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I ROSACROCE, GLI ENTEOGENI E LE TRASFORMAZIONI ANGELICHE: INTERVISTA CON HEREWARD TILTON

“Chi se non un Rosacroce potrebbe spiegare i misteri rosacrociani!”Zanoni (1842) di Edward Bulwer-Lytton

Edward Bulwer-Lytton è stato spesso descritto come uno scrittore cripto-rosacrociano e nel suo capolavoro, Zanoni , ha abbozzato un’immagine molto distinta del mago ideale. Zanoni, l’omonimo mago del romanzo, è uno stoico auto-sacrificale e schivo con un talento per la teatralità e il vigilantismo in stile Batman. Proprio come lo stregone di Daniel Defoe, agisce – per parafrasare Shakespeare – come un “ministro del destino”, un oscuro agente che governa sottilmente “le cose più grandi della vita”, facendo saltare o succedendo “alle imprese di principi e persone”.

Tuttavia, nel libro, Bulwer-Lytton dedica poco tempo a spiegare come Zanoni abbia acquisito i suoi poteri semi-divini. Tuttavia, fornisce al lettore diversi suggerimenti occulti. A un certo punto, Zanoni afferma che la trance è una porta per l’iniziazione spirituale. “Nei sogni”, dichiara, “inizia tutta la conoscenza umana: nei sogni aleggia su uno spazio smisurato, il primo debole ponte tra spirito e spirito, questo mondo e i mondi al di là! Zanoni comunica regolarmente anche con un’intelligenza angelica chiamata Adonai. C’è persino un punto in cui Glyndon, il protagonista dissoluto del romanzo, respira un vapore scintillante durante un esperimento di autoiniziazione illecita. La droga – o meglio, il suo uso improprio – fa sì che Glyndon veda e ascolti il ​​pauroso “Guardiano della Soglia”, un fantasma malevolo e sempre presente.

Sebbene Zanoni contenga solo lampi di informazioni su alcuni metodi esoterici di comunicazione e trasformazione, gli attuali Rosacroce ei loro ammiratori, impiegarono un miscuglio collaudato di tecniche di alterazione della mente, che derivarono da Paracelso, Heinrich Khunrath e varie altre figure sul stregoneria medievale e moderna e scena alchemica.

Secondo il dottor Hereward Tilton, uno storico religioso che ha insegnato magia, alchimia e rosacrocianesimo della prima età moderna all’Università di Amsterdam (Storia della filosofia ermetica e correnti correlate) e all’Università di Exeter (Exeter Center for the Study of Esoterismo), queste pratiche molto reali, che potrebbero includere l’assunzione di droghe enteogene e l’induzione di trance osservando lo specchio, erano progettate per aiutare il mago a contattare o diventare un angelo sovramondano.

Abbiamo incontrato Tilton per saperne di più sui Rosacroce e sulle loro svariate arti di trasformazione corporea e spirituale.

Figura 1 – La montagna dei filosofi come raffigurata nel testo del diciottesimo secolo, Geheime Figuren der Rosenkreuzer (I simboli segreti dei Rosacroce).

Il Custode: Potresti approfondire le somiglianze e le differenze tra i concetti di trasfigurazione, gnosi e alchimia spirituale nella teoria e pratica dei Rosacroce?

Dr Hereward Tilton: Trasfigurazione, gnosi e alchimia spirituale sono concetti correlati ma distinti. Nel contesto alchemico e cabalistico cristiano della prima Rosacroce moderna, “trasfigurazione” si riferisce alla spiritualizzazione della materia, in particolare del corpo umano materiale. Prima di tutto, questa nozione si rifà alla trasfigurazione di Cristo, che si pensava implicasse la trasformazione del suo corpo terrestre corruttibile in una forma spiritualizzata immortale; Il dogma cristiano ortodosso prevede che tutti gli esseri umani assumano simili “corpi di risurrezione” con i quali trascorreremo l’eternità in paradiso o all’inferno.

Per quanto riguarda l’alchimia, la morte e la risurrezione di Cristo servirono da modello per il processo alchemico, e la Pietra Rossa dei Filosofi fu equiparata alla carne e al sangue trasfigurati di Cristo, cioè un paradossale “corpo spirituale”. Questa spiritualizzazione della materia si rispecchia nell’azione della Pietra Filosofale sui metalli vili come agente di trasmutazione, e allo stesso modo nel suo effetto sul corpo umano come panacea ed elisir di vita.

Figura 2 – La rappresentazione alchemico-cabalistica di Cristo di Heinrich Khunrath come potere trasfigurante universale in Amphitheatrum sapientiae aeternae.

D’altra parte, dalla prospettiva cabalistica e cabalistica cristiana, la nozione di trasfigurazione è esemplificata dalla storia di Enoch, il patriarca biblico che è stato “preso da Dio” senza morire nel libro della Genesi. I libri tardoantichi di Enoch descrivono questo passaggio sconcertante in termini di angelificazione di Enoch. Tra i testi proto-cabalistici di Hekhalot, il Sefer Hekhalot del quinto secolo o “Libro dei palazzi celesti” (il terzo libro di Enoch) descrive l’ascesa celeste e la trasfigurazione di Enoc come l’angelo Metatron, il “piccolo Yahweh” o “principe degli volto divino ”.

Attingendo più o meno direttamente dal Sefer Hekhalot e dall’estatico cabalista Abulafia, il grande cabalista cristiano del Rinascimento italiano, Giovanni Pico della Mirandola , interpretò questa angelificazione neoplatonicamente come unione con la mente divina, e addusse la trasfigurazione di Enoch come prova del nostro proteiforme. capacità di trasformare noi stessi e scalare la catena dell’essere in forme progressivamente più spiritualizzate.

Una fusione di queste nozioni alchemiche e cabalistiche di trasfigurazione è evidente a vari livelli nelle opere di Francesco Zorzi, Heinrich Agrippa, Heinrich Khunrath e in particolare John Dee. Nella sua Monas hieroglyphica , Dee attinge alla terminologia di Pico per descrivere una virtù superceleste trasfigurante da oltre “l’orizzonte del tempo” (cioè oltre i regni celeste e terrestre governati dal destino). Per mezzo di questa virtù, il cabalista cristiano ascende attraverso le sfere celesti verso la sua angelificazione, che Dee descrive nei termini esplicitamente alchemici di putrefazione, separazione, coniunctio oppositorum , ecc.Una volta che il mago superceleste ha raggiunto questa trasfigurazione Enochiana, Dee afferma, “da allora in poi sarà molto raramente visto da occhi mortali”.

Figura 3 – John Dee indica la sua “monade geroglifica”, una figura talismanica che assiste l’ascesa all’angelizzazione.

Questa conseguenza dell’angelizzazione è alla base della leggendaria invisibilità dei Rosacroce, una vasta rete sotterranea di alchimisti e ispiratori antiistituzionali dedicati alla Theophrastia sancta paracelsiana e alla “Riforma magica” di Agrippa. Nonostante la fama delle sue Nozze chimiche di Christian Rosenkreuz e il suo contributo giovanile ai manifesti rosacrociani dell’inizio del XVII secolo, il pastore luterano Johann Valentin Andreae si oppose all’orientamento teologico dominante di questa rete, dei suoi antenati e dei suoi successori. Tra le altre cose, il rosacrocianesimo è una tradizione gnostica occidentale con le sue radici nell’antica eresia cristiana. 

La “gnosi” perseguita dai Rosacroce nel corso dei secoli è una conoscenza liberatoria del nostro essere più intimo: una luce interiore divina identica alla mente primordiale o fondamento universale dell’essere. Questa ricerca può essere fatta risalire attraverso la Kabbalah e i testi Hekhalot all’antico gnosticismo proprio, in particolare ad alcuni “culti del serpente” eretici dedicati a tecniche estatiche quasi tantriche.

Per quanto riguarda l ‘”alchimia spirituale”, questa frase è stata resa popolare nel diciannovesimo secolo dal rosacrociano Arthur Edward Waite e dalla fondatrice della Società Teosofica, Helena Petrovna Blavatsky. Attingendo alla terminologia alchemico-cabalistica di Dee, Waite comprende “alchimia spirituale” in termini di angelificazione o “deificazione” trasfigurante dei cabalisti cristiani. Questo uso è in consonanza con la prima menzione di “alchimia spirituale” di cui sono a conoscenza, che fu fatta nel 1633 dall’apologeta dei Rosacroce Robert Fludd. Parla dell’umano peccatore che è “elevato nella sfera di luce” ed “esaltato nel Figlio di Dio” da una trasfigurante alchymia spiritualis .

D’altra parte, la concezione di Blavatsky di “alchimia spirituale” devia da questa tradizione in modi importanti. Lei suggerisce che l’alchimia fosse principalmente una ricerca mistica piuttosto che di laboratorio, e che gli alchimisti nascondessero la loro arte della trasmutazione interiore con un linguaggio pseudochimico a causa della minaccia rappresentata dall’Inquisizione. Nonostante la sua popolarità, questa non è una posizione sostenibile.

C: Che ruolo hanno svolto le sostanze enteogene o psicoattive nella ricerca della trasfigurazione? Quali alchimisti e maghi del medioevo e della prima età moderna descrissero esplicitamente, allusero o sperimentarono questi “elisir”?

HT: Ci sono una manciata di allusioni a forme psicoattive della Pietra Filosofale, in particolare la Pietra Angelica associata a John Dee, che si diceva garantisse “l’apparizione degli angeli più benedetti e gloriosi” attraverso i suoi “odori celesti e fragranti” . Il conoscente di Dee, Heinrich Khunrath, sembra aver usato un enteogeno alchemico simile per assistere la sua ascesa celeste. Questa “scintilla ardente dell’Anima del Mondo” è stata distillata dall’acido solforico e usata come mezzo per le Pietre Filosofali rosse e bianche di Khunrath (cioè colloidi d’oro e d’argento); lo descrive come una sostanza altamente volatile e aromatica che produce uno stato di euforia.

Queste proprietà suggeriscono che stesse sintetizzando etere dietilico, un anestetico euforizzante e allucinogeno scoperto da Paracelso negli anni Venti del Cinquecento. In effetti, Khunrath potrebbe essere stato il primo alchimista ad equiparare questo composto con âither, la quintessenza celeste o quinto elemento dell’antichità classica. In ogni caso, il dietil etere continuò a essere identificato con l’elisir alchemico fino al XIX secolo.

Ci sono anche prove dell’uso cabalistico cristiano di enteogeni vegetali associati all ‘”unguento volante” delle streghe, un unguento a base di erbe presumibilmente spalmato dalle streghe sul forcone e sui manici di scopa, e quindi applicato ai genitali con l’intento di volare verso il Sabbath diabolico. L’alchimista fiammingo del diciassettesimo secolo Johan Baptista van Helmont racconta un pericoloso esperimento con wolfsbane, una belladonna altamente tossica nominata da diverse autorità rinascimentali come ingrediente principale dell’unguento volante. I conseguenti stati alterati di coscienza e le sensazioni somatoviscerali che l’accompagnano sono interpretati da van Helmont nei termini cabalistici di un risveglio della propria anima immortale, la mente divina ( mens ) che giace oltre l’influenza dei pianeti e delle stelle.

Figura 4 – L’abominio degli stregoni di Jaspar Isaac.

Wolfsbane e altre ombre notturne psicoattive come la mandragora e il giusquiamo sono presenti in modo prominente nelle fumigazioni magiche medievali e della prima età moderna, che di solito comportavano bruciare erbe, incenso e vari altri ingredienti vegetali, minerali, animali e umani in un incensiere. Lo scopo di tali fumigazioni era di evocare angeli, demoni e spiriti dei morti (negromanzia). Anche se di solito erano dirette a scopi pratici abbastanza bassi, occasionalmente troviamo queste tecniche usate al servizio della “magia bianca”.

Ad esempio, Agrippa cita un passaggio del De vita di Ficino sull’attrazione degli spiriti delle stelle con le fumigazioni, quindi procede elencando le fumigazioni psicoattive dal Sefer Raziel medievale (“Libro dell’angelo Raziel”) contenente “erbe spirituali” come giusquiamo e cicuta. Queste pratiche servono al più grande scopo gnostico della magia di Agrippa: ascendere verso l’auto-deificazione attraverso una “scala” che comprende i poteri planetari e stellari e i loro angelici signori. Questa scala esiste anche all’interno del microcosmo del corpo umano, la cui struttura corrisponde al corpo eterno di Dio (le dieci Sefirot cabalistiche).

Un altro esempio notevole di fumigazioni psicoattive al servizio della magia bianca proviene da una versione manoscritta inglese del XVI secolo dello pseudo-solomonico Liber iuratus Honorii (“Libro Giurato di Onorio”). Con le sue indicazioni per ottenere visioni di Dio, questo testo medievale è debitore delle tecniche magiche della “Cabala pratica”; la versione cinquecentesca, oltre alle preghiere originali, ai sigilli e ai nomi di Dio, raccomanda l’uso di fumigazioni psicoattive associate al Sefer Raziel .

Tra i soliti fumiganti – ombre notturne, papaveri da oppio – il testo menziona anche la radice della canna comune. Questa è una fonte nativa europea di Dimetiltriptamina (DMT), uno dei principali costituenti psicoattivi dell’Ayahuasca, la mitica pozione curativa dell’Amazzonia.

C: Quando hanno iniziato a comparire queste droghe nei libri magici di caccia al tesoro, come Touch Me Not ? In che modo esattamente venivano usati, o abusati, nei rituali dei cacciatori?

HT: Per quanto riguarda gli scopi pratici di base che ho menzionato, la caccia al tesoro magica raggiunse proporzioni epidemiche nelle terre di lingua tedesca del XVII e XVIII secolo attraverso i grimori Höllenzwang (Coercizione dell’Inferno). Una propaggine dell’età moderna della tradizione pseudo-solomonica di legare i demoni, questa letteratura è principalmente associata all’alchimista e mago del XVI secolo Johann Georg Faust. Oltre al famoso patto faustiano con il diavolo, i manuali di “coercizione dell’inferno” offrono istruzioni per legare i demoni che si ritiene custodiscano i tesori sotterranei.

Per quanto riguarda le fumigazioni, il Sefer Raziel descrive l’incendio di giusquiamo, papaveri e cicuta allo scopo di nascondere tesori; tuttavia, mentre la Clavicula salomonis (Chiave di Salomone) ei suoi precursori bizantini includono incantesimi per strappare tesori dagli spiriti maligni, l’uso di fumigazioni psicoattive a questo scopo entra in gioco attraverso la letteratura Höllenzwang . Infatti questa pratica portò a una famosissima tragedia nei pressi della città tedesca di Jena nel 1715.

Tre aspiranti cacciatori di tesori si sono incontrati in una remota baita di montagna la vigilia di Natale; portarono con sé vari talismani, così come l’ Höllenzwang di Faust , la Clavicula salomonis , un vaso di fiori di ferro pieno di carbone come incensiere improvvisato e un’erba nota come Springwürzel . Questa pianta leggendaria avrebbe avuto il potere di rompere le serrature degli scrigni del tesoro ed era comunemente identificata con la mandragora.

Figura 5 – Magica caccia al tesoro andata male, dal grimorio del diciottesimo secolo Touch Me Not! Per gentile concessione della Wellcome Library.

Poiché era necessario invocare l’angelo planetario che governava il demone guardiano del tesoro, i cacciatori di tesori scolpirono un cerchio protettivo nel soffitto della capanna e iniziarono a evocare Och, un angelo del sole paracelsiano. Mentre recitavano i lunghi elenchi di nomi divini e verba ignota (parole sconosciute) dai loro manoscritti, spruzzarono lo Springwürzel sui carboni ardenti. Purtroppo faceva un freddo pungente sulle colline, quindi tenevano chiuse anche la porta e le finestre della capanna. Le conseguenze furono disastrose. Il giorno dopo, sul tardi, due cacciatori di tesori furono trovati morti; il terzo era a malapena vivo e balbettava incoerentemente.

Due guardie furono inviate per sorvegliare i cadaveri e decisero di riaccendere i carboni per riscaldarsi. Uno di loro morì: l’ultima che fu udita dal suo corpo tremante fu una preghiera, stranamente borbottata come da qualcuno che dormiva. Il sopravvissuto ha testimoniato di aver visto un bambino demoniaco picchiare alla porta della capanna. Fu un caso celebre in Germania, con teologi che discutevano di medici illuminati: la colpa era del Diavolo o era semplicemente un caso di avvelenamento da belladonna?

Figura 6 – Tragedia della vigilia di Natale di Jena del 1715.

C: L’Urim e il Thummim dei Rosacroce erano un aggeggio fisico o più un’idea simbolica?

HT: I Rosacroce Urim e Thummim erano un aggeggio fisico. Comprendeva un certo numero di Pietre Filosofali riflettenti simili a pietre preziose intarsiate su un supporto composto da una lega dei sette metalli planetari (il cosiddetto electrum magicum ). Durante il diciottesimo secolo, fu utilizzato dai sette Magi al vertice dell’Ordine della Croce d’Oro e della Croce Rosata per vari scopi di divinazione: per testimoniare i segreti della Creazione, per comunicare con Dio e i suoi angeli e per ispezionare i cuori di potenziali iniziati. 

I sette Magi stessi furono chiamati in onore dei sette pianeti e dei loro angelici signori, poiché i gradi iniziatici dell’ordine riflettevano i passi dell’ascesa cabalistica cristiana verso Cristo-Metatron. L’Urim e il Thummim erano tra i manufatti più sacri dell’ordine, ed è descritto in un manoscritto come “Geova Gesù stesso”.

Figura 7 – L’Urim e il Thummim della Croce d’Oro e Rosa come raffigurati nel De magia divina oder Caballistischer Geheimnüsse

Il manufatto in possesso della Croce d’Oro e della Rosa era derivato dalle pratiche alchemico-cabalistiche di Heinrich Khunrath, che è raffigurato mentre consulta un simile Urim e Thummim in un manoscritto dell’inizio del XVII secolo dalla British Library. In questo caso il manufatto è composto da tre Pietre Filosofali lucidate a specchio incastonate in supporti di electrum magicum ; gli emblemi di una copia aperta dell’Amphitheatrum sapientiae aeternae di Khunrath si riflettono nella pietra centrale. Lo scopo di questa pratica era di entrare in contatto con “un grande spirito benevolo dall’Empireo”, vale a dire un angelo dalla più alta sfera superceleste oltre le stelle fisse, che avrebbe agito da intermediario per un’eventuale unione con Dio in questa vita.

Figura 8 – L’Urim e il Thummim di Heinrich Khunrath come raffigurati nelle Tabulae theosophiae cabbalisticae di Khunrath

L’originale biblico Urim e Thummim erano oggetti enigmatici – forse pietre preziose – situati sopra o all’interno della corazza rituale dei sommi sacerdoti dell’Israele preesilio, che li usavano per scopi divinatori come determinare la colpevolezza o l’innocenza di una persona accusata. Tuttavia, il vero antico precursore dell’Urim e del Thummim Rosacroce si trova negli scritti dell’alchimista gnostico del IV secolo Zosimo di Panopoli.

Nel suo tratto “On Electrum”, Zosimo descrive il raggiungimento della gnosi tramite la meditazione sulla propria auto-riflessione in uno specchio di elettro, che è la mente di Dio situata al di sopra delle sette sfere planetarie. Lo specchio menzionato da Zosimo appartiene a un gruppo di manufatti magici dell’elettrum – anelli, vasi, campane – che troviamo associati al re Salomone nella letteratura pseudo-salomonica medievale e che riappariscono nelle pratiche dei Khunrath e dei successivi gruppi rosacrociani tramite lo pseudo -Paracelsian Archidoxis magica . 

Anche se non sono a conoscenza di alcun esempio sopravvissuto degli alchemico-cabalisti Urim e Thummim, una campana di evocazione dell’angelo dell’elettrum di proprietà dell’imperatore Rodolfo II, protettore di Khunrath, esiste ancora oggi.

C: Puoi parlarci del contenuto e degli obiettivi generali del tuo libro, The Path of the Serpent ?

HT: The Path of the Serpent è un’analisi in due volumi dell’ambiguo simbolismo serpentino che si trova al centro delle tradizioni gnostiche occidentali che ho menzionato qui. Come nelle tradizioni tantriche indo-tibetane, questo simbolismo è associato al sentiero dell’ascesa gnostica e alla sua controparte microcosmica lungo la neuroassi dell’iniziato. È anche intimamente correlato all’obiettivo di quell’ascesa e alla figura ambigua che giace al confine stellare tra i regni supercelesti e le sfere celesti e terrestri corrotte. 

In alternativa, un sovrano del mondo che schiavizza l’anima e un intermediario liberatore del divino, questa figura appare come un potere serpentino unitario con aspetti benevoli e malevoli, o come una sizigia di poteri serpentini superni e infernali bloccati in combattimento. Le sue manifestazioni principali sono il Demiurgo gnostico, l’angelo Metatron, il serpente teli dei Kabbalisti e Cristo sotto le spoglie del serpente bianco. 

Figura 9 – Serpenti in bianco e nero dagli inferni di Clavis (1751), un manuale di Höllenzwang che si appropria di motivi della magia rosacrociana Metatrona . I Rosacroce contemporanei credevano che il tesoro sepolto custodito dai demoni fosse in realtà la scintilla divina dell’anima del praticante.

A livello storico, questo simbolismo può essere ricondotto attraverso la Kabbalah alle dottrine e alle tecniche estatiche quasi tantriche dei “culti del serpente” gnostici come i Peratae mesopotamici. Al di là dell’antico ambiente gnostico, la documentazione storica ci riporta più indietro alla mitologia Chaoskampf dell’antico Vicino Oriente, in cui il serpente del caos primordiale comprende l’asse cosmico che collega i cieli con il mondo sotterraneo. Nel secondo volume del mio libro esploro questa genealogia in dettaglio e descrivo il suo culmine nell’immaginario del Libro rosso di Carl Gustav Jung, una delle più belle espressioni novecentesche della tradizione gnostica. Tuttavia, un resoconto storico adeguato del simbolismo in questione richiede anche una comprensione delle sue origini psicologiche. Questi si trovano negli stati di coscienza ipo-egoici generati dalle tecniche estatiche.

Poiché gli psichedelici serotoninergici (LSD, psilocibina, DMT, ecc.) Forniscono un accesso sperimentale diretto agli stati ipo-egoici, cioè all’esperienza di un’attenuazione o abolizione delle funzioni dell’io, il primo volume di The Path of the Serpent sviluppa intuizioni neuropsicologiche dalla mia sperimentazione con questi composti enigmatici. Focalizzandomi su una visione paradigmatica invocata da DMT, interpreto l’emergere di un simbolismo serpentino ambiguo – che possiede aspetti sia distruttivi che creativi – in termini di disintegrazione indotta dalla droga delle gerarchie della rete neurale e una disinibizione di accompagnamento dei segnali ascendenti dalla corteccia visiva, il sistema limbico e sistema nervoso autonomo. La disinibizione di questa natura è alla base delle visioni, delle emozioni potenti e delle sensazioni somatoviscerali anomale tipiche non solo dell’uso enteogeno ma anche di altre tecniche estatiche.

Esaminando i resoconti della visione storica dai lignaggi gnostici, mostro come queste alterazioni neurobiologiche siano interpretate dai professionisti in termini di melotesia – il rapporto di parti particolari del corpo con le sfere celesti e i loro angeli / dei associati. Quando le reti neurali superiori abbandonano il controllo sul simbolismo inferiore, visionario si presenta come un fenomeno interocettivo, vale a dire, come la percezione e l’interpretazione degli stati corporei interni che sono normalmente subliminali sotto i regimi neurali della vita quotidiana.

Lo stesso vale per lo stesso stato di coscienza lucido e ipo-egoico, che corrisponde allo specchio della mente divina che giace alla soglia stellare delle sfere superceleste. Simile al “sé osservante” della dissociazione traumatica, questa metaconsapevolezza interocettiva dell’individualità egoica è caratterizzata dall’intuizione di complessi precedentemente inconsci e di traumi codificati in modo somatico.

Figura 11 – Melothesia e l’ascesa gnostica, dal Kurze Eröfnung di Johann Georg Gichtel (1723).

Quindi, contrariamente alla loro rappresentazione da parte degli accademici come errori della mente ingenua pre-illuminata, le dottrine e le pratiche trasmesse dai lignaggi gnostici possono essere considerate come sistemi psicoterapeutici profondi. Vorrei anche sottolineare che The Path of the Serpent non mira a ridurre il suo argomento a una questione di psicologia o neurobiologia.

L’enigmatico simbolismo serpentino che ho studiato dà espressione a dinamiche quasi critiche, al limite del caos, che regolano il sistema nervoso umano e che possono essere osservate anche nella società, nella biosfera e nel più ampio cosmo naturale. All’interno di questi sistemi complessi, una discesa ricorrente nel caos genera l ‘”antichaos” dell’emergenza, cioè la comparsa di proprietà, strutture e comportamenti qualitativamente nuovi. Questo sporadico, archetipo ritorno a un crogiolo di trasmutazione è alla base della continuità tra le antiche narrazioni cosmogoniche del Chaoskampf e il simbolismo serpentino dei lignaggi gnostici.

ARTICOLO ORIGINALE

LA VISTA INTERIORE

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La memoria — disperazione del materialista, enigma dello psicologo, sfinge della scienza — è, per lo studioso delle antiche filosofie solo un nome per esprimere quel potere che l’uomo esercita inconsciamente e che condivide con molti animali inferiori: il potere di vedere con la vista interiore nella luce astrale e scorgervi le immagini delle sensazioni e degli avvenimenti  passati. Invece di cercare nei gangli cerebrali per trovarvi le micrografie dei viventi e dei morti, di scene che abbiamo visto, di incidenti a cui abbiamo partecipato, gli antichi si rivolgevano al vasto serbatoio in cui sono conservate per l’eternità le registrazioni di ogni vita umana e di ogni  pulsazione visibile del cosmo.

Il lampo di memoria, che secondo la tradizione è supposto mostrare all’uomo che annega tutte le scene da tempo dimenticate della sua vita mortale — come un paesaggio viene mostrato al viaggiatore dai lampi intermittenti — è semplicemente l’improvviso colpo d’occhio che l’anima in lotta getta nelle silenziose gallerie dove la sua storia è dipinta con colori incancellabili.

Il noto fatto — confermato dall’esperienza di nove persone su dieci – che spesso riconosciamo come a noi familiari scene, paesaggi e conversazioni che vediamo o udiamo per la prima volta, e talora in regioni dove non sui mai stati, è il risultato delle stesse cause. Coloro che credono nella reincarnazione adducono questo fatto come una prova in più di una nostra precedente esistenza in altri corpi. Questo riconoscimento di uomini, luoghi e cose che non abbiamo mai visto è da loro attribuito a lampi di memoria animica risalente ad esperienze anteriori. Ma gli uomini dell’antichità, in comune con i filosofi medievali, avevano un’opinione del tutto diversa.

Essi affermavano che, sebbene questo fenomeno psicologico fosse uno dei più forti argomenti in favore dell’immortalità e della preesistenza dell’anima, tuttavia, poiché essa è dotata di una memoria individuale distinta da quella del nostro cervello fisico, il fenomeno non è una prova di reincarnazione. Come  esprime chiaramente Eliphas Levi «La natura chiude porta dietro tutto quello che passa e spinge innanzi la vita» verso forme più perfette. La crisalide diviene farfalla, ma questa non può tornare allo stato larvale. Nella pace delle ore notturne, quando i nostri sensi corporei sono avvinti nei legami del sonno e il nostro corpo elementare riposa, la forma astrale diviene libera. Allora essa vagabonda fuori della sua prigione terrena, e come dice Paracelso, «confabula con il mondo esterno» e viaggia per mondi visibili e invisibili. «Nel sonno, egli dice, il corpo astrale (anima) è in più libero movimento; poi si eleva verso i suoi progenitori e conversa con le stelle.» I sogni, i presagi, la prescienza, le precognizioni e i presentimenti sono impressioni lasciate dal nostro spirito astrale sul nostro cervello, che le riceve più o meno distintamente a seconda della quantità di sangue che riceve durante le ore di sonno. Quanto più il corpo è esaurito, tanto più libero è l’uomo spirituale e tanto più vivide sono le impressioni della nostra memoria animica. In un sonno pesante e profondo, senza sogni e ininterrotto, l’uomo, svegliandosi alla coscienza può non ricordare nulla. Ma le impressioni di scene e di paesaggi che il corpo astrale vede nelle sue peregrinazioni sono sempre lì, sebbene latenti sotto il peso della materia. Esse possono essere risvegliate in ogni momento, e allora, durante questi lampi di memoria interna, vi è un istantaneo scambio di energie tra l’universo visibile e l’invisibile. Tra le micrografie dei gangli cerebrali e le gallerie foto-scenografiche della luce astrale viene stabilita una corrente. Un uomo che sa di non avere mai visitato col corpo e di non avere mai visto la località e le persone che riconosce può senz’alltro affermare di averle viste e conosciute perché questa conoscenza è  avvenuta mentre egli viaggiava in «spirito». A questo i fisiologi possono opporre una sola obiezione. Essi risponderanno che nel sonno naturale, perfetto e profondo, metà della nostra natura volitiva è in condizioni di inerzia, quindi incapace di viaggiare. E questo tanto più in quanto l’esistenza di un simile corpo astrale individuale, o anima, è considerata da loro niente altro che un poetico mito.

Nessuno, per quanto grossolano e materiale possa essere, può evitare di condurre una doppia esistenza l’una nell’universo visibile, l’altra in quello invisibile.

Il principio vitale che anima la sua struttura fisica è principalmente nel corpo astrale; e, mentre la parte più animale di lui riposa, quella spirituale non riconosce né limiti né ostacoli. Siamo perfettamente consapevoli che molti dotti, al pari di molti indotti, faranno obiezioni a questa nuova teoria della distribuzione del principio vitale. Essi preferiscono restare nella beata ignoranza e continuare ad affermare che nessuno sa né può pretendere di dire dove appare questo misterioso agente e dove scompare, piuttosto che dedica¬re un momento di attenzione a quelle che considerano teorie vecchie e superate. Qualcuno può obiettare, sulla base della teologia, che i bruti non hanno anima immortale e che quindi non possono avere uno spirito astrale; perché i teologi, al pari dei laici, operano sotto l’erronea impressione che anima e spirito siano una sola e identica cosa. Ma, se studiamo Platone e altri filosofi dell’antichità, comprendiamo facilmente che, mentre l’«anima irrazionale» con il quale  Platone indica il corpo astrale, o la più eterea rappresentazione di noi stessi, può avere al massimo una più o meno prolungata continuità di esistenza oltre la tomba, lo spirito divino — malamente chiamato anima dalla Chiesa — è immortale per la sua stessa essenza. Ma ogni studioso ebreo apprezzerà prontamente la distinzione fra parole “RUAH” e “NEPHESH”).

Se il principio vitale è qualche cosa di distinto dallo spirito astrale e per nulla  legato ad esso, come avviene che l’intensità dei poteri chiaroveggenti dipenda in tanta parte dalla prostrazione del corpo del soggetto? Quanto più profonda è la trance, tanto meno il corpo mostra segni di vita, tanto più chiaramente viene la percezione spirituale e tanto più potenti sono le visioni dell’anima. Quest’ultima, liberata dal peso dei sensi corporei mostra un potere attivo ad un grado molto più alto di intensità di quando è in un corpo forte e sano.

Gli organi della vista, dell’olfatto, del gusto, del tatto e dell’udito hanno dimostrato dei livelli di sensibilità molto più acuti in un soggetto mesmerizzato e privo della possibilità di esercitarli corporeamente, che non quando egli li usa in condizioni normali.

Questi fatti, una volta dimostrati, dovrebbero porsi da soli come indiscutibile  prova della continuità della vita individuale, almeno per un certo periodo dopo che il corpo è stato lasciato, sia perché si era esaurito o per qualche accidente. Ma, sebbene durante il suo breve soggiorno sulla terra la nostra anima possa essere paragonata ad una luce nascosta sotto un moggio, essa brilla tuttavia con maggiore o minor fulgore e attrae a sé le influenze degli  spiriti di egual natura; e quando un pensiero, buono o cattivo, è generato nel nostro cervello, attira a esso impulsi dello stesso genere, irresistibilmente, come un magnete attira la limatura di ferro. L’attrazione è anche proporzionale all’intensità con cui l’impulso del pensiero si fa sentire nell’etere; e cosi può capire come un uomo possa imprimersi nella sua epoca con tanta forza che la sua influenza — per il continuo scambio di correnti di energia fra il mondo visibile e l’invisibile — può passare di secolo in secolo fino ad operare  su di una gran parte del genere umano.

Sarebbe difficile dire fino a che punto gli autori dell’opera intitolata “Unseen Universe” (Universo invisibile) si siano indotti a pensare in questa direzione; ma che non abbiano detto tutto quello che potevano si può intuire dal seguente passaggio:

«Comunque si consideri, non può esservi dubbio che le proprietà dell’etere sono di un ordine più alto, nell’arena della natura, che non quello della materia tangibile. E, poiché perfino gli alti sacerdoti della scienza trovano ancora quest’ultima molto al di là della loro comprensione, eccetto alcuni particolari numerosi ma di minore importanza e spesso isolati, non é di nostra competenza speculare più a fondo. È’ sufficiente per il nostro scopo sapere, da quanto l’etere certamente fa, che esso ha capacità molto più vaste di quanto alcuno abbia mai osato dire.»

 

H.P. BLAVATSKY – ISIDE SVELATA

 

 

 

STORIA DELL’ETERE

anima

L’etere – sinonimo di quintessenza – era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il fuoco, l’acqua, la terra, l’aria. Oggetto di indagine spirituale da parte di diverse tradizioni filosofiche ed esoteriche, l’etere sarebbe secondo gli alchimisti il composto principale della pietra filosofale.

La storia dell’etere inizia con gli antichi Greci, per i quali esso era l’elemento cristallino con cui era fatto l’universo. Platone, che nel Fedone parlava di terre perfette abitate da esseri superiori, situate al di sopra della terra a noi conosciuta, sosteneva che l’etere avesse la forma di un dodecaedro, solido platonico composto da dodici facce, il cui significato numerologico implicava una corrispondenza con i 12 segni dello zodiaco.

« La terra vera e propria, la terra pura si libra nel cielo limpido, dove son gli astri, in quella parte chiamata etere da coloro che sogliono discutere di queste questioni; ciò che confluisce continuamente nelle cavità terrestri non è che un suo sedimento. Noi che viviamo in queste fosse non ce ne accorgiamo e crediamo di essere alti sulla terra, come uno che stando in fondo al mare credesse di essere alla superficie e vedendo il sole e le altre stelle attraverso l’acqua, scambiasse il mare per il cielo »

(Platone)

La concezione aristotelica dell’universo, che vede al centro i quattro cerchi sublunari corrispondenti a terra, acqua, aria, e fuoco, al di sopra dei quali ruotano le sfere planetarie di sostanza eterica.
Aristotele ne diede una trattazione sistematica, rimasta prevalente in Occidente, sostenendo che l’etere costituiva l’essenza del mondo celeste, e distinguendolo così dalle quattro essenze (o elementi) di cui riteneva composto il mondo terrestre, stratificato dall’alto in basso in fuoco, aria, acqua ed infine terra. Aristotele riteneva che l’etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente; proprio per l’eternità e staticità dell’etere, il cosmo era un luogo immutabile, o quantomeno soggetto a mutamenti regolari, in contrapposizione alla Terra, luogo di continuo cambiamento. All’etere, infatti, egli attribuiva per natura il moto circolare, che entrando poi in contatto con gli altri quattro elementi giungeva a corrompersi diventando rettilineo. Mentre così le stelle fisse, incastonate nel cielo del firmamento, realizzavano il loro fine con un solo movimento, appunto attraverso il moto circolare uniforme, gli altri pianeti più vicini alla Terra lo realizzavano progressivamente per mezzo di più movimenti.
Il Sole e i diversi astri risultavano anch’essi fatti di etere, e ritenuti da Aristotele veri e propri esseri viventi dotati di anima, coincidenti con gli dèi della mitologia greca. L’etere inoltre era per lui qualcosa di denso che permeava tutti i luoghi celesti, nei quali perciò non esisteva nessuno spazio vuoto.
In seguito la natura dell’etere continuò a essere discussa da stoici, neoplatonici, filosofi islamici, e quindi dagli scolastici medioevali, che in opposizione al meccanicismodemocriteo, il quale ammetteva l’esistenza del vuoto, lo intendevano come il mezzo universale che riempiva lo spazio, attraverso cui tutto si propagava, e tutto connetteva in unità.
Per la sua caratteristica di essere «forza vitale conservatrice del ricordo delle forme», o «memoria biologica», l’etere era ritenuto l’elemento costitutivo dell’Anima del Mondo, che nel sistema filosofico di Plotino rappresentava l’ipostasi preposta alla generazione della vita, subordinata all’Intelletto il quale invece era la sede superiore delle idee e dei modelli a cui sottostavano le forme viventi.
« Così gli antichi Filosofi e i Poeti dissero l’Etere Anima del Mondo, Spirito, Fuoco purissimo, e Motore di tutte le cose, Giove, Proteo. Perché stimarono che tutti i corpi governi, lo nominarono Anima del Mondo e Spirito per la sottigliezza delle sue parti, che dai sensi conoscer non si possono; Fuoco per l’attività, Motore e Giove per la forza universale con cui muove tutte le cose; Proteo perché prende le figure tutte »

(Giacinto Gimma, 1730)

Analoghi concetti vennero espressi in età rinascimentale da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, per il quale l’etere coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche dell’universo: secondo il Pacioli, che si rifaceva in tal modo a Platone, il cielo, ossia il quinto elemento, aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso.

ETERE ED ALCHIMIA

Nel mercurio gli alchimisti vedevano espresse le proprietà liquide e lunari dell’etere, che unite a quelle complementari dello zolfo, avrebbero conferito il potere trasmutativo e conoscitivo della pietra filosofale. Il caduceo, o bastone di Mercurio, che con i due serpenti avvolti simboleggiava l’opera di riunificazione alchemica delle opposte polarità dell’etere.
« Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l’etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita.
Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient’altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell’intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza »

(Jan Amos Komensky, da Labirinto del mondo e paradiso del cuore del 1631)

 

Almeno fino al XVII secolo, le proprietà alchemiche dell’etere furono oggetto di studio anche ai fini della ricerca della pietra filosofale, per produrre la quale era necessaria la disponibilità del grande Agente universale, cioè la stessa Anima del mondo, altrimenti detta «Azoto», acronimo cabalistico che indicava appunto l’Etere divino di cui ogni elemento della realtà si riteneva fosse permeato: il lapis philosophorum, analogamente detto «quintessenza», sarebbe risultato dalla sintesi di due realtà contrapposte, quali il mercurio, associato all’aspetto passivo dell’etere, e lo zolfo, associato al lato attivo e solare dell’intelletto.
Per il fatto che in ambito chimico la quintessenza fosse ritenuta un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi, il termine «quintessenza» ha anche assunto un significato più ampio, quello di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere.
L’antico concetto di etere, come sostanza permeante il cosmo, fu riproposto agli inizi dell’Ottocento con l’affermarsi della teoria ondulatoria della luce di Younge Fresnel, in contrapposizione a quella corpuscolare di Newton, per l’esigenza di postulare un mezzo materiale in cui la luce potesse propagarsi, così come il suono si propaga attraverso l’aria. Venendo ora infatti concepita come onda, anziché come un corpo, la luce non avrebbe potuto diffondersi nel vuoto. In seguito, Albert Einstein, con la sua teoria della relatività, eliminerà dalla scienza questa concezione dell’etere, almeno nel suo aspetto grossolano, sostituendolo però di fatto con una nuova considerazione dello spazio dotato di specifiche proprietà fisiche che escludono la possibilità del vuoto assoluto.
ETERE ED ESOTERISMO

L’etere è tornato ad essere oggetto di indagine filosofica ed esoterica sia da parte degli ambienti teosofici fondati da Madame Blavatsky, che lo identificò con i concetti orientali di akasha a livello cosmico e di prana a livello vitalistico individuale (costitutivo del corpo eterico), sia negli scritti rosacrociani di Max Heindel.
Se ne occupò dettagliatamente anche il fondatore dell’antroposofia, Rudolf Steiner, il quale lo mise invece in relazione con i quattro elementi della tradizione occidentale. In epoche remote, egli sostiene, l’etere di cui era fatto il mondo esisteva come calore, dal quale prese in seguito a differenziarsi, condensandosi progressivamente attraverso quattro epoche planetarie, e giungendo attualmente a scindersi in quattro coppie, governate dalla legge universale della polarità: fuoco, aria, acqua e terra hanno cioè ognuno una controparte eterica, dotata di caratteristiche opposte e complementari.

L’etere-calore, da cui si è originato l’elemento fuoco, è nella cosmogonia steineriana la prima sostanza con cui fu plasmato il mondo, emanazione della sostanza stessa dei Troni, gli angeli di Saturno così descritti dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita. Mentre il fuoco si espande verso l’alto, l’etere-calore ha la caratteristica opposta di discendere giù dal Sole, concentrandosi negli esseri viventi e favorendo il loro sviluppo. Di esso sono intessuti gli spiriti della natura conosciuti come salamandre.
L’etere-luce è la controparte dell’elemento aria, cioè dello stato gassoso: mentre l’aria appare caotica, disordinata, capace di penetrare ovunque e di collegare in maniera fluida ogni cosa, l’etere ad essa complementare si posa soltanto sulla superficie degli oggetti, ed è dotato di direzione, ordine e capacità di dividersi nettamente. L’etere-luce, inoltre, illuminando gli oggetti, li rende distinguibili creando le dimensioni della distanza e dello spazio. Ad esso appartengono gli spiriti della natura chiamate silfidi, che infondono luce alle piante.
L’etere-chimico si contrappone in maniera complementare agli stati liquidi appartenenti all’elemento acqua. A differenza di quest’ultima, fluida, densa, e compatta, tendente a restringersi nell’aspetto di sfere, l’etere-chimico è discontinuo, separatore, e perciò produttore di forme. Steiner fa derivare da esso fenomeni come la chimica e la musica, chiamandolo perciò anche etere del suono, per la sua capacità di strutturare la materia secondo rapporti numerici acustici, riflessi dell’armonia cosmica conosciuta sin dalla scuola pitagorica come «musica delle sfere». Nell’etere-chimico vivono le ondine, spiriti della natura che estraggono dalle piante e dagli alberi le diverse parti di cui sono composti, come rami, fronde, foglie, pur mantenendo tra queste una relazione d’insieme.
L’etere-vitale è in rapporto di polarità con l’elemento terra, ossia con tutto ciò che si trova in uno stato solido. Mentre la terra è dura e rigida, inerte e inanimata, l’etere-vitale possiede mobilità interiore, ed è capace di dare vitaalla materia. In esso consiste il principio dell’io, ossia la forza in grado di conferire l’individualità ad un corpo. Nell’etere-vitale agiscono gli gnomi, spiriti della terra che in esso veicolano le idee archetipiche del cosmo ricevute dagli alberi, trasmettendole ai minerali di cui si nutrono a loro volta le radici delle piante.

 

TODESCHINI E L’ETERE

Todeschini

Non è facile riassumere in poche pagine a carattere divulgativo tutto il lavoro di Marco Todeschini: si tratta del lavoro enorme di un uomo dalle capacità intellettuali eccezionali, come avremo modo di constatare, che dedicò tutta la propria vita alla scienza, alla conoscenza e alla spiritualità, dando un contributo di valore assoluto sia per suoi contemporanei che per tutti gli uomini del futuro che avranno a cuore la vera conoscenza e il sapere.
Certamente accostarsi oggigiorno (come del resto lo fu anche in passato) al pensiero e  alla Scienza di Marco Todeschini richiede da parte nostra umiltà, grande apertura mentale nonché uno spirito anticonformista e coraggioso. Anticipo che chi possiede dette qualità, non mancherà però di essere gratificato dallo studio della sua importantissima opera!
Infatti Marco Todeschini con le sue importanti e innovative teorie (spesso supportate anche da analisi matematiche e da esperimenti scientifici), ma controcorrente e invise all’establishment “scientifico”, (sia nel passato che nel presente), ci farà dono di una chiara e nuova visione del Mondo, inteso come Materia e Spirito, nel quale anche noi esseri umani abbiamo il privilegio di esistere.
Marco Todeschini nasce a Val Secca di Bergamo il 25 Aprile 1899, e muore a Bergamo il 13 Ottobre 1988. Si laurea in Ingegneria a Torino nel 1921, specializzandosi poi in diverse branche della Fisica. Fu docente sia in scuole superiori che come Prof. Ordinario di Meccanica Razionale ed Elettronica al biennio superiore “STEM” di Roma.

LA PSICOBIOFISICA
Marco Todeschini inventa una “Nuova Scienza”, la “PsicoBioFisica”, che si configura come una sorta di “Teoria del Tutto”. La Fisica, la Biologia e la Psicologia, in questo ambito, trovano una correlazione evidente. Alla base di questa Sua nuova Scienza, la “PsicoBioFisica”, vi è la coscienza a cui Marco Todeschini è pervenuto, che “tutti i moti dell’Universo, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, nascono da un’etere universale, in perenne moto vorticoso, capace di influenzare sia la materia che gli esseri viventi e il loro Spirito”. Quindi per Marco Todeschini “l’Uomo è materia e Spirito, un essere correlato e comunicante, attraverso l’etere, sia con il microcosmo che con il macrocosmo,  sia con le particelle infinitesimali che con le galassie”… Per Marco Todeschini “l’Universo non è un’ oggetto meccanico indipendente da Noi osservatori, ma bensì un atto creativo, la cui origine sono i movimenti vorticosi dell’etere da Lui postulato, etere che si può considerare l’ energia fondamentale che permea tutto l’ Universo, capace attraverso le vibrazioni da esso prodotte di dare origine anche alle Nostre sensazioni, e queste poi, a loro volta, sarebbero in grado di influenzare la materia stessa”.
A fronte di questa importante premessa sulla “PsicoBioFisica”, mi preme constatare come il suo lavoro fu considerato quasi “insignificante”, se non totalmente ignorato, dalla comunità accademica del suo tempo, e come anche ai giorni nostri non si trovino suoi libri nelle facoltà universitarie, né venga neppure menzionato nei libri di testo… Lascio a Voi i commenti in merito a questo stato di cose. Ma malgrado questo ostracismo, Marco Todeschini fu proposto nel 1974 per il premio Nobel per la Fisica!
La “PsicoBioFisica” come abbiamo detto postula che tutti i fenomeni fisici siano dovuti a movimenti dello spazio fluido (etere); questi movimenti (vortici, vibrazioni), sollecitando i nostri organi di senso, producono delle correnti elettriche che attraverso i nervi arrivano al cervello e, una volta decodificate, producono le diverse sensazioni dei nostri sensi. Tutti gli organi del nostro sistema nervoso quindi funzionerebbero come una raffinata tecnologia elettronica.
Questa visione fece di Marco Todeschini un uomo anticonformista e coraggioso; affermando l’ esistenza dell’etere (bandito dalla Scienza Accademica), egli si pose in urto con  un  paradigma fisico consolidato, e si contrappose  alla fisica Newtoniana e anche alla relatività di Einstein che faceva il suo esordio in concomitanza temporale proprio con la sua “PsicoBioFisica”. Ciò non disarmò comunque lo Scienziato che seppe essere attivo promotore in campo scientifico, pubblicando centinaia di scritti e anche partecipando a congressi internazionali. Intrattenne poi relazioni dirette con importanti colleghi fisici del tempo, coi quali seppe sempre confrontarsi con spirito aperto e dialogante.
Insomma, Marco Todeschini si può a ragione considerare uno scienziato “dissidente”, uno spirito libero! Nelle Americhe sono sorte anche cattedre di “PsicoBioFisica” a dimostrazione dell’interesse, in quei paesi, per la sua Scienza, che afferma con logica ferrea, con dimostrazioni matematiche e anche sperimentali, che lo spazio non è vuoto! Ma bensì costituito da una sostanza fluida denominata “etere” la quale presiederebbe e renderebbe possibili i fenomeni che esistono in tutto l’Universo; la stessa vita dei suoi abitanti, e finanche i fenomeni spirituali esperiti da noi esseri umani.
Comincia a delinearsi a questo punto  l’ importanza unificante, il carattere rivoluzionario e anche l’ attualità della Scienza di Marco Todeschini. Egli con le sue scoperte sulla natura dell’etere si pone anche come l’artefice di una scienza libera e non dogmatica, in grado di mettere in risalto e di spiegare in parte anche la natura fisica e spirituale dell’esistenza Umana. Ai giorni nostri questa Scienza Unificante trova riscontro anche, per esempio, nella fisica del “campo di punto zero”, nelle ricerche sulla “levitazione magnetica”, e anche nelle ricerche su nuove fonti energetiche come la “fusione fredda”, LENR, ecc.
Marco Todeschini raccolse il pensiero di Cartesio, il quale postulò egli stesso l’esistenza di un etere che riempiva lo spazio. Più tardi anche la stessa teoria della natura ondulatoria della luce del Fisico Fresnel presupponeva la vibrazione dell’etere. Anche il Fisico Hertz dimostrò che la stessa teoria classica dell’elettromagnetismo confermava l’ipotesi che lo spazio fosse pieno di un etere fluido e in vibrazione, che consente alle onde di propagarsi oscillando attraverso di esso. Gli stessi Platone e Aristotele poi, ancora prima, immaginavano lo spazio come “pieno” di etere. Nella filosofia Vedica, ancora, lo spazio è considerato non vuoto, ma pervaso da un’energia fondamentale e vitale chiamata Prana”…
Marco Todeschini si contrappone alla teoria della gravitazione universale di Isaac Newton (vi pare poco?), la quale contempla l’ esistenza di misteriose forze collegate a corpi dotati di massa, corpi che si muoverebbero in uno spazio vuoto, ovvero privo di attrito.  “Ma nel vuoto, secondo Marco Todeschini, la forza sarebbe nulla, ovvero nel vuoto assoluto non sarebbe possibile produrre né forze, né accelerazioni, né velocità! Quelle che appaiono come forze per Marco Marco Todeschini sarebbero possibili solo in presenza di masse soggette ad un moto generato da un vortice di etere con una densità precisa. Il movimento delle masse sarebbe il risultato dell’urto delle masse stesse con l’etere. Inoltre Marco Todeschini riteneva che lo spazio fosse ben separato dal tempo, a differenza di quanto assunto dalla relatività di Einstein. Il peso stesso dei corpi non sarebbe indipendente dallo spazio fluido che li circonda. L’inerzia quindi, secondo Marco Todeschini, sarebbe solo una “apparenza di forza” dovuta alla resistenza opposta dall’etere all’accelerazione dei corpi in esso immersi. I fenomeni naturali sarebbero il risultato di azioni fluidodinamiche dello spazio eterico sulla materia, all’interno dello spazio eterico fluido stesso. Sarebbero i vortici di etere la causa di formazione sia dei sistemi atomici che di quelli astronomici. Pertanto una sola legge governerebbe sia l’infinitamente piccolo che l’infinitamente grande! Inoltre la varie forme di energia radiante, le frequenze e le onde elettromagnetiche, come noi le conosciamo, sarebbero questi stessi fenomeni fisici prodotti dalla vibrazione dell’etere”!

Quella di Marco Todeschini quindi è una scienza unitaria che si oppone a quella frammentazione della scienza attuale che ha allontanato l’uomo dalla verità. “Marco Todeschini, nella sua critica e confutazione della relatività di Albert Einstein, giunse anche a ritenere che la velocità della luce non sia una quantità assoluta e insuperabile (300.000 Km sec.), ma vari a seconda della velocità del sistema di riferimento. Del resto si era già visto sperimentalmente, negli anni ‘30, in riferimento a collisioni di particelle, come questo limite assoluto (e dogmatico) della velocità della luce einsteiniano fosse stato superato!”
Marco Todeschini si è spinto anche oltre, criticando la stessa meccanica quantistica di Heisenberg e di Schrodinger, da lui ritenuta riduttiva della realtà fisica, in quanto essa considerava i fenomeni che si verificano nell’infinitesimamente piccolo solo una “funzione di probabilità”, quindi privi di finalità e di determinismo. Per contro, la Scienza di Marco Todeschini (PsicoBioFisica) consente di mettere in relazione il mondo della materia col mondo dello Spirito, essa ci rivela la connessione intima della materia con lo Spirito, configurandosi quindi come una “teoria del tutto”, supportata sia da calcoli matematici che sperimentali.
La “Spaziodinamica” è la base della PsicoBioFisica di Marco Todeschini: alla base dell’etere vi sarebbe un fluido che determinerebbe i movimenti in tutti i corpi esistenti, ovvero tutti questi movimenti sono causati da un fluido in perenne movimento. Non ci sono misteriose forze in atto come ritenevano Newton e i suoi seguaci. Ma la causa prima di tutti questi vortici presenti all’interno dell’etere è Dio stesso. Quindi all’origine abbiamo l’etere sottoposto ad un moto vorticoso, e da questa rotazione di etere fluido si originarono i nuclei atomici, e da questi, per successivi trascinamenti e rotazioni dell’etere, gli atomi, gli elettroni delle orbite esterne, e così via fino a tutta la materia, sia vivente che non vivente, e l’Universo tutto. “Le tre forze fondamentali che per Marco Todeschini sono alla base della materia sono la Forza Elettromotrice, la Forza Gravitazionale e la Forza Magnetica, e tutte agiscono all’interno della Forza Fluidodinamica, ovvero sono le tre componenti di un’unica forza, la Forza Fluidodinamica”.
Ecco spiegata la misteriosa forza di gravità e la forza elettrostatica. Esse sarebbero dovute alla forza centripeta esercitata dal fluido del vortice sui corpi in esso contenuti. Le Forze sono solo delle apparenze generate dall’urto di masse contro l’etere. Per dimostrare questa teoria, Marco Todeschini inventò anche un motore a “Forza Propulsiva Centrifuga”.

Nel sistema solare il moto dei pianeti viene spiegato come conseguenza del vortice di etere creato dalla rotazione del Sole attorno al proprio asse, il quale a sua volta trascina il  fluido circostante determinando un “campo sferico centro mosso” che determina la rivoluzione dei pianeti attorno al sole stesso. Marco Todeschini costruì appositi modellini (idroplanetario) per verificare sperimentalmente questa sua teoria, consistenti in pianeti in miniatura immersi e mossi nell’acqua contenuta in una vasca semisferica. Da questi esperimenti risultò che la Terra sarebbe immersa in un campofluido “centro mosso” che comprende la Luna, e che questo campo ruoterebbe poi attorno al Sole. Verificò anche che la forza di gravità coincide con la forza centripeta dovuta al fluido e inoltre che le traiettorie di una sfera immersa in un campo rotante sono delle spirali.

Ecco spiegato come tutta la materia, dagli atomi alle galassie, ha origine dal movimento dei vortici sferici di un’etere fluido, che equivale allo spazio stesso nel quale l’Universo esiste. Questi vortici roteando generano attrito, che a sua volta pone in rotazione altri strati di etere fluido, ecc.

LA TEORIA DELLE APPARENZE
Marco Todeschini si chiese come mai le scienze nel suo tempo, (e anche nel nostro), fossero così frammentate? La sua risposta fu che l’uomo ha inventato tante scienze quanti sono gli organi di senso di cui è provvisto il suo corpo. Marco Todeschini nella “Teoria delle Apparenze” sostiene che noi uomini avremmo scambiato le sensazioni di luce, di calore, di suono, di gusto, di olfatto, di tatto, di elettricità, provenienti dagli organi di senso, per realtà oggettive. Per Marco Todeschini le sensazioni invece non esisterebbero come realtà fisiche assolute, ma bensì come entità psichiche, e queste avrebbero origine dai segnali elettrici causati dall’interazione della materia con lo spazio fluido (etere) e i nervi collegati al nostro sistema nervoso e al nostro cervello. Per Marco Todeschini la psiche coincide con l’anima, ed è questa che ci consente di percepire tutti i meccanismi della vita in tutte le sue manifestazioni sensoriali. L’anima ha sede nella psiche, il cervello è una raffinata centrale elettronica che decodifica le informazioni provenienti dai cinque sensi (vibrazioni e movimenti dell’etere). Ma in ultima analisi non è il cervello che riceve le informazioni,  ma è l’anima a percepire.
Marco Todeschini è artefice anche di una nuova medicina “PsicoSomatica”; egli afferma: “l’ anima può anche regolare l’azione chimica secretiva delle ghiandole endocrine, concorrendo a ripristinare la salute (Psicoterapia). Da qui le prove neurofisiologiche che il corpo umano è un complesso di strumenti elettronici posti a disposizione dell’anima di natura spirituale.”
Le nostre sensazioni avrebbero origine dalle dalle vibrazioni dell’etere che, tramite gli organi di senso e  il cervello, noi percepiamo come tali quando esse raggiungono la psiche. Questo fenomeno fondamentale è riconducibile ad una sola legge dinamica descritta dalla legge d’ inerzia:
F=m.a
Si tratta della legge fondamentale della dinamica di Newton, che però Marco Todeschini, a differenza di Newton, non considera realtà oggettiva ma “mera apparenza”, dovuta al movimento dell’etere a diverse frequenze e percepito dagli organi di senso. Nella realtà oggettiva queste vibrazioni, se non ci fossero gli organi di senso e la psiche atti a decodificarle, sarebbero solo onde di etere silenziose, buie, insapori, inodori, atermiche, e diverse solo nella loro frequenza. La realtà soggettiva che noi viviamo sarebbe illusione se rapportata alle sensazioni da noi percepite (velo di Maya?). Per questa ragione per Marco Todeschini l’Universo avrebbe senso solo se inteso come dimensione Spirituale e creato per la vita!

METAPSICHE
Marco Todeschini non ebbe timore ad esplorare qui fenomeni psichici detti “paranormali” che la Scienza Ufficiale sostanzialmente nega, poiché non riesce a spiegarli. Egli in questo contesto considerava l’anima come una sorta di ricetrasmittente, e in certi casi essa può innescare energie radiative mettendo in moto l’etere, e anche la mente potrebbe interagire con altre menti attraverso la presenza di risonatori organici e psichici (telepatia)… Sarebbero proprio le leggi dell’elettromagnetismo di Maxwell a spiegare questi fenomeni, che avverrebbero attraverso la generazione e propagazione (o ricezione) di campi elettromagnetici generati dal corpo umano (risonanza), che metterebbero in movimento anche lo spazio fluido. Ecco ancora una volta individuato il meccanismo di relazione tra mente e materia.

CONCLUSIONI
Mi piace pensare che una nuova medicina olistica, anche grazie a Marco Todeschini, sia quindi possibile. Una medicina fisica non invasiva e basata principalmente sulla “vibrazione/risonanza”. Una Medicina che faccia uso delle onde sonore (onde binaurali, musicoterapia, onde d’urto, ecc.), dei campi magnetici pulsanti (magnetoterapia) e delle onde elettromagnetiche, di frequenza, lunghezza d’onda e ampiezza variabili, a seconda dei casi e delle necessità terapeutiche (per esempio onde Delta, Theta, Alfa, Beta). Una Medicina basata anche sul tocco (pranoterapia), o sulla conoscenza dei centri energetici: i Chakra (oscillatori elettronici dell’organismo?). Una Medicina basata sulla recitazione di una preghiera o di un mantra (vibrazioni). Una Medicina d’amore (Mente-Psiche-Anima), atta a sollecitare e rivitalizzare i tessuti, gli organi e i sistemi fisiologici, neurologici e mentali delle persone malate o semplicemente in disequilibrio, per ristabilirne quindi  l’equilibrio perduto, la vitalità e la salute in maniera dolce, coerentemente con i principi fisici enunciati da Marco Todeschini e senza controindicazioni e pericoli per l’uomo.
Tutto questo potrà avvenire soltanto nell’ambito di una Scienza libera e non dogmatica, dove lo Scienziato sia libero di spirito, coraggioso e anticonformista, come lo è stato Marco Todeschini.

 

FONTE : Luciano Saporito (NEXUS EDIZIONI)