch abbiamo imparato a capire: le immagini sono lì, la sceneggiatura pure, il nostro compito è quello di completare ciò che già esiste con le nostre competenze e le nostre conoscenze. Ma in questi episodi Lynch lo dice apertamente, attraverso il personaggio da se stesso interpretato, Gordon Cole, che pone degli indizi di fronte a degli agenti FBI e dice «Fate voi». Ci sono gli strumenti, i piccoli pezzi, è tutto un lavoro di ricomposizione che dobbiamo provare a seguire lentamente fino a quando non spunta una parvenza di idea nella nostra mente. Attraverso i personaggi scritti dall’autore con Mark Frost bisogna penetrare in questo mondo per capire cosa ci deve essere detto, ma è impossibile concordare, tra tutti. Sia sulla qualità sia sul messaggio – un messaggio che spesso può essere un discorso in cui i dettagli più insignificanti possono contenere le minuscole differenze tra un punto di vista e l’altro. Questa terza stagione si ibrida con l’intera filmografia di Lynch fino a costituirne un nuovo capitolo ma flirta anche con le serie, come The X-Files Lost, che da Twin Peaks hanno tratto ispirazione – si muove sui binari di un prodotto “nerd”, di un qualcosa di commerciale, ma non ne ha la forma, non ne ha le intenzioni. Come Lost, è un prodotto pregno di inintelligibilità costruita con alla base la formazione di un pubblico, passatemi il termine, “internettiano”: le discussioni, le teorie, quelle cose che animavano la serie negli anni ’90, ormai, come la serie stessa, si sono spostate su un’altra piattaforma, dal salotto casalingo al forum, Reddit, Facebook, 4chan. In un certo senso, sembra sempre di più confermarsi l’idea che, mandando a quel paese le convenzioni delle regole del “fanservice” e dimenticando le tentazioni di divagazioni nostalgiche, Lynch abbia deciso sempre di più, all’interno del suo archivio mentale e dei suoi meccanismi metafisici, che Twin Peaks, la serie di una volta, è morta. Stroncata prestissimo dall’assenza di libertà che l’autore ha potuto avere negli anni ’90. Dopo l’esplosione-incubo di Fuoco cammina con me, questa terza stagione è una vera e propria resurrezione dalle ceneri del tempo, con una nuova serie che è un mostro, che è più un commento sul tempo che è passato che una continuazione, una surreale ri-attualizzazione dei concetti e dei simboli di Lynch, con figure del suo immaginario che ritornano: nei primi due episodi, abbiamo potuto per esempio vedere due riferimenti espliciti a Mulholland Drive (2001), da un demone immobile e completamente nero che ricorda il mortifero barbone dietro l’angolo del fast food e una neo-scatola blu dei sogni che è messa in scena come un cubo di vetro che diventa una macchina fotografica che fa apparire demoni, diventando evoluzione metafisica del Peeping Tom (1960) di Michael Powell, già più o meno citato in Velluto Blu (1986). In questi due nuovi episodi c’è anche qualcos’altro: una testa che fluttua nello spazio in bianco e nero, riecheggiando l’inizio di Eraserhead (1977), e un incidente d’auto alienante, sudaticcio e pure un po’ riprovevole che rimanda alla mente la tensione urbana di Strade Perdute (1997).

Con ciò detto, addentriamoci nel labirintico spazio di questi episodi. Dualismi ed emozioni: è in questo che sta forse la grandezza nel surrealismo lynchano, nel riuscire a far convivere il respiro dell’assurdo con gli indizi di un razionalismo di base sincerissimo e con personaggi ben costruiti, umani anche quando sono macchiette. In mezzo al magma delirante dei vari spazi grotteschi e statici (che solo Lynch sa costruire così), tornano sempre immagini sdoppiate o anche triplicate, i picchi gemelli di Twin Peaks, Laura e la sua cugina, i vari doppelgänger. E tutto ciò respira un’enorme vitalità tragica, al punto che anche all’apice dell’incomprensione generale (penso al finale di INLAND EMPIRE) si può comunque percepire una sensibilità, anche una commozione. E questo dualismo si complica e si moltiplica quando si pensa ai piani di realtà, cosa è vero e cosa no, cosa è allegoria e cosa fa in effetti parte dell’intreccio narrativo. Si può pensare all’intera storia di Laura Palmer come a una metafora della pedofilia, dell’incesto, del trauma dello stupro – o forse davvero si sta subentrando nel reame della lotta mistica tra il Bene e il Male. Se vediamo l’intero mondo della vecchia serie di Twin Peaks come una proiezione post-mortem del Limbo di Laura Palmer e Fuoco cammina con me come il drammatico processo di allontanamento dallo schermo per la stessa Laura, si giunge a questa terza stagione con il dilemma: che cos’è, nel grande schema delle cose? Laura Palmer è morta, può vivere solo come proiezione epilettica dello spazio onirico, ennesimo fantasma perso in un mondo a metà tra la speranza di un’immortalità del simbolo (la Loggia Bianca) e il cannibalismo immateriale dei demoni deformi che si cibano della sua sofferenza e del suo dolore, della sua “garmonbozia” (la Loggia Nera). Ma Laura vive anche attraverso le foto, il ricordo, sia nella sigla sia nel più commovente campo-controcampo della storia di Lynch, ennesima riscrittura paradossale di una delle più basilari scelte cinematografiche, con un nuovo, vecchio Bobby che restituisce lo sguardo a una foto vecchia di 25 anni e scoppia in lacrime. È rimasto Cooper, e al centro della serie c’è la sua odissea, il suo ritorno a Twin Peaks, a un mondo immaginario, anch’esso, sospeso nel tempo. Quindi al centro della serie più che una re-immaginazione del mondo di Laura, vi è una re-immaginazione del mondo di Cooper: ormai è lui il demone che deve crearsi un Limbo parallelo, è lui che deve salvarsi e deve essere salvato.

E dopo 25 anni rinchiuso in uno spazio così astratto, è come se finisse, dopo un’implosione cosmica degli spazi e dei non-luoghi immaginifici della mente, nella psichedelia dell’utero di questo universo assurdo, in un grembo meccanico circondato dalle stelle e da un roseo mare amniotico: ennesima estensione della Loggia, pronto a partorirlo tra le urla di un personaggio scomparso nelle vene del tempo e una scossa elettrica, pulsante. Per arrivare qui, Cooper tenta la comunicazione con un essere dagli occhi tappati (attrice asiatica, personaggio di nome “Naido” = “senza” in giapponese), che deve imparare a vedere, deve imparare a comunicare verbalmente e quindi comunica con la distorsione del montaggio del video – in un segmento visionario che ricorda per ritmi e follia scomposta i primi corti sperimentali di Lynch, come The Alphabet (1968) e The Grandmother (1969); Cooper rinasce ed è immerso nel profondo infantilismo di un necessario rituale di crescita infantile, robotico, ingenuo, bambinesco, apparentemente pazzo negli occhi degli altri. La rinascita comporta anche questa problematica, questa deformazione corporea, nella quale tuttavia si attua la riscoperta di una concretezza, di un naturalismo, di una corporeità in un mondo cinematografico che in superficie non è pregno d’assurdo. Per fare ciò, viene inserita e subito eliminata una nuova figura di doppelgänger, sulla quale ha poco senso speculare forse, se non per notare come Dale (quello “buono”, non quello “posseduto”) sembra comprendere il linguaggio della Loggia, ma non quello del mondo reale: disabituato, traumatizzato, alla ricerca di un senso, istupidito come Peter Sellers in Oltre il giardino (1979) di Hal Ashby, (quasi) nessuno se ne rende conto. È anche la rinascita della serie, questa nuova lenta e divertente (dis?)avventura, fatta di specchi in cui cercare di comprendere qualcosa riecheggiando cliffhanger tragici del passato, movimenti elettrici come quelli dell’albero e prima di lui del nano, scelte estetiche ripugnanti, e in fine numeri, codici che simboleggiano momenti temporali, o porte circolari (nuovi obbiettivi, nuove camere oscure) che aprono porte per altri mondi come il buco di sigaretta nella seta in INLAND EMPIRE.

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Il mondo di Twin Peaks, ormai ampliatosi a livelli universali che sembra davvero assurdo che Lynch sia riuscito a toccare in maniera così esplicitamente cosmologica (con la serie che da analisi della crudeltà subliminale del “piccolo” diventa mutazione ambiziosa e spirituale del mondo intero, o dell’America), però include anche i personaggi della serie vecchia e la cittadina in cui la serie vecchia era quasi interamente ambientata, che qua finalmente hanno un ruolo notevole nell’ordine delle cose. Ma se la serie originale era un prodotto il cui scopo iniziale era fondere gli stilemi della soap opera con la capacità drammatica dello stile di Lynch (poi, sì, ovvio, c’è molto altro), questa serie vuole fondere allo stile di un Lynch nuovo e rinnovato, quello della trilogia del subconscio, la serialità moderna, dilatandone i ritmi fino all’inverosimile e al ridicolo, e facendo piombare pure la cittadina di Twin Peaks in una nuova spazialità o in una nuova concezione temporale: le scene umoristiche, anche le più insignificanti, sono lunghissime, piene di silenzi e di momenti di dubbio. Per chi può accusare questa scelta di manierismo o di eccessiva prolissità, bisogna ricordarsi che il progetto di questa stagione è pur sempre, di base, l’idea di un film di 18 ore, che deve quindi rispettare i propri ritmi. Scene di questo tipo sono presenti anche in Mulholland Drive INLAND EMPIRE, e riescono ad avere nel loro contesto un determinato significato, ma durano di meno perché il film di per sé dura di meno; Lynch, più che temporeggiare, sembra voler assaporare lentamente il gusto di rientrare in questo mondo. Quando per la prima volta ci ritroviamo di fronte a una sequenza più lunga e pregna ambientata a Twin Peaks nel quarto episodio, si passa per uno spettro di emozioni vastissimo, in cui la risata per Lucy che non capisce come funzionano i cellulari può subito essere sostituita dal magone per la comprensione del fatto che lei, in realtà, non capendo il digitale e non riuscendo nella propria ingenuità ad essere “al passo coi tempi”, potrebbe rappresentare la parte di pubblico della serie che non riesce a vedere in questa terza stagione il retrogusto melanconico e nostalgico nei confronti della serie vecchia. La sorpresa per la scoperta del nuovo lavoro di Bobby può essere anch’essa presto sostituita dalla totale commozione quando, nel nuovo riconoscimento tra Bobby e la foto di Laura Palmer, partono le note dello storico Laura Palmer’s Theme di Badalamenti, che non veniva utilizzato da Lynch dai tempi di Fuoco cammina con me, e che qui inquieta, trasporta nel passato, distrugge. E poi c’è Robert Forster, nuovo sceriffo di Twin Peaks (che doveva interpretare il Truman originale della serie vecchia) e quindi presumibilmente uno dei nuovi protagonisti della serie, e c’è Michael Cera che interpreta Wally, figlio di Andy e Lucy, grottesco e patetico imitatore di Marlon Brando che si atteggia come un santone, subito reso ridicolo da Lynch inquadrandolo con macchina fissa, dando tempo allo spettatore per percepire ogni stupidità nella sua recitazione e nelle sue frasi piene di incoerenza e superficialità – destrutturando dunque pure l’attore stesso, di certo non un fascinoso eroe noir. In ciò si può affermare che Lynch intende usare anche la narrazione più tradizionale per distruggere il Dio della TV Twin Peaks, che nacque per caso, si complicò quasi per caso ed è poi ormai diventato completamente il figlio del regista, finalmente libero di farci quello che intende, di approfondirne la mitologia con i propri mezzi, la propria ironia, la propria capacità di distruggere e di autodistruggersi, in una notte senza luna, tra un pianto e una risata.

Proseguendo in sordina il mistero dell’omicidio di Ruth Davenport, si delineano dunque alla fine quattro sottotrame principali: la rinascita di Cooper e il suo riscoprire se stesso in questo nuovo mondo reale a cui non è abituato, le indagini di Hawk a Twin Peaks, la (per ora) drammatica storia di Bill Hastings e infine la storia del doppelgänger di Cooper, che si intrinseca con Gordon Cole, Albert Rosenfield e Tamara Preston, agenti FBI. Dopo un breve e divertente cameo di David Duchovny nel ruolo iconico che poi lo portò alla fama e a The X-Files, si entra davvero in una nuova storia per seguire questi tre personaggi: Gordon è interpretato da Lynch, è quasi sordo, il suo nome è ispirato a un personaggio secondario di Viale del tramonto (1950) di Wilder e nel suo studio sono appese parallelamente una foto di Kafka e una gigantografia di un’esplosione atomica (l’autore della Metamorfosi che si specchia nella tragedia americana – ci si potrebbe scrivere righe e righe di riflessioni); Albert, cinico ma con un enorme cuore, è interpretato da Miguel Ferrer, che è morto poco dopo la fine delle riprese ma che qui ha un ruolo chiave; Tammy, invece, è interpretata dalla cantante Chrysta Bell, che ha collaborato con Lynch per la colonna sonora di INLAND EMPIRE e per due album dream pop, e il suo personaggio è protagonista del romanzo/dossier The Secret History of Twin Peaks, scritto da Mark Frost come introduzione per i fan più affiatati alla serie. Quella che potrebbe apparire come una sottotrama secondaria e un po’ ironica giunge, con l’epilogo del quarto episodio, nel reame del sublime: il campo-controcampo sussurrato tra Gordon e Albert in cui entrambi si rendono conto che la situazione di Cooper e di Philip Jeffries merita l’epiteto “Rosa Blu” (che, da Fuoco cammina con me, pareva essere il nome in codice dato ai casi più peculiari e paranormali dell’FBI; e nel prologo del terzo episodio appare una rosa blu, e il fantasma cosmico di Briggs la nominava) ha un inaspettato approccio lirico e drammatico, che ha come apice una frase pronunciata da Lynch stesso: «It doesn’t get any bluer». E in effetti, l’inquadratura è tutta, sempre, immersa in un blu accecante: l’assurdo ha conquistato il mondo, è un Lynch stuprato dall’assurdo, un Lynch colmo di rinascite e di morti, se vogliamo seguire le parole di Breton. E se la storia del montaggio, dal Dovzhenko di Zvenigora (1928) al Resnais di La guerra è finita (1966), ci ha insegnato qualcosa, è che si può ricostruire un mondo a partire da una serie di immagini: anche un mondo distrutto o in ricostruzione, anche un mondo che cerca la rivoluzione e non la trova. E questo nuovo Twin Peaks è tutto ciò, scandendosi con una nuova canzone al Roadhouse (sempre di generi diversi) a ogni fine episodio, dunque muovendosi di brano in brano come di recente Malick e più nel passato Altman con Nashville (1975), è un tentativo di rivoluzione e mostrificazione dei demoni liberi di un mondo sperduto. Affascinante, colmo di fantasmi, e perso in un vuoto (digitale) che noi dobbiamo, come sempre, riempire.

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FONTE                  http://www.cinelapsus.com/

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Alchimia, Esoterismo, Letteratura, Musica

IL CENTRO DI GRAVITA’ PERMANENTE

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Carlo Margiotti – Brividi in assenza di gravità

Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente..”, questo è il ritornello di una meravigliosa canzone dell’eclettico artista italiano qual è Franco Battiato, ritornello che include tutto il significato e l’essenza del brano stesso.

Ma cos’è in realtà questo “centro di gravità permanente”?

Per capire Battiato e ciò che egli scrive nei suoi testi, bisogna conoscere la filosofia orientale, le dottrine religiose orientali e l’esoterismo mistico. Infatti molti dei testi di Battiato sono in realtà testi ermetici, che ad una lettura superficiale o figurativa possono apparire come dei brani “nonsense”, senza senso; ma ad un livello di analisi più profondo, più nascosto, scopriamo il significato rivelatore e si avverte una profonda e costante ricerca di spiritualità da parte dell’autore.
Battiato, da bravo ermetico, cerca di celare il significato così come i grandi artisti d’arte celano i significati attraverso dei simbolismi (vedi Leonardo Da Vinci); un modo geniale, e allo stesso tempo prudente, per preservare la verità che s’intende trasmettere alle generazioni future. Una volta interpretati i simboli, ma in questo caso le parole di Battiato, si può dunque accedere alle loro conoscenze e alle loro scoperte. In parole povere, il ritornello di Battiato possono canticchiarlo tutti, ma in pochi ne conoscono il reale significato.

Torniamo quindi al nostro centro di gravità permanente per capire di cosa in realtà si tratta. È bene precisare da subito che non si tratta di nessun luogo fisico ed ha in realtà poco a che vedere con la legge di gravità.
Il centro di gravità permanente altro non è che uno stadio di coscienza, una centratura del proprio Essere che osserva il mondo esterno ma anche il proprio apparato psico-fisico, la nostra personalità. In altre parole, chi è centrato diventa un osservatore, di se stesso e degli altri, senza emettere alcun giudizio, osserva e basta. Ecco perché Battiato scrive che lui cerca questo stato di coscienza, attraverso il quale cambia totalmente la visione del mondo, e si riesce a percepire la vera realtà dell’esterno, delle cose e della gente. Una volta che si raggiunge la centratura, che è un’elevazione di coscienza, si è in grado di distaccarsi dalla sofferenza, dalla lamentela, ed evitiamo così di identificarci con il nostro apparato psico-fisico e i suoi relativi problemi da animale spaventato (ansia, paura, stress). Volendo fare un’intersezione con la letteratura italiana, possiamo trovare delle analogie con l’ “Uno Nessuno Centomila” di Pirandello, dove l’Uno rappresenta appunto l’Osservatore, ma poiché dentro di noi esiste tutta una molteplicità di Io, non può esistere un centro di gravità permanente, e quindi siamo Centomila persone diverse.
Pirandello in un’altra sua opera, precisamente in “Sei personaggi in cerca d’autore”, scrisse: “Ciascuno di noi si crede “uno” ma non è vero: è “tanti”, signore, “tanti”, secondo tutte le sue possibilità d’essere che sono in noi: “uno” con questo, “uno” con quello. Diversissimi! E con l’illusione, intanto, d’esser sempre “uno per tutti”, e sempre “quest’uno” che ci crediamo, in ogni nostro atto. Ma non è vero!

Il centro di gravità permanente ci permette di uscire da questa illusione, in quanto noi ci consideriamo una sola persona, ma non lo siamo. La dimostrazione potete averla da soli osservandovi, quante volte un vostro ‘io’ prende una decisione e dopo qualche tempo un altro ‘io’ se ne dimentica o magari prende addirittura una decisione opposta? Quante volte assicurate di mantenere un segreto ma poi non ci riuscite? Quante volte non siete in grado di rispettare un orario di un appuntamento? Quante volte avete deciso di mettervi a dieta per poi rinunciarvi? Quante persone promettono amore eterno il giorno del matrimonio per poi…
Ecco, “che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente” significa proprio questo, rispettare se stessi e gli altri. Ma per farlo c’è bisogno della centratura, di un unico ‘io’ che decide all’interno del nostro corpo, c’è bisogno del centro di gravità permanente. Come possiamo pretendere di avere continuità di propositi se non raggiungiamo un centro di gravità permanente? Senza un unico ‘io’ non può esserci volontà, ma solo semplici ed inutili reazioni dei tanti nostri ‘io’, ognuno dei quali reagisce a modo suo, pensa a modo suo e prende decisioni per conto suo.
Quindi, riassumendo, il centro di gravità permanente è il nostro Io osservatore, che ci possiamo “fabbricare” attraverso la presenza (l’essere svegli); questo Osservatore non è morale, cioè è privo di opinioni personali riguardo a ciò che fa il nostro apparato psico-fisico ed il mondo che ci circonda. Osserva e basta, ci osserviamo per attivare al nostro interno un processo di cambiamento senza eguali: osservarsi richiede volontà, presenza e amore. L’osservazione insieme alla presenza daranno vita a quello che è il centro di gravità permanente. Non lo dico io, lo dice una scienza sacra come l’Alchimia, che rientra sempre nel ramo Esoterico[dal lat. tardo esoterĭcus, gr. ἐσωτερικός, der. di ἔσω «dentro/interno»].

Battiato è stato un discepolo della scuola filosofica di Georges Ivanovič Gurdjieff, il filosofo mistico e “maestro di danze” armeno, ideatore del sistema di risveglio chiamato “Quarta Via” nel quale il centro di gravità permanente si colloca a metà strada tra l’essere meccanici e addormentati e la costruzione della propria anima. Un ottimo modo per “vedere” oltre le apparenze e non cambiare più idea sulle cose e sulla gente…

FONTE

http://www.tragicomico.it

 

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Alchimia, Esoterismo, Letteratura

GIACOBBE E RACHELE

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Mentre l’idea aristotelica dell’Intelligenza attiva si diffondeva in diversi rivi con aspetti più propriamente filosofici o con aspetti più nettamente mistici, nel campo più ortodosso e in quello meno ortodosso, ma in tutti i campi con la tendenza a impersonarsi facilmente in una donna amata, l’interpretazione simbolica data da S. Agostino ai libri sacri riprendeva in forma alquanto diversa l’idea di personificare non in una donna astratta, ma addirittura in un determinato personaggio della Storia Sacra, in Rachele, la «Sapienza che vede Iddio». Questa idea-personaggio platonica riappariva così in forma nuova e anche più definita nell’ambito dell’ortodossia.

L’esposizione completa della dottrina di Rachele-Sapienza fatta da S. Agostino si trova nella sua opera Contra Faustum, nella quale il Pascoli ravvisò bene a ragione una delle fonti principali della Divina Commedia. Ma prima di parlarne vediamo come concepisce Sant’Agostino questa Sapienza. Egli la concepisce proprio al modo dei platonici: consente con Plotino in molti punti e scrive: «Né costoro (i platonici) pongono in dubbio l’impossibilità che alcuna anima razionale sia sapiente senza partecipare a quella incommutabile Sapienza. E noi pure esistere una suprema Sapienza Divina cui solo partecipando si possa essere vero Sapiente, non solo concediamo, ma principalmente affermiamo ».

Per Agostino la ragione sta a capo della parte inferiore dell’anima costituita da senso, memoria e cogitativa, ma l’intelletto sta a capo della parte più elevata, quella che conosce le idee eterne che sono l’immutabile ragione delle cose. Spetta alla prima la scienza, la quale conosce, per bene usarne, le cose terrene e caduche ed è suo fine la vita attiva; alla seconda spetta la Sapienza o cognizione di ciò che è assoluto e immutabile ed è suo fine la beatitudine della vita contemplativa. «Però», disse San Paolo, «ad alcuni essere conceduta dal medesimo Spirito la parola di Scienza, ad altri quella di Sapienza; e quanto questa smisuratamente sia preferibile all’altra è facile giudicare».

Si ricordi il lettore di questa «Sapienza» smisuratamente preferibile alla «Scienza» e si preparerà a intendere il conflitto così vivo nelle ultime pagine della Vita Nuova e nelle prime del Convivio tra Beatrice che è Sapienza e la Donna Gentile che è Scienza, che è cioè Filosofia razionale contrapposta a quella Sapienza mistica che è intuizione e rivelazione dell’eterno.

Sant’Agostino definisce la Sapienza così: «Benché individuali e molteplici le menti umane, una è come l’Intelligenza cui tutte aspirano e alla quale partecipano – essa è come la luce del sole, che, restando una in sé, si moltiplica in quanti occhi la mirano ».

«Questa Intelligenza o Sapienza, è l’immagine o verbo di Dio. La mente umana non si rende capace di partecipare a quella se non quando, elevandosi dalla regione dei sensi, si purga e purifica. Solo allora la mente ottiene il principato nell’uomo. Per essa soltanto l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra»

Il lettore consideri queste parole e le ricordi. Le consideri e vedrà come questa Sapienza santa agostiniana, ortodossa, somigli perfettamente all’intelletto attivo dei filosofi pagani; ricordi come questa intelligenza «restando una in sé si moltiplica in quanti occhi la mirano» e non si sorprenderà più che una donna unica e mistica, rimanendo una in sé, si sia moltiplicata con vari nomi negli scritti mistici di questi poeti, divenendo Beatrice per Dante, come si era chiamata Rachele per Giacobbe e così di seguito, chiamandosi Vanna per Guido Cavalcanti e Lagia per Lapo Gianni. Si ricordi infine il lettore della frase agostiniana secondo la quale per la Sapienza sola «l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra» e la troverà ricopiata tale e quale nella invocazione di Virgilio a Beatrice:

O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogni contento

da quel ciel che ha minor li cerchi sui.

Il Pascoli riesumò dal Contra Faustum (XX, 52-58) di S. Agostino la dottrina mistica riguardante Rachele-Sapienza. Lia e Rachele sono le due vite a noi dimostrate nel corpo di Cristo: quella temporale del lavoro, quella eterna della contemplazione… Lia vuol dire laborans, Rachele Visum principium (si noti bene che l’Intelligenza attiva è appunto quella che vede i princìpi, le eterne idee delle cose e che Beatrice nella Vita Nuova«parea che dicesse “Io sono a vedere lo principio della Pace”») Lia ha gli occhi cisposi, difettosi, perché la vita attiva è laboriosa e incerta e perché «i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro previdenze». Rachele invece è «la Speranza dell’eterna contemplazione di Dio, che ha certa e dilettevole intelligenza di verità».

Ogni piamente studioso ama Rachele e per lei serve alla Grazia di Dio che ci dà la purificazione (dealbatio).

Chi serve alla Grazia però non cerca la Giustizia (nelle quale si assommano le virtù della vita attiva), non cerca Lia, ma vuol «vivere in pace nel Verbo», ossia cerca Rachele.

Così Giacobbe serve a Laban che significa dealbatio non per Lia, ma per Rachele. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva di aver ottenuto Rachele, ebbe invece soltanto Lia e la tollerò pur non potendola amare e l’ebbe cara per i figli che ella gli diede e servì poi altri sette anni per ottenere Rachele. Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell’imbianchimento (dealbationis) dei suoi peccati, nella sua conversione non fu tratto da altro amore che dalla «dottrina della Sapienza» (Rachele).

Tralascio quanto il Pascoli opportunamente dedusse da questo passo e dai seguenti per la retta interpretazione della Commedia, nella quale Dante giunge a Rachele (Beatrice) dopo sette e sette cerchi invece che dopo sette e sette anni e ha la visione di Lia operante che in Matelda diviene anche veggente, finché diventa pura visione e contemplazione, pura Sapienza, in Beatrice. Mi basta qui l’aver ricordato come nella simbolistica di S. Agostino l’amore per la Sapienza (Spes aeternae contemplationis) sia pensato come amore per una donna determinata e storica che è poi in Dante la compagna di Beatrice.

E anche fuori della Divina Commedia e fuori della poesia d’amore dantesca si ritrova perfettamente questo ricordo dell’amore di Lia e di Rachele.

Il Boccaccio scrive:

Amor vol fede e con lui son legate

Speranza con timor e gelosia

E sempre con leanza humanitate.

Onde sovente per Rachele e Lia

Fa star suggetta l’anima servendo

Con dolce voglia e con la mente pia

Questo unicamente per ricordare che non Dante solo ricollega il suo preteso amore terreno all’amore di Giacobbe per Rachele. Come Rachele è la donna di «ogni piamente studioso», così Beatrice è la donna di quel «Fedele d’Amore» che è Dante (e abbiamo già visto che egli non ha mai detto di essere stato solo a commuoversi dinanzi a lei), e così Vanna è la Rachele di Guido, Costanza è la Rachele di Francesco da Barberino e via di seguito.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

Luigi Valli – Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

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Esoterismo, Filosofia, Gnosticismo, Letteratura

IL MITO DI ARISTOFANE

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Il mito di Aristofane (o mito dell’androgino) è presente nel celebre dialogo platonico Simposio, che si propone di trattare l’immortale tema dell’amore.
Dopo l’esposizione di Fedro, Pausania ed Erissimaco, inizia a parlare Aristofane, il famoso poeta comico, che sceglie il mito come veicolo della sua opinione su Eros. Tempo addietro – espone il poeta – non esistevano, come adesso, soltanto due sessi (il maschile e il femminile), bensì tre, tra cui, oltre a quelli già citati, il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. In quel tempo, tutti gli esseri umani avevano due teste, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali ed erano tondi. Per via della loro potenza, gli esseri umani erano superbi e tentarono la scalata all’Olimpo per spodestare gli dei. Ma Zeus, che non poteva accettare un simile oltraggio, decise di intervenire e divise, a colpi di saetta, gli aggressori.

« Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi »

In questo modo gli esseri umani furono divisi e s’indebolirono. Ed è da quel momento – spiega Aristofane – che essi sono alla ricerca della loro antica unità e della perduta forza che possono ritrovare soltanto unendosi sessualmente. Da questa divisione in parti, infatti, nasce negli umani il desiderio di ricreare la primitiva unità, tanto che le “parti” non fanno altro che stringersi l’una all’altra, e così muoiono di fame e di torpore per non volersi più separare. Zeus allora, per evitare che gli uomini si estinguano, manda nel mondo Eros affinché, attraverso il ricongiungimento fisico, essi possano ricostruire “fittiziamente” l’unità perduta, così da provare piacere (e riprodursi) e potersi poi dedicare alle altre incombenze cui devono attendere.

« Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore »

Siccome i sessi erano tre, due sono oggi le tipologie d’amore: il rapporto omosessuale (se i due partner facevano parte in principio di un essere umano completamente maschile o completamente femminile) e il rapporto eterosessuale (se i due facevano parte di un essere androgino).

La caratteristica interessante del discorso di Aristofane risiede nel fatto che la relazione erotica fra due esseri umani non è messa in atto per giungere a un fine quale potrebbe essere la procreazione, ma ha valore per se stessa, prescindendo così dalle conseguenze.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

• C.J. Rowe, Il «Simposio» di Platone
• G. Reale, Eros demone mediatore. Il gioco delle maschere nel «Simposio» di Platone

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Cinema, Letteratura

LE TRE MADRI

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<< Non so quanto mi costerà rompere ciò che noi alchimisti abbiamo sempre chiamato SILENTIUM. L’esperienza dei nostri confratelli ci ammonisce a non turbare le menti profane con la nostra sapienza. Io, Varelli, architetto in Londra, ho conosciuto “Le Tre Madri” e per loro ho creato e costruito tre dimore: una a Roma, una a New York e l’altra a Friburgo, in Germania. Solo troppo tardi scoprii che da questi tre punti esse dominano il mondo col dolore, con le lacrime e con le tenebre. MATER SUSPIRIORUM, Madre dei Sospiri, la più anziana delle tre, abita a Friburgo. Mater LACRIMARUM, Madre delle Lacrime, la più bella, governa a Roma. MATER TENEBRARUM, la più giovane e la più crudele, impera su New York. E io ho costruito le loro sedi oscene, scrigni dei loro segreti.  Madri, matrigne che non partoriscono la vita, signore degli orrori della nostra umanità >>

Emilio Varelli

 << Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno. Il loro scopo è ottenere vantaggi materiali e personali ma possono raggiungerli esclusivamente con il male degli altri. Con la malattia, con la sofferenza, il dolore e non di rado con la morte di coloro che prendono di mira per una qualsiasi ragione… Si può benissimo ridere di tutte queste cose, anche della magia. Comunque sappia che la magia è “ QUODDAM UBIQUE, QUODDAM SEMPER, QUODDAM AB OMNIBUS CREDITUM EST ” – ovvero – la magia è quella cosa che ovunque, sempre e da tutti è creduta >>

Professor Milius

 

 << QUAE VIDES NON SUNT ET QUAE NON VIDES SUNT, ovvero, quello che si vede non esiste e ciò che non si vede è la verità  >>

L’Alchimista de “La Terza Madre”

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La storia delle Tre Madri comincia all’alba dell’XI secolo, quando tre sorelle crearono la pericolosa arte della stregoneria sulle coste del Mar Nero. Negli anni che seguirono, queste perfide donne vagarono per il mondo accumulando grandi ricchezze e poteri, e seminando morte al loro passaggio.

Nel tardo XIX secolo le donne commissionarono all’architetto italiano Emilio Varelli, che all’epoca viveva a Londra, di progettare e costruire per loro tre dimore, poste in tre luoghi diversi del mondo: Friburgo, Roma e New York. È da queste dimore che le Tre Madri dominano il mondo con il dolore, con le lacrime e con le tenebre. Un amico di Varelli, dopo aver trovato alcuni frammenti del suo diario, scritti in latino, ne fa un libro intitolato Le Tre Madri : il libro inizia con la precisazione che quanto narrato è tutto reale, e in particolare che l’architetto scoprì troppo tardi la natura malvagia delle tre donne (solamente sei copie del libro sono sicuramente esistite, quattro potrebbero essere state distrutte alla fine di Inferno). Le case che egli ha progettato divennero dunque così corrotte che la terra dove erano costruite divenne mortifera e pestilenziale : uno sgradevole e agrodolce odore di malvagità pervade le aree circostanti ciascuna casa.

Sia Mater Suspiriorum che Mater Tenebrarum hanno rivelato che le Madri sono personificazioni della Morte.

MATER SUSPIRIORUM

Mater Suspiriorum, la Madre dei Sospiri, è la più anziana delle Tre Madri. Il suo vero nome è Elena Markos. È inoltre conosciuta come La Regina Nera. Jessica Harper ricorda che “la strega venne interpretata da una donna anziana di oltre novant’anni che Dario aveva trovato in una strada di Roma.”

Elena Markos, immigrata greca nata nel 1023, fu esiliata da molti paesi Europei perché indesiderata. Durante questo periodo scrisse diversi libri riguardanti arcani soggetti. Nel 1895 fondò la Tanz Akademie in Freiburg ( “Accademia di Danza in Friburgo” in tedesco), una scuola di danza e di scienze occulte, nella Foresta Nera. Gli abitanti locali avevano paura di lei, avendo intuito che fosse una strega. Così come crebbe la sua ricchezza, crebbero anche i sospetti sulla sua vera natura. Per distogliere questi sospetti, Elena Markos finse di morire in un incendio nel 1905. Il controllo dell’accademia, che divenne solamente una scuola di ballo, fu affidato alla pupilla della Markos, Madame Blanc. (L’accademia porta una targa che afferma che Desiderius Erasmus una volta visse là)

Come narrato ne LA TERZA MADRE, Elisa Mandy una strega bianca, combatté diverse volte Mater Suspiriorum, fino a ridurla in una donna anziana con pochissimo potere magico. Le sue attività erano infatti portate avanti dai suoi seguaci.

In SUSPIRIA Elena Markos è la Direttrice la cui presenza è celata dai suoi adepti, capeggiati da Madame Blanc (Joan Bennett). Una giovane americana, Susy Benner (Jessica Harper), scopre le stanze ignote nei sotterranei della scuola dopo che molti alunni sono stati uccisi dai mandatari della Markos. L’anziana strega tenta di usare la sua magia per uccidere la ragazza, ma i suoi poteri — incluso quello dell’invisibilità, illusione e telecinesi — si dimostrano insufficienti a causa del suo debole stato fisico. Susy Benner sconfigge Elena Markos trapassandole il collo con un pugnale. La morte della strega causa il crollo dell’intera accademia.

MATER TENEBRARUM

“La fine del tuo viaggio è vicina. Tutto intorno a te diventerà buio, allora ci sarà qualcuno che ti condurrà per mano.”

Mater Tenebrarum, la Madre delle Tenebre, è la più giovane e la più crudele delle Tre Madri. È nata nel 1044. Il suo vero nome non ci viene rivelato; la sua casa è situata a New York e fu costruita nel 1910. Il numero della casa è 49 e ad un muro esterno è affissa una targa che afferma che GEORGES IVANOVICH GURDJIEFF una volta ha risieduto là.

MATER LACRIMARUM

La “studentessa di musica” in Inferno era, in realtà, Mater Lacrimarum.

Mater Lacrimarum, la Madre delle Lacrime, è la più bella delle Tre Madri. Come per Mater Tenebrarum, il suo vero nome è sconosciuto. È nata nel 1035. In Inferno si suggerisce che la sua casa è a Roma localizzata vicino al numero 49 di Via Dei Bagni – la Biblioteca Filosofica della Fondazione Abertny – dove Sara (Eleonora Giorgi) avverte uno strano odore nell’aria. In La terza madre la casa di Mater Lacrimarum viene indicata come il Palazzo Varelli.

In Inferno Mater Lacrimarum tentò di affascinare Mark Elliot durante una lezione di musica a Roma. Ania Pieroni, che la interpretò nel film Inferno ha però rifiutato di riaccettare di nuovo la parte perché ormai invecchiata e madre di cinque figli.

Mater Lacrimarum è interpretata dall’attrice israeliana Moran Atias nel film “LA TERZA MADRE”. I grandi poteri della strega vengono risvegliati quando Sarah Mandy (Asia Argento) apre l’urna nella quale sono presenti potenti talismani delle streghe nere (una tunica rossa, un pugnale, tre statuette). Mentre i suoi servi seminano terrore nella città, festeggiando e giungendo da tutto il mondo, Mater Lacrimarum si nasconde nelle fondamenta del suo Palazzo, preparando la sua vittoria. Viene sconfitta nello stesso modo in cui lo sono state le sue sorelle : Sarah Mandy scopre il covo sotterraneo della strega e brucia la tunica rossa che lei indossa, causando il crollo del Palazzo. Mater Lacrimarum viene uccisa da uno degli obelischi che ornano il tetto che cadendo, a causa del crollo, perfora il tetto della cripta sotterranea infilzandola.

SUSPIRIA

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Il film è considerato un grande successo di Dario Argento, dopo Profondo Rosso, capolavoro del 1975 interpretato da David Hemmings, Gabriele Lavia, Macha Méril e Daria Nicolodi. Il regista ha dichiarato che l’ispirazione iniziale per il film nasce da un viaggio da lui compiuto attraverso le Capitali magiche europee (ovvero Torino, Lione e Praga) e alla visita della Scuola di Waldorf fondata daRudolf Steiner e situata vicino Basilea nei pressi del centro del TRIANGOLO MAGICO formato dalla sovrapposizione dei confini di tre stati (Francia, Germania e Svizzera). La compagna del regista Daria Nicolodi ha collaborato nella realizzazione del film, curandone con Argento la sceneggiatura nata ispirandosi alla sua infanzia: sull’idea del regista la Nicolodi introdusse alcune caratteristiche di fiabe come Alice, Biancaneve, Barbablù e Pinocchio, ma in particolare i racconti di sua nonna Yvonne Loeb. Quest’ultima, celebre pianista di origine francese, le narrò le sue esperienze presso un istituto artistico e musicale francese (di cui l’attrice ha preferito non rivelare il nome per ragioni di sicurezza) che aveva frequentato durante un corso di perfezionamento e da cui era fuggita dopo aver scoperto che la didattica ufficiale era in realtà un “paravento” dietro cui si celava una vera scuola di MAGIA NERA. Lo stesso Argento si è ispirato inoltre alla lettura di numerose fiabe infantili soprattutto per ideare il personaggio di Elena Markos, la “REGINA NERA”. L’ambientazione gotica (Friburgo e la Foresta Nera) si deve comunque alla penna di Argento. Il film ha riscosso un successo mondiale ma, a causa del contenuto particolarmente violento, fu vietato in molti paesi ai minori di 18 anni. Il film è il primo capitolo della cosiddetta Trilogia delle Madri. I titoli dei capitoli successivi, girati nel 1980 e nel 2007, sono : INFERNO e LA TERZA MADRE. Il titolo SUSPIRIA (come la storia della Trilogia de Le Tre Madri) è stato ispirato dal libro SUSPIRIA DE PROFUNDIS di Thomas de Quincey che lo scrisse dopo un soggiorno a Milano, presso la villa dei Conti Imbonati. Inizialmente il regista aveva pensato di girare il film con attrici minorenni (13-15 anni) ma ciò non gli fu possibile sia a causa del divieto in Germania di portare sullo schermo attrici di minore età, sia per la contrarietà da parte dei finanziatori[, in particolare da parte del distributore e della Focus, società di produzione americana consociata nella realizzazione della pellicola.[ Per rimanere almeno in parte fedele alle proprie intenzioni iniziali Dario Argento optò nell’utilizzare porte che avessero le maniglie poste molto più in alto rispetto al loro normale posizionamento : l’idea era quella di trasmettere agli spettatori quella difficoltà che i bambini hanno nel raggiungere la maniglia, vera chiave d’apertura verso l’esterno.

 SUSPIRIA DE PROFUNDIS

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Suspiria De Profundis (ovvero Sospiri dal Profondo) è un romanzo scritto nel 1845 dal giornalista e scrittore inglese Thomas de Quincey.

Il libro si basa su alcuni sogni fatti dall’autore il quale scrisse il libro dopo una visita a Milano e un soggiorno nella casa dei Conti Imbonati, incuriosito dalla storia di fantasmi e maledizioni che facevano di casa Imbonati una casa stregata. Tra le pagine del libro, si fa largo un sogno fatto da de Quincey quando ancora si trovava ad Oxford. L’autore sostiene di avere sognato la dea latina Levana, che gli presentava tre donne, le “Nostre Signore del Dolore”. Esse hanno tre nomi latini: la prima, la maggiore, si chiama Mater Lacrimarum, “Nostra Signora delle Lacrime”; la seconda delle sorelle è Mater Suspiriorum, “Nostra Signora dei Sospiri”; la terza, la più giovane, è Mater Tenebrarum : “Nostra Signora delle Tenebre”.

Il libro è strutturato in nove capitoli. De Quincey volle seguire la tradizione magica dei numeri, indicando nel numero di tre le madri, legandosi alla mitologia di questo numero.

L’autore descrive dettagliatamente le tre Mater.

“La maggiore delle tre è chiamata Mater Lacrimarum, Nostra Signora delle Lacrime. È lei che notte e giorno delira e geme, invocando volti scomparsi. Ella fu a Rama, quando si udì un suono di lamenti: Rachele che piangeva i suoi figli, rifiutando ogni conforto. Ella fu a Betlemme nella notte in cui la spada di Erode spazzò dalle sue case gli Innocenti e si irrigidirono per sempre i piccoli piedi che trotterellando per le stanze svegliavano nel cuore dei familiari palpiti di amore non inosservati in cielo. I suoi occhi sono di volta in volta dolci e astuti, intensi e assonnati; spesso si levano verso le nubi; spesso sfidano il cielo. Porta sul capo un diadema. E dai ricordi dell’infanzia sapevo che ella poteva allontanarsi sui venti quando udiva il singhiozzare delle litanie, o il tuonare degli organi o quando osservava l’adunarsi delle nubi estive. È questa sorella, la maggiore, che porta alla cintura chiavi più che apostoliche che aprono ogni capanna e ogni palazzo. So che ella sedette tutta la scorsa estate al capezzale del mendicante cieco, quello con cui così spesso e volentieri mi fermavo a parlare, e la cui pia figliuola di otto anni, dal volto luminoso, resisteva alle tentazioni dei giochi e dell’allegria del villaggio per camminare tutto il giorno lungo le strade polverose col suo infelice padre. Per questo atto, Dio le inviò una grande ricompensa. Nella primavera dell’anno e quando anche la sua primavera germogliava, Egli la richiamò a sé. Ma il padre cieco la piange in eterno; ancora egli sogna ad alta notte che la piccola mano che lo guidava è stretta nella sua; e ancora si sveglia in una tenebra che è ora avvolta in una seconda tenebra più profonda. La stessa Mater Lacrimarum ha anche trascorso tutto questo inverno 1844-45 nella camera dello Zar a rievocargli l’immagine di una figlia (non meno pia), che salì a Dio non meno improvvisamente e lasciò dietro a sé una tenebra non meno profonda. È grazie al potere di queste chiavi che Nostra Signora delle Lacrime s’insinua, intrusa spettrale, nelle camere degli uomini insonni, delle donne insonni, dei bambini insonni, dal Gange al Nilo, dal Nilo al Mississippi. E lei, perché è la primogenita del suo casato ed ha l’impero più vasto, onoreremo col titolo di «MADONNA».

Con Mater Lacrimarum de Quincey cerca la personificazione della Disperazione.

“La seconda delle sorelle è chiamata Mater Suspiriorum, Nostra Signora dei Sospiri. Non scala mai le nuvole, né si allontana sui venti. Non porta diadema. E i suoi occhi, se pur qualcuno potesse vederli, non sarebbero né dolci né astuti; nessun mortale saprebbe leggere in essi la loro storia; li troverebbe pieni di sogni morenti e relitti di estasi dimenticate. Ma ella non alza gli occhi; il suo capo, su cui è posato un turbante in brandelli, è in eterno reclinato, è in eterno nella polvere. Non piange, non geme. Ma sospira impercettibilmente a intervalli. Sua sorella, Madonna, è spesse volte tempestosa e frenetica, inveisce a gran voce contro il cielo e chiede che le rendano i suoi cari. Ma Nostra Signora dei Sospiri non grida mai, non sfida mai, non sogna aspirazioni ribelli. È umile fino all’abiezione. La sua è la sottomissione di chi non spera. Può mormorare, ma solo in sogno. Può sussurrare, ma solo tra sé nella penombra. Brontola, talvolta, ma solo in luoghi solitari, desolati come lei è desolata, in città diroccate e quando il sole è sceso al suo riposo. Questa sorella è la visitatrice del paria, dell’ebreo, dello schiavo al remo nelle galere mediterranee; del criminale inglese nell’isola di Norfolk, cancellato dal libro dei ricordi nella dolce, lontana Inghilterra; di chi si è pentito ormai invano e sempre ritorna con lo sguardo a una tomba solinga che gli appare come l’altare demolito di un passato e sanguinoso sacrificio, altare su cui ogni offerta è ormai vana, sia per implorare il perdono, sia per tentare una riparazione. Ogni schiavo che a mezzodì guardi il sole tropicale con timido rimprovero, mentre con una mano addita la terra, nostra madre comune ma per lui matrigna, e con l’altra addita la Bibbia, nostra maestra comune, ma sigillata e a lui preclusa; ogni donna che sieda nelle tenebre, senza amore che la protegga, senza speranza che illumini la sua solitudine, perché i divini istinti che accendono nella sua natura i germi di quei santi affetti posti da Dio nel suo seno di donna, sono stati soffocati dalle esigenze sociali e si consumano ora inutilmente ardendo tetri, come le lampade negli antichi sepolcri; ogni monaca defraudata della sua primavera, che più non ritorna, da parenti malvagi che Dio giudicherà; ogni prigioniero in ogni carcere; tutti quelli che sono traditi e tutti quelli che sono respinti; i reietti dalla legge della tradizione e i figli della disgrazia ereditaria: tutti costoro si accompagnano a Nostra Signora dei Sospiri. Anch’ella porta una chiave ma ne ha poco bisogno. Poiché ella regna soprattutto fra le tende di Seni e fra i vagabondi senza casa di ogni paese. Pure ella trova albergo fra gli uomini di più alto rango; e perfino nella gloriosa Inghilterra vi sono alcuni che di fronte al mondo portano la testa alta come la renna superba, eppure in segreto hanno ricevuto il suo marchio sulla fronte.”

Mater Suspiriorum, invece è la personificazione dello sconforto più totale, di chi non si ribella al proprio destino.

Ma la Mater più terribile di tutte è la terza: la personificazione dell’omicidio, della pazzia, della Morte. Mater Tenebrarum.

“Ma la terza sorella, che è anche la più giovane …! Ssst! Abbassiamo la voce quando parliamo di lei. Il suo regno non è grande, altrimenti non vi sarebbe più vita; ma dentro quel regno il suo potere è assoluto. Il suo capo, coronato di torri come quello di Cibele, si erge fin quasi a celarsi allo sguardo. Non si china mai; e i suoi occhi sollevandosi così in alto potrebbero esser nascosti dalla distanza. Ma, quali essi sono, non possono essere nascosti; attraverso il triplice velo di crespo che ella porta, la fiera luce di un’ardente sofferenza, che mai non ha posa al mattutino o ai vespri, al mezzodì o alla mezzanotte, alla marea crescente o alla marea calante, può esser veduta da terra. Ella sfida Iddio. Ella è anche la madre delle follie; l’ispiratrice dei suicidi. Molto si affondano le radici del suo potere; ma ristretto è il numero di coloro su cui domina. Poiché ella può avvicinare solo coloro in cui una natura profonda è stata sconvolta da un’intima convulsione; coloro in cui il cuore trema e il cervello vacilla sotto i colpi combinati di tempeste interne ed esterne. Madonna si muove con passi incerti, rapidi o lenti, ma sempre con tragica grazia. Nostra Signora dei Sospiri si trascina timida e furtiva. Ma questa più giovane sorella si muove con moti imprevedibili, a scatti e con salti da tigre. Non porta chiavi; poiché sebbene venga di rado fra gli uomini apre a forza tutte le porte che le è permesso di varcare. Il suo nome è Mater Tenebrarum, Nostra Signora delle Tenebre “

NOTE

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INFERNO – Il film è incentrato su ROSE ELLIOT, giovane poetessa newyorkese, che acquista l’ antico libro intitolato “Le Tre Madri” scritto da Emilio Varelli.

SUSPIRIA –  Susy Benner è una brillante studentessa di danza classica che decide di perfezionare le sue capacità artistiche iscrivendosi alla prestigiosa Accademia di danza a Friburgo. La ragazza fa il suo arrivo in una notte di tempesta ; alla scuola incrocia una ragazza, Pat, che sembra fuggire precipitosamente dall’edificio: questa urla alcune parole apparentemente sconnesse, rese peraltro incomprensibili dal temporale.

Susy diventa amica di Sarah, la cui stanza confina con la sua.

Sarah rivela a Susy che lei e Pat erano molto amiche, e che nell’ultimo periodo le aveva fatto degli strani discorsi. Incalzata, Susy tenta di ricostruire le grida che aveva udito la notte del suo arrivo, ma tutto ciò che riesce a rammentare sono le parole “SEGRETO” E “IRIS”.

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