Gnosticismo, Salute, Sessualità, Spiritualità

SESSO SACRO

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La sessualità nella filosofia orientale, e in particolare nella medicina tradizionale cinese, acquista un significato “speciale” e ben diverso da quello che si è evoluto in Occidente. Essa sottintende due obiettivi fondamentali.
Da un lato, la trasmissione della vita nel tempo: come tale la sessualità è uno strumento “sacro”, che permette la perennità della specie. L’individuo si assicura la propria “immortalità”, trasmettendo ai figli le “leggi della vita”, scritte nel cielo.
Da un altro lato la sessualità ha delle implicazioni fisiologiche e fisiopatologiche perché concerne l’energia più importante e profonda dell’organismo, l’energia “primordiale” (Yuan Qi). Oggi sappiamo che la sessualità è profondamente agganciata al sistema psico-neuro-endocrino-immunologico e quindi ai meccanismi più importanti e profondi del sistema vivente.

Non medicina, né cibo,né salvezza spirituale possono prolungare la vita di un uomo se non comprende e pratica il Tao dell’amore… (Pien Tse).
Di tutte le decine di migliaia di cose create dal cielo, l’uomo è la più preziosa. Di tutte le cose che fanno prosperare l’uomo, nessuna può essere comparata al rapporto sessuale. (Tung-hsüan, “L’arte dell’amore, 700 a.C.)

Quindi lo scopo della sessualità nell’uomo e nella donna è anche quello di mantenere l’equilibrio psicofisico dell’organismo, svolgendo dunque un preciso ruolo fisiologico.Questo fatto era ben noto nell’antica Cina, tanto è vero che il testo canonico di medicina interna, il “Nei Jing-Su Wen”, parla di tutte le patologie principali ma ben poco della sessualità.  Questa viene sviluppata invece in un libro particolare, chiamato “Su Nu Jing”, letteralmente “il Libro della figlia senza complessi”.

In questo classico, l’Imperatore Giallo interroga non più i suoi soliti consiglieri medici, come avveniva nel “Nei Jing” ma la sua precettrice medico, la dotta Su Nu, ed altre due donne: Xuan Nu e T’sai Nu, ogni volta che desidera informazioni su questo tipo di problemi.Il testo inizia infatti con una domanda dell’Imperatore circa le ragioni del suo stato di salute. Egli chiede a Su Nu:
“Sono stanco e manco di armonia. Il mio cuore è triste e pieno di apprensione. Che cosa devo fare?”
Risponde Su Nu:
“Ogni indebolimento dell’uomo va attribuito al suo modo difettoso di fare l’amore .La donna è più forte dell’uomo per il suo sesso e costituzione,alla stessa maniera con cui l’acqua è più forte del fuoco…Quelli che conoscono l’arte dello yin e dello yang possono mescolare i cinque piaceri e farne una gioia celeste…”.
Quindi l’ Imperatore interroga Su Nu, non per un problema sessuale ma per disturbi psicofisici. In realtà questi disturbi derivano da un comportamento sessuale non adeguato e ciò sta ad indicare l’importanza della sessualità sull’equilibrio fisiologico degli individui, spiegando perfettamente il perché dei disturbi che abbiamo definiti “mascherati”.
Il libro espone quindi le varie tecniche sessuali, sia per l’uomo che per la donna, a seconda dei problemi specifici.Per fare un paragone moderno, si può anche dire che il “Nei Jing” è un libro di “medicina interna”, mentre il “Su Nu Jing” è un trattato di igiene sessuale, ginecologia e di psicologia insieme. A chi interessi l’approfondimento del discorso consigliamo di leggere questo libro, considerato come l’equivalente del Kamasutra per i cinesi.

I “cinque segni” della soddisfazione della donna, menzionati nel “Su Nu Ching”(periodo Han, 206 a.C. – 219 d.C.) . L’Imperatore chiede a Su Nu: “In che modo un uomo osserva la soddisfazione della sua donna? “. Su Nu: “Vi sono 5 segni, 5 desideri e 10 indicazioni. Un uomo dovrebbe osservare questi segni e reagire di conseguenza”. “Essi sono:
1. La sua donna ha il volto arrossato e le orecchie calde. Ciò indica che nella sua mente si sono destati pensieri d’amore. L’uomo può ora cominciare il coito, gentilmente, quasi tormentosamente, senza spingere a fondo e aspettando le reazioni della compagna.
2. Il naso è sudato e i capezzoli diventano duri. Ciò significa che il fuoco della passione arde più forte. La “picca di giada” (il glande) può ora spingersi fino alla “valle gentile” (circa 12 centimetri), ma non molto oltre. L’uomo dovrebbe attendere che il desiderio di lei si intensifichi prima di andare più a fondo.
3. Quando la voce della donna diventa roca e bassa, come se avesse la gola secca, il desiderio si è intensificato. Gli occhi sono chiusi, la lingua guizza tra le labbra ed ella ansima in modo udibile. Questo è il momento in cui la “picca di giada” dell’uomo può andare dentro e fuori liberamente. La comunione sta ora raggiungendo grado a grado uno stadio estatico.
4. Il “palloncino rosso” (la vulva) è abbondantemente lubrificato, poiché il piacere della donna si sta avvicinando al culmine, e ogni spinta dell’uomo aumenta tale secrezione. Leggermente la “picca di giada” tocca le punte della “castagna d’acqua” (cinque centimetri circa). Poi l’uomo può usare il metodo di una spinta a destra e una a sinistra, una spinta lenta e una rapida, o qualunque altro, a piacere.
5. Quando i “dorati fiori di loto” (i piedi della donna) si sollevano in alto come per abbracciare l’uomo, la sua passione e la sua brama hanno raggiunto il vertice. Ella avvolge le gambe intorno alla vita dell’uomo, mentre con le mani gli stringe le spalle e la schiena. La lingua sporge tra le labbra. Questi sono i segni che l’uomo deve ora spingere la propria “picca di giada” fino alla “valle della camera profonda” (15 centimetri circa). Questi colpi profondi la renderanno estaticamente soddifatta in tutto il corpo”.

Secondo il taoismo la donna (yin) è superiore all’uomo (yang), come l’acqua (yin) è superiore al fuoco (yang).”Coloro che sono esperti nei rapporti sessuali sono come dei bravi cuochi che sanno armonizzare i cinque sapori per preparare salse appetitose. Essi sanno fondere i cinque piaceri, mentre coloro i quali sono inesperti muoiono di una morte prematura, senza neppure aver provato gusto nell’atto sessuale”.
E inoltre: “L’unione dell’uomo e della donna è come quella del cielo e della terra. È proprio perché sono uniti correttamente che il cielo e la terra durano da sempre. L’uomo invece ha perduto questo segreto, perciò la sua vita è sempre più abbreviata. Se l’uomo sapesse servirsi delle arti dello yin e dello yang per evitare tutto ciò che lo danneggia certamente potrebbe ottenere l’immortalità”.

A tal fine i taoisti fornivano numerosi consigli su come compiere l’atto sessuale, come insegna il “Su Nu Ching”: “Se l’uomo riesce a non emettere l’essenza in un rapporto sessuale, il suo spirito vitale si rafforzerà. Se riuscirà a farlo in due rapporti, il suo udito e la sua vista diverranno più acuti. Se lo farà in tre rapporti, tutti i suoi malanni scompariranno. Dopo quattro rapporti senza emettere, il suo animo starà in pace. Dopo cinque, la circolazione del suo sangue migliorerà. Dopo sei, i suoi fianchi si rafforzeranno. Dopo sette, si rafforzeranno le sue cosce e le sue natiche. Dopo otto, il suo corpo apparirà come lucente. Dopo nove, otterrà la longevità. Se riuscirà per dieci volte ad avere rapporti senza emettere, allora comunicherà con gli dei”.

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IL VAMPIRO E IL VOLTO SCOMODO DELLA REALTÀ

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Il Vampiro è una figura tipica di una letteratura tendente al macabro, talvolta perfino al grottesco.

Com’è stato già accennato, le sue origini risalgono a credenze molto antiche, avendo alle sue spalle anche una solida tradizione orientale (per esempio nelle Mille e una notte), ma può essere vista anche come una figura romantica, affine all’amante fatale del primo Ottocento.

Il Vampiro spesso viene definito come un mito di transizione e di metamorfosi, è sempre stato paragonato ad animali ritenuti dai bestiari di malaugurio e diabolici, come il serpente, il lupo e il pipistrello.

Rappresenta inoltre l’ancestrale paura della morte e il suo mistero.

Egli succhia il sangue perché ritenuto sede dell’anima, risalendo quindi all’antica credenza, secondo la quale, mangiando parti del corpo di un uomo, ci s’impossessava delle sue qualità e del suo spirito; perciò il vampirismo potrebbe essere visto anche come estrema sublimazione dei riti cannibalistici.

Le caratteristiche che accomunano i racconti sui vampiri sono svariate.

Troviamo sempre la presenza di un testimone, che è un narratore inizialmente estraneo alla storia, ma che ne viene gradualmente attratto, in modo da poter osservare ogni evento e raccontarlo a sua volta, attraverso un’operazione di esorcizzazione dell’occulto, ma anche sua perpetuazione.

La letteratura fantastica, infatti tende sempre a mescolare reale e immaginario, per tentare di dimostrare la verità degli eventi soprannaturali, con una grande attenzione alla documentazione (lettere, diari, telegrammi, registrazioni, articoli giornalistici) che costituisce la struttura narrativa di molte storie sui vampiri.

Inoltre il Vampiro può essere indifferentemente uomo o donna, con una certa tendenza, notata da Praz, nel preferire la figura maschile nel primo Ottocento (sotto l’influsso dell’uomo fatale byronico), mentre nella seconda parte del secolo si può notare una predilezione per un vampirismo femminile (dovuta a una visione morbosa della sessualità femminile).

La fortuna del vampirismo, dall’Ottocento ai giorni nostri, si potrebbe accreditare alla possibilità dell’autore di dire, attraverso questa metafora, ciò che è indicibile.

Diversi sono quindi i volti oscuri del reale che esso può rivelarci.

  1. Vampirismo come espressione della libido repressa.

Se è vero che, come afferma Freud, il perturbante è l’espressione degli impulsi repressi, il Nosferatu ne è sicuramente l’esempio più lampante.

Il Vampiro può essere definito quindi come il Diavolo che risiede dentro di noi, l’Essere contrapposto all’Io.

Nella maggior parte dei casi predomina l’allusione al rapporto eterosessuale, anche se esiste un chiaro riferimento al legame omosessuale in Carmilla di Le Fanu ed un tentativo, in Dracula di Stoker, da parte del Vampiro di instaurare un rapporto omoerotico, anche se di breve durata.

Il simbolo sessuale può essere trovato nel Vampiro stesso; ha caratteristiche fortemente umane, proprie del libertino ed, essendo uno spirito che “entra” e “possiede”, ha evidenti caratteri fallici.

Egli è quindi il seduttore, l’affascinatore, l’ipnotizzatore, non gli si può resistere a meno che non si abbia la volontà di tenere lontane le tentazioni (per poter entrare in una casa, deve essere chiamato da qualcuno).

La sua seduzione implica quindi il consenso della vittima: essa infatti, nel momento in cui il Vampiro le affonda i denti nella gola (momento dell’amplesso), prova un piacere molto intenso, in cui è facile notare l’allusione all’orgasmo.

Quindi la figura del Vampiro e la sua torbida carica erotica possono essere viste come strumento d’inconscia ribellione ed esternazione dell’istinto sessuale che, nell’epoca vittoriana, era particolarmente represso.

A sua volta la donna-vampiro è ancor più inquietante per la morale dell’epoca, a causa delle sue caratteristiche lesbiche che mettono in pericolo l’ideale della donna sposa e madre.

  1. Vampiro come frutto di un complesso infantile.

Il Vampiro è stato curiosamente accostato, da Giovanna Silvani, al bambino che succhia il latte materno (rifacendosi quindi alla fase orale freudiana).

Quando al bambino viene negato il seno della madre, in questo divieto non vede solo un torto subito, ma anche una punizione per qualche trasgressione commessa.

Scatta quindi un meccanismo per cui la psiche umana, se privata dell’oggetto del desiderio, reagisce con una forte aggressività e con un altrettanto forte senso di colpa; e siccome per una mente primitiva, come per una mente infantile, un crimine deve essere punito nella stessa maniera in cui è stato commesso, nasce la figura del Vampiro come frutto del senso di colpa, della paura di punizione e di persecuzione.

Da ciò deriva un meccanismo di aggressione/difesa, di punizione/autopunizione che porta alla decomposizione della personalità; la parte aggressiva da rimuovere sarà dunque il mostro.

  1. Vampiro come paura della morte.

Il mostro rappresenta sempre l’inconscio, dove albergano le pulsioni di morte e gli istinti aggressivi.

Perciò diventa il simbolo stesso della propria morte e, per questo motivo, deve essere rimosso per esorcizzare la paura di essa.

Questa funzione è rivestita dalla figura del Vampiro come colui che non muore con la vittima, anzi vive grazie alla sua morte; si può sfuggirgli solo seguendo dei rituali ancestrali (mozzandogli la testa, trafiggendogli il cuore con un paletto).

Il Nosferatu racchiude quindi in sé l’inaccettabilità di una morte completa e il desiderio di voluttà che va oltre la vita.

In questo modo esso diviene il custode segreto dell’immortalità, anche a costo della dannazione eterna; rappresenta il nostro istinto di sopravvivenza, il voler sfuggire dal non-essere.

 

  1. Vampiro come riflesso dei conflitti sociali.

Il Vampiro simboleggia per tutto l’Ottocento la classe aristocratica che sta perdendo il suo antico splendore, a causa dell’avanzare della società borghese.

Il fatto di nutrirsi di sangue acquista anche il significato del cosìdetto “privilegio di sangue” di un’antica stirpe che garantisce il potere.

Diviene quindi rappresentante di una classe che sembra morta, ma che minaccia sempre di risorgere per sovvertire la modernità.

Il Vampiro è quindi l’anti-borghese per eccellenza, fa riaffiorare quelle angosce che il nuovo ceto emergente non riesce ad esorcizzare.

Nel Dracula di Bram Stoker però l’elemento aristocratico mantiene la sua forza solo nel proprio ambiente (la selvaggia Transilvania), mentre nel momento in cui si trova davanti alla modernità (la metropoli di Londra) ne viene respinto ed espulso.

Nella nostra epoca invece esso frequentemente rispecchia le frustrazioni di classi oppresse da una società a loro aliena e percepita come ingiusta.

In particolare è da notare, nelle Notti di Salem di Stephen King, come il Vampiro sia di estrazione alto borghese, simile a un capitalista che sa sfruttare il malessere altrui per il proprio tornaconto.

 

  1. Vampiro come metafora dello scrittore.

Uno degli aspetti di questa figura forse più interessanti è quello più prettamente metaletterario.

Il vampirismo sarebbe quindi una metafora della letteratura, in cui ogni scrittore nuovo deve annientare il suo precursore “per non esserne vampirizzato” e non cedere così alla sua influenza.

Quindi i libri che si “nutrono delle citazioni di altri libri e del sangue del lettore” sono come vampiri che necessitano di “una nuova linfa per rimanere in vita”.

Ne’ Il libro dei vampiri Fabio Giovannini inoltre afferma che lo scrittore è come un vampiro, il quale, attraverso la sua opera, “contagia con i suoi pensieri i pensieri degli esseri umani”; anche in questo caso però il rapporto che si crea tra il “vampiro” e la sua “vittima” è molto ambiguo, poiché anche lo “scrittore vampiro è stato a sua vota vampirizzato a suo tempo”, attraverso gli scritti di altri autori, perché egli è pur sempre un lettore.

In questo modo i libri nascono come prodotto di altre opere, cioè sono “frutto di altre vampirizzazioni”.

 

FONTE BIBLIOGRAFICA

” La figura dello scienziato stregone nella letteratura novecentesca” di Sabrina Antonella Abeni

 

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Esoterismo, Filosofia, Gnosticismo, Letteratura

IL MITO DI ARISTOFANE

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Il mito di Aristofane (o mito dell’androgino) è presente nel celebre dialogo platonico Simposio, che si propone di trattare l’immortale tema dell’amore.
Dopo l’esposizione di Fedro, Pausania ed Erissimaco, inizia a parlare Aristofane, il famoso poeta comico, che sceglie il mito come veicolo della sua opinione su Eros. Tempo addietro – espone il poeta – non esistevano, come adesso, soltanto due sessi (il maschile e il femminile), bensì tre, tra cui, oltre a quelli già citati, il sesso androgino, proprio di esseri che avevano in comune caratteristiche maschili e femminili. In quel tempo, tutti gli esseri umani avevano due teste, quattro braccia, quattro mani, quattro gambe e due organi sessuali ed erano tondi. Per via della loro potenza, gli esseri umani erano superbi e tentarono la scalata all’Olimpo per spodestare gli dei. Ma Zeus, che non poteva accettare un simile oltraggio, decise di intervenire e divise, a colpi di saetta, gli aggressori.

« Credo di aver trovato il modo perché gli uomini possano continuare ad esistere rinunciando però, una volta diventati più deboli, alle loro insolenze. Adesso li taglierò in due uno per uno, e così si indeboliranno e nel contempo, raddoppiando il loro numero, diventeranno più utili a noi »

In questo modo gli esseri umani furono divisi e s’indebolirono. Ed è da quel momento – spiega Aristofane – che essi sono alla ricerca della loro antica unità e della perduta forza che possono ritrovare soltanto unendosi sessualmente. Da questa divisione in parti, infatti, nasce negli umani il desiderio di ricreare la primitiva unità, tanto che le “parti” non fanno altro che stringersi l’una all’altra, e così muoiono di fame e di torpore per non volersi più separare. Zeus allora, per evitare che gli uomini si estinguano, manda nel mondo Eros affinché, attraverso il ricongiungimento fisico, essi possano ricostruire “fittiziamente” l’unità perduta, così da provare piacere (e riprodursi) e potersi poi dedicare alle altre incombenze cui devono attendere.

« Dunque al desiderio e alla ricerca dell’intero si dà nome amore »

Siccome i sessi erano tre, due sono oggi le tipologie d’amore: il rapporto omosessuale (se i due partner facevano parte in principio di un essere umano completamente maschile o completamente femminile) e il rapporto eterosessuale (se i due facevano parte di un essere androgino).

La caratteristica interessante del discorso di Aristofane risiede nel fatto che la relazione erotica fra due esseri umani non è messa in atto per giungere a un fine quale potrebbe essere la procreazione, ma ha valore per se stessa, prescindendo così dalle conseguenze.

FONTI BIBLIOGRAFICHE

• C.J. Rowe, Il «Simposio» di Platone
• G. Reale, Eros demone mediatore. Il gioco delle maschere nel «Simposio» di Platone

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Esoterismo

IL SESSO

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Hai mai avuto la sensazione di non sapere se sei sveglio o stai ancora sognando ? ”. In questo dialogo ci introduce ad un tema abbastanza importante nelle pratiche esoteriche, ovvero il tema dell’accesso ai piani della psiche ed in particolare l’accesso alla dimensione onirica, il cosiddetto viaggio astrale. L’astrale é una dimensione dei sogni, è la quarta dimensione e come tale è soggetta a meno leggi fisiche. In astrale voliamo, attraversiamo i muri facciamo cose che normalmente sul piano fisico non facciamo. In astrale ci dotiamo di cose che sul piano fisico non abbiamo. I personaggi del film in Struttura (programma di caricamento) caricano tutto ciò di cui hanno bisogno: addestramento, armi, vestiti, etc. Nell’astrale la mente é libera di creare, ma se non è sveglia e soprattutto, se non è guidata dallo spirito, non fa altro che ripetere, anzi meglio proiettare come sul telo del cinema il film ciò che avviene durante la nostra giornata.

Eppure in quel film ogni tanto l’Intimo, lo Spirito, gioca la sua carta. Prova, introducendo paradossi nel sogno, a stuzzicare la nostra curiosità, il nostro anelito di ricerca, come a dirci cerca meglio, svegliati, le cose non sono come sembrano. E allora magari facciamo quei sogni, talmente lucidi, che sarebbe realmente difficile distinguerli dalla realtà. Un’altra delle caratteristiche dell’Astrale é la possibilità di viaggiare nel tempo visto che l’astrale é il tempo (la 4° coordinata – il tempo). Purtroppo dormiamo e come già detto finiamo per proiettare ciò che ci é accaduto durante la nostra giornata. Ma se solo fossimo svegli – “ma quando sarai pronto; non ne avrai bisogno” – dirà Morpheus a Neo a proposito dello schivare le pallottole. Essere pronti, è essere svegli. Una persona sveglia ha prontezza di riflessi: è pronta. Bisogna essere svegli ed avere abbastanza luce, per fare dei sogni lucidi. Bisogna avere la coscienza sveglia per gestire il sogno come la vita quotidiana, ma siccome dormiamo di giorno, deambuliamo altrettanto di notte come fantasmi senza meta. Abbiamo bisogno di energia per restare svegli. Dobbiamo imparare a risparmiare di giorno per poter essere svegli la notte. Dobbiamo evitare gli agguati che ci portano via “attenzione” ed “energia”. Se impariamo a stare svegli di giorno lo saremo anche di notte ed è lì che si gioca la vera partita. Il quotidiano è solo la palestra per mostrarci dove perdiamo potere, dove il viscidume dell’ego si manifesta e ci toglie ogni possibilità di risveglio. Tutto viene deciso e stabilito dall’altra parte, in quello che Morpheus chiama Mondo Reale. Se un giorno ti sveglierai in sogno, sempre che tu non l’abbia già fatto, conoscerai il sapore psicologico del Mondo Reale, del Mondo Vero. E potrai dire “Hai mai avuto la sensazione di non sapere se sei sveglio o stai ancora sognando”. Saprai che anche che solchi una terra solida essa non ti da la sensazione, la percezione, del reale, come quando sei lucido nei sogni. Ogni notte mentre il corpo fisico resta nel letto protetto dalla cuffia del suo eterico, la nostra Coscienza, l’Essenza esce e viaggia. La Coscienza dorme e quindi portiamo raramente memoria sia del distacco dal corpo fisico, noto col nome di processo di sdoppiamento, che di ciò che facciamo. I sogni sono una sequenza codificata dalla mente di ciò che accade realmente all’essenza quando esce. Ecco perché è così importante ricordarli; essi sono messaggi sul nostro stato interiore. Nel piano astrale se stiamo cercando di svegliarci veniamo sottoposti a prove, per conoscere le nostre qualità e i nostri difetti. Le guide ci parlano nell’astrale. Il Padre e la Madre intimi, cioè il nostro Sè ed il nostro Fuoco, ci parlano attraverso i sogni e ci indicano la strada da percorrere. Ma facciamo un passo indietro. Contrariamente a ciò che si pensa non abbiamo un’anima incarnata; abbiamo solo una sua piccola parte, un piccola luce Divina nota col nome di Essenza od anche di Coscienza. L’uomo non ha una vera e propria anima, egli se la deve costruire. Questa Essenza, fuori dal corpo fisico, durante le ore del sonno, viaggia nella dimensione Astrale. Avere un corpo Astrale sviluppato é un dono. Alcune persone lo hanno, forse grazie ai lavori svolti in altre vite. Non tutti dispongono di un Corpo Astrale Solare. Il corpo astrale é un lusso, la maggior parte di noi non ha il corpo Astrale; ha solamente un piccolo corpo lunare. Il corpo Astrale va costruito. Costruirsi un anima significa costruire i corpi solare, i corpi di esistenza per le dimensioni sottili (4°, 5°, 6°).

Costruirsi un anima significa costruire gli abiti da sposa della nostra Anima.

I corpi esistenziali solari, una volta costruiti, permettano alla nostra Anima di discendere e completare l’opera di maestria che il nostro Intimo anela, che il nostro Intimo VUOLE; ecco perché si è detto – “sia fatta la volontà del Padre” – ed – ecco perché Morpheus quando incontra per la prima volta Neo dirà – “è stata una lunga attesa”. L’Essenza è un pezzetto della nostra Anima incaricato di iniziare l’opera. Una sorta di maggiordomo che ordina e prepara in attesa che il padrone ritorni.

Al momento del concepimento lo sperma entra nell’ovulo e per mezzo di una scarica elettrica di 5 volt inizia il processo di creazione fisica. In quello stesso istante il cordone d’argento, che lega il corpo fisico all’anima, viene legato, viene attaccato al pezzetto di Essenza che dovrà discendere. L’Essenza entra nel corpo al momento del parto attraverso la “fontanella” posta nel cranio, discende lungo il condotto blu e si posiziona dietro il cuore, circa nella ghiandola endocrina chiamata Timo. 

Purtroppo, la Coscienza in tutto questo gioco, non solo lo ignora, ma dorme, e quindi non porta luce all’essenza che di conseguenza non ha autocoscienza. La notte sogniamo e spesso non portiamo alcun ricordo di questa attività notturna. Normalmente è così, se non fosse per quei piccoli stralci di sogno, quel sogno che alle volte ci sembra talmente reale da non distinguerlo…dobbiamo riuscire ad andare in corpo astrale a volontà. Tutti quanti escono in corpo astrale perché è l’unico modo, è l’unica possibilità che ha il corpo eterico di riparare l’esaurimento del corpo fisico. Tu però devi uscire in corpo astrale a volontà, coscientemente, tutte le volte che lo desideri se vuoi raggiungere degli obbiettivi. E’ nell’astrale che la coscienza caccia i demoni e compie la guarigione interiore, perché colpisce il difetto nell’inconscio, arrivando fino alla radice prima. Solo così possiamo attaccare il nostro lato oscuro.

Gli sprazzi di sogni che ogni tanto riportiamo indietro sono stati possibili solo perché siamo stati un po’ più svegli, prima di tutto di giorno. Abbiamo conservato energia ed abbiamo avuto energia abbastanza per restare lucidi nel sogno ed abbiamo avuto una miglior percezione di ciò che accadeva. Per il resto dei casi siamo veri e propri zombi, veri sonnambuli dello spazio astrale.

Gironzoliamo per la dimensione Astrale senza una meta, senza uno scopo preciso, senza poter utilizzare questa occasione per esplorare il nostro inconscio e poter così lavorare al nostro sviluppo interiore. I protagonisti del film entrano ed escono continuamente ed a piacimento, direi, dalla dimensione Astrale, ma perché la loro coscienza é sveglia, L’Essenza è sveglia. Per poter auto realizzare se stesso Neo affronta il suo stesso inconscio, la sua Matrix personale, la sua stessa prigione per la mente. Gironzolare alla ricerca di ‘biondine’, o svolazzare per la città, ad esclusivo appagamento della personalità é un vero spreco. Mouser, il più giovane di loro (non è un caso. Egli rappresenta gli ardori adolescenziali disordinati), più avanti farà un discorso sul non negare i propri istinti primordiali e propone a NEO un incontro con la ragazza in Rosso del programma di simulazione agenti. Una vera “Tentazione”.

Le possibili tentazioni astrali nelle quali possiamo incappare, sono raffigurate dalla donna in rosso e rischiano di farci perdere energia. Mi riferisco anche alle polluzioni notturne indotte. Ci sono agenti, entità guardiani, demoni elementari, forme pensiero disordinate, etc., pronti/e ad indurci a versare lo storico vaso d’Ermete. Questo perché in esso risiede il nostro reale potere.

Trattenere il seme è il primo vero atto di rivoluzione interiore, il primo vero atto contro ‘natura’, contro la meccanicità della natura e della sua legge. Ecco perché negare gli istinti primordiali significa negare tutto ciò che ci rende umani, perché essi in realtà sono tutto ciò che ci rende quell’animale intellettuale erroneamente detto uomo.

Un Tantrista è questo che cerca, diventare un uomo vero, un Maestro, un essere Realizzato, un essere auto realizzato e, se questo è il prezzo: bene, lo accetta. Esiste sempre il libero arbitrio, vi pare? Questo non significa non praticare il Sesso, come è stato clamorosamente frainteso dai moderi ordini monastici. I preti avevano moglie un tempo, e le vestali egizie, che sono le moderne suore, praticavano la magia del sesso con i loro uomini. Il seme è un veicolo, e come tale in base all’uso che ne facciamo portiamo dentro il corpo il risultato. L’Uranio nutre la terra fintanto che è in essa, ma quando l’uomo, l’animale intellettuale, lo estrae è pericoloso e nocivo.

L’essere umano non è l’ultimo stadio evolutivo possibile, esiste una possibilità, una reale possibilità di saltare la scala dell’evoluzione e porsi tra gli esseri autorealizzati, i maestri, gli illuminati: la rivoluzione della coscienza è rinunciare agli istinti primordiali, degli istinti animali, in cambio dell’autorealizzazione, dell’autoconoscimento. Esiste anche una questione esclusivamente tecnica, che poco ha a che vedere con la spiritualità, ma ne influisce e ostacola lo sviluppo. Versare il seme non solo ci fa perdere energia e potere, ma nel momento in cui il seme esce, si impregna di elementari, che sono forme di energia bassa che vagano. Essi sono una sorta di larve eteriche, di sporcizia eterica, che si insinua nel corpo fisico in quel vuoto lasciato nella fuori uscita.

Biologicamente si perdono molti elementi utili al miglior funzionamento del corpo, ed è ormai risaputo anche dalla medicina ufficiale che conservare il seme rafforza il fisico e prolunga l’esistenza. Non mi stupisce che qualcuno faccia uso di questa energia per scopi più ‘alti’, per lavorarsi la psiche, per lavorare alla volontà ed all’autorealizzazione. Tutto gira intorno al sesso. Ci avete mai pensato?

Mouser chiama i suoi compagni ipocritici, e forse molti di coloro che stanno leggendo penseranno altrettanto, ma é una questione pratica quella che nuovamente vi pongo, non é morale. La castità del seme è una questione pratica. Se il mio obbiettivo é restare sveglio in astrale ed avere energia per poter lavorare ai miei aggregati psichici (e vi rammento che la lussuria é un aggregato), perdere quella particolare energia é deleterio, e quindi da evitare. E’ così estremamente pratico!

E’ una questione di scelte, non c’é giudizio. Polluzioni notturne, masturbazione e qualunque altra pratica di dispersione seminale toglie energia, fa dormire allegramente la coscienza e spunta la Lancia alla Nostra Signora interiore. Soffoca il fuoco che ci serve per dissolvere i nostri difetti, quel fuoco che è il potere della Spada Fiammeggiante dono di Michael, meglio noto col nome di Arcangelo Michele. L’Arcangelo con la sua lancia di fuoco distrugge il drago simbolo dell’ego. Ogni volta che il seme si versa in quel vuoto che si crea entrano elementi infradimensionali, infra umani. Ecco perché esiste un momento durante la copula della coppia in cui, a seguito dell’orgasmo finale, si percepisce un piccolo istante di distacco tra i due, che viene poi colmato dal sentimento. Ma per un attimo, per un piccolissimo istante, la coppia è divisa.

Esistono due sfere di infrasessualità. Lo stereotipo del Don Giovanni ne incarna la prima di queste due sfere. Saltellare da una conquista all’altra versando il vaso. E qui la domanda sorge spontanea – “ma se è solo un problema di versare il vaso non lo verso, ma continuo nelle mie conquiste?”

Purtroppo non è così. Ogni volta che abbiamo un rapporto condividiamo non solo i fluidi con quella persona. Ogni volta che si cambia un partner si crea uno strappo nei corpi sottili. Questo alla lunga distrugge ogni possibilità di creare i corpi solari, che sono il vestito da sposa dell’anima, distrugge ogni possibilità di crearsi un Anima, senza considerare il fatto in questo genere di rapporto finisce per mancare il collante principale : l’amore. Sono infrasessuali anche coloro che praticano la clausura. Castità significa castità del seme, purezza del seme. Significa non versare il seme e praticare nel matrimonio perfetto. Non c’è controllo, c’è trasformazione delle passioni attraverso l’amore. Le carezze ed i baci sono il fondamento di questo lavoro e solo se c’è amore questo può avvenire. E’ un peccato che questo non è stato compreso e che le moderne Vestali, le suore, abbiamo inteso il matrimonio con Cristo come la privazione del sesso. Il seme è il corpo di Cristo. La castità non è l’astinenza dal Sesso.

Ma ritorniamo a cosa fare quando si va in astrale, il consiglio è: dialogate con la vostra Madre, con la vostra Iside interna, con la vostra Signora e cercate il contatto col Sole interiore, con l’Intimo, col sè reale, con il vostro reale essere. L’Essenza che è l’embrione dell’Anima umana quella piccola parte, quel pezzettino di anima, che si manifesta come coscienza di sè, dovrebbe conversare con la sua Divina Madre personale e ricercare il contatto col Padre, con l’Intimo, con il Dio in noi, con quella parte separata di noi. Cercate a tutti i costi il contatto con esso, come Neo cerca Morpheus. Ognuno, poi, dia i nomi che meglio crede alle cose, ma sappia che si tratta di una vera e propria fetta di sè che abbiamo finito per trascurare ed a volte persino calpestare. Io uso le parole come Dio, Madonna, Cielo, Terra, Spirito Santo esclusivamente affinchè comprendiate che, quando è stato rivelato questo insegnamento, aveva un senso vero, aveva un che di esistere e di pratico per la vita di tutti i giorni. Se comprendete questo, comprenderete in futuro tutto l’insegnamento che è nascosto sotto una religione morte come può essere, ad esempio, il cattolicesimo, che ha finito per diventare un fatto economico e di possedimenti temporali. Questo non significa che i principi ispiratori non fossero una buona traccia da seguire. Ciò che disse Gesù è vera luce per chi lavora a se stesso, ma deve essere compreso ed insegnato. La Religione vera è pratica. La parola “religione” viene da “religere” che significa unire, portare all’uno : THE ONE.

Sì, è vero ci è stato tolto molto. Ma bisogna, veramente, imparare a mettere da parte il rancore e la rabbia per il torto subito, anche solo per il semplice fatto che finisce per nuocere solo a noi stessi. Il rancore genera odio e l’odio vi toglie potere. Ecco perché non dovete odiare, per non ammalarvi dentro. L’ignoranza che costoro hanno gettato su tutto è palese a chi ha occhi per vedere. Hanno trasformato in statue i principi energetici, che sono dentro di noi, per costringerci a guardare fuori di noi, per farci sentire “nulla” ed avere bisogno di loro. Tutto è stato fatto per il potere ed il controllo, ecco perché ci hanno separati, separati dentro: “dividi et impera” in tutti i sensi e nel posto in cui meno avremmo immaginato. Noi non siamo che i figli di quella cultura. Siamo gli ultimi, siamo l’argilla del colosso, siamo i piedi di argilla delle ere delle razze. Dopo l’Oro, l’argento, il bronzo, il ferro, il gigante si piega su se stesso e cade perché ha i piedi di argilla.

Già 2000 anni prima il V.m. Gesù disse ai Farisei – avevate le chiavi e non le avete insegnate. Facile che molti di loro non le avessero neanche capite se hanno continuato a perpetrare lo stesso errore. Chi lo sapeva ha taciuto per esclusivo potere. Aprite gli occhi per poter raccogliere solo ciò che vi serve realmente. La chiesa è vostro appannaggio non di chi costruisce cattedrali.

La chiesa, il tempio, è il vostro stesso corpo, sono le vostre qualità, le virtù del cuore, i vostri buoni sentimenti. E’ con voi stessi e nessun altro che dovrete fare i conti. Il giudizio è dell’uomo non è di Dio. Dovere ritrovare voi stessi, dovete cercare il Padre Vostro che è nei Cieli Interni.

NEO al Computer sta cercando! Egli sta cercando LUI: Morphues. Cerca il contatto col Padre, con l’Intimo, con il suo Essere Reale. Sta cercando Se stesso, l’IO legittimo dell’IO, l’occulto dell’occulto. Morpheus esotericamente rappresenta una delle 24 parti di manifestazione che compongono l’Intimo. Morpheus é la manifestazione del Padre, dell’Intimo, del nostro Essere Reale nel mondo onirico. Morpheus era il Dio dei sogni nella mitologia greca dove tutto era simbolico. Morpheus è uno degli aspetti di Zeus. La mitologia greca è la raffigurazione di tanti aspetti che vivono in noi e nel nostro essere divini. Non sono tante divinità ma una sola. E’ un errore pensare che gli antichi greci adorassero più divinità, è un errore pensare che il loro fosse un credo politeista. Essi in realtà avevano dato un archetipo simbolico ad ognuno degli aspetti della divinità in noi. Diana raffigura un aspetto della Divina Madre (Trinity), quello della caccia. Ed ancora, è Minerva che raffigura l’aspetto della sua forza. Medusa é il potere sessuale trasfigurato. l serpenti in testa sono il potere serpentino, sono il potere del serpente latente in noi, ovvero il nostro potere sessuale, il potere del Titano. Il serpente nella dottrina Arcaica è la raffigurazione del potere sessuale, perché, se risvegliato, come un serpente sorge, si eleva,

sale lungo il midollo spinale. Medusa tramutava in pietra chiunque la guardasse direttamente in viso, perché in essa era la forza che trasforma in pietra, la pietra del sesso. Perseo taglia la testa a Medusa a simboleggiare il dominio sulle passioni. Egli utilizza poi questo potere per abbattere il titanico mostro Krakan; che raffigura Il Karma, la grande legge alla quale siamo tutti soggetti, che tu ci creda oppure no – nessuno è veramente libero fin tanto che esisterà Matrix.

Morpheus, quindi, é il Nostro vero Essere, il Padre Nostro, l’Intimo Personale, l’Essere Reale nella dimensione onirica/astrale, il Padre Nostro della dimensione dei sogni, la manifestazione di Dio, del nostro Essere nei sogni. Morpheus é il Dio del sonno dell’antica Grecia, cioè il Signore dio Zeus dell’onirico. Zeus é Dio. Morpheus è la Guida del Padre nostro nello spazio dei sogni; è la guida ed il Maestro Interiore. E’ Morpheus che addestra NEO, questo a rafforzare ulteriormente l’importanza dei sogni e dello spazio astrale. Esso, l’astrale, è più reale della terra su cui camminiamo, è il nostro mondo reale, è la nostra origine. L’Essenza lì è liberata, che ne abbia coscienza, oppure no…ma questo lo scoprirete solo se riuscirete a svegliarvi quando ne sarete in esso, cioè quando realizzerete quello che si chiama uno “sdoppiamento cosciente”. Morpheus è l’allenatore, la guida personale, il Maestro interiore di NEO. Egli è colui che lo addestra e lo prepara al combattimento lontano dall’arena di Matrix; egli è il maestro ed è il guru. Il problema è che la nostra mente stenta a realizzare come qualcosa, che in qualche modo rientra nel suo concetto di Dio, sia anche contemporaneamente qualcos’altro e magari anche in antitesi. E’ come dire che: Dio è “sempre” “mai” esistito. E’ un paradosso per la mente. Lo stesso concetto di eternità è di difficile comprensione, ma questo solo perché usiamo la mente in modalità bidimensionale. Dobbiamo imparare a ragionare il modo tridimensionale, se non addirittura quadridimensionale, penta, esa, etc.. La mente reale è multidimensionale, cioè sa ragionare su più piani, su più piani di manifestazione. Solo se impariamo a sviluppare la capacità di sentire e l’intuizione, che sviluppiamo le qualità dell’astrale ed impariamo ad usare una mente aperta in modo multidimensionale.

FONTE

Rocco Bruno – Matrix, una parabola moderna

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Fiabe

BIANCANEVE E ROSAROSSA

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C’era una volta una povera vedova che viveva in una piccola capanna e davanti alla capanna aveva un piccolo giardino con due rosai, uno portava rose bianche e l’altro rose rosse. E la donna aveva due bambine che somigliavano ai suoi piccoli rosai: l’una si chiamava Biancaneve, l’altra Rosarossa. Erano così buone, diligenti e laboriose come al mondo non se n’è mai viste, soltanto Biancaneve era più silenziosa e più dolce di Rosarossa. Rosarossa preferiva correre per campi e prati, coglier fiori e prendere farfalle; mentre Biancaneve se ne stava a casa con la mamma, l’aiutava nelle faccende domestiche o, se non c’era niente da fare, le leggeva qualcosa ad alta voce.
Le due bambine si amavano tanto che si prendevano per mano tutte le volte che uscivano insieme, e se Biancaneve diceva: “Non ci separeremo mai!”, rispondeva Rosarossa: “No mai, per tutta la vita!” e la madre aggiungeva: “Quel che è dell’una, dev’essere dell’altra.”
Una sera d’inverno, mentre se ne stavano tutte e tre insieme, qualcuno bussò alla porta, come se volesse entrare. La madre: “Svelta Rosarossa, apri. Dev’essere un poverello che cerca riparo.” Rosarossa andò ad aprire e pensava fosse un povero, ma invece era un orso che sporse dall’uscio la sua grossa testa nera. Rosarossa strillò, ma l’orso si mise a parlare: “Non abbiate paura, non vi farò nulla di male, sono mezzo gelato e voglio solo scaldarmi un po’ con voi.” “Povero orso!” Disse la mamma “Mettiti vicino al fuoco e sta’ solo attento a non bruciarti il pelo.” Poi gridò: “Biancaneve, Rosarossa venite fuori! L’orso non vi farà niente, non ha cattive intenzioni.”
Non passò molto che fecero amicizia ed iniziarono a giocare insieme, l’orso tornò ogni sera alla stessa ora. Quando giunse la primavera, una mattina l’orso disse a Biancaneve: “Adesso devo andar via, e per tutta l’estate non posso più tornare.” – “Dove vai dunque caro orso?” domandò Biancaneve “Devo andare nel bosco a difendere i miei tesori dai nani cattivi: d’inverno, quando la terra è gelata, devono starsene sotto e non possono farsi strada, ma adesso che il sole ha riscaldato la terra, aprono, risalgono, frugano e rubano.”
Dopo qualche tempo, la madre mandò le bambine nel bosco a raccogliere fiori. Fuori videro, disteso al suolo, un grande albero che era stato tagliato e presso il tronco, qualcosa saltava su e giù. Avvicinandosi videro un nano con la faccia rugosa e una candida barba lunga. La punta della barba era incastrata sotto l’albero e il nano saltava di qua e di là per liberarsi.
Biancaneve tirò fuori dalla tasca le sue forbicine e gli tagliò la punta della barba. Appena il nano si sentì libero, afferrò il suo sacco pieno d’oro e se ne andò borbottando “Che maleducate, tagliarmi un pezzo di barba! Il diavolo vi porti!”
Dopo qualche tempo, Biancaneve e Rosarossa vicino al ruscello videro il nano: la barba gli si era intrecciata con la lenza, subito dopo un grosso pesce aveva abboccato e trascinava giù il nano. Le fanciulle tirarono fuori le forbicine e tagliarono un altro pezzettino di barba. A quella vista il nano si mise a strillare “E’ questa, brutti rospi, la maniera di rovinare la faccia a qualcuno?!” Poi andò a prendere un sacco di perle e senza dir altra parola, se lo trascinò via.
Le due bambine qualche tempo dopo videro che un’aquila aveva preso il nano e cercava di portarlo via. Le bimbe pietose tennero stretto l’omino e alla fine l’aquila dovette mollare la presa. Quando il nano si fu ripreso dallo spavento, gridò con la sua voce stridula: “Non potevate trattarmi meglio? Avete tirato tanto il mio giubbetto che si è tutto rotto!” Poi prese un sacco di pietre preziose e si nascose di nuovo nella sua tana. Le fanciulle erano abituate alla sua ingratitudine, proseguirono il cammino. Al ritorno, sorpresero il nano che aveva rovesciato il suo sacco di pietre preziose. Il sole del tramonto batteva sulle splendide pietre che scintillavano di mille colori. All’improvviso dal bosco saltò fuori un orso nero. Il nano balzò in piedi e disse: “Caro signor orso, risparmiatemi! Vi darò tutti i miei tesori!” Ma l’orso non badò alle sue parole e gli tirò una zampata.
Le fanciulle erano scappate via, ma l’orso le chiamò gridando: “Biancaneve, Rosarossa, non abbiate paura!”Allora le bambine riconobbero la sua voce e si fermarono,e quando la bestia le raggiunse, la sua pelle d’orso cadde all’improvviso. Ed ecco, egli divenne un bel giovane tutto vestito d’oro. “Sono il figlio del re” Disse “il perfido nano aveva rubato tutti i miei tesori e mi aveva trasformato in un orso!”
Biancaneve sposò il principe e Rosarossa suo fratello, e si spartirono il tesoro che il nano aveva rubato. La vecchia madre visse ancora con loro per molti anni, tranquilla e felice. Ma aveva portato con sé i due rosai che ogni anno dava loro le più belle rose, bianche e rosse. – Jacob e Wilhelm Grimm

Un’interpretazione della fiaba secondo la psicologia del profondo

Questa fiaba, pur essendo un classico dei fratelli Grimm, si distacca dalla loro tipica atmosfera ambigua, con tratti di paura e crudeltà. Biancaneve e Rosarossa si apre in un clima di totale tranquillità: le due bambine si vogliono bene, vanno d’accordo e collaborano con la mamma, sono legate da un affetto profondo e vivono in totale armonia con la natura. Nella loro casa sono sicure, ma anche fuori non corrono pericoli.
Nel loro essere così diverse eppure così profondamente legate, le due sorelle incarnano la
metafora del susseguirsi delle stagioni, fasi del ciclo naturale e della vita umana. Biancaneve rappresenta l’inverno, già il suo nome richiama il freddo e le immacolate distese innevate dove regna il più perfetto silenzio; mentre la natura si riposa, nelle case ci si dedica alle faccende domestiche e alle letture vicino al camino, non a caso le attività preferite di Biancaneve.
Sua sorella invece ama correre, raccogliere fiori e stare a contatto con la natura; Rosarossa simboleggia l’estate col suo calore e la sua spensieratezza, il momento in cui il creato si risveglia e dona i suoi frutti. Il nome Rosarossa diviene così facile da scomporre e ricongiungere ai fiori
della primavera ed al rosso dei frutti maturi d’estate, colore del sangue, della vita e dell’amore.
L’elemento di unione tra le bambine è sicuramente la madre, che con la battuta “Quel che è dell’una, dev’essere dell’altra” esplicita l’indissolubileinterdipendenza tra i due aspetti dell’esistenza. Essa rappresenta la Madre Terra, un clima di fiducia e protezione che non necessita dell’elemento maschile per generare i suoi figli (assenza del padre nella fiaba). La madre di Biancaneve e Rosarossa simboleggia la natura che veglia sulle sue creature e garantisce il rinnovarsi delle stagioni, una natura nutriente, accogliente ed amorevole. Per quanto paradisiaco quest’equilibrio non è però esente da scosse e crisi, spaventose quanto necessarie al passaggio da uno stadio all’altro. Nella fiaba le vicissitudini delle bambine simboleggiano le difficoltà del transito tra una stagione e l’altra dell’esistenza, tra la calma sicurezza dell’infanzia e l’impeto dell’estate. Così come la natura soffre del brusco passaggio tra ghiaccio e sole, così Biancaneve e Rosarossa devono affrontare nuovi timori per poter raggiungere la maturità, primo fra tutti l’arrivo dell’orso.
Non è un caso che l’idillio presentato all’inizio della storia improvvisamente si interrompa: la totale assenza di paura era necessaria nella prima fase di vita delle protagoniste, poiché solamente una completa fiducia nell’aspetto materno del mondo poteva garantirne uno sviluppo armonico.
Ciò che si legge nell’incontro tra Biancaneve, Rosarossa e l’orso è proprio questa capacità dell’aspetto materno introiettato di scogliere le paure del passaggio alla vita adulta.
Siamo in inverno, fuori nevica e le tre donne sono davanti al camino; è la stagione di Biancaneve, quella dell’infanzia, della purezza e del pudore e così come la natura si prepara a rinascere, così le due bambine sono pronte a divenire donne. L’avviso è dato proprio dall’orso che bussa alla porta e non è una casualità che sia Rosarossa ad aprirgli: il suo colore è il rosso e la sua stagione è l’estate; questo colore può rappresentare il menarca e la maturità sessuale, ma anche il calore dell’amore di coppia, differente da quello materno e fraterno.
L’orso simboleggia l’irruzione dell’uomo nella triade femminile; la scoperta della sessualità impone l’incontro col polo opposto e questa necessità si presenta improvvisamente alla porta senza avvisare. Il fatto che l’uomo arrivi sottoforma di animale sottolinea la natura istintuale delle sessualità, laddove la psiche è solita rappresentare gli istinti proprio con immagini di animali selvaggi. L’orso incarna in questa veste il futuro amante, anche se le bambine non possono ancora vedere il principe
L’arrivo dell’animale genera una prima reazione di paura, ma dalla sua stessa voce scopriamo subito che non ha cattive intenzioni; l’unica a restare tranquilla è la mamma che anzi, invita lui ad entrare e le bambine a venir fuori per incontrarlo. L’importanza di questa scena è fondamentale poiché determina tutto il corso della fiaba: se nel timore iniziale le bambine avessero seguito l’istinto di lasciar fuori l’orso, quest’ultimo sarebbe rimasto fuori al freddo fino a congelarsi. Il gelo dell’animale avrebbe rappresentato l’esclusione della sessualità dall’Io delle bambine, condannandole ad una vita di ferrea moralità, frigidità e terrore.
L’elemento chiave della scena è la madre, colei che consente il pacifico incontro tra le bambine e l’orso. Affrontando l’animale senza paura si scoprirà che non ha alcun intento divorante, bensì diverrà compagno, amico e difensore. Biancaneve e Rosarossa iniziano spazzolando il pelo dell’orso e finiscono per instaurare una relazione duratura, fino al matrimonio.
L’iniziale aspetto giocoso di questo rapporto sottolinea la natura “libera” della scoperta sessuale, senza regole troppo ferree e con continui avvicinamenti/distacchi fino al raggiungimento del giusto equilibrio.
Il passaggio all’adultità non è tuttavia un percorso lineare. Con l’arrivo dell’estate l’orso è costretto a tornare al suo habitat naturale lasciando le bambine in casa della madre. Questo momentaneo allontanamento segna un momento di stasi in cui Biancaneve e Rosarossa devono liberarsi definitivamente degli atteggiamenti infantili. E’ in questo frangente che compare il personaggio del nano.
Questo piccolo essere è legato sia alle protagoniste che all’orso. Si scopre infatti alla fine della fiaba che è proprio il nano l’artefice della maledizione che costringe il principe alle sembianze animalesche. In tal senso l’antagonista simboleggia proprio lo spirito dell’infanzia, quella disposizione del Sé che respinge la sessualità ad uno stadio puramente istintuale. Il nano rispecchia difatti la mancanza di una vera morale ancora non sviluppata nei bambini, sostituita da una paura di tipo sociale. Ecco perché la sua principale preoccupazione pare essere quella di “salvare la faccia”: è sempre insoddisfatto, non accetta critiche, sempre invidioso ed inaccessibile all’amore. In questo comportamento si intravedono le possibili conseguenze di una prolungata permanenza nell’infanzia, in uno stato di dipendenza e di pudore malsano. L’Io-bambino diviene dispettoso ed interferisce nel cammino delle protagoniste durante il loro distacco dalla casa materna.
L’elemento in primo piano durante gli incontri col nano è la sua lunga barba bianca. Il bianco si ripresenta nuovamente come simbolo dell’infanzia, ma questa volta, legato alla vecchiaia e alle rughe del nano, simboleggia la condizione, ormai obsoleta, dell’Io. Biancaneve e Rosarossa hanno bisogno di tagliare definitivamente il legame con questa parte arcaica per poter trovare il principe. Ecco perché Biancaneve non ha altro modo di liberare il nano se non con le forbici. La reazione del vecchio è giustificata, mentre è più significativa è quella delle protagoniste, le quali di fronte alla maleducazione del nano, rispondono con tranquillità e senso dell’umorismo. Alla base di un simile comportamento c’è quella stessa fiducia, in sé e nella madre terra, che ha permesso alle bambine di giocare con l’orso senza averne paura.
La coscienza infantile rimane in vita nonostante i “tagli” fin quando non interviene l’orso. Nano ed orso sono legati dalla maledizione e si combattono a vicenda poiché rappresentano aspetti autoescludenti dell’Io.
Fortunatamente l’animale e le bambine sono già amici, l’orso selvaggio è stato addomesticato ed i suoi impulsi sono stati sostituiti da un amore adulto, pronto ad accogliere le donne che Biancaneve e Rosarossa sono diventate. Basta un’ultima zampata al nano e le protagoniste sono libere, così come il principe. Il passaggio alla maturità consente a Rosarossa e Biancaneve di poter finalmente vedere le vere sembianze del maschile, non più selvaggio e spaventoso, ma bello e coperto d’oro. La tappa conclusiva è quindi quella del matrimonio, simbolo di integrazione delle varie parti del Sé, conclusione di un sano percorso di crescita. Come in tutte le fiabe questo momento non viene raccontato, così come non viene descritto l’aspetto del consorte; sono aspetti poco importanti, ciò che conta è che tutto sia andato bene.
La presenza della madre in tutta la storia, anche dopo il matrimonio, è un’ulteriore rassicurazione: i bambini dipendono dalle figure genitoriali e hanno bisogno di credere che non resteranno mai soli per sviluppare una sana fiducia nelle proprie capacità. Qualsiasi difficoltà dovranno affrontare, non perderanno mai l’amore e l’appoggio dei loro genitori, anche quando questi ultimi non saranno presenti fisicamente, ma solo come positive introiezioni.

di Martina Marchetti

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Esoterismo

LA ROSA

DAT ROSA MEL APIBUS

La rosa è un simbolo veramente complesso, poiché racchiude in sé – più d’ogni altro fiore – significati tra loro totalmente contrastanti. È, infatti, ambivalente, potendo contemporaneamente significare perfezione celeste e passione terrena, tempo ed eternità, vita e morte, fecondità e verginità.

Secondo la superstizione popolare, molto diffusa soprattutto nel Medioevo, e che ha avuto una notevole influenza in molte leggende tipiche anche del nostro folclore, era il fiore che le streghe preferivano, in quanto ritenuto particolarmente idoneo a provocare il male, forse a causa della presenza sul suo stelo di molte spine; ma nel frattempo, era pure il fiore prediletto dalle fate, che se ne servivano spesso per recare felicità e benessere alle persone buone. In questa circostanza, così come in molte altre, la rosa sa concentrare significati in netto contrasto tra di loro, come odio ed amore, quasi che entrambi discendessero da un unico ceppo, o fossero due facce di una sola medaglia; a pensarci bene, non è poi tanto illogico, essendo entrambi dei sentimenti, delle passioni e queste, come sappiamo, non conoscono vie di mezzo. Nella vita umana, tanto per citare un esempio concreto, se un rapporto tra due persone termina in modo traumatico, non di rado all’amore e alla stima subentra in ambo le parti il disprezzo, l’odio, il rinfacciarsi reciproco di colpe e di difetti; e questi sono tanto più intensi e radicati quanto più forte era il legame affettivo che si è interrotto.

Tornando al nostro argomento, la rosa, possiamo affermare che questo fiore, forse anche per la sua struttura a forma rotonda (non dimentichiamo che in Occidente il cerchio era considerato sin dai tempi più antichi un modo per indicare la perfezione) è stato sempre reputato simbolo di completezza: rappresenta, infatti, la profondità del mistero della vita, la bellezza, la grazia, la felicità, ma anche la voluttà, la passione ed è perciò, spesso associato alla seduzione.

Essendo stato da sempre un fiore abbinato alle divinità femminili, esso è amore, vita, creazione, bellezza e verginità; la sua rapidità nell’appassire simboleggia, al contrario, morte e sofferenza, e le sue spine evocano, invece, il sangue ed il martirio.

Sempre per affinità al cerchio, ossia ad una cosa che non ha né inizio né fine, alla rosa si associa spesso un significato di sistematicità, di ciclicità.

Questo fenomeno, tuttavia, non si limita ad essere puramente periodico, ma presenta anche un suo progresso temporale, un suo divenire, un suo traslare nel tempo: come una ruota di bicicletta che, dopo un giro, ritorna sì nella posizione iniziale, ma in un luogo diverso da quello precedente.

La rosa è pertanto anche il simbolo del divenire e, per traslato, indica il perpetuarsi della vita umana da quella terrena verso un’altra dimensione a noi per il momento ignota, che i credenti chiamano aldilà e che trova il suo culmine, il suo compimento totale nella resurrezione.

Per questo motivo la rosa viene usata per raffigurare anche oltre alla vita eterna, la primavera che, se vogliamo, è un piccolo assaggio terrestre della resurrezione celeste che ci attenderà alla fine della nostra esistenza.

Tuttavia, anche chi non ha il dono della fede può facilmente riconoscere che tutta la nostra esistenza è continuamente attraversata da fasi cicliche: di alcune di loro – come ad esempio l’alternarsi delle stagioni – sappiamo la periodicità, ma di moltissime altre siamo all’oscuro.

Se, ad esempio, siamo malati o in condizioni critiche dovute a qualsivoglia causa, come possiamo determinare se e quando queste scompariranno per far di nuovo posto a periodi di gioia, di serenità, di ristabilimento della salute fisica? E, una volta raggiunto questo stato di benessere, non abbiamo forse paura che la ciclicità della nostra esistenza ci arrechi di nuovo momenti di disagio?

Comunque la si consideri, la nostra vita è composta da un alternarsi di cicli, e questo vale per ognuno di noi.

Nell’ambito dei fiori, per quanto detto prima, la rosa è quello che più d’ogni altro è in grado di rappresentare la periodicità degli avvenimenti umani che si svolgono nel corso della nostra vita. È inoltre simbolo di silenzio e di riservatezza: una rosa era infatti appesa o raffigurata, nelle sale di consiglio per indicare riserbo e discrezione.

Per questo motivo papa Adriano VI fece scolpire sui confessionali una rosa a cinque petali, simbolo del sacro vincolo della segretezza che ogni sacerdote deve mantenere nei riguardi dei penitenti che si rivolgono a lui nella confessione, e la locuzione latina “sub rosa” aveva appunto il significato di una cosa rivelata in assoluta segretezza e confidenza.

La rosa d’oro denota la perfezione.

La rosa rossa il desiderio, la passione, la gioia, la bellezza, il rapporto sessuale; è il fiore di Venere e il sangue di Adone e di Cristo.

La rosa bianca è il fiore della luce; simboleggia l’innocenza, la verginità, lo sviluppo spirituale, il fascino.

La rosa bianca e rossa insieme rappresentano l’unione di fuoco ed acqua, una specie di unione degli opposti, mentre quella azzurra è il simbolo dell’impossibile.

La rosa a quattro petali raffigura la divisione in altrettanti parti del cosmo (terra, acqua, fuoco e cielo), in altre parole gli elementi che nell’antichità alcuni filosofi consideravano primordiali e dai quali traeva origine tutto il creato. La rosa a cinque petali rappresenta invece il microcosmo.

La Rosa dei Venti è raffigurata sotto forma di un cerchio che racchiude una croce doppia indicante le quattro direzioni cardinali e quelle intermedie; in essa sono quindi presenti contemporaneamente i simboli del cerchio, del centro, della croce e dei raggi della ruota solare. Lo stesso concetto può estendersi anche al rosone.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

Vediamo ora che cosa questo fiore rappresenta simbolicamente per le principali religioni della terra, iniziando con quella cristiana. Nell’iconografia cristiana, questo fiore, per la sua bellezza e fragranza, viene adoperato per indicare il ParadisoInoltre la rosa bianca è sinonimo d’innocenza, di castità e di purezza e, per traslato, è uno dei modi in cui si rappresenta la Vergine Maria, anche se in alcuni racconti – non appartenenti però alla cultura occidentale – è uno dei modi con cui può essere raffigurata la morte.

Al contrario, la rosa rossa è il simbolo della carità che, se spinta fino ai limiti estremi, può anche portare al martirio. Non a caso, infatti, una leggenda d’ispirazione cristiana vuole che il suo colore rosso sia stato generato dal sangue di Cristo sulla Croce. Ha pertanto anche il significato simbolico delle piaghe del Cristo dalle quali sgorgò il Suo Sangue per la redenzione dell’umanità. Le rose di color rosato sono l’emblema del Bambino Gesù, mentre quelle gialle quello dei Re Magi.

Possiamo osservare che la rosa assume significati fortemente contrastanti: passione e morte, gloria e resurrezione, in altre parole la vita eterna.

Nella religione cristiana queste entità costituiscono tuttavia, pur nella loro palese contrapposizione, un’unità inscindibile: infatti, non si può ottenere la resurrezione se non passando per la morte e non si può raggiungere la gloria se non transitando attraverso la passione.

La rosa è, dunque, il fiore che più d’ogni altro si presta a rappresentare metaforicamente gli eventi cardini della religione cristiana. Viene anche usata per ricordare il Sacro Graalossia la Coppa che, secondo la tradizione, fu adoperata da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena.

La Chiesa stessa è talvolta indicata nella Bibbia come Rosa di Sharon: le sue spine sono i peccati di cui essa si è macchiata nei secoli e, più in generale, quelli di tutti i credenti, mentre la rosa senza spine o Rosa Mistica è un altro titolo con il quale viene lodata la Vergine Maria, proprio per mettere in evidenza il Suo concepimento senza peccato originale (quindi senza spine).

La rosa d’oro – oltre alla perfezione ed all’incorruttibilità – è anche un simbolo del pontefice romano e quindi, per traslato, anche di Cristo, di Cui egli è il Vicario in terra. Papa Urbano II38– nel 1096, benedisse per la prima volta una Rosa d’Oro in occasione di una cerimonia, che si svolgeva fino a non molto tempo fa nella quarta domenica di Quaresima (detta per l’appunto Domenica delle Rose Domenica Laetare), considerata una sosta di giubilo nel cammino della penitenza che conduce il popolo cristiano alla celebrazione della Pasqua. Il Papa benediceva un fiore finto fatto di materiale aureo e detto appunto Rosa d’Oro, per farne dono ora ad alcune autorità civili (come il Prefetto di Roma), ora a qualche principe cattolico in segno di predilezione. Come fecero Urbano V che la assegnò nel 1367 alla regina di Sicilia Giovanna, Pio IX, che nel 1867 la donò alla regina di Spagna Isabella II.

Papa Pio XI infine, regalò la Rosa d’Oro all’allora regina d’Italia Elena di Savoia, in occasione della firma del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano. Prima dell’avvento del Cristianesimo, tra il mese di Maggio e quello di Luglio, si tenevano nell’antica Roma delle festività denominate Rosalie, e la Pentecoste, grazie anche alla sua collocazione indissolubilmente legata alla Pasqua, e quindi al periodo primaverile, prese in un certo senso il posto di queste ricorrenze pagane, così come avvenne anche per il Natale, per la cui celebrazione si scelse il 25 Dicembre, giorno nel quale si celebrava la festività del Sole Invitto.

Fino ad alcuni secoli orsono, in occasione della festa di Pentecoste, era costume far piovere sui fedeli, durante la celebrazione della Santa Messa, petali di rose e batuffoli di stoppia accesi, per ricordare che il manifestarsi dello Spirito Santo sugli apostoli avvenne attraverso la discesa di lingue di fuoco, simili appunto a petali di rose. Per tale ragione, la Pentecoste viene anche chiamata Pasqua delle Rose o Pasqua Rosata. Secondo il monaco Beda la tomba, dove Cristo fu collocato una volta deposto dalla croce, era dipinta di rosso e di bianco, dei due colori che, mescolati insieme, formano il rosa; anche in questo caso, come possiamo notare, c’è una perfetta commistione, una sintesi totale di due colori che rappresentano di per sé sentimenti opposti, contrastanti e la cui sintesi trova la sua più totale realizzazione proprio nel rosa, inteso sia come colore sia – in senso lato – come sostantivo.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE ISLAMICA

Come nel mondo cattolico la rosa simboleggia il sangue del Cristo, così in quello islamico rappresenta il sangue di Maometto, il suo profeta.

Nella Rosa di Baghdad il primo cerchio rappresenta la Legge, il secondo il Cammino, il terzo la Conoscenza e tutti e tre i cerchi insieme raffigurano la Verità ed il nome di Allah. Anche in questo caso vi sono molte analogie simboliche tra le due religioni monoteiste.

Sa’di (1184 circa – 1291 circa), mistico musulmano, fu uno dei più importanti poeti persiani; questo non è quasi sicuramente il suo nome reale, bensì il titolo con il quale venivano all’epoca chiamati i saggi ed i filosofi, e potrebbe essere l’analogo di Maestro, appellativo con il quale i cristiani chiamano talvolta Nostro Signore.

Nell’opera da lui scritta “Il Roseto” – in lingua originale Golestàn – l’autore definisce il giardino delle rose come il luogo dove si raggiunge il grado più alto della contemplazione. Questa opera è molto nota nella letteratura persiana; la sua ricchezza di simbolismi e l’importanza che ebbe per la diffusione della cultura e della lingua musulmana nei secoli successivi, la rende paragonabile alla nostra Divina Commedia scritta neanche un secolo dopo.

È sostanzialmente un importante documento che illustra la vita politica, sociale e religiosa di quel periodo nel mondo persiano, nel quale sono descritti con minuziosa cura i personaggi dell’epoca, dai principi agli schiavi, dai dignitari di corte ai ladri.

In definitiva, uno spaccato della vita quotidiana, filtrata però attraverso l’occhio benevolo di un saggio che, avendo appunto visto e sperimentato di tutto nella sua esistenza, valuta quello che lo circonda con una certa indulgenza ed in maniera abbastanza bonaria.

Il carattere dello scrittore che traspare da quest’opera è quello di un uomo ricco di doti morali, che tende a giudicare con moltissima prudenza tutto ciò che succede intorno a lui, senza emanare giudizi severi ed inappellabili anche nei riguardi di coloro che agivano disonestamente, ma sforzandosi di trovare anche in loro del bene e dei valori morali. Sotto questo punto di vista si può affermare che fosse più che giustificato l’appellativo di saggio che gli fu unanimemente riconosciuto.

Nel mondo egiziano le rose erano fiori sacri alla divinità Iside, poiché rappresentavano l’amore puro del tutto liberato dall’aspetto carnale; ma è nel mondo greco-romano che il culto della rosa ha trovato maggiore sviluppo.

LA ROSA NELLA GRECIA CLASSICA

Presso i Greci la divinità Aurora è spesso chiamata – tra gli altri da Mimnermo, poeta lirico dell’antica Grecia, vissuto tra il VII ed il VI secolo a.C. ed Omero – “La dea dalle dita di rosa” (rododaktulos), proprio perché associata al sorgere del sole. Saffo, invece, dà questo attributo alla luna. Limitandoci per questione di spazio e di tempo al solo campo della lirica, notiamo frequenti riferimenti alla rosa da parte di poeti e di lirici appartenenti a varie epoche e di stili letterari diversi: dai bellicosi Omero, Mimnermo ed Alceo ai più idilliaci Ibico, Teocrito ed Asclepiade, poeta esaltatore dell’amore.

Secondo Anacreonte le rose sono profumo per gli dei e gioia per gli uomini.

Nessun poeta greco, tuttavia, amò questo fiore più di Saffo; la quale predilige più d’ogni altro tutto ciò che è delicato, e paragona a questo fiore la bellezza delle fanciulle. Costei, inoltre, intitola “Le rose della Pieria” una sua composizione, volendo con questo identificare l’intera sua poesia con il suo fiore prediletto. Presso gli antichi Greci, la rosa è il simbolo della gioia, della bellezza, dell’amore e del desiderio; era il simbolo della dea Afrodite, veniva coltivata nei giardini funerari ed era spesso ornamento di tombe, per garantire al defunto il raggiungimento dell’immortalità nell’altra vita.

Corone di rose adornavano poi le statue del dio Dioniso ed erano anche al collo delle sue scatenate seguaci, le Baccanti. Dioniso era, fra l’altro, il dio del vino e ghirlande di rose cingevano coloro che partecipavano ai banchetti in onore di questa divinità, proprio perché si credeva che tale fiore era in grado di tenere lontano gli effetti negativi – come ad esempio il mal di testa – che un abuso di questa bevanda poteva provocare, od anche perché si riteneva che aiutasse le persone ubriache (molto comuni tra i seguaci di questa divinità) a non rivelare i segreti di cui erano a conoscenza e che sotto l’influsso della ebbrezza avrebbero potuto esternare.

Fu molto probabilmente anche per questo motivo, che la rosa è poi diventata simbolo della riservatezza.

Con la rosa erano poi raffigurati il dio Helios e le Muse oltre alla già citata Eos, dea dell’aurora.

LA ROSA NELLA ROMA LATINA

Anche presso gli antichi Romani la rosa rivestì una notevole importanza; così come presso i Greci, era uno dei fiori con il quale venivano adornate le tombe.

Ciò avveniva principalmente in cerimonie chiamate Rosalia che avevano luogo, secondo la località in cui erano svolte, in un periodo compreso tra il mese di Maggio e quello di Luglio; in questi riti si offrivano delle rose ai Mani, le anime dei defunti ritenute divinità protettrici del focolare domestico. Anche la dea degli inferi, Beate, veniva talvolta raffigurata con una corona di rose sul capo.

Era poi consuetudine gettare petali di rose al passaggio dell’imperatore ed era fatta di rose la corona che egli portava sul suo capo. Il poeta latino Decimo Magno Ausonio associa alla rosa la fugacità della vita; in un suo idillio egli recita: “Uno sola giornata comprende la vita della rosa; essa in un solo attimo congiunge la giovinezza e la vecchiaia”, riprendendo il motivo del carpe diem oraziano ed anticipando temi che troveranno ampio spazio nel Rinascimento.

Anche molte iscrizioni funebri riprendono questo tema; ne sono state trovate alcune, deposte soprattutto per ricordare chi era defunto in età giovanile, con scritto: “Nacque e subito morì, proprio come una rosa”. Nel romanzo “L’Asino d’oro” di Lucio Apuleio, la dea Iside promette a Lucio, trasformato da un maleficio in un asino, di farlo ridiventare uomo durante una processione dedicata alla dea, non appena costui avesse mangiato una corona di rose che il sacerdote di Iside gli avesse consegnato.

Si riteneva, quindi, che la rosa fosse dotata di poteri magici e che fosse alla base di ogni processo di rigenerazione che riguardava l’essere umano.

Questo è anche testimoniato dall’affinità del termine latino rosa con quello ros che sta ad indicare pioggia, rugiada, elementi indispensabili allo svilupparsi ed all’evolversi della vita sulla terra. A proposito di quanto ora detto, è abbastanza singolare che il nome rosa sia comune in quasi tutte le lingue europee, con piccole varianti: die Rose in tedesco; rose in francese, danese, inglese; rosa in spagnolo, italiano ed ancor prima in latino; roza in ungherese; ros in svedese; royz in yiddish, solo per citarne qualcuna.

Trattandosi sia di lingue derivate dal latino che da altri ceppi, possiamo a ben ragione affermare che questo fiore abbia diritto di essere considerato un elemento unificatore del nostro continente. Nell’alchimia e nelle scienze magiche in genere, la rosa bianca e quella rossa sono ritenute gli elementi primordiali di cui si ritiene composta la materia esistente: la prima come sostanza “volatile” e la seconda come ingrediente “in combustione”. Secondo questa teoria, la pluralità delle forme della materia è da attribuirsi proprio ad un diverso rapporto tra le due sostanze base.

SIMBOLOGIA DELLA ROSA

L’unione tra la rosa e la croce – oltre ad essere alla base della figura del rosone – è il simbolo dei Rosacroce, setta di impronta evangelica che nacque in Germania nel XVII secolo, per diffondersi successivamente in Francia. Il loro nome deriva da un adepto della setta, il cavaliere tedesco Kristian Rosenkreuz, vissuto nel secolo XV, la cui tomba venne scoperta in Marocco. I “Rosacrociani”, che si vantavano di predire l’avvenire e di poter guarire malati incurabili, avevano per simbolo una rosa a cinque petali posta al centro di una croce.

Questo emblema ricalca, peraltro, quello di Martin Lutero . Nel mondo della massoneria la rosa riveste un’importanza fondamentale; durante il funerale di un “fratello” è, infatti, costume gettare nella tomba tre rose di colore diverso, dette Rose di San Giovanni che significano amore, luce e vita. Il 24 Giugno, giorno della festività di San Giovanni è consuetudine decorare gli interni di ogni loggia massonica con tre rose di diverso colore. Anticamente i Germani eseguivano in onore della divinità Ziu (l’equivalente del dio Marte) la “Danza della spada”, nella quale veniva simulato un combattimento tra giovani ballerini. Costoro, al termine della danza, univano le punte delle loro spade in modo da formare una rosa, e portavano in trionfo il corifeo, ossia colui che aveva guidato il ballo propiziatorio.

Sempre nella cultura tedesca – soprattutto nella poesia popolare – la frase Im Rosengarten sein” (Essere nel Giardino delle rose) ha un doppio ed opposto significato, uno dei quali indica l’amore casto e puro, l’altro, invece l’amore in senso passionale, biblico, che deriva da un rapporto carnale: un altro esempio della dualità che questo fiore è capace di concentrare in sé.

Nel mondo cinese la rosa non riveste quella importanza simbolica che ha invece nelle nostre latitudini; essa viene il più delle volte associata alla gioventù, in ogni caso mai all’amore. Nel campo dell’araldica le rose sono di solito raffigurate in maniera stilizzata, con cinque, sei oppure otto petali. Tra gli emblemi dove questo fiore viene raffigurato, ricordiamo quelli già citati delle casate dei Lancaster (rosa rossa) e degli York (rosa bianca) , dei Tudor (rosa con petali bianchi striata di rosso), dei principi tedeschi di Lippe, dei conti di Altenburg. Infine, tra le città nei cui stemmi appare questo fiore, ricordiamo quella inglese di “Southampton” (una rosa rossa e due bianche), e quella tedesca di Lipstadt.

FONTE : Corrado Colafigli e Maurizio Saudelli – Spigolando tra le Rose

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