Favole, Fiabe

CAPPUCCETTO ROSSO

Cappuccetto-rosso-2-m

Con l’inseparabile cappuccio e la sua borsa in mano, Cappuccetto Rosso salta nella fiaba come il dio Mercurio, messaggero e portatore di farmaci. Ella è anche l’elemento chimico mercurio nascosto nella pietra cinabrina, oppure discolo e scorrevole come argento vivo. L’alternanza cinabro-mercurio (HgS-Hg) rappresenta nell’alchimia cinese il passaggio dalla morte alla vita, l’eterna resurrezione.

Cappuccetto Rosso, la bimba della fiaba dei Grimm e di Perrault, è un piccolo dio Mercurio aleggiate nei boschi di castagni e di querce. Messaggera tra la mamma e la nonna, con il paniere contenente focaccia e vino, ella compie le mansioni del dio dai piedi alati, viandante, portatore di farmaci e consolazioni, intermediario. Del romano Mercurio (o del greco Hermes, del germanico Odino – Wotan, dell’etrusco Turm) ha alcuni attributi peculiari. Innanzi tutto quel suo cappuccio, da cui prende il nome. Mercurio è una divinità col cappello, il pètaso, qualche volta accompagnato da una mantellina. Wotan è descritto con il volto coperto da un cappuccio. Il cappello-cappuccio protegge il dio nei suoi viaggi e lo nasconde nelle sue furfanterie. Che quel copricapo fosse rosso è difficile stabilire, ma rosso era il cappello dei Frigi, rossi i capelli di Mercurio, violetta la mantellina di un Mercurio rappresentato in un dipinto murale sul viale dell’Abbondanza a Pompei. Loge, il demone del fuoco compagno preferito di Wotan, indossava un cappuccio e una mantellina rossa. Di Mercurio, Cappuccetto rosso ha anche la borsa, con cui reca le “medicine” alla vecchiaia”. Con Wotan la piccina condivide l’inquietante rapporto con un lupo. Rivelazioni essenziali di Mercurio sono l’incontrare e il trovare e la sua tendenza ad associarsi volentieri a qualcuno (amalgamarsi?), tendenza quest’ultima che rende Cappuccetto Rosso affabile, ma la conduce anche a fidarsi della compagnia poco raccomandabile di un figuro incontrato per caso.

Il Mercurio Alchemico

L’equiparazione della bambina del bosco alle divinità mercuriali è un primo passo per giungere all’equiparazione chimica di Cappuccetto Rosso al metallo liquido, il mercurio. Come il dio dai piedi alati, il mercurio è lo scorrevole, l’intermedio, il disceso dall’alto. Nella nostra esegesi metallurgica, esso si candida subito a scivolare tra le paginette della fiaba della bambina messaggera e a fornirle il suo senso ermetico. Il mercurio è l’unico metallo liquido a temperatura naturale, e di colore grigio lucente, volatile, solvente dell’oro e dell’argento. Ha peso atomico 200,61 e numero atomico 80; è vicinissimo dunque all’oro che ha peso atomico 197,2 e numero atomico 79. Fino ad epoca recente si tentò di trasformare un elemento nell’altro e non può escludersi che ciò sia avvenuto in minute proporzioni, Il suo simbolo è Hg, dal nome latino del metallo Hydrargirium, che significa “argento liquido” o “argento vivo”. Il nome attuale gli fu dato dagli alchimisti nel VI secolo. Essi adottarono il simbolo del pianeta Mercurio per indicare l’argento vivo, così connettendo il metallo fluido al pianeta dalla rotazione più veloce e al dio alato. In alchimia il mercurio non designa solo il metallo grigio, ma un più generale principio umido e passivo, femminile, sottoposto al principio secco e attivo, lo zolfo, come la donna soggiace all’uomo. Il mercurio dei cinesi il shui yin, corrisponde al drago e agli umori del corpo, al sangue, al seme. L’alchimia cinese contrappone il mercurio non allo zolfo, ma al solfuro di mercurio (HgS), il cinabro, che è il minerale rosso entro cui il mercurio è catturato, racchiuso in natura. Se si sottopone il cinabro ad arrostimento (calcinazione) si libera mercurio, secondo la reazione:

(cinabro)   HgS   +   O2   →   SO2   +   Hg   (mercurio)

Dalla polvere rossa del cinabro il mercurio riemerge come goccioline splendenti, a rappresentare la rigenerazione attraverso la morte (la combustione).

Hg   +   S   →   HgS

Si ottiene il cinabro come polvere di un bellissimo rosso vivo. L’alternanza cinabro/mercurio è, per gli alchimisti cinesi, simbolo della morte e della rinascita, della perpetua rigenerazione, alla maniera della Fenice che rinasce dalle sue ceneri. Ma non si dà vera morte, e il cinabro, per la sua capacità di rigenerare il mercurio, è simbolo di immortalità. Esso è rosso come il sangue, che sempre si rigenera nel corpo umano, e quindi può procurare il ringiovanimento e l’immortalità.

Il cinabro

Il cinabro è la forma quasi esclusiva nella quale si trova il mercurio in natura. Esso si presenta come concrezioni o spalmature su altre rocce, di colore rosso intenso, variabile dal rosso cocciniglia al rosso bruno. È proprio per questo rosso rifugio nella pietra cinabrina che il mercurio, il metallo del dio dal cappuccio, entra nella fiaba come Cappuccetto Rosso.

Da tempi antichissimi il cinabro, naturale o ottenuto dal mercurio solfurato, è usato come colorante vermiglio (vermiglione) per la pittura ad olio o per tessuti, in virtù del suo fortissimo potere ricoprente.

L’estrazione industriale del mercurio dal cinabro è una pratica antichissima. È sicuro che gli Etruschi coltivassero le miniere di cinabro del Monte Amiata, sull’antiappennino toscano, e ne traessero coloranti.

 

Il mercurio dagli alberi

Nel Medio Evo era invalso l’uso di far condensare i vapori di mercurio che salivano dal cinabro combusto sulle foglie fresche degli alberi a fogliame largo. Questo procedimento si realizzava in grande all’aperto nei boschi, o entro appositi locali a campana, nei quali erano posti il combustibile, il cinabro e gli alberelli di condensazione.

Metallica rugiada, materializzata da invisibili vapori, cadente dall’alto, scorrevole come acqua vivente, il mercurio è l’ambiguo tra i metalli, solido e liquido, soggetto e operatore universale dell’opera alchemica, e in ogni caso femmina, yin. Gli alchimisti lo chiamavano aqua simplex, aqua maris, aqua permanens, ma anche aqua aggrediens, venenum, Draco, Serpens.

Velenoso nel corso dell’estrazione e delle manipolazioni, il mercurio metallico, attenuato in empiastri od unguenti e sciroppi, ha continuato a mantenere un rispettabile posto nella farmacopea sino ai nostri giorni. Come “unguento cinereo” è stato usato contro la lue e contro le affezioni di natura parassitaria della pelle.

 

 “Draco mitigatus”

Di più larga adozione medicinale è il mercurio combinato al cloro: il cloruro mercuroso (HgCl2), noto come calomelano.

Calomelano significa “bel nero” (gr.: kalòs, melas). È invece una polvere bianca, insolubile, blanda, tuttavia infida poiché dal suo bel biancore può emergere il nero. Se lo si tratta con ammoniaca assume rapidamente una colorazione nera; lasciato alla luce lentamente si altera e si ingrigisce, trasformandosi in sublimato corrosivo (HgCl2) e separando mercurio. Questa alterazione lo rende tossico ed è paventata nella farmacopea, che prescrive un metodo per controllarla.

Il calomelano fu introdotto in terapia nel ‘500 e per la sua mitezza lo si chiamò mercurius dulcis o draco mitigatus. La denominazione di “drago ammansito” gli conferisce connotati mitici. Esso appare come un essere malvagio dall’aspetto mite, ed è infatti candido e dolce, ma può rendersi grigio e corrosivo. Esso è la seconda via attraverso cui il mercurio penetra nella fiaba come bestia sorniona, come falso amico.

In terapia il calomelano era adottato frequentemente come purgante e come diuretico. Era anche usato come disinfettante intestinale ed entrava in parecchie pomate impiegate nelle malattie della pelle. Sospeso nell’olio è stato proposto per iniezioni intramuscolari contro la sifilide.

Esso forma, con il sublimato corrosivo, un’alternanza di mite e caustico, di buono e cattivo. Se si espone il calomelano alla luce si liberano sublimato corrosivo e mercurio.

Il sublimato corrosivo è il responsabile di quasi tutti gli avvelenamenti da mercurio, volontari o accidentali. Produce sulle mucose alterazioni gravi e dolorose, violenti dolori gastrici, dissenteria, paresi, tremori e infine la morte. Nell’avvelenamento cronico causa stomatiti, caduta di denti, cachessia, nefrite.

Le leghe che il mercurio forma con vari metalli, ed in specie con l’oro e con l’argento si chiamano amalgame. Il termine, che sembra risalga al greco màlagma (da “malasso”, rammollisco) è stato usato da San Tommaso e esprime metaforicamente la coesione, l’unione, la fusione.

“Ouverture” della fiaba

Possiamo ricapitolare le proprietà del mercurio ricordando che esso si amalgama con gli altri metalli, è usato nella cura dei malanni e nella purificazione dei metalli preziosi e si trova in natura in una forma quasi esclusiva: il rosso cinabro. Esso è altresì l’unico metallo liquido, scorrevole, sfuggente.

La fiaba dei Grimm inizia narrando di una cara ragazzina; “solo a vederla le volevan tutti bene” La generale amorevolezza già accenna ad amalgami mercuriali, ma il mercurio si fa avanti più palese alla menzione dell’abbigliamento della piccina. La nonna le aveva donato un cappuccetto di velluto rosso, e, poiché le donava tanto ch’essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso. La piccolina è protetta e occultata nel suo cappuccio rosso, che la identifica come “mercurio” nella qualità di metallo nascosto nella pietra vermiglia e solo in quella. Essa ricorda anche il Mercurio divino col suo immancabile pètaso sul capo.

Messaggero e ristoratore, come il dio e come il metallo, la bambina si rivela subito, allorché la mamma le dice:

Eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà…
Le tre querce

Appena giunta nel bosco, Cappuccetto Rosso incontra il lupo che subito le chiede ove ella vada. La risposta della bambina è un vero enigma. Alla domanda del lupo: (dove abita la tua nonna?), Cappuccetto Rosso risponde (sotto le tre grosse querce), come se la nonna abitasse sotto gli alberi, e precisa: (Là sta la sua casa). Poi aggiunge: “Untern sind die Nusshecken” (sotto sono i noccioli).

Come possono i noccioli essere sotto la casa? Questa strana descrizione della nonna sotto le querce e sopra i noccioli acquista senso se si immagina la casa della nonna come la camera a volta per l’estrazione alchemica del mercurio. Lì gli alberelli sono dentro la casetta; sotto gli alberelli sono le fascine (noccioli?), su cui è posta la pietra di cinabro (la nonna?). La triplice quercia fornisce un altro richiamo mercuriale. Il grande albero fronzuto rimanda all’albero gigante della mitologia nordica, al frassino di Wotan-Odino, Yggdrasill. La triplicità del tronco si addice al germanico Mercurio, che era infatti rappresentato da tre persone: Odhinn, Vili e Vé. Per altro anche il metallo mercurio è uno e trino.

Il Lupo

Sulla via che conduce alle tre querce, Cappuccetto Rosso ha incontrato il lupo. Il lupo è un’altra manifestazione del mercurio, un altro tramite attraverso cui il metallo cangiante si affaccia nella fiaba. Ricordiamo per inciso che sino a tempi recenti il Monte Amiata era noto e temuto per i suoi grossi lupi.

Il lupo della fiaba ha tutte le malizie ed insidie del cloruro mercurioso, che già conosciamo col nome di calomelano (il “bel nero”) come prodotto medicinale bianco e dolciastro.

Il nome alchemico del cloruro mercurioso era, come s’è detto, quello di draco mitigatus, dragone attenuato, mostro nascosto. Questa è la natura del lupo delle fiabe, e precisamente anche quella del calomelano che, per azione degli agenti naturali, si trasforma in una mistura corrosiva grigio-nera, che contiene sublimato corrosivo.

Da dolce e mite il lupo si trasforma in caustico e vorace, da bianca polvere in cenere spaventosa. Il mostro nascosto si svela, esprimendo, di fronte all’innocenza della pietra naturale, le pericolose proprietà del mercurio officinale.

Il dragone attenuato si informa sul percorso della bambina e sulla casa della nonna. Con voce suadente il lupo s’impegna poi ad indurre la bambina a perdere il tono sostenuto e contegnoso e abbandonarsi a una dolce festosità dionisiaca.

Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? Perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!

La bambina si lascia sedurre, se ne va fuori del sentiero. e si perde in cerca di fiori.
Passaggio agli Inferi

Lo strappo del fiore è il momento della violazione originaria, l’apertura della via verso gli Inferi, che sono in agguato nelle profondità del bosco. Anche Proserpina è intenta a cogliere fiori quando s’apre per lei la via dell’Ade. Qui pure c’è un Ade appostato: il lupo. Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco. Da qui è tutto un precipitare verso l’antro infernale che s’apre con la bocca spalancata del lupo e si chiude con il suo ventre ingordo. Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e s’incamminò.

Il lupo era intanto arrivato alla casetta della nonna. Dopo l’arrivo del lupo, la casetta nel bosco rappresenta un recesso infero, la apertura del precipizio. Il lupo, con le sue fauci spalancate, va a farvi la parte della bocca della fornace, pronta ad accogliere le rosse pietre del cinabro. Prima egli inghiotte le esaurite ossa della nonna, quindi si dispone ad attendere l’arrivo del bocconcino tenerello, della fresca rossa pietra cinabrina. Egli compie il rituale dell’imbiancamento dell’aspetto e dell’addolcimento della voce, come nella fiaba dei Sette Caprettini. All’arrivo della piccina, rivela via via la sua natura e infine spalanca la bocca spaventosa e inghiotte tutta intera Cappuccetto Rosso.

Il ventre del lupo è una caverna nel folto bosco. Vi giace, nell’oscurità, una bella sepolta o addormentata in attesa di un liberatore. Minerale racchiuso nella miniera, o pietra gettata nel forno; il cinabro attende di tornare scintillante mercurio. Il salvatore appare nelle vesti di un cacciatore; la spada che trafigge la belva sono un paio di forbici affilate, che tagliano la pancia del lupo addormentato. La ricomparsa della bambina-mercurio è annunciata da uno splendore, da una luce che emerge dall’oscurità.

Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso e dopo altri due la bambina saltò gridando: – Che paura che ho avuto! Com’era buio nel ventre del lupo!

Luce che splende nelle tenebre, vita che si rigenera, Cappuccetto Rosso torna, come la Fenice, a rinascere dopo la combustione.

Il senso più profondo della fiaba di Cappuccetto Rosso è quello del momentaneo sopravvento del male sul bene, simile al sopravvento di Renris sugli asi nel crepuscolo degli dei per i germanici; e, nella versione dei fratelli Grimm, il cacciatore, che con la sua scure sventra il lupo, è anche figura della redenzione finale e del trionfo del bene e dell’essere.

In realtà, è proprio attraverso il passaggio agli Inferi – o in altre parole, il tragitto nel ventre-forno del lupo – che la bambina conquista la luce. Che la pancia del lupo sia forno per la Combustione delle pietre, come quello che si usa per la sublimazione del cinabro, è attestato dall’operazione che la bambina salvata compie in chiusura della fiaba.

E Cappuccetto Rosso corse a prendere dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo.

La piccina apparecchia il ventre del lupo per quella operazione, dalla quale ella è appena sortita.

FONTE : http://www.loggiaarchimede.it/

Standard
Fiabe

CENERENTOLA E IL KARMA

cinderella_2015_movie-1920x1440

Qual è il mistero che si cela dietro la Fiaba? Tolkien, ci avverte che la fiaba non è nata per i bambini, ma per misteriose corrispondenze dell’anima, piace ai bambini. Da qui l’equivoco di considerare le fiabe, come un genere letterario destinato all’infanzia. Le fiabe, però sono ben altro.

C’è un nesso, scoperto dal grande autore Jorge Louis Borges, un nesso misterioso che unisce il genere letterario al Karma. Perché scriviamo, da dove ci proviene questa forza misteriosa ?
Il genere letterario è l’estrinsecazione dei possibili destini umani, ma non dà quasi mai, una chiave di volta, per uscirne, rivela una condizione tragica dell’uomo, noi non siamo ancora usciti dal Fato dell’Antica Grecia, viviamo ancora una condizione tragica, perché abbiamo l’oblio dell’antica sapienza delle Fiabe. C’è una corrispondenza tra il genere letterario e i destini umani, ma il destino non è che la conseguenza del Karma, il destino non è Karma.
Il Karma, contiene in sé la possibilità di liberarsi, poiché esso stesso, se inteso come Destino, non è che Maya, illusione. Noi scriviamo, per ribadire la fatale illusorietà della vita e abbiamo scordato il Vero. Se il genere letterario è una rappresentazione del Karma come Destino, Illusione, Maya, la Fiaba è il Karma, ed è il Karma che racchiude in se stesso la chiave magica, la possibilità di essere liberi, attraverso il Desiderio. Nella Fiaba, ci dice Tolkien, ci sono tre porte : la porta magica, volta alla Natura, la porta mistica, volta al soprannaturale e lo specchio dello scherno e della compassione, volto all’uomo.
Analizziamo ora una fiaba classica e tanto vituperata: “Cenerentola”
Vediamo la protagonista vivere una condizione tragica e apparentemente ineluttabile, che ci sembra ingiusta : un’anima così bella, intrappolata in un destino così aspro, nella totale assenza di compassione, mentre la falsa Madre e le false Sorelle, prosperano nella loro malvagità. Ma Cenerentola possiede un dono: è capace di desiderare, così ardentemente (attraverso il cuore) che una Fata intercede per lei. La radice della parola Desiderio è Dio, il Divino. Noi confondiamo il desiderio con la volontà e le brame, o ancora peggio, con il sogno ad occhi aperti, la fantasia intesa come fantasticare, produrre illusioni per consolarsi. Il Desiderio, è invece magico abbandono a una forza creatrice, una forza cosmica potentissima, capace di creare e modificare la vita.
Si desidera solo quando si è nel Desiderio, e vivendo questo stato di grazia, non può non avverarsi. Cenerentola, anche solo per un attimo della sua triste vita Desidera ardentemente, con la forza possente del suo cuore spirituale, e la sua vera madre, la Natura, le manda un medium, un intermediario, una Fata. Siamo nella fase magica della fiaba, dove è possibile il prodigio, è possibile avverare il Desiderio ma solo per un tempo limitato. E’ possibile liberare Cenerentola dal suo destino, e darle ciò che merita, ma solo fino a mezzanotte.
La Natura Naturans è infatti prodigiosa, magica, ma non è ancora Divina, non è ancora la vera essenza del Desiderio, Cenerentola è ancora preda di Maya, pensa che il suo Desiderio non possa essere realizzato fino in fondo, crede di non meritare la felicità, è convinta di dovere espiare fino in fondo l’illusione del suo Karma, crede che la vera vita sia la sua condizione infelice, non crede fino in fondo alla fata, non crede alla verità delle Fiabe.
Forse Cenerentola ha solo sognato, ma attraverso l’apparente casualità, di una scarpina di cristallo smarrita, interviene il Divino, muta gli eventi con un trascurabile e prodigioso atto : fa smarrire la scarpina a Cenerentola. Il resto, lo conosciamo tutti. E siamo approdati alla porta Mistica, che è l’essenza stessa della Fiaba.
Nella condizione umana, che noi consideriamo la realtà ( ma ci illudiamo quando pensiamo che “Realtà “sia “Verità”), possiamo essere graziati dal Desiderio, e approdiamo al Medium magico, la Natura, scopriamo che possiamo realizzare, ricreare la realtà e la vita, ma abbiamo bisogno di una fata, che interceda per noi. Solo quando siamo completamente in noi stessi e al contempo fuori da noi stessi, fuori da Maya, per intercessione divina, noi non desideriamo più, siamo il Desiderio.
L’ astuto Negromante che ci manipola la vita, non cela mai totalmente la verità, ce la rivela solo in parte: ci consente le fiabe, spacciando però il loro segreto per genere letterario rivolto all’infanzia, ci mostra beffardo la Verità sotto gli occhi e noi non la vediamo, quasi mai.

FONTE

V. Farina

Standard
Fiabe

I PUFFI SANNO…

smurf39sbl_4wryk56u

I Puffi – i simpatici ometti blu creati dal belga Peyo (Pierre Cullifford, 1928-1992) – sono in realtà una metafora della massoneria. Il villaggio dei Puffi è una loggia massonica e Gargamella, il cattivo che ce l’ha con i Puffi, è un profano che non fa parte della massoneria e cerca di carpirne i segreti. Lo sostiene Antonio Soro, finora noto come studioso di scintoismo, in un curioso opuscolo dal titolo I Puffi, la “vera” conoscenza e la massoneria (EDES – Editrice Democratica Sarda, Sassari 2005), dove compie un vero e proprio tour de force per cercare di documentare la sua tesi. Nel libro si avverte anche l’eco di polemiche intra-massoniche: i Puffi rappresenterebbe un esoterismo massonico di natura gnostica che la massoneria moderna, imboccata la via del razionalismo, avrebbe in gran parte smarrito.

Secondo Soro, già i colori dei Puffi sono massonici. Il blu è il colore “pneumatico” dei figli del Dio misterioso nelle scuole gnostiche antiche. Il berretto bianco dei Puffi rappresenta la purezza cui lo gnostico aspira. Il Grande Puffo è “il Maestro di Loggia”, vestito – solo lui – con cappuccio e pantaloncini rossi, che rimandano al fuoco dello Spirito e alla simbologia del grado massonico dell’Arco Reale. Se si esclude l’unica femmina, Puffetta, i Puffi sono novantanove, come i gradi di certe massonerie esoteriche e i saggi vestiti di bianco nella Nuova Atlantide (1643)di Francesco Bacone (1561-1626), un’opera che esercita un’influenza notevole sui primi massoni britannici. Le case dei Puffi assomigliano a funghi, anzi a un fungo particolare, l’amanita muscaria, che può essere velenoso: ma l’iniziato massonico trasforma il veleno in elisir di rigenerazione. Soro avrebbe anche potuto aggiungere che in piccole dose l’amanita muscaria è stata usata come allucinogeno lungo un arco storico che va dagli sciamani agli hippie, e che secondo il curioso esoterista John Allegro (1923-1988), oggetto oggi di una riscoperta negli ambienti accademici americani, lo avrebbero usato anche i primi cristiani, così che molti miracoli di Gesù sarebbero in realtà esperienze allucinogene.

I Puffi non sono uomini. Nell’interpretazione di Soro sembrano essere – o meglio essere riusciti misteriosamente a ridiventare – quelli che una vasta tradizione esoterica chiama “pre-adamiti”, esseri vissuti prima di Adamo in uno “stato edenico primordiale”. Prima di Adamo, e del caos causato dagli uomini e rappresentato dall’episodio biblico della Torre di Babele, non è necessario un vocabolario completo. Nell’edenico stato di natura ci si comprende con poche parole. Così per i Puffi il verbo “puffare” sostituisce quasi tutti i nostri verbi. Quando un Puffo, anziché “Voglio mangiare una mela”, dice “Voglio puffare una mela”, Soro spiega che “per una comunità tornata all’Eden cosmico le cose hanno tendenze naturali, sicché nel contesto del vissuto è perfettamente chiaro ciò che si intende. L’unica lingua con un vocabolario ‘essenziale’ si è di nuovo affermata sulla moltitudine di parlate grazie all’azione dello Spirito, e i pensieri procedono nella direzione naturale degli eventi”.

Si tratta di una vera e propria “Gran Loggia dei Puffi”, dove l’iniziazione è data per sempre. Il Puffo Selvaggio è voluto uscire dal villaggio dei Puffi (la Gran Loggia) e andare a vivere nella foresta (il mondo profano, fuori della massoneria), ma la porta per lui “rimane sempre aperta, perché egli è sempre – e sempre rimarrà – un Puffo”.

La Gran Loggia dei Puffi che pratica l’arte massonica secondo la cosmologia gnostica degli Ancients – e non, per usare terminologie massoniche settecentesche, secondo il razionalismo illuminista dei Moderns – è insidiata da Gargamella. Questi è il profano che cerca di entrare nel villaggio dei Puffi senza mai riuscirci, perché la Gran Loggia rimane chiusa al non iniziato. Gargamella è vestito di nero, il che potrebbe evocare la magia nera, ma per Soro è più probabile che si tratti di una “toga ecclesiastica” da prete o da rabbino ortodosso anti-massonico: “Il Gargamella prete/rabbino è implacabile cacciatore della sapienza massonica, perché la sua tradizione non possiede più quella conoscenza capace di rinnovare l’uomo, di trasfigurare la banale realtà ilica in dorata realtà pleromatica. Egli combatte la massoneria ma allo stesso tempo ne ha bisogno, deve carpirne i segreti da tradurre in una pastorale, per non perdere la base dei fedeli”. Ma a quale espediente ricorre Gargamella per insidiare la Gran Loggia dei Puffi? Come nel mito gnostico dalla caduta di Sofia, egli cerca di rompere l’“androginia divina” che regna nel villaggio del Grande Puffo introducendovi l’elemento femminile, Puffetta, l’unica Puffa femmina. Ma l’operazione, pur creando notevoli perturbazioni, non riesce, perché il Grande Puffo possiede un’alchimia superiore a quella di Gargamella e vigila.

Soro sa bene che i Puffi sono stati interpretati in molti modi diversi, tra l’altro come metafora di una società socialista utopistica. A sostegno della sua tesi cita un dato filologico: i Puffi compaiono per la prima volta sul Journal de Spirou il 23 ottobre1958, mentre due personaggi che danno il titolo a una serie precedente di Peyo, Johan e Pirlouit, sono alla ricerca di un flauto magico, che evoca immediatamente l’opera omonima di Wolfgang Amadeus Mozart (1756-1791), la cui relazione con la massoneria è ben nota.

Si potrebbe obiettare che il clima della scuola belga del fumetto, quella delle “linee chiare”, in cui matura la fortunata creazione di Peyo è piuttosto cattolicheggiante, e corrisponde a una reazione, ispirata ai valori morali e familiari, al fumetto americano considerato poco adatto alle buone famiglie cattoliche. E Soro pattina sul ghiaccio sottile – rischiando che qualcuno dei talebani nostrani, che tuonano contro Streghe o la serie di romanzi che hanno come protagonista Harry Potter, vieti agli incolpevoli figlioletti anche i Puffi – quando presenta gli ometti blu come esponenti di un satanismo “buono”, un luciferismo pienamente giustificato da una prospettiva coerentemente gnostica.

L’opera di Soro nasce, al contrario, da una simpatia per i Puffi. Se la si prende troppo alla lettera si rischia di cadere nei rischi che Umberto Eco collegava alla “interpretazione infinita”. Ma i capolavori – e i Puffi, nel loro genere, lo sono – sono tali appunto perché sono aperti a una pluralità di interpretazioni. Per chi invece si interessa di cose massoniche, il quesito di Soro rimane: riuscirà Gargamella a “puffare la massoneria”? A giudicare da certe tristi considerazioni dell’autore sulla massoneria razionalista di oggi, sembrerebbe che la risposta sia già implicita e che Gargamella in gran parte se la sia già puffata.

FONTE : http://www.cesnur.org/

Standard
Fiabe

BIANCANEVE E ROSAROSSA

0040

C’era una volta una povera vedova che viveva in una piccola capanna e davanti alla capanna aveva un piccolo giardino con due rosai, uno portava rose bianche e l’altro rose rosse. E la donna aveva due bambine che somigliavano ai suoi piccoli rosai: l’una si chiamava Biancaneve, l’altra Rosarossa. Erano così buone, diligenti e laboriose come al mondo non se n’è mai viste, soltanto Biancaneve era più silenziosa e più dolce di Rosarossa. Rosarossa preferiva correre per campi e prati, coglier fiori e prendere farfalle; mentre Biancaneve se ne stava a casa con la mamma, l’aiutava nelle faccende domestiche o, se non c’era niente da fare, le leggeva qualcosa ad alta voce.
Le due bambine si amavano tanto che si prendevano per mano tutte le volte che uscivano insieme, e se Biancaneve diceva: “Non ci separeremo mai!”, rispondeva Rosarossa: “No mai, per tutta la vita!” e la madre aggiungeva: “Quel che è dell’una, dev’essere dell’altra.”
Una sera d’inverno, mentre se ne stavano tutte e tre insieme, qualcuno bussò alla porta, come se volesse entrare. La madre: “Svelta Rosarossa, apri. Dev’essere un poverello che cerca riparo.” Rosarossa andò ad aprire e pensava fosse un povero, ma invece era un orso che sporse dall’uscio la sua grossa testa nera. Rosarossa strillò, ma l’orso si mise a parlare: “Non abbiate paura, non vi farò nulla di male, sono mezzo gelato e voglio solo scaldarmi un po’ con voi.” “Povero orso!” Disse la mamma “Mettiti vicino al fuoco e sta’ solo attento a non bruciarti il pelo.” Poi gridò: “Biancaneve, Rosarossa venite fuori! L’orso non vi farà niente, non ha cattive intenzioni.”
Non passò molto che fecero amicizia ed iniziarono a giocare insieme, l’orso tornò ogni sera alla stessa ora. Quando giunse la primavera, una mattina l’orso disse a Biancaneve: “Adesso devo andar via, e per tutta l’estate non posso più tornare.” – “Dove vai dunque caro orso?” domandò Biancaneve “Devo andare nel bosco a difendere i miei tesori dai nani cattivi: d’inverno, quando la terra è gelata, devono starsene sotto e non possono farsi strada, ma adesso che il sole ha riscaldato la terra, aprono, risalgono, frugano e rubano.”
Dopo qualche tempo, la madre mandò le bambine nel bosco a raccogliere fiori. Fuori videro, disteso al suolo, un grande albero che era stato tagliato e presso il tronco, qualcosa saltava su e giù. Avvicinandosi videro un nano con la faccia rugosa e una candida barba lunga. La punta della barba era incastrata sotto l’albero e il nano saltava di qua e di là per liberarsi.
Biancaneve tirò fuori dalla tasca le sue forbicine e gli tagliò la punta della barba. Appena il nano si sentì libero, afferrò il suo sacco pieno d’oro e se ne andò borbottando “Che maleducate, tagliarmi un pezzo di barba! Il diavolo vi porti!”
Dopo qualche tempo, Biancaneve e Rosarossa vicino al ruscello videro il nano: la barba gli si era intrecciata con la lenza, subito dopo un grosso pesce aveva abboccato e trascinava giù il nano. Le fanciulle tirarono fuori le forbicine e tagliarono un altro pezzettino di barba. A quella vista il nano si mise a strillare “E’ questa, brutti rospi, la maniera di rovinare la faccia a qualcuno?!” Poi andò a prendere un sacco di perle e senza dir altra parola, se lo trascinò via.
Le due bambine qualche tempo dopo videro che un’aquila aveva preso il nano e cercava di portarlo via. Le bimbe pietose tennero stretto l’omino e alla fine l’aquila dovette mollare la presa. Quando il nano si fu ripreso dallo spavento, gridò con la sua voce stridula: “Non potevate trattarmi meglio? Avete tirato tanto il mio giubbetto che si è tutto rotto!” Poi prese un sacco di pietre preziose e si nascose di nuovo nella sua tana. Le fanciulle erano abituate alla sua ingratitudine, proseguirono il cammino. Al ritorno, sorpresero il nano che aveva rovesciato il suo sacco di pietre preziose. Il sole del tramonto batteva sulle splendide pietre che scintillavano di mille colori. All’improvviso dal bosco saltò fuori un orso nero. Il nano balzò in piedi e disse: “Caro signor orso, risparmiatemi! Vi darò tutti i miei tesori!” Ma l’orso non badò alle sue parole e gli tirò una zampata.
Le fanciulle erano scappate via, ma l’orso le chiamò gridando: “Biancaneve, Rosarossa, non abbiate paura!”Allora le bambine riconobbero la sua voce e si fermarono,e quando la bestia le raggiunse, la sua pelle d’orso cadde all’improvviso. Ed ecco, egli divenne un bel giovane tutto vestito d’oro. “Sono il figlio del re” Disse “il perfido nano aveva rubato tutti i miei tesori e mi aveva trasformato in un orso!”
Biancaneve sposò il principe e Rosarossa suo fratello, e si spartirono il tesoro che il nano aveva rubato. La vecchia madre visse ancora con loro per molti anni, tranquilla e felice. Ma aveva portato con sé i due rosai che ogni anno dava loro le più belle rose, bianche e rosse. – Jacob e Wilhelm Grimm

Un’interpretazione della fiaba secondo la psicologia del profondo

Questa fiaba, pur essendo un classico dei fratelli Grimm, si distacca dalla loro tipica atmosfera ambigua, con tratti di paura e crudeltà. Biancaneve e Rosarossa si apre in un clima di totale tranquillità: le due bambine si vogliono bene, vanno d’accordo e collaborano con la mamma, sono legate da un affetto profondo e vivono in totale armonia con la natura. Nella loro casa sono sicure, ma anche fuori non corrono pericoli.
Nel loro essere così diverse eppure così profondamente legate, le due sorelle incarnano la
metafora del susseguirsi delle stagioni, fasi del ciclo naturale e della vita umana. Biancaneve rappresenta l’inverno, già il suo nome richiama il freddo e le immacolate distese innevate dove regna il più perfetto silenzio; mentre la natura si riposa, nelle case ci si dedica alle faccende domestiche e alle letture vicino al camino, non a caso le attività preferite di Biancaneve.
Sua sorella invece ama correre, raccogliere fiori e stare a contatto con la natura; Rosarossa simboleggia l’estate col suo calore e la sua spensieratezza, il momento in cui il creato si risveglia e dona i suoi frutti. Il nome Rosarossa diviene così facile da scomporre e ricongiungere ai fiori
della primavera ed al rosso dei frutti maturi d’estate, colore del sangue, della vita e dell’amore.
L’elemento di unione tra le bambine è sicuramente la madre, che con la battuta “Quel che è dell’una, dev’essere dell’altra” esplicita l’indissolubileinterdipendenza tra i due aspetti dell’esistenza. Essa rappresenta la Madre Terra, un clima di fiducia e protezione che non necessita dell’elemento maschile per generare i suoi figli (assenza del padre nella fiaba). La madre di Biancaneve e Rosarossa simboleggia la natura che veglia sulle sue creature e garantisce il rinnovarsi delle stagioni, una natura nutriente, accogliente ed amorevole. Per quanto paradisiaco quest’equilibrio non è però esente da scosse e crisi, spaventose quanto necessarie al passaggio da uno stadio all’altro. Nella fiaba le vicissitudini delle bambine simboleggiano le difficoltà del transito tra una stagione e l’altra dell’esistenza, tra la calma sicurezza dell’infanzia e l’impeto dell’estate. Così come la natura soffre del brusco passaggio tra ghiaccio e sole, così Biancaneve e Rosarossa devono affrontare nuovi timori per poter raggiungere la maturità, primo fra tutti l’arrivo dell’orso.
Non è un caso che l’idillio presentato all’inizio della storia improvvisamente si interrompa: la totale assenza di paura era necessaria nella prima fase di vita delle protagoniste, poiché solamente una completa fiducia nell’aspetto materno del mondo poteva garantirne uno sviluppo armonico.
Ciò che si legge nell’incontro tra Biancaneve, Rosarossa e l’orso è proprio questa capacità dell’aspetto materno introiettato di scogliere le paure del passaggio alla vita adulta.
Siamo in inverno, fuori nevica e le tre donne sono davanti al camino; è la stagione di Biancaneve, quella dell’infanzia, della purezza e del pudore e così come la natura si prepara a rinascere, così le due bambine sono pronte a divenire donne. L’avviso è dato proprio dall’orso che bussa alla porta e non è una casualità che sia Rosarossa ad aprirgli: il suo colore è il rosso e la sua stagione è l’estate; questo colore può rappresentare il menarca e la maturità sessuale, ma anche il calore dell’amore di coppia, differente da quello materno e fraterno.
L’orso simboleggia l’irruzione dell’uomo nella triade femminile; la scoperta della sessualità impone l’incontro col polo opposto e questa necessità si presenta improvvisamente alla porta senza avvisare. Il fatto che l’uomo arrivi sottoforma di animale sottolinea la natura istintuale delle sessualità, laddove la psiche è solita rappresentare gli istinti proprio con immagini di animali selvaggi. L’orso incarna in questa veste il futuro amante, anche se le bambine non possono ancora vedere il principe
L’arrivo dell’animale genera una prima reazione di paura, ma dalla sua stessa voce scopriamo subito che non ha cattive intenzioni; l’unica a restare tranquilla è la mamma che anzi, invita lui ad entrare e le bambine a venir fuori per incontrarlo. L’importanza di questa scena è fondamentale poiché determina tutto il corso della fiaba: se nel timore iniziale le bambine avessero seguito l’istinto di lasciar fuori l’orso, quest’ultimo sarebbe rimasto fuori al freddo fino a congelarsi. Il gelo dell’animale avrebbe rappresentato l’esclusione della sessualità dall’Io delle bambine, condannandole ad una vita di ferrea moralità, frigidità e terrore.
L’elemento chiave della scena è la madre, colei che consente il pacifico incontro tra le bambine e l’orso. Affrontando l’animale senza paura si scoprirà che non ha alcun intento divorante, bensì diverrà compagno, amico e difensore. Biancaneve e Rosarossa iniziano spazzolando il pelo dell’orso e finiscono per instaurare una relazione duratura, fino al matrimonio.
L’iniziale aspetto giocoso di questo rapporto sottolinea la natura “libera” della scoperta sessuale, senza regole troppo ferree e con continui avvicinamenti/distacchi fino al raggiungimento del giusto equilibrio.
Il passaggio all’adultità non è tuttavia un percorso lineare. Con l’arrivo dell’estate l’orso è costretto a tornare al suo habitat naturale lasciando le bambine in casa della madre. Questo momentaneo allontanamento segna un momento di stasi in cui Biancaneve e Rosarossa devono liberarsi definitivamente degli atteggiamenti infantili. E’ in questo frangente che compare il personaggio del nano.
Questo piccolo essere è legato sia alle protagoniste che all’orso. Si scopre infatti alla fine della fiaba che è proprio il nano l’artefice della maledizione che costringe il principe alle sembianze animalesche. In tal senso l’antagonista simboleggia proprio lo spirito dell’infanzia, quella disposizione del Sé che respinge la sessualità ad uno stadio puramente istintuale. Il nano rispecchia difatti la mancanza di una vera morale ancora non sviluppata nei bambini, sostituita da una paura di tipo sociale. Ecco perché la sua principale preoccupazione pare essere quella di “salvare la faccia”: è sempre insoddisfatto, non accetta critiche, sempre invidioso ed inaccessibile all’amore. In questo comportamento si intravedono le possibili conseguenze di una prolungata permanenza nell’infanzia, in uno stato di dipendenza e di pudore malsano. L’Io-bambino diviene dispettoso ed interferisce nel cammino delle protagoniste durante il loro distacco dalla casa materna.
L’elemento in primo piano durante gli incontri col nano è la sua lunga barba bianca. Il bianco si ripresenta nuovamente come simbolo dell’infanzia, ma questa volta, legato alla vecchiaia e alle rughe del nano, simboleggia la condizione, ormai obsoleta, dell’Io. Biancaneve e Rosarossa hanno bisogno di tagliare definitivamente il legame con questa parte arcaica per poter trovare il principe. Ecco perché Biancaneve non ha altro modo di liberare il nano se non con le forbici. La reazione del vecchio è giustificata, mentre è più significativa è quella delle protagoniste, le quali di fronte alla maleducazione del nano, rispondono con tranquillità e senso dell’umorismo. Alla base di un simile comportamento c’è quella stessa fiducia, in sé e nella madre terra, che ha permesso alle bambine di giocare con l’orso senza averne paura.
La coscienza infantile rimane in vita nonostante i “tagli” fin quando non interviene l’orso. Nano ed orso sono legati dalla maledizione e si combattono a vicenda poiché rappresentano aspetti autoescludenti dell’Io.
Fortunatamente l’animale e le bambine sono già amici, l’orso selvaggio è stato addomesticato ed i suoi impulsi sono stati sostituiti da un amore adulto, pronto ad accogliere le donne che Biancaneve e Rosarossa sono diventate. Basta un’ultima zampata al nano e le protagoniste sono libere, così come il principe. Il passaggio alla maturità consente a Rosarossa e Biancaneve di poter finalmente vedere le vere sembianze del maschile, non più selvaggio e spaventoso, ma bello e coperto d’oro. La tappa conclusiva è quindi quella del matrimonio, simbolo di integrazione delle varie parti del Sé, conclusione di un sano percorso di crescita. Come in tutte le fiabe questo momento non viene raccontato, così come non viene descritto l’aspetto del consorte; sono aspetti poco importanti, ciò che conta è che tutto sia andato bene.
La presenza della madre in tutta la storia, anche dopo il matrimonio, è un’ulteriore rassicurazione: i bambini dipendono dalle figure genitoriali e hanno bisogno di credere che non resteranno mai soli per sviluppare una sana fiducia nelle proprie capacità. Qualsiasi difficoltà dovranno affrontare, non perderanno mai l’amore e l’appoggio dei loro genitori, anche quando questi ultimi non saranno presenti fisicamente, ma solo come positive introiezioni.

di Martina Marchetti

Standard
Fiabe

ALICE NEL PAESE DELL’ESOTERISMO

alice

Apparentemente “Alice in Wonderland” narra la storia di una bambina che, annoiata ad ascoltare un libro senza figure né dialoghi letto ad alta voce dalla sorella, preferisce sognare ad occhi aperti, rifugiandosi in un immaginario irrazionale di fantasia e nonsense.
Pensando che non serve a nulla un libro senza illustrazioni né dialoghi, si lascia trascinare in un’avventura “onirica” in un sogno cosciente. Tutto comincia con l’esaudirsi di un suo desiderio espresso al Gatto Oreste: “Se io avessi un mondo come piace a me, là tutto sarebbe assurdo: niente sarebbe come è, perché tutto sarebbe come non è, e viceversa; ciò che è non sarebbe e ciò che non è sarebbe: chiaro?”. Ossia la richiesta di un mondo “negativo” in senso fotografico, in cui quello che è bianco, sarebbe nero e quello che è nero, sarebbe bianco, in cui i vari colori sarebbero i “complementari” di se stessi, in modo poter sperimentare “l’altro aspetto” della realtà, vale a dire l’Ombra (v. Jung).
Inizia così l’avventura della giovane protagonista che, inseguendo nel bosco un coniglio bianco elegantemente vestito che si affretta brontolando come se avesse un appuntamento importantissimo e fosse in ritardo, lo segue fin nella sua tana e cade in un pozzo profondissimo; da lì entra in un paese sconosciuto, surreale, abitato da strane creature, ovvero il paese delle meraviglie, del fantastico, dove l’immaginario e l’incredibile si fondono e si confondono diventando realtà.
Alice sprofonda letteralmente in un altro mondo, dove il nonsense acquista la dimensione della favola e la follia regna sovrana. Il film, come il libro, si popola di creature straordinarie, di animali parlanti, ciascuno con caratteristiche peculiari. Il gioco carrolliano del metalinguaggio, la perenne messa in discussione del linguaggio attraverso giochi logici, versi e paradossi filosofici rielaborati in chiave fiabesca cedono il passo a immagini mirabolanti, al ritmo frenetico, all’umorismo dei personaggi.
Se nel romanzo l’autore introduce la categoria della follia per spezzare la concezione ordinaria e hegeliana del mondo come razionalità, scompaginando il linguaggio e smontandone i meccanismi verbali, il film è costretto a ricorrere alla forza delle immagini, all’universalità storica, ai motivi canori, alle danze, ai colori per ritrarre al meglio quella follia, quell’irrazionalità che Carroll esprimeva attraverso la prosa, gli indovinelli, il ricorso ai giochi logico-matematici, lo stravolgimento del “banale” significato.
Una buona parte dei nonsense logici consiste nel prendere troppo alla lettera le proposizioni, oppure troppo poco: nell’imitare, cioè, i sintomi dell’ebefrenia e della paranoia. Per Carroll esisteva dunque un implicito legame tra sanità mentale e capacità linguistica, che il Gatto del Cheshire rende esplicito quando, ad Alice che gli dice: “Non voglio andare fra i matti”, risponde: “Non puoi evitarlo, perché qui lo siamo tutti. Anche tu, altrimenti non ci saresti venuta”.
La pazzia è una costante che si ritrova in molti dei personaggi in cui Alice si imbatte; Carroll riteneva infatti che una delle sue manifestazioni fosse il non saper distinguere fra sogno e realtà. Non stupisce dunque scoprire in questa mancata distinzione uno dei fili conduttori delle avventure di Alice.

In Alice i due aspetti sono ancora mantenuti nettamente separati: alla fine Alice si risveglia, scopre di aver sognato, e racconta il sogno alla sorella, anche se immediatamente questa si addormenta a sua volta, e sogna Alice che sogna il suo sogno.
In Attraverso lo specchio, invece, la distinzione dei due livelli è più sfumata. Il Re Rosso rimane addormentato per tutta la partita, senza accorgersi di niente, e Tweedledum e Tweedledee sostengono che l’intera storia è solo un suo sogno. Quando Alice si risveglia, si ritrova nella condizione della farfalla di Chuang-Tzu: chi dei due ha sognato l’altro? Carroll demanda al lettore la risposta, ma nell’ultimo verso della poesia finale sembra sciogliere i dubbi, dichiarando con toni che riecheggiano la celebre opera di Calderon de la Barca: life, what is it but a dream?, “la vita che cos’è, se non un sogno?”.
Se questa è la conclusione, allora il nonsense che pervade le avventure di Alice è la vera condizione umana, e la ricerca del senso della vita è un’impresa impossibile. Il che non rende, però, necessariamente disperata l’esistenza. Insegna infatti il Re di Cuori: “se un senso non c’è, questo ci evita un sacco di guai, perché non dobbiamo cercare di trovarlo”. Il che conferma che, come dice la Duchessa: “tutto ha una morale, bisogna solo trovarla”.
Ma, come abbiamo anticipato, sia il film che il romanzo, sono interpretabili anche in chiave esoterico-psicanalitica. L’interpretazione che ha preso piede nel Novecento è stata chiaramente quella freudiana. Ma in molti ritengono che si tratti di una semplificazione. A maggior ragione si può evitare il rischio del riduzionismo freudiano se si pensa alla passione per le scienze occulte, comune sia a Carroll che a Disney. Sarebbe una leggerezza pensare che si tratti soltanto di una coincidenza. Disney ha portato sullo schermo una favola ricca non solo di suggestioni visive, plastiche, ma anche colma di significati simbolici ed ermetici.
A un primo livello Alice si presenta come una fiaba per l’infanzia, ma, addentrandosi nella materia del film sono riconoscibili chiari riferimenti (od omaggi) all’alchimia e alla psicologia, così come nel romanzo sono evidenti i richiami alla logica e alla filosofia del linguaggio. Che Alice alla fine del racconto abbia viaggiato nel subconscio è facilmente accettabile, ma pecca di riduzionismo di fronte alla complessità logico-matematica del libro e a quella visionario-esoterica del film.
Il nome dell’eroina, nonostante il riferimento all’Alice Liddell, giovane amica di Carroll, ha un ambivalente significato etimologico (se si esclude la fonte incerta secondo la quale significherebbe “creatura del mare”): dall’antico celtico significherebbe “bella, di bell’aspetto”, ma dal greco “aléxo” sarebbe una derivazione del nome “Alessandro” (aléxo “proteggere” e dalla radice andr- “uomo”), e acquisterebbe una valenza “salvifica”, significando “colei che protegge, che salva”. Nel primo caso Alice riveste le funzioni cabalistiche di Tif’ereth (“bellezza, maestà”, la sesta sefirah[1]) e nel secondo di Da‘ath (“conoscenza”, sefirah autonoma), ma è ancora una “bambina”, deve ancora crescere; indubbiamente il percorso del film indica un viaggio interiore, da cui la protagonista, secondo l’interpretazione freudiana, emergerà più matura e consapevole.
Carroll, nonostante sia stato spesso associato a Thomas Carlyle per la propria inquietudine di fronte alla crisi del rapporto tra società e individuo, non era di fatto un “rivoluzionario”, e il romanzo termina con il ritorno della giovane protagonista all’ “opaca realtà di sempre”. Alice, infatti, cerca di superare il divario filosofico tra l’individuo e la società ma è destinata al fallimento, alleviata però dal ritorno nel mondo onirico in Alice dietro lo specchio. L’autore ci lascia almeno la speranza di poter continuare a sognare. O almeno concede la possibilità del viaggio onirico ai bambini.
All’inizio Alice parla con il Gatto. Cominciamo ad esaminare il Gatto Oreste (dal greco òros= abitante del monte); il Gatto gode nel simbolismo di una fama prevalentemente negativa, se si esclude l’ambito greco-egiziano presso cui era venerato come animale sacro, associato in Egitto alla dea Bastet, in Grecia a Diana, con ambivalenza solare-lunare. Presso i Celti, invece, i gatti simboleggiavano le forze malvagie e spesso erano offerti in sacrificio. Sia per i Celti che per i Germani l’occhio del gatto, che muta a seconda dell’incidenza della luce, era ritenuto ingannatore, mentre la capacità del felino di cacciare anche nell’oscurità quasi totale faceva pensare che fosse un alleato delle potenze delle tenebre. Il gatto veniva considerato come uno “spirito ausiliario” delle streghe. Per la psicologia il gatto è invece “l’animale femmina per eccellenza”, un animale della notte, così come la donna si radica più profondamente nel lato oscuro, tellurico e indecifrabile dell’esistenza, rispetto alla relativa e solare semplicità maschile.
Il Gatto Oreste, dunque, viene a rappresentate l’elemento di terra indispensabile per il Vitriol (principio alchemico che richiede la discesa del miste nei meandri della propria natura “terrena”, oscura, primordiale = “Visita interiora terrae, rectificando invenies occultum lapidem”) cioè per la ricerca interiore, ma rappresenta anche il confidente, amico-amante (v. Oreste e Pilade). Esso nel sogno diverrà lo “Stregatto”: consigliere utile, risolutivo in due situazioni drammatiche, e tuttavia rivelatore delle intimità della “Regina” e quindi elemento scatenante della condanna a morte di Alice (ricordiamo che la morte del miste è l’elemento chiave dell’alchimia e dell’iniziazione misterica).
Il “Bianconiglio” che corre sempre, che scambia Alice con “Marianna” e che ha la funzione di “trombettiere” della perfida Regina di cuori riprende invece l’archetipo universale del coniglio. Nella simbologia tradizionale, infatti, esso è legato alla Luna (Yesod, “fondamento”, nona sefirah), ma come messaggero (trombettiere) è relativo a Mercurio-Ermes (Hod, “fasto”, ottava sefirah) – altro riferimento all’alchimia. Ma Mercurio-Ermes non è soltanto il patrono dell’alchimia; come corpo celeste Mercurio è uno dei pianeti più difficilmente osservabili. Nell’Europa centrale esso è visibile a occhio nudo per 12-18 ore all’anno; rimane costantemente nelle vicinanze del Sole, così da essere osservabile solo al crepuscolo o con il cielo leggermente velato, soprattutto in autunno e primavera. La sua “fuggevolezza” rispetto all’osservatore è chiaramente il motivo del suo significato simbolico. Come lo sfuggente Bianconiglio sempre di corsa, esso è di natura ambigua e insicura, per via appunto della sua mobilità.
Il bianco coniglio di Alice fin dalla sua prima apparizione si presenta in ritardo con un orologio da panciotto che sbuca dal taschino. “Ohimè! ohimè! Farò tardi, troppo tardi” si dispera. Su questo episodio si sono sbizzarriti i critici sottoponendo la fretta del Bianconiglio a una valanga di interpretazioni. Il coniglio simboleggerebbe l’urgenza “industriale” dell’età vittoriana, più in generale dell’etica protestante del capitalismo in cui, come Weber ha perfettamente spiegato, non esiste più tempo libero: bisogna investirlo per lavorare, per produrre.
Il coniglio chiama per errore Alice “Marianna” (= afflitta, da Mariana = amara, e infatti Alice “piange” spesso – anche se l’etimologia propria sembra derivi dal greco Maràmne, nome che riprende l’ebraico mrj-imn “amata da Ammone”, cioè da Dio -; ma anche da Maria – Anna, rispettivamente la madre e la nonna di Gesù e corrispondenti nell’albero sefirotico della qabbalah a Gevurah, la “potenza” o quinta sefirah, e Binah, l’“intelligenza”, la terza sefirah); Alice è subito pronta a cercargli i guanti come “Marianna”. Questo fatto è chiaramente simbolo di identificazione della protagonista con la “madre” (Gevurah bianco) del “Bianconiglio” e rivela senso di colpa per non saper trovare i suoi “guanti bianchi”, cioè non sapere gestire con “arte diplomatica”, con i “guanti” appunti, il rapporto con la Regina di cuori (Gevurah nero).
Un’altra problematica che traspare dal sogno è la continua incapacità della bambina di stabilire un equilibrio tra “Grande” e “piccolo” (il dissidio universale dell’uomo microcosmo di stabilire un rapporto con la Natura-macrocosmo). Quello che è importante e quello che non lo è; ritroviamo questa incapacità ben 10 volte (dieci come il numero delle sefirot): la prima quando beve da una bottiglietta su cui è scritto “bevimi” e diventa piccola, poi mangia un biscotto e diventa grande, poi di nuovo beve dalla bottiglietta e diventa talmente piccola da poter passare per il buco della serratura della porta che la introduce nel paese delle Meraviglie; a questo secondo livello di piccolezza avrebbe la possibilità di conoscere una tecnica alchemica per “asciugare il bagnato e bagnare l’asciutto” assai originale, una sorta di mescolanza di secco e umido (base dell’opus rinascimentale) che attua la fusione dei contrari nella danza circolare della “Maratonda”. Ma Alice non è ancora in grado di approfondire questa pratica e perciò, vedendo in lontananza il Bianconiglio, lascia la Maratonda per seguirlo.
Conosce così la triste storia delle ostrichette curiose (la “perla” nella simbologia alchemica cinese è l’emblema dell’elemento yang e quindi apportatrice di longevità) raccontata da Pinco Panco e Panco Pinco, (spettatori e narratori quali Sole e Luna). In questa storia Alice impara qual è la punizione per la curiosità imprudente: divenire cibo per il grasso Tricheco (Yesirah capovolto) e non-cibo per il magro Carpentiere suo compare (Assiah capovolto), in un mondo ingiusto e prevaricatore, quello dell’Albero nero.
Nella casa del Bianconiglio, mentre cerca invano i famosi guanti, Alice trova una scatola di biscotti con su scritto “serviti”, ne mangia e diventa gigantesca, mangia subito una carota e diminuisce fino a divenire piccola come un fiore. A questo terzo livello di piccolezza può ascoltare il “canto” dei fiori e a essi vorrebbe unirsi, ma viene respinta perché “senza radici” e dunque considerata con disprezzo “erba comune”. Non c’è in lei ancora la qualificazione per essere “fiore” (Centro o Sefirah) ricordiamo che con il termine sefirah la letteratura cabalistica denota ciascuno dei dieci fondamentali stadi del manifestarsi di Dio nei suoi vari attributi. L’insieme delle sefirot forma l’“albero sefirotico”, attraverso cui l’energia divina si diffonde nel cosmo). Il fiore, infatti, in quanto simbolo universale della giovane vita in virtù della disposizione dei suoi petali, è divenuto presso molti popoli emblema del Sole, dell’orbita terrestre e, di conseguenza, del centro.
Non risulta positivo neppure l’incontro con il Brucaliffo (connesso al tema sciamanico e alchemico della droga iniziatica) che con la sua domanda “Chi essere tu?” vorrebbe costringere Alice a prendere coscienza di se stessa. Ma Alice è confusa e risponde di non saperlo, sa solo che è stanca di essere piccola otto centimetri, e tutto quello che ottiene dal Brucaliffo è l’informazione che una parte (del fungo su cui è seduta) fa crescere, l’altra fa diminuire. Che cosa rappresenta a questo punto del viaggio il Brucaliffo? Il Brucaliffo che si trasforma in farfalla, “animale spirituale” simbolo per eccellenza di metamorfosi, rinnovamento, rappresenta la possibilità che è concessa a ognuno di noi di una seconda prova per superare un ostacolo, un esame o una prova imposti. Ancora una volta mangiando il fungo Alice prima cresce a dismisura ed è accusata di essere un serpente (nella sua forma circolare il serpente che si mangia la coda è l’uroboros, simbolo alchemico di infinito, immortalità ed eterno ritorno, ma più in generale simbolo connesso al mondo infernale – nella Bibbia è l’incarnazione del nemico, del demonio – e al regno dei morti, a causa della sua abitudine a vivere in luoghi nascosti e in buche sotto terra, ma anche per la sua capacità di ringiovanire grazie alla muta) poi diminuisce troppo, infine trova un apparente equilibrio e conosce o ri-conosce lo Stregatto (Oreste) che con la sua capacità di apparire e sparire e per mezzo delle sue potenzialità magiche la indirizza verso l’esperienza alienante ma istruttiva della conoscenza di due personaggi stranissimi, culmine della follia del film: il Cappellaio Matto e il Leprotto Bisestile (capovolgimenti complementari dello stesso Bianconiglio) che stanno celebrando la festa di uno dei loro 364esimi non-compleanni con tantissime tazze e teiere di non-the. A ben vedere, non era proprio questo il desiderio che Alice aveva manifestato al suo Gatto Oreste, ossia di vivere in un mondo capovolto? Nel momento stesso in cui il desiderio viene esaudito, Alice decide però di uscire da quel mondo: vuole tornare a casa. Ma il ritorno al centro, al punto di partenza non è facile! Avendolo desiderato, ed essendosi incamminata in quest’esperienza onirico-inconscia deve “vedere” ancora cose molto strane: uccelli-ombrello, gufi-fisarmonica, passeri-matita e vedere il “Sentiero” di ritorno diventare non-sentiero: ossia sentiero cancellato.
Ora Alice è disperata, e nella disperazione, ecco ricomparire in suo soccorso lo Stregatto a mostrare il passaggio segreto che le permette di affrontare la Regina di cuori, la proprietaria di tutti i non-sentieri del paese delle Meraviglie. Alice entra così nel mondo delle “carte” da gioco: cuori, quadri, fiori e picche (il mondo dei quattro elementi mentali: fuoco, aria, acqua e terra) dove regna sovrana tiranna, egoista e crudele la Regina di cuori, dove il gioco è sleale e l’ira comanda; dove i sudditi sono avvezzi alla “decapitazione”, ad essere privati della testa (l’elemento razionale in un mondo di pura follia), della mente e della vita.
Conoscere la Regina di cuori (Gevurah nero) significa affrontarla, dover giocare con lei – alle sue condizioni – e dover “perdere”. Lo Stregatto (l’anima junghiana?) interviene ancora una volta: provoca l’incidente che porta alla conclusione dell’esperienza. La Regina dell’albero capovolto viene “capovolta” a sua volta e Alice, essendo condannata a morte, può tornare a vivere. Alice, mangiando ancora il fungo magico (come abbiamo visto elemento alchemico paragonabile al soma vedico e alla droghe sciamaniche), diventa prima assai grande (nono stato di piccolezza) e poi ancora piccola (decimo) e finalmente fugge a gambe levate da quel suo infer(n)o (= interno) personale, volendo, ora con tutta se stessa, essere veramente a casa (l’adepto deve vivere l’inferno del proprio io, soffrire la “passione” per resuscitare ad una condizione di coscienza superiore per accettare e conoscere realmente se stesso).
Così si sveglia e ritorna al mondo di sempre dopo aver appreso che in questo mondo, quello che è, è bene che sia e quello che non è, è bene che non sia, secondo la Legge Parmenidea di Natura.

FONTE : http://enricaperucchietti.blogspot.it

Standard
Fiabe

LA TRASMUTAZIONE ALCHEMICA DI PINOCCHIO

Pinocchio

La massoneria viene ritenuta una scuola d’iniziazione, in stretto legame con la parte più intima dell’essere umano e di coloro i quali vogliono comprendere il significato della vita.
Del segreto della massoneria rimane traccia soprattutto nell’ermetismo e nell’esoterismo conosciuto in Francia nel XVIII secolo, che si basa sull’idea di trasformazione spirituale assimilata alla trasmutazione di metalli.
Le corporazioni rappresentavano un punto d’incontro in cui erano trasmessi ideali profondi e spesso non comunicabili all’esterno. Per questo motivo, la corporazione muratoria, base della massoneria, consentì un fiorire di strutture nelle quali spesso erano introdotti simbolo ed emblemi rappresentativi della cultura di quel periodo. In tutta Europa, ebbero particolare rilievo queste congregazioni, che sotto differenti nomi, si riunivano in segreto per discutere di simboli, arte e architettura. Il simbolismo contenuto in queste varie discipline era parte integrante anche dell’opera dei Maestri Muratori, che traduceva i valori numerologici, astrologici, filosofici nelle opere architettoniche.
Si deve al lavoro di questi Maestri la bellezza e la varietà artistica presente soprattutto nell’arte gotica, ove ogni formella rappresenta un simbolismo ermetico, profondo e rappresentativo di ogni singolo concetto dell’esistenza.
I Maestri furono, di conseguenza, guidati da quest’istinto geometrico, considerato come la chimica della storia o l’elemento archetipale del Paradiso.

La parola, nell’arte, è soggetta a metriche esatte, misurate attraverso alcuni strumenti, come per esempio il compasso, la squadra, l’archipendolo, attrezzi divenuti, poi, simboli esoterici legati alla massoneria operativa.
I membri delle logge effettuavano cicli di discussione su temi di natura esoterica, e ogni loggia aveva i suoi riti di riconoscimento su come camminare, stringersi le mani, posizionare le mani sul corpo. Vi erano anche vestiti particolari, raccomandati per accrescere le conoscenze individuali.
Quando un massone si presentava presso logge straniere doveva farsi riconoscere bussando tre volte, rispondere correttamente a tre domande, e solo dopo di ciò, il cancello si sarebbe aperto. Questo rituale, viene descritto anche nella storia di Pinocchio, quando egli si trova all’osteria del Gambero rosso e sta sognando la moltiplicazione delle monete che, per consiglio del Gatto e della Volpe, ha intenzione di seminare la mattina seguente.
Mentre egli sta sognando “si trovò svegliato all’improvviso da tre violentissimi colpi dati nella porta della camera” alla mezzanotte. Questi tre colpi  richiamano la ritualistica appena citata, ma anche la cosiddetta triplice “batteria” (una sorta di battimano) dell’Apprendista, nel Rito Scozzese e Francese, dal momento che Pinocchio si sta preparando alla “morte iniziatica”, che avverrà, quando sarà impiccato alla grande Quercia.
Appena entrati nella loggia, i massoni dovevano sostenere un esame di geometria, che corrispondeva ad una sorta d’iniziazione. Bisognava disegnare le radici simboliche su una pietra preparata, spandere queste o potenziarle, e inserirvi all’interno il proprio marchio distintivo. Se l’adepto superava l’esame veniva accettato nella nuova loggia.

Prima del suo avanzamento, lo studioso doveva effettuare almeno tre viaggi e differenti lavori. In termini di tradizione massonica, ciò significava realizzare tre lavori di ricerca esoterica, prima di procedere e divenire Maestro.
I tre viaggio rappresentavano i tre esami attraverso i quali il novizio doveva passare, superando la paura della morte, dell’Acqua, del Fuoco e dell’Aria, dominando questi elementi, ed essere pronto per accettare la luce.
I lavori delle logge erano tenuti segreti, per cui poco si sa sulle esatte attività di ognuna di queste e della portata dei loto intendimenti.
Queste tre prove risultano anche nella storia collodiana, infatti, diverse volte Pinocchio deve affrontare il pericolo dell’Acqua, per esempio, quando sta fuggendo dai carabinieri, dopo essere stato incolpato di aver ferito alla testa il suo compagno di scuola. Egli, dopo aver salvato dall’annegamento il mastino che lo perseguitava, si trova a nuotare verso una grotta ove incontrerà il Pescatore verde. Pinocchio è attratto da quella meta, in quanto gli pare di scorgere il Fuoco.
Inoltre, proprio verso la fine del racconto, il burattino, viene inghiottito dal Pescecane e dovrà, poi, fare un’enorme traversata, insieme al babbo.
Il Fuoco agisce quasi all’inizio della storia, bruciando i piedi di Pinocchio, quando questi li appoggia sul caldano.
Questo elemento è ancora presente nella figura minacciosa di Mangiafuoco e nel fuoco stesso che il burattino sta preparando, dove Pinocchio e Arlecchino rischiano di essere buttati.
Il fuoco viene appiccato dagli assassini, che vogliono impadronirsi delle monete d’oro di Pinocchio, il quale rischia ancora di bruciare.

Ed infine, egli è ad un passo dall’essere buttato dentro il fuoco, dal Pescatore verde, che lo vuole friggere come un pesce.
L’Aria è presente nel volo del pulcino, quando Pinocchio rompe il guscio all’uovo, spinto dall’enorme appetito. Questo elemento, lo troviamo, poi, in tutti i volatili presenti nella fiaba: il Pappagallo, la Civetta, il Corvo, il Falco. Inoltre, il Colombo è proprio l’animale che porta Pinocchio in alto nel cielo, massimo raggiungimento di obiettivi, legato all’Aria che, in più, sta solcando il mare, in stretto collegamento con l’elemento Acqua.
Vi sono, poi, tutta una serie di rituali e comportamenti legati alla massoneria, che ritroviamo durante la storia. Tra gli altri, occorre ricordare gli strumenti che usa il falegname per costruire il burattino e il fatto che gli stessi Falegnami appartenessero ad una Corporazione, collegata ai Maestri Muratori Massoni.
Proseguendo è interessante notare che Pinocchio procede solamente su piani orizzontali, con un cammino ravvisabile in quello dell’Apprendista o Compagno, mentre solo una volta sale volontariamente su un albero (piano verticale), quando fugge dagli assassini, attuando un cammino tipico del Maestro, che si muove, al contrario dell’Apprendista, nello spazio.
La stessa Isola delle Api operose, potrebbe essere ravvisata nel Tempio di Hiram, leggendario architetto di re Salomone, il cui simbolismo ha pervaso tutto l’Ordine iniziatico massonico. Infatti, la tradizione vuole che nel Tempio suddetto, siano presenti duecento melagrane, divise in due ordini, attorno a ciascun capitello, in tutto, quattrocento. Non a caso i panini preparati dalla Fata sono proprio di questo numero. Anche le duecento tazze di caffè e latte richiamano questo ordine numerico, ma anche un valore cromatico. Infatti, il caffè è nero, mentre il latte è bianco. Il nero e il bianco sono i colori del Tempio. Questi sono ravvisabili nel pavimento a forma di scacchiera, che indica l’eterna conflittualità tra bene e male, ma anche la necessaria complementarità e fusione, affinché queste due forze antagoniste, lavorino positivamente per erigere templi alla virtù.

Il bacio che la Fata dà in sogno a Pinocchio, la notte prima della sua trasformazione in ragazzo, appare in linea al bacio massonico, che è sempre uno solo, ed è legato a molte forme di iniziazione, non esclusa quella Templare (il famoso bacio in ore). Indica un messaggio orale, che ha lo stesso valore del soffio vitale e della parola trasformatrice, così come avviene la mattina seguente, per Pinocchio.
Andare “in sonno” è un altro gergo massonico, che significa ritirarsi per un certo periodo dall’Ordine, a causa di impedimenti di varia natura, ma continuare a credere, e soprattutto proseguire un comportamento in linea ai dettami della Confraternita. Anche Pinocchio va “in sonno” diverse volte. Intanto, quando gli si bruciano i piedi e quindi viene eliminata la possibilità di movimento. Poi, ancora, all’osteria del Gambero rosso, poco prima di un passaggio iniziatici (morte simbolica), quando viene impiccato.
Un altro sonno significativo avviene quando sta per essere trasmutato in ragazzo, proprio la note precedente.
Anche il concetto di morte evoca il messaggio legato all’iniziazione massonica, ove muore il profano e nasce l’iniziato. Per questo, appare decisamente essenziale l’impiccagione, attraverso la quale Pinocchio sale di stato, morendo da un certo punto di vista; ma, dopo la purificazione (purga), rinasce come iniziato, con tutta la serie di prove che, poi, dovrà affrontare.
Osserviamo, tra l’altro il fatto che, nella storia di Pinocchio, si fa spesso riferimento ad Ordini settari, per esempio, vengono citati gli Assassini, che erano, appunto, un’antica setta.
La setta degli Assassini di Djebel Ansarieh, si trovava nella contea di Tripoli. Si afferma che, attraverso il contatto con questa famosa setta, l’equivalente islamico dei Templari, essi strinsero legami precisi con il mondo mussulmano.
La struttura dei due ordini era uguale, e identici erano i gradi, per cui è ritenuto di vedere in essi un elemento di unità che può avere favorito lo scambio, anche iniziatico-esoterico, tra le due culture che essi rappresentavano
(…)

Proseguendo su questa analisi, possiamo osservare l’incontro di Pinocchio con gli altri burattini, che lo definiscono fratello, gergo massonico per definire gli appartenenti alla stessa loggia. Quando il burattino giunge nel teatro viene accolto con clamore. “E’ il nostro fratello Pinocchio”, “vieni a buttarti tra le braccia dei tuoi fratelli di legno!”
E’ impossibile figurarsi gli abbracciamenti, gli strizzoni al collo, i pizzicotti di amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza che Pinocchio ricevette…” rituale significativo della Confraternita massonica.
Questa congregazione di burattini è capitanata dal temibile Mangiafuoco, minaccioso ed oscuro, ma dal cuore umano e compassionevole, così come ogni buon Maestro, che si prende cura dell’Apprendista. Infatti, prima lo minaccia, affinché Pinocchio possa comprendere l’errore fatto, ma poi, commosso, gli ridona la possibilità di continuare il suo percorso, regalandogli le cinque monete, che il burattino aveva sperperato incautamente.
Proseguiamo, quindi, con altri simbolismo che riguardano la ritualistica massonica e che collegano alla storia di Pinocchio.
Uno di questi, appare proprio all’inizio della storia, ed è uno dei pochi strumenti del lavoro di falegnameria, che viene citato nel libro, ovvero l’ascia. Infatti, testualmente è scritto: “detto fatto, prese (maestro Ciliegia) subito l’ascia arrotata per cominciare a levargli la scorza e digrossarlo”.
Questa frase evoca il cammino alchemico di cui si è trattato precedentemente, che è affine a quello massonico, ovvero lo sgrezzamento della materia, affinché questa divenga levigata. Come dicevamo, uno dei pochi attrezzi di cui si descrive, sia un questo capitolo, che successivamente, è appunto l’ascia.

Il culto di questo arnese risale all’epoca preistorica ed era in connessione con il fulmine, a sua volta collegato a Zeus. Si possono riscontrare similitudini anche coi raggi solari e, per questo molti simboli di questa natura, come il cavallo, la ruota, la svastica, erano in analogia all’ascia.
Questo simbolismo percorse la cultura celtica e romana, dove la formula sub ascia, incisa sulle tombe, le rendeva sacre e, quindi inviolabili.
Si tratta di uno dei simboli, non solo massonico, ma universale, tra i più antichi. Questo evoca l’operato del Maestro tagliatore, che lavorava per costruire le antiche tombe, sulle quali doveva tracciare la sigla di un’ascia, altrimenti il compratore l’avrebbe restituita.
Un altro importante simbolo massonico è la Spada Fiammeggiante. Questa vibra da ogni parte per custodire la via dell’albero della vita (Genesi, III, 24). I Cherubini, secondo le Sacre Scritture, hanno, appunto, una spada di fuoco. La Spada Fiammeggiante massonica è una rappresentazione di quella dei guardiani angelici, ecco perché la una forma ondulata, ad evocare il fuoco. Questa è un’arma simbolica, la quale significa che, l’insubordinazione, il vizio ed il delitto devono essere respinti dai Templi. Troviamo un collegamento con questa arma e la frusta di Mangiafuoco, fatta di serpenti e code di volpe attorcigliate insieme. Anche la sua funzione è quella di mettere ordine nel teatrino-Tempio, non dimenticando la situazione di fratellanza tra i burattini. Una volta che l’ordine viene ristabilito, vi è il perdono, la salvezza e la gratificazione.
Un altro simbolo massonico è in relazione allo spoliazione dell’Apprendista dei metalli, e cioè questi deve consegnare tutto il denaro, in metallo e in carta, i gioielli e gli oggetti metallici, in quanto deve comprendere che tutto si paga, e non si può sperare di ricevere senza dare.
Questa spoliazione simboleggia anche l’abbandono dell’attaccamento alle idee preconcette, e il distacco da ogni passione, prima di entrare nella loggia. La stessa cosa avviene a Pinocchio, nel momento in cui semina le monete d’oro nella terra, per cui dovrà continuare il suo percorso, al di là dei beni materiali e delle abitudini. Solamente alla fine della cerimonia, i metalli vengono restituiti, così come accade al burattino, che, verso la fine del racconto dona i suoi quaranta soldi di rame e, una volta divenuto ragazzo, li riceve indietro, trasformati in monete d’oro. In questo modo, il suo patrimonio viene moltiplicato e diviene prezioso, come ilo metallo aureo.

Proseguendo l’analisi sugli emblemi massonici, troviamo “la benda”, che copre gli occhi dell’iniziando. Ciò significa che il profano non sa vedere e ascolta troppo spesso le parole del mondo, per cui, avendo bisogno di una guida, egli afferra consideratamente il primo che gli si presenta. Dal momento che l’iniziazione porta alla Luce, la benda verrà tolta proprio durante questo passaggio.
Il Gatto, compagno malfattore della Volpe, infatti, è cieco in tutte e due gli occhi. Per cui, anche se si sta trovando su un cammino iniziatico, col suo comportamento ha perso la possibilità di vedere la Luce, e la benda simbolica continuerà ad avvolgerlo sempre, facendolo rimanere nelle tenebre.
Inoltre, va considerato che la Volpe, a sua volta, è zoppa e ciò evoca un altro simbolo massonico legato a questo concetto. Infatti, il profano che sta per accedere all’iniziazione, deve avere gamba e ginocchio destro nudo e piede sinistro scalzo. La nudità del ginocchio vuole che, piegandolo, egli entri a diretto contatto con un terreno sacro, calpestato dal piede scalzo. Inoltre, i primi passi dell’iniziazione vanno eseguiti zoppicando, solo dopo di ciò il cammino può diventare regolare.
La Volpe, quindi, sta compiendo un eterno cammino zoppicante e, quindi, non ha la possibilità di accedere ad un altro livello di comprensione. La sua mente è limitata e oscurata dai bisogni materiali, per cui continuerà sempre ed inesorabilmente ad essere zoppa ed incapace di compiere una vera e propria iniziazione.
Molto diverso è lo zoppicare di Geppetto, che va dalla sua officina a quella dell’amico Maestro Ciliegia, e viceversa, proseguendo un suo percorso creativo e trasmettendo agli altri la sua Materia Prima, assumendo, così il ruolo di collegamento da un’azione all’altra.

Un simbolo pregnante del tempio massonico è la volta stellata, ovvero sul soffitto del tempio è dipinto il cielo, la notte e le stelle. Ciò rappresenta il cosmo, in tutte le religioni, e ha lo scopo di portare serenità di spirito e di stimolare, non tanto il sogno, bensì la meditazione. Per questo, la volta stellata dei Templi massonici è emblema di universalità e di trascendenza.
In Pinocchio, troviamo l’evocazione di ciò nel Campo dei Miracoli, o Campo della stella, più volte citato, ove si enuncia la possibilità di una trasformazione e, qui, il burattino perde i metalli (monete). Questo concetto, viene ribadito più volte, ma il punto saliente è quello finale, all’uscita dal Pescecane, ove il cielo, oltre che tema di meditazione, diviene guida verso la meta.
(…)
Proseguendo in questo viaggio simbolico, passiamo ad analizzare un altro momento della storia, ovvero quando Pinocchio si trova dentro al Pescecane e soprattutto nel momento in cui incontra il vecchio padre. Questo luogo ha delle similitudini col Gabinetto di Riflessione massonico, in cui l’Apprendista è introdotto, prima dell’iniziazione, ovvero del passaggio di stato. Intanto, la scena che viene descritta nella fiaba è la seguente:

“Trovò una piccola tavola apparecchiata, con sopra una candela accesa infilata in una bottiglia di cristallo verde, e seduto a tavola un vecchiettino tutto bianco come se fosse di neve e panna montata”
Il Gabinetto di Riflessione, è nero, così lo stomaco del Pescecane. Vi sono poste delle ossa, un cranio, un tavolino su cui giace un pezzo di pane, una brocca d’acqua e del sale. Anche nello stomaco dell’animale sono presenti resti di ogni tipo, ad indicare la temporaneità dell’esistenza e che tutto è destinato ad essere trasformato.
Nel Gabinetto sono poste alle pareti queste frasi: “Se la curiosità ti ha condotto qui, vattene”, ad indicare che non deve essere questa l’intenzione con cui l’Apprendista inizia il suo percorso massonico, così come Pinocchio non deve essere più motivato da questa condizione, ma proseguire secondo coscienza.
La seconda frase è: “Se la tua anima ha provato spavento, non andare più oltre”, ovvero non superare gli stessi limiti che contraddistinguono ogni personalità.
Pinocchio, infatti, è spaventato, ma motivato nel proseguire nel suo intento, senza più farsi irretire da falsi messaggi.
“Se perseveri, sarai purificato dagli Elementi, uscirai dall’abisso delle Tenebre, vedrai la Luce” è la terza frase, che pare abbastanza eloquente, soprattutto messa a confronto con quello che sta per succedere a Pinocchio. Infatti, egli è stato purificato dagli elementi, come abbiamo visto, Fuoco, Aria, Terra, Acqua. Uscirà dallo stomaco dell’animale (Tenebre) e vedrà la Luce, ovvero le stelle in cielo che lo guideranno, insieme alla luna che appare quanto mai splendente.

Anche la candela infilata in una bottiglia di cristallo verde evoca il simbolo della luce all’interno delle tenebre. Il verde, poi, nella terminologia massonica rappresenta il testo della Tavola di Smeraldo, di Ermete Trismegisto, padre di ogni scienza magica, il quale affermava :

E’ vero senza menzogna, è certo è tutto verissimo quello che dicono;
Ciò che è in basso è come ciò che è in alto,
e ciò che è in alto è come ciò che è in basso;
con queste cose si fanno i miracoli di una cosa sola.

Di conseguenza, il verde è il colore dello smeraldo e del Sacro Graal. Questo colore si lega ai quattro elementi e, in particolare, all’Acqua (Pescatore verde). Si connette anche alla decomposizione dei corpi e, per questo, diventa simbolo di rigenerazione, dal momento che la vita nasce dalla morte.

FONTE : Pinocchio in Arte Mago (Morena Poltronieri, Ernesto Fazioli)

Standard