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IL CASO E L’EVOLUZIONE, DUE MITI FUORVIANTI

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Il mito che la scienza naturale chiama evoluzionismo e che scorge, in modo alquanto superficiale, nella biosfera il prodotto di una lunga catena di modificazioni che presero le mosse dalla primigenia struttura cellulare di un batterio, è Sull’altro che una tautologia dell’altro mito di cui già si è parlato, quello del caso. Ambedue non presentano alcuna connotazione di qualità rigorosamente scientifica o filosofica; abbinati in complice unione, poi, provocano, nello scenario di fondo dell’inesplicabile universo in cui siamo immersi, un fermento di idee e constatazioni tale da rivelarsi subito intollerabile alla mente dell’uomo, proiettandola sul baratro di frontiere abissali e sempre nuove. La formazione di macromolecole per polimerizzazione di amminoacidi e nucleotidi in un immaginario “brodo primordiale”, implica, sin dall’inizio, la preesistenza di condizioni -ambiente a dir poco eccezionali, ignote e, per questi stessi motivi – inutile dirlo – del tutto irripetibili in laboratorio.

Non è possibile, cioè, considerare a livello scientifico come “assodato ” il fatto che sia esistito un momento particolare e privilegiato nella storia del pianeta in cui, in seno a prolifiche ed immense distese di acque, abbia iniziato a svilupparsi una primitiva infusione di costituenti cellulari. Né possiamo spiegare grazie a quale singolare “colpo della sorte”, una volta comparso il brodo primordiale, il sistema metabolico pre-cellula abbia appreso a mobilitare il suo tremendo potenziale biochimico sintetizzando, infine, le componenti essenziali alla vita. Caso ed evoluzionismo sono due miti che tendono in modo subdolo ed insidioso a trasformare, sempre ed in ogni occasione, il miracolo in dogma, sia che si tratti dell’origine della vita, che di quella del cosmo o, più semplicemente, della nascita del linguaggio. Per gli evoluzionisti qualcosa (e non qualcuno, sia chiaro, sebbene al mito della casualità molti tendano, ormai, ad attribuire vere e proprie connotazioni di entità divina) “gioca ai dadi” riuscendo stranamente a vincere su tutti i tavoli.

In quest’ottica il fenomeno della regolazione della sintesi enzimatica del sistema lattoso si presenta come un incredibile miracolo teleonomico, mentre “l’ominizzazione” dell’animale mostra, da parte sua, tutte le caratteristiche di un sorprendente mutamento di specie a causa di un indefinibile, quanto irresistibile, gusto per la “perfezione”; e la scelta di un magnifico piumaggio sanziona la miracolosa vittoria del “desiderio”*nota: Jacques Monod si rifà in questo frangente al lavoro di N. Tinbergen, Social Behaviour in Animals (Methuen, Londra 1953). “É dunque legittimo affermare che è l’istinto sessuale – vale a dire dopo tutto, il desiderio – che ha determinato le condizioni di selezione di certi meravigliosi piumaggi]. Il caso, insomma, sta all’evoluzionismo un po’ come le proteine stanno alla macchina bio-chimica. Perché – come già abbiamo detto – la scienza “non pensa”. E dunque, trova molto comodo puntellarsi, con grave danno, a dei miti ridicoli, razionalmente inconsistenti. Questo la conduce a situazioni e ad affermazioni paradossali i n discipline e campi in cui tali incongruenze compaiono subito all’occhio, e che vanno dalle osservazioni riferite al mondo animale a quelle relative alla dinamica di un campo fisico elettromagnetico. Ed è quasi ridicolo – e bello, al tempo stesso – osservare come tutto ciò evidenzi la cieca pesantezza mentale dei sedicenti sapienti “positivisti” e “utilitaristi”, specie nei momenti in cui – e sono sempre più frequenti – la loro ricerca li porta a cozzare contro i confini della realtà superiore sovrasensibile. Indifferente al fatto che la tradizione biblica e thorahica affermi in modo chiarissimo che tutti gli animali vennero creati “secondo le loro specie”(leminah), gli animali terrestri “secondo le loro specie” e tutti i rettili terrestri “secondo le loro specie”, i pesci delle acque “secondo le loro specie”e gli uccelli dell’aria “secondo le loro specie”, la scienza ufficiale occidentale continua ancora imperterrita ad insistere nell’affermare che il progressivo abbandono del “muso” animalesco da parte della “bestia umana ”per l’adozione del “volto”, fu conseguenza diretta di un fatto soltanto: la liberazione delle mani al fine di individuare e prontamente colpire la preda durante la caccia nella savana!

Sostenendo, seppur senza alcun rigore logico, la tesi dell’evoluzionismo, ammettendo solo di passaggio e controvoglia che la capacità cranica delle attuali scimmie antropoidi non è variata da alcuni milioni di anni a questa parte, la scienza ufficiale ipotizza per l’uomo – e solo per lui – una pressione, una spinta di selezione evolutiva a dir poco eccezionale, fantastica, clamorosa e rapida. Senza batter ciglio, senza scomporsi più di tanto, continua imperterrita ad affermare in modo categorico che lo sviluppo dell’intelligenza umana è sempre stato in rapporto ed in funzione dell’incremento della capacità cranica, in altre parole, della massa cervicale; e ciò a dispetto del fatto – incontrovertibile – che un parigino maschio di oggigiorno con i suoi 1559 cm cubici di teca cranica presenta una capacità praticamente identica a quella dell’Uomo di Cro-Magnon (variabile da 1550 a 1590 cm cubici), e che una femmina alsaziana contemporanea con i suoi 1285 cm cubici è ben lungi dall’eguagliare la sua sorella maggiore, i cui i resti furono rinvenuti a Quina, che palesa una capacità di 1367 cm cubici. L’Uomo di Neandertal vantava una capacità cranica di 1408 cm cubici, quello di Moustier di 1564 cm cubici e, infine, quello di La Ferrassie raggiungeva i 1641 cm cubici, vale a dire ben 32 cm cubici in più di un abitante maschio dell’Auvergnat, zona nella quale – stando ad un recente censimento svolto in tutti i continenti – sembra abitino i rappresentanti umani che, allo stato attuale, vantano il maggiore sviluppo cranico medio.

Ad un certo momento – chiave di un tenebroso e lontano passato che la scienza si vanta di aver ricostruito e pazientemente ricomposto con la teoria dell’evoluzione delle specie viventi – la Natura, insoddisfatta, avrebbe dunque deciso di apportare qualche modifica a ciò che aveva creato? Il mondo vegetale non ce ne offre testimonianza alcuna e la “prodigiosa stabilità biologica” di certe specie la si può constatare non lungo millenni, ma milioni di anni. Ad esempio, sappiamo con certezza che lo scorpione non ha subito la minima variazione struttura le in questi ultimi quattrocento milioni di anni e che l’ostrica ed il riccio di mare sono sempre rimasti tali e quali sin dalla notte dei tempi Ebbene, le circonvoluzioni del cerebro, se non identiche, mostrano tutte le medesime caratteristiche nel Sinantropo come nell’Uomo moderno. Lo studio dell’encefalo rivela che non si sono mai verificate modificazioni apprezzabili in senso scientificamente “evolutivo”.

Né evoluzione, dunque, né casualità. D’altro canto persino coloro che scorgono nell’ipotesi della Selezione Naturale l’altra faccia della Coscienza Divina non esitano ad ammettere – ché altrimenti non si potrebbe neppure dar l’avvio al ragionamento – che le scelte “comportamentali” di una specie vivente sono state, per forza di cose, debitrici – quindi determinate – delle limitazioni intrinseche di forme già esistenti.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA : Franco Ossola – Iniziazione alla Qabalah Ebraica

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