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I ROSACROCE, GLI ENTEOGENI E LE TRASFORMAZIONI ANGELICHE: INTERVISTA CON HEREWARD TILTON

“Chi se non un Rosacroce potrebbe spiegare i misteri rosacrociani!”Zanoni (1842) di Edward Bulwer-Lytton

Edward Bulwer-Lytton è stato spesso descritto come uno scrittore cripto-rosacrociano e nel suo capolavoro, Zanoni , ha abbozzato un’immagine molto distinta del mago ideale. Zanoni, l’omonimo mago del romanzo, è uno stoico auto-sacrificale e schivo con un talento per la teatralità e il vigilantismo in stile Batman. Proprio come lo stregone di Daniel Defoe, agisce – per parafrasare Shakespeare – come un “ministro del destino”, un oscuro agente che governa sottilmente “le cose più grandi della vita”, facendo saltare o succedendo “alle imprese di principi e persone”.

Tuttavia, nel libro, Bulwer-Lytton dedica poco tempo a spiegare come Zanoni abbia acquisito i suoi poteri semi-divini. Tuttavia, fornisce al lettore diversi suggerimenti occulti. A un certo punto, Zanoni afferma che la trance è una porta per l’iniziazione spirituale. “Nei sogni”, dichiara, “inizia tutta la conoscenza umana: nei sogni aleggia su uno spazio smisurato, il primo debole ponte tra spirito e spirito, questo mondo e i mondi al di là! Zanoni comunica regolarmente anche con un’intelligenza angelica chiamata Adonai. C’è persino un punto in cui Glyndon, il protagonista dissoluto del romanzo, respira un vapore scintillante durante un esperimento di autoiniziazione illecita. La droga – o meglio, il suo uso improprio – fa sì che Glyndon veda e ascolti il ​​pauroso “Guardiano della Soglia”, un fantasma malevolo e sempre presente.

Sebbene Zanoni contenga solo lampi di informazioni su alcuni metodi esoterici di comunicazione e trasformazione, gli attuali Rosacroce ei loro ammiratori, impiegarono un miscuglio collaudato di tecniche di alterazione della mente, che derivarono da Paracelso, Heinrich Khunrath e varie altre figure sul stregoneria medievale e moderna e scena alchemica.

Secondo il dottor Hereward Tilton, uno storico religioso che ha insegnato magia, alchimia e rosacrocianesimo della prima età moderna all’Università di Amsterdam (Storia della filosofia ermetica e correnti correlate) e all’Università di Exeter (Exeter Center for the Study of Esoterismo), queste pratiche molto reali, che potrebbero includere l’assunzione di droghe enteogene e l’induzione di trance osservando lo specchio, erano progettate per aiutare il mago a contattare o diventare un angelo sovramondano.

Abbiamo incontrato Tilton per saperne di più sui Rosacroce e sulle loro svariate arti di trasformazione corporea e spirituale.

Figura 1 – La montagna dei filosofi come raffigurata nel testo del diciottesimo secolo, Geheime Figuren der Rosenkreuzer (I simboli segreti dei Rosacroce).

Il Custode: Potresti approfondire le somiglianze e le differenze tra i concetti di trasfigurazione, gnosi e alchimia spirituale nella teoria e pratica dei Rosacroce?

Dr Hereward Tilton: Trasfigurazione, gnosi e alchimia spirituale sono concetti correlati ma distinti. Nel contesto alchemico e cabalistico cristiano della prima Rosacroce moderna, “trasfigurazione” si riferisce alla spiritualizzazione della materia, in particolare del corpo umano materiale. Prima di tutto, questa nozione si rifà alla trasfigurazione di Cristo, che si pensava implicasse la trasformazione del suo corpo terrestre corruttibile in una forma spiritualizzata immortale; Il dogma cristiano ortodosso prevede che tutti gli esseri umani assumano simili “corpi di risurrezione” con i quali trascorreremo l’eternità in paradiso o all’inferno.

Per quanto riguarda l’alchimia, la morte e la risurrezione di Cristo servirono da modello per il processo alchemico, e la Pietra Rossa dei Filosofi fu equiparata alla carne e al sangue trasfigurati di Cristo, cioè un paradossale “corpo spirituale”. Questa spiritualizzazione della materia si rispecchia nell’azione della Pietra Filosofale sui metalli vili come agente di trasmutazione, e allo stesso modo nel suo effetto sul corpo umano come panacea ed elisir di vita.

Figura 2 – La rappresentazione alchemico-cabalistica di Cristo di Heinrich Khunrath come potere trasfigurante universale in Amphitheatrum sapientiae aeternae.

D’altra parte, dalla prospettiva cabalistica e cabalistica cristiana, la nozione di trasfigurazione è esemplificata dalla storia di Enoch, il patriarca biblico che è stato “preso da Dio” senza morire nel libro della Genesi. I libri tardoantichi di Enoch descrivono questo passaggio sconcertante in termini di angelificazione di Enoch. Tra i testi proto-cabalistici di Hekhalot, il Sefer Hekhalot del quinto secolo o “Libro dei palazzi celesti” (il terzo libro di Enoch) descrive l’ascesa celeste e la trasfigurazione di Enoc come l’angelo Metatron, il “piccolo Yahweh” o “principe degli volto divino ”.

Attingendo più o meno direttamente dal Sefer Hekhalot e dall’estatico cabalista Abulafia, il grande cabalista cristiano del Rinascimento italiano, Giovanni Pico della Mirandola , interpretò questa angelificazione neoplatonicamente come unione con la mente divina, e addusse la trasfigurazione di Enoch come prova del nostro proteiforme. capacità di trasformare noi stessi e scalare la catena dell’essere in forme progressivamente più spiritualizzate.

Una fusione di queste nozioni alchemiche e cabalistiche di trasfigurazione è evidente a vari livelli nelle opere di Francesco Zorzi, Heinrich Agrippa, Heinrich Khunrath e in particolare John Dee. Nella sua Monas hieroglyphica , Dee attinge alla terminologia di Pico per descrivere una virtù superceleste trasfigurante da oltre “l’orizzonte del tempo” (cioè oltre i regni celeste e terrestre governati dal destino). Per mezzo di questa virtù, il cabalista cristiano ascende attraverso le sfere celesti verso la sua angelificazione, che Dee descrive nei termini esplicitamente alchemici di putrefazione, separazione, coniunctio oppositorum , ecc.Una volta che il mago superceleste ha raggiunto questa trasfigurazione Enochiana, Dee afferma, “da allora in poi sarà molto raramente visto da occhi mortali”.

Figura 3 – John Dee indica la sua “monade geroglifica”, una figura talismanica che assiste l’ascesa all’angelizzazione.

Questa conseguenza dell’angelizzazione è alla base della leggendaria invisibilità dei Rosacroce, una vasta rete sotterranea di alchimisti e ispiratori antiistituzionali dedicati alla Theophrastia sancta paracelsiana e alla “Riforma magica” di Agrippa. Nonostante la fama delle sue Nozze chimiche di Christian Rosenkreuz e il suo contributo giovanile ai manifesti rosacrociani dell’inizio del XVII secolo, il pastore luterano Johann Valentin Andreae si oppose all’orientamento teologico dominante di questa rete, dei suoi antenati e dei suoi successori. Tra le altre cose, il rosacrocianesimo è una tradizione gnostica occidentale con le sue radici nell’antica eresia cristiana. 

La “gnosi” perseguita dai Rosacroce nel corso dei secoli è una conoscenza liberatoria del nostro essere più intimo: una luce interiore divina identica alla mente primordiale o fondamento universale dell’essere. Questa ricerca può essere fatta risalire attraverso la Kabbalah e i testi Hekhalot all’antico gnosticismo proprio, in particolare ad alcuni “culti del serpente” eretici dedicati a tecniche estatiche quasi tantriche.

Per quanto riguarda l ‘”alchimia spirituale”, questa frase è stata resa popolare nel diciannovesimo secolo dal rosacrociano Arthur Edward Waite e dalla fondatrice della Società Teosofica, Helena Petrovna Blavatsky. Attingendo alla terminologia alchemico-cabalistica di Dee, Waite comprende “alchimia spirituale” in termini di angelificazione o “deificazione” trasfigurante dei cabalisti cristiani. Questo uso è in consonanza con la prima menzione di “alchimia spirituale” di cui sono a conoscenza, che fu fatta nel 1633 dall’apologeta dei Rosacroce Robert Fludd. Parla dell’umano peccatore che è “elevato nella sfera di luce” ed “esaltato nel Figlio di Dio” da una trasfigurante alchymia spiritualis .

D’altra parte, la concezione di Blavatsky di “alchimia spirituale” devia da questa tradizione in modi importanti. Lei suggerisce che l’alchimia fosse principalmente una ricerca mistica piuttosto che di laboratorio, e che gli alchimisti nascondessero la loro arte della trasmutazione interiore con un linguaggio pseudochimico a causa della minaccia rappresentata dall’Inquisizione. Nonostante la sua popolarità, questa non è una posizione sostenibile.

C: Che ruolo hanno svolto le sostanze enteogene o psicoattive nella ricerca della trasfigurazione? Quali alchimisti e maghi del medioevo e della prima età moderna descrissero esplicitamente, allusero o sperimentarono questi “elisir”?

HT: Ci sono una manciata di allusioni a forme psicoattive della Pietra Filosofale, in particolare la Pietra Angelica associata a John Dee, che si diceva garantisse “l’apparizione degli angeli più benedetti e gloriosi” attraverso i suoi “odori celesti e fragranti” . Il conoscente di Dee, Heinrich Khunrath, sembra aver usato un enteogeno alchemico simile per assistere la sua ascesa celeste. Questa “scintilla ardente dell’Anima del Mondo” è stata distillata dall’acido solforico e usata come mezzo per le Pietre Filosofali rosse e bianche di Khunrath (cioè colloidi d’oro e d’argento); lo descrive come una sostanza altamente volatile e aromatica che produce uno stato di euforia.

Queste proprietà suggeriscono che stesse sintetizzando etere dietilico, un anestetico euforizzante e allucinogeno scoperto da Paracelso negli anni Venti del Cinquecento. In effetti, Khunrath potrebbe essere stato il primo alchimista ad equiparare questo composto con âither, la quintessenza celeste o quinto elemento dell’antichità classica. In ogni caso, il dietil etere continuò a essere identificato con l’elisir alchemico fino al XIX secolo.

Ci sono anche prove dell’uso cabalistico cristiano di enteogeni vegetali associati all ‘”unguento volante” delle streghe, un unguento a base di erbe presumibilmente spalmato dalle streghe sul forcone e sui manici di scopa, e quindi applicato ai genitali con l’intento di volare verso il Sabbath diabolico. L’alchimista fiammingo del diciassettesimo secolo Johan Baptista van Helmont racconta un pericoloso esperimento con wolfsbane, una belladonna altamente tossica nominata da diverse autorità rinascimentali come ingrediente principale dell’unguento volante. I conseguenti stati alterati di coscienza e le sensazioni somatoviscerali che l’accompagnano sono interpretati da van Helmont nei termini cabalistici di un risveglio della propria anima immortale, la mente divina ( mens ) che giace oltre l’influenza dei pianeti e delle stelle.

Figura 4 – L’abominio degli stregoni di Jaspar Isaac.

Wolfsbane e altre ombre notturne psicoattive come la mandragora e il giusquiamo sono presenti in modo prominente nelle fumigazioni magiche medievali e della prima età moderna, che di solito comportavano bruciare erbe, incenso e vari altri ingredienti vegetali, minerali, animali e umani in un incensiere. Lo scopo di tali fumigazioni era di evocare angeli, demoni e spiriti dei morti (negromanzia). Anche se di solito erano dirette a scopi pratici abbastanza bassi, occasionalmente troviamo queste tecniche usate al servizio della “magia bianca”.

Ad esempio, Agrippa cita un passaggio del De vita di Ficino sull’attrazione degli spiriti delle stelle con le fumigazioni, quindi procede elencando le fumigazioni psicoattive dal Sefer Raziel medievale (“Libro dell’angelo Raziel”) contenente “erbe spirituali” come giusquiamo e cicuta. Queste pratiche servono al più grande scopo gnostico della magia di Agrippa: ascendere verso l’auto-deificazione attraverso una “scala” che comprende i poteri planetari e stellari e i loro angelici signori. Questa scala esiste anche all’interno del microcosmo del corpo umano, la cui struttura corrisponde al corpo eterno di Dio (le dieci Sefirot cabalistiche).

Un altro esempio notevole di fumigazioni psicoattive al servizio della magia bianca proviene da una versione manoscritta inglese del XVI secolo dello pseudo-solomonico Liber iuratus Honorii (“Libro Giurato di Onorio”). Con le sue indicazioni per ottenere visioni di Dio, questo testo medievale è debitore delle tecniche magiche della “Cabala pratica”; la versione cinquecentesca, oltre alle preghiere originali, ai sigilli e ai nomi di Dio, raccomanda l’uso di fumigazioni psicoattive associate al Sefer Raziel .

Tra i soliti fumiganti – ombre notturne, papaveri da oppio – il testo menziona anche la radice della canna comune. Questa è una fonte nativa europea di Dimetiltriptamina (DMT), uno dei principali costituenti psicoattivi dell’Ayahuasca, la mitica pozione curativa dell’Amazzonia.

C: Quando hanno iniziato a comparire queste droghe nei libri magici di caccia al tesoro, come Touch Me Not ? In che modo esattamente venivano usati, o abusati, nei rituali dei cacciatori?

HT: Per quanto riguarda gli scopi pratici di base che ho menzionato, la caccia al tesoro magica raggiunse proporzioni epidemiche nelle terre di lingua tedesca del XVII e XVIII secolo attraverso i grimori Höllenzwang (Coercizione dell’Inferno). Una propaggine dell’età moderna della tradizione pseudo-solomonica di legare i demoni, questa letteratura è principalmente associata all’alchimista e mago del XVI secolo Johann Georg Faust. Oltre al famoso patto faustiano con il diavolo, i manuali di “coercizione dell’inferno” offrono istruzioni per legare i demoni che si ritiene custodiscano i tesori sotterranei.

Per quanto riguarda le fumigazioni, il Sefer Raziel descrive l’incendio di giusquiamo, papaveri e cicuta allo scopo di nascondere tesori; tuttavia, mentre la Clavicula salomonis (Chiave di Salomone) ei suoi precursori bizantini includono incantesimi per strappare tesori dagli spiriti maligni, l’uso di fumigazioni psicoattive a questo scopo entra in gioco attraverso la letteratura Höllenzwang . Infatti questa pratica portò a una famosissima tragedia nei pressi della città tedesca di Jena nel 1715.

Tre aspiranti cacciatori di tesori si sono incontrati in una remota baita di montagna la vigilia di Natale; portarono con sé vari talismani, così come l’ Höllenzwang di Faust , la Clavicula salomonis , un vaso di fiori di ferro pieno di carbone come incensiere improvvisato e un’erba nota come Springwürzel . Questa pianta leggendaria avrebbe avuto il potere di rompere le serrature degli scrigni del tesoro ed era comunemente identificata con la mandragora.

Figura 5 – Magica caccia al tesoro andata male, dal grimorio del diciottesimo secolo Touch Me Not! Per gentile concessione della Wellcome Library.

Poiché era necessario invocare l’angelo planetario che governava il demone guardiano del tesoro, i cacciatori di tesori scolpirono un cerchio protettivo nel soffitto della capanna e iniziarono a evocare Och, un angelo del sole paracelsiano. Mentre recitavano i lunghi elenchi di nomi divini e verba ignota (parole sconosciute) dai loro manoscritti, spruzzarono lo Springwürzel sui carboni ardenti. Purtroppo faceva un freddo pungente sulle colline, quindi tenevano chiuse anche la porta e le finestre della capanna. Le conseguenze furono disastrose. Il giorno dopo, sul tardi, due cacciatori di tesori furono trovati morti; il terzo era a malapena vivo e balbettava incoerentemente.

Due guardie furono inviate per sorvegliare i cadaveri e decisero di riaccendere i carboni per riscaldarsi. Uno di loro morì: l’ultima che fu udita dal suo corpo tremante fu una preghiera, stranamente borbottata come da qualcuno che dormiva. Il sopravvissuto ha testimoniato di aver visto un bambino demoniaco picchiare alla porta della capanna. Fu un caso celebre in Germania, con teologi che discutevano di medici illuminati: la colpa era del Diavolo o era semplicemente un caso di avvelenamento da belladonna?

Figura 6 – Tragedia della vigilia di Natale di Jena del 1715.

C: L’Urim e il Thummim dei Rosacroce erano un aggeggio fisico o più un’idea simbolica?

HT: I Rosacroce Urim e Thummim erano un aggeggio fisico. Comprendeva un certo numero di Pietre Filosofali riflettenti simili a pietre preziose intarsiate su un supporto composto da una lega dei sette metalli planetari (il cosiddetto electrum magicum ). Durante il diciottesimo secolo, fu utilizzato dai sette Magi al vertice dell’Ordine della Croce d’Oro e della Croce Rosata per vari scopi di divinazione: per testimoniare i segreti della Creazione, per comunicare con Dio e i suoi angeli e per ispezionare i cuori di potenziali iniziati. 

I sette Magi stessi furono chiamati in onore dei sette pianeti e dei loro angelici signori, poiché i gradi iniziatici dell’ordine riflettevano i passi dell’ascesa cabalistica cristiana verso Cristo-Metatron. L’Urim e il Thummim erano tra i manufatti più sacri dell’ordine, ed è descritto in un manoscritto come “Geova Gesù stesso”.

Figura 7 – L’Urim e il Thummim della Croce d’Oro e Rosa come raffigurati nel De magia divina oder Caballistischer Geheimnüsse

Il manufatto in possesso della Croce d’Oro e della Rosa era derivato dalle pratiche alchemico-cabalistiche di Heinrich Khunrath, che è raffigurato mentre consulta un simile Urim e Thummim in un manoscritto dell’inizio del XVII secolo dalla British Library. In questo caso il manufatto è composto da tre Pietre Filosofali lucidate a specchio incastonate in supporti di electrum magicum ; gli emblemi di una copia aperta dell’Amphitheatrum sapientiae aeternae di Khunrath si riflettono nella pietra centrale. Lo scopo di questa pratica era di entrare in contatto con “un grande spirito benevolo dall’Empireo”, vale a dire un angelo dalla più alta sfera superceleste oltre le stelle fisse, che avrebbe agito da intermediario per un’eventuale unione con Dio in questa vita.

Figura 8 – L’Urim e il Thummim di Heinrich Khunrath come raffigurati nelle Tabulae theosophiae cabbalisticae di Khunrath

L’originale biblico Urim e Thummim erano oggetti enigmatici – forse pietre preziose – situati sopra o all’interno della corazza rituale dei sommi sacerdoti dell’Israele preesilio, che li usavano per scopi divinatori come determinare la colpevolezza o l’innocenza di una persona accusata. Tuttavia, il vero antico precursore dell’Urim e del Thummim Rosacroce si trova negli scritti dell’alchimista gnostico del IV secolo Zosimo di Panopoli.

Nel suo tratto “On Electrum”, Zosimo descrive il raggiungimento della gnosi tramite la meditazione sulla propria auto-riflessione in uno specchio di elettro, che è la mente di Dio situata al di sopra delle sette sfere planetarie. Lo specchio menzionato da Zosimo appartiene a un gruppo di manufatti magici dell’elettrum – anelli, vasi, campane – che troviamo associati al re Salomone nella letteratura pseudo-salomonica medievale e che riappariscono nelle pratiche dei Khunrath e dei successivi gruppi rosacrociani tramite lo pseudo -Paracelsian Archidoxis magica . 

Anche se non sono a conoscenza di alcun esempio sopravvissuto degli alchemico-cabalisti Urim e Thummim, una campana di evocazione dell’angelo dell’elettrum di proprietà dell’imperatore Rodolfo II, protettore di Khunrath, esiste ancora oggi.

C: Puoi parlarci del contenuto e degli obiettivi generali del tuo libro, The Path of the Serpent ?

HT: The Path of the Serpent è un’analisi in due volumi dell’ambiguo simbolismo serpentino che si trova al centro delle tradizioni gnostiche occidentali che ho menzionato qui. Come nelle tradizioni tantriche indo-tibetane, questo simbolismo è associato al sentiero dell’ascesa gnostica e alla sua controparte microcosmica lungo la neuroassi dell’iniziato. È anche intimamente correlato all’obiettivo di quell’ascesa e alla figura ambigua che giace al confine stellare tra i regni supercelesti e le sfere celesti e terrestri corrotte. 

In alternativa, un sovrano del mondo che schiavizza l’anima e un intermediario liberatore del divino, questa figura appare come un potere serpentino unitario con aspetti benevoli e malevoli, o come una sizigia di poteri serpentini superni e infernali bloccati in combattimento. Le sue manifestazioni principali sono il Demiurgo gnostico, l’angelo Metatron, il serpente teli dei Kabbalisti e Cristo sotto le spoglie del serpente bianco. 

Figura 9 – Serpenti in bianco e nero dagli inferni di Clavis (1751), un manuale di Höllenzwang che si appropria di motivi della magia rosacrociana Metatrona . I Rosacroce contemporanei credevano che il tesoro sepolto custodito dai demoni fosse in realtà la scintilla divina dell’anima del praticante.

A livello storico, questo simbolismo può essere ricondotto attraverso la Kabbalah alle dottrine e alle tecniche estatiche quasi tantriche dei “culti del serpente” gnostici come i Peratae mesopotamici. Al di là dell’antico ambiente gnostico, la documentazione storica ci riporta più indietro alla mitologia Chaoskampf dell’antico Vicino Oriente, in cui il serpente del caos primordiale comprende l’asse cosmico che collega i cieli con il mondo sotterraneo. Nel secondo volume del mio libro esploro questa genealogia in dettaglio e descrivo il suo culmine nell’immaginario del Libro rosso di Carl Gustav Jung, una delle più belle espressioni novecentesche della tradizione gnostica. Tuttavia, un resoconto storico adeguato del simbolismo in questione richiede anche una comprensione delle sue origini psicologiche. Questi si trovano negli stati di coscienza ipo-egoici generati dalle tecniche estatiche.

Poiché gli psichedelici serotoninergici (LSD, psilocibina, DMT, ecc.) Forniscono un accesso sperimentale diretto agli stati ipo-egoici, cioè all’esperienza di un’attenuazione o abolizione delle funzioni dell’io, il primo volume di The Path of the Serpent sviluppa intuizioni neuropsicologiche dalla mia sperimentazione con questi composti enigmatici. Focalizzandomi su una visione paradigmatica invocata da DMT, interpreto l’emergere di un simbolismo serpentino ambiguo – che possiede aspetti sia distruttivi che creativi – in termini di disintegrazione indotta dalla droga delle gerarchie della rete neurale e una disinibizione di accompagnamento dei segnali ascendenti dalla corteccia visiva, il sistema limbico e sistema nervoso autonomo. La disinibizione di questa natura è alla base delle visioni, delle emozioni potenti e delle sensazioni somatoviscerali anomale tipiche non solo dell’uso enteogeno ma anche di altre tecniche estatiche.

Esaminando i resoconti della visione storica dai lignaggi gnostici, mostro come queste alterazioni neurobiologiche siano interpretate dai professionisti in termini di melotesia – il rapporto di parti particolari del corpo con le sfere celesti e i loro angeli / dei associati. Quando le reti neurali superiori abbandonano il controllo sul simbolismo inferiore, visionario si presenta come un fenomeno interocettivo, vale a dire, come la percezione e l’interpretazione degli stati corporei interni che sono normalmente subliminali sotto i regimi neurali della vita quotidiana.

Lo stesso vale per lo stesso stato di coscienza lucido e ipo-egoico, che corrisponde allo specchio della mente divina che giace alla soglia stellare delle sfere superceleste. Simile al “sé osservante” della dissociazione traumatica, questa metaconsapevolezza interocettiva dell’individualità egoica è caratterizzata dall’intuizione di complessi precedentemente inconsci e di traumi codificati in modo somatico.

Figura 11 – Melothesia e l’ascesa gnostica, dal Kurze Eröfnung di Johann Georg Gichtel (1723).

Quindi, contrariamente alla loro rappresentazione da parte degli accademici come errori della mente ingenua pre-illuminata, le dottrine e le pratiche trasmesse dai lignaggi gnostici possono essere considerate come sistemi psicoterapeutici profondi. Vorrei anche sottolineare che The Path of the Serpent non mira a ridurre il suo argomento a una questione di psicologia o neurobiologia.

L’enigmatico simbolismo serpentino che ho studiato dà espressione a dinamiche quasi critiche, al limite del caos, che regolano il sistema nervoso umano e che possono essere osservate anche nella società, nella biosfera e nel più ampio cosmo naturale. All’interno di questi sistemi complessi, una discesa ricorrente nel caos genera l ‘”antichaos” dell’emergenza, cioè la comparsa di proprietà, strutture e comportamenti qualitativamente nuovi. Questo sporadico, archetipo ritorno a un crogiolo di trasmutazione è alla base della continuità tra le antiche narrazioni cosmogoniche del Chaoskampf e il simbolismo serpentino dei lignaggi gnostici.

ARTICOLO ORIGINALE

IL SACRIFICIO CRUENTO

3-thelema

È necessario considerare attentamente i problemi connessi al sacrificio cruento, si tratta infatti di una questione tradizionalmente importante nella Magia. Quasi tutta la Magia antica verte su questo. In particolare vi si riferiscono tutte le religioni osiriche, i riti del Dio Morente. L’uccisione di Osiride e di Adone; la mutilazione di Attis; i culti del Messico e del Perù; la storia di Ercole o Melcarth; le leggende di Dioniso e di Mitra, sono tutti collegati a questa idea. Nella religione ebraica troviamo in­culcata la stessa nozione. La prima lezione etica della Bibbia è che l’unico sacrificio caro al Signore è il sacrificio cruento; Abele, che lo compiva, trovava favore agli occhi del Signore, mentre Caino, che offriva cavoli, veniva considerato abbastanza natu­ralmente un tipo da poco. L’idea ricorre di frequente. Abbiamo il sacrificio della Pasqua, che segue la storia di Abramo al quale viene ordinato di sacrificare il figlio primogenito, in cui appare l’idea di sostituire un animale all’essere umano. La cerimonia annuale dei due capretti ne tramanda il ricordo. Ritroviamo questa concezione dominante nella vicenda di Ester, in cui Haman e Mardocheo sono i due capri o i due dèi; e infine nel rito del Purim in Palestina, in cui Gesù e Barabba furono per caso i Capri in quell’anno particolare di cui si fa tanto parlare, senza che vi sia concordanza circa la data.

L’argomento andrebbe studiato in “The Golden Bough”, dove è esposto con grande erudizione da J. G. Frazer.

Quanto è stato detto più sopra basta comunque a dimostrare che, da tempo immemorabile, il sacrificio cruento è la parte principale della Magia. Sembra che nessuno si sia mai preoc­cupato degli aspetti morali della cosa; e per la verità non è il caso di preoccuparsene. Come dice san Paolo, “Senza spargi­mento di sangue non v’è remissione”: e come possiamo contraddire san Paolo? Tuttavia, chiunque è libero di pensarla come preferisce, su questo e su qualunque altro argomento, grazie a Dio! Nello stesso tempo, è assolutamente necessario studiare la rosa, in qualunque modo intendiamo poi regolarci in proposito; poiché naturalmente la nostra etica dipenderà dalla nostra teoria ilei l’universo. Se fossimo assolutamente certi, ad esempio, che ognuno, morendo, va in paradiso, non potrebbero esistere serie obiezioni all’omicidio e al suicidio, poiché in generale viene ammesso — da parte di quanti non conoscono né l’uno né l’altra — che il paradiso sia un luogo più piacevole della terra.

Questa teoria del sacrificio cruento nasconde tuttavia un mi­sero della massima importanza per lo studioso; perciò non continueremo a giustificarci. Non avremmo neppure incluso questa giustificazione, se non fosse stato per le sollecitazioni di un gio­vane amico molto pio e austero, il quale ha sostenuto che la parte seguente di questo capitolo (la parte scritta originaria­mente) potrebbe farci fraintendere da molti, e questo non deve avvenire.

Il  sangue è la vita. Questa semplice affermazione è spiegata dagli Indù: il sangue è il veicolo principale del Prana vitale. Insiste motivo di credere che esista una sostanza ben definita, non ancora isolata, la cui presenza determinerebbe la differenza tra la materia vivente e la materia morta. Sorvoliamo, con il dovuto disprezzo, sugli esperimenti pseudo-scientifici di certi ciarlatani americani i quali affermano di aver stabilito che al momento della morte si verifica una perdita di peso, e le asserzioni infondate di presunti chiaroveggenti i quali dichiarano di aver visto l’anima uscire come un vapore dalla bocca di per­sone in “articulo mortis” ma le sue esperienze di esploratore hanno convinto il Maestro Therion che la carne perde una parte considerevole del suo valore nutritivo pochissimi minuti dopo la morte dell’animale, e che tale perdita procede, con rapidità sempre inferiore, con il passare del tempo. Inoltre, si ammette generalmente che il cibo vivo, come le ostriche, costituisce la forma di energia più rapidamente assimilabile e più concen­trata. Gli esperimenti di laboratorio sul valore dei cibi sem­brano quasi inutili, per ragioni che qui non è il caso di discu­tere; la testimonianza generale dell’umanità appare una guida più sicura.

Sarebbe poco saggio condannare come irrazionale l’abitudine dei selvaggi che strappano il cuore e il fegato all’avversario e li divorano ancora caldi. In ogni caso, gli antichi Maghi affer­mavano che ogni essere vivente è un magazzino di energia di quantità variabile secondo le dimensioni e le condizioni di sa­lute dell’animale, e di qualità variabile secondo il suo carattere mentale e morale. Alla morte dell’animale, questa energia si li­bera improvvisamente.

Perciò l’animale deve venire ucciso dentro al Cerchio, o al triangolo se è il caso, affinché la sua energia non possa sfug­gire. Deve venire prescelto un animale la cui natura si accordi con quella della cerimonia: perciò, sacrificando un’agnella non si otterrebbe una quantità apprezzabile dell’energia ardente utile a un Mago che invoca Marte. In tal caso sarebbe più adatto un ariete. L’ariete deve essere vergine: il potenziale della sua ener­gia totale originaria non deve essere diminuito in alcun modo. Per la più alta operazione spirituale bisogna quindi scegliere la vittima che contiene la forza più grande e più pura. Un bambino maschio di perfetta innocenza e di elevata intelligenza è la vittima più soddisfacente e più adatta.

Per le evocazioni è più conveniente collocare il sangue della vittima nel Triangolo: lo spirito può ottenere dal sangue quella sostanza sottile ma fisica che era la quintessenza della sua vita e assumere quindi una forma visibile e tangibile. Si veda in The Equinox I, v. Supplemento, X Aethyr, il Resoconto.

I maghi che si oppongono all’uso del sangue si sono sforzali ili sostituirlo con l’incenso. A tale scopo si può bruciare in granili quantità l’incenso di Abramelin. Anche il dittamo di Creta ò un mezzo prezioso. Entrambi gli incensi hanno natura molto eclittica e sono adatti per quasi tutte le materializzazioni.

Ma il sacrifìcio cruento, sebbene sia più pericoloso, è più efficace; per quasi tutti gli scopi il meglio è il sacrifìcio umano Il vero grande Mago saprà usare il proprio sangue, oppure quello di un discepolo, senza sacrificare irrevocabilmente la vita fisica Un esempio di tale sacrificio è indicato nel Capitolo 44 del Liber 333. Questa Messa può venire raccomandata in generale come pratica quotidiana.

Ancora qualche parola sull’argomento. Vi è un’Operazione Ma gica della massima importanza: l’Inizio di un Nuovo Eone Quando diviene necessario proferire una Parola, l’intero Pianeta deve essere bagnato di sangue. Prima che l’uomo sia pronto ad accettare la Legge di Thelema, deve essere combattuta la Grande Guerra. Questo Sacrifìcio cruento è il punto critico della Ceri­monia Mondiale della Proclamazione di Horus, il Figlio Incoro­nato e Vincitore, a Signore dell’Eone.

Tutto ciò è profetizzato nel Libro della Legge: lo studioso ne prenda nota ed entri a far parte delle Schiere del Sole. Vi è poi un altro sacrifìcio al cui riguardo gli Adepti hanno sempre mantenuto la segretezza più assoluta. E’ il mistero su­premo della Magia pratica. II suo nome è la Formula della Rosa-Croce.

E’ inopportuno tentare di compierlo fino a che non si è rice­vuta una regolare iniziazione nel vero Ordine della Rosa-Croce, ed è necessario avere preso i voti con la massima comprensione ed esperienza del loro significato. Inoltre, è estremamente opportuno che il Mago abbia raggiunto un grado assoluto di emancipazione morale, e quella purezza di spirito che deriva dalla perfetta comprensione delle differenze e delle armonie dei piani dell’Albero della Vita.

Per tale ragione Frater Perdurabo non ha mai osato servirsi di tale formula in modo pienamente cerimoniale, salvo una sola volta, in un’occasione d’enorme importanza, quando in realtà non fu Lui a fare l’offerta, ma UNO la fece per Lui. Infatti lui percepiva un grave difetto nel suo carattere morale, che lui potuto vincere sul piano intellettuale ma, fino ad ora, non ha potuto vincere su piani più elevati. Vi sarà riuscito prima della conclusione di questo libro.

I particolari pratici del Sacrificio Cruento possono venire studiati in vari manuali etnologici, ma le conclusioni generali sono riassunte nel Golden Bough di Frazer, che consigliamo caldamente al lettore. I particolari cerimoniali possono venire affidati alla sperimentazione. Il metodo dell’uccisione è in pratica uniforme. L’ani male deve venire colpito al cuore, oppure gli deve venire ta­gliata la gola; in ogni caso si deve usare il coltello. Tutti gli altri metodi di uccisione sono meno efficaci; persino nel caso della Crocifissione la morte viene inferta con il pugnale.

Si può osservare che come vittime si usano soltanto animali a sangue caldo, con due eccezioni principali. La prima è costi­tuita dal serpente, che viene usato soltanto in un rituale spe­cialissimo; la seconda è costituita dallo scarabeo magico del Liber Legis.

Una parola di avvertimento è forse necessaria per il princi­piante. La vittima deve essere in perfetta salute, altrimenti la sua energia può essere avvelenata. Inoltre, non deve essere trop­po grossa; la quantità di energia liberata è incredibilmente grande, e del tutto sproporzionata alla forza dell’animale. Di conseguenza, il Mago può venire facilmente sopraffatto e os­sessionato dalla forza che ha scatenato; questa allora si manifesterà probabilmente nella sua forma più bassa e deplorevole. Per la sicurezza è assolutamente indispensabile la più intensa spiritualità dello scopo.

Nelle evocazioni il pericolo non è molto grande, poiché il Cerchio costituisce una protezione; ma in tale caso il cerchio deve essere protetto, non soltanto dai nomi di Dio e dalle Invocazioni usate contemporaneamente, ma anche da una lunga abitudine alla difesa vittoriosa. Se vi lasciate turbare o allarmare facil­mente, o se non avete ancora vinto la tendenza a vagare della vostra mente, non è consigliabile che compiate il Sacrificio Cruento. Non si deve tuttavia dimenticare che questa, e l’altra arte cui abbiamo osato solo accennare, sono le formule supre­me della Magia Pratica.

FONTE BIBLIOGRAFICA

Aleister Crowley – Magick

 

 

LA ROSA

DAT ROSA MEL APIBUS

La rosa è un simbolo veramente complesso, poiché racchiude in sé – più d’ogni altro fiore – significati tra loro totalmente contrastanti. È, infatti, ambivalente, potendo contemporaneamente significare perfezione celeste e passione terrena, tempo ed eternità, vita e morte, fecondità e verginità.

Secondo la superstizione popolare, molto diffusa soprattutto nel Medioevo, e che ha avuto una notevole influenza in molte leggende tipiche anche del nostro folclore, era il fiore che le streghe preferivano, in quanto ritenuto particolarmente idoneo a provocare il male, forse a causa della presenza sul suo stelo di molte spine; ma nel frattempo, era pure il fiore prediletto dalle fate, che se ne servivano spesso per recare felicità e benessere alle persone buone. In questa circostanza, così come in molte altre, la rosa sa concentrare significati in netto contrasto tra di loro, come odio ed amore, quasi che entrambi discendessero da un unico ceppo, o fossero due facce di una sola medaglia; a pensarci bene, non è poi tanto illogico, essendo entrambi dei sentimenti, delle passioni e queste, come sappiamo, non conoscono vie di mezzo. Nella vita umana, tanto per citare un esempio concreto, se un rapporto tra due persone termina in modo traumatico, non di rado all’amore e alla stima subentra in ambo le parti il disprezzo, l’odio, il rinfacciarsi reciproco di colpe e di difetti; e questi sono tanto più intensi e radicati quanto più forte era il legame affettivo che si è interrotto.

Tornando al nostro argomento, la rosa, possiamo affermare che questo fiore, forse anche per la sua struttura a forma rotonda (non dimentichiamo che in Occidente il cerchio era considerato sin dai tempi più antichi un modo per indicare la perfezione) è stato sempre reputato simbolo di completezza: rappresenta, infatti, la profondità del mistero della vita, la bellezza, la grazia, la felicità, ma anche la voluttà, la passione ed è perciò, spesso associato alla seduzione.

Essendo stato da sempre un fiore abbinato alle divinità femminili, esso è amore, vita, creazione, bellezza e verginità; la sua rapidità nell’appassire simboleggia, al contrario, morte e sofferenza, e le sue spine evocano, invece, il sangue ed il martirio.

Sempre per affinità al cerchio, ossia ad una cosa che non ha né inizio né fine, alla rosa si associa spesso un significato di sistematicità, di ciclicità.

Questo fenomeno, tuttavia, non si limita ad essere puramente periodico, ma presenta anche un suo progresso temporale, un suo divenire, un suo traslare nel tempo: come una ruota di bicicletta che, dopo un giro, ritorna sì nella posizione iniziale, ma in un luogo diverso da quello precedente.

La rosa è pertanto anche il simbolo del divenire e, per traslato, indica il perpetuarsi della vita umana da quella terrena verso un’altra dimensione a noi per il momento ignota, che i credenti chiamano aldilà e che trova il suo culmine, il suo compimento totale nella resurrezione.

Per questo motivo la rosa viene usata per raffigurare anche oltre alla vita eterna, la primavera che, se vogliamo, è un piccolo assaggio terrestre della resurrezione celeste che ci attenderà alla fine della nostra esistenza.

Tuttavia, anche chi non ha il dono della fede può facilmente riconoscere che tutta la nostra esistenza è continuamente attraversata da fasi cicliche: di alcune di loro – come ad esempio l’alternarsi delle stagioni – sappiamo la periodicità, ma di moltissime altre siamo all’oscuro.

Se, ad esempio, siamo malati o in condizioni critiche dovute a qualsivoglia causa, come possiamo determinare se e quando queste scompariranno per far di nuovo posto a periodi di gioia, di serenità, di ristabilimento della salute fisica? E, una volta raggiunto questo stato di benessere, non abbiamo forse paura che la ciclicità della nostra esistenza ci arrechi di nuovo momenti di disagio?

Comunque la si consideri, la nostra vita è composta da un alternarsi di cicli, e questo vale per ognuno di noi.

Nell’ambito dei fiori, per quanto detto prima, la rosa è quello che più d’ogni altro è in grado di rappresentare la periodicità degli avvenimenti umani che si svolgono nel corso della nostra vita. È inoltre simbolo di silenzio e di riservatezza: una rosa era infatti appesa o raffigurata, nelle sale di consiglio per indicare riserbo e discrezione.

Per questo motivo papa Adriano VI fece scolpire sui confessionali una rosa a cinque petali, simbolo del sacro vincolo della segretezza che ogni sacerdote deve mantenere nei riguardi dei penitenti che si rivolgono a lui nella confessione, e la locuzione latina “sub rosa” aveva appunto il significato di una cosa rivelata in assoluta segretezza e confidenza.

La rosa d’oro denota la perfezione.

La rosa rossa il desiderio, la passione, la gioia, la bellezza, il rapporto sessuale; è il fiore di Venere e il sangue di Adone e di Cristo.

La rosa bianca è il fiore della luce; simboleggia l’innocenza, la verginità, lo sviluppo spirituale, il fascino.

La rosa bianca e rossa insieme rappresentano l’unione di fuoco ed acqua, una specie di unione degli opposti, mentre quella azzurra è il simbolo dell’impossibile.

La rosa a quattro petali raffigura la divisione in altrettanti parti del cosmo (terra, acqua, fuoco e cielo), in altre parole gli elementi che nell’antichità alcuni filosofi consideravano primordiali e dai quali traeva origine tutto il creato. La rosa a cinque petali rappresenta invece il microcosmo.

La Rosa dei Venti è raffigurata sotto forma di un cerchio che racchiude una croce doppia indicante le quattro direzioni cardinali e quelle intermedie; in essa sono quindi presenti contemporaneamente i simboli del cerchio, del centro, della croce e dei raggi della ruota solare. Lo stesso concetto può estendersi anche al rosone.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

Vediamo ora che cosa questo fiore rappresenta simbolicamente per le principali religioni della terra, iniziando con quella cristiana. Nell’iconografia cristiana, questo fiore, per la sua bellezza e fragranza, viene adoperato per indicare il ParadisoInoltre la rosa bianca è sinonimo d’innocenza, di castità e di purezza e, per traslato, è uno dei modi in cui si rappresenta la Vergine Maria, anche se in alcuni racconti – non appartenenti però alla cultura occidentale – è uno dei modi con cui può essere raffigurata la morte.

Al contrario, la rosa rossa è il simbolo della carità che, se spinta fino ai limiti estremi, può anche portare al martirio. Non a caso, infatti, una leggenda d’ispirazione cristiana vuole che il suo colore rosso sia stato generato dal sangue di Cristo sulla Croce. Ha pertanto anche il significato simbolico delle piaghe del Cristo dalle quali sgorgò il Suo Sangue per la redenzione dell’umanità. Le rose di color rosato sono l’emblema del Bambino Gesù, mentre quelle gialle quello dei Re Magi.

Possiamo osservare che la rosa assume significati fortemente contrastanti: passione e morte, gloria e resurrezione, in altre parole la vita eterna.

Nella religione cristiana queste entità costituiscono tuttavia, pur nella loro palese contrapposizione, un’unità inscindibile: infatti, non si può ottenere la resurrezione se non passando per la morte e non si può raggiungere la gloria se non transitando attraverso la passione.

La rosa è, dunque, il fiore che più d’ogni altro si presta a rappresentare metaforicamente gli eventi cardini della religione cristiana. Viene anche usata per ricordare il Sacro Graalossia la Coppa che, secondo la tradizione, fu adoperata da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena.

La Chiesa stessa è talvolta indicata nella Bibbia come Rosa di Sharon: le sue spine sono i peccati di cui essa si è macchiata nei secoli e, più in generale, quelli di tutti i credenti, mentre la rosa senza spine o Rosa Mistica è un altro titolo con il quale viene lodata la Vergine Maria, proprio per mettere in evidenza il Suo concepimento senza peccato originale (quindi senza spine).

La rosa d’oro – oltre alla perfezione ed all’incorruttibilità – è anche un simbolo del pontefice romano e quindi, per traslato, anche di Cristo, di Cui egli è il Vicario in terra. Papa Urbano II38– nel 1096, benedisse per la prima volta una Rosa d’Oro in occasione di una cerimonia, che si svolgeva fino a non molto tempo fa nella quarta domenica di Quaresima (detta per l’appunto Domenica delle Rose Domenica Laetare), considerata una sosta di giubilo nel cammino della penitenza che conduce il popolo cristiano alla celebrazione della Pasqua. Il Papa benediceva un fiore finto fatto di materiale aureo e detto appunto Rosa d’Oro, per farne dono ora ad alcune autorità civili (come il Prefetto di Roma), ora a qualche principe cattolico in segno di predilezione. Come fecero Urbano V che la assegnò nel 1367 alla regina di Sicilia Giovanna, Pio IX, che nel 1867 la donò alla regina di Spagna Isabella II.

Papa Pio XI infine, regalò la Rosa d’Oro all’allora regina d’Italia Elena di Savoia, in occasione della firma del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano. Prima dell’avvento del Cristianesimo, tra il mese di Maggio e quello di Luglio, si tenevano nell’antica Roma delle festività denominate Rosalie, e la Pentecoste, grazie anche alla sua collocazione indissolubilmente legata alla Pasqua, e quindi al periodo primaverile, prese in un certo senso il posto di queste ricorrenze pagane, così come avvenne anche per il Natale, per la cui celebrazione si scelse il 25 Dicembre, giorno nel quale si celebrava la festività del Sole Invitto.

Fino ad alcuni secoli orsono, in occasione della festa di Pentecoste, era costume far piovere sui fedeli, durante la celebrazione della Santa Messa, petali di rose e batuffoli di stoppia accesi, per ricordare che il manifestarsi dello Spirito Santo sugli apostoli avvenne attraverso la discesa di lingue di fuoco, simili appunto a petali di rose. Per tale ragione, la Pentecoste viene anche chiamata Pasqua delle Rose o Pasqua Rosata. Secondo il monaco Beda la tomba, dove Cristo fu collocato una volta deposto dalla croce, era dipinta di rosso e di bianco, dei due colori che, mescolati insieme, formano il rosa; anche in questo caso, come possiamo notare, c’è una perfetta commistione, una sintesi totale di due colori che rappresentano di per sé sentimenti opposti, contrastanti e la cui sintesi trova la sua più totale realizzazione proprio nel rosa, inteso sia come colore sia – in senso lato – come sostantivo.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE ISLAMICA

Come nel mondo cattolico la rosa simboleggia il sangue del Cristo, così in quello islamico rappresenta il sangue di Maometto, il suo profeta.

Nella Rosa di Baghdad il primo cerchio rappresenta la Legge, il secondo il Cammino, il terzo la Conoscenza e tutti e tre i cerchi insieme raffigurano la Verità ed il nome di Allah. Anche in questo caso vi sono molte analogie simboliche tra le due religioni monoteiste.

Sa’di (1184 circa – 1291 circa), mistico musulmano, fu uno dei più importanti poeti persiani; questo non è quasi sicuramente il suo nome reale, bensì il titolo con il quale venivano all’epoca chiamati i saggi ed i filosofi, e potrebbe essere l’analogo di Maestro, appellativo con il quale i cristiani chiamano talvolta Nostro Signore.

Nell’opera da lui scritta “Il Roseto” – in lingua originale Golestàn – l’autore definisce il giardino delle rose come il luogo dove si raggiunge il grado più alto della contemplazione. Questa opera è molto nota nella letteratura persiana; la sua ricchezza di simbolismi e l’importanza che ebbe per la diffusione della cultura e della lingua musulmana nei secoli successivi, la rende paragonabile alla nostra Divina Commedia scritta neanche un secolo dopo.

È sostanzialmente un importante documento che illustra la vita politica, sociale e religiosa di quel periodo nel mondo persiano, nel quale sono descritti con minuziosa cura i personaggi dell’epoca, dai principi agli schiavi, dai dignitari di corte ai ladri.

In definitiva, uno spaccato della vita quotidiana, filtrata però attraverso l’occhio benevolo di un saggio che, avendo appunto visto e sperimentato di tutto nella sua esistenza, valuta quello che lo circonda con una certa indulgenza ed in maniera abbastanza bonaria.

Il carattere dello scrittore che traspare da quest’opera è quello di un uomo ricco di doti morali, che tende a giudicare con moltissima prudenza tutto ciò che succede intorno a lui, senza emanare giudizi severi ed inappellabili anche nei riguardi di coloro che agivano disonestamente, ma sforzandosi di trovare anche in loro del bene e dei valori morali. Sotto questo punto di vista si può affermare che fosse più che giustificato l’appellativo di saggio che gli fu unanimemente riconosciuto.

Nel mondo egiziano le rose erano fiori sacri alla divinità Iside, poiché rappresentavano l’amore puro del tutto liberato dall’aspetto carnale; ma è nel mondo greco-romano che il culto della rosa ha trovato maggiore sviluppo.

LA ROSA NELLA GRECIA CLASSICA

Presso i Greci la divinità Aurora è spesso chiamata – tra gli altri da Mimnermo, poeta lirico dell’antica Grecia, vissuto tra il VII ed il VI secolo a.C. ed Omero – “La dea dalle dita di rosa” (rododaktulos), proprio perché associata al sorgere del sole. Saffo, invece, dà questo attributo alla luna. Limitandoci per questione di spazio e di tempo al solo campo della lirica, notiamo frequenti riferimenti alla rosa da parte di poeti e di lirici appartenenti a varie epoche e di stili letterari diversi: dai bellicosi Omero, Mimnermo ed Alceo ai più idilliaci Ibico, Teocrito ed Asclepiade, poeta esaltatore dell’amore.

Secondo Anacreonte le rose sono profumo per gli dei e gioia per gli uomini.

Nessun poeta greco, tuttavia, amò questo fiore più di Saffo; la quale predilige più d’ogni altro tutto ciò che è delicato, e paragona a questo fiore la bellezza delle fanciulle. Costei, inoltre, intitola “Le rose della Pieria” una sua composizione, volendo con questo identificare l’intera sua poesia con il suo fiore prediletto. Presso gli antichi Greci, la rosa è il simbolo della gioia, della bellezza, dell’amore e del desiderio; era il simbolo della dea Afrodite, veniva coltivata nei giardini funerari ed era spesso ornamento di tombe, per garantire al defunto il raggiungimento dell’immortalità nell’altra vita.

Corone di rose adornavano poi le statue del dio Dioniso ed erano anche al collo delle sue scatenate seguaci, le Baccanti. Dioniso era, fra l’altro, il dio del vino e ghirlande di rose cingevano coloro che partecipavano ai banchetti in onore di questa divinità, proprio perché si credeva che tale fiore era in grado di tenere lontano gli effetti negativi – come ad esempio il mal di testa – che un abuso di questa bevanda poteva provocare, od anche perché si riteneva che aiutasse le persone ubriache (molto comuni tra i seguaci di questa divinità) a non rivelare i segreti di cui erano a conoscenza e che sotto l’influsso della ebbrezza avrebbero potuto esternare.

Fu molto probabilmente anche per questo motivo, che la rosa è poi diventata simbolo della riservatezza.

Con la rosa erano poi raffigurati il dio Helios e le Muse oltre alla già citata Eos, dea dell’aurora.

LA ROSA NELLA ROMA LATINA

Anche presso gli antichi Romani la rosa rivestì una notevole importanza; così come presso i Greci, era uno dei fiori con il quale venivano adornate le tombe.

Ciò avveniva principalmente in cerimonie chiamate Rosalia che avevano luogo, secondo la località in cui erano svolte, in un periodo compreso tra il mese di Maggio e quello di Luglio; in questi riti si offrivano delle rose ai Mani, le anime dei defunti ritenute divinità protettrici del focolare domestico. Anche la dea degli inferi, Beate, veniva talvolta raffigurata con una corona di rose sul capo.

Era poi consuetudine gettare petali di rose al passaggio dell’imperatore ed era fatta di rose la corona che egli portava sul suo capo. Il poeta latino Decimo Magno Ausonio associa alla rosa la fugacità della vita; in un suo idillio egli recita: “Uno sola giornata comprende la vita della rosa; essa in un solo attimo congiunge la giovinezza e la vecchiaia”, riprendendo il motivo del carpe diem oraziano ed anticipando temi che troveranno ampio spazio nel Rinascimento.

Anche molte iscrizioni funebri riprendono questo tema; ne sono state trovate alcune, deposte soprattutto per ricordare chi era defunto in età giovanile, con scritto: “Nacque e subito morì, proprio come una rosa”. Nel romanzo “L’Asino d’oro” di Lucio Apuleio, la dea Iside promette a Lucio, trasformato da un maleficio in un asino, di farlo ridiventare uomo durante una processione dedicata alla dea, non appena costui avesse mangiato una corona di rose che il sacerdote di Iside gli avesse consegnato.

Si riteneva, quindi, che la rosa fosse dotata di poteri magici e che fosse alla base di ogni processo di rigenerazione che riguardava l’essere umano.

Questo è anche testimoniato dall’affinità del termine latino rosa con quello ros che sta ad indicare pioggia, rugiada, elementi indispensabili allo svilupparsi ed all’evolversi della vita sulla terra. A proposito di quanto ora detto, è abbastanza singolare che il nome rosa sia comune in quasi tutte le lingue europee, con piccole varianti: die Rose in tedesco; rose in francese, danese, inglese; rosa in spagnolo, italiano ed ancor prima in latino; roza in ungherese; ros in svedese; royz in yiddish, solo per citarne qualcuna.

Trattandosi sia di lingue derivate dal latino che da altri ceppi, possiamo a ben ragione affermare che questo fiore abbia diritto di essere considerato un elemento unificatore del nostro continente. Nell’alchimia e nelle scienze magiche in genere, la rosa bianca e quella rossa sono ritenute gli elementi primordiali di cui si ritiene composta la materia esistente: la prima come sostanza “volatile” e la seconda come ingrediente “in combustione”. Secondo questa teoria, la pluralità delle forme della materia è da attribuirsi proprio ad un diverso rapporto tra le due sostanze base.

SIMBOLOGIA DELLA ROSA

L’unione tra la rosa e la croce – oltre ad essere alla base della figura del rosone – è il simbolo dei Rosacroce, setta di impronta evangelica che nacque in Germania nel XVII secolo, per diffondersi successivamente in Francia. Il loro nome deriva da un adepto della setta, il cavaliere tedesco Kristian Rosenkreuz, vissuto nel secolo XV, la cui tomba venne scoperta in Marocco. I “Rosacrociani”, che si vantavano di predire l’avvenire e di poter guarire malati incurabili, avevano per simbolo una rosa a cinque petali posta al centro di una croce.

Questo emblema ricalca, peraltro, quello di Martin Lutero . Nel mondo della massoneria la rosa riveste un’importanza fondamentale; durante il funerale di un “fratello” è, infatti, costume gettare nella tomba tre rose di colore diverso, dette Rose di San Giovanni che significano amore, luce e vita. Il 24 Giugno, giorno della festività di San Giovanni è consuetudine decorare gli interni di ogni loggia massonica con tre rose di diverso colore. Anticamente i Germani eseguivano in onore della divinità Ziu (l’equivalente del dio Marte) la “Danza della spada”, nella quale veniva simulato un combattimento tra giovani ballerini. Costoro, al termine della danza, univano le punte delle loro spade in modo da formare una rosa, e portavano in trionfo il corifeo, ossia colui che aveva guidato il ballo propiziatorio.

Sempre nella cultura tedesca – soprattutto nella poesia popolare – la frase Im Rosengarten sein” (Essere nel Giardino delle rose) ha un doppio ed opposto significato, uno dei quali indica l’amore casto e puro, l’altro, invece l’amore in senso passionale, biblico, che deriva da un rapporto carnale: un altro esempio della dualità che questo fiore è capace di concentrare in sé.

Nel mondo cinese la rosa non riveste quella importanza simbolica che ha invece nelle nostre latitudini; essa viene il più delle volte associata alla gioventù, in ogni caso mai all’amore. Nel campo dell’araldica le rose sono di solito raffigurate in maniera stilizzata, con cinque, sei oppure otto petali. Tra gli emblemi dove questo fiore viene raffigurato, ricordiamo quelli già citati delle casate dei Lancaster (rosa rossa) e degli York (rosa bianca) , dei Tudor (rosa con petali bianchi striata di rosso), dei principi tedeschi di Lippe, dei conti di Altenburg. Infine, tra le città nei cui stemmi appare questo fiore, ricordiamo quella inglese di “Southampton” (una rosa rossa e due bianche), e quella tedesca di Lipstadt.

FONTE : Corrado Colafigli e Maurizio Saudelli – Spigolando tra le Rose