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IL DIRITTO ORIGINARIO ALLA TERRA

Il “Marco Temporal” in Brasile

1. Introduzione

Il 22 ottobre 2020 è stato rimandato il processo che avrebbe deciso le sorti delle terre indigene in Brasile. La data è stata prorogata dal presidente del tribunale federale, il ministro Luiz Fux, senza nessuna motivazione e senza una data ufficiale. La corte è stata chiamata a pronunciarsi sul caso particolare mosso dallo stato di Santa Catarina contro la demarcazione della terra indigena “Ibirama-Laklanõ”, del popolo Xokleng. Il ricorso straordinario mosso dal governo dello stato del nord-est brasiliano muove dalla tesi giuridica del “marco temporal”, una linea di demarcazione temporale che restringe i diritti dei popoli indigeni e ne minaccia l’esistenza. Proprio quest’ultimo dovrà essere definito dal tribunale in ultima istanza come criterio generale applicabile a tutti i casi di demarcazione sul territorio nazionale. Dunque non verrà messo in discussione soltanto il diritto alla terra del popolo Xokleng, ma verrà definitivamente giudicata una tesi giuridica che, se legalizzata, minerà il diritto originario alla terra di tutti i popoli indigeni.

La proroga del processo e della proposta stessa del limite temporale coincide con il pensionamento del ministro Celso De Mello e, conseguentemente, dell’insediamento di un nuovo membro della corte. Tale ministro verrà scelto dal presidente in carica, Bolsonaro. Eloy Terena, avvocato dell’Apib (-Articulação dos povos indígenas do Brasil) sostiene che questa manovra è stata attuata per attendere l’insediamento del nuovo giudice della corte, Kássio Nunes Marques, scelto dal presidente già nei primi giorni di questo mese. Il ministro Nunes ha più volte sottolineato la sua approvazione al “marco temporal” ed ha già ha sentenziato contro i popoli indigeni.

2. Lo spazio del conflitto

Il Brasile è dunque nuovamente attraversato da un conflitto di natura giuridica. La causa del conflitto risale ad un giudizio espresso dall’Advocacia-geral da União nel 2017 che rimette in discussione una sentenza emessa nel 2009 dalla corte del tribunale supremo brasiliano riguardante la demarcazione della TI “Raposa do Sol” nello stato di Roraima. La sentenza concludeva che la terra dovesse spettare agli indigeni in quanto la loro assenza su tale area durante la data di promulgazione della costituzione brasiliana il 5 ottobre 1988 era dovuta a ragioni di natura conflittuale. L’area venne demarcata in conseguenza a tale giudizio, secondo il quale le popolazioni locali videro la propria terra oggetto di continui saccheggi che furono la causa del loro allontanamento temporaneo. Ma cosa succede quando gli indigeni che rivendicano la propria terra oggi non erano presenti nell’area il giorno in cui la costituzione è entrata in vigore? Oppure quando essi non possono dimostrare l’effettivo legame con quel territorio e comprovare il loro essere stati cooptati ad abbandonare quel luogo, costretti al conflitto dagli stessi usurpatori per decenni e generazioni? La proposta del limite temporale, se reputata applicabile ad ogni singolo caso di demarcazione, porterebbe a classificare come terre indigene soltanto quelle in cui il popolo indigeno che ne richiede la delimitazione possa comprovare la propria presenza su tale territorio durante la data di promulgazione della costituzione brasiliana, e ignora dunque il fatto che le popolazioni indigene prima del 1988 non avevano autonomia giudiziaria per lottare per i propri diritti e che potrebbero essere stati costretti ad un allontanamento da quello stesso territorio che adesso rivendicano. Per questo motivo essi gridano che il loro passato non inizia il giorno in cui la costituzione brasiliana viene resa effettiva, come sosterrebbe il “marco temporal” implicitamente, né, tantomeno, le sottrazioni dei terreni abitati dagli indigeni sono avvenuti dopo la caduta del regime dittatoriale in Brasile. Ma a quanto pare, il giudizio espresso quel giorno dalla corte suprema diventò criterio per stabilire la legittimità di tutte le richieste di demarcazione delle terre indigene.

Ma facciamo un passo indietro: quali sono i passaggi che costituiscono il processo di istituzione della terra indigena e quali i criteri che ne definiscono lo status giuridico di riserva? Negli anni ’70 del secolo scorso nascono le prime rivendicazioni organizzate in veri e propri movimenti. Una caratteristica di questi movimenti indigeni è la ricostruzione di un passato originario e diversificato dalla storia dello stato-nazione. Il passato indigeno rivendicato da un gruppo fa parte della memoria etnica e questa identità particolare che richiama la memoria è legata ad un territorio specifico, con tutto quello che comporta (compresi i conflitti); il territorio viene considerato essenziale e determinante per la costruzione identitaria del gruppo. Sono state infatti le minacce alla terra a far da base per l’insorgere di un discorso etnico che negli anni conseguenti alla costituzione ha cominciato a fiorire nel paese. Dunque, il diritto all’esclusività di un territorio è il primo punto che i movimenti indigeni hanno inserito nella propria agenda politica, in funzione della propria sopravvivenza etnica e del territorio lavorato collettivamente e di uso comunitario (e dunque non per il surplus del capitale). Si capisce come questa visione contrasti con quella di una terra destinata soltanto allo sfruttamento economico.

Negli anni ’90 gli Stati nazionali cominciano ad accogliere le richieste indigene e la costituzione finalmente si apre all’integrazione di alcune norme atte alla creazione di terre che vengono legalmente circoscritte per evitare conflitti e per garantire l’autonomia a quei popoli che si sono visti negare diritti essenziali per lungo tempo. La terra, la gestione collettiva, l’organizzazione sociale interna al gruppo che ne richiede la demarcazione, l’educazione autogestita, il pluralismo giuridico che prevede l’autonomia e l’applicazione di norme non statali alle questioni che riguardano conflitti interni sono i punti di questa agenda politica che i movimenti indigeni hanno chiarito negli anni e che nel linguaggio giuridico vengono riassunti nella frase “territori abitati in maniera tradizionale”. I criteri con i quali viene stabilita la eleggibilità a terra indigena passano invece per la dimostrazione effettiva di un passato etnico di quel determinato gruppo di persone che rivendica la terra. Senza dilungarsi nelle questioni che riguardano il riconoscimento etnico, bisogna ricordare che gli indigeni si sono organizzati per adottare un linguaggio giuridico in maniera da potersene servire durante le battaglie per il riconoscimento ufficiale della propria etnia e, dunque, del proprio diritto ad abitare la terra nella maniera “tradizionale” (la questione del riconoscimento etnico e della demarcazione ufficiale di una terra indigena sono infatti due facce della stessa medaglia). La terra viene infine istituzionalizzata attraverso alcuni passaggi che vedono funzionari statali impegnati nella delimitazione, l’omologazione e l’iscrizione ufficiale nei registri dello stato che da quel momento in poi rendono l’area di interesse circoscritta ufficialmente, non destinata allo sfruttamento predatorio dei latifondisti e completamente autogestita dalla comunità indigena che ne fa parte.

Il giudizio enunciato dalla corte suprema del tribunale federale per quanto riguarda la demarcazione della terra roraimense si trasformò in una occasione che l’unione dell’avvocatura generale, insieme al “Frente Parlamentar da Agropecuária”, non tardò a rilevare, e nel 2017, durante il governo Temer, il giudizio espresso dalla corte venne dichiarato come possibile giustificazione applicabile a qualsiasi altro caso riguardante la demarcazione delle riserve indigene. Questo si è dunque trasformato in una vera e propria tesi, chiamata “marco temporal” (“linea temporale”). La proposta di questa tesi potrebbe diventare legge e, dunque, regola applicabile ad ogni singolo caso. Ancora una volta la forza parlamentare che rappresenta l’industria dell’agro-business è stata capace di trovare un modo legale, perché apparentemente espresso nei limiti della costituzione, di deprivare le popolazioni indigene del proprio territorio. Dietro a tutto ciò vi sono le tracce di una politica economica che rischia di generare ulteriori conflitti, danni ambientali provocati dallo sfruttamento senza limite delle risorse territoriali e distruzioni di interi sistemi socio-culturali; si, perché dietro a tutto ciò è storicamente impossibile non scorgere le intenzioni di chi vuole destinare il territorio alla speculazione economica e al capitale straniero in primis, senza curarsi del valore che quelle terre hanno per i suoi residenti.

La cosiddetta “bancada ruralista”[1], termine con il quale ci si riferisce al fronte parlamentare che difende i latifondisti, l’agro-business e le esplorazioni minerarie, si è proclamata a favore del limite temporale, sostenendo che se gli indigeni avessero la possibilità di demarcare qualsiasi luogo nel quale non risiedessero durante il 1988, allora: poderiam reivindicar até a praia de Copacabana (“potrebbero rivendicare fino alla spiaggia di copacabana”)[2]. Questa frase non è la sola giustificazione portata per difendere gli interessi dei proprietari terrieri, delle aziende minerarie, degli industriali della soia e delle armi, cosi come degli estremisti religiosi, contro la demarcazione delle terre indigene. Essi, infatti, fanno appello alla parola “occupazione” per indicare che i popoli richiedenti una area di usufrutto esclusivo per lo stato non sono altro che “occupanti” e, dunque, occupano in tal senso un’area che giuridicamente appartiene allo Stato. Ma lo Stato, come entità disincarnata che regola la vita dei suoi cittadini riconosce a tutti gli effetti i diritti delle popolazioni indigene in quanto cittadini che formano parte dello stato brasiliano. Interesse pecuniari o no, la costituzione riconosce il diritto alla demarcazione e alla autoidentificazione collegata al possesso di un territorio che è fondamentale per chi ne reclama la legittimità.

3. Il controllo burocratico del tempo per il possesso degli spazi

L’articolo 231 della costituzione brasiliana del 1988 recita:

“São reconhecidos aos índios sua organização social, costumes, línguas, crenças e tradições, e os direitos originários sobre as terras que tradicionalmente ocupam, competindo à União demarcá-las, proteger e fazer respeitar todos os seus bens”.[3]

Non possiamo prescindere dal prendere in considerazione le parole utilizzate per giustificare l’ipotesi giuridica del limite temporale. Queste sono adesso radicate nel vocabolario popolare in riferimento a tale assunto. Se poniamo attenzione alla parola “occupate” in riferimento alle terre indigene potremmo pensare che tale “occupazione” sia la risultante generatasi da un conflitto, in questo caso sul possesso legittimo o illegittimo di una terra. Tale parola viene utilizzata dai sostenitori del marco temporal, ma allo stesso tempo è una parola che compone l’articolo della costituzione che dovrebbe garantire il legittimo possesso della terra da parte delle popolazioni indigene che ne reclamano una parte. Nella storia della costruzione identitaria nazionale della società brasiliana, l’immagine dell’indigeno è stata spesso associata al suo carattere esotico, “signore naturale del Brasile”. Tracce di questo immaginario associato al processo di costruzione della categoria indigena si possono ritrovare nella costituzione. Le politiche che riguardano il rapporto tra la società moderna e gli indios sono dunque permeate da tale valore simbolico, di cui fa parte la retorica che dipinge una parte dei cittadini-gli indigeni- come ladri o talvolta come adolescenti incompresi che vanno protetti; di tale retorica di cui si sono serviti funzionari dell’impero prima, e i funzionari dello stato adesso. Come riconoscere agli indios la loro organizzazione sociale, i loro costumi, le loro tradizioni, credenze e lingue, se poi il linguaggio ufficiale dello stato si riferisce a loro come occupanti? Certo, cittadini che occupano “tradizionalmente” la terra; ma quel tradizionalmente viene allontanato nell’alterità radicale, nella lontananza dalle forme che compongono la vita del cittadino moderno: in pratiche che rimangono lontane dalla modernità di quella civiltà brasiliana costituita dallo stato. Come se quei cittadini fossero “materia fuori posto”, cittadini di seconda classe, tradizionali occupanti di un mondo vecchio e primitivo (e tuttavia i primi ad occuparlo), da tutelare in quanto “patrimonio”.

L’oggettivazione e la naturalizzazione del popolo indigeno è una costante del discorso moderno. Così come le loro terre lo sono dal punto di vista economicista. Entrambe queste visioni di ‘popolo indigeno’ fanno parte dello stesso immaginario che ha costruito l’identità nazionale brasiliana moderna. Nella costituzione sopra citata ci viene data indicazione ulteriore sul possesso tradizionale di una terra e cosa lo stato intende per quest’ultimo:

§ 1º “São terras tradicionalmente ocupadas pelos índios as por eles habitadas em caráter permanente, as utilizadas para suas atividades produtivas, as imprescindíveis à preservação dos recursos ambientais necessários a seu bem-estar e as necessárias a sua reprodução física e cultural, segundo seus usos, costumes e tradições”.[4]

Il termine “occupazione” ci riporta direttamente al significato di “temporanea presa di possesso di un qualche luogo”, non legalmente istituzionalizzata e non gestita da organi ufficiali. Nell’articolo citato quelle terre sono occupate in maniera permanente. Gli indigeni reclamano infatti il “diritto originario alla terra” poiché essi risiedono e non, come si dice, occupano, da generazioni e da tempi non calcolabili (e ad ogni modo sarebbe improprio l’uso del calcolo di una questione immateriale come il tempo) in quella terra, che rivendicano in quanto fondamentale per la propria sopravvivenza socioculturale. La terra indigena non è destinata allo sfruttamento dei beni privati, ma è intesa collettivamente, oltre ad esser collegata con una concezione atavica che garantisce la vita del gruppo delle persone che la abitano. Per questo lo stato ne garantisce il possesso a quelle popolazioni.

Tuttavia, la tesi del limite temporale andrebbe a pregiudicare tale “possesso permanente” poiché non tutti gli indios che reclamano la propria area possono provare allo stato tali punti determinati dalla costituzione. A causa delle coercizioni, delle dispersioni e delle segregazioni subìte nei secoli, molto spesso, la memoria storica di questi popoli si è vista ridurre i propri punti di riferimento, e proprio per questo motivo la terra che essi hanno perso non è più localizzabile negli stessi termini con i quali la costituzione ne garantirebbe il possesso. Si può, certamente, cercare di delimitare le zone, come gli stessi indigeni fanno oggi; ma tra il delimitare una area come riferimento e provare che quella stessa area è stata abitata in maniera permanente da quelle determinate persone, prima che fossero forzate ad abbandonarle o costrette a rimanervi al costo di sottoporvisi come lavoratori schiavi oppure sottopagati, rimane compito di natura complicata. Lo stato potrebbe considerare anche ciò che viene chiamato un “saccheggio persistente” delle terre in questione da parte degli sfruttatori di risorse come eccezione alla regola del limite temporale:

“o renitente esbulho se caracteriza pelo efetivo conflito possessório, iniciado no passado e persistente até o marco demarcatório temporal da data da promulgação da Constituição de 1988, materializado por circunstâncias de fato ou por controvérsia possessória judicializada”.[5]

Sotto questa eccezione, tuttavia, non vengono considerati i genocidi, le segregazioni e gli spostamenti forzati subìti dagli indigeni senza che essi potessero opporvi resistenza, specialmente nel periodo della dittatura.

4. Conclusioni

Per questo motivo chi intenta un processo di delimitazione di una riserva indigena nella quale non si possa dimostrare la presenza fisica o, come da eccezione, non si possa dimostrare un effettivo conflitto persistente fra fazioni durante il 1988, secondo la tesi giuridica del limite temporale perde il diritto alla demarcazione. La storia e i diritti di un popolo indigeno inizierebbero ad avere valore soltanto a partire dal 5 ottobre 1988, ecco cosa sembra implicitamente sostenere il marco temporal: si può ottenere, certamente, di vedere realizzati i propri diritti, a patto che la legge ne stabilisca un limite che possa comprovare le questioni del possesso di una terra a chi non fu mai sottratta prima del 1988.

Conosciamo molto bene la voce di chi si oppone alle rivendicazioni indigene. Sono le stesse voci di chi, qualche tempo fa, affermava con arrogante superbia: “Se eu assumir [a Presidência do Brasil] não terá mais um centímetro para terra indígena”[6]. Adesso non è più lo spazio, ma il tempo, ad essere il campo attorno al quale si articola la minaccia all’integrità dei popoli indigeni. Il calendario ufficiale diviene il regolatore dei rapporti e il giudice finale di questa battaglia alla legittimità della terra.

AUTORE

Gabriele Grieco

FONTE

http://www.amistades.info/

LA CONFERENZA MONDIALE SULL’AYAHUASCA

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Nel Settembre del 2014 all’incirca 650 persone, provenienti da più di 60 Paesi, hanno assistito alla Conferenza Mondiale sull’Ayahuasca celebrata in Santa Eulalia del Río, Ibiza, Spagna. In questa Conferenza, un gruppo composto da 40 esperti in scienze, legge e politiche pubbliche, si sono riuniti per discutere su come migliorare la comprensione, il rispetto e la protezione dell’utilizzo dell’Ayahuasca nel XXI secolo. Durante la Conferenza si è costituito il Comitato di Esperti per la Regolarizzazione degli Etnobotanici Psicoattivi. Il presente documento è una dichiarazione consensuale di quel gruppo: una chiamata ai governi per avanzare verso la creazione di un ambito legale costruttivo e basato sui diritti umani per l’uso dell’Ayahuasca. Tutti gli esseri umani dovrebbero essere liberi di scegliere le forme e gli strumenti diretti a facilitare la propria crescita personale, a superare la malattia tanto fisica quanto mentale e a nutrire i propri legami sociali e familiari, così come a coltivare il proprio sviluppo spirituale. D’altra parte, in un momento in cui buona parte dell’umanità vive sull’orlo di una crisi sociale, economica e ambientale, è vitale che il dialogo interculturale e le politiche integrate promuovano un’esistenza sostenibile per la nostra specie, abbracciando la diversità in un mondo di società interconnesse, in armonia con il pianeta e tutti i suoi abitanti. E’ intrinseco all’evoluzione della condizione umana ricercare nuovi metodi e migliorare quelli che già sono a disposizione, per raggiungere questi obiettivi in maniera efficace. Sfortunatamente, questo sembra non applicarsi a certi strumenti di origine etnobotanica, utilizzati per secoli da società indigene e premoderne in pratiche cerimoniali, e trasmessi oralmente di generazione in generazione. Uno di questi, l’Ayahuasca (un decotto ottenuto dai fusti della liana Banisteriopsis Caapi e le foglie dell’arbusto Psycotria Viridis), ha giocato un ruolo cruciale nelle tradizioni spirituali, mediche e culturali dei popoli che hanno abitato la parte alta del bacino del Rio delle Amazzoni. Negli ultimi decenni, diverse tradizioni e nuove modalità di uso dell’Ayahuasca sono state portate fuori dai confini dell’Amazzonia, intraprendendo nuove vie di simbiosi culturale. Durante secoli, le società industrializzate sono state, in generale, repressive e intolleranti verso le piante con proprietà psicoattive, interpretando erroneamente il loro uso come diabolico, distruttivo e assuefacente. Senza dubbio l’evidenza scientifica recente, sia biomedica che psicosociale, mostra che questo pregiudizio culturale tanto radicato è sbagliato, e che piante come l’Ayahuasca stanno guadagnando un sempre maggiore riconoscimento per il loro potenziale ruolo in processi psicoterapeutici, di crescita spirituale e di miglioramento delle relazioni interpersonali. Le diverse pratiche di consumo di Ayahuasca non ricadono nelle concettualizzazioni e categorizzazioni tradizionali di “droghe illegali di abuso”, così come definite dal regime internazionale di controllo vigente. Equiparare gli usi rituali, religiosi e terapeutici dell’Ayahuasca agli usi problematici delle droghe controllate come gli oppiacei, la cocaina o le anfetamine -o trattare le persone che conducono cerimonie di Ayahuasca come “narcotrafficanti” coinvolti nel mercato nero- riflette una profonda ignoranza: non si basa sull’evidenza e contribuisce alla confusione circa la legittimità, basata sui diritti umani, di queste pratiche. Oltretutto, l’evidenza scientifica mostra che l’Ayahuasca non dà luogo a modelli di uso cronico e problematico (ad esempio, la dipendenza), che il suo uso non genera tolleranza farmacologica e che i suoi profili di sicurezza, tanto fisiologici quanto psicologici, sono accettabili all’interno di contesti controllati. Inoltre i suoi effetti emetici -tradizionalmente considerati un aspetto cruciale delle sue proprietà spirituali e curative-, insieme alle profonde esperienze introspettive che frequentemente induce, hanno generalmente un impatto positivo sulla salute e sul comportamento delle persone che la utilizzano regolarmente. Per una parte significativa e crescente della popolazione in diverse parti del mondo, il consumo di Ayahuasca è la forma scelta per favorire lo sviluppo spirituale e personale, superare la sofferenza e approfondire la relazione con se stessi, con i propri familiari, con l’ambiente circostante e con il pianeta Terra. Senza dubbio, per molti organismi di controllo sulle droghe, come l’Organo Internazionale per il Controllo degli Stupefacenti (INCB), così come per molti funzionari di polizia, procuratori legali e giudici dei singoli Paesi, bere Ayahuasca è frequentemente erroneamente considerato come un nuovo modo di ‘sballarsi’, una pratica spirituale poco autentica, una dipendenza distruttiva e una minaccia per la salute pubblica e per l’ordine morale, che richiede misure repressive. Nel 2010, l’INCB ha affermato che “nessuna pianta o decotto che contenga DMT, inclusa l’Ayahuasca, si trova attualmente soggetta a controllo internazionale”. Ciò nonostante, l’ organo di Controllo ha aggiunto che “alcuni paesi potranno decidere di applicare misure di controllo per l’uso e il commercio dell’Ayahuasca, a causa dei gravi rischi per la salute che l’uso di questo preparato comporta”. In coincidenza con l’allarme politico generato dal INCB in relazione con l’Ayahuasca e altre piante psicoattive nella sua Informativa Annuale del 2010 e del 2012, e seguendo una tendenza cominciata nella metà degli anni ’90, si sono verificati una serie di arresti in tutta Europa e in altre parti del mondo, come segnale di intolleranza verso le pratiche cerimoniali che prevedono ingestione di Ayahuasca. Pertanto, sembra realistico affermare che una proibizione dell’Ayahuasca a livello nazionale (nei differenti Stati), o anche a livello internazionale, risulta una effettiva probabilità in un futuro prossimo. Noi abbiamo seguito da vicino alcuni casi legali e giudiziari che hanno colpito molte delle differenti comunità che utilizzano Ayahuasca, testimoniando quanto tragica e dannosa può essere questa oppressione per le persone coinvolte. Di conseguenza, chiediamo ai governi, ai legislatori, ai procuratori legali, ai giudici e ai funzionari incaricati di far rispettare la legge, di tenere in considerazione il valore tradizionale e culturale delle pratiche di consumo di Ayahuasca in tutto il mondo, e di basare le proprie politiche e decisioni sulle evidenze scientifiche descritte precedentemente e sui diritti umani. Chiediamo che si ponga fine a questa persecuzione legale e che, al suo posto, i governi collaborino con i rappresentanti delle comunità in cui si utilizza Ayahuasca, favorendo modelli di autoregolamentazione efficaci, la promozione della salute e la riduzione del danno, così come iniziative educative pubbliche. Chiediamo ai giudici dei procedimenti relazionati con l’Ayahuasca di prendere in considerazione la dichiarazione dell’INCB sullo stato legale dell’Ayahuasca: In questo caso la DMT contenuta nel decotto Ayahuasca è presente in maniera naturale e quindi, in accordo con l’interpretazione ufficiale del Convegno sulle Sostanze Psicotrope del 1971, non è soggetta a controllo internazionale. E’ ugualmente importante considerare che i benefici potenziali delle piante come l’Ayahuasca possono convertirsi in rischi se queste non vengono utilizzate in modo responsabile. Raccomandiamo alle persone che prendono Ayahuasca, e specialmente a chi conduce le cerimonie, di assumersi la responsabilità di farlo con la conoscenza adeguata, con buone intenzioni e in forma diligente, per massimizzare i benefici e minimizzare i rischi. I comportamenti poco etici e le pratiche fraudolente non devono essere tollerati e devono sempre essere denunciati, cosicché la comunità Ayahuasquera, collettivamente, possa continuare a favorire lo sviluppo di un’autoregolamentazione e a preservare l’integrità delle proprie pratiche. In conclusione, e seguendo una precedente dichiarazione sull’Ayahuasca realizzata nel 2012 da accademici di indubbio prestigio, sollecitiamo le autorità affinché si mostrino tolleranti verso queste pratiche, basandosi sul rispetto del diritto fondamentale alla libertà di religione e di coscienza, insieme al diritto alla libertà di scelta dei mezzi e strumenti per favorire il proprio benessere fisico e psicologico. Da ciò deriva che concedano alle comunità Ayahuasquere il grado di libertà legale e il rispetto necessari affinché possano continuare a sviluppare in maniera responsabile e sicura il loro contributo alla società multiculturale e globalizzata di oggi.

Dichiarazione rilasciata il 20 Gennaio 2015 Initiativa promossa da Fondazione ICEERS

www.aya2014.com/en/aya2014-declaration

Dichiarazione appoggiata da: Constanza Sánchez Avilés, PhD Coordinatrice Legge, Politiche e Diritti Umani, Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna Benjamin De Loenen, MA Fondatore e Direttore Esecutivo, Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna Beatriz Labate, PhD Nucleus for Interdisciplinary Studies of Psychoactives (NEIP), San Paolo, Brasile Kenneth W. Tupper, PhD School of Population and Public Health University of British Columbia, Victoria, Canada Jeffrey Bronfman Santa Fe, Nuevo México (EEUU), Miembro del Cadre Of Mestres O Centro Espírita Benficente União Do Vegetal, Brasilia, Brasile Amanda Feilding Fondatrice e Direttrice, The Beckley Foundation, Regno Unito David R. Bewley-Taylor, PhD Direttore, Global Drug Policy Observatory, Swansea, Regno Unito Ethan Nadelmann, PhD Direttore Esecutivo, Drug Policy Alliance, Stati Uniti Kasia Malinowska-Sempruch, Dr PH Direttrice del Programma Globale di Politiche sulle Droghe della Open Society Foundations, New York, NY, Stati Uniti Pien Metaal, MA Coordinatrice del Programma di Riforma delle Leggi sulle Droghe in America Latina, Transnational Institute, Amsterdam, Paesi Bassi Raquel Peyraube, MD Direttrice Clinica, Fondazione ICEERS Uruguay Rick Doblin, PhD Fondatore e Direttore Esecutivo Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies, Belmont, MA, Stati Uniti Virginia Montañés Esperta in Politiche di Droga (CERCA), Spagna Aleix VilaMaria Avvocato, Barcellona, Spagna Alexis Kaiser Avvocato, Zurigo, Svizzera Charlotte Walsh, MPhil Professoressa di Diritto, School of Law, University of Leicester, Regno Unito Diego de las Casas Avvocato, Madrid, Spagna Francisco J. Esteban, PhD Università C.J. Cela, Madrid, Spagna Pedro Caldentey Marí Avvocato, Barcellona, Spagna Roberto Castro Rodríguez Avvocato, Barcellona, Spagna Rodrigo A. González Soto Avvocato, Santiago, Chile Anton J. G. Bilton, BSc Hons Regno Unito Ben Christie Consultente in Comunicazione, Londra Regno Unito Hélène Pelosse, MA Alto Funzionario, Francia Armando Loizaga Psicologo, Asociación Nierika, Messico Joan Obiols-Llandrich, MD, PhD Presidente, Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna Pep Cura Oliveras, MA Coordinatore AYA2014, Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna Marc Aixalà Coordinatore Help Center, Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna Maria Carmo Carvalho, MSc Vicepresidenta, Fondazione ICEERS, Oporto, Portogallo Jerónimo Mazarrasa Segretario, Fondazione ICEERS, Ibiza, Spagna Margot Honselaar Tesoriera, Fondazione ICEERS, Halsteren, Pesi Bassi Òscar Parés, MA Vice direttore Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna José Carlos Bouso, PhD Direttore Scientifico, Fondazione ICEERS, Barcellona, Spagna