Alchimia, Esoterismo, Letteratura

GIACOBBE E RACHELE

rachele

Mentre l’idea aristotelica dell’Intelligenza attiva si diffondeva in diversi rivi con aspetti più propriamente filosofici o con aspetti più nettamente mistici, nel campo più ortodosso e in quello meno ortodosso, ma in tutti i campi con la tendenza a impersonarsi facilmente in una donna amata, l’interpretazione simbolica data da S. Agostino ai libri sacri riprendeva in forma alquanto diversa l’idea di personificare non in una donna astratta, ma addirittura in un determinato personaggio della Storia Sacra, in Rachele, la «Sapienza che vede Iddio». Questa idea-personaggio platonica riappariva così in forma nuova e anche più definita nell’ambito dell’ortodossia.

L’esposizione completa della dottrina di Rachele-Sapienza fatta da S. Agostino si trova nella sua opera Contra Faustum, nella quale il Pascoli ravvisò bene a ragione una delle fonti principali della Divina Commedia. Ma prima di parlarne vediamo come concepisce Sant’Agostino questa Sapienza. Egli la concepisce proprio al modo dei platonici: consente con Plotino in molti punti e scrive: «Né costoro (i platonici) pongono in dubbio l’impossibilità che alcuna anima razionale sia sapiente senza partecipare a quella incommutabile Sapienza. E noi pure esistere una suprema Sapienza Divina cui solo partecipando si possa essere vero Sapiente, non solo concediamo, ma principalmente affermiamo ».

Per Agostino la ragione sta a capo della parte inferiore dell’anima costituita da senso, memoria e cogitativa, ma l’intelletto sta a capo della parte più elevata, quella che conosce le idee eterne che sono l’immutabile ragione delle cose. Spetta alla prima la scienza, la quale conosce, per bene usarne, le cose terrene e caduche ed è suo fine la vita attiva; alla seconda spetta la Sapienza o cognizione di ciò che è assoluto e immutabile ed è suo fine la beatitudine della vita contemplativa. «Però», disse San Paolo, «ad alcuni essere conceduta dal medesimo Spirito la parola di Scienza, ad altri quella di Sapienza; e quanto questa smisuratamente sia preferibile all’altra è facile giudicare».

Si ricordi il lettore di questa «Sapienza» smisuratamente preferibile alla «Scienza» e si preparerà a intendere il conflitto così vivo nelle ultime pagine della Vita Nuova e nelle prime del Convivio tra Beatrice che è Sapienza e la Donna Gentile che è Scienza, che è cioè Filosofia razionale contrapposta a quella Sapienza mistica che è intuizione e rivelazione dell’eterno.

Sant’Agostino definisce la Sapienza così: «Benché individuali e molteplici le menti umane, una è come l’Intelligenza cui tutte aspirano e alla quale partecipano – essa è come la luce del sole, che, restando una in sé, si moltiplica in quanti occhi la mirano ».

«Questa Intelligenza o Sapienza, è l’immagine o verbo di Dio. La mente umana non si rende capace di partecipare a quella se non quando, elevandosi dalla regione dei sensi, si purga e purifica. Solo allora la mente ottiene il principato nell’uomo. Per essa soltanto l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra»

Il lettore consideri queste parole e le ricordi. Le consideri e vedrà come questa Sapienza santa agostiniana, ortodossa, somigli perfettamente all’intelletto attivo dei filosofi pagani; ricordi come questa intelligenza «restando una in sé si moltiplica in quanti occhi la mirano» e non si sorprenderà più che una donna unica e mistica, rimanendo una in sé, si sia moltiplicata con vari nomi negli scritti mistici di questi poeti, divenendo Beatrice per Dante, come si era chiamata Rachele per Giacobbe e così di seguito, chiamandosi Vanna per Guido Cavalcanti e Lagia per Lapo Gianni. Si ricordi infine il lettore della frase agostiniana secondo la quale per la Sapienza sola «l’umana spezie eccede tutto ciò che si contiene sulla terra» e la troverà ricopiata tale e quale nella invocazione di Virgilio a Beatrice:

O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogni contento

da quel ciel che ha minor li cerchi sui.

Il Pascoli riesumò dal Contra Faustum (XX, 52-58) di S. Agostino la dottrina mistica riguardante Rachele-Sapienza. Lia e Rachele sono le due vite a noi dimostrate nel corpo di Cristo: quella temporale del lavoro, quella eterna della contemplazione… Lia vuol dire laborans, Rachele Visum principium (si noti bene che l’Intelligenza attiva è appunto quella che vede i princìpi, le eterne idee delle cose e che Beatrice nella Vita Nuova«parea che dicesse “Io sono a vedere lo principio della Pace”») Lia ha gli occhi cisposi, difettosi, perché la vita attiva è laboriosa e incerta e perché «i pensieri dei mortali sono timidi e incerte le loro previdenze». Rachele invece è «la Speranza dell’eterna contemplazione di Dio, che ha certa e dilettevole intelligenza di verità».

Ogni piamente studioso ama Rachele e per lei serve alla Grazia di Dio che ci dà la purificazione (dealbatio).

Chi serve alla Grazia però non cerca la Giustizia (nelle quale si assommano le virtù della vita attiva), non cerca Lia, ma vuol «vivere in pace nel Verbo», ossia cerca Rachele.

Così Giacobbe serve a Laban che significa dealbatio non per Lia, ma per Rachele. Ma Giacobbe dopo il suo lungo servire, quando credeva di aver ottenuto Rachele, ebbe invece soltanto Lia e la tollerò pur non potendola amare e l’ebbe cara per i figli che ella gli diede e servì poi altri sette anni per ottenere Rachele. Così ogni utile servo di Dio, avuta la grazia dell’imbianchimento (dealbationis) dei suoi peccati, nella sua conversione non fu tratto da altro amore che dalla «dottrina della Sapienza» (Rachele).

Tralascio quanto il Pascoli opportunamente dedusse da questo passo e dai seguenti per la retta interpretazione della Commedia, nella quale Dante giunge a Rachele (Beatrice) dopo sette e sette cerchi invece che dopo sette e sette anni e ha la visione di Lia operante che in Matelda diviene anche veggente, finché diventa pura visione e contemplazione, pura Sapienza, in Beatrice. Mi basta qui l’aver ricordato come nella simbolistica di S. Agostino l’amore per la Sapienza (Spes aeternae contemplationis) sia pensato come amore per una donna determinata e storica che è poi in Dante la compagna di Beatrice.

E anche fuori della Divina Commedia e fuori della poesia d’amore dantesca si ritrova perfettamente questo ricordo dell’amore di Lia e di Rachele.

Il Boccaccio scrive:

Amor vol fede e con lui son legate

Speranza con timor e gelosia

E sempre con leanza humanitate.

Onde sovente per Rachele e Lia

Fa star suggetta l’anima servendo

Con dolce voglia e con la mente pia

Questo unicamente per ricordare che non Dante solo ricollega il suo preteso amore terreno all’amore di Giacobbe per Rachele. Come Rachele è la donna di «ogni piamente studioso», così Beatrice è la donna di quel «Fedele d’Amore» che è Dante (e abbiamo già visto che egli non ha mai detto di essere stato solo a commuoversi dinanzi a lei), e così Vanna è la Rachele di Guido, Costanza è la Rachele di Francesco da Barberino e via di seguito.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

Luigi Valli – Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore

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Cinema

LA SINDROME DI STENDHAL E IL MOSTRO DI FIRENZE

IL FILM

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La poliziotta Anna Manni (Asia Argento), della squadra romana antistupro, viene mandata dal suo superiore Manetti (Luigi Diberti) da Roma a FIRENZE per trovare un pericoloso MOSTRO che ha già stuprato e ucciso molte donne. Alla galleria degli Uffizi la ragazza sviene davanti a un’opera di Bruegel in preda alla Sindrome di Stendhal. È un ragazzo biondo, Alfredo (Thomas Kretschmann), a prestare soccorso per primo ad Anna. In realtà questi non è altri che il maniaco omicida : in seguito infatti s’introduce nell’albergo dove la detective alloggia e la violenta. Anna si risveglia in una macchina, dove lo psicopatico violenta e uccide un’altra vittima. Anna riesce però a fuggire e viene ritrovata dai colleghi. Il trauma subito pare non scomparire dalla sua mente e Manetti le consiglia di rivolgersi ad uno psichiatra, Cavanna (Paolo Bonacelli). A casa la ragazza riceve la visita di Marco (Marco Leonardi), il suo fidanzato, che è preoccupato per lei e le mette le mani addosso, ma Anna, ancora scioccata, lo respinge. Nel frattempo l’assassino trova un’altra vittima, la commessa di un negozio che, ignara, si fa sedurre da lui e viene uccisa. Anna poi racconta a Cavanna di avere dei gravi problemi e di essere masochista, quindi il dottore le consiglia di tornare da suo padre (John Quentin) e dai suoi fratelli a Viterbo, dov’è nata. Lì lei ha un flashback sulla sua infanzia e su sua madre, prematuramente scomparsa, ma anche a VITERBO Alfredo la raggiunge e la cattura nuovamente. Anna si risveglia vicino a una cascata, ma stavolta riesce a vendicarsi e ferisce a morte l’aggressore, che cade in acqua. Tuttavia le ricerche della polizia non hanno alcuna svolta : il corpo dell’uomo non viene rinvenuto. Intanto Anna torna a Roma, dove incontra un ragazzo francese, Marie (Julien Lambroschini), con il quale vive una storia d’amore. Ma l’ombra di Alfredo perseguita Anna che s’impossessa di lei e uccide sia lui che Cavanna. Marco scopre tutto, ma fa anche lui la stessa fine. Il film termina con la poliziotta che viene ritrovata dai colleghi per strada in stato confusionale.

I DELITTI DI FIRENZE E LA PRIMAVERA DEL BOTTICELLI

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Confrontando i delitti commessi a Firenze con “La Primavera” del Botticelli – uno dei quadri nella galleria degli uffizi sul quale le telecamere si soffermano a lungo nelle scene iniziali – si notano immediatamente delle coincidenze sorprendenti.

1) Ad una delle vittime (Carmela De Nuccio) venne messa in bocca una collana; una delle figure del quadro del Botticelli ha, per l’appunto, una collana di fiori in bocca.

2) Solo una delle vittime fu pugnalata alla schiena (Susanna Cambi). E solo una delle figure del quadro ha la schiena scoperta.

3) Solo ad una delle vittime fu asportato un seno. Si tratta di Pia Rontini. Pia= pietosa, ma anche virtuosa. E’ infatti la Grazia della Bellezza (virtù). Delle tre Grazie è quella col seno sinistro scoperto e infatti viene mutilata proprio al seno sinistro. La Grazia in questione ha una collana con pendente a forma di croce. E a Pia viene strappata la collanina e rubato il pendente, guardacaso a forma di croce.

4) Solo una vittima non venne mutilata, o accoltellata, ma le vennero solo sparati alcuni colpi di pistola; è Antonella Migliorini, e nel quadro infatti una sola figura, delle tre Grazie, è completamente vestita, non lasciando scoperto nulla.

5) Nadine Mouriot è Venere. La Venere della Primavera è in questo quadro un po’ anomala in quanto è coperta, vestita… ma la Venere iconografica classica, in tutti i dipinti o sculture (es. Nascita di Venere del Botticelli), è solitamente rappresentata nuda mentre con una mano si copre il pube e il seno destro, quasi indicando e lasciando in vista quello sinistro. Infatti a Nadine il seno sinistro viene escisso e inviato in procura; e le viene escisso anche il pube. Insomma le due parti corporee che la Venere solitamente si indica e tocca nei dipinti di iconografia classica, vengono poi mutilate a Nadine.

6) Stefania Pettini. Stefania = corona, ghirlanda. Corona, come la prima Sephirah della Cabala, infatti è anche quella che apre la serie dei delitti. Nel dipinto Stefania è la Dea Flora, la seconda sulla destra, ha una corona di fiori in testa e una ghirlanda al collo; è la Dea della Primavera e degli alberi da frutto, compresi i vigneti. Infatti le viene infilato un tralcio di vite nella vagina, per rimarcare che è la dea della natura, appunto Flora, protettrice dei vigneti, la primavera.

7) Uno degli omicidi (quello dei tedeschi) fu compiuto a danno di due uomini; la versione ufficiale è che, avendo i capelli lunghi, il gruppo di assassini li scambiò per una coppia, e li colpì per sbaglio. Ma questa versione non quadra con il fatto che le altre vittime erano state scelte invece accuratamente da giorni o mesi prima. Osservando il quadro si nota che l’ultima figura sulla sinistra è un uomo coi capelli lunghi. Ecco quindi la ragione per la quale si scelgono due uomini per uno dei duplici omicidi.

Le coppie infatti erano scelte, sì, nel momento prima che si accoppiassero, per ragioni esoteriche (e perché in alto, nel quadro, è raffigurato Cupido). Ma questa volta doveva essere colpito un uomo. Anche la serie di delitti è possibile raggrupparla come sono raggruppate le figure. La sequenza temporale dei delitti di Firenze infatti vede un primo delitto isolato dagli altri, nel 1974, poi un intervallo di tempo, seguito da due delitti, e poi quattro delitti in successione. Abbiamo infatti due gruppi di figure, uno da quattro e uno da due. Quindi abbiamo, dopo anni di silenzio, due delitti nel 1981, poi quattro delitti, uno dopo l’altro, ’82, ’83, ’84, ’85. Nei delitti commessi dal gruppo di persone che erano dietro alla vicenda, i sette duplici omicidi riproducono quindi simbolicamente le sette figure del quadro del Botticelli.

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Il quadro del Botticelli rappresenta, secondo alcuni studiosi, il canto 28 del purgatorio, della Divina Commedia di Dante Alighieri (che non sfugge alle inquadrature iniziali). Il titolo, La Primavera, si deve al fatto che in quel canto Dante arriva in un giardino incantato, l’Eden, da cui poi si accederà al Paradiso. E in questo giardino, come dice Dante al verso 143, è sempre primavera: “qui fu innocente umana radice, qui primavera sempre”. Analizzando poi la posizione delle mani delle varie figure, è riprodotta una data, il 14 marzo 1319. Secondo alcuni studiosi questa data si deve al fatto che in quel giorno ricorreva l’equinozio di primavera; la spiegazione è ovviamente demenziale, perché non ci sarebbe stato motivo di riprodurre in forma criptata una data così innocua. Tale data invece è quella in cui vennero ricostituiti i Templari, ad opera della bolla “Ad ea ex quibus” da parte di Giovanni XXII. La Primavera del Botticelli, quindi, si chiama così anche perché la primavera è collegata con la rinascita, e quella data segna la rinascita dei Templari, una sorta di “primavera templare”. Il fatto che venga riprodotto il quadro spiega anche un’altra cosa su cui mi sono scervellato per parecchio tempo. Mi sono domandato perché nella fiction di Fox “Il mostro di Firenze” la sigla di apertura riproducesse parte di una canzone delle Orme (Gioco di Bimba) che faceva: “DONDOLA DONDOLA IL VENTO LA SPINGE…”. Il film è zeppo di riferimenti e simbologia, e quindi era ovvio che la canzone non fosse scelta a caso. Mi domandai quindi che c’entrava il vento con i delitti del Mostro. E la spiegazione la troviamo nel fatto che la figura in alto a sinistra, quella che regge la prima figura a destra, ovverosia, simbolicamente, Carmela De Nuccio, è Zefiro, il Vento. Uccidendo le vittime, quindi, la Rosa Rossa ha riprodotto simbolicamente il quadro del Botticelli.

Perché, come abbiamo detto in un altro articolo, tali delitti dovevano consacrare col sangue Firenze alla Rosa Rossa, propiziandosi gli anni a venire e rendendo la città toscana la culla ideale dell’organizzazione. Si “consacrava” il territorio fiorentino. Firenze – non lo scordiamo – è la città di Dante, la cui opera contiene in forma simbolica e criptata buona parte delle conoscenze rosacrociane, e a cui si ispira l’organizzazione per i delitti da essa commessa. Non a caso nel film “Il nome della Rosa” il libro segreto (che non è la commedia di Aristotele, ma la commedia di Dante”) è definito “il libro per cui si uccide e con cui si uccide”.
Tali delitti cioè, preparano a Firenze una specie di Eden; vengono commessi, dal punto di vista esoterico, per poter accedere poi al Paradiso. Preparano una specie di paradiso in terra per la Rosa Rossa, rendendo Firenze la loro città ideale. Anche le altre vittime, quelle maschili, non sono state scelte a caso. Capire la simbologia dei nomi, e il loro significato esoterico, non è cosa semplice, perché occorre rifarsi al significato ebraico della lettere e delle parole; salta però agli occhi che il nome della prima vittima è Pasquale Gentilcore. Ora, l’incipit della “Vita Nova” di Dante è proprio “A ciascun alma presa e gentil core”, e non a caso nel romanzo Hannibal, il protagonista fa dono proprio di questo libro alla moglie del commissario Pazzi. Il primo omicidio è quindi quello di Stefania Pettini e di Pasquale Gentilcore, ed entrambi i nomi indicano che quello è l’inizio delle serie. L’inizio di una Vita Nova per Firenze e per la Rosa Rossa. Infatti, non a caso, Firenze, come scrive il giornalista Mario Spezi in un suo libro, è una delle città con il maggior numero di delitti inspiegabili e inspiegati che non trovano mai un colpevole. Un paradiso, insomma, per la Rosa Rossa.

FONTI

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