Salute

MAMMA EBE E IL MITO DEL GUARITORE

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Negli anni ’60 « Mamma Ebe » ha cominciato a operare in un contesto sociale e economico che, sotto l’influsso delle vicine aree urbane cui appariva ormai fortemente collegato, aveva subito una rapida trasformazione, abbandonando le attività rurali per dedicarsi a forme di lavoro funzionale allo sviluppo dell’industria di Prato e Pistoia. Un’industria (prevalentemente tessile, calzaturiera, della maglieria e dei mobili) che si é fatta forte grazie all’aver diffuso forme di sottoccupazione e di lavoro a domicilio per vaste zone intorno ai centri maggiori e nei centri urbani stessi. L’abbandono del lavoro dei campi, permise il liberarsi di un vasto potenziale di manodopera, che non si trovò organizzata come classe operaia, ma parcellizzata, esclusa dal ciclo produttivo globale, spesso isolata in piccoli gruppi, addirittura familiari, sempre più alienata dal contesto sociale da cui era prodotta e di cui subiva tutte le influenze.

Il formarsi di tali attività ha dei riflessi sociali profondi legati anche all’irregolarità della loro organizzazione fondata essenzialmente sul cottimo e non soggetta ad alcuna forma assistenziale né previdenziale.

Tutto ciò avveniva mentre nel Paese si completava quel processo di trasformazione da agricolo a industriale, caratterizzato da mutamenti che hanno inciso profondamente nel costume e nella mentalità, segnando l’inizio di un processo liberatore da vecchi schemi, che ha investito tutti i campi della società.

Si son avuti in questo periodo forti conflitti di classe, fenomeni di lacerazione sociale che hanno teso a mettere in discussione, in misura più o meno radicale, i modelli di organizzazione del lavoro, della famiglia, del l’istruzione, delle strutture sanitarie e sociali e che si sono concretizzati in atti di Legge nel corso degli anni ’70.

Oggi, più di ieri, l’aspetto caratteristico della nostra epoca c rappresentato da un rapido sviluppo scientifico e tecnico che, non governato e abbandonato alla logica dell’accumulazione, genera una crisi sociale che, ancor più del decennio precedente, stenta a ricomporsi in movimenti politici e sindacali che esprimano un potenziale unitario contrattuale attivo. Allo sviluppo delle forze produttive c alla loro organizzazione, si oppone, con un contrasto sempre più acuto, l’organizzazione sociale c politica del mondo capitalistico che imprigiona e distorce le potenzialità tecnico-scientifiche entro ricorrenti crisi politiche ed economiche, determinate dalla logica della difesa di interessi e di potere, sempre più limitati ad un ristretto gruppo di fruitori. La presa di coscienza dei limiti, delle contraddizioni, dei costi sociali del ‘ modello industriale ’ si traduce spesso in una sorta di smarrimento. Crollano illusioni, speranze e miti radicati da gran tempo; emerge una crisi di valori, di postulati ideali e morali, la sfiducia nelle organizzazioni e nelle istituzioni. Se questo è evidente anche nelle grandi città, ancor più palese appare ¡’arretramento sia a livello dell’organizzazione del lavoro, anche in forme precapitalistiche, sia a livello culturale verso valori magico-religiosi, in aree di recente trasformazione da agricole in industriali, come conseguenza di una disgregazione sociale, perdita di status, alienazione.

Una delle risposte culturali che emerge di fronte alle difficoltà ambientali, alla sfiducia generale e alla incapacità di comunicazione, è la malattia o uno stato definito come malattia che ‘ giustifichi ’ la causa della perdita di status, escludendosi da responsabilità soggettive.

Le malattie si configurano come espressione dello squilibrio dei rapporti umani, dell’incongruità delle relazioni sociali, in quanto espressione e riflesso dei rapporti di produzione. Ogni frustrazione porta come conseguenza dei disagi e turbe psicofisiche, più o meno rilevanti, e reazioni diverse nel loro manifestarsi, lino ad una regressione in cui l’individuo perde la sua soggettività.

Tutto questo è maggiormente comprensibile se si chiariscono  alcuni presupposti di partenza. La malattia è espressione di un determinato sviluppo della società in un determinato tempo (vedi la TBC dopo la seconda guerra mondiale, le malattie infettive, vedi oggi i tumori, l’ulcera duodenale, le malattie coronariche, la cosiddetta follia). Con lo sviluppo della società industriale, le malattie non possono essere considerate come espressione di uno squilibrio biologico, ma tendono invece ad essere l’espressione dello squilibrio Uomo-Natura. È sufficiente, a questo proposito, ricordare alcune di quelle malattie che sono catalogate come esiti della civilizzazione e del progresso: tumori, cardiopatie, nevrosi, stati psicosomatici. Oggi queste malattie hanno assunto, per la loro diffusione, un carattere sociale. È evidente che l’unico intervento veramente efficace per debellarle è la prevenzione, attraverso l’eliminazione delle cause che ne provocano l’insorgenza.

Ma tale intervento, previsto e contenuto come principio portante della Legge di Riforma Sanitaria, nella sua applicazione significherebbe la radicale trasformazione degli attuali rapporti di produzione, delle strutture sociali e culturali di tutto il Paese. Vorrebbe dire ricreare un rapporto tra uomo e natura, tra uomo e uomo, vorrebbe dire mettere al primo posto nelle scelte economiche e sociali il rapporto equilibrato tra uomo e natura. Vorrebbe dire, di conseguenza lo smantellamento dello stato capitalistico che per la sua sopravvivenza si basa sul contemporaneo sfruttamento dello stesso binomio: UOMO-NATURA.

L’espressione più evidente del profondo disagio dell’individuo è rappresentato, oggi, dalle nevrosi e dalle malattie psicosomatiche. Il significato sociale e politico che queste nuove morbosità esprimono, non sfugge alla classe egemone, tanto è vero che si è subito organizzata attraverso l’uso dei suoi mezzi di comunicazione per farne oggetto e contenuto di un messaggio culturale. In realtà non sono stati morbosi, ma fenomeni che tutti subiscono, quindi comuni – normali – ineluttabili. Esprimono perfettamente questo processo di mistificazione le varie sequenze pubblicitarie, che, inseguendo la logica del profitto, propongono rimedi infallibili contro lo stress della vita quotidiana, « il logorio della vita moderna », la tensione dei rapporti familiari e sociali, tramite pillole o amari a prova di qualsiasi tipo di moglie o di suocera o di capo-ufficio.

Ancora una volta il sistema, mascherandosi dietro un atteggiamento paternalistico, comprensivo, rassicurante, sfrutta questi disagi con false chimere di serenità, di tranquillità. Ma è andato oltre. Forse temendo che tutto ciò non fosse sufficiente, ha investito capitali ed intelligenza scientifica, per creare qualcosa che liberasse veramente gli individui dai suoi disagi quotidiani, dalle sue ansie, ed ha creato un nuovo mito: lo psico-farmaco. Questo permette, contestualmente, agli individui il massimo della tranquillità, e al sistema il massimo del controllo e della repressione della coscienza oltre che il profitto.

Stiamo indubbiamente vivendo una fase critica del nostro sviluppo civile. Nonostante che determinati valori, legati al rinnovamento sociale e economico, si siano imposti culturalmente e abbiano trovato soluzione legislativa nel decennio ’70-’80, attraverso ampie lotte sociali, non hanno poi trovato concreta applicazione. Hanno così perduto, per molta parte dei cittadini, quel valore proiettivo di rinnovamento di cui erano portatori. Alla crescita rivendicativa, culturale e politica di tanta parte della società, si è data come risposta: stagnazione, ritardi e contraccolpi che hanno creato sfiducia nei gruppi culturalmente più avanzati e che si erano impegnati in prima linea, e smarrimento e svilimento in quelle fasce di popolazione che, pur non partecipando in prima fila alla battaglia riformatrice, ne percepivano e ne attendevano una reale applicazione.

È nel quadro di questo conflitto globale, di questo disagio generale dell’uomo nel suo rapporto con la natura e la società che si verificano dei ‘ feed-back ‘ altrettanto radicali in un passato arcaico, immobile e quasi universale, dove l’individuo ritrova se stesso come entità precisa, in quanto colpita, nel bene e nel male, da qualcosa che lo riguarda in prima persona, recuperando, in questa dimensione una soggettività che nella realtà sociale gli è negata. Creandosi situazioni nuove attraverso il ricorso a vie magico-religiose, l’individuo sembra ritrovare uno strumento per annullare la parte spiacevole del mondo reale, sembra trovare la capacità di negare la realtà nel punto dove essa si oppone, fino quasi all’annullamento della sua personalità, ai suoi desideri, alle sue aspirazioni. E cosi questi due mondi, razionale e magico-religioso, coesistono e in quest’ultimo l’uomo non si annulla, ma ricerca una soluzione ai problemi del mondo sociale, solo quando questo non sa o non vuole dargliela. Questa affermazione appare avvalorata dall’analisi del rapporto medico-paziente, trattato nell’introduzione, e guaritore-cliente. Riguardo a questo, emerge dalla dinamica messa in atto, accanto ad una cultura magico-religiosa, la risposta ad un sintomo che appare come caratteristico della società moderna: è evidente, infatti, la richiesta di un riconoscimento globale dell’individuo come persona e non solo come corpo, con l’esigenza fondamentale e primaria di comunicare, di essere ascoltato nei propri conflitti personali, familiari, relazionali, nelle proprie paure e frustrazioni, che lo soffocano fino ad una sofferenza fisica ed a una conseguente somatizzazione.

Dalle interviste fatte ai frequentatori di « Villa Gigliola », il bisogno di comunicare, nel senso di essere ascoltato in modo partecipato, appare come un elemento costante e assume una grossa valenza terapeutica. Il suo significato ha ancora più valore se lo rapportiamo ad un’altra dichiarazione, anch’essa costante, e che cioè il ricorso alla guaritrice è avvenuto dopo che il rapporto col medico si era rivelato inutile, superficiale e frustrante. In ultima analisi viene fuori, con molta chiarezza, che per lo più il medico non ascolta.

Si giunge così alla ricerca dei guaritori. La loro forza, al di là di vere o presunte capacità terapeutiche, è in realtà data dal persistere dello scontro dell’uomo con il mistero, con la sofferenza, fisica e sociale.

Ciò contribuisce a formare il personaggio guaritore e il giudizio positivo sulle sue potenzialità è essenzialmente un accordo Malinteso e quasi inconscio che definisce a-priori tali poteri e li rende sempre più reali attraverso il racconto, l’esempio, la comunicazione che circola all’interno di un gruppo che ha come base comune uguali bisogni collettivi e uguali aspettative. Sembra che la suggestione sia la molla che coagula i desideri e sia causa dell’effettiva miracolosità, là dove si verifichi. Di fronte a bisogni individuali e collettivi, così radicati e sofferti, nessuna controprova può distruggere il mito del guaritore.

Nella figura specifica delia guaritrice Ebe Giorgini, si coagulano inoltre un certo numero di valenze che trasformano in un comportamento reale ormai consolidato, la propensione a cercare sollievo alle proprie sofferen­ze in forme alternative alla medicina e cultura ufficiale:

  • la combinazione di elementi magici, cattolici, popolari e scientifici
  • un certo grado di omogeneità subculturale e la conse­guente possibilità di una effettiva comunicazione fondata sui fatto che guaritrice e clienti partecipano di un medesimo codice;
  • la posizione ormai carismatica della guaritrice, il suo prestigio, la sua sicurezza, il suo atteggiamento volta a volta protettivo e autoritario, sì che alla sostanziale omogeneità di cultura e di codici fa riscontro un fortissimo dislivello di status, il che consente il formarsi di quegli stati psico-culturali di attesa che costituiscono un anello fondamentale nei processi di guarigione psicosomatica
  • i significati religiosi e di sicurezza psicologica evocati dal nome stesso « Mamma » con cui la guaritrice si fa chiamare
  • la sua ambivalente posizione posta a mezzo fra partecipe del potere e perseguitata, sia per quanto riguarda le autorità dello Stato, sia per quanto riguarda le autorità religiose, la quale con­sente, al medesimo tempo, sicurezza e identificazione proiettiva.

Il caso « Mamma Ebe », in seguito al processo di Vercelli, ha trovato ampio spazio nella cronaca dei giornali e della televisione ed è divenuto il soggetto di una produzione cinematografica. Rispetto alle vicende giudiziarie non spetta a noi, né interessa, considerarle in questo lavoro in alcun modo, così come esula da ogni nostra intenzione valutare l’attività della guaritrice con ottiche estranee a quella dell’indagine conclusioni interpretative che estranee a quella dell’indagine antropologica e culturale. Da questa è emerso uno spaccato sociale significativo che sottolinea il nesso esistente tra la sopravvivenza di fenomeni magico-religiosi e le forme di organizzazione sociale ed economica della società contemporanea. Di fronte alla conflittualità che la caratterizza, all’uomo sono date alcune scelte: l’integrazione, mediante l’ade­sione alla logica comune c l’annientamento come soggetto pensante e attivo; la depressione, la sofferenza psichica e la coscienza della propria impotenza che sfocia nella follia; la fuga dalla lotta, dalla sofferenza e impegno attraverso la ricerca di una felicità arti­ficiale (alcool, psicofarmaci, droga); la ribellione brutale e aso­ciale (delinquenza); la lotta cosciente, dura, quotidiana attraverso un impegno solidale e organizzato (partiti, sindacati, movimenti di lotta); il rifugio in un mondo magico-religioso che consenta di proiettare fuori da sé e dal sociale le cause del proprio malessere psico-fisico-relazionale.

Ovviamente la società capitalistica privilegia e premia la pri­ma, tende a segregare la seconda, trae profitti dalla terza, punisce la quarta, teme la quinta e cerca di ridurre la potenzialità innova­tiva. Per quanto riguarda l’atteggiamento di fuga in esperienze magico-religiose, c’è un apparente disinteresse e la tendenza a definirlo un fenomeno marginale anche se coinvolge masse gì individui che, tacitamente, testimoniano le colpe di un sistema escludente e disumanizzante, senza rappresentarne un pericolo.

FONTE

Anna Tocchini – Conflitti sociali e magia nel mondo contemporaneo

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