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LA GUERRA DEI SESSI

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Tre sono le grandi molle che hanno creato l’Anticristo nell’uomo : potere personale, denaro e sesso. Potere è la sete di dominare il prossimo, di prevaricarlo e di renderlo privo di ogni dignità, rendendolo schiavo. Denaro é lo strumento della schiavitù e sesso è la manifestazione. Ogni uomo potente dimostra il suo potere nella sua virile capacità di piegare la donna al suo volere. E così il sesso viene degenerato ed alterato in modo da non capirne più il senso. Il sesso, che è la chiave per la libertà, si tramuta nella caduta negli inferi e nella prigionia.

Una vera e propria guerra di potere: più un individuo non ha potere e carisma e più è esibizionista e prevaricatore; come se sfogasse la sua frustrazione sul suo prossimo, possibilmente individuandone il più debole. Il Sesso è mistico. Il masochismo? L’uomo ha cominciato a degradare se stesso quando ha cominciato a degradare la donna. Sesso degenere e potere vanno di pari passo con il denaro. Chi ha denaro compra tutto ciò che vuole e soprattutto le belle donne.

L’uomo ha deciso che la donna non aveva un Dio, che la donna non era al suo pari e così ha innescato un meccanismo di auto distruzione. Ma in realtà la donna è superiore all’uomo ed è più vicina a Dio. Nella donna c’è il potere di creare, ecco perché gli uomini hanno sempre trattato le donne come mandrie di bestiame. L’uomo con la prevaricazione e la violenza ha costruito alla donna un vestito fatto di dipendenza, menzogna, inadeguatezze, ed in seguito di astuzia, competizione, prostituzione…tutto per il semplice fatto che la teme. L’uomo ne ha temuto il potere e per questo motivo ha cercato di delegittimarla a tutti i costi. La donna deve liberarsi quindi da questi attributi se vuole cavalcare l’eternità. Purtroppo, per reazione all’ingiustizia subita, la donna si è cucita addosso da sola un vestito ancora peggiore, che è quello di essere diventata “stronza come un uomo”. Dal canto suo l’uomo ha perennemente la testa nell’Harem, mentre dovrebbe invece imparare a staccarsi dal suo pene, dalla sua immagine, dalla falsità. Non è sessualità se le donne la usano per trattenere un uomo e l’uomo come sfogo dello sperma. La sessualità può diventare una prigione.

Ogni molecola del nostro corpo può essere cambiata con l’atteggiamento e l’intento; il nostro DNA non è statico, come pure il nostro corpo: è tempo di risvegliarci e imparare ad amare come gli dei. Degenerare la donna significa degenerare ciò che ella rappresenta: amore, sensibilità, buoni sentimenti, creatività, fantasia, intuito ed intuizione. Gli aspetti migliori dell’intimo, dello spirito di una persona, degli Dei. Sono queste le cose che fanno di ognuno un individuo diverso ed unico.

Certo che oggi per le donne le cose sono molto diverse, anche se si lapida ancora per presunto adulterio, ma questo è nel ceppo, è nel DNA della cultura sociale e nel momento cruciale viene sempre fuori. Nel gioco di potere tra uomo e donna in realtà la donna è più forte è per questo che è cominciato questo gioco psicologico a convincerla del contrario. La donna nel sesso è colei che gestisce il fuoco, ecco perché è lì che si vendica dei soprusi subiti storicamente, ma anche in questa vita facendo cadere l’uomo.

E’ lei che decide quando vuole e come. Amico caro scordati le tue velleità di “conquistatore”, perché è solo comprendendo questo che avrai qualche speranza di risveglio. Questo non significa che non c’è amore nelle coppie e che la gente sia in guerra. Nulla è intenzionale intendo dire che questo conflitto va avanti da tanti di quei secoli che non ce ne accorgiamo più. E’ nel costume, e ci controlla nell’inconscio. Solo quando cominciamo a lavorare alla conoscenza ci scontriamo con questa realtà: la guerra dei sessi non è mai finita.

L’ego è marcito dentro l’individuo e ci vuole sforzo, ci volontà per cambiare, per grattarlo via dalle pareti ossidate della nostra psiche più profonda, dalla nostra psiche preistorica. “La donna è debole, prova sentimenti, ella si emoziona e piange.

“L’uomo che piange è una femminuccia debole e senza attributi – un vero uomo domina la sua e la cavalca con decisione” – non è forse questo che ci insegnano?

Perché gli occhi lacrimano? E’ una secrezione maggiore di fluido di a causa di una forte emozione. Questa grande forza, l’emozione, pervade tutto il corpo ed il corpo che non la regge, lacrima. Lo trovate debolezza? Una persona che piange ha il coraggio di vivere le sue emozioni. Non castra le sue emozioni, le vive e se ne nutre. Una persona che piange è sulla strada della guarigione. Il mondo è in difficoltà, ma volenti o nolenti ne siamo tutti più o meno responsabili, anche solo accettando che le cose stiano così. E’ un falso problema quello di dire che da soli non possiamo fare nulla, quello di dire che non abbiamo forza contro un simile titano.

“ Se gli altri sono stupidi, sono fuori di testa, se gli altri dormono io non ci posso  fare nulla…bisogna essere tutti d’accordo ed allora si riesce “

Falso. Tutto può essere cambiato, non tutto è stato deciso e tutto può ancora cambiare, e soprattutto questo dipende anche da noi. Il Cristo con dodici uomini ha segnato per sempre la storia della razza umana. Se cambio io cambia il mondo, se mi sveglio io si sveglia il mondo, se riesco ad amare io, il mondo intero riuscirà ad amare.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

Rocco Bruno – Matrix, una parabola moderna

 

 

 

 

 

 

 

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LA GUARIGIONE SPIRITUALE SECONDO GLI INDIANI D’AMERICA

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I nativi del nord America usano bruciare alcune piante a scopo cerimoniale e nei riti di guarigione. E’ anche una forma di aromaterapia.

Certamente una delle piante più utilizzate a questi scopi è la GLICERIA (HIEROCLOE ODORATA), con cui formano lunghe trecce che si possono bruciare, ma anche indossare o riporre come offerta sugli altari. Spesso il suo fumo si unisce al vapore acqueo nelle capanne sudatorie. Come i nostri incensi comuni, si ritiene che il fumo abbia un’azione purificatrice: l’intento non è di inalare il fumo ma di immergersi in esso per favorire le attività spirituali. La GLICERIA ha un leggero effetto soporifico, l’aroma ricorda la vaniglia e, secondo alcuni, favorisce gli stati meditativi.

Ne parla Barrie Kavasch, ricercatrice e storica delle culture degli indiani d’America: «Potete offrire il fumo a voi stessi. Muovete la treccia in alto e in basso per circondare di fumo la testa e il busto. Mettendo le mani a coppa, accostate il fumo al vostro cuore, questo porterà amore e attenzione. Poi portate le mani con l’offerta di fumo alla testa per ottenere chiarezza di giudizio e buoni pensieri. Se lo passate sulle braccia e sulle gambe scacciate ogni rabbia, tensione e sconforto».

Altre erbe, spesso miscelate, formano gli incensi tradizionali di queste popolazioni. Una pianta molto popolare è la Salvia ma non quella che troviamo nei nostri supermercati (meglio non bruciarla, può far venire mal di testa). Si tratta di specie autoctone come la Salvia bianca (SALVIA APIANA) e la Salvia del deserto (che però non è una Salvia ma un’Artemisia). Ancora oggi sono preparate e vendute: ogni tribù ha il suo blend specifico in cui alla Salvia si aggiungono cedro, ginepro, GLICERIA, mesquite, uva ursina e molte altre sostanze vegetali.

Al fumo generato dalla combustione di queste piante si attribuisce la capacità di generare stati d’animo positivi, scacciando le negatività. Calmano e rilassano. Si trovano bastoncini di Salvia ma si può anche riporre la Salvia o le miscele in un bruciatore. Di solito si tratta di momenti da vivere insieme ad altre persone.

Ancora la Kavasch: «Potete passarvi il bruciatore da uno all’altro: ciascuno gode del fumo e trascorre un momento in silenzio, a pregare, prima di passarlo al prossimo. Le preghiere collettive e le energie positive di questi incontri sono stupefacenti: spesso, un reale senso di guarigione spirituale può pervadere tutti i presenti»

Ma la cosa più importante non è il fumo, che si compra, ma l’inclinazione mentale, che dobbiamo riscoprire in noi stessi.

PIANTE SACRE DELLE QUATTRO DIREZIONI

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EST

Le erbe accomunate alla direzione dell’Est sono il pino, la salvia ed il tabacco.

Tabacco: Viene e veniva usato per onorare gli avi invocandone la saggezza per poter decidere in merito a questioni importanti della propria vita o della vita della tribù.

Pino: Questa pianta consente di pulire l’aura, ottenere fertilità e la pace della mente. Sono parecchi gli indiani americani che lo adoperano nella propria casa, perché si pensa sia un buon guardiano, essendo della famiglia dei sempreverde perciò non muore mai e restano sempre vigile.

SUD

Le erbe sacre accomunate alla direzione del Sud del mondo che vengono usate nelle preghiere, sono il cedro e la copale.

Cedro: Si adopera per proteggere se stessi o chi si ama dal male in senso generale, è collegato al sole e serve ad attirare una nuova vita.

Copale: Viene adoperata apposta nelle cerimonie della direzione Sud-Ovest per facilitarne la fluidità nelle energie che si smuovono.

OVEST

Le erbe sacre usate per questa direzione, sono la salvia, l’artemisia e il salice.

Salvia: Appartiene alle erbe sacre per antonomasia che purificano, fortificano e proteggono oltre al fatto che è una delle erbe in grado di sconfiggere addirittura le malattie e i disturbi più gravi da cui prende il nome (salvia: SALVIS = salvavita), distrugge e allontana le forze oscure e infatti è una delle erbe magiche indiane maggiormente usata nei riti, a volte viene usata anche per i riti sacri diretti alla direzione dell’ Est, ma trova tutte le sue caratteristiche incentrate sulle qualità dell’ Ovest.

Artemisia: Questa erba sacra viene usata perché aiuta nelle visioni e perché consente di avere più facilmente sogni lucidi e chiari oltre che profetizzare.

Salice: Secondo diverse leggende questa pianta rappresenterebbe la parte inconscia delle persone, che porta un rinnovamento della propria vita dopo la morte.

NORD

L’erba più sacra alla direzione nord, è rappresentata dalla SWEET GRASS che significa “capelli della nonna”, infatti questi “capelli” bianchi corrisponderebbero al simbolo dell’esperienza e della saggezza generata dalle esperienze fatte nella vita.

Per i LAKOTA, ogni uomo nasce con quattro aspetti dell’anima”: il SICUN, la forza immortale che permette al corpo di formarsi, e che alla morte ritorna “al nord” ad attendere un nuovo concepimento; il tun, il potere di trasformare l’energia da visibile in invisibile e viceversa; il ni, il “respiro” che abbandona il corpo con la morte; il NAGI, l’ombra” che alla morte percorre la Via degli Spettri per unirsi agli antenati e riprendere la vita tradizionale. I miti e i rituali LAKOTA si sviluppano in serie di quattro e sette, e sono ciclici, come la vita. Il cerchio è sacro.

LE SETTE CERIMONE SACRE

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Le Sette Cerimonie Sacre, sostrato della religione LAKOTA, sono sopravvissute fino ai nostri giorni nonostante i tentativi di repressione ad opera del governo degli Stati Uniti durante il XIX secolo. Esse sono:

1- La Capanna di Sudorazione (INITIPI), la quale serve come preludio a tutte le altre cerimonie e rappresenta un rituale di grande importanza.

2- La Ricerca della Visione (HANBLECEYA): viene effettuata in età puberale, originariamente dai soli maschi, ma estesa a tutti dagli anni Settanta. Un uomo di medicina manda l’iniziato su una collina, o in altri luoghi isolati, per un periodo che va da uno a quattro giorni, dove digiuna e porge offerte rituali ai Quattro Venti attraverso la sacra pipa, fino a quando riceve una visione. Una volta ricevuta, essa viene interpretata dall’uomo di medicina e segnerà il destino del giovane per tutta la vita.

3- La Cerimonia del Trattenimento del Fantasma (Wanagi Wicagluhapi) viene eseguita per un caro defunto. La credenza che lo spirito rimanga un anno nel luogo della sua morte porta il parente che intraprende la prova del lutto (WASIGLA) a conservare una ciocca dei suoi capelli avvolta in pelle di daino. Egli\ella deve esporre l’involto al sole durante le belle giornate, ripararlo dal vento e donargli ogni giorno del cibo. Colui che trattiene lo spirito deve dedicare tutto il suo tempo a questo scopo, dopodiché, trascorso un anno dal decesso, lo spirito viene lasciato libero di viaggiare verso l’aldilà. In questa occasione la famiglia indice una grande festa, invitando i parenti e distribuendo regali a chi durante l’anno ha sostenuto il custode dello spirito. Oggi questa cerimonia è spesso sostituita dalla Festa del Ricordo (Wokiksuye Wohanpi), un rito simile anche se lievemente meno impegnativo per il custode dello spirito e per la famiglia. Dopo la veglia e la sepoltura, inoltre, si celebra un ulteriore rito: amici e parenti portano cibo sul luogo della veglia e rimangono tutta la notte a confortare la famiglia. Comunemente, il defunto viene sepolto nei cimiteri cristiani, per cui alla cerimonia LAKOTA si aggiunge la sepoltura cristiana.

4- Il rituale detto Awicalowanpi (Esse cantano del loro primo mestruo) accompagna il menarca delle ragazze. Durante la cerimonia la ragazza si toglie gli abiti infantili per vestire quelli della donna adulta e le viene insegnato a sedersi con la compostezza della donna. Da quel momento in poi, la donna ha la proibizione di eseguire rituali sacri durante gli anni di fertilità, e deve ritirarsi in una tenda speciale (ISNATIPI, tenda della solitudine) durante il ciclo mestruale. Questo rituale è stato ripristinato dagli anni Ottanta e costituisce tuttora un aspetto importante del ciclo vitale femminile LAKOTA.

5- La Tapa WANKAIYEYAPi (Cerimonia del lancio della palla) è caratterizzata dalla presenza di una bambina che lancia una palla di pelle di bisonte verso un gruppo di persone, in ognuna delle quattro direzioni. Coloro che riescono a prendere la palla avranno buona fortuna durante l’anno.

6- La HUNKA (Farsi dei parenti) è una cerimonia che riguarda l’adozione da parte di un anziano di un giovane dello stesso sesso. Il vincolo così creato è più forte di un legame di sangue e l’anziano è tenuto a provvedere al giovane per tutta la sua vita. Oggi, la Hunka viene utilizzata per introdurre nella tribù un nuovo adulto, che riceve un nuovo nome con la cerimonia della Castunpi (Cerimonia del nome), al termine della quale un anziano gli lega una piuma ai capelli, simbolo del suo nuovo stato tribale.

7- La Wiwanyang Wacipi (Danza del sole), infine, viene considerata la più importante cerimonia LAKOTA.

Fumare la pipa rappresenta un atto cerimoniale di introduzione ad altre cerimonie. La pipa va riempita secondo un preciso rituale: si uniscono il cannello e il fornello e si aggiunge il tabacco di CANSASA (corteccia di salice rosso), un pizzico per volta, con offerte ai Venti, al Cielo, alla Terra e al Centro dell’Universo. Si ricopre il tutto con della salvia che chiude la pipa fino a quando giunge il momento di fumare durante una cerimonia. Mentre si fuma e si fa passare la pipa tra tutti i presenti, il fumo del tabacco sale portando con sé le preghiere dei partecipanti.

 

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LA MORTE NELL’ANTICO EGITTO

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IL GIUDIZIO DEI MORTI

L’uomo secondo gli egizi risultava costituito da un corpo e da tre forze spirituali:

KA (forza vitale) è la principale. La sua presenza distingue gli esseri viventi da quelli non viventi: è il nucleo centrale dell’anima che viene trasmesso dagli antenati e poi viene trasmesso ai propri figli. La morte non è vista in modo così drammatico perché quando una persona muore si dice che si ricongiunge con il suo ka.

BA è invece la forza, ciò che assicura l’individualità di ognuno; dopo la morte abbandona temporaneamente il corpo per ricongiungersi successivamente.

AKH è la terza componente che raggiunge il suo massimo sviluppo solo dopo la morte.

Perché le forze spirituali, che lasciano il corpo durante la morte, si possano poi ricongiungere nell’aldilà, era importante tenere il corpo integro, non si doveva decomporre. Per questo motivo gli egiziani hanno deciso, almeno per le caste più importanti di praticare la Mummificazione.

Solo infatti attraverso la mummificazione il corpo si conservava integro e poteva quindi riunirsi con le sue componenti nell’aldilà.  La tradizione fa risalire la mummificazione al mito di Osiride. Ma non era certo sufficiente mantenere integro il corpo. Era assolutamente necessario mantenere integro e puro anche lo spirito, seguendo le 42 prescrizioni indicate dalla Dea MAAT che è il fondamento della religione egizia; è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che doveva essere seguita e praticata durante tutta la vita perché nel giudizio dei morti si sarebbe stati giudicati proprio su quella legge.

I QUARANTADUE COMANDAMENTI DI MAAT

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MAAT rappresentava una delle divinità più importanti. Emblema della Giustizia e della Verità, i suoi simboli erano “la bilancia” e soprattutto “la piuma”, che compare sempre sulla sua testa nelle raffigurazioni. MAAT personifica l’Ordine Cosmico contrapposto al caos sterile e i suoi sacerdoti avevano elaborato una serie di prescrizioni, di regole da seguire per migliorare la società.

Gli Ebrei più tardi copiarono molte di queste regole, radicalizzandole con Mosé nei Dieci Comandamenti. In Egitto invece tali norme non avevano una funzione punitiva, ma erano considerate un modo per vivere bene e rispettare gli altri. Ecco l’elenco:

1) Non uccidere e non permettere che nessuno lo faccia.

2) Non tradire la persona che ami o il tuo coniuge.

3) Non vivere nella collera.

4) Non spargere terrore nelle persone.

5) Non assalire e non provocare dolore al prossimo.

6) Non sfruttare il prossimo e non praticare la schiavitù.

7) Non fare danni che possano provocare dolore all’uomo o agli animali.

8) Non causare spargimento di lacrime.

9) Rispetta il prossimo.

10) Non rubare ciò che non ti appartiene.

11) Non mangiare più cibo di quanto te ne spetti.

12) Non danneggiare la Natura.

13) Non privare nessuno di quello che ama.

14) Non dire falsa testimonianza.

15) Non mentire per far del male ad altri.

16) Non imporre le tue idee agli altri.

17) Non agire per fare del male agli altri.

18) Non parlare dei fatti altrui.

19) Non ascoltare di nascosto fatti altrui.

20) Non ignorare la Verità e la Giustizia.

21) Non giudicare male gli altri senza conoscerli.

22) Rispetta tutti i luoghi sacri.

23) Rispetta e aiuta chi soffre.

24) Non arrabbiarti senza valide ragioni.

25) Non ostacolare mai il flusso dell’acqua.

26) Non sprecare l’acqua per i tuoi bisogni.

27) Non inquinare la terra.

28) Non nominare il nome dei NETERU invano.

29) Non disprezzare le credenze altrui.

30) Non approfittare della fede altrui per fare del male.

31) Non pregare né troppo né troppo poco gli Dei.

32) Non approfittare dei beni del vicino.

33) Rispetta i defunti.

34) Rispetta i giorni sacri anche se non credi.

35) Non rubare le offerte fatte agli Dei utilizzandole per te   stesso.

36) Non disprezzare i riti sacri anche se non ti aggradano.

37) Non uccidere gli animali senza una ragione seria.

38) Non agire con insolenza.

39) Non agire con arroganza.

40) Non vantarti del tuo benessere di fronte ad altri.

41) Rispetta questi principi.

42) Rispetta la legge se non contrasta con questi principi

Questi 42 prescrizioni e comportamenti di vita non erano vincolanti come i 10 comandamenti di Mosè, ma era assolutamente necessario conformarsi in vita agli stessi se si voleva superare nel mondo degli inferi la cerimonia di pesatura del cuore, in cui “il cuore” del defunto, posto su un piatto della Bilancia, retta appunto da MAAT, doveva “pesare“ quanto “la piuma“ della Dea  della giustizia e della verità.

MAAT è il fondamento della religione egizia, è l’ordine universale, una legge pubblica e privata, che va tenuta in grande conto perché nel giudizio dei morti si veniva giudicati proprio su quella legge e sulla corretta applicazione delle sue 42 prescrizioni.

Cosa avveniva di preciso dopo la morte?

C’era il cosiddetto “giudizio dei morti”. Giudice dei morti era il Dio Osiride.

In questo giudizio egli è assistito da 42 giudici, come rappresentanti delle 42 province egiziane. Il capitolo 125 del “Libro dei morti” illustra in che modo avveniva questo giudizio: il Ka di ogni uomo era obbligato a fare una autodichiarazione di innocenza, nella quale si dimostrava che non aveva commesso nessuno dei 42 peccati elencati nel “Libro dei morti”.

Questa autodichiarazione di innocenza è stranamente molto simile all’esame di coscienza che ogni pellegrino deve fare quando si appresta ad entrare nella Basilica di Collemaggio durante la cerimonia della Perdonanza.

E’ simile alla confessione cristiana o laica.

Nell’antico Egitto era infatti usanza che al termine della giornata ogni suddito, a qualsiasi rango o ceto appartenesse, si ponesse davanti a simbolo del Dio THOT e facesse un approfondito “esame di coscienza” del suo comportamento giornaliero verso se stesso, verso gli altri e verso la natura, in modo da essere sempre pronto, giunto dell’aldilà, a superare la terribile prova della pesatura del cuore, prova che poteva arrivare in ogni momento senza preavviso.

LA CERIMONIA DELLA PESATURA DEL CUORE

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Il Dio della Luna THOT, sistemava una bilancia con due piatti: su uno c’era la raffigurazione di MAAT – la piuma – sull’altro piatto il cuore del defunto.

THOT scrive con uno stilo il risultato del giudizio, mentre accanto a lui siede un mostro, il “divoratore” (il coccodrillo) pronto a mangiare il morto se risultasse colpevole. Se invece si rivelasse buono, passava nel Regno di Osiride, un luogo luminoso, che rappresentava la diretta continuazione della vita terrena. I cattivi, esclusi dal luminoso regno dei morti, giacevano invece affamati e assetati, nel buio regno sotterraneo, che viene illuminato solo nell’ora in cui il sole, durante il suo viaggio notturno, attraversa lo spazio che sta sotto la terra.

A tal proposito richiamiamo la sintesi proposta nell’enciclopedia di Wikipedia.

“Con il termine psicostasia si suole indicare la cerimonia cui, secondo il Libro dei morti dell’antica religione egiziana, veniva sottoposto il defunto prima di poter accedere all’aldilà. Più usualmente, la psicostasia è nota come “pesatura del cuore”, o “dell’anima”. La rappresentazione più famosa di psicostasia è quella che si può ammirare nella tomba del nobile HENNEFER, Sovrintendente del bestiame dei possedimenti per il culto funerario di SETHY I. In questa rappresentazione, l’episodio viene “narrato” quasi come si trattasse di una sorta di film in cui la sequenza delle immagini è, però, contestuale giacché ogni singola fase è ugualmente rappresentata in un unico dipinto.

Nella fascia alta, il defunto implora 14 dei-giudici, 7 dei quali recano l’ANKH, il segno della vita; nella fascia bassa, da sinistra verso destra, HENNEFER è condotto per mano da ANUBI, dio dell’imbalsamazione, verso una bilancia. In una sorta di secondo fotogramma di uno stesso episodio, l’immagine seguente rappresenta ANUBI che su un piatto della bilancia ha posto il cuore del defunto, rappresentato dal geroglifico corrispondente ad un vaso (talvolta tale simbolo viene sostituito dalla intera figura del defunto), mentre sull’altro piatto si trova la “piuma”, ovvero la Dea MAAT, la verità, la giustizia (anche in questo caso, talvolta il simbolo viene sostituito dalla raffigurazione della dea MAAT).

Il Dio della saggezza, THOT, prende nota dell’esito della pesatura: se, infatti, il cuore –come “registratore” di tutte le azioni, buone o malvagie, compiute durante la vita- bilancerà la piuma, allora il defunto sarà dichiarato “giusto”, o “giustificato”, ed ammesso al regno dei morti. In caso contrario, il cuore verrà dato in pasto a AMMIT, “colei che ingoia il defunto”, rappresentata da un mostro composito ai piedi della bilancia, che somma in se gli animali più pericolosi dell’Egitto: il coccodrillo, il leone e l’ippopotamo.

Il penultimo “fotogramma” raffigura Horo che presenta HENNEFER, ormai “giustificato”, ad Osiride che si trova in trono, all’estrema destra del dipinto, sotto un baldacchino. Il testo geroglifico è la c.d.

“Formula dello scarabeo del Cuore”

tratta dal cap. 30 del “Libro dei morti”. In alto un occhio UDJAT alato (altra rappresentazione di HORO) reca una piuma montata su un supporto lotiforme mentre, alle spalle di Osiride, si trovano le Dee Iside e NEPHTYS.

Il trono di Osiride è posto su una sorta di predella rettangolare; a ben guardare, però, il rialzo è attraversato da linee ondulate che rappresentano, appunto, onde: si tratta, in realtà, dell’oceano delle acque primordiali, il NUN da cui emerge il monticello primigenio da cui, a sua volta, sorgerà, come infatti sorge, un fiore di loto. Da quest’ultimo a loro volta, nascono i quattro figli di Horo: DUAMUTEF, dalla testa di sciacallo; HAPI, dalla testa di scimmia; HAMSET, dalla testa umana, e QEBESHENUF, dalla testa di falco ovvero i protettori degli organi asportati al defunto e contenuti nei vasi canopici.”

La presenza di una bilancia connessa al concetto di valutazione della verità, giustificherebbe il fatto che proprio tale simbolo sia stato poi scelto, ancora ai nostri giorni, per indicare, appunto, l’imparzialità della giustizia.

FONTE

http://soscollemaggio.com/

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STORIA DELL’ETERE

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L’etere – sinonimo di quintessenza – era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il fuoco, l’acqua, la terra, l’aria. Oggetto di indagine spirituale da parte di diverse tradizioni filosofiche ed esoteriche, l’etere sarebbe secondo gli alchimisti il composto principale della pietra filosofale.

La storia dell’etere inizia con gli antichi Greci, per i quali esso era l’elemento cristallino con cui era fatto l’universo. Platone, che nel Fedone parlava di terre perfette abitate da esseri superiori, situate al di sopra della terra a noi conosciuta, sosteneva che l’etere avesse la forma di un dodecaedro, solido platonico composto da dodici facce, il cui significato numerologico implicava una corrispondenza con i 12 segni dello zodiaco.

« La terra vera e propria, la terra pura si libra nel cielo limpido, dove son gli astri, in quella parte chiamata etere da coloro che sogliono discutere di queste questioni; ciò che confluisce continuamente nelle cavità terrestri non è che un suo sedimento. Noi che viviamo in queste fosse non ce ne accorgiamo e crediamo di essere alti sulla terra, come uno che stando in fondo al mare credesse di essere alla superficie e vedendo il sole e le altre stelle attraverso l’acqua, scambiasse il mare per il cielo »

(Platone)

La concezione aristotelica dell’universo, che vede al centro i quattro cerchi sublunari corrispondenti a terra, acqua, aria, e fuoco, al di sopra dei quali ruotano le sfere planetarie di sostanza eterica.
Aristotele ne diede una trattazione sistematica, rimasta prevalente in Occidente, sostenendo che l’etere costituiva l’essenza del mondo celeste, e distinguendolo così dalle quattro essenze (o elementi) di cui riteneva composto il mondo terrestre, stratificato dall’alto in basso in fuoco, aria, acqua ed infine terra. Aristotele riteneva che l’etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente; proprio per l’eternità e staticità dell’etere, il cosmo era un luogo immutabile, o quantomeno soggetto a mutamenti regolari, in contrapposizione alla Terra, luogo di continuo cambiamento. All’etere, infatti, egli attribuiva per natura il moto circolare, che entrando poi in contatto con gli altri quattro elementi giungeva a corrompersi diventando rettilineo. Mentre così le stelle fisse, incastonate nel cielo del firmamento, realizzavano il loro fine con un solo movimento, appunto attraverso il moto circolare uniforme, gli altri pianeti più vicini alla Terra lo realizzavano progressivamente per mezzo di più movimenti.
Il Sole e i diversi astri risultavano anch’essi fatti di etere, e ritenuti da Aristotele veri e propri esseri viventi dotati di anima, coincidenti con gli dèi della mitologia greca. L’etere inoltre era per lui qualcosa di denso che permeava tutti i luoghi celesti, nei quali perciò non esisteva nessuno spazio vuoto.
In seguito la natura dell’etere continuò a essere discussa da stoici, neoplatonici, filosofi islamici, e quindi dagli scolastici medioevali, che in opposizione al meccanicismodemocriteo, il quale ammetteva l’esistenza del vuoto, lo intendevano come il mezzo universale che riempiva lo spazio, attraverso cui tutto si propagava, e tutto connetteva in unità.
Per la sua caratteristica di essere «forza vitale conservatrice del ricordo delle forme», o «memoria biologica», l’etere era ritenuto l’elemento costitutivo dell’Anima del Mondo, che nel sistema filosofico di Plotino rappresentava l’ipostasi preposta alla generazione della vita, subordinata all’Intelletto il quale invece era la sede superiore delle idee e dei modelli a cui sottostavano le forme viventi.
« Così gli antichi Filosofi e i Poeti dissero l’Etere Anima del Mondo, Spirito, Fuoco purissimo, e Motore di tutte le cose, Giove, Proteo. Perché stimarono che tutti i corpi governi, lo nominarono Anima del Mondo e Spirito per la sottigliezza delle sue parti, che dai sensi conoscer non si possono; Fuoco per l’attività, Motore e Giove per la forza universale con cui muove tutte le cose; Proteo perché prende le figure tutte »

(Giacinto Gimma, 1730)

Analoghi concetti vennero espressi in età rinascimentale da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, per il quale l’etere coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche dell’universo: secondo il Pacioli, che si rifaceva in tal modo a Platone, il cielo, ossia il quinto elemento, aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso.

ETERE ED ALCHIMIA

Nel mercurio gli alchimisti vedevano espresse le proprietà liquide e lunari dell’etere, che unite a quelle complementari dello zolfo, avrebbero conferito il potere trasmutativo e conoscitivo della pietra filosofale. Il caduceo, o bastone di Mercurio, che con i due serpenti avvolti simboleggiava l’opera di riunificazione alchemica delle opposte polarità dell’etere.
« Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l’etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita.
Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient’altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell’intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza »

(Jan Amos Komensky, da Labirinto del mondo e paradiso del cuore del 1631)

 

Almeno fino al XVII secolo, le proprietà alchemiche dell’etere furono oggetto di studio anche ai fini della ricerca della pietra filosofale, per produrre la quale era necessaria la disponibilità del grande Agente universale, cioè la stessa Anima del mondo, altrimenti detta «Azoto», acronimo cabalistico che indicava appunto l’Etere divino di cui ogni elemento della realtà si riteneva fosse permeato: il lapis philosophorum, analogamente detto «quintessenza», sarebbe risultato dalla sintesi di due realtà contrapposte, quali il mercurio, associato all’aspetto passivo dell’etere, e lo zolfo, associato al lato attivo e solare dell’intelletto.
Per il fatto che in ambito chimico la quintessenza fosse ritenuta un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi, il termine «quintessenza» ha anche assunto un significato più ampio, quello di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere.
L’antico concetto di etere, come sostanza permeante il cosmo, fu riproposto agli inizi dell’Ottocento con l’affermarsi della teoria ondulatoria della luce di Younge Fresnel, in contrapposizione a quella corpuscolare di Newton, per l’esigenza di postulare un mezzo materiale in cui la luce potesse propagarsi, così come il suono si propaga attraverso l’aria. Venendo ora infatti concepita come onda, anziché come un corpo, la luce non avrebbe potuto diffondersi nel vuoto. In seguito, Albert Einstein, con la sua teoria della relatività, eliminerà dalla scienza questa concezione dell’etere, almeno nel suo aspetto grossolano, sostituendolo però di fatto con una nuova considerazione dello spazio dotato di specifiche proprietà fisiche che escludono la possibilità del vuoto assoluto.
ETERE ED ESOTERISMO

L’etere è tornato ad essere oggetto di indagine filosofica ed esoterica sia da parte degli ambienti teosofici fondati da Madame Blavatsky, che lo identificò con i concetti orientali di akasha a livello cosmico e di prana a livello vitalistico individuale (costitutivo del corpo eterico), sia negli scritti rosacrociani di Max Heindel.
Se ne occupò dettagliatamente anche il fondatore dell’antroposofia, Rudolf Steiner, il quale lo mise invece in relazione con i quattro elementi della tradizione occidentale. In epoche remote, egli sostiene, l’etere di cui era fatto il mondo esisteva come calore, dal quale prese in seguito a differenziarsi, condensandosi progressivamente attraverso quattro epoche planetarie, e giungendo attualmente a scindersi in quattro coppie, governate dalla legge universale della polarità: fuoco, aria, acqua e terra hanno cioè ognuno una controparte eterica, dotata di caratteristiche opposte e complementari.

L’etere-calore, da cui si è originato l’elemento fuoco, è nella cosmogonia steineriana la prima sostanza con cui fu plasmato il mondo, emanazione della sostanza stessa dei Troni, gli angeli di Saturno così descritti dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita. Mentre il fuoco si espande verso l’alto, l’etere-calore ha la caratteristica opposta di discendere giù dal Sole, concentrandosi negli esseri viventi e favorendo il loro sviluppo. Di esso sono intessuti gli spiriti della natura conosciuti come salamandre.
L’etere-luce è la controparte dell’elemento aria, cioè dello stato gassoso: mentre l’aria appare caotica, disordinata, capace di penetrare ovunque e di collegare in maniera fluida ogni cosa, l’etere ad essa complementare si posa soltanto sulla superficie degli oggetti, ed è dotato di direzione, ordine e capacità di dividersi nettamente. L’etere-luce, inoltre, illuminando gli oggetti, li rende distinguibili creando le dimensioni della distanza e dello spazio. Ad esso appartengono gli spiriti della natura chiamate silfidi, che infondono luce alle piante.
L’etere-chimico si contrappone in maniera complementare agli stati liquidi appartenenti all’elemento acqua. A differenza di quest’ultima, fluida, densa, e compatta, tendente a restringersi nell’aspetto di sfere, l’etere-chimico è discontinuo, separatore, e perciò produttore di forme. Steiner fa derivare da esso fenomeni come la chimica e la musica, chiamandolo perciò anche etere del suono, per la sua capacità di strutturare la materia secondo rapporti numerici acustici, riflessi dell’armonia cosmica conosciuta sin dalla scuola pitagorica come «musica delle sfere». Nell’etere-chimico vivono le ondine, spiriti della natura che estraggono dalle piante e dagli alberi le diverse parti di cui sono composti, come rami, fronde, foglie, pur mantenendo tra queste una relazione d’insieme.
L’etere-vitale è in rapporto di polarità con l’elemento terra, ossia con tutto ciò che si trova in uno stato solido. Mentre la terra è dura e rigida, inerte e inanimata, l’etere-vitale possiede mobilità interiore, ed è capace di dare vitaalla materia. In esso consiste il principio dell’io, ossia la forza in grado di conferire l’individualità ad un corpo. Nell’etere-vitale agiscono gli gnomi, spiriti della terra che in esso veicolano le idee archetipiche del cosmo ricevute dagli alberi, trasmettendole ai minerali di cui si nutrono a loro volta le radici delle piante.

 

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Attualità, Storia

LA LOGGIA HATHOR PENTALPHA

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Nel 1992, alla fine presidenza di George Bush, la scelta cade su Bill Clinton, che infatti viene subito iniziato alla «Compass Star-Rose». Il vecchio Bush non la prende però tanto bene. Anzi, per niente, grande disappunto del back office in grembiulino, infatti, decide di ricandidarsi. E ovviamente perde. Clamorosamente. Li, come spiega il neoaristocratico K (per sé ha scelto lo pseudonimo di Kronos) fu « l’inizio del problema ». Perché non solo Bush, dopo la sconfitta, è «amareggiato e incattivito», ma anche i vari Cheney, Rumsfield e compagnia erano ancora più furiosi di lui. Furia e amarezza crescono e nel 1996, l’anno in cui Clinton viene non solo rieletto, ma addi­rittura ammesso tra i fratelli della «Janus» e della «Three Eyes», di cui Bush e compagni sono membri. Non c’è da stupirsi se a questi viene, l’idea di dar vita a una Ur-Lodge che raccolga tutti coloro che, alla firma dell’accordo United Freemasons e con l’avvento al potere di Clinton, si sono sentiti tagliati fuori dalle stanze dei bottoni.

La chiamano « Hathor Pentalpha » e, per dirla con Frater K, si rivela, fin dall’inizio, una specie di «loggia della vendetta e della sete di sangue». Peggio ancora: una «scheggia impazzita nell’ambito del milieu libero-muratorio oligarchico». Pericolosa. Spietata. E soprattutto: incontrollabile.

Ora entra in gioco Osàma Bin Làden. E proprio qui, intorno al fondatore di Al Qaeda, i quattro superfratelli intessono l’ennesima ricostruzione – quella definitiva? – sui fatti dell’11 settembre. Il fratello K, che probabilmente ha avuto qualche parte nella faccenda, fornisce le informazioni col contagocce. Ma racconta, comunque, una storia ai nostri occhi parecchio spregiudicata: «Osama Bin Laden era originaria­mente un massone affiliato alla Three Eyes  dice infatti K, spiegando che la superloggia fondata da Rockefeller, Kissinger e Brzezinski aveva arruolato Bin Làden in funzione antirussa in Afghanistan. Anche Al Qaeda, dice, «era una struttura ampiamente infiltrata ed eterodiretta dai nostri uomini reclutati direttamente nel mondo islamico, gente fedele alla marchia “Edmund Burke”-“Three Eyes”-“White Eagle”». A partire da quel fatale 1996, però, succede qualcosa che il back offi­ce oligarchico non aveva previsto. «Osama Bin Laden e Al Qaeda vengono strappati al nostro controllo e ingaggiati dalle nuove UR-Lodges egemoni, “Hathor Pentalpha” e “Geburah”, per recitare dentro un nuovo copione».

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E qual è il nuovo copione?

Non solo il fratello K, ma nemmeno i membri delle più smaliziate UR-Lodges del mondo riescono, sul momento, a farsene un’idea ben pre­cisa. Però in tutte le stanze del back office i fratelli sono inquieti. Molto. Da un capo all’altro del pianeta intuiscono che la «Hathor Pentalpha» sta architettando qualcosa di «spaventoso». E per tutta l’estate del 2001 tutti stanno col fiato sospeso. In attesa. Quella era gente «vostra», spiega oggi il fratello cinese. Non toccava a noi intervenire per fermarla. E infatti nessuno l’ha fermata.

Il 7 novembre dell’anno 2000 George W. Bush, il figlio del vecchio Bush, l’ex presidente «impazzito di rabbia» nel 1992, vince le elezioni presiden­ziali americane. Il 20 gennaio 2001 prende possesso della Casa bianca, e con lui la « Hathor Pentalpha » cui era stato iniziato qualche mese prima. Il fratello K è drastico. «Il nuovo secolo americano e mondiale iniziava sotto il segno di una UR-LODGE eretica, incontrollabile anche per noi della vecchia guardia massonica neoaristocratica» dice. E dice anche: mancava solo l’evento mancava una nuova Pearl Harbor che consentisse loro «di rare diversi anni di egemonia aggressiva e brutale», c’era bisogno, in poche parole, dell’11 settembre.

E’ ormai storia. 974 morti nell’attacco alle Torri gemelle, la guerra in Iraq contro gli Hussein, la caccia alle inesistenti armi di distruzione di massa contro le quali in prima fila si schiera il premier inglese Tony Blair, illustre affiliato di Hathor Pentalpha, l’invasione dell’Afghanistan, il business delle zioni miliardarie realizzate in modo rapace. E tutto a beneficio milìtary-industrial complex che proprio nella «Hathor Pentalpha» le sue alleate «Geburah» e «Amun» aveva trovato, e ancora ha, uno spazio. Mentre in Iraq, e in Afghanistan, possiamo solo contare i morti e assistere al caos.

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Per contrastare la superloggia dei Bush, i progressisti e i neoaristocratici, nel 2004, uniscono le forze alzando le colonne di una nuova Ur-Lodge, la «Maat». Nel 2005 alla «Maat» iniziato Barack Obama, e Obama nel 2009 diventa presidente Stati Uniti.

La «Hathor Pentalpha» – che nel frattempo, ha affilia­to un bel po’ di presidenti e di primi ministri in Europa: lo spagnolo Josrf Maria Aznar, il francese Nicolas Sarkozy, il turco Recep Tayyip Erdogan, olandese Jan Peter Balkenende, il polacco Aleksander Kwasniewski, l’italiano Marcello Pera, allora presidente del Senato (non però Silvio Berlusconi, proposto nel 2003 da George Bush Junior ma sgradito ad alcuni membri molto eminenti) è costretta a mollare la presa sulla Casa bianca.

Ma siccome questa non è una favola, non possiamo gridare al lieto fine, anzi. La vecchia triade delle UR-Lodges neoligarchiche torna ad alzare la testa con il progetto di DESTRUTTURAZIONE OLIGARCHICA DELL’EUROPA. I grembiulini progressisti reagiscono poco e male. E mentre infima la CRISI FINANZIARIA che mette in ginocchio l’eurozona, al di là del Mediterraneo la PRIMAVERA ARABA sconvolge il Nord Africa. Anche stavolta le vecchie UR-Lodges non capiscono niente. Forse hanno fatto il loro tempo. Forse non hanno più le antenne giuste per interpretare il mondo, o forse il mondo cambia troppo in fretta anche per loro. Chissà. Colpisce molto l’ammissione di impotenza del fratello K: «L’amministrazione Obama e il direttorio massonico bipartisan della Ur-Lodge “Maat”, e ci metto dentro anche il sottoscritto, sono rimasti imbambolati e irresoluti…» spiega. «Visto che la Primavera araba non faceva parte del programma ufficiale di questa tregua compromissoria, non sapevano che pesci prendere…»

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Qualcun altro invece lo sa benissimo. Difatti tra il 2012 e il 2013 cominciano a dilagare gli integralisti islamici di Al Qaeda in Iraq. Nell’ aprile del 2013 l’AQI cambia ufficialmente il proprio nome in Islamic State of Iraq and Al-Sham (ISIS) e nel 2014 si fa conoscere in tutto il mondo con una sanguinosa campagna mediatica a base di ostaggi sgozzati e decapitati. Il 20 Giugno 2014 il leader dell’Isis, Abu Bakr Al-Baghdadi, proclama la nascita del Califfato islamico.

Isis. Iside. La dea egizia. La patrona della magia e del potere spirituale e materiale, controparte femminile cosmica del dio Osiride. Colei che nei miti e nei riti esoterici viene spesso fatta coincidere con un’altra dea: Hathor.

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«Hathor Pentalpha», la « loggia della vendetta e della sete di sangue » La Ur-Lodge impazzita cui nel 2009 è stato affiliato un oscuro membro in Iraq che nel 2004 era stato imprigionato come terrorista, che subito dopo l’affiliazione a fil di spada viene liberato, fra lo sconcerto dei militari che lo avevano in custodia. Colui che nell’aprile del 2013 annuncia la nascita dell’Isis e l’inizio della guerra planetaria contro gli infedeli, mentre in America viene ufficiosamente lanciata la candidatura del fratello Jeb Bush alla Casa bianca per le presidenziali del 2016.

John Ellis Bush, repubblicano. Il governatore della Florida fino al 2007. Ma soprattutto il figlio di George Herbert Walker Bush, il fondatore della «Hathor Pentalpha» e padre di George W. Bush.

Da qui al 2016, grazie all’avanzata dell’Isis, affrontata senza risolutezza dall’amministrazione Obama «presa alla sprovvista», e grazie all’orrore quotidiano delle decapitazioni in tv, ai proclami fondamentalisti contro la civiltà occidentale, al massacro degli yazidi seppelliti vivi coi bulldozer o a quello dei curdi, armati (naturalmente) poco e male dalle potenze…si darà il via ad una formidabile campagna planetaria per portare un altro Bush a Washington. L’ennesimo Bush guerrafondaio, capace di sedurre gli elettori americani, e non solo loro, con la promessa «guerra globale» al terrorismo che minaccia la nostra civiltà e la sicurezza. Avremo così «nuove guerre infinite in Medio Oriente», affari miliardari per il military-industrial complex, e nuove leggi liberticide in tutto l’Occidente, imposte per garantire la sicurezza dei cittadini contro la minaccia del nemico jihadista. I «nuovi barbari » li chiama durissimamente il fratello K, che di suo non pare certo una mammoletta. La massoneria più brutale, violenta e sanguinaria» contro cui bisogna assolutamente «fare fronte comune», per non correre il rischio di ritrovarsi uno scenario mondiale ancora più tragico di quello dell’11/09/2001 e del 13/11/2015 (NdR).

FONTE : Gioele Magaldi – Massoni, società a responsabilità illimitata

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Storia

IL MATRIARCATO

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Tutti noi abbiamo appreso la storia delle origini dell’umanità sui banchi di scuola. uomini pelosi ricoperti di pellicce di animali e armati di clave o di lance rudimentali, dediti alla caccia. Donne accovacciate accanto al fuoco, intente a cucinare. prima nomadi, poi poco per volta stanziali, fino alla formazione di piccoli villaggi fatti di capanne, ecc. ecc. L’uomo delle caverne, appunto. Peccato che probabilmente sia tutto da rifare, o meglio da (ri)raccontare.

Per secoli infatti gli studi archeologici e preistorici sono stati monopolio esclusivo di esperti di sesso maschile, che si sono sempre trovati concordi, salvo rare eccezioni, con la medesima lettura dei reperti e la conseguente ricostruzione della realtà preistorica, relegando incongruenze e contraddizioni sotto l’ombrello degli “insondabili misteri del passato”.

Tutto questo fino a circa 50 anni fa, quando cioè questi illustri signori hanno cominciato ad essere affiancati dalle prime donne archeologhe, nonché antropologhe, storiche, linguiste, esperte di religioni, filosofe, ecc. Ed è così cominciata ad emergere una realtà completamente diversa.

Per esempio la presenza, anzi l’abbondanza di statuette femminili, una diversa dall’altra ma con alcune caratteristiche simili e costanti, risalenti a un periodo che va dal paleolitico medio (musteriano, 120.000/40.000 anni fa) agli ultimi millenni prima di Cristo, in tutta l’area del mediterraneo: dalla siberia all’asia, fino alla Cina e al Giappone e nel continente sud-americano. Praticamente in tutte le terre emerse. L’abbondanza di questi ritrovamenti così antichi è tale da far ipotizzare che all’epoca ci fossero più statuette che esseri umani. Tuttavia, non esiste l’equivalente rappresentazione maschile dell’umanità fino all’apogeo della cultura ellenica.

Come mai, dunque, venivano rappresentate solo le donne, e con tale impressionante dedizione? E che ruolo avevano quindi gli uomini in queste antichissime società ? Negli ultimi 30 anni sono state realizzate moltissime ricerche su questo argomento, da studiose ed esperte delle accademie di mezzo mondo. Tuttavia i risultati ottenuti hanno dovuto scontrarsi con la ferrea omertà della cultura patriarcale imperante, ben decisa a non cedere neanche di un millimetro il suo potere.

IL PATRIARCATO COME FORMA MOLTO RECENTE DI ORGANIZZAZIONE

Ma perché il patriarcato si dovrebbe sentire minacciato da simili scoperte archeologiche? Semplice: perché queste hanno dimostrato che la cultura patriarcale è relativamente recente, comincia ad emergere cioè solo intorno al 5000 a. c., e impiega poi ben tre millenni per stabilizzarsi definitivamente. In altre parole, se l’età dell’umanità fosse rappresentata dal quadrante di un orologio, il patriarcato non occuperebbe che gli ultimi cinque minuti.  Ma quello che spaventa di più, probabilmente, la mentalità’ fallocratica è che gli ultimi millenni di potere sono stati preceduti da decine di migliaia di anni di civiltà basate sulla centralità femminile.

Attenzione: non è utilizzata volutamente la parola “matriarcato” perché sarebbe fuorviante, in quanto contrapposizione di idee e principi legati al modello patriarcale. Di conseguenza, si preferisce usare l’aggettivo “matrifocale”, o “matrilineare” per definire il lunghissimo periodo in cui l’umanità è stata governata da principi femminili.

COME FUNZIONAVANO LE SOCIETA’ “MATRIFOCALI?”

Non possiamo qui riassumere in poche righe tutti i valori e le caratteristiche di queste civiltà, ma vorremmo almeno riassumerne i tratti singolari:

Nelle civiltà preistoriche femminili, anche dette civiltà antiche, non esistevano la famiglia, la proprietà privata, la gerarchia, la guerra. La divinità era femminile, identificata con la Madre Terra e la maternità in generale. Non c’era separazione tra il sacro e il profano, anzi meglio sarebbe dire che il concetto di profano era sconosciuto: tutto ciò che accadeva sulla terra era sacro, e per tanto onorato come tale.

La società era organizzata in piccoli clan che avevano come referente per tutte le questioni pubbliche e private la donna più anziana. Tutte le decisioni venivano prese collettivamente da gruppi di donne che allevavano anche i figli.

Le donne erano: sacerdotesse, guaritrici, raccoglitrici di erbe per l’alimentazione e per la cura, cuoche (ovvero chimiche che studiavano la combinazione degli alimenti), inventrici (l’ago è una delle più antiche invenzioni dell’umanità), artigiane (ovvero artiste: le anfore e i primi utensili sono tutti a forma di donna, o ispirati alle forme femminili, all’idea materna di ‘contenere, proteggere, conservare’) custodi della memoria e delle tradizioni.

LE INVENTRICI DELLA PREISTORIA

Alle donne della preistoria si devono alcune tra le più importanti invenzioni dell’umanità, tutt’oggi fondamentali per la sopravvivenza del nostra specie: l’agricoltura (furono le raccoglitrici le prime esperte di vegetazione, che capirono il rapporto tra seme e germoglio, che scoprirono come, dove e quando seminare per poter raccogliere: la marra, primo aratro della nostra civiltà, fu invenzione e strumento femminile per antonomasia); la conservazione degli alimenti (cottura, essicazione, ecc. e tutti i procedimenti per creare delle riserve di cibo); l’allevamento del bestiame (furono sempre le donne ad addomesticare i primi animali selvatici, attaccandosi i cuccioli al seno, si fecero amici i lupi, i tori, gli agnelli, ecc.); l’abbigliamento (cucendo insieme pelli di animali); il fuoco (se non abbiamo la certezza che sia stata una donna a scoprire come conservarlo, ci sono molte probabilità chi sia stata una donna a scoprire come utilizzarlo per cucinare, e di conseguenza per fondere, per rendere resistente l’argilla, ecc. Del resto, erano vestali le custodi del ‘fuoco sacro’…).

Tutto questo non è frutto della fantasia di qualche femminista invasata, bensì un brevissimo riassunto dei risultati di centinaia di ricerche serissime, scientificamente documentate e accademicamente riconosciute. (per una prima ricerca bibliografica consiglio http://www.universitadelledonne.it alla voce mito/religioni).

IL RUOLO DEGLI UOMINI

E gli uomini cosa facevano nel frattempo? Di sicuro cacciavano, ma anche qui, non da soli. La caccia, non potendo contare su armi elaborate, non era un’attività solitaria nella preistoria e dunque doveva per forza essere un evento collettivo, al quale con ogni probabilità partecipavano anche le donne. A riprova della presenza femminile anche nelle foreste infestate dalle fiere, le tante dee della caccia sopravvissute nelle culture patriarcali. Poi probabilmente gli uomini avevano anche altre mansioni, ma sempre in qualche modo subordinate al femminile.

Questi sistemi di civiltà matrifocali hanno cominciato a entrare in crisi intorno al 5000 a.c., secondo un’evoluzione non-lineare e un andamento a macchia di leopardo, per essere poi definitivamente soppiantati dal modello patriarcale intorno al 2000 a.c. Ci sono voluti ben 3000 anni affinché il processo di transazione si completasse, non senza rigurgiti e resistenze in alcuni casi strenue e accanite. Che cosa è successo durante quei 3000 anni, in pratica che cosa ha causato questo ribaltamento del potere, sarebbe un interessante campo di studi che certamente sarà investigato nei prossimi decenni.

IL DECLINO DELLE SOCIETA’ A MATRICE FEMMINILE

In questo caso, ci limiteremo a suggerire alcune ipotesi. Innanzitutto: se le cose stanno così, se il patriarcato cioè è stato preceduto da decine di migliaia di anni di cultura femminile, e se il potere sacro e inviolabile della Grande Madre è stato strappato con rabbia e violenza da una minoranza sottomessa e frustrata dopo alcuni millenni di lotte, questo spiegherebbe l’accanimento con cui il nuovo potere abbia sistematicamente represso e discriminato il genere femminile nei secoli successivi e fino ai nostri giorni, di come abbia ostinatamente cercato di precludergli qualunque accesso alla cultura, al sapere, al lavoro, all’arte, alla libertà di movimento e di pensiero, come abbia fatto in modo di gestirne la sessualità, appropriarsi della sua capacità riproduttiva, e sottometterlo in tutti i modi possibili e immaginabili. Francamente una determinazione altrimenti difficile da comprendere, se non con la folle e inconscia paura di riperdere ciò che era stato così faticosamente conquistato, e con la segreta e terrorizzata consapevolezza di quello che il femminile avrebbe potuto fare se fosse stato lasciato libero di muoversi e di esprimersi.

Secondariamente, sembrano anche più comprensibili le diffuse difficoltà relazionali che tutt’oggi esistono tra uomini e donne: forse sono il retaggio di quei 3000 anni di lotte feroci per il potere?

Concludiamo con una riflessione: l’avvento del patriarcato, seguito dalle tre grandi religioni monoteistiche, tra le tante conseguenze che ha avuto, ha depredato l’umanità di un aspetto fondamentale per l’equilibrio globale: la sacralità’ del principio femminile, il rispetto per quella Madre Terra da cui la nostra sopravvivenza dipende, e il riconoscimento della sua generosità. Alcuni millenni di patriarcato, sventolando la bandiera della mascolinizzazione di dio, hanno portato nel mondo guerre e distruzioni di ogni sorta, il bieco sfruttamento delle risorse, la disumanizzazione dei suoi abitanti, la perdita dei principi e della speranza. Una fine ingloriosa sembra aspettarci dietro l’angolo. Forse sarebbe il caso di riaprire le porte e i cuori alla Grande Madre, violata dagli uomini e dimenticata dalle coscienze…

Di seguito il breve video che raffigura, con una raccolta d’immagini, alcuni degli affascinanti reperti che una volta ritrovati hanno aperto la strada a nuove ricerca archeologiche e storiografiche. Il titolo “Mia madre ha partorito mio padre”, è ripreso dall’aforisma di Mansur Al-Hallaj, martire sufi morto nel 922 d.C.

FONTE : Marta Franceschini

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