Cinema, Esoterismo

TWIN PEAKS E I VEDA

Cooper's Dream

Ho aspettato che questa attesissima terza stagione di Twin Peaks si concludesse per parlarne pubblicamente, nonostante in tanti mi abbiano chiesto un’opinione. E comunque, il fatto che qualche anno fa abbia avuto il piacere di ospitare Mr Lynch nel mio libro sulla meditazione trascendentale non mi ha dato poi sto gran vantaggio. Tra l’altro, proprio mentre negli States stava andando in onda lo scottante finale, il buon David era, per nulla preoccupato, in quel di Miami per un incontro di MT a cui partecipava anche il mio insegnante. Ma lui è così, pura beatitudine, a discapito degli incubi che racconta nei suoi film.

E proprio di un lungo sogno, a tratti tinteggiato nell’incubo, che parrebbe nutrirsi questa incredibile terza stagione di Twin Peaks.

Ma partiamo da un presupposto senza il quale credo sia impossibile avvicinarsi all’opera del regista dai capelli argentati: è impossibile comprendere Lynch senza avvicinarsi un minimo a quella conoscenza vedica che sta alla base della Meditazione Trascendentale.

Secondo gli antichi e saggi rishi vedici la creazione è avvenuta quando un campo infinito e non manifesto, piatto, unito e ricco di energia potenziale ha cominciato a prendere coscienza di sé stesso e a conoscersi. E in questo processo si è diviso in tre. È diventato cioè l’oggetto della conoscenza, il soggetto della  conoscenza e il processo con cui si attua quella conoscenza. In fisica questo processo viene chiamato ‘rottura della simmetria del campo unificato’.

Da lì il campo unificato (Brahma/Dio) inizia a moltiplicarsi, manifestandosi in tutta la creazione. Come il seme di un albero che se lo apri è vuoto ma dentro c’è tutta la conoscenza dell’albero. Come il bing bang, anche quello era un seme che però conteneva tutto quello che esiste adesso.

Quello che i Veda sostenevano, alla fine, è la stessa cosa che dicono i fisici contemporanei e ciò ha dell’incredibile.

In questo processo noi cosa siamo? Semplicemente sogni. Un gioco dell’assoluto (Brahma), che sognando si manifesta attraverso di noi e altre forme di vita per conoscere sé stesso. E poi, sempre attraverso di noi, ripiega su di sé, ed ecco che noi torniamo all’assoluto.

Ed è questo, a mio modo di vedere, ciò che accade all’agente Cooper; lui nella serie è un piccolo Brahma che sognando sperimenta (crea) varie visioni di se stesso per conoscere e comprendere tanto i suoi tesori quanto le proprie miserie. E allora è un cinico killer posseduto in cerca di potere (Bad Dale) ma anche un paladino di giustizia che dispensa amore (buon Dale), una giovane maltrattata dalla vita (Laura), e via con tutti i personaggi della serie che sono creazioni di un unico sognatore.

Ora, le creazioni dell’assoluto, come sappiamo, non sono completamente buone anche se conoscono il bene assoluto (La Loggia Bianca/il Fireman) e non sono completamente malvagie anche se conoscono il male assoluto (La Loggia Nera, Bob, Judy). Esse si muovono fra questi due estremi in una perenne lotta che vede alternarsi i vincitori nelle varie battaglie ma non prevede un affermazione definitiva nella guerra. Perché quando il sognatore si sveglia è UNO, non più il molteplice.

Quando Cooper apparentemente si desta nell’episodio 18, infatti, non è più neanche lui ma Richard, un uomo abbandonato dalla propria fidanzata (Lindanon più Dianne) che cerca di alimentare la sua voglia di rivincita verso il male (la perdita dell’amore) salvando una ragazza in difficoltà (la signorina Page/Laurache non è più Laura). Ma attenzione, probabilmente questo è ancora un sogno, l’ennesimo gioco del sognatore, solo su un piano differente. È proprio l’urlo della Laura non più Laura a svelarci che siamo ancora in piena fase onirica, intrappolati in sogni che generano altri sogni mentre la battaglia bene/male prosegue all’infinito.

Alla fine cosa abbiamo visto? È tutto finto? È tutto un sogno?

Sì e no.

Sì se accettiamo che anche noi stessi lo siamo e pensiamo che tutto quello al di fuori dalla portata grossolana della materia non debba esistere.

No se invece pensiamo al sogno come a una vibrazione dell’assoluto (il sognatore) su frequenze diverse. E realizziamo che sul piano relativo quel sogno che viviamo è la nostra realtà.

Per questo e mille altri motivi Twin Peaks The Return è un capolavoro assoluto, addirittura superiore al suo predecessore. È metafisica, è surrealismo, è misticismo è arte che risplende osservandosi.

È una storia che si apre a più livelli di comprensione, che muta a seconda di chi la guarda. Un’esperienza influenzata tanto dal soggetto quanto dall’oggetto dell’esperienza stessa, esattamente come la particelle/onda nella fisica quantistica. Lynch riesce nel miracolo di farti vedere e capire quello che al momento il tuo grado di consapevolezza è in grado di comprendere. Ne più né meno.

Come nella prima stagione quando la spiegazione grossolana di un padre che violenta e poi uccide la propria figlia per paura reggeva. Esattamente come reggeva una spiegazione che coinvolgeva vari eventi ‘altri’ che non escludevano la prima spiegazione ma la allargavano coinvolgendo prospettive più ampie.

E nel eseguire questo bellissimo esercizio di comprensione, Lynch gioca con stili di regia differenti, ambientazioni ora sature ora rarefatte che oscillano fra richiami sixties teneri e sognanti, road movie metropolitani, roghi di redneck in camicia di flanella, eleganti uomini in nero, reginette della scuola o vecchi saggi seduti in riva al fiume.

E in questo sogno tinteggiato dai mille colori si alza e urla un unico monito: forzare le leggi naturali porta sempre delle conseguenze. Karma direbbero in India. E infatti in questo sogno liquido dalle mille interpretazioni solo un episodio esula da tutto il resto. Il numero 8 (e anche qui ci sarebbe da parlare). David lo gira in bianco e nero come fosse un mini film separato dal resto. E  racconta, con piglio sapiente, come il male nel mondo si liberi quando l’uomo (il sognato) vuole sostituirsi alla legge di natura (il sognatore).

Un monito che, tra l’altro, è il primo consiglio fornito a chi si avvicina alla pratica della Meditazione Trascendentale.

FONTE : Federico Traversa 

Standard
Alchimia, Cinema, Esoterismo, Sessualità

IL VAMPIRO E IL VOLTO SCOMODO DELLA REALTÀ

dracula-gary-oldman

Il Vampiro è una figura tipica di una letteratura tendente al macabro, talvolta perfino al grottesco.

Com’è stato già accennato, le sue origini risalgono a credenze molto antiche, avendo alle sue spalle anche una solida tradizione orientale (per esempio nelle Mille e una notte), ma può essere vista anche come una figura romantica, affine all’amante fatale del primo Ottocento.

Il Vampiro spesso viene definito come un mito di transizione e di metamorfosi, è sempre stato paragonato ad animali ritenuti dai bestiari di malaugurio e diabolici, come il serpente, il lupo e il pipistrello.

Rappresenta inoltre l’ancestrale paura della morte e il suo mistero.

Egli succhia il sangue perché ritenuto sede dell’anima, risalendo quindi all’antica credenza, secondo la quale, mangiando parti del corpo di un uomo, ci s’impossessava delle sue qualità e del suo spirito; perciò il vampirismo potrebbe essere visto anche come estrema sublimazione dei riti cannibalistici.

Le caratteristiche che accomunano i racconti sui vampiri sono svariate.

Troviamo sempre la presenza di un testimone, che è un narratore inizialmente estraneo alla storia, ma che ne viene gradualmente attratto, in modo da poter osservare ogni evento e raccontarlo a sua volta, attraverso un’operazione di esorcizzazione dell’occulto, ma anche sua perpetuazione.

La letteratura fantastica, infatti tende sempre a mescolare reale e immaginario, per tentare di dimostrare la verità degli eventi soprannaturali, con una grande attenzione alla documentazione (lettere, diari, telegrammi, registrazioni, articoli giornalistici) che costituisce la struttura narrativa di molte storie sui vampiri.

Inoltre il Vampiro può essere indifferentemente uomo o donna, con una certa tendenza, notata da Praz, nel preferire la figura maschile nel primo Ottocento (sotto l’influsso dell’uomo fatale byronico), mentre nella seconda parte del secolo si può notare una predilezione per un vampirismo femminile (dovuta a una visione morbosa della sessualità femminile).

La fortuna del vampirismo, dall’Ottocento ai giorni nostri, si potrebbe accreditare alla possibilità dell’autore di dire, attraverso questa metafora, ciò che è indicibile.

Diversi sono quindi i volti oscuri del reale che esso può rivelarci.

  1. Vampirismo come espressione della libido repressa.

Se è vero che, come afferma Freud, il perturbante è l’espressione degli impulsi repressi, il Nosferatu ne è sicuramente l’esempio più lampante.

Il Vampiro può essere definito quindi come il Diavolo che risiede dentro di noi, l’Essere contrapposto all’Io.

Nella maggior parte dei casi predomina l’allusione al rapporto eterosessuale, anche se esiste un chiaro riferimento al legame omosessuale in Carmilla di Le Fanu ed un tentativo, in Dracula di Stoker, da parte del Vampiro di instaurare un rapporto omoerotico, anche se di breve durata.

Il simbolo sessuale può essere trovato nel Vampiro stesso; ha caratteristiche fortemente umane, proprie del libertino ed, essendo uno spirito che “entra” e “possiede”, ha evidenti caratteri fallici.

Egli è quindi il seduttore, l’affascinatore, l’ipnotizzatore, non gli si può resistere a meno che non si abbia la volontà di tenere lontane le tentazioni (per poter entrare in una casa, deve essere chiamato da qualcuno).

La sua seduzione implica quindi il consenso della vittima: essa infatti, nel momento in cui il Vampiro le affonda i denti nella gola (momento dell’amplesso), prova un piacere molto intenso, in cui è facile notare l’allusione all’orgasmo.

Quindi la figura del Vampiro e la sua torbida carica erotica possono essere viste come strumento d’inconscia ribellione ed esternazione dell’istinto sessuale che, nell’epoca vittoriana, era particolarmente represso.

A sua volta la donna-vampiro è ancor più inquietante per la morale dell’epoca, a causa delle sue caratteristiche lesbiche che mettono in pericolo l’ideale della donna sposa e madre.

  1. Vampiro come frutto di un complesso infantile.

Il Vampiro è stato curiosamente accostato, da Giovanna Silvani, al bambino che succhia il latte materno (rifacendosi quindi alla fase orale freudiana).

Quando al bambino viene negato il seno della madre, in questo divieto non vede solo un torto subito, ma anche una punizione per qualche trasgressione commessa.

Scatta quindi un meccanismo per cui la psiche umana, se privata dell’oggetto del desiderio, reagisce con una forte aggressività e con un altrettanto forte senso di colpa; e siccome per una mente primitiva, come per una mente infantile, un crimine deve essere punito nella stessa maniera in cui è stato commesso, nasce la figura del Vampiro come frutto del senso di colpa, della paura di punizione e di persecuzione.

Da ciò deriva un meccanismo di aggressione/difesa, di punizione/autopunizione che porta alla decomposizione della personalità; la parte aggressiva da rimuovere sarà dunque il mostro.

  1. Vampiro come paura della morte.

Il mostro rappresenta sempre l’inconscio, dove albergano le pulsioni di morte e gli istinti aggressivi.

Perciò diventa il simbolo stesso della propria morte e, per questo motivo, deve essere rimosso per esorcizzare la paura di essa.

Questa funzione è rivestita dalla figura del Vampiro come colui che non muore con la vittima, anzi vive grazie alla sua morte; si può sfuggirgli solo seguendo dei rituali ancestrali (mozzandogli la testa, trafiggendogli il cuore con un paletto).

Il Nosferatu racchiude quindi in sé l’inaccettabilità di una morte completa e il desiderio di voluttà che va oltre la vita.

In questo modo esso diviene il custode segreto dell’immortalità, anche a costo della dannazione eterna; rappresenta il nostro istinto di sopravvivenza, il voler sfuggire dal non-essere.

 

  1. Vampiro come riflesso dei conflitti sociali.

Il Vampiro simboleggia per tutto l’Ottocento la classe aristocratica che sta perdendo il suo antico splendore, a causa dell’avanzare della società borghese.

Il fatto di nutrirsi di sangue acquista anche il significato del cosìdetto “privilegio di sangue” di un’antica stirpe che garantisce il potere.

Diviene quindi rappresentante di una classe che sembra morta, ma che minaccia sempre di risorgere per sovvertire la modernità.

Il Vampiro è quindi l’anti-borghese per eccellenza, fa riaffiorare quelle angosce che il nuovo ceto emergente non riesce ad esorcizzare.

Nel Dracula di Bram Stoker però l’elemento aristocratico mantiene la sua forza solo nel proprio ambiente (la selvaggia Transilvania), mentre nel momento in cui si trova davanti alla modernità (la metropoli di Londra) ne viene respinto ed espulso.

Nella nostra epoca invece esso frequentemente rispecchia le frustrazioni di classi oppresse da una società a loro aliena e percepita come ingiusta.

In particolare è da notare, nelle Notti di Salem di Stephen King, come il Vampiro sia di estrazione alto borghese, simile a un capitalista che sa sfruttare il malessere altrui per il proprio tornaconto.

 

  1. Vampiro come metafora dello scrittore.

Uno degli aspetti di questa figura forse più interessanti è quello più prettamente metaletterario.

Il vampirismo sarebbe quindi una metafora della letteratura, in cui ogni scrittore nuovo deve annientare il suo precursore “per non esserne vampirizzato” e non cedere così alla sua influenza.

Quindi i libri che si “nutrono delle citazioni di altri libri e del sangue del lettore” sono come vampiri che necessitano di “una nuova linfa per rimanere in vita”.

Ne’ Il libro dei vampiri Fabio Giovannini inoltre afferma che lo scrittore è come un vampiro, il quale, attraverso la sua opera, “contagia con i suoi pensieri i pensieri degli esseri umani”; anche in questo caso però il rapporto che si crea tra il “vampiro” e la sua “vittima” è molto ambiguo, poiché anche lo “scrittore vampiro è stato a sua vota vampirizzato a suo tempo”, attraverso gli scritti di altri autori, perché egli è pur sempre un lettore.

In questo modo i libri nascono come prodotto di altre opere, cioè sono “frutto di altre vampirizzazioni”.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

” La figura dello scienziato stregone nella letteratura novecentesca” di Sabrina Antonella Abeni

 

Standard
Cinema, Esoterismo

THE MATRIX

 3RD EYE

Dopo una disputa legale durata 6 anni (2003-2009) contro i Wachowski Brothers, Joel Silver e la Warner Bros, è stato riconosciuto a Sophia Stewart – autrice del libro “The Third Eye” il pieno copyright della pellicola di “The Matrix” e di tutti i suoi sequel. Pare che all’incirca nella metà degli anni 80 ella avesse mandato il suo libro in risposta ad un annuncio dei Wachowski che cercava materiale per un nuovo film di fantascienza.

All’improvviso si scopre che tutti, inclusi i legali della casa produttrice, erano al corrente che Matrix non era stato scritto dai fratelli Wachowski e che per di più lo scritto originale della Stewart fosse stato più volte controllato durante le riprese.

Evidentemente faceva più comodo che la cosa non si sapesse. Si pensi soltanto al fatto che Sophia aveva intentato una causa nei confronti di tutte queste persone e non se ne è mai saputo nulla, se non quando la sentenza è stata resa pubblica. Sofia Stewart sostiene nel suo blog che sia stata la Warner a tenere tutto nel più assoluto silenzio, in quanto legata anche alla AOL-Time Warner, un colosso a cui appartengono il 95% dei media americani, tra cui ci sono New York Times papers/magazines, LA Times papers/magazines, People Magazine, CNN news, Extra, Celebrity Justice, Entertainment Tonight, HBO, New Line Cinema, DreamWorks, Newsweek, Village Roadshow e molti altri, ha potuto gestire bene la cosa.

Sempre Sophia (che strano che si chiami proprio così!) dice in un intervista che non le è mai interessato il denaro che potesse derivare dal vincere la causa, ma ci teneva che si sapesse la verità e a tal proposito ha dichiarato: “Ho scritto “The Third Eye” per risvegliare la gente, per ricordare loro a che fine Dio li abbia creati. La vita è molto di più dei soldi, nel mio modo di vedere la vita ogni cosa è legata a Dio, al bene e alla possibilità di scegliere, alla spiritualità che vince sulla tecnologia”.

Provate a pensare quale dei personaggi Sophia a disegnato intorno a se? Già, l’Oracolo. Sappiate che esistono ancora un Matrix 4 ed anche un 5, se verranno mai prodotti questo non si sa. Tempo fa era stato contattato anche un regista italiano per la cosa, … cosa ne abbiamo fatto non è al momento dato di saperlo. Non importa. Torniamo a ciò che c’è. Personalmente penso che Sophia non avrebbe avuto i mezzi economici per realizzare la pellicola, mentre i Wachowsky hanno dimostrato non solo di averne, attraverso gli agganci alla Warner, ma di essere stati capaci di mettere in pellicola una scenografia veramente complessa, “The Matrix” segna non solo una storia senza eguali, ma uno sviluppo tecnologico per realizzarla notevole. Tutti hanno appreso le tecniche che si sono inventate per la prima volta proprio per realizzare questo film. La Stewart da sola non avrebbe potuto realizzare tanto.

Se guardiamo questa vicenda possiamo solo concludere che le vicende della vita tante volte sono guidate per un filo sottile che non passa per un solo individuo. Se osserviamo solamente un fotogramma alla volta tante volte non possiamo realmente renderci conto di quello che ci sta accadendo.

Se guardiano una singola vicenda alla volta, come ad una storia a se stante, penseremo e giudicheremo gli eventi esposti come legati ad una vicenda di plagio, di copyright “infringe”. Se guardiamo, però, all’intento e al risultato finale di questa trilogia non possiamo non intendere che lo scopo tanto voluto da Sophia (Pistis?) abbia già dato i frutti sperati. Matrix è senza dubbio stato l’avatar di acquario. L’avatar non è una persona, avatar può essere anche 0 messaggio. L’Occidente ha incoraggiato e diffuso il culto dei guru semianalfabeti che elargiscono conoscenza e messaggi di risveglio, ignorando che a volte le cose vanno diversamente, e che una semplice donna può sognare per noi qualcosa di più grande senza doversi sentire chiamare “maestro” … che sia una donna non solo è singolare, ma è incredibilmente auspicabile.

FONTE : Rocco Bruno – Matrix, una parabola moderna

Standard
Cinema

GLI ARCONTI DI TWIN PEAKS

IL GIGANTE

giant ok

Il Gigante è una creatura soprannaturale proveniente dalla Loggia Bianca che compare nelle visioni dell’agente Dale Cooper. Egli, come gli altri spiriti della Loggia Bianca, si manifesta ad una sola persona, e cioè a Cooper, e funge, nel corso della serie, da suo “angelo custode”, tant’è che gli darà informazioni su che cosa dovrà accadere ed indizi sull’omicidio di Laura Palmer. Le visite del Gigante sono spesso accompagnate nel mondo reale dall’apparizione di un anziano e rimbambito cameriere del Grat Nothern, probabile “ospite” che il Gigante usa per interagire col mondo esterno; difatti, l’unica volta che il Gigante compare senza il cameriere, non parla, e Cooper non segue il suo consiglio (di non iscrivere Annie al concorso di Miss Twin Peaks). Nell’episodio finale il Gigante e il Nano compaiono assieme nella Red Room e dicono a Cooper “uno e lo stesso”, riferendosi ai loro incarichi di guardiani della Loggia Nera e della Loggia Bianca, ruoli evidenziati dal petroglifo della Caverna del gufo, che raffigura il Gigante accanto al Nano.

IL NANO

twin_peaks_illustrated_the_man_from_another_place_by_martin_woutisseth

Il Nano è un’entità demoniaca residente nella Loggia Nera che, come suggerisce il nome datogli nel doppiaggio italiano, ha l’aspetto di un uomo affetto da nanismo, brizzolato e vestito con un completo rosso sgargiante e degli stivaletti da cowboy marroni. Lo spirito ammonitore fa costantemente sfoggio di una jazz dance in stile anni quaranta volta a fornire indizi chiarificatori a Cooper. Tali movenze vengono poi ripetute nella serie da numerosi altri personaggi. Molto si è speculato sulle reali motivazioni del Nano, in quanto poco chiare e contrastanti: durante la serie infatti aiuta Cooper, tramite indizi, a trovare l’assassino di Laura Palmer, BOB. Tuttavia in Fuoco cammina con me lo si vede stringere un patto con quest’ultimo: essendo il Nano uno spirito di minor potere a causa della sua scissione con MIKE, e non potendo perciò procurarsi da solo la “Garmonbozia (*)”, dona a BOB un anello verde; la persona che indosserà l’anello dovrà essere uccisa per mano di BOB, e la “Garmonbozia (*)” derivante sarà di proprietà del Nano. È perciò egli stesso a “commissionare” l’omicidio di Teresa Banks e Laura Palmer. Non è quindi possibile classificare le motivazioni del Nano come “bene” o “male” a causa della natura non umana del personaggio. Sempre nel film prequel, il Nano si rivolge a Cooper dicendo «Sai cosa stai guardando? Io sono il braccio, e faccio questo suono » emettendo in seguito un verso da indiano con la mano destra sulla bocca; tale affermazione sembra indicare che lo spirito nacque dalla rimozione da parte di MIKE del suo stesso braccio sinistro, atto volto a purificarsi dalla sua parte malvagia. Nel momento in cui Cooper entra nella Loggia Nera, mentre è seduto all’interno della rossa sala d’attesa gli si manifestano il Nano e il Gigante che, parlando all’unisono dichiarano «Uno e lo stesso», affermazione che lascia ad intendere siano due lati della stessa medaglia; riferendosi, probabilmente, ai loro ruoli di guardiano della Loggia Nera l’uno e di quella Bianca l’altro.

Il Nano ebbe apparentemente origine dopo l’epifania religiosa di MIKE, che, per liberarsi dal tatuaggio recante la scritta “Fuoco cammina con me”, simbolo della sua natura malvagia, si asportò l’intero braccio sinistro. In quanto seconda metà dello spirito possessore, il Nano ne divenne il primario alleato nella crociata volta a fermare l’ex-compagno di scorribande, BOB, dal compiere un maggior numero di atrocità. La prima apparizione cronologica del Nano avviene nel 1988, nel momento in cui l’agente Philip Jeffries riappare negli uffici dell’FBI di Philadelfia dopo essere stato dato per disperso da due anni, rivelando a Cooper, Gordon Cole e Albert Rosenfield di essere stato intrappolato in un incubo per tutta la durata della sua sparizione; nelle immagini mostrate durante il racconto dell’uomo si vedono La signora Chalfont, suo nipote Pierre, Il Nano e BOB radunati in una stanza assieme ad altri spiriti della Loggia Nera intenti in una sorta di cerimonia. Prima che il racconto termini tuttavia, Jeffries sparisce nuovmente nel nulla. Successivamente, Cooper viene mandato a investigare sulla scomparsa di un altro agente, Chester Desmond, ma l’unico indizio che rinviene è la scritta “Let’s Rock” sul parabrezza dell’auto dello scomparso. Un anno dopo, nel febbraio 1989, Laura Palmer cominciò ad avere strani sogni divinatori volti a metterla in guardia sulla presenza di BOB nell’animo di suo padre Leland; in uno di questi sogni la ragazza si trovò all’interno della Loggia Nera assieme a Cooper e il Nano, il quale le porse un anello che il federale le intimò di rifiutare. Al suo risveglio l’anello era scomparso.
La notte del 23 febbraio, giorno prestabilito da BOB per impossessarsi del corpo della giovane, MIKE irrompe durante la cerimonia, dando la possibilità a Laura di indossare l’anello. Laura, la quale poteva aver intuito cosa sarebbe successo se lo avesse indossato attraverso i sogni divinatori, si fa perciò uccidere da BOB, evitando che egli si impossessasse di lei. Dopo la morte della giovane, BOB, rientra alla Loggia Nera e viene obbligato da MIKE e dal Nano a dar loro la “Garmonbozia (*)”; per l’occasione i due tornano nuovamente un tutt’uno posizionando la mano destra del Nano sul moncherino della spalla sinistra di MIKE.
La prima apparizione del Nano nella serie avviene in un sogno di Cooper dopo che MIKE gli recita la misteriosa filastrocca ricorrente tra gli spiriti della Loggia. Cooper si vede 25 anni più anziano seduto nella sala d’attesa della Loggia ed il Nano gli si presenta proprio dicendo “Let’s Rock”, gli dice frasi apparentemente senza senso ma in realtà fonte di indizi, e poi si mette a ballare. Nella stanza è presente anche lo spirito di Laura Palmer, che il Nano introduce come “sua cugina”, la quale bacia Cooper e gli rivela il nome del suo assassino, sebbene al risveglio questi sia incapace di ricordarselo. Dopo l’arresto e la conseguente morte di Leland, che porta BOB a rifugiarsi tra i boschi di Twin Peaks, il Nano riappare al momento della morte di Josie in una sorta di allucinazione di Cooper, compie una breve danza sopra il letto in cui giace il cadavere della donna per poi scomparire nel nulla e far spazio al manifestarsi del volto minaccioso di BOB. Alla fine della seconda stagione, nel momento in cui Cooper entra nella Loggia all’inseguimento di Windom Earle, reo del rapimento di Annie Blackburn, il Nano compare nella sala d’attesa al fianco del Gigante e, dopo che l’ospite umano di questi ha servito il caffè all’agente federale i due spiriti lo guardano ed affermano «Uno e lo stesso». Successivamente girando in tondo per la Loggia Cooper si imbatte nuovamente nel Nano, il quale si mette a ballare e lo ammonisce della presenza dei Doppelganger (*) (*).

MIKE

phillip_michael_gerard_twin_peaks_by_alvarex-d8287e4

A differenza di Killer BOB, mostrato fin dall’inizio nella sua vera forma, mantenendo il mistero su chi sia il suo involucro umano, MIKE si presenta unicamente con l’aspetto del suo ospite, il venditore ambulante di calzature Philip Michael Gerard, in cui risiede a mo’ di alter-ego. I due demoni possessori si distinguono anche il modo in cui si annidiano nelle coscienze degli uomini, difatti, mentre Leland non sembra ricordare nulla di quanto fatto sotto l’influenza di BOB, Gerard pare mantenere le memorie e rendersi conto della presenza di MIKE nel suo subconscio, ma ne risulta comunque sufficientemente contrariato da assumere ingenti quantitativi di aloperidolo per tenerlo sedato.
Gerard, il cui ruolo nelle vicende viene descritto efficacemente da Cooper come: «Un uomo che in un altro tempo sarebbe stato un profeta», nacque il 6 febbraio 1938 e perse il braccio sinistro, su cui aveva un tatuaggio con la scritta “mamma”, in un incidente stradale con un camion. È presumibile che tale parallelismo tra le loro mutilazioni abbia portato lo spirito a sceglierlo come suo ospite; difatti lo spirito possessore si è asportato il braccio sinistro per rimuovere il tatuaggio con la scritta “Fuoco cammina con me”, simbolo della sua natura demoniaca, azione che diede vita al Nano.
MIKE figura tra i maggiori esempi di una delle tematiche centrali della serie; ovvero le molte sfumature di bontà e malvagità insite nell’animo umano e capaci di portarlo alla redenzione o alla distruzione: da demone della Loggia Nera e compagno di carneficina di BOB, infatti, il personaggio ha subito una conversione al bene che lo porta a parteggiare per la razza umana e aiutare prima Laura Palmer e poi l’agente Cooper, distanziandosi totalmente dal suo perverso simile.
MIKE è apparentemente antico quanto l’universo stesso come ogni residente della Loggia Nera. Per secoli fu compagno di scorribande di BOB, con cui condivideva il gusto per l’omicidio e lo stupro seriale, nonché una smodata passione nell’arrecare sofferenza al genere umano. Un giorno tuttavia, ebbe una teofania e si convertì al bene decidendo di dedicare il resto della sua vita al tentativo di impedire a BOB di compiere un maggior numero di atrocità.
Dopo la sua conversione, lo spirito si strappò l’intero braccio sinistro al fine di rimuovere il tatuaggio “Fuoco cammina con me” simbolo della sua natura demoniaca; da tale amputazione sembra abbia avuto origine il Nano.
È dopo quest’evento che avviene la riunione degli spiriti della Loggia Nera visibile in Fuoco cammina con me: difatti il normale equilibrio della distribuzione della “GARMONBOZIA (*)” tra gli spiriti viene meno. Così BOB e il Nano stringono un patto per cui la “GARMONBOZIA (*)” derivata dall’uccisione delle vittime che portano l’anello verde all’anulare, sarà di proprietà del Nano. A due spiriti della Loggia, i Tremond, viene affidato il compito di far recapitare l’anello alle future vittime.
L’accordo viene meno quando BOB si tiene la “GARMONBOZIA (*)” derivata dall’uccisione di Teresa Banks, di proprietà del Nano poiché ella indossava l’anello.
Nel febbraio 1989, quando BOB mise gli occhi sulla diciassettenne Laura Palmer, figlia del suo involucro umano Leland, lo spirito, attraverso il suo ospite umano, Philip Gerard, tentò più volte di avvertirla del pericolo che correva in quanto BOB voleva impossessarsi di lei. Così, la notte del 23 febbraio, poco prima che BOB si impossessi di Laura, Philip Gerard le lancia l’anello verde. BOB è così costretto ad ucciderla nonostante non lo voglia.
Dopo la morte della giovane, lo spirito malvagio rientra nella Loggia Nera e viene obbligato dall’uomo con un solo braccio e dal Nano a dar loro la “GARMONBOZIA (*)”. Per l’occasione i due tornano nuovamente un tutt’uno posizionando la mano destra del Nano sul moncherino della spalla sinistra di Gerard e parlando all’unisono.
Quando l’agente Cooper viene assegnato al caso dell’omicidio di Laura Palmer, l’uomo con un solo braccio gli appare in un sogno divinatorio mostrandogli il vero volto di BOB ed indicandolo come l’assassino della bionda liceale. L’agente, assistito dagli uomini dello sceriffo Truman, decide dunque di cercare l’amputato al fine di interrogarlo come testimone, tuttavia nel momento in cui localizza il venditore di calzature questi afferma di non conoscere l’uomo mostratogli in sogno dal suo alter-ego e racconta una storia completamente diversa sul motivo della sua menomazione rispetto a quella narrata dallo spirito.
In seguito emerge però che nel subconscio di Gerard giace lo spirito possessore di MIKE, che, manifestandosi, espone la vera natura di BOB: anche esso un demone possessore residente dentro uno degli abitanti di Twin Peaks da più di 40 anni. Tale rivelazione, porta poco dopo alla chiusura del caso tramite la cattura di Leland Palmer e la fuga nei boschi di BOB.

BOB

o-BOB-900

BOB è un’entità demoniaca residente nella Loggia Nera, reame di puro male esistente su un piano alternativo della realtà, e passa diverso tempo sulla terra possedendo le anime degli uomini, sebbene spesso assuma anche le sembianza di un gufo. BOB sembra trarre gioia dal dolore e dalla sofferenza degli esseri umani, motivo per il quale si serve delle loro spoglie per commettere orribili delitti ed infliggere paure ed agonie a coloro che gli sono attorno. Tali sentimenti, cui gli abitanti della Loggia si riferiscono chiamando “GARMONBOZIA (*)”, servono loro come nutrimento ed appaiono simili alla crema di mais. Le vittime di cui BOB si impossessa non sono consapevoli delle azioni che compiono sotto la sua influenza. Dalla serie emerge che la stessa Laura Palmer si sia fatta uccidere volontariamente per evitare di essere a sua volta posseduta dal demone e divenire veicolo delle sue atrocità. Possedendo il corpo di Leland, BOB uccide tre ragazze durante la serie, ponendo sotto le loro unghie altrettante lettere del suo nome come da suo modus operandi, le giovani sono: Teresa Banks (“T”), Laura Palmer (“R”) eMaddy Ferguson (“O”). Infine è lui stesso ad uccidere Leland facendogli sbattere violentemente la testa contro il muro della cella in cui viene rinchiuso, ed a “giustiziare” Windom Earle all’interno della Loggia per aver chiesto l’anima di Cooper senza aver ancora raggiunto le alte gerarchie dello status demoniaco.
Nonostante il libro Il diario segreto di Laura Palmer sia scritto in prima persona dalla protagonista, in alcuni momenti è BOB a subentrarle in qualità di narratore dando l’effetto di scissione interiormente provata dalla ragazza. Per volere stilistico di Jennifer Lynch, tali parti del romanzo sono scritte interamente in maiuscolo, esattamente come il nome del loro autore.
BOB è apparentemente antico quanto l’universo stesso come ogni residente della Loggia Nera. Egli è prosperato nei secoli anche grazie agli esseri umani e la sua stessa esistenza sembra legata a doppio taglio con la presenza dell’uomo sulla Terra, dal momento che essi sono sia lo strumento con cui opera i suoi propositi, che quello da cui ottiene la sua retribuzione.
Apparentemente sempre dedito allo sterminio ed alla violenza, per un certo periodo ebbe come compagno di scorribande MIKE, tuttavia dopo che questi ebbe la sua epifaniareligiosa, divenne il suo più grande nemico e decise di devolvere il resto della sua vita al tentativo di fermarlo dal compiere un maggior numero di atrocità.
A questo punto, in un momento imprecisato nel tempo, BOB si allea col Nano per la spartizione della “GARMONBOZIA (*)” derivata dalle vittime che indossano un anello verde del Nano.
Circa nella seconda metà degli anni quaranta, egli designò come suo prossimo corpo ospite Leland Palmer avvicinandolo, col nome fittizio di Mr. Robertson, mentre questi era in vacanza nella casa sul lago dei nonni. Egli impaurì enormemente il bambino ma, nonostante ciò quando egli lo “invitò a giocare” Leland lo “fece entrare”, in tal modo BOB riuscì ad impadronirsi della sua anima. Descrivendo tale azione afferma che: «Lui era un tronco cavo e io un gufo che ha nidificato».
Quando il 22 luglio 1972 Leland divenne padre, BOB cominciò ad essere ossessionato da sua figlia, Laura, fino al punto da vedere in lei il suo prossimo corpo ospite ideale. Dunque si servì di Leland per violentare, e molestare la bambina fin da prima della pubertà causandole non pochi traumi psicologici. Successivamente frequentò una giovane tossicodipendente di nome Teresa Banks durante i suoi viaggi d’affari a Deer Meadow, in quanto gli ricordava Laura, per poi assassinarla brutalmente e mettere la lettera “T” sotto l’unghia della sua mano sinistra in quanto ella aveva indossato l’anello verde del Nano; tuttavia, BOB decise di non spartire la “GARMONBOZIA (*)” derivata da questo omicidio, preferendo tenerla per sé.
Nel momento in cui MIKE ed altri spiriti della Loggia fecero sì che Laura scoprisse l’identità del suo corpo ospite, BOB la aggredì durante un’orgia con Leo Johnson, Jacques Renault e Ronnette Pulaski e mise in fuga i due uomini per poi picchiare selvaggiamente le ragazze prima di impossessarsi di Laura. MIKE, arrivato sulla scena, lancia tuttavia l’anello verde alla ragazza, cosicché BOB è costretto ad ucciderla. Compiuto l’omicidio inserì sotto l’unghia della mano sinistra di Laura la lettera “R” e la gettò nel fiume dopo aver avvolto il suo corpo nella plastica.
La “GARMONBOZIA (*)” dell’omicidio di Laura verrà resa al Nano.
Dopo che il cadavere della giovane fu ritrovato da Pete Martell, il 24 febbraio 1989, l’FBI manda sul posto ad indagare l’agente speciale Dale Cooper e questi viene avvertito per la prima volta dell’esistenza di BOB da un’apparizione in sogno di MIKE, il quale recita all’agente il misterioso brano ricorrente tra gli spiriti della Loggia. Successivamente, dopo essersi risvegliata dal coma, Ronette Pulaski da la descrizione dell’assalitore suo e di Laura, che rispecchia la visione di BOB avuta da Cooper nel suo sogno, motivo per il quale il federale fa tappezzare la città di volantini servendosi del talento di Andy per gli identikit. Vedendo uno di questi manifesti lo stesso Leland vi riconosce il “Mr. Robertson” della sua infanzia e lo comunica a Cooper, sempre ignaro che lo spirito abbia nidificato nella sua anima. Poco dopo, prima che la cugina di Laura, Maddy, a lei fisicamente identica, torni a casa sua a Missoula, Montana, BOB possiede nuovamente il corpo di Leland e la uccide sbarazzandosi del corpo nella medesima maniera.
Da li a breve Cooper arriva alla soluzione del caso tramite una combinazione di intuito ed aiuti sovrannaturali, arrestando dunque Leland. BOB, preso un’ultima volta possesso del corpo dell’uomo confessa i suoi crimini e successivamente fa in modo che si suicidi sbattendo la testa violentemente contro la porta della cella in cui è rinchiuso, evento a seguito del quale lo spirito fugge per rintanarsi nuovamente nei boschi di Twin Peaks assumendo le fattezze di un gufo.
Dopo la dipartita di Leland; Cooper, lo sceriffo Truman, il maggiore Briggs e Albert Rosenfield intraprendono un dibattito filosofico su quanto BOB fosse reale o meno, concordando infine, sebbene non esattamente in modo unisono, che fosse una sorta di incarnazione dell’umana malvagità.
BOB, dopo una lunga assenza riappare nella serie al momento della morte di Josie, informando Cooper che è ancora vivo.
Alla fine della seconda stagione, dopo che Cooper entra nella Loggia Nera nel tentativo di salvare Annie dalle grinfie di Windom Earle, quest’ultimo gli propone di lasciar vivere la donna amata in cambio della sua anima. Nel momento in cui Cooper accetta, BOB, furibondo, si manifesta e fa tornare indietro il tempo restituendo l’anima all’agente. Lo spirito dunque, dichiara che Earle non possiede potere a sufficienza per esigere un’anima, motivo per il quale viene punito con la privazione della propria per mano dello stesso BOB, che successivamente dichiara Cooper libero di andare.
Nonostante Cooper abbia superato la prova fornitagli da Windom Earle, nel momento in cui deve rivaleggiare con la sua controparte malvagia, il suo Doppelganger (*) (*), fugge, fallendo il test. Non appena Cooper riemerge dalla Loggia lo sceriffo Truman lo porta nella sua stanza al Great Northen Hotel, dove, al risveglio, l’uomo si reca in bagno e, come in un lampo di follia, ripete la frase «Come sta Annie?» sbattendo la testa contro lo specchio, nel quale si riflette il volto di BOB, che si scopre dunque essersi impossessato della sua anima.

(*) = La “Garmonbozia” è la rappresentazione tangibile del dolore e della sofferenza. All’apparenza la sostanza ha l’aspetto della crema di mais, e pare servire come una sorta di nutrimento e di droga per gli spiriti della Loggia Nera. L’origine del termine “Garmonbozia” è ignoto e sembra non essere ricollegabile a nessuna parola in qualsiasi lingua conosciuta; tuttavia si è molto speculato sul fatto che possa derivare da “Ambrosia”, il cibo degli Dèi nella mitologia greca e romana, cosa che combacia con la spiegazione data nel film prequel. Il termine è spesso usato anche per indicare qualsivoglia surreale tipologia di deus ex machina in una pellicola o serie televisiva.

(*) (*) = Un “Doppelgänger” è un duplicato spettrale o reale di una persona vivente. Generato dalla paura, è una presenza che non può cessare. Doppelgänger (letteralmente “doppio viandante”, assimilabile a “bilocato”) è un termine preso in prestito dal tedesco ed è composto da doppel (“doppio”) e Gänger (“che va”, “che passa”, da gehen, “andare”). Si riferisce a un qualsiasi doppio o sosia di una persona, più comunemente in relazione al cosiddetto gemello maligno o alla bilocazione. In alternativa descrive un fenomeno nel quale si vede la propria immagine con la coda dell’occhio. In alcune mitologie, vedere il proprio doppelgänger è un presagio di morte, mentre visto da amici o parenti di una persona può anche portare sfortuna o annunciare il sopraggiungere di una malattia. Secondo il folklore i doppelgänger non proiettano ombre e non si riflettono negli specchi o nell’acqua. Si suppone che forniscano consigli alla persona di cui hanno le sembianze, che possono essere fuorvianti o maliziosi. Possono anche, in rari casi, instillare idee nella mente delle loro vittime o apparire ad amici e parenti, provocando confusione. In molti casi, una volta che si è visto il proprio doppelgänger, si è condannati a essere perseguitati da immagini della propria controparte spettrale. I doppelgänger appaiono in diverse opere narrative ascrivibili al fantastico e alla fantascienza. Un doppelgänger temporale è una qualsiasi versione di sé stessi che si può incontrare durante un viaggio nel tempo, cioè è un duplicato di sé stessi in una diversa linea temporale della propria storia presente o futura, reale o alternativa. È un paradosso temporale che si verifica quando, ad esempio, una versione di un individuo viaggia all’indietro nel tempo attraverso un flusso temporale e incontra una versione più giovane di sé stesso, oppure quando due o più versioni dello stesso individuo da differenti flussi temporali convergono allo stesso momento nel loro futuro. Un doppelgänger dimensionale è un duplicato di se stessi in un’altra dimensione. Doppelgänger possono anche essere generati da mutaforma che imitano un particolare individuo.

Standard
Cinema

MULHOLLAND DRIVE, UN UNIVERSO ATTORCIGLIATO

<< Noi siamo come il ragno.

Intrecciamo la nostra vita e poi ci muoviamo lungo di essa.

Siamo come il sognatore che sogna e poi vive nel sogno.

Questo è vero per l’intero universo >>

1003399_736924616364773_111141111325818740_n

TRAMA

In seguito ad un incidente automobilistico avvenuto sulla Mulholland Drive di Hollywood, Rita, unica superstite, perde la memoria. Dopo essersi allontanata dal luogo dell’incidente, ed aver disceso la collina che porta alla città di Los Angeles, in evidente stato di shock, cade in un sonno profondo. Al risveglio Rita si introduce di soppiatto in una casa, dalla quale la padrona, una nota attrice, si allontana per motivi di lavoro. La dimora però rimarrà disabitata per poco, dato che Betty Elms, nipote della proprietaria ed anch’essa attrice, arrivata dal Canada in cerca di gloria, prendendo dimora nell’appartamento della zia. Betty non appena comprende che Rita non ha nulla a che fare con la zia, decide di non contattare la polizia, bensì di aiutarla a ritrovare memoria e identità. Nella borsetta di Rita le due donne rinvengono un grande quantitativo di soldi e una chiave blu. Fanno da intermezzo alle scene principali alcuni eventi che, seppur apparentemente sconclusionate, David Lynch riesce però ad intrecciare in maniera egregia. Un uomo atterrito dai propri sogni, dopo aver visto la figura di uomo terrificante nel cortile retrostante un bar, sviene. Un regista di nome Adam Kesher, viene dapprima tradito dalla moglie e successivamente intimidito da personaggi di malaffare, con lo scopo di far assegnare ad una certa Camilla il ruolo principale del prossimo film. Infine viene mostrato l’operato di un killer, maldestro e incapace di operare nel silenzio. Nel corso del loro tentativo di ritrovare la memoria, Betty e Rita scoprono il corpo di una donna, Diane, distesa esanime sul letto di casa. La notte successiva le due donne diventano amanti, e Rita prega Betty di accompagnarla in un posto, un teatro dove si imbatteranno una piccola scatola blu. Aperta la scatola con la chiave blu in possesso di Rita, magicamente i personaggi cambiano ruolo : la bionda Betty diviene Diane e Rita diviene Camilla, la sua amante. Diane è innamorata di Camilla la quale, però, le preferisce il regista Adam, con cui durante una cena annuncia l’imminente matrimonio. Umiliata, piena di rabbia e disperata, Diane decide di assoldare un killer per uccidere Camilla. Nel bar dove contratta il killer (l’uomo maldestro della prima parte), vede l’uomo dell’incubo che, davanti alla cassa, guarda spaventato Diane. Quest’ultima, divorata dai sensi di colpa e dal fallimento, in preda ad allucinazioni decide di suicidarsi sparandosi un colpo di pistola in bocca. Il film termina subito dopo la morte di Diane, riportando lo spettatore al Club Silencio, nel quale l’unica attrice presente pronuncia “Silencio”.

 club_silencio-magician

ANALISI

Il quotidiano “The Guardian” ha chiesto a sei noti critici di analizzare “Mulholland Drive”. Secondo Neil Roberts (Sun), Tom Charity (Time Out), Roger Ebert e Jonathan Ross la realtà è quella rappresentata nell’ultimo terzo del film. Diane Selwyn, disperata, fa uccidere Camilla Rhoads e poi, prima di suicidarsi, si crea un mondo illusorio che soddisfi i suoi desideri. Lei diventa Betty Helms e la donna da lei amata diventa Rita, una persona in difficoltà e bisognosa di protezione. Philip French vede in Mulholland Drive una metafora di Hollywood, vista come una pericolosa fabbrica di illusioni. Jane Douglas dice invece una cosa che ci pare abbastanza condivisibile, e cioè che la vita di Betty non può essere ridotta ad una semplice illusione di Diane. Jennifer Hudson si spinge molto più in là. In un articolo pubblicato sul “Journal of Film and Video” ed intitolato No Hay Banda, and yet We Hear a Band : David Lynch’s Reversal of Coherence in Mulholland Drive – la Hudson avanza l’ipotesi che la trama di questo film sia come un “nastro di Möbius”.

MobiusStrip-01In matematica, e più precisamente in topologia, il nastro di Möbius è un esempio di superficie non orientabile e di superficie rigata. Trae il suo nome dal matematico tedesco August Ferdinand Möbius. Le superfici ordinarie, ossia le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due facce, per cui è sempre possibile percorrerne idealmente una senza mai raggiungere l’altra, se non attraversando una linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamato “bordo”) : si pensi ad esempio alla sfera, al toro, o al cilindro. Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato “superiore” o “inferiore”, oppure “interno” o “esterno”. Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo. Dopo aver percorso un giro, ci si trova dalla parte opposta. Solo dopo averne percorsi due ci ritroviamo sul lato iniziale. Quindi si potrebbe passare da una superficie a quella “dietro” senza attraversare il nastro e senza saltare il bordo ma semplicemente camminando a lungo.

sciifkey_by_albatrash-d5tjtez

Mescoliamo le ossessioni di Lynch con la teoria in questione e vediamo che cosa ne viene fuori. Abbiamo un certo numero di entità metafisiche – il vagabondo con la sua coppietta di anziani, il cowboy, la donna dai capelli azzurri – che perseguono un’agenda a noi sconosciuta. E’ questo uno dei temi filosofici favoriti di Lynch : il regista sembra infatti dirci che la verità si nasconde a due passi da noi, al di sotto della nostra vita quotidiana, ma continua a sfuggirci. Quando guardiamo uno degli ultimi film di Lynch abbiamo la fortissima sensazione che ciò che abbiamo davanti non sia un caotico insieme di scene slegate l’una dall’altra, ma che ci sia un nucleo di senso altamente problematico, il quale se ne sta lì, sempre in attesa di essere colto ma sempre sfuggente. La vita è così, sembra dirci Lynch : c’è un’agenda perseguita da qualcuno che sta “al piano di sopra”, un progetto potrebbe non essere a misura d’uomo. A ciò aggiungiamo il nastro di Möbius e riprendiamo in mano Mulholland Drive. Ci troviamo nel nostro mondo etereo, dove viene generata – sotto la tutela dei due inquietanti vecchietti – Betty Helms. I due personaggi portano la ragazza nel favoloso universo di Hollywood, e la lasciano all’aeroporto di Los Angeles. Betty incontra Rita, la ama, cerca di aiutarla ; nel frattempo le nostre entità proseguono con le loro macchinazioni. Il Club Silencio (paragonabile alla Loggia Nera di Twin Peaks) fa arrivare Betty e Rita la scatola blu, l’apertura della quale corrisponde proprio al punto di contatto e di torsione tra le due estremità della striscia di cartoncino che abbiamo ritagliato in precedenza. La realtà/universo/flusso narrativo subisce un capovolgimento di centottanta gradi, le identità delle due ragazze vengono rivoltate da cima a fondo. Betty/Diane ordina la morte di Camilla e poi si suicida. In quel misterioso reame soprannaturale/narrativo in cui agiscono le nostre entità metafisiche e in cui finiscono Camilla e Diane, quest’ultima subisce un “make-up” ontologico e diventa Betty. Eccoci arrivati a metà di questo nastro di Möbius cosmologico/narrativo. I due vecchieti demoniaci, che hanno preso Diane, la riportano poi come Betty all’aeroporto di Los Angeles. E così via, in un ciclo senza fine. Quando Rita indossa la parrucca bionda finisce per assomigliare moltissimo a Betty –  proprio come Renee per Alice in Lost Highway, si tratta di un doppelganger!  E’ come si Betty/Diane e Rita/Camilla si trovassero esattamente nello stesso punto del nastro di Möbius, ma sul lato opposto. Muoversi attraverso tale nastro le porta poi a confondersi e a fondersi l’una con l’altra. Tra gli indizi che ci spingono verso questa conclusione c’è la scena seguente : Betty e Rita entrano nell’appartamento di Diane e ritrovano il suo cadavere disteso sul letto ; verso la fine del film la donna si suicida e, presi dalla drammaticità degli eventi, non ci accorgiamo che il cadavere ritrovato in precedenza da Betty e Rita ha la capigliatura di Diane, ma il vestito di Camilla! Il nastro di Möbius è l’unica ipotesi che riesce a rendere ragione della fortissima sensazione di circolarità che Mulholland Drive ci fornisce.

FONTE

Roberto Manzocco – David Lynch e la filosofia

Standard
Cinema

EYES WIDE SHUT

Eyes Wide Shut - Ritual

Il film che chiude la carriera cinematografica di Kubrick costituisce anche la più enigmatica delle sue opere. Costruito sull’intreccio di psicologia e racconto giallo, Eyes Wide Shut deve la propria origine alla novella Doppio Sogno di Arthur Schnitzler, alla quale si mantiene sostanzialmente fedele, allontanandosene per quanto riguarda solo il significato criptico del messaggio.

Piccole variazioni al racconto dello scrittore viennese fanno così la differenza per giungere all’esito di un racconto dai risvolti inquietanti ed ambientato in quella tragica realtà contemporanea che vede il diffondersi di un morbo di origini misteriose come l’aids.

William Bill Harford è un giovane medico newyorchese, felicemente sposato con Alice e padre di una bambina. Come tutti gli anni, in prossimità del Natale, si reca al ricevimento in casa di Ziegler, un grosso magnate della città che ha in cura presso il suo studio. E’ qui che Bill, durante una pausa dell’orchestra, ha la piacevole sorpresa d’incontrare Nightingale, allegro compagno dei tempi dell’Università, che si dedica ora alla professione di musicista. Dopo la serata da Ziegler, Nightingale si esibirà per tutta la durata delle feste di Natale a New York, dove chiede all’amico di rintracciarlo al locale Sonata.

Mischiati agli altri invitati, i due coniugi si sono intanto persi di vista. Mentre Alice subisce così le spietate attenzioni di un uomo di mezza età, William si concede al fascino di due modelle che promettono di condurre il medico “fin dove finisce l’arcobaleno”. La piacevole conversazione con le due ragazze è tuttavia interrotta da un maggiordomo che chiede a Bill di recarsi al piano superiore, dove lo attende il padrone di casa. Recatosi da Ziegler, egli deve intervenire in soccorso della giovane amante di questi, che giace nuda su una poltrona del bagno, stordita da un cocktail di sostanze stupefacenti. Naturalmente Ziegler esprime tutta la sua riconoscenza al medico e contando sulla sua discrezione dice che non si scorderà del favore.

La sera del giorno seguente, dopo le consuete occupazioni, i due coniugi, sotto gli effetti di uno spinello di cannabis, commentano i loro incontri durante il ricevimento di Ziegler. Dallo scambio di battute nasce però una schermaglia coniugale, in cui marito e moglie cercano reciprocamente di ingelosirsi. Bill dichiara di essere perfettamente sicuro della fedeltà della moglie. Ma è proprio questa affermazione ad indispettire Alice, che rivela al marito di avere provato una irresistibile attrazione per un ufficiale di marina incontrato durante le ultime vacanze. Anche se non le aveva rivolto che uno sguardo, la donna dice che sarebbe stata disposta a sacrificare tutta la sua vita passata e presente, sua figlia compresa, pur di trascorrere una sola giornata con quell’uomo.
Profondamente turbato dalla confessione di sua moglie, Bill è costretto nel pieno della notte a raggiungere il capezzale di un suo assistito. Mentre si trova in macchina, egli riflette amaramente sulle parole di Alice e la sua mente è attraversata da turpi immagini erotiche di sua moglie e del marinaio.

Quando arriva a destinazione, apprende che il malato era già deceduto. La figlia ha voluto avere Bill accanto a sé per conforto, in quanto gli rivela di essere da tempo innamorata di lui. Bill tuttavia non contraccambia le attenzioni della donna e dopo averla lasciata in compagnia del fidanzato si allontana a piedi verso casa.
Mentre cammina immerso nei suoi pensieri, incontra una prostituta che lo invita a salire in casa. Quando sono però in camera da letto una chiamata di sua moglie sul cellulare lo fa desistere dal suo proposito, riconducendolo a vagabondare per strada. Così, davanti alla vetrina di un locale notturno, vede la foto di Nightingale ed entra per salutare l’amico, in compagnia del quale si ferma per fare quattro chiacchiere e per bere qualcosa. Questi gli racconta che la sua serata non è ancora finita. Infatti, alle due di notte dovrà esibirsi in un club privato di cui non conosce ancora l’indirizzo. Glielo comunicano di volta in volta, perché ogni sera è un luogo diverso e inoltre deve suonare con gli occhi bendati. L’ultima volta, però, non l’avevano bendato bene e qualcosa ha intravisto: donne bellissime, che superano qualsiasi fantasia erotica.
Bill prega l’amico di condurlo con sé. Ma Nightingale dice che è impossibile. Per farsi riconoscere, ci vuole un termine convenzionale. Nel frattempo, gli giunge una telefonata e su un tovagliolo di carta scrive una parola, che Bill ha modo di leggere. Ora, la parola ce l’ha. Ma Nightingale si rifiuta di indicargli il luogo convenuto. Non ci può comunque andare, perché i partecipanti vi arrivano ogni volta in costume e maschera per non essere riconosciuti.
Sempre più incuriosito dalla faccenda, Bill dice all’amico che lì vicino abita un suo paziente, che guarda caso affitta proprio costumi. Anche se lo dovrà svegliare in piena notte, non potrà rifiutargli il favore. Cedendo alle insistenze dell’amico, Nightingale si decide così a comunicargli il luogo dell’incontro ed infine si lasciano.
A pochi isolati dal bar Sonata, Bill raggiunge un negozio di costumi, che per insegna ha curiosamente un Arcobaleno. Simbolo di passaggio che rappresenta l’unione tra cielo e terra, spirito e materia, esso era stato evocato anche dalle due modelle al ballo di Ziegler. A questo punto, Bill scopre con disappunto che il padrone del negozio non è più il cliente del suo studio medico. In ogni caso, per una lauta somma di danaro, riesce a convincere il nuovo proprietario a fornirgli quanto gli serve.

Mentre accompagna il dottore a ritirare il suo abito nel magazzino questi sorprende due uomini che stanno approfittando di sua figlia, un ragazza minorenne con dei problemi psichici. Dopo aver chiuso a chiave i due individui in attesa di denunciarli alla polizia, il negoziante consegna abito e maschera a Bill, che si allontana in taxi per raggiungere il luogo dell’appuntamento.

Davanti al parco di una villa signorile si ferma e chiede al taxista di attendere fino a quando non tornerà. Quindi si avvia verso il cancello d’ingresso, dove due sorveglianti gli chiedono la parola d’ordine. La parola è Fidelio (nel racconto di Schnitzler era Danimarca).
Una macchina lo accompagna alla villa. Entratovi, è nuovamente richiesto della parola d’ordine e finalmente introdotto nel salone di ricevimento. Qui si trova davanti a una specie di cerimonia. Si tratta di un rito di magia sessuale celebrato da un gerofante in costume rosso e maschera , che agita un turibolo ed un bastone.

All’interno del cerchio magico disegnato sul pavimento da un faro, il gerofante si muove con passi precisi, eseguendo una circumambulazione rituale intorno alla circonferenza su cui stanno 11 donne anch’esse mascherate. Dopo che per tre volte picchia la bacchetta magica a terra, queste si prostrano ai suoi piedi e si rialzano, togliendo i mantelli che nascondono le loro nudità. Un quarto ed un quinto colpo sono il segnale perché entrino nel cerchio magico e s’ inginocchino al suo cospetto. Dopo che si sono reciprocamente baciate, il mago si accosta alla ragazza che sta alla destra di una donna con piume corvine e batte un colpo davanti a lei, che si allontana dal cerchio. La stessa cosa fa con la sua compagna a sinistra della donna corvina. Poi di nuovo con l’altra ragazza a destra e l’altra ancora a sinistra, per un totale di dieci colpi. L’undicesimo colpo (il numero 11 si ripete per la seconda volta) batte davanti alla donna piumata, che esce con noi di scena, mentre la cerimonia prosegue. E’ un rito di magia simpatica. Le donne devono congiungersi coi presenti per trasmettere loro l’energia che hanno accumulato all’interno del cerchio. Ciascuna di loro si sceglie un compagno. La donna piumata si allontana con Bill, ma quando sono nel corridoio lo avverte: “Cosa crede di fare? Lei qui non c’entra per niente …se ne deve andare subito … è in grave pericolo e deve allontanarsi da qui finché è in tempo.”

Intanto, sopraggiunge un’altra maschera che allontana con una scusa la donna piumata da Bill. Rimasto solo, questi percorre le stanze e i corridoi della villa, dove assiste a dei rapporti sessuali che superano ogni sua fantasia erotica. Infine, viene di nuovo raggiunto dalla donna piumata, che nel frattempo l’ha cercato ovunque.

Ancora una volta lo avverte che deve andarsene e che la sua vita è in pericolo. Poi si allontana, mentre arriva di corsa un maggiordomo, che chiede a Bill se il taxi che attende all’ingresso della villa sia suo, in quanto l’autista ha chiesto urgentemente di parlare col passeggero. Seguendo il maggiordomo che gli fa strada, Bill si ritrova nel salone d’ingresso. Con sua meraviglia, vede che tutti i convenuti sono lì ad attenderlo. Tutti attorno al cerchio magico, al centro del quale domina la figura del gerofante, che è seduto su di uno scranno pontificale sormontato da una tiara sorretta da un’aquila bicipite.

Dalla soggettiva che fotografa nello sguardo di Bill il mago in procinto di celebrare il suo rito a quella che lo ritrae sul trono, sono trascorsi esattamente undici minuti (il numero 11 si ripete per la terza volta). Tanto tempo è durata appunto l’ “iniziazione” di Bill.
Ora che è stato scoperto, rischia però la vita. Ma a salvarlo interviene la donna piumata: “Prendete me – dice – Io sono pronta a riscattarlo.” Avvertito di non rivelare a nessuno ciò che ha visto o udito, a rischio dell’incolumità sua e della sua famiglia, Bill può lasciare senza danno la villa.

A casa, sua moglie dorme profondamente, ma è scossa da una risata isterica. La sveglia e lei gli racconta il sogno … e di nuovo nella mente di Bill spunta un sentimento di amarezza e rancore nei confronti di sua moglie, che ha sognato di tradirlo.
Il giorno dopo, passando a riconsegnare l’abito preso in prestito, cerca di rintracciare l’amico Nigthingale, ma il locale dove si esibisce è chiuso. Saputo l’indirizzo dell’albergo dove alloggia vi si reca, ma il portiere gli dice che Nigthingale è partito di mattina presto, appena rientrato, scortato da due energumeni che, a giudicare da qualche livido che portava sul viso, l’avevano trattato anche male. Quando poi riconsegna l’abito, l’affitta-costumi si accorge che manca la maschera. Qualche dollaro in più risolverà il problema, come l’ha risolto coi due individui che insidiavano sua figlia …
Ma Bill non è contento di come sono andate le cose la sera precedente. Vuole fare alcune indagini. Si reca alla villa e davanti al cancello si accorge che una telecamera lo sta spiando. Pochi secondi dopo arriva una macchina e ne scende un vecchio dallo sguardo severo, che gli consegna una lettera. E’ l’ultimo avvertimento.

E’ sera. Col pretesto di farle un regalo, Bill va a trovare la prostituta che lo aveva abbordato. Non c’è, ma trova la sua coinquilina che gli racconta come la ragazza sia risultata positiva al test dell’aids e si sia fatta ricoverare in clinica.

Con la testa affollata di pensieri, Bill passeggia per strada e si accorge di essere pedinato da un uomo. Acquista un giornale e s’infila in un bar. Qui una notizia attira la sua attenzione: un’ex regina di bellezza è entrata in coma in seguito a un’overdose. L’indomani la cerca nella clinica dov’è stata ricoverata, ma gli dicono che la giovane è nel frattempo deceduta. Spacciandosi per il suo medico, chiede di vedere il cadavere, ma non riesce a capire se si tratti o meno della donna piumata. Mentre lascia la clinica, una telefonata lo convoca a casa di Ziegler.

L’amico gli vuole parlare di una faccenda che lo riguarda personalmente. La notte scorsa, alla villa, c’era anche lui. E adesso lo avverte che deve smetterla di fare indagini. Gli ha messo un uomo alle costole per vedere che iniziative avrebbe preso. Non può mettersi contro quella gente… Se conoscesse i loro nomi non potrebbe che rabbrividire. E, in fondo, non è successo nulla. Quando si sono accorti che Nightingale aveva parlato, si sono affrettati a rispedirlo a casa, magari con qualche livido, ma sano e salvo.
Però Bill vuole sapere della donna piumata. Che fine ha fatto? Ziegler risponde che deve prendere tutto come una sciarada, è stato un gioco, una messa in scena per farlo tremare di paura, nient’altro. Ma il ritaglio di giornale che Bill mostra all’amico non è uno scherzo, perché la ragazza di cui si parla si trova ora all’obitorio.
Ziegler ammette, la ragazza morta era la stessa che lui aveva soccorso alcuni giorni prima, al ricevimento. Sarebbe comunque successo. Era inevitabile. Era una drogata, una puttana. Il prezzo della civiltà e della società dei cosiddetti “onesti” vuole dei capri espiatori, ma forse l’ingenuo Bill non è consapevole di questo.

Al suo ritorno a casa trova così ad attenderlo un terzo ed inquietante avvertimento. Accanto al cuscino dove sua moglie sta dormendo ricompare come d’incanto la maschera che aveva perso. William scoppia in un pianto che ridesta sua moglie, a cui confesserà tutto fino al perdono.

Scrive Kenneth Anger in Hollywood Babilonia (Milano 1996, p. 6) che in alcuni appunti del 1916 di Aleister Crowley i cinematografari americani sono descritti “come una banda di maniaci sessuali pazzi di droga”. Per la cronaca, il noto mago occultista Aleister Crowley, che amava firmarsi come La Grande Bestia, millantando un improbabile credito, era stato definito come l’uomo più perverso di questa terra.

Che per le scene di magia sessuale Kubrick abbia tratto ispirazione da lui e non dai cinematografari di Hollywood ci sembra pertanto rassicurante. Lo spirito che aleggia in queste scene di Eyes Wide Shut è appunto quello di Magick, un libro sulla magia di Aleister Crowley, che ha voluto rimarcare in modo simbolico l’argomento da lui trattato aggiungendo alla normale ortografia di Magic una k, undicesima lettera dell’alfabeto. L’undici è infatti un simbolo di magia e come tale compare in Eyes Wide Shut per ben tre volte.

Oltre a Magick, un’altra chiave di lettura per comprendere il film è costituita dal Fidelio di Beethoven, che è la sola opera lirica che egli abbia mai musicato in tutta la sua vita. Fidelio è come abbiamo visto la parola convenzionale che dà l’accesso alla villa dei Misteri. Ma il Fidelio è stata anche un’opera invisa ai potenti, in quanto, col pretesto di parlare della fedeltà coniugale, allude ad un potere di natura dispotica che incarcera gli innocenti. Se si tratti poi del potere dispotico di Napoleone o di quello dell’imperatore d’Austria non lo si è mai capito.

Quel che si può congetturare nel caso di Kubrick è che il cattivo Demiurgo della nostra epoca risiede inequivocabilmente in America ed è il potere occulto delle tre K, un potere occulto di gradi 33 (11+11+11).

FONTE : Gianfranco Massetti

Standard
Cinema

VOCI NOTTURNE

«  Nella Roma Imperiale sussistevano i resti di uno strano ponte di legno. Era composto da travi sublique ed oblique, senza chiodi e affidato a persone sacre, una sorta di fratellanza o setta, che rispondeva, con la vita dei suoi membri, della sua conservazione. A costoro derivò il titolo celeberrimo di pontefici o facitori del ponte. Su questo ponte si compivano in epoca arcaica misteriosi e segreti sacrifici »

 Immagine

 Viene ritrovato il cadavere di un giovane annegato nel Tevere. L’indagine di polizia per accertare l’identità del morto e le modalità del decesso (non si capisce all’inizio se si tratti di suicidio od omicidio) s’intreccia a una torbida storia di scandali e corruzione che ha implicato, oltre al padre del giovane annegato, alcuni politici e magistrati. Il procuratore incaricato delle indagini sospetta che la morte di Giacomo Fiorenza (questo il nome del defunto, anche se in tutta la vicenda ci sono dubbi che il cadavere ritrovato sul greto del Tevere sia proprio il suo) sia una rappresaglia da parte di personaggi potenti implicati nello scandalo ; di diversa opinione Stefano, il miglior amico di Giacomo, come lui studente di architettura, che sospetta trattarsi in realtà di un vero e proprio sacrificio umano celebrato da una setta esoterica.

Questa tesi è accreditata anche dal fatto che si scopre dagli esami autoptici che Giacomo è stato legato prima di morire e gli è stato spalmato il GARUM, una salsa liquida dell’epoca dei Cesari ; inoltre nello stomaco gli vengono trovati alcuni semi di SILFIO, pianta ormai estinta che in passato era utilizzata per le esigenze più disparate, mediche e non.

Alla vicenda poliziesca, complicata da un’indagine portata avanti negli Stati Uniti da un investigatore privato, Fedrigo, incaricato dal Consolato italiano a Saint Louis di rintracciare Emily Cohen, la ragazza americana di Giacomo, si aggiunge la trama esoterica : questa ruota attorno a due figure misteriose, la ricca e affascinante Maria Valover, che negli anni Trenta e Quaranta era al centro di un gruppo di artisti e intellettuali, e il suo amante Norberto Sinisgalli, studente di architettura negli anni prima della seconda guerra mondiale e appassionato di esoterismo.

Giacomo e Stefano erano arrivati al Sinisgalli ritrovando casualmente alcune sue carte in un ripostiglio della Facoltà di Architettura : una vasta documentazione legata a riti magico-religiosi della Roma arcaica, celebrati annualmente dal PONTIFEX MAXIMUS sul PONTE SUBLICIO, il più antico ponte di Roma. I riti culminavano nel sacrificio di alcuni prigionieri di guerra, legati e gettati nel Tevere per ingraziarsi gli dei. Proprio dalle carte del Sinisgalli era nata la ricerca che conducevano insieme i due studenti, e Stefano si rende conto ben presto che sapere di Sinisgalli e delle sue ricerche è estremamente pericoloso.

Sinisgalli infatti, durante la guerra, ha carpito la fiducia di ricche famiglie ebraiche, facendosi intestare i loro beni con la promessa di restituirli dopo la vittoria degli alleati; gli ebrei benestanti si fidavano di lui perché era anch’egli di discendenza ebraica, ma venivano regolarmente denunciati ai nazisti e deportati nei lager. Questo consente a Sinisgalli di accumulare un’enorme fortuna; le tracce di questo personaggio si perdono però poco prima che gli alleati entrino a Roma. Le voci più diverse circolano sul suo destino: ucciso per vendetta, fuggito all’estero, o forse ancora in Italia sotto falso nome, coperto da un’identità comprata con le sue ricchezze. Qualcuno sospetta addirittura che sia entrato in politica e oggi ricopra una carica prestigiosa.

Immagine

<< Dove finisce la ragione comincia un territorio che non ci appartiene nel quale siamo intrusi, una terra che ha regole che non conosciamo dove si parla una lingua misteriosa e dove le nostre logiche non sono utilizzabili in alcun modo. Noi in questo territorio possiamo solo subire un mistero che anziché disvelarsi si fa sempre più impenetrabile. Io non so dire se questa è una pena o un premio, io non so dire nulla… ma so che questo luogo dove sono non deve essere in alcun modo cercato né in alcun modo trovato >>

  IL SEGNO DEL COMANDO

Immagine

Che cosa possono avere in comune tra loro due sceneggiati trasmessi in TV, uno nel 1971 ( IL SEGNO DEL COMANDO DI DANIELE D’ANZA ) e uno nel 1996 ( VOCI NOTTURNE DI PUPI AVATI ), con un castello senese, via Margutta nella città di Roma, i templari e un ponte e una piazza non più esistente nella loro forma originale?

Possiamo rispondere “tante cose” e vediamo perché. Tutto inizia nella realtà in epoche assai remote, al tempo del cosiddetto “morbo oscuro”, circa verso il ‘300/500. Epoca questa oscura dove negromanti e maghi vi si muovevano con estrema disinvoltura. Nello sceneggiato Il segno del comando ( chi può lo cerchi in DVD perché la pellicola in  originale bianco e nero di quei tempi è ancora reperibile e fresca, godibile nel susseguirsi della trama affascinante con le sue atmosfere gotiche coinvolgenti, come se fosse fatta oggi ) assistiamo ad una storia di fantasmi, di sette e sedute medianiche eseguite allo scopo di contattare un negromante che rispondeva al nome di Ilario Brandani, artefice del monile raffigurante un gufo ( simbolo della conoscenza magica ) che veniva appunto chiamato il “segno del comando” allo scopo di capirne i segreti Il negromante Brandani visse nel Castello Frosini situato nel comune di Radicondoli a Siena ma pressoché nel territorio Pisano. Costruito sulla cima di una alta collina, circondato da fitti boschi e a picco sulle sorgenti del torrente Pavone di fronte alla “Cornata di Gerfalco” faceva parte dei possedimenti dei vescovi di Volterra. Successivamente fu il feudo della famiglia dei Pannocchieschi, conti del vicino castello di Elci e poi ancora entrò nell’ambito della sovranità senese, probabilmente sotto il dominio dei Conti D’Elci. L’interno del castello non è accessibile ne visitabile in quanto il tempo, i vandali e l’incuria lo hanno degradato. Ai piedi della rupe, dove si poggia il castello, si dice che un tempo vi fosse una sorgente d’acqua sulfurea, all’oggi scomparsa e che fosse presente una “pietra calaminare” anche se non vi sono testimonianze della presenza di una miniera nei territori. Dal XII al XIV secolo il castello, secondo fonti storiche, fu anche una “magione” dei CAVALIERI TEMPLARI, rifugio di pellegrini e base del potente e misterioso ordine cavalleresco. Altre due strutture poi sono da evidenziare. Una piazza non più esistente a Roma distrutta in tempo di guerra ( della quale si parla nel segno del comando ) e un ponte, sempre a Roma, il PONTE SUBLICIO ( oggi modificato e un tempo costruito in legno da ignoti affiliati di una setta con un procedimento segreto senza chiodi ne corde ) che appariva nelle puntate della miniserie VOCI NOTTURNE. Questo sceneggiato è stato rimandato in onda su RAI PREMIUM tra agosto e settembre del 2013 e, per chi non lo avesse visto a suo tempo, spero che non se lo sia perso perché valeva proprio la pena di guardare di nuovo questa miniserie. Anche in questa storia ( VOCI NOTTURNE ) si parlava di magia e, nello specifico, di sacrifici umani fatti alla base del ponte e sulle sponde del Tevere. Pupi Avati vide a suo tempo Il segno del comando e ne rimase affascinato tanto da “creare” questa nuova storia anche essa carica di atmosfere gotiche e presenze impalpabili. Siamo di fronte alla trasformazione, usata come base, di fatti accaduti, di personaggi reali, per la stesura di sceneggiature per la TV. Molti elementi sono in comune per entrambe le storie, medesimi gli spunti.  Da sottolineare anche le musiche che accompagnavano le pellicole, partiture musicali veramente enigmatiche e piene di fascino. Nello sceneggiato di D’Anza ( IL SEGNO DEL COMANDO ) ascoltiamo il 17° componimento del misterioso Baldassarre Vitali e in VOCI NOTTURNE le musiche vennero scritte utilizzando metodi in disuso da secoli. Nella mia memoria risuonano ancora le note e le parole della canzone “Cento Campane” cantata da Lando Fiorini nel segno del comando e che riporto qui a fianco. Il mio consiglio, per chi non li avesse mai visti questi sceneggiati tv, è quello di approfondirne le storie e reperire quante più possibili informazioni tenendo conto che non tutto venne partorito dalla mente fervida degli sceneggiatori ma che tanto si trova ancora immerso nel più reale e oscuro passato.

LA SOCIETÀ TEOSOFICA PER IL RITORNO DELLO SPIRITO ORIGINARIO

Immagine 

La metà degli anni Novanta fece da spartiacque tra un’epoca televisiva e un’altra. E VOCI NOTTURNE, sceneggiato – o forse già fiction lunga – in cinque puntate trasmesso da Rai Uno a  partire dalla fine del settembre del 1995 con cadenza settimanale, fu l’opera che segnò il discrimine tra un prima e un poi.

Concepito e scritto da Pupi Avati e coprodotto dalla Duea del fratello Antonio insieme alla Rai, VOCI NOTTURNE resta una specie di particolarissimo a latere nel curriculum del regista, il quale nemmeno vi fa menzione nella sua recente biografia. Particolarissimo perché Avati concentrò in esso il distillato più puro e ossessionante del proprio immaginario fantastico-esoterico, quella che trapelava solamente in parte nei primi esperimenti cinematografici di Balsamus l’uomo di Satana e Thomas… gli indemoniati e che tornava ad emergere in Zeder, soprattutto, e quindi ne “L’ARCANO INCANTATORE”, ovvero le misteriche vicende connesse con la figura dell’alchimista francese FULCANELLI, autore all’inizio del secolo scorso di un paio di testi capitali per la comprensione dei segreti di quella che un tempo veniva definita ARS REGIA.

Fulcanelli – Avati scrisse VOCI NOTTURNE partendo dall’enigma Fulcanelli e tessè intorno a questo nucleo primario una stratificata, labirintica e coltissima serie di trame e sottotrame che mescolavano in un’affascinante atanor la storia delle religioni classiche e la musicologia antica, gli scandali allora recentissimi di Mani pulite e le telefonate dall’aldilà, i più oscuri segreti legati alla Seconda Guerra Mondiale e all’Olocausto e la fenomenologia ambigua delle sette New Age. Il punto di partenza è il ritrovamento nel Tevere del cadavere di un ragazzo, il cui padre è stato implicato in un grosso scandalo politico. Una vendetta trasversale, sembrerebbe. Se la famiglia non cominciasse a ricevere misteriose chiamate notturne in cui a manifestarsi per telefono è la voce del defunto che afferma di non essere morto. E se le ricerche compiute da un paio di medici legali molto intraprendenti non facessero emergere dati illogici, come la presenza nello stomaco del cadavere dei semi di una pianta, il silfio, apparentemente estinta da millenni. La pista razionale seguita dalla polizia e dalla magistratura nell’indagine procede parallela a un’investigazione condotta da un amico del morto, uno studente universitario che con lui condivideva le ricerche per una tesi di laurea inerente l’ubicazione e i riti connessi a un ponte romano detto Sublicius, all’origine della quale stavano altrettanti studi compiuti dall’inafferrabile Norberto Sinisgalli, il cuore nero di tutta quanta la faccenda e l’alias che Avati utilizza per adombrare la personalità del summenzionato Fulcanelli.

VOCI NOTTURNE, all’epoca della prima emissione televisiva nel 1995 non ebbe alcun successo. A tal punto che la quarta e la quinta puntata furono trasmesse di seguito, la stessa sera, in modo da seppellire al più presto il flop. Fummo in pochi ad accorgerci subito che ci si trovava di fronte a un capolavoro, perlomeno appaiabile a quel segno del comando che spesso si cita come fonte d’ispirazione dell’opera scritta da Avati e diretta da Fabrizio Laurenti. Ma si trattava di un culto privato e ristretto, rinnovabile con le registrazioni su VHS che noi lungimiranti avevamo effettuato. VOCI NOTTURNE, infatti, scomparve completamente dai palinsesti Rai : mai più trasmesso e men che meno pubblicato in videocassetta e poi in dvd. Nemmeno l’avvento dei canali tematici digitali e della conseguente filosofia del recupero di cose televisive remote sbloccò quella che sembrava una vera e propria damnatio memoriae dello sceneggiato in questione, a proposito del quale si diffondevano di quando in quando voci “notturne” incontrollate : ad esempio che i master originali fossero andati distrutti in un incendio o che Avati avesse in capo di farne un remake poi abortito per via della difficoltà di ottenere l’ok sui diritti da parte della Rai. Questo fino al 2009/2010, quando ex abrupto VOCI NOTTURNE torna a fare capolino, dopo circa quindici anni, nel palinsesto di Rai Due, seppure a un orario impossibile come le due del mattino.

Avendo le vecchie registrazioni dell’emissione originale, a quel punto trasferite in digitale, chi scrive non fu tra quanti videro questa replica, che non aveva goduto, peraltro, della minima pubblicità. Invece sarebbe stato interessante seguire e confrontare questa versione con quella del 1995, perché avremmo scoperto qualcosa di aberrante di cui ci siamo invece accorti soltanto quattro anni più tardi, in questa estate del 2013, quando VOCI NOTTURNE a partire dall’inizio di agosto è stato programmato in prima serata, alle 21,15, e con tutti gli onori pubblicitari del caso, dal canale del digitale terrestre Rai Premium.

Un ganglio vitale della trama di VOCI NOTTURNE si lega alla presenza e all’azione di una setta americana denominata SOCIETÀ TEOSOFICA PER IL RITORNO DELLO SPIRITO ORIGINARIO. A partire dalla terza puntata dello sceneggiato questo nome spesseggia sulle labbra di alcuni dei protagonisti, in particolare di Jason Robards III, che interpreta un investigatore italo-americano sulle tracce, negli States, della fidanzata del ragazzo ucciso. Dalla versione di Rai Premium – che usa gli stessi master trasmessi nel 2009 da Rai due, peraltro di buonissima qualità audio/video – è stato eliminato il riferimento alla Società Teosofica per il Ritorno dello Spirito Originario. E’ stato fatto un montaggio “di taglio”, cioè eliminando i pezzi di filmato in cui i personaggi pronunciano tale nome (in un caso, esso era visibile anche su una casa che nella finzione era una sede abbandonata della società).

Nel momento in cui scriviamo (22 Agosto), VOCI NOTTURNE è stato trasmesso fino alla terza puntata, per cui possiamo giudicare dei tagli (un paio) effettuati su questa sola puntata. Ma nella quarta e nella quinta parte, i riferimenti alla SOCIETÀ TEOSOFICA si fanno sempre più frequenti, il che implica che il disastro non si limiti a un paio di sequenze mutilate.

DOMANDA : Perché eliminare qualsiasi riferimento alla Società Teosofica?

RISPOSTA : Perché la Società Teosofica Italiana, già negli anni Novanta, immediatamente dopo la messa in onda originale, sporse lamentela sia nei confronti della Rai sia nei confronti di Pupi Avati, in quanto il proprio nome si trovava associato, nella storia, alle operazioni di una setta delinquenziale. Presto sarò in grado di fornire ulteriori dettagli, ma il mistero dei pezzi mancanti del nuovo VOCI NOTTURNE si risolve in una banalissima rimostranza – che ha ricevuto udienza e da parte della Rai e da parte di Avati – dell’ente morale della SOCIETÀ TEOSOFICA ITALIANA.

FONTI

http://it.wikipedia.org/

http://www.bethelux.it/

http://www.visioniproibite.it/

Standard
Cinema

LA SINDROME DI STENDHAL E IL MOSTRO DI FIRENZE

IL FILM

Immagine

La poliziotta Anna Manni (Asia Argento), della squadra romana antistupro, viene mandata dal suo superiore Manetti (Luigi Diberti) da Roma a FIRENZE per trovare un pericoloso MOSTRO che ha già stuprato e ucciso molte donne. Alla galleria degli Uffizi la ragazza sviene davanti a un’opera di Bruegel in preda alla Sindrome di Stendhal. È un ragazzo biondo, Alfredo (Thomas Kretschmann), a prestare soccorso per primo ad Anna. In realtà questi non è altri che il maniaco omicida : in seguito infatti s’introduce nell’albergo dove la detective alloggia e la violenta. Anna si risveglia in una macchina, dove lo psicopatico violenta e uccide un’altra vittima. Anna riesce però a fuggire e viene ritrovata dai colleghi. Il trauma subito pare non scomparire dalla sua mente e Manetti le consiglia di rivolgersi ad uno psichiatra, Cavanna (Paolo Bonacelli). A casa la ragazza riceve la visita di Marco (Marco Leonardi), il suo fidanzato, che è preoccupato per lei e le mette le mani addosso, ma Anna, ancora scioccata, lo respinge. Nel frattempo l’assassino trova un’altra vittima, la commessa di un negozio che, ignara, si fa sedurre da lui e viene uccisa. Anna poi racconta a Cavanna di avere dei gravi problemi e di essere masochista, quindi il dottore le consiglia di tornare da suo padre (John Quentin) e dai suoi fratelli a Viterbo, dov’è nata. Lì lei ha un flashback sulla sua infanzia e su sua madre, prematuramente scomparsa, ma anche a VITERBO Alfredo la raggiunge e la cattura nuovamente. Anna si risveglia vicino a una cascata, ma stavolta riesce a vendicarsi e ferisce a morte l’aggressore, che cade in acqua. Tuttavia le ricerche della polizia non hanno alcuna svolta : il corpo dell’uomo non viene rinvenuto. Intanto Anna torna a Roma, dove incontra un ragazzo francese, Marie (Julien Lambroschini), con il quale vive una storia d’amore. Ma l’ombra di Alfredo perseguita Anna che s’impossessa di lei e uccide sia lui che Cavanna. Marco scopre tutto, ma fa anche lui la stessa fine. Il film termina con la poliziotta che viene ritrovata dai colleghi per strada in stato confusionale.

I DELITTI DI FIRENZE E LA PRIMAVERA DEL BOTTICELLI

Immagine

Confrontando i delitti commessi a Firenze con “La Primavera” del Botticelli – uno dei quadri nella galleria degli uffizi sul quale le telecamere si soffermano a lungo nelle scene iniziali – si notano immediatamente delle coincidenze sorprendenti.

1) Ad una delle vittime (Carmela De Nuccio) venne messa in bocca una collana; una delle figure del quadro del Botticelli ha, per l’appunto, una collana di fiori in bocca.

2) Solo una delle vittime fu pugnalata alla schiena (Susanna Cambi). E solo una delle figure del quadro ha la schiena scoperta.

3) Solo ad una delle vittime fu asportato un seno. Si tratta di Pia Rontini. Pia= pietosa, ma anche virtuosa. E’ infatti la Grazia della Bellezza (virtù). Delle tre Grazie è quella col seno sinistro scoperto e infatti viene mutilata proprio al seno sinistro. La Grazia in questione ha una collana con pendente a forma di croce. E a Pia viene strappata la collanina e rubato il pendente, guardacaso a forma di croce.

4) Solo una vittima non venne mutilata, o accoltellata, ma le vennero solo sparati alcuni colpi di pistola; è Antonella Migliorini, e nel quadro infatti una sola figura, delle tre Grazie, è completamente vestita, non lasciando scoperto nulla.

5) Nadine Mouriot è Venere. La Venere della Primavera è in questo quadro un po’ anomala in quanto è coperta, vestita… ma la Venere iconografica classica, in tutti i dipinti o sculture (es. Nascita di Venere del Botticelli), è solitamente rappresentata nuda mentre con una mano si copre il pube e il seno destro, quasi indicando e lasciando in vista quello sinistro. Infatti a Nadine il seno sinistro viene escisso e inviato in procura; e le viene escisso anche il pube. Insomma le due parti corporee che la Venere solitamente si indica e tocca nei dipinti di iconografia classica, vengono poi mutilate a Nadine.

6) Stefania Pettini. Stefania = corona, ghirlanda. Corona, come la prima Sephirah della Cabala, infatti è anche quella che apre la serie dei delitti. Nel dipinto Stefania è la Dea Flora, la seconda sulla destra, ha una corona di fiori in testa e una ghirlanda al collo; è la Dea della Primavera e degli alberi da frutto, compresi i vigneti. Infatti le viene infilato un tralcio di vite nella vagina, per rimarcare che è la dea della natura, appunto Flora, protettrice dei vigneti, la primavera.

7) Uno degli omicidi (quello dei tedeschi) fu compiuto a danno di due uomini; la versione ufficiale è che, avendo i capelli lunghi, il gruppo di assassini li scambiò per una coppia, e li colpì per sbaglio. Ma questa versione non quadra con il fatto che le altre vittime erano state scelte invece accuratamente da giorni o mesi prima. Osservando il quadro si nota che l’ultima figura sulla sinistra è un uomo coi capelli lunghi. Ecco quindi la ragione per la quale si scelgono due uomini per uno dei duplici omicidi.

Le coppie infatti erano scelte, sì, nel momento prima che si accoppiassero, per ragioni esoteriche (e perché in alto, nel quadro, è raffigurato Cupido). Ma questa volta doveva essere colpito un uomo. Anche la serie di delitti è possibile raggrupparla come sono raggruppate le figure. La sequenza temporale dei delitti di Firenze infatti vede un primo delitto isolato dagli altri, nel 1974, poi un intervallo di tempo, seguito da due delitti, e poi quattro delitti in successione. Abbiamo infatti due gruppi di figure, uno da quattro e uno da due. Quindi abbiamo, dopo anni di silenzio, due delitti nel 1981, poi quattro delitti, uno dopo l’altro, ’82, ’83, ’84, ’85. Nei delitti commessi dal gruppo di persone che erano dietro alla vicenda, i sette duplici omicidi riproducono quindi simbolicamente le sette figure del quadro del Botticelli.

Immagine

Il quadro del Botticelli rappresenta, secondo alcuni studiosi, il canto 28 del purgatorio, della Divina Commedia di Dante Alighieri (che non sfugge alle inquadrature iniziali). Il titolo, La Primavera, si deve al fatto che in quel canto Dante arriva in un giardino incantato, l’Eden, da cui poi si accederà al Paradiso. E in questo giardino, come dice Dante al verso 143, è sempre primavera: “qui fu innocente umana radice, qui primavera sempre”. Analizzando poi la posizione delle mani delle varie figure, è riprodotta una data, il 14 marzo 1319. Secondo alcuni studiosi questa data si deve al fatto che in quel giorno ricorreva l’equinozio di primavera; la spiegazione è ovviamente demenziale, perché non ci sarebbe stato motivo di riprodurre in forma criptata una data così innocua. Tale data invece è quella in cui vennero ricostituiti i Templari, ad opera della bolla “Ad ea ex quibus” da parte di Giovanni XXII. La Primavera del Botticelli, quindi, si chiama così anche perché la primavera è collegata con la rinascita, e quella data segna la rinascita dei Templari, una sorta di “primavera templare”. Il fatto che venga riprodotto il quadro spiega anche un’altra cosa su cui mi sono scervellato per parecchio tempo. Mi sono domandato perché nella fiction di Fox “Il mostro di Firenze” la sigla di apertura riproducesse parte di una canzone delle Orme (Gioco di Bimba) che faceva: “DONDOLA DONDOLA IL VENTO LA SPINGE…”. Il film è zeppo di riferimenti e simbologia, e quindi era ovvio che la canzone non fosse scelta a caso. Mi domandai quindi che c’entrava il vento con i delitti del Mostro. E la spiegazione la troviamo nel fatto che la figura in alto a sinistra, quella che regge la prima figura a destra, ovverosia, simbolicamente, Carmela De Nuccio, è Zefiro, il Vento. Uccidendo le vittime, quindi, la Rosa Rossa ha riprodotto simbolicamente il quadro del Botticelli.

Perché, come abbiamo detto in un altro articolo, tali delitti dovevano consacrare col sangue Firenze alla Rosa Rossa, propiziandosi gli anni a venire e rendendo la città toscana la culla ideale dell’organizzazione. Si “consacrava” il territorio fiorentino. Firenze – non lo scordiamo – è la città di Dante, la cui opera contiene in forma simbolica e criptata buona parte delle conoscenze rosacrociane, e a cui si ispira l’organizzazione per i delitti da essa commessa. Non a caso nel film “Il nome della Rosa” il libro segreto (che non è la commedia di Aristotele, ma la commedia di Dante”) è definito “il libro per cui si uccide e con cui si uccide”.
Tali delitti cioè, preparano a Firenze una specie di Eden; vengono commessi, dal punto di vista esoterico, per poter accedere poi al Paradiso. Preparano una specie di paradiso in terra per la Rosa Rossa, rendendo Firenze la loro città ideale. Anche le altre vittime, quelle maschili, non sono state scelte a caso. Capire la simbologia dei nomi, e il loro significato esoterico, non è cosa semplice, perché occorre rifarsi al significato ebraico della lettere e delle parole; salta però agli occhi che il nome della prima vittima è Pasquale Gentilcore. Ora, l’incipit della “Vita Nova” di Dante è proprio “A ciascun alma presa e gentil core”, e non a caso nel romanzo Hannibal, il protagonista fa dono proprio di questo libro alla moglie del commissario Pazzi. Il primo omicidio è quindi quello di Stefania Pettini e di Pasquale Gentilcore, ed entrambi i nomi indicano che quello è l’inizio delle serie. L’inizio di una Vita Nova per Firenze e per la Rosa Rossa. Infatti, non a caso, Firenze, come scrive il giornalista Mario Spezi in un suo libro, è una delle città con il maggior numero di delitti inspiegabili e inspiegati che non trovano mai un colpevole. Un paradiso, insomma, per la Rosa Rossa.

FONTI

HTTP://PAOLOFRANCESCHETTI.BLOGSPOT.IT/

HTTPS://IT.WIKIPEDIA.ORG/

Standard
Cinema, Letteratura

LE TRE MADRI

Immagine

<< Non so quanto mi costerà rompere ciò che noi alchimisti abbiamo sempre chiamato SILENTIUM. L’esperienza dei nostri confratelli ci ammonisce a non turbare le menti profane con la nostra sapienza. Io, Varelli, architetto in Londra, ho conosciuto “Le Tre Madri” e per loro ho creato e costruito tre dimore: una a Roma, una a New York e l’altra a Friburgo, in Germania. Solo troppo tardi scoprii che da questi tre punti esse dominano il mondo col dolore, con le lacrime e con le tenebre. MATER SUSPIRIORUM, Madre dei Sospiri, la più anziana delle tre, abita a Friburgo. Mater LACRIMARUM, Madre delle Lacrime, la più bella, governa a Roma. MATER TENEBRARUM, la più giovane e la più crudele, impera su New York. E io ho costruito le loro sedi oscene, scrigni dei loro segreti.  Madri, matrigne che non partoriscono la vita, signore degli orrori della nostra umanità >>

Emilio Varelli

 << Le streghe fanno il male. Nient’altro al di fuori di quello. Conoscono e praticano segreti occulti che danno il potere di agire sulla realtà e sulle persone. Ma solo in senso maligno. Il loro scopo è ottenere vantaggi materiali e personali ma possono raggiungerli esclusivamente con il male degli altri. Con la malattia, con la sofferenza, il dolore e non di rado con la morte di coloro che prendono di mira per una qualsiasi ragione… Si può benissimo ridere di tutte queste cose, anche della magia. Comunque sappia che la magia è “ QUODDAM UBIQUE, QUODDAM SEMPER, QUODDAM AB OMNIBUS CREDITUM EST ” – ovvero – la magia è quella cosa che ovunque, sempre e da tutti è creduta >>

Professor Milius

 

 << QUAE VIDES NON SUNT ET QUAE NON VIDES SUNT, ovvero, quello che si vede non esiste e ciò che non si vede è la verità  >>

L’Alchimista de “La Terza Madre”

 Mater_Tenebrarum

La storia delle Tre Madri comincia all’alba dell’XI secolo, quando tre sorelle crearono la pericolosa arte della stregoneria sulle coste del Mar Nero. Negli anni che seguirono, queste perfide donne vagarono per il mondo accumulando grandi ricchezze e poteri, e seminando morte al loro passaggio.

Nel tardo XIX secolo le donne commissionarono all’architetto italiano Emilio Varelli, che all’epoca viveva a Londra, di progettare e costruire per loro tre dimore, poste in tre luoghi diversi del mondo: Friburgo, Roma e New York. È da queste dimore che le Tre Madri dominano il mondo con il dolore, con le lacrime e con le tenebre. Un amico di Varelli, dopo aver trovato alcuni frammenti del suo diario, scritti in latino, ne fa un libro intitolato Le Tre Madri : il libro inizia con la precisazione che quanto narrato è tutto reale, e in particolare che l’architetto scoprì troppo tardi la natura malvagia delle tre donne (solamente sei copie del libro sono sicuramente esistite, quattro potrebbero essere state distrutte alla fine di Inferno). Le case che egli ha progettato divennero dunque così corrotte che la terra dove erano costruite divenne mortifera e pestilenziale : uno sgradevole e agrodolce odore di malvagità pervade le aree circostanti ciascuna casa.

Sia Mater Suspiriorum che Mater Tenebrarum hanno rivelato che le Madri sono personificazioni della Morte.

MATER SUSPIRIORUM

Mater Suspiriorum, la Madre dei Sospiri, è la più anziana delle Tre Madri. Il suo vero nome è Elena Markos. È inoltre conosciuta come La Regina Nera. Jessica Harper ricorda che “la strega venne interpretata da una donna anziana di oltre novant’anni che Dario aveva trovato in una strada di Roma.”

Elena Markos, immigrata greca nata nel 1023, fu esiliata da molti paesi Europei perché indesiderata. Durante questo periodo scrisse diversi libri riguardanti arcani soggetti. Nel 1895 fondò la Tanz Akademie in Freiburg ( “Accademia di Danza in Friburgo” in tedesco), una scuola di danza e di scienze occulte, nella Foresta Nera. Gli abitanti locali avevano paura di lei, avendo intuito che fosse una strega. Così come crebbe la sua ricchezza, crebbero anche i sospetti sulla sua vera natura. Per distogliere questi sospetti, Elena Markos finse di morire in un incendio nel 1905. Il controllo dell’accademia, che divenne solamente una scuola di ballo, fu affidato alla pupilla della Markos, Madame Blanc. (L’accademia porta una targa che afferma che Desiderius Erasmus una volta visse là)

Come narrato ne LA TERZA MADRE, Elisa Mandy una strega bianca, combatté diverse volte Mater Suspiriorum, fino a ridurla in una donna anziana con pochissimo potere magico. Le sue attività erano infatti portate avanti dai suoi seguaci.

In SUSPIRIA Elena Markos è la Direttrice la cui presenza è celata dai suoi adepti, capeggiati da Madame Blanc (Joan Bennett). Una giovane americana, Susy Benner (Jessica Harper), scopre le stanze ignote nei sotterranei della scuola dopo che molti alunni sono stati uccisi dai mandatari della Markos. L’anziana strega tenta di usare la sua magia per uccidere la ragazza, ma i suoi poteri — incluso quello dell’invisibilità, illusione e telecinesi — si dimostrano insufficienti a causa del suo debole stato fisico. Susy Benner sconfigge Elena Markos trapassandole il collo con un pugnale. La morte della strega causa il crollo dell’intera accademia.

MATER TENEBRARUM

“La fine del tuo viaggio è vicina. Tutto intorno a te diventerà buio, allora ci sarà qualcuno che ti condurrà per mano.”

Mater Tenebrarum, la Madre delle Tenebre, è la più giovane e la più crudele delle Tre Madri. È nata nel 1044. Il suo vero nome non ci viene rivelato; la sua casa è situata a New York e fu costruita nel 1910. Il numero della casa è 49 e ad un muro esterno è affissa una targa che afferma che GEORGES IVANOVICH GURDJIEFF una volta ha risieduto là.

MATER LACRIMARUM

La “studentessa di musica” in Inferno era, in realtà, Mater Lacrimarum.

Mater Lacrimarum, la Madre delle Lacrime, è la più bella delle Tre Madri. Come per Mater Tenebrarum, il suo vero nome è sconosciuto. È nata nel 1035. In Inferno si suggerisce che la sua casa è a Roma localizzata vicino al numero 49 di Via Dei Bagni – la Biblioteca Filosofica della Fondazione Abertny – dove Sara (Eleonora Giorgi) avverte uno strano odore nell’aria. In La terza madre la casa di Mater Lacrimarum viene indicata come il Palazzo Varelli.

In Inferno Mater Lacrimarum tentò di affascinare Mark Elliot durante una lezione di musica a Roma. Ania Pieroni, che la interpretò nel film Inferno ha però rifiutato di riaccettare di nuovo la parte perché ormai invecchiata e madre di cinque figli.

Mater Lacrimarum è interpretata dall’attrice israeliana Moran Atias nel film “LA TERZA MADRE”. I grandi poteri della strega vengono risvegliati quando Sarah Mandy (Asia Argento) apre l’urna nella quale sono presenti potenti talismani delle streghe nere (una tunica rossa, un pugnale, tre statuette). Mentre i suoi servi seminano terrore nella città, festeggiando e giungendo da tutto il mondo, Mater Lacrimarum si nasconde nelle fondamenta del suo Palazzo, preparando la sua vittoria. Viene sconfitta nello stesso modo in cui lo sono state le sue sorelle : Sarah Mandy scopre il covo sotterraneo della strega e brucia la tunica rossa che lei indossa, causando il crollo del Palazzo. Mater Lacrimarum viene uccisa da uno degli obelischi che ornano il tetto che cadendo, a causa del crollo, perfora il tetto della cripta sotterranea infilzandola.

SUSPIRIA

Immagine

Il film è considerato un grande successo di Dario Argento, dopo Profondo Rosso, capolavoro del 1975 interpretato da David Hemmings, Gabriele Lavia, Macha Méril e Daria Nicolodi. Il regista ha dichiarato che l’ispirazione iniziale per il film nasce da un viaggio da lui compiuto attraverso le Capitali magiche europee (ovvero Torino, Lione e Praga) e alla visita della Scuola di Waldorf fondata daRudolf Steiner e situata vicino Basilea nei pressi del centro del TRIANGOLO MAGICO formato dalla sovrapposizione dei confini di tre stati (Francia, Germania e Svizzera). La compagna del regista Daria Nicolodi ha collaborato nella realizzazione del film, curandone con Argento la sceneggiatura nata ispirandosi alla sua infanzia: sull’idea del regista la Nicolodi introdusse alcune caratteristiche di fiabe come Alice, Biancaneve, Barbablù e Pinocchio, ma in particolare i racconti di sua nonna Yvonne Loeb. Quest’ultima, celebre pianista di origine francese, le narrò le sue esperienze presso un istituto artistico e musicale francese (di cui l’attrice ha preferito non rivelare il nome per ragioni di sicurezza) che aveva frequentato durante un corso di perfezionamento e da cui era fuggita dopo aver scoperto che la didattica ufficiale era in realtà un “paravento” dietro cui si celava una vera scuola di MAGIA NERA. Lo stesso Argento si è ispirato inoltre alla lettura di numerose fiabe infantili soprattutto per ideare il personaggio di Elena Markos, la “REGINA NERA”. L’ambientazione gotica (Friburgo e la Foresta Nera) si deve comunque alla penna di Argento. Il film ha riscosso un successo mondiale ma, a causa del contenuto particolarmente violento, fu vietato in molti paesi ai minori di 18 anni. Il film è il primo capitolo della cosiddetta Trilogia delle Madri. I titoli dei capitoli successivi, girati nel 1980 e nel 2007, sono : INFERNO e LA TERZA MADRE. Il titolo SUSPIRIA (come la storia della Trilogia de Le Tre Madri) è stato ispirato dal libro SUSPIRIA DE PROFUNDIS di Thomas de Quincey che lo scrisse dopo un soggiorno a Milano, presso la villa dei Conti Imbonati. Inizialmente il regista aveva pensato di girare il film con attrici minorenni (13-15 anni) ma ciò non gli fu possibile sia a causa del divieto in Germania di portare sullo schermo attrici di minore età, sia per la contrarietà da parte dei finanziatori[, in particolare da parte del distributore e della Focus, società di produzione americana consociata nella realizzazione della pellicola.[ Per rimanere almeno in parte fedele alle proprie intenzioni iniziali Dario Argento optò nell’utilizzare porte che avessero le maniglie poste molto più in alto rispetto al loro normale posizionamento : l’idea era quella di trasmettere agli spettatori quella difficoltà che i bambini hanno nel raggiungere la maniglia, vera chiave d’apertura verso l’esterno.

 SUSPIRIA DE PROFUNDIS

 Immagine

Suspiria De Profundis (ovvero Sospiri dal Profondo) è un romanzo scritto nel 1845 dal giornalista e scrittore inglese Thomas de Quincey.

Il libro si basa su alcuni sogni fatti dall’autore il quale scrisse il libro dopo una visita a Milano e un soggiorno nella casa dei Conti Imbonati, incuriosito dalla storia di fantasmi e maledizioni che facevano di casa Imbonati una casa stregata. Tra le pagine del libro, si fa largo un sogno fatto da de Quincey quando ancora si trovava ad Oxford. L’autore sostiene di avere sognato la dea latina Levana, che gli presentava tre donne, le “Nostre Signore del Dolore”. Esse hanno tre nomi latini: la prima, la maggiore, si chiama Mater Lacrimarum, “Nostra Signora delle Lacrime”; la seconda delle sorelle è Mater Suspiriorum, “Nostra Signora dei Sospiri”; la terza, la più giovane, è Mater Tenebrarum : “Nostra Signora delle Tenebre”.

Il libro è strutturato in nove capitoli. De Quincey volle seguire la tradizione magica dei numeri, indicando nel numero di tre le madri, legandosi alla mitologia di questo numero.

L’autore descrive dettagliatamente le tre Mater.

“La maggiore delle tre è chiamata Mater Lacrimarum, Nostra Signora delle Lacrime. È lei che notte e giorno delira e geme, invocando volti scomparsi. Ella fu a Rama, quando si udì un suono di lamenti: Rachele che piangeva i suoi figli, rifiutando ogni conforto. Ella fu a Betlemme nella notte in cui la spada di Erode spazzò dalle sue case gli Innocenti e si irrigidirono per sempre i piccoli piedi che trotterellando per le stanze svegliavano nel cuore dei familiari palpiti di amore non inosservati in cielo. I suoi occhi sono di volta in volta dolci e astuti, intensi e assonnati; spesso si levano verso le nubi; spesso sfidano il cielo. Porta sul capo un diadema. E dai ricordi dell’infanzia sapevo che ella poteva allontanarsi sui venti quando udiva il singhiozzare delle litanie, o il tuonare degli organi o quando osservava l’adunarsi delle nubi estive. È questa sorella, la maggiore, che porta alla cintura chiavi più che apostoliche che aprono ogni capanna e ogni palazzo. So che ella sedette tutta la scorsa estate al capezzale del mendicante cieco, quello con cui così spesso e volentieri mi fermavo a parlare, e la cui pia figliuola di otto anni, dal volto luminoso, resisteva alle tentazioni dei giochi e dell’allegria del villaggio per camminare tutto il giorno lungo le strade polverose col suo infelice padre. Per questo atto, Dio le inviò una grande ricompensa. Nella primavera dell’anno e quando anche la sua primavera germogliava, Egli la richiamò a sé. Ma il padre cieco la piange in eterno; ancora egli sogna ad alta notte che la piccola mano che lo guidava è stretta nella sua; e ancora si sveglia in una tenebra che è ora avvolta in una seconda tenebra più profonda. La stessa Mater Lacrimarum ha anche trascorso tutto questo inverno 1844-45 nella camera dello Zar a rievocargli l’immagine di una figlia (non meno pia), che salì a Dio non meno improvvisamente e lasciò dietro a sé una tenebra non meno profonda. È grazie al potere di queste chiavi che Nostra Signora delle Lacrime s’insinua, intrusa spettrale, nelle camere degli uomini insonni, delle donne insonni, dei bambini insonni, dal Gange al Nilo, dal Nilo al Mississippi. E lei, perché è la primogenita del suo casato ed ha l’impero più vasto, onoreremo col titolo di «MADONNA».

Con Mater Lacrimarum de Quincey cerca la personificazione della Disperazione.

“La seconda delle sorelle è chiamata Mater Suspiriorum, Nostra Signora dei Sospiri. Non scala mai le nuvole, né si allontana sui venti. Non porta diadema. E i suoi occhi, se pur qualcuno potesse vederli, non sarebbero né dolci né astuti; nessun mortale saprebbe leggere in essi la loro storia; li troverebbe pieni di sogni morenti e relitti di estasi dimenticate. Ma ella non alza gli occhi; il suo capo, su cui è posato un turbante in brandelli, è in eterno reclinato, è in eterno nella polvere. Non piange, non geme. Ma sospira impercettibilmente a intervalli. Sua sorella, Madonna, è spesse volte tempestosa e frenetica, inveisce a gran voce contro il cielo e chiede che le rendano i suoi cari. Ma Nostra Signora dei Sospiri non grida mai, non sfida mai, non sogna aspirazioni ribelli. È umile fino all’abiezione. La sua è la sottomissione di chi non spera. Può mormorare, ma solo in sogno. Può sussurrare, ma solo tra sé nella penombra. Brontola, talvolta, ma solo in luoghi solitari, desolati come lei è desolata, in città diroccate e quando il sole è sceso al suo riposo. Questa sorella è la visitatrice del paria, dell’ebreo, dello schiavo al remo nelle galere mediterranee; del criminale inglese nell’isola di Norfolk, cancellato dal libro dei ricordi nella dolce, lontana Inghilterra; di chi si è pentito ormai invano e sempre ritorna con lo sguardo a una tomba solinga che gli appare come l’altare demolito di un passato e sanguinoso sacrificio, altare su cui ogni offerta è ormai vana, sia per implorare il perdono, sia per tentare una riparazione. Ogni schiavo che a mezzodì guardi il sole tropicale con timido rimprovero, mentre con una mano addita la terra, nostra madre comune ma per lui matrigna, e con l’altra addita la Bibbia, nostra maestra comune, ma sigillata e a lui preclusa; ogni donna che sieda nelle tenebre, senza amore che la protegga, senza speranza che illumini la sua solitudine, perché i divini istinti che accendono nella sua natura i germi di quei santi affetti posti da Dio nel suo seno di donna, sono stati soffocati dalle esigenze sociali e si consumano ora inutilmente ardendo tetri, come le lampade negli antichi sepolcri; ogni monaca defraudata della sua primavera, che più non ritorna, da parenti malvagi che Dio giudicherà; ogni prigioniero in ogni carcere; tutti quelli che sono traditi e tutti quelli che sono respinti; i reietti dalla legge della tradizione e i figli della disgrazia ereditaria: tutti costoro si accompagnano a Nostra Signora dei Sospiri. Anch’ella porta una chiave ma ne ha poco bisogno. Poiché ella regna soprattutto fra le tende di Seni e fra i vagabondi senza casa di ogni paese. Pure ella trova albergo fra gli uomini di più alto rango; e perfino nella gloriosa Inghilterra vi sono alcuni che di fronte al mondo portano la testa alta come la renna superba, eppure in segreto hanno ricevuto il suo marchio sulla fronte.”

Mater Suspiriorum, invece è la personificazione dello sconforto più totale, di chi non si ribella al proprio destino.

Ma la Mater più terribile di tutte è la terza: la personificazione dell’omicidio, della pazzia, della Morte. Mater Tenebrarum.

“Ma la terza sorella, che è anche la più giovane …! Ssst! Abbassiamo la voce quando parliamo di lei. Il suo regno non è grande, altrimenti non vi sarebbe più vita; ma dentro quel regno il suo potere è assoluto. Il suo capo, coronato di torri come quello di Cibele, si erge fin quasi a celarsi allo sguardo. Non si china mai; e i suoi occhi sollevandosi così in alto potrebbero esser nascosti dalla distanza. Ma, quali essi sono, non possono essere nascosti; attraverso il triplice velo di crespo che ella porta, la fiera luce di un’ardente sofferenza, che mai non ha posa al mattutino o ai vespri, al mezzodì o alla mezzanotte, alla marea crescente o alla marea calante, può esser veduta da terra. Ella sfida Iddio. Ella è anche la madre delle follie; l’ispiratrice dei suicidi. Molto si affondano le radici del suo potere; ma ristretto è il numero di coloro su cui domina. Poiché ella può avvicinare solo coloro in cui una natura profonda è stata sconvolta da un’intima convulsione; coloro in cui il cuore trema e il cervello vacilla sotto i colpi combinati di tempeste interne ed esterne. Madonna si muove con passi incerti, rapidi o lenti, ma sempre con tragica grazia. Nostra Signora dei Sospiri si trascina timida e furtiva. Ma questa più giovane sorella si muove con moti imprevedibili, a scatti e con salti da tigre. Non porta chiavi; poiché sebbene venga di rado fra gli uomini apre a forza tutte le porte che le è permesso di varcare. Il suo nome è Mater Tenebrarum, Nostra Signora delle Tenebre “

NOTE

Immagine

INFERNO – Il film è incentrato su ROSE ELLIOT, giovane poetessa newyorkese, che acquista l’ antico libro intitolato “Le Tre Madri” scritto da Emilio Varelli.

SUSPIRIA –  Susy Benner è una brillante studentessa di danza classica che decide di perfezionare le sue capacità artistiche iscrivendosi alla prestigiosa Accademia di danza a Friburgo. La ragazza fa il suo arrivo in una notte di tempesta ; alla scuola incrocia una ragazza, Pat, che sembra fuggire precipitosamente dall’edificio: questa urla alcune parole apparentemente sconnesse, rese peraltro incomprensibili dal temporale.

Susy diventa amica di Sarah, la cui stanza confina con la sua.

Sarah rivela a Susy che lei e Pat erano molto amiche, e che nell’ultimo periodo le aveva fatto degli strani discorsi. Incalzata, Susy tenta di ricostruire le grida che aveva udito la notte del suo arrivo, ma tutto ciò che riesce a rammentare sono le parole “SEGRETO” E “IRIS”.

Standard
Cinema

TWIN PEAKS ESOTERICA

 LA LOGGIA BIANCA NELLA TRADIZIONE ATLANTIDEA

 Immagine 

Secondo l’interpretazione di Maurice Doreal della Sesta Tavola di Smeraldo di Toth L’Atlantideo, ci sarebbero adepti che usano i grandi poteri del cosmo per distruggere invece che per promuovere, perché la “LEGGE” opera sia per il bene che per il male, positivo o negativo. Questi adepti che usarono la forza cosmica per distruggere, erano i Fratelli Oscuri, maghi neri che lottarono contro i Figli della Luce. Tentarono di tenere e respingere quelli che i Figli della Luce tentavano di portare verso la Luce. La FRATELLANZA NERA è l’antitesi della FRATELLANZA BIANCA : una distrugge, l’altra costruisce. La FRATELLANZA NERA adesso ha un’organizzazione nota come DUGPAS NERA, perché gli adepti hanno i “CHELAS” come gli Adepti Bianchi. La loro organizzazione è impostata come quella della LOGGIA BIANCA e spesso ingannano gli uomini facendogli credere di essere della LOGGIA BIANCA. Aiutano le persone ad ottenere certe cose e poteri finché le hanno prese in trappola, poi quando non c’è via di scampo, le imprigionano. Per ottenere i loro scopi hanno specifici poteri potenziati, come aprire la settima dimensione e chiamare gli ELEMENTALI. Hanno il potere di controllare la mente attraverso il trasferimento del pensiero e l’ipnosi. Così ne ottengono il controllo e la inducono al disordine. Se qualcuno si arrende alla FRATELLANZA NERA e firma con il suo nome nel loro libro, è vincolato a loro per tutta la durata dell’incarnazione. L’anima dell’uomo non deve essere legata se desidera progredire nella Luce. Arrendersi alle forze nere implica la sospensione della Luce. L’uomo è ostacolato soltanto dalle catene dell’oscurità e del disordine. Quindi deve diventare Luce ed ordine. La FRATELLANZA NERA tenta sempre di demolire la persona che ha raggiunto uno sviluppo durante il cammino di Luce, perché ha già consolidato i poteri. È per questa ragione che una persona molto evoluta deve resistere più di una persona poco o per niente evoluta. Più si impara sulla Luce, paradossalmente, e si sa delle manipolazioni del disordine e più si è stimati dalla FRATELLANZA NERA. È necessario migliorare ragione ed equilibrio affinché possiamo distinguere l’Oscurità dalla Luce, l’Ordine dal disordine, nelle parole di chi viene da noi. Solo superando gli ostacoli e con continui sforzi si raggiungerà l’obiettivo. In opposizione alla FRATELLANZA NERA c’è la LOGGIA BIANCA, che si sforza continuamente di liberare gli uomini dal disordine e di respingere i poteri della FRATELLANZA NERA. Se il ricercatore ha veramente desiderio di Luce e non di potere, la LOGGIA BIANCA si porrà tra lui e la FRATELLANZA NERA, perché ha molto più potere di questa ultima. Eppure ai neri è concesso esistere, perché fanno parte dell’oscurità che l’uomo deve superare.

La lotta tra le forze della FRATELLANZA NERA e la LOGGIA BIANCA è iniziata al principio di tutto. I Maestri ed i Grandi Adepti della LOGGIA BIANCA usano il potere del Sole risvegliato nell’uomo per sostenere e proteggere. I Figli della Luce – quelli che non hanno mai perso la loro unione originale – sono anche custodi dell’uomo, il loro fratello. Sono custodi dei segreti che allontanano l’Oscurità e che sono concessi a chi percorre la via alla maestria. Chi desidera essere un maestro, deve imparare la maestria delle Leggi che regolano la manifestazione. Deve conquistare la paura e camminare impavido nel sentiero della Luce.

LA LOGGIA NERA DI TWIN PEAKS

Immagine

 « E ora una conclusione. Dove una volta ce ne era una, ora ce ne sono due. O ce ne sono sempre state due? cos’è un riflesso? La possibilità di vederne due? Quando si può avere un riflesso, ce ne potranno sempre essere due o più. Solo quando siamo ovunque ce ne sarà uno soltanto. È stato un piacere parlare con voi »

La Signora-Ceppo

La LOGGIA NERA (Black Lodge) è un luogo immaginario della serie tv I segreti di TWIN PEAKS. È un luogo metafisico extra-dimensionale nella quale è inclusa la RED ROOM (altrimenti conosciuta come “La sala d’attesa”) sognata dall’agente Cooper all’inizio della serie, quando si vede invecchiato di 25 anni seduto su una sedia. Sembra che il tempo, all’interno della LOGGIA NERA, non segua un percorso cronologicamente corretto, ma sia in grado di stravolgere gli eventi temporali umani in un ordine indefinibile e inclassificabile. Nell’ultimo episodio della serie televisiva, ad esempio, l’agente Cooper comincia a sanguinare, mentre un attimo prima era in perfetta salute. Non sappiamo chi o cosa l’abbia ferito (e lo stesso si può dire per la sua fidanzata Annie, che a un certo punto, giace in terra sanguinante). Ciò è in perfetta coerenza con la natura sovrannaturale della LOGGIA NERA che, in quanto luogo di confine tra la vita e la morte, offre parziali e ben limitate possibilità di comprensione al mondo umano.

Nella serie, l’agente Hawk (un nativo americano) dice che la LOGGIA NERA nasce nella mitologia del suo popolo, ma il termine è citato anche nel libro The Devil’s Guard di Talbot Mundy. In questo libro, viene associata con il Tibet anziché con i miti delle popolazioni native. Una entrata per la LOGGIA NERA sembra essere situata nella Foresta del Ghostwood che circonda la città di TWIN PEAKS. Una pozza di una sostanza simile a olio da macchine è circondata da 12 sicomori. Questo posto è conosciuto come Glastonbury Grove. Si dice che la chiave per entrare nella LOGGIA NERA sia la paura, in contrasto con la chiave della Loggia Bianca che è l’amore. Un’altra caratteristica necessaria per entrare nella Loggia attraverso l’entrata a Glastonbury Grove è che Giove e Saturno siano in congiunzione. Quando tutto questo avviene e qualcuno si avvicina alla pozza del Glastonbury Grove, le tende rosse si materializzano dal nulla permettendo di entrare nella Loggia.  Alcuni ritengono che ci siano altri portali sparsi per il mondo. Una scena nella sceneggiatura di “FUOCO CAMMINA CON ME” (non inclusa nel film) anticipa l’apparizione a sorpresa di Phillip Jeffries negli uffici dell’FBI di Philadelphia ; la scena si svolge nell’atrio di un albergo di Buenos Aires dove alloggia Jeffries, quando quest’ultimo entra nell’ascensore, invece di scendere al piano dove si trova la sua stanza, si ritrova a Philadelphia. Secondo i file dell’FBI Jeffries è scomparso per due anni. L’esperienza che lui associa ad Albert, Cooper e Gordon Cole si potrebbe dire sia avvenuta a Buenos Aires, poiché l’albergo era l’ultimo luogo visitato. Le esperienze del maggiore Briggs e della Signora-Ceppo mostrano anche come una persona può essere “rapita” senza che si trovi all’ingresso della Loggia, ma anche solo essendo molto vicino alla stessa. La Signora Ceppo era nei boschi quando è scomparsa ed anche il maggiore e Cooper campeggiavano nei boschi al momento della loro scomparsa. Questi eventi legano tutte e tre le scomparse alla Loggia. Rimane poco chiaro se la Loggia Bianca e la LOGGIA NERA siano o meno reami separati. Qualcuno potrebbe interpretare le due Logge come un unico luogo ; possibilità questa suggerita dal pavimento a specchio bianco e nero presente nella Loggia stessa. La teoria che pone le due logge sullo stesso piano è coerente con il tema della dualità che caratterizza la Loggia, riflettendo il concetto di YIN e YANG.

È un pensiero comune che la LOGGIA NERA sia un regno di male assoluto che ha usurpato, assorbito o occupato la sua controparte Bianca, con la possibilità conseguente che la Loggia Bianca si sia trasformata nella sala d’aspetto rossa della LOGGIA NERA (permettendo comunque a spiriti benigni ed angeli di manifestarsi al suo interno), o che la sala d’aspetto sia una zona neutrale, e le azioni condotte dagli astanti determinino la loro appartenenza all’una o all’altra Loggia. Durante la seconda stagione Windom Earle mette in relazione una vecchia storia sulla Loggia Bianca con il Giardino dell’Eden, suggerendo che la Loggia Bianca sia potuta appartenere ad un tempo ormai perduto o dimenticato. Earle di contro descrive la LOGGIA NERA al presente, indicando forse che la stessa abbia sostituito la LOGGIA BIANCA :

Un posto di potere quasi inimmaginabile, pieno di forze oscure e segreti maligni. Nessuna preghiera osa entrare in questo luogo spaventoso. Gli spiriti non badano alle invocazioni religiose. Possono strapparti la carne dalle ossa o salutarti allegramente. E se vengono imbrigliati, gli spiriti di questa terra nascosta di urla soffocate e cuori spezzati offrono un potere così vasto che chi lo detiene potrebbe riordinare la terra a suo piacimento.

Il Vicesceriffo Hawk descrive la Loggia comeL’ombra della Loggia Bianca” Sempre secondo Hawk, la leggenda dice che ogni spirito deve passarvi attraverso lungo la via della perfezione per incontrare l’io-ombra. La sua gente lo chiama  ‘Il Guardiano della Soglia’ : se si attraversa la Loggia Nera privi di coraggio autentico, l’anima viene annientata dall’io-ombra.

La vita nella Loggia è difficile da descrivere. Il tempo sembra avere nessuna correlazione con questa dimensione (scorre normalmente, più lentamente o si ferma del tutto, come dimostra la tazza di caffè in mano all’agente Cooper), e lo spazio è separato tra le varie stanze, collegate tra di loro da stretti corridoi e tende rosse. Gli abitanti della Loggia parlano in un distorto dialetto inglese e spesso parlano per enigmi. Ciò può essere visto come un parallelismo con alcune forme di sciamanesimo, nelle quali gli abitanti degli altri mondi a volte parlano alla rovescia. La presenza di mutaforma o di aspetti ‘malvagi’ della personalità di qualcuno, è probabilmente la caratteristica più spiazzante della Loggia. I mutaforma sono identici alla loro controparte nel mondo reale, con la sola eccezione degli occhi vitrei. Apparentemente esiste un mutaforma per ogni essere umano, vivente e non (compreso l’Agente Cooper).

Un brano citato spesso nella serie recita

« Nell’oscurità di un futuro passato,

il mago desidera vedere.

Non esiste che un’opportunità tra questo mondo e l’altro.

Fuoco, cammina con me »

Nell’ultimo episodio di TWIN PEAKS, Cooper incontra L’UOMO CHE VIENE DA UN ALTRO POSTO, che si riferisce alla sala rossa come alla “sala d’aspetto”, probabilmente un collegamento tra le logge. Solo quando l’uomo dice “Fuoco cammina con me” il regno esplode in fiamme e quindi sprofonda nell’oscurità. Questo è quasi certamente il momento nel quale Cooper entra nella LOGGIA NERA.

Standard