Esoterismo

RULE OF ROSE

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Rule of Rose è un videogioco appartenente alla categoria survival horror uscito nel 2006 per PlayStation 2.

Il gioco è un survival horror in terza persona, e le sue vicende ruotano attorno ad una ragazza, Jennifer, che viene fatta prigioniera da un gruppo di bambini sadici e crudeli che credono di far parte di un clan di soli bambini, conosciuta come la Nobiltà del Pastello Rosso. Sotto minaccia di morte, Jennifer è costretta a fare un’offerta richiesta dal leader del clan, la Principessa della Rosa Rossa, e sottostare alle loro regole.

Jennifer è inoltre anche talvolta perseguitata da delle creature ominidi, denominati IMPS (dall’inglese, folletti) che appaiono dal nulla, e tra le sue armi a diposizione ci sono vari utensili domestici di diversa natura, e in rari casi, anche armi vere e proprie.

Come nel caso di Haunting Ground, la protagonista è affiancata da un cane che svolge per lei diverse funzioni, come la ricerca di oggetti, la difesa o mosse diversive, per aiutare Jennifer quando ella è in difficoltà con gli ominidi.

CRITICHE E CONTROVERSIE

Molti contenuti del gioco, a tratti crudi e brutali per un gioco in cui sono presenti bambini fu un evento alquanto insolito per un videogioco, e fece scalpore in molti paesi. Nel novembre 2006 il gioco è stato criticato da alcune testate nazionali italiane (tra le quali Panorama e il Quotidiano Nazionale) sostenendo la presenza di scene di sadismo, violenza sessuale e pedofilia.

TRAMA

La trama narrata dal gioco è una probabile proiezione del subconscio della protagonista, che mescola elementi onirici ai suoi ricordi del passato, e alle sensazioni da lei percepite nel corso della sua vita. L’introduzione del gioco mostra Jennifer, assopitasi sopra una panchina in un parco accanto al suo cane, che viene svegliata dal arrivo imminente di una pioggia, e piangendo sommessamente, abbraccia il cane. Tale filmato lascia intendere che Jennifer abbia solo sognato quanto accade durante il gioco, tuttavia, questo punto non viene chiarito del tutto, lasciando il giocatore nell’ombra del dubbio.

Capitolo Primo : La Piccola Principessa

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Inghilterra. È una sera del 30 marzo 1930. Jennifer dorme sul sedile di un autobus in attesa di arrivare a una meta non dichiarata, mentre un bambino legge un quadernetto logoro nel quale è scritta una sorta di fiaba, che recita:

C’era una volta, una bambina preziosa. La sua amica, la Principessa della Rosa Rossa, era sempre dalla sua parte. Un giorno però, la sua mamma ed il suo papà morirono improvvisamente. Anche la principessa scomparì, lasciando la bambina completamente sola, e la povera bambina fu mandata in una strana casa.

A quel punto, il bambino le si avvicina offrendole il libro, e le chiede di finire di leggere la storia. La ragazza prende il quadernetto e inizia a leggerglielo, ma in quel momento il bambino sgattaiola fuori dal autobus, e Jennifer si precipita sulle sue tracce, lungo una collina buia, fino ad arrivare presso una villa, un orfanotrofio chiamato Il Giardino delle Rose (Rose Garden Orphanage), dove si addentra.

Superato il cortile, dove due bambine incappucciate bastonano a morte un animale non specificato intrappolato in un sacco, Jennifer entra nel edificio, apparentemente disabitato, e scorge nuovamente il bambino, che si reca sulla soffitta. Quando Jennifer lo raggiunge, lui, ridendo sarcasticamente, le chiede di finire di leggere la storia, e lei, riluttante finisce il racconto iniziato dal bambino:

E la povera bambina fu mandata in una strana casa. Nella sua nuova casa, il Club degli Aristocratici viveva secondo le “Regole della Rosa”, ma la bambina si ritrovò molto sola…

A quel punto, il bambino dice che è l’ora del funerale, specificando che si tratta di un suo caro amico e la esorta a raggiungerlo, poi scappa ancora. Jennifer giunge in un cortile, dove in precedenza alcuni bambini stavano celebrando una sorta di funzione funebre a qualcosa. Quando i bambini si dileguano, Jennifer si precipita immediatamente a scavare, fino a trovare una cassa lunga quanto una bara, vuota. A quel punto si avvicinano tre bambine, Diana, Eleaor e Meg, che aiutate degli altri bambini rinchiudono Jennifer nella cassa.

Capitolo Secondo : Lo Sfortunato Campo Di Trifogli

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È il primo giorno di aprile. Jennifer riprende i sensi, e si accorge di essere legata ad un palo in un ripostiglio. In quell’istante, si accende un altoparlante, dal quale proviene la voce del bambino incontrato prima che le spiega la sua nuova situazione: essendo ora sotto la Regola della Rosa, lei è incaricata di trovare il dono richiesto mensilmente dalla Principessa della Rosa Rossa, e sottostare agli ordini dei relativi membri e non trasgredire o mancare ai suoi doveri, pena la sua morte. Non potendo fare altro, la ragazza decide di assecondare la voce, e questa la libera tramite un meccanismo.

Libera, Jennifer viene avvicinata dal Cavaliere Secchio, un pupazzo fatto di manici di scopa e stracci, che la supplica di ritrovare la sua “testa”, ovvero un secchio. Jennifer ritrova il secchio e glielo restituisce, e grato, il Cavaliere si offre di aiutarla, spiegandole che qualora lei non sappia cosa fare, lui glielo rammenterà ogni volta. Quindi Jennifer prosegue oltre, e si rende conto di trovarsi a bordo di un dirigibile. Ispezionando l’area circostante, giunge presso l’area riservata agli “aristocratici”, nella quale si trova una porta particolare, con una sorta di contenitore offertorio attaccato ad essa. Sopra questo contenitore, è affisso un manifesto recante l’offerta richiesta del mese: Una bellissima farfalla.

Camminando tra i vari macchinari dell’impianto, Jennifer scorge un cane legato e sospeso ad una corda. Non potendo fare momentaneamente nulla per liberarlo, Jennifer cerca qualcosa con cui aiutarlo e allora continua la sua ricerca. S’imbatte nella piccola Olivia, che subito si ritrae alla sua presenza, lasciando alle sue spalle una farfalla morta, e Jennifer coglie l’occasione per prenderla e portarla all’offertorio. La sua offerta, però, viene prontamente rifiutata per il pessimo aspetto. Jennifer ricomincia quindi a cercare l’offerta, quando improvvisamente incrocia un uomo, il tuttofare Gregory, che gli porge un quadernetto nel quale è scritto un altro racconto, Lo sfortunato campo di quadrifogli, e Jennifer inizia a leggerlo:

C’era una volta, una ragazza sfortunata. Tutto quello che voleva era essere felice, quindi andò in un campo di trifogli. Trovò un trifoglio con una sola foglia, ma lo gettò via per la strada. Trovò un trifoglio a due foglie, ma esso scivolò nell’ombra. Trovò un trifoglio a tre foglie, ma una strega lo nascose. Lei voleva trovare un quadrifoglio, ma era troppo sfortunata.

Finito di leggere la storia, l’uomo scompare, e la ragazza, lungo il cammino, incontra nuovamente il bambino dell’autobus, mentre fugge da un ripostiglio. All’interno di esso, Jennifer scorge un bottone che attivava il meccanismo che l’aveva liberata, al quale erano attaccate delle forbici, e una volta recuperate, torna dal cane e lo libera. Osservando il collare recuperato in precedenza, Jennifer nota il nome Brown inciso sopra, e quando prova a chiamarlo, Brown risponde di rimando, e la segue. Con Brown al suo fianco, adesso la ragazza può finalmente individuare ciò che le serve con il suo olfatto, e s’incamminano sulle tracce dell’offerta.

Lungo la strada Martha, la vecchia domestica dell’orfanotrofio viene percossa e trascinata via da delle creature chiamate Imps, che la chiudono in una stanza. Jennifer perquisisce l’area passeggeri, rovistando di stanza in stanza, finché non s’imbatte in Amanda, che in possesso una farfalla, la nasconde subito come Jennifer si avvicina, per poi scappare via. Jennifer riesce a trovarne un’altra, e fa per recarsi all’offertorio, ma degli Imps fanno irruzione, e l’attaccano. Raggiunto l’offertorio, il suo dono viene accettato e ammettono la sua presenza oltre la porta. Ad attenderla ci sono le tre “aristocratiche” Diana, Eleanor e Meg. Diana non perde l’occasione per strapazzare la nuova arrivata, e chiede ad Amanda di infliggerle l’umiliazione che spetta alla persona più in basso nella scala sociale, e mette sul viso di Jennifer un topo vivo.

Al suo risveglio, il bambino dell’autobus le dice di rammentare quanto lei fosse stata cattiva in passato, e le raccomanda di ricordarsene al più presto.

Capitolo Terzo : Sir Peter

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È il mese di maggio. Jennifer e Brown si risvegliano, e accanto a loro c’è una lettera di scuse da parte di Amanda, che invita Jennifer a raggiungerla sulla cima del dirigibile. Jennifer si reca sul luogo prestabilito dove incontra Amanda, che in lacrime la supplica di perdonarla in quanto era costretta. Jennifer, fa un muto cenno di assenso, e la bambina, sollevata, corre via felice, aggiungendo in un secondo momento, che ha un dono per lei. Successivamente, viene affidato a Jennifer e Amanda il compito di trovare Sir Peter, un coniglio scappato dal area di stoccaggio degli animali.

La ragazza inizia le sue ricerche, e s’imbatte nuovamente in Gregory, che le dice di aver scritto una nuova storia per lei, ma questa volta, Gregory si rivolge a Jennifer chiamandola Joshua, e se ne va. Jennifer prende il nuovo racconto e lo legge:

Sir Peter, Sir Peter, uscì per una passeggiata. Sir Peter, Sir Peter, messo in gabbia, deve trattenersi. Sir Peter, Sir Peter, ha bisogno di andarsene subito, non vuole peccare. Sir Peter, Sir Peter, infagottato e portato via, prima che trovasse un bagno. Addio, Peter, Addio.

Poco dopo, Jennifer intravede il coniglio, e lo insegue. Quando è vicina a catturarlo però, viene preceduta dagli ominidi, che colpiscono ripetutamente un sacco dal quale scorre sangue. Dopo che gli ominidi si sono dileguati Jennifer, inorridita, si avvicina al sacco, ma in quell’istante fa irruzione il signor Hoffman, il direttore dell’orfanotrofio, parzialmente legato e armato di una riga, che contrariato per un motivo impreciso nei confronti di Jennifer, l’attacca. Jennifer sconfigge il vecchio e prende sacco, che lo porta all’offertorio. Amanda, melliflua, chiede a Jennifer di dargli il sacco, per portarlo personalmente alle aristocratiche, ma quando lo apre per prenderne il contenuto, il coniglio fa un balzo fuori, perfettamente illeso, e scappa via, nella stanza oltre l’offertorio.

Lo scenario si sposta in una foresta, dove le aristocratiche stanno compiendo una sorta di rituale sacrificale. Jennifer assiste nascosta tra le fronde, e viene raggiunta da Amanda, che le suggerisce di non avvicinarsi troppo. Successivamente, Meg accoglie le due “reiette”, comunicando da parte della Principessa della Rosa Rossa, che Jennifer si è distinta nel suo compito, e pertanto, surclassa Amanda, che diventa nuovamente la persona più basso nella scala sociale, e che pertanto dev’essere sottoposta all’umiliazione, quindi Diana ordina a Jennifer di mettere il topo (ormai in via di decomposizione) sul viso Amanda, che sviene per la paura, seguita poco dopo da Jennifer.

Jennifer si sveglia nuovamente nella soffitta dove ad attenderla c’è sempre il bambino, che le chiede nuovamente se riesce a ricordare di quanto fosse stata cattiva in passato, ma osservando che ragazza sembra confusa e ignara dei fatti che lui sostiene di conoscere, le lascia tre quadernetti, narranti ognuno una storia, in modo che lei possa rammentare il suo passato.

Capitolo Quarto : L’uccello Della Felicità

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Jennifer inizia da un quadernetto apparentemente intriso di sangue, intitolato L’Uccello della Felicità, e lo legge:

Una volta, una ragazza trovò una grande scatola. Dentro c’era l'”Uccello della Felicità”. L’uccellino l’avrebbe portata nella “Terra Eterna”, o almeno così sperava. Ogni scatola era più piccola della precedente. In un angusto, spazio buio, trovò finalmente il suo uccello. Ma era troppo piccolo, ed era troppo tardi. L’uccellino era morto da molto. Aveva incontrato il suo destino sanguinoso. Fine.

Sulla penultima pagina del quadernetto è scritto qualcosa, ma gran parte di essa era stata strappata, quindi era illeggibile.

È il mese di luglio. Finito il racconto, Jennifer si rende conto che nelle sue vicinanze c’è Eleanor, insieme alla sua gabbia vuota, che seppure impassibile come sempre, mostra un evidente stato di inquietudine. La bambina esprime formalmente le sue perplessità riguardo allo smarrimento del suo canarino rosso, poi, così com’era apparsa, lascia la stanza. Esce anche Jennifer, che sente le voci di Diana e Meg, impegnate in una discussione, e le ascolta di nascosto. Le due bambine, chiaramente agitate, decidono di darsi appuntamento nel loro posto segreto e corrono via, lasciando cadere ai loro piedi una piuma rossa. Jennifer la raccoglie, e chiede a Brown di fiutarne le tracce, che subito corre verso una direzione.

Jennifer giunge nell’area passeggeri, tutta ricoperta di piume rosse al suolo, che proseguivano verso una meta precisa. La scia di piume la conduce verso un bagno. Prima che Jennifer esamini meglio il luogo però, sente dei passi avvicinarsi nella sua direzione, e rapidamente, si nasconde insieme a Brown in una cabina wc. Entrano nel bagno Diana e Meg, che divertite, prendono a sparlare probabilmente di Eleanor. Il discorso lascia intendere che sono state Diana e Meg a prendere il canarino di Eleanor, poi si dileguano. Jennifer esce a sua volta, ma incrocia proprio Diana e Meg, probabilmente accortesi di essere stare spiate, e danno a Jennifer l’ordine di trovare l’uccellino “smarrito” di Eleanor. Jennifer esamina le varie stanze del settore, e in una di esse trova una grossa scatola, con una serratura a combinazione. Jennifer inserisce il codice trovato su di un foglio accanto ad esso, e la apre, ma dentro trova una scatola più piccola, con un’altra combinazione.

Poco a poco, Jennifer cerca gli altri indizi e decodifica gli enigmi su di essi, la cui soluzione corrisponde al codice numerico delle scatole, tutte una più piccola dell’altra, fino quando non trova l’uccellino in questione, avvolto negli indumenti di Eleanor, che come preannunciato dal tragico epilogo della favola letta in precedenza, è ormai morto. In quell’istante fa irruzione Eleanor, e Jennifer, prontamente, assicura Eleanor che lei non ha fatto nulla. Spiata da Diana e Meg, nascoste dietro la soglia, Eleanor si limita a prendere la carcassa dell’uccellino e scaraventarlo in gabbia, poi si reca all’offertorio, dove su di esso è affisso un manifesto in cui l’offerta del mese era un uccellino rosso, e senza tanti complimenti, getta l’uccellino all’interno di esso, poi si ritira insieme a Diana e Meg nell’area riservata agli aristocratici.

Jennifer e Brown si risvegliano nella stanza dove avevano incontrato Eleanor all’inizio, e sopra un divano, accanto ai vestiti della bambina, trovano il pezzo mancante del quadernetto nel quale era scritta la favola sul quale è scritto Morale: La felicità eterna. Ricongiunge il pezzo al resto del racconto e lo rilegge fino ad arrivare al finale, dove l’ultimo foglio recita:

Morale: La felicità eterna è una beffa.

Mossa da qualcosa, Jennifer scrive su di una lavagna ai piedi del Cavaliere Secchio la frase eterno, in modo da potersene ricordare.

Capitolo Quinto : La Principessa Sirena

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È il mese di agosto. Jennifer si ritrova nuovamente nella stanza buia dove si trovava il bambino, prende il terzo ed ultimo quadernetto, intitolato La principessa sirena, e lo legge:

Molto, molto tempo fa, la principessa sirena s’innamorò di un principe umano. Ma per anni, il suo amore non fu corrisposto. Presto, lei divenne vecchia e decrepita, tutta sola persino nel giorno della sua morte. La povera, povera principessa del Regno del Mare. Chi avrebbe mai voluto diventare una donna così brutta come lei?

E anche in questo caso, l’ultima pagina è strappata. Quando Jennifer finisce di leggere la favola, si accorge di essere in una delle stanze riservate agli ospiti, e nelle vicinanze si trova Diana, che in stato di evidente nervosismo colpisce ripetutamente una parete con un manico di scopa. A turbare la ragazzina è la scomparsa della carpa koi del signor Hoffman, che avrebbe suscitato l’ira dell’uomo. Come sempre, Diana si rivolge aspramente nei confronti di Jennifer, dicendole che dovrebbe mettersi a cercare la sua cosa preziosa, poi se ne va. Jennifer esce dalla stanza e si reca all’offertorio, dove di fronte ad esso c’è Oliva in lacrime, perché non sa come procurarsi una sirena nubile, che è l’offerta richiesta del mese.

Jennifer si reca al piano inferiore, dove scorge Eleanor e Meg, mentre discutono in disparte. Meg osserva che Diana sembrava molto più turbata del dovuto per la scomparsa del pesce. Eleanor dal suo canto, dice che purtroppo dovevano farlo, visto che non esisteva nulla di più simile ad una sirena, quindi Meg concorda con Eleanor, che quando Jennifer si avvicina, le suggerisce di mettersi al più presto sulle ricerche della sirena, prima che la trovi Diana, e lascia l’area insieme a Meg. Jennifer recupera una scaglia di pesce dal pavimento in cui sostavano le bambine, e la fa annusare a Brown, che ne fiuta le tracce. Seguendo la pista, Jennifer scorge Clara, l’addetta infermiera dell’orfanotrofio, che evidentemente turbata segue il signor Hoffman. Jennifer scende nella parte più bassa del dirigibile e tra delle casse trova una mannaia e una testa di pesce, la carpa koi del signor Hoffman. Jennifer utilizza la testa del pesce come traccia per Brown, che conduce la ragazza oltre una sala macchine, nella quale trova la parte inferiore di una bambola di pezza.

Le tracce della bambola conducono in una stanza appartata, denominata la Stanza della Sirena dove Hoffman sta facendo qualcosa d’imprecisato a Clara, che giace in un letto. Jennifer entra nella stanza e si avvicina al letto, mentre Brown inizia a ringhiare, e dalle lenzuola emerge Clara, con il corpo sfigurato e le gambe completamente avvolte in una corda che la tiene sospesa al soffitto, e attacca Jennifer. Neutralizzata la “sirena”, questa lancia grida di dolore e precipita, e una bambola di pezza con una coda di pesce cade sul letto, e Jennifer la raccoglie. Intanto, il signor Hoffman si arrabbia con Diana, ritenendola responsabile della scomparsa della carpa, poi accarezzandola in modo ambiguo, cerca di farsi spiegare cosa è accaduto, ma Diana non parla, quindi il vecchio se ne va. La ragazzina si scrolla le spalle disgustata dal tocco di Hoffman, poi guarda furiosamente Jennifer, in possesso della bambola, e la crede responsabile per il suo immeritato rimprovero, quindi prende la bambola e la getta nel acquario della carpa, poi intinge uno strofinaccio e si precipita su Jennifer.

Jennifer si risveglia, e nella bambola dell’acquario trova il pezzo mancante della favola, lo ricongiunge al quadernetto e lo rilegge. L’ultima pagina reca una frase che recita:

Sono tua, anche nella morte.

Jennifer scrive la parola Sono tua sulla lavagnetta ai piedi del Cavaliere Secchio. Jennifer si risveglia nella stanza buia, ma a parte lei non c’è nessuno, quindi cerca di uscirne e apre la porta, ma quando si volta indietro, qualcuno alle sue spalle la afferra e la tira a sé.

Capitolo Sesto : Le Sorelle Capra

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È il mese di settembre. Jennifer prende un altro quadernetto dalla stanza dove la osserva il bambino, intitolato Le sorelle Capra e lo legge:

La sorellina scrisse una lettera, beeh, beeh. La sorella più grande la masticò, beeh, beeh. La sorellina studiò i suoi appunti, beeh, beeh. La sorella più grande li fece a brandelli, beeh, beeh. La sorellina voleva che la sorella più grande leggesse la lettere, quindi la prese dal suo stomaco. Ma la sorella più grande morì in una pozza di sangue ambrato, a chi poteva leggere la lettera? Beeh, beeh.

Ma l’ultima pagina risulta mancante. Appena Jennifer finisce di leggere la storia, nota che Meg è nello stesso luogo, seduta in un angolo con l’aria pensierosa, che cerca di ricordare dove abbia messo un oggetto per lei importante, e s’incammina nella sua ricerca. Sulla sedia dove prima era seduta Meg, Jennifer nota la sua matita e la raccoglie, poi, nota al fianco della sedia un grosso sacco sorretto da alcune funi, nel quale si sta divincolando qualcosa. Jennifer si mobilita per capire cosa accade quindi, fa fiutare la matita a Brown, che segue la traccia. Giunge in una stiva, dove Brown ad un certo punto perde la traccia, ma Jennifer trova per terra un foglio del quadernetto di Meg. Jennifer si avvale dunque di questo foglio, e mette Brown sulle tracce del nuovo odore.

Raggiungono un altro livello della stiva, dove Meg continua a cercare ciò che ha smarrito. Jennifer ripercorre il suo cammino, e sul pavimento trova un altro foglio del quadernetto di Meg. Le tracce di quest’altro foglio conducono fino ad una cella frigorifera nel quale Jennifer trova un pupazzo di neve, sotto il quale trova un pezzo di una lettera d’amore da parte di Meg nei confronti di Diana, che recita Oh, Diana, Diana, ti amo con tutto il mio cuore. – Meg Jennifer fa per andarsene, ma all’improvviso uno dei bambini la rinchiude nella cella, e da un canale di scolo esce un Imp con la testa a forma di capra, che attacca Jennifer. Sconfitta la creatura la porta si riapre, e Jennifer può proseguire oltre.

Raggiunge un altro deposito, dove Diana ed Eleanor parlano tra di loro, e Jennifer, nascosta, ascolta la loro conversazione. Diana spiega che non sopporta il modo in cui Meg la segua sempre dappertutto. Eleanor confida dal suo canto che sa che Meg le stava scrivendo una lettera d’amore, e Diana le spiega prontamente di avercela già, e di averla strappata a metà, cercando invano, di farla mangiare ad una capra, chiede ad Eleanor cosa fare con la metà che le è rimasta. A quel punto Jennifer si avvicina, e Diana le assegna un compito, raccomandandole proprio di trovare la parte mancante della lettera, e gli porge un pezzo in suo possesso.

Jennifer si mette alla ricerca di quest’altro pezzo, e giunge in un ripostiglio, dove però viene rinchiusa insieme ad altri due Imp con la testa a forma di capra, e li affronta. Sconfitte le due creature, Jennifer rivolge la sua attenzione verso un grosso orologio a pendolo, nel quale giace una capra morta, con il resto della lettera accanto alla sua carcassa. In quel momento fanno irruzione Diana ed Eleanor, che squadrano Jennifer malignamente, ed esortano Meg a raggiungerla, lasciandole intendere che la lettera sia stata rubata e distrutta da Jennifer. Naturalmente, Meg crede alle sue due amiche senza riserve e scoppia in lacrime, poi le tre perfide aristocratiche la puniscono ingiustamente, rinchiudendola in un sacco di cipolle a chiusura ermetica, dove a turno gli altri bambini gettano insetti e sudiciume vario.

Jennifer e Brown si risvegliano nella stiva dove si trovava il grosso sacco penzolante all’inizio. Vicino a lei trova un pupazzo logoro a forma di capra, ed un pezzo di carta sotto di essa, dove è scritta la parte mancante della favola, nel quale è scritto Persino il vero amore…, e lo ricongiunge al resto della favola. La pagina finale, ricostituita, reca la morale della favola:

Persino il “vero amore” viene rapidamente disintegrato dal conflitto.

Quindi Jennifer ha un nuovo sentore, ed annota la frase vero amore sulla lavagnetta ai piedi del Cavaliere Secchio.

Capitolo Settimo : La Casa Di Pan Di Zenzero

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È il mese di giugno, ma il seguente episodio riguarda un flashback. Jennifer viene portata via da Gregory, che la adagia in un giardino circondato di rose, situato nei pressi dell’orfanotrofio, per poi andarsene. Jennifer si rialza, e si accorge che Brown non è con lei, quindi inizia a cercarlo. Nota che Gregory si sta incamminando verso una direzione, quindi lo segue, fino a raggiungere l’abitazione di Gregory, la cosiddettaCasa di pan di zenzero.

Jennifer entra nella casa, dove attraverso uno spiraglio, scorge Gregory seduto con le mani tra i capelli, probabilmente ubriaco, quindi prosegue oltre senza farsi notare per il corridoio, dove la porta di una stanza è sbarrata da alcune assi di legno. Jennifer entra nella stanza accanto, scavalca la finestra e attraversa un ballatoio che reca un’altra finestra, attraverso la quale Jennifer giunge nella camera sbarrata dall’esterno. Tale camera, evidentemente chiusa da molto tempo, sembrava essere stata occupata da un bambino. Tra i giocattoli, Jennifer nota un articolo di giornale risalente al anno precedente, il 21 giugno del 1929, dove si parla della sparizione di diversi bambini avvenuta nei pressi di una provincia inglese.

Jennifer prosegue verso le altre stanze, e giunge in un seminterrato, in un ripostiglio allestito come una camera, dove ad attenderla c’è Gregory, che sempre riferendosi a lei con il nome Joshua, le dice di andare a dormire, ed esce, rinchiudendola nella stanza. Jennifer si guarda intorno, e accatastate tra la biancheria sporca nota una serie di lettere indirizzate a questo Joshua dalla bambina di nome Wendy, nelle quali spiega di amarlo e di essere disposta a fare tutto per lui, e che giura infine eterno, amore vero, sono tua. Jennifer continua a cercare nella stanza, e nel tentativo di aprire un armadio fa cadere a terra un orsacchiotto di pezza, in qualche modo familiare a lei.

In quell’istante, dal insula del seminterrato appare Wendy, intenta a liberarla, che le dice di aspettare un attimo. Jennifer fa per issarsi sul letto ma ad un certo punto, nota che sotto le lenzuola sono stati disposti gli indumenti di un bambino, probabilmente, il cosiddetto Joshua. Infine, Jennifer nota appeso al muro un vecchio articolo di giornale che parla dell’incidente di un dirigibile avvenuto il 23 giugno del 1929, in circostanze misteriose. Alla fine, Wendy riesce a sbloccare la porta e liberare Jennifer, ma prima di lasciare il luogo, esse devono prima prendere ciò che la bambina chiama la cosa pericolosa per tutelarsi, ed insieme scappano dalla casa. Giunte al roseto nella quale Jennifer si era svegliata poc’anzi, Wendy le chiede se le va di scambiare il suo orsetto con la sua spilla, e Jennifer accetta, poi Wendy le chiede di rinnovare il loro patto: ti giuro amore eterno, sarò sempre tua (everlasting true love, I’m yours nella versione in lingua originale).

Jennifer si sveglia nuovamente nella stanza strana del dirigibile, ed il bambino, Joshua, le suggerisce di andare da Amanda.

Capitolo Ottavo : La Principessa Di Pezza

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È il mese di ottobre. Jennifer si ritrova fuori all’offertorio, e nota su di esso un manifesto che comunica la scomparsa di Joshua, un orsetto peluche, e che va ritrovato al più presto. Inoltre colui che ritroverà l’orsetto riceverà un pastello rosso, e sarà ammesso al club degli aristocratici. Poco dopo riappare Brown, che si ricongiunge affettuosamente a Jennifer, quindi i due si mettono alla ricerca del suddetto pupazzo. Lungo il cammino, incrociano Gregory, che lascia a Jennifer un’altra storia, intitolata La principessa stracciona, e la legge:

C’era una volta, una ragazza che cuciva stracci, giorno dopo giorno. Il fetore degli stracci penetrò nei suoi vestiti. Le sorellastre andarono al ballo. La ragazza restò a casa, e la sua gelosia suppurò. Un giorno, venne una fata madrina, lanciò un incantesimo sulla ragazza e disse “Cuciti un abito grigio cenere, allora potrai andare al ballo come le tue sorellastre!”. La ragazza cucì insieme degli stracci fuligginosi, e fu così che divenne la “Principessa Stracciona”, una principessa per l’appunto puzzolente, che appestò infatti l’intera città. Nessuna ragazza che puzzava sarebbe stata ammessa al ballo. “Le farò indossare quell’abito orrendo io stessa!” E così, la Principessa Stracciona e la ragazza vestita di stracci divennero compagne di giochi.

Jennifer chiude il quadernetto, e prosegue la sua ricerca. Nel suo cammino incrocia Amanda, che furente, sta lavorando alla macchina da cucire. Jennifer prova ad interagire con lei, ma la bambina si ritrae, e la respinge, quindi Jennifer se ne va, ma Amanda si avvicina prontamente a lei, chiedendole se per caso sospettasse che sia stata proprio lei a prendere l’orsetto, e addossa poi la colpa a Wendy, quindi ritorna vicino alla sua macchina. Jennifer si reca dunque in infermeria, dove trova Wendy accasciata al suolo. In lacrime, dice di essere stata accusata dal trio delle Aristocratiche di aver rubato l’orso, quindi Jennifer la raccoglie, e la risistema a letto, tra i pianti della bambina, in pena per aver perso un aggetto che avrebbe dovuto sorvegliare strettamente. Jennifer ritorna al deposito dove stava lavorando Amanda, e al suo posto trova Diana, che le suggerisce di trovare l’orsacchiotto al più presto. Intanto, Jennifer rovista tra gli attrezzi da cucito di Amanda, e dal astuccio che li raccoglie trova la coda dell’orsetto.

Jennifer fa fiutare l’oggetto a Brown, che fiuta una traccia che la conduce dietro i passi di Amanda, che trascina con sé quello che sembra il corpo di Jennifer. La ragazza giunge presso gli ascensori, ma in quel momento subentra un black out, e ciò le rende impossibile utilizzarli, quindi è costretta a scendere al lato della stiva, dove sono presenti i generatori con l’avvio manuale. Nel suo tragitto, Jennifer trova per terra una piccola chiave che serve ad aprire una piccola credenza deposito dove è solita intrattenersi Amanda. In questa credenza c’è il diario della bambina, nel quale legge che fin dal inizio di come Amanda abbia sempre cercato di mettere in difficoltà Jennifer in tutti i modi, in quanto ella rappresenta un ostacolo per diventare aristocratica.

Jennifer si reca nel settore dove si trova il generatore, ma in quell’istante appare un Imp con la testa a forma di maiale, e si ritrova a doverlo combattere. La ragazza raggiunge il primo generatore, ma Xavier, uno dei bambini, ruba la leva, e i due lo inseguono. Recuperata la manovella e riattivata la corrente, torna all’ascensore e Jennifer sale una scalinata ritrovando all’improvviso nel giardino adiacente all’orfanotrofio, e scorge Amanda vicino ad un grosso albero, intenta a colpire violentemente qualcosa. Accorta della presenza di Jennifer, Amanda fa una riverenza, poi, prende l’orsetto di peluche rassicurandole sarebbe ritornata ad essere “Miss Popolare”, e riprende a bastonare qualcosa, che si rivela essere una grottesca bambola vagamente somigliante a Jennifer. Alla vista della bambola, la ragazza perde i sensi.

Poco tempo dopo, il bambino dell’autobus approfitta dell’occasione per prendere l’orsetto a Jennifer, e scappa via. Al suo risveglio la ragazza cerca di ritornare all’offertorio, ma più volte viene barricata e attaccata da un gruppo di Imps. Una volta arrivata all’offertorio, Jennifer trova l’orsetto per terra e si reca oltre la porta, verso la quale viene trascinata a forza. Le aristocratiche, insieme agli altri bambini la attendono al suo interno. Amanda sussurra a Diana che Jennifer è la responsabile del furto, quindi Meg pronuncia una sentenza, che riconosce Jennifer come nuova aristocratica, e nella stanza si leva un applauso, poi, i bambini corrono a nascondersi. Di lì a poco, un’orda di Imps emerge dagli angoli bui, e legano Jennifer.

Capitolo Nono : Il Funerale

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È un pomeriggio del mese di novembre. Nell’ orfanotrofio il signor Hoffman annuncia dall’ altoparlante che i bambini devono effettuare le pulizie generali. Intanto Jennifer si risveglia, scoprendosi legata ad un palo di legno in un ripostiglio, i vestiti imbrattati di rosso e una pila di matite infilate in bocca. La ragazza sputa la pila, e cerca di richiamare a se Brown, assopito in un angolo. Al suo risveglio il cane si avvicina e Jennifer e rosicchia la corda, liberandola, quindi escono e si guardano intorno. In ogni parte dell’ istituto, i bambini stanno svolgendo le loro mansioni. Jennifer prova ad interagire con essi, ma ciascun bambino la ignora, o finge di essere occupato in altro. Di tanto in tanto, le vengono lanciate palline con sopra scritti insulti, o minacce, finché non ne riceve una che la esorta a recarsi nella sala principale dell’ edificio.

Giunta sul luogo, Jennifer trova un’altra pallina di carta e intanto, dall’ altoparlante il signor Hoffman avvisa gli altri bambini che è quasi l’ora di andare a dormire, e i bambini si dileguano. Il cielo rabbuia presto e Jennifer apre il foglietto appallottolato e trasale. Il dono mensile richiesto dalla Principessa della Rosa Rossa è la ‘Lurida Jennifer. Ogni luogo dell’orfanotrofio è ricoperto dai manifesti dell’Aristocrazia, e da ogni angolo appaiono gli Imps.

Jennifer si reca nel corridoio che da verso il cortile interno, dal quale scorge Wendy che la attende, ma la porta è avvolta da corde, con sopra affissi tre fogli sui quali è scritto I topi stanno dalla tua parte, I maiali stanno dalla tua parte, Le capre stanno dalla tua parte. I fogli fungono da sigillo, che per essere sbloccati richiedono l’eliminazione degli animali in questione, quindi Jennifer cerca per la villa gli imps corrispondenti ad essi, e li elimina. Una volta liberato l’ingresso del cortile, Jennifer incontra Wendy, che la avvisa che ci sarà un incontro presso il club degli Aristocratici, poi Jennifer si reca vicino ad una cassa sul quale e appoggiato un quadernetto intitolato Il funerale e la ragazza lo legge:

Un giorno una ragazza trovò un buco in un’aia. Le Piccole Persone vennero fuori per darle delle notizie. << Oggi è il giorno del tuo funerale. se la cosa non ti aggrada, devi sacrificare il tuo migliore amico. >> Chi vorrebbe essere sepolto vivo? Quindi la ragazza fece quello che doveva, e seppellì il suo migliore amico. Dunque, non avrei voluto essere il tuo migliore amico!

Quando Jennifer finisce di leggere la storia sente dei forti latrati, e si accorge che Wendy e Brown non ci sono più. La ragazza prende a cercarli per la villa, e si reca sulla soffitta, presso il club degli Aristocratici. All’interno del club, Jennifer scorge degli imps che cercano di pulire qualcosa, e quando sporge la sua testa, si aggorge che sul suolo giace un pupazzo. Una risata riecheggia dal alto di una pila di casse, sulla quale è seduta la Principessa della Rosa Rossa, Wendy, che si avvicina alla ragazza. Si avvicina anche Amanda, dicendo a Jennifer sottovoce Il tuo amico è nel sacco. È troppo tardi adesso. Ella rivolge lo sguardo verso il sacco, e vi trova il cadavere di Brown. Jennifer scoppia in un pianto isterico, e poi si alza, ma nelle sembianze di se stessa da bambina.

La ragazza, ora bambina, si avvicina a Wendy e le chiede di ridarle il suo amico, poi, mossa da una furia a lungo repressa, Jennifer si avventa su Wendy e la picchia ripetutamente, dicendole che non la perdonerà mai. Poi si rialza e si rivolge al resto delle aristocratiche, rivelando loro tutto il disprezzo che prova nei loro confronti, nella loro falsità e ipocrisia, del loro assurdo “governo” fittizio, e infine, rimprovera se stessa per averle assecondate per tutto il tempo senza aver avuto mai la forza di affrontarle. Finito il discorso, Jennifer si toglie la spilla ricevuta in dono tempo addietro, scagliandola via con disgusto nella direzione di Wendy, che si rialza e scappa via, piangendo disperatamente.

Capitolo Decimo : Il Cane Randagio E La Principessa Bugiarda

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È una sera piovosa del mese di dicembre. Nel orfanotrofio non è presente nessun adulto, e Gregory è in prossimità della tenuta. Jennifer si sveglia in una stanza, dove su di un letto giace un quadernetto, recante sopra la didascalia Il cane randagio e la principessa bugiarda, e lo legge:

C’era una volta una ragazza che diceva bugie. Adorava spaventare le altre ragazzine gridando << Arriva il cane randagio, arriva il cane randagio !!! >>. Ma presto, tutte smisero di aver paura. Odiarono il modo in cui lei mentiva. Un giorno, lei giunse gridando << Arriva il cane randagio, davvero !!! >>. Tutti pensarono che fosse un’altra bugia. Tranne questa volta, che invece non lo era, e finirono tutte divorate. Fine.

Jennifer esce dalla stanza e trova Susan, Amanda e Olivia insieme, che ridacchiano, e alla vista di Jennifer fanno un inchino di riverenza, per poi andarsene. La ragazza viene esortata a raggiungerle in classe, dove la attendono Diana, Eleanor e Meg, accogliendola anch’esse con una reverenza. Le ragazze chiedono perdono per il loro comportamento scorretto nei riguardi di Jennifer, e inaugurano un nuovo Club degli Aristocratici nel quale Jennifer viene riconosciuta come principessa e nuova leader di esso. Intanto Susan, affacciata alla finestra, scorge Wendy nel cortile, correre disperatamente verso la loro direzione, e avvisa le altre ragazzine del suo arrivo, che sarcasticamente divertite si precipitano da lei.

Jennifer rimane sola nella classe, e raggiunge le bambine, e quando si avvicina all’ingresso principale, sente le loro urla terrorizzate. Il portone principale si apre, e appaiono il bambino dell’autobus, il presunto Joshua, affiancato da Gregory, che ora ha assunto un atteggiamento più ferale (si muove a carponi, e ha lo stesso comportamento di un canide). Il bambino punta il suo dito su Jennifer, e Gregory si lancia al suo attacco. Jennifer cerca di tenerlo a distanza, quando improvvisamente spunta fuori Brown, che accorre in difesa della ragazza, e lo neutralizzano temporaneamente, quindi Jennifer esce dalla villa.

Nel cortile principale la ragazza trova gli indumenti delle ragazzine sparsi nell’area circostante, ma dei corpi nessuna traccia. Oltre la soglia del portone riappare Joshua, che in realtà è Wendy, che confessa la sua amarezza per non aver visto i propri sentimenti corrisposti, e avere per questo condotto il cane randagio li. Successivamente la bambina estrae una rivoltella (l’oggetto sottratto a Gregory alcuni mesi prima) e la consegna a Jennifer, supplicandola di fermarlo, e dopo queste sue ultime parole viene presa da Gregory, e portata via. A quel punto Gregory si precipita nuovamente su Jennifer. Lo scontro può avere due esiti differenti:

Nel caso la ragazza, in qualche modo vista dall’uomo come il suo defunto figlio Joshua, riesca a interagire con lui nel momento giusto, ella porge la rivoltella tra le mani di Gregory, che diventa in qualche modo cosciente delle sue azioni, e si spara alla testa.

Nel caso invece la ragazza dovesse sparare all’uomo, egli si accascia ferito a terra, ma le sorti dell’una e dell’altro restano incerte.

Capitolo Undicesimo : C’era Una Volta…

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Il capitolo in questione è un flashback, ed è ambientato in un mattino di gennaio. Jennifer, nelle sue sembianze di bambina, si aggira per l’orfanotrofio, vuoto, e analizza elementi analoghi a ciascun orfano, esprimendo il suo parere personale su ognuno di essi. Fino a quando non raggiunge il cortile principale dell’orfanotrofio, dove Wendy gioca con il terriccio. Le due si scambiano effusioni, poi Jennifer supera il cancello, che si sbarra oltre il suo passaggio. Lungo la strada incontra Gregory, che la saluta e le spiega che sta scrivendo una nuova favola per il figlio Joshua, quindi Jennifer prosegue oltre, verso una stalla situata nei pressi dell’orfanotrofio. Dentro vi trova Brown, ancora un cucciolo, al quale mette il collare e gli promette di amarlo per sempre.

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Fiabe

BIANCANEVE E ROSAROSSA

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C’era una volta una povera vedova che viveva in una piccola capanna e davanti alla capanna aveva un piccolo giardino con due rosai, uno portava rose bianche e l’altro rose rosse. E la donna aveva due bambine che somigliavano ai suoi piccoli rosai: l’una si chiamava Biancaneve, l’altra Rosarossa. Erano così buone, diligenti e laboriose come al mondo non se n’è mai viste, soltanto Biancaneve era più silenziosa e più dolce di Rosarossa. Rosarossa preferiva correre per campi e prati, coglier fiori e prendere farfalle; mentre Biancaneve se ne stava a casa con la mamma, l’aiutava nelle faccende domestiche o, se non c’era niente da fare, le leggeva qualcosa ad alta voce.
Le due bambine si amavano tanto che si prendevano per mano tutte le volte che uscivano insieme, e se Biancaneve diceva: “Non ci separeremo mai!”, rispondeva Rosarossa: “No mai, per tutta la vita!” e la madre aggiungeva: “Quel che è dell’una, dev’essere dell’altra.”
Una sera d’inverno, mentre se ne stavano tutte e tre insieme, qualcuno bussò alla porta, come se volesse entrare. La madre: “Svelta Rosarossa, apri. Dev’essere un poverello che cerca riparo.” Rosarossa andò ad aprire e pensava fosse un povero, ma invece era un orso che sporse dall’uscio la sua grossa testa nera. Rosarossa strillò, ma l’orso si mise a parlare: “Non abbiate paura, non vi farò nulla di male, sono mezzo gelato e voglio solo scaldarmi un po’ con voi.” “Povero orso!” Disse la mamma “Mettiti vicino al fuoco e sta’ solo attento a non bruciarti il pelo.” Poi gridò: “Biancaneve, Rosarossa venite fuori! L’orso non vi farà niente, non ha cattive intenzioni.”
Non passò molto che fecero amicizia ed iniziarono a giocare insieme, l’orso tornò ogni sera alla stessa ora. Quando giunse la primavera, una mattina l’orso disse a Biancaneve: “Adesso devo andar via, e per tutta l’estate non posso più tornare.” – “Dove vai dunque caro orso?” domandò Biancaneve “Devo andare nel bosco a difendere i miei tesori dai nani cattivi: d’inverno, quando la terra è gelata, devono starsene sotto e non possono farsi strada, ma adesso che il sole ha riscaldato la terra, aprono, risalgono, frugano e rubano.”
Dopo qualche tempo, la madre mandò le bambine nel bosco a raccogliere fiori. Fuori videro, disteso al suolo, un grande albero che era stato tagliato e presso il tronco, qualcosa saltava su e giù. Avvicinandosi videro un nano con la faccia rugosa e una candida barba lunga. La punta della barba era incastrata sotto l’albero e il nano saltava di qua e di là per liberarsi.
Biancaneve tirò fuori dalla tasca le sue forbicine e gli tagliò la punta della barba. Appena il nano si sentì libero, afferrò il suo sacco pieno d’oro e se ne andò borbottando “Che maleducate, tagliarmi un pezzo di barba! Il diavolo vi porti!”
Dopo qualche tempo, Biancaneve e Rosarossa vicino al ruscello videro il nano: la barba gli si era intrecciata con la lenza, subito dopo un grosso pesce aveva abboccato e trascinava giù il nano. Le fanciulle tirarono fuori le forbicine e tagliarono un altro pezzettino di barba. A quella vista il nano si mise a strillare “E’ questa, brutti rospi, la maniera di rovinare la faccia a qualcuno?!” Poi andò a prendere un sacco di perle e senza dir altra parola, se lo trascinò via.
Le due bambine qualche tempo dopo videro che un’aquila aveva preso il nano e cercava di portarlo via. Le bimbe pietose tennero stretto l’omino e alla fine l’aquila dovette mollare la presa. Quando il nano si fu ripreso dallo spavento, gridò con la sua voce stridula: “Non potevate trattarmi meglio? Avete tirato tanto il mio giubbetto che si è tutto rotto!” Poi prese un sacco di pietre preziose e si nascose di nuovo nella sua tana. Le fanciulle erano abituate alla sua ingratitudine, proseguirono il cammino. Al ritorno, sorpresero il nano che aveva rovesciato il suo sacco di pietre preziose. Il sole del tramonto batteva sulle splendide pietre che scintillavano di mille colori. All’improvviso dal bosco saltò fuori un orso nero. Il nano balzò in piedi e disse: “Caro signor orso, risparmiatemi! Vi darò tutti i miei tesori!” Ma l’orso non badò alle sue parole e gli tirò una zampata.
Le fanciulle erano scappate via, ma l’orso le chiamò gridando: “Biancaneve, Rosarossa, non abbiate paura!”Allora le bambine riconobbero la sua voce e si fermarono,e quando la bestia le raggiunse, la sua pelle d’orso cadde all’improvviso. Ed ecco, egli divenne un bel giovane tutto vestito d’oro. “Sono il figlio del re” Disse “il perfido nano aveva rubato tutti i miei tesori e mi aveva trasformato in un orso!”
Biancaneve sposò il principe e Rosarossa suo fratello, e si spartirono il tesoro che il nano aveva rubato. La vecchia madre visse ancora con loro per molti anni, tranquilla e felice. Ma aveva portato con sé i due rosai che ogni anno dava loro le più belle rose, bianche e rosse. – Jacob e Wilhelm Grimm

Un’interpretazione della fiaba secondo la psicologia del profondo

Questa fiaba, pur essendo un classico dei fratelli Grimm, si distacca dalla loro tipica atmosfera ambigua, con tratti di paura e crudeltà. Biancaneve e Rosarossa si apre in un clima di totale tranquillità: le due bambine si vogliono bene, vanno d’accordo e collaborano con la mamma, sono legate da un affetto profondo e vivono in totale armonia con la natura. Nella loro casa sono sicure, ma anche fuori non corrono pericoli.
Nel loro essere così diverse eppure così profondamente legate, le due sorelle incarnano la
metafora del susseguirsi delle stagioni, fasi del ciclo naturale e della vita umana. Biancaneve rappresenta l’inverno, già il suo nome richiama il freddo e le immacolate distese innevate dove regna il più perfetto silenzio; mentre la natura si riposa, nelle case ci si dedica alle faccende domestiche e alle letture vicino al camino, non a caso le attività preferite di Biancaneve.
Sua sorella invece ama correre, raccogliere fiori e stare a contatto con la natura; Rosarossa simboleggia l’estate col suo calore e la sua spensieratezza, il momento in cui il creato si risveglia e dona i suoi frutti. Il nome Rosarossa diviene così facile da scomporre e ricongiungere ai fiori
della primavera ed al rosso dei frutti maturi d’estate, colore del sangue, della vita e dell’amore.
L’elemento di unione tra le bambine è sicuramente la madre, che con la battuta “Quel che è dell’una, dev’essere dell’altra” esplicita l’indissolubileinterdipendenza tra i due aspetti dell’esistenza. Essa rappresenta la Madre Terra, un clima di fiducia e protezione che non necessita dell’elemento maschile per generare i suoi figli (assenza del padre nella fiaba). La madre di Biancaneve e Rosarossa simboleggia la natura che veglia sulle sue creature e garantisce il rinnovarsi delle stagioni, una natura nutriente, accogliente ed amorevole. Per quanto paradisiaco quest’equilibrio non è però esente da scosse e crisi, spaventose quanto necessarie al passaggio da uno stadio all’altro. Nella fiaba le vicissitudini delle bambine simboleggiano le difficoltà del transito tra una stagione e l’altra dell’esistenza, tra la calma sicurezza dell’infanzia e l’impeto dell’estate. Così come la natura soffre del brusco passaggio tra ghiaccio e sole, così Biancaneve e Rosarossa devono affrontare nuovi timori per poter raggiungere la maturità, primo fra tutti l’arrivo dell’orso.
Non è un caso che l’idillio presentato all’inizio della storia improvvisamente si interrompa: la totale assenza di paura era necessaria nella prima fase di vita delle protagoniste, poiché solamente una completa fiducia nell’aspetto materno del mondo poteva garantirne uno sviluppo armonico.
Ciò che si legge nell’incontro tra Biancaneve, Rosarossa e l’orso è proprio questa capacità dell’aspetto materno introiettato di scogliere le paure del passaggio alla vita adulta.
Siamo in inverno, fuori nevica e le tre donne sono davanti al camino; è la stagione di Biancaneve, quella dell’infanzia, della purezza e del pudore e così come la natura si prepara a rinascere, così le due bambine sono pronte a divenire donne. L’avviso è dato proprio dall’orso che bussa alla porta e non è una casualità che sia Rosarossa ad aprirgli: il suo colore è il rosso e la sua stagione è l’estate; questo colore può rappresentare il menarca e la maturità sessuale, ma anche il calore dell’amore di coppia, differente da quello materno e fraterno.
L’orso simboleggia l’irruzione dell’uomo nella triade femminile; la scoperta della sessualità impone l’incontro col polo opposto e questa necessità si presenta improvvisamente alla porta senza avvisare. Il fatto che l’uomo arrivi sottoforma di animale sottolinea la natura istintuale delle sessualità, laddove la psiche è solita rappresentare gli istinti proprio con immagini di animali selvaggi. L’orso incarna in questa veste il futuro amante, anche se le bambine non possono ancora vedere il principe
L’arrivo dell’animale genera una prima reazione di paura, ma dalla sua stessa voce scopriamo subito che non ha cattive intenzioni; l’unica a restare tranquilla è la mamma che anzi, invita lui ad entrare e le bambine a venir fuori per incontrarlo. L’importanza di questa scena è fondamentale poiché determina tutto il corso della fiaba: se nel timore iniziale le bambine avessero seguito l’istinto di lasciar fuori l’orso, quest’ultimo sarebbe rimasto fuori al freddo fino a congelarsi. Il gelo dell’animale avrebbe rappresentato l’esclusione della sessualità dall’Io delle bambine, condannandole ad una vita di ferrea moralità, frigidità e terrore.
L’elemento chiave della scena è la madre, colei che consente il pacifico incontro tra le bambine e l’orso. Affrontando l’animale senza paura si scoprirà che non ha alcun intento divorante, bensì diverrà compagno, amico e difensore. Biancaneve e Rosarossa iniziano spazzolando il pelo dell’orso e finiscono per instaurare una relazione duratura, fino al matrimonio.
L’iniziale aspetto giocoso di questo rapporto sottolinea la natura “libera” della scoperta sessuale, senza regole troppo ferree e con continui avvicinamenti/distacchi fino al raggiungimento del giusto equilibrio.
Il passaggio all’adultità non è tuttavia un percorso lineare. Con l’arrivo dell’estate l’orso è costretto a tornare al suo habitat naturale lasciando le bambine in casa della madre. Questo momentaneo allontanamento segna un momento di stasi in cui Biancaneve e Rosarossa devono liberarsi definitivamente degli atteggiamenti infantili. E’ in questo frangente che compare il personaggio del nano.
Questo piccolo essere è legato sia alle protagoniste che all’orso. Si scopre infatti alla fine della fiaba che è proprio il nano l’artefice della maledizione che costringe il principe alle sembianze animalesche. In tal senso l’antagonista simboleggia proprio lo spirito dell’infanzia, quella disposizione del Sé che respinge la sessualità ad uno stadio puramente istintuale. Il nano rispecchia difatti la mancanza di una vera morale ancora non sviluppata nei bambini, sostituita da una paura di tipo sociale. Ecco perché la sua principale preoccupazione pare essere quella di “salvare la faccia”: è sempre insoddisfatto, non accetta critiche, sempre invidioso ed inaccessibile all’amore. In questo comportamento si intravedono le possibili conseguenze di una prolungata permanenza nell’infanzia, in uno stato di dipendenza e di pudore malsano. L’Io-bambino diviene dispettoso ed interferisce nel cammino delle protagoniste durante il loro distacco dalla casa materna.
L’elemento in primo piano durante gli incontri col nano è la sua lunga barba bianca. Il bianco si ripresenta nuovamente come simbolo dell’infanzia, ma questa volta, legato alla vecchiaia e alle rughe del nano, simboleggia la condizione, ormai obsoleta, dell’Io. Biancaneve e Rosarossa hanno bisogno di tagliare definitivamente il legame con questa parte arcaica per poter trovare il principe. Ecco perché Biancaneve non ha altro modo di liberare il nano se non con le forbici. La reazione del vecchio è giustificata, mentre è più significativa è quella delle protagoniste, le quali di fronte alla maleducazione del nano, rispondono con tranquillità e senso dell’umorismo. Alla base di un simile comportamento c’è quella stessa fiducia, in sé e nella madre terra, che ha permesso alle bambine di giocare con l’orso senza averne paura.
La coscienza infantile rimane in vita nonostante i “tagli” fin quando non interviene l’orso. Nano ed orso sono legati dalla maledizione e si combattono a vicenda poiché rappresentano aspetti autoescludenti dell’Io.
Fortunatamente l’animale e le bambine sono già amici, l’orso selvaggio è stato addomesticato ed i suoi impulsi sono stati sostituiti da un amore adulto, pronto ad accogliere le donne che Biancaneve e Rosarossa sono diventate. Basta un’ultima zampata al nano e le protagoniste sono libere, così come il principe. Il passaggio alla maturità consente a Rosarossa e Biancaneve di poter finalmente vedere le vere sembianze del maschile, non più selvaggio e spaventoso, ma bello e coperto d’oro. La tappa conclusiva è quindi quella del matrimonio, simbolo di integrazione delle varie parti del Sé, conclusione di un sano percorso di crescita. Come in tutte le fiabe questo momento non viene raccontato, così come non viene descritto l’aspetto del consorte; sono aspetti poco importanti, ciò che conta è che tutto sia andato bene.
La presenza della madre in tutta la storia, anche dopo il matrimonio, è un’ulteriore rassicurazione: i bambini dipendono dalle figure genitoriali e hanno bisogno di credere che non resteranno mai soli per sviluppare una sana fiducia nelle proprie capacità. Qualsiasi difficoltà dovranno affrontare, non perderanno mai l’amore e l’appoggio dei loro genitori, anche quando questi ultimi non saranno presenti fisicamente, ma solo come positive introiezioni.

di Martina Marchetti

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Esoterismo

LA ROSA

DAT ROSA MEL APIBUS

La rosa è un simbolo veramente complesso, poiché racchiude in sé – più d’ogni altro fiore – significati tra loro totalmente contrastanti. È, infatti, ambivalente, potendo contemporaneamente significare perfezione celeste e passione terrena, tempo ed eternità, vita e morte, fecondità e verginità.

Secondo la superstizione popolare, molto diffusa soprattutto nel Medioevo, e che ha avuto una notevole influenza in molte leggende tipiche anche del nostro folclore, era il fiore che le streghe preferivano, in quanto ritenuto particolarmente idoneo a provocare il male, forse a causa della presenza sul suo stelo di molte spine; ma nel frattempo, era pure il fiore prediletto dalle fate, che se ne servivano spesso per recare felicità e benessere alle persone buone. In questa circostanza, così come in molte altre, la rosa sa concentrare significati in netto contrasto tra di loro, come odio ed amore, quasi che entrambi discendessero da un unico ceppo, o fossero due facce di una sola medaglia; a pensarci bene, non è poi tanto illogico, essendo entrambi dei sentimenti, delle passioni e queste, come sappiamo, non conoscono vie di mezzo. Nella vita umana, tanto per citare un esempio concreto, se un rapporto tra due persone termina in modo traumatico, non di rado all’amore e alla stima subentra in ambo le parti il disprezzo, l’odio, il rinfacciarsi reciproco di colpe e di difetti; e questi sono tanto più intensi e radicati quanto più forte era il legame affettivo che si è interrotto.

Tornando al nostro argomento, la rosa, possiamo affermare che questo fiore, forse anche per la sua struttura a forma rotonda (non dimentichiamo che in Occidente il cerchio era considerato sin dai tempi più antichi un modo per indicare la perfezione) è stato sempre reputato simbolo di completezza: rappresenta, infatti, la profondità del mistero della vita, la bellezza, la grazia, la felicità, ma anche la voluttà, la passione ed è perciò, spesso associato alla seduzione.

Essendo stato da sempre un fiore abbinato alle divinità femminili, esso è amore, vita, creazione, bellezza e verginità; la sua rapidità nell’appassire simboleggia, al contrario, morte e sofferenza, e le sue spine evocano, invece, il sangue ed il martirio.

Sempre per affinità al cerchio, ossia ad una cosa che non ha né inizio né fine, alla rosa si associa spesso un significato di sistematicità, di ciclicità.

Questo fenomeno, tuttavia, non si limita ad essere puramente periodico, ma presenta anche un suo progresso temporale, un suo divenire, un suo traslare nel tempo: come una ruota di bicicletta che, dopo un giro, ritorna sì nella posizione iniziale, ma in un luogo diverso da quello precedente.

La rosa è pertanto anche il simbolo del divenire e, per traslato, indica il perpetuarsi della vita umana da quella terrena verso un’altra dimensione a noi per il momento ignota, che i credenti chiamano aldilà e che trova il suo culmine, il suo compimento totale nella resurrezione.

Per questo motivo la rosa viene usata per raffigurare anche oltre alla vita eterna, la primavera che, se vogliamo, è un piccolo assaggio terrestre della resurrezione celeste che ci attenderà alla fine della nostra esistenza.

Tuttavia, anche chi non ha il dono della fede può facilmente riconoscere che tutta la nostra esistenza è continuamente attraversata da fasi cicliche: di alcune di loro – come ad esempio l’alternarsi delle stagioni – sappiamo la periodicità, ma di moltissime altre siamo all’oscuro.

Se, ad esempio, siamo malati o in condizioni critiche dovute a qualsivoglia causa, come possiamo determinare se e quando queste scompariranno per far di nuovo posto a periodi di gioia, di serenità, di ristabilimento della salute fisica? E, una volta raggiunto questo stato di benessere, non abbiamo forse paura che la ciclicità della nostra esistenza ci arrechi di nuovo momenti di disagio?

Comunque la si consideri, la nostra vita è composta da un alternarsi di cicli, e questo vale per ognuno di noi.

Nell’ambito dei fiori, per quanto detto prima, la rosa è quello che più d’ogni altro è in grado di rappresentare la periodicità degli avvenimenti umani che si svolgono nel corso della nostra vita. È inoltre simbolo di silenzio e di riservatezza: una rosa era infatti appesa o raffigurata, nelle sale di consiglio per indicare riserbo e discrezione.

Per questo motivo papa Adriano VI fece scolpire sui confessionali una rosa a cinque petali, simbolo del sacro vincolo della segretezza che ogni sacerdote deve mantenere nei riguardi dei penitenti che si rivolgono a lui nella confessione, e la locuzione latina “sub rosa” aveva appunto il significato di una cosa rivelata in assoluta segretezza e confidenza.

La rosa d’oro denota la perfezione.

La rosa rossa il desiderio, la passione, la gioia, la bellezza, il rapporto sessuale; è il fiore di Venere e il sangue di Adone e di Cristo.

La rosa bianca è il fiore della luce; simboleggia l’innocenza, la verginità, lo sviluppo spirituale, il fascino.

La rosa bianca e rossa insieme rappresentano l’unione di fuoco ed acqua, una specie di unione degli opposti, mentre quella azzurra è il simbolo dell’impossibile.

La rosa a quattro petali raffigura la divisione in altrettanti parti del cosmo (terra, acqua, fuoco e cielo), in altre parole gli elementi che nell’antichità alcuni filosofi consideravano primordiali e dai quali traeva origine tutto il creato. La rosa a cinque petali rappresenta invece il microcosmo.

La Rosa dei Venti è raffigurata sotto forma di un cerchio che racchiude una croce doppia indicante le quattro direzioni cardinali e quelle intermedie; in essa sono quindi presenti contemporaneamente i simboli del cerchio, del centro, della croce e dei raggi della ruota solare. Lo stesso concetto può estendersi anche al rosone.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE CRISTIANA

Vediamo ora che cosa questo fiore rappresenta simbolicamente per le principali religioni della terra, iniziando con quella cristiana. Nell’iconografia cristiana, questo fiore, per la sua bellezza e fragranza, viene adoperato per indicare il ParadisoInoltre la rosa bianca è sinonimo d’innocenza, di castità e di purezza e, per traslato, è uno dei modi in cui si rappresenta la Vergine Maria, anche se in alcuni racconti – non appartenenti però alla cultura occidentale – è uno dei modi con cui può essere raffigurata la morte.

Al contrario, la rosa rossa è il simbolo della carità che, se spinta fino ai limiti estremi, può anche portare al martirio. Non a caso, infatti, una leggenda d’ispirazione cristiana vuole che il suo colore rosso sia stato generato dal sangue di Cristo sulla Croce. Ha pertanto anche il significato simbolico delle piaghe del Cristo dalle quali sgorgò il Suo Sangue per la redenzione dell’umanità. Le rose di color rosato sono l’emblema del Bambino Gesù, mentre quelle gialle quello dei Re Magi.

Possiamo osservare che la rosa assume significati fortemente contrastanti: passione e morte, gloria e resurrezione, in altre parole la vita eterna.

Nella religione cristiana queste entità costituiscono tuttavia, pur nella loro palese contrapposizione, un’unità inscindibile: infatti, non si può ottenere la resurrezione se non passando per la morte e non si può raggiungere la gloria se non transitando attraverso la passione.

La rosa è, dunque, il fiore che più d’ogni altro si presta a rappresentare metaforicamente gli eventi cardini della religione cristiana. Viene anche usata per ricordare il Sacro Graalossia la Coppa che, secondo la tradizione, fu adoperata da Gesù Cristo durante l’Ultima Cena.

La Chiesa stessa è talvolta indicata nella Bibbia come Rosa di Sharon: le sue spine sono i peccati di cui essa si è macchiata nei secoli e, più in generale, quelli di tutti i credenti, mentre la rosa senza spine o Rosa Mistica è un altro titolo con il quale viene lodata la Vergine Maria, proprio per mettere in evidenza il Suo concepimento senza peccato originale (quindi senza spine).

La rosa d’oro – oltre alla perfezione ed all’incorruttibilità – è anche un simbolo del pontefice romano e quindi, per traslato, anche di Cristo, di Cui egli è il Vicario in terra. Papa Urbano II38– nel 1096, benedisse per la prima volta una Rosa d’Oro in occasione di una cerimonia, che si svolgeva fino a non molto tempo fa nella quarta domenica di Quaresima (detta per l’appunto Domenica delle Rose Domenica Laetare), considerata una sosta di giubilo nel cammino della penitenza che conduce il popolo cristiano alla celebrazione della Pasqua. Il Papa benediceva un fiore finto fatto di materiale aureo e detto appunto Rosa d’Oro, per farne dono ora ad alcune autorità civili (come il Prefetto di Roma), ora a qualche principe cattolico in segno di predilezione. Come fecero Urbano V che la assegnò nel 1367 alla regina di Sicilia Giovanna, Pio IX, che nel 1867 la donò alla regina di Spagna Isabella II.

Papa Pio XI infine, regalò la Rosa d’Oro all’allora regina d’Italia Elena di Savoia, in occasione della firma del Concordato tra la Santa Sede e lo Stato Italiano. Prima dell’avvento del Cristianesimo, tra il mese di Maggio e quello di Luglio, si tenevano nell’antica Roma delle festività denominate Rosalie, e la Pentecoste, grazie anche alla sua collocazione indissolubilmente legata alla Pasqua, e quindi al periodo primaverile, prese in un certo senso il posto di queste ricorrenze pagane, così come avvenne anche per il Natale, per la cui celebrazione si scelse il 25 Dicembre, giorno nel quale si celebrava la festività del Sole Invitto.

Fino ad alcuni secoli orsono, in occasione della festa di Pentecoste, era costume far piovere sui fedeli, durante la celebrazione della Santa Messa, petali di rose e batuffoli di stoppia accesi, per ricordare che il manifestarsi dello Spirito Santo sugli apostoli avvenne attraverso la discesa di lingue di fuoco, simili appunto a petali di rose. Per tale ragione, la Pentecoste viene anche chiamata Pasqua delle Rose o Pasqua Rosata. Secondo il monaco Beda la tomba, dove Cristo fu collocato una volta deposto dalla croce, era dipinta di rosso e di bianco, dei due colori che, mescolati insieme, formano il rosa; anche in questo caso, come possiamo notare, c’è una perfetta commistione, una sintesi totale di due colori che rappresentano di per sé sentimenti opposti, contrastanti e la cui sintesi trova la sua più totale realizzazione proprio nel rosa, inteso sia come colore sia – in senso lato – come sostantivo.

LA ROSA NELLA TRADIZIONE ISLAMICA

Come nel mondo cattolico la rosa simboleggia il sangue del Cristo, così in quello islamico rappresenta il sangue di Maometto, il suo profeta.

Nella Rosa di Baghdad il primo cerchio rappresenta la Legge, il secondo il Cammino, il terzo la Conoscenza e tutti e tre i cerchi insieme raffigurano la Verità ed il nome di Allah. Anche in questo caso vi sono molte analogie simboliche tra le due religioni monoteiste.

Sa’di (1184 circa – 1291 circa), mistico musulmano, fu uno dei più importanti poeti persiani; questo non è quasi sicuramente il suo nome reale, bensì il titolo con il quale venivano all’epoca chiamati i saggi ed i filosofi, e potrebbe essere l’analogo di Maestro, appellativo con il quale i cristiani chiamano talvolta Nostro Signore.

Nell’opera da lui scritta “Il Roseto” – in lingua originale Golestàn – l’autore definisce il giardino delle rose come il luogo dove si raggiunge il grado più alto della contemplazione. Questa opera è molto nota nella letteratura persiana; la sua ricchezza di simbolismi e l’importanza che ebbe per la diffusione della cultura e della lingua musulmana nei secoli successivi, la rende paragonabile alla nostra Divina Commedia scritta neanche un secolo dopo.

È sostanzialmente un importante documento che illustra la vita politica, sociale e religiosa di quel periodo nel mondo persiano, nel quale sono descritti con minuziosa cura i personaggi dell’epoca, dai principi agli schiavi, dai dignitari di corte ai ladri.

In definitiva, uno spaccato della vita quotidiana, filtrata però attraverso l’occhio benevolo di un saggio che, avendo appunto visto e sperimentato di tutto nella sua esistenza, valuta quello che lo circonda con una certa indulgenza ed in maniera abbastanza bonaria.

Il carattere dello scrittore che traspare da quest’opera è quello di un uomo ricco di doti morali, che tende a giudicare con moltissima prudenza tutto ciò che succede intorno a lui, senza emanare giudizi severi ed inappellabili anche nei riguardi di coloro che agivano disonestamente, ma sforzandosi di trovare anche in loro del bene e dei valori morali. Sotto questo punto di vista si può affermare che fosse più che giustificato l’appellativo di saggio che gli fu unanimemente riconosciuto.

Nel mondo egiziano le rose erano fiori sacri alla divinità Iside, poiché rappresentavano l’amore puro del tutto liberato dall’aspetto carnale; ma è nel mondo greco-romano che il culto della rosa ha trovato maggiore sviluppo.

LA ROSA NELLA GRECIA CLASSICA

Presso i Greci la divinità Aurora è spesso chiamata – tra gli altri da Mimnermo, poeta lirico dell’antica Grecia, vissuto tra il VII ed il VI secolo a.C. ed Omero – “La dea dalle dita di rosa” (rododaktulos), proprio perché associata al sorgere del sole. Saffo, invece, dà questo attributo alla luna. Limitandoci per questione di spazio e di tempo al solo campo della lirica, notiamo frequenti riferimenti alla rosa da parte di poeti e di lirici appartenenti a varie epoche e di stili letterari diversi: dai bellicosi Omero, Mimnermo ed Alceo ai più idilliaci Ibico, Teocrito ed Asclepiade, poeta esaltatore dell’amore.

Secondo Anacreonte le rose sono profumo per gli dei e gioia per gli uomini.

Nessun poeta greco, tuttavia, amò questo fiore più di Saffo; la quale predilige più d’ogni altro tutto ciò che è delicato, e paragona a questo fiore la bellezza delle fanciulle. Costei, inoltre, intitola “Le rose della Pieria” una sua composizione, volendo con questo identificare l’intera sua poesia con il suo fiore prediletto. Presso gli antichi Greci, la rosa è il simbolo della gioia, della bellezza, dell’amore e del desiderio; era il simbolo della dea Afrodite, veniva coltivata nei giardini funerari ed era spesso ornamento di tombe, per garantire al defunto il raggiungimento dell’immortalità nell’altra vita.

Corone di rose adornavano poi le statue del dio Dioniso ed erano anche al collo delle sue scatenate seguaci, le Baccanti. Dioniso era, fra l’altro, il dio del vino e ghirlande di rose cingevano coloro che partecipavano ai banchetti in onore di questa divinità, proprio perché si credeva che tale fiore era in grado di tenere lontano gli effetti negativi – come ad esempio il mal di testa – che un abuso di questa bevanda poteva provocare, od anche perché si riteneva che aiutasse le persone ubriache (molto comuni tra i seguaci di questa divinità) a non rivelare i segreti di cui erano a conoscenza e che sotto l’influsso della ebbrezza avrebbero potuto esternare.

Fu molto probabilmente anche per questo motivo, che la rosa è poi diventata simbolo della riservatezza.

Con la rosa erano poi raffigurati il dio Helios e le Muse oltre alla già citata Eos, dea dell’aurora.

LA ROSA NELLA ROMA LATINA

Anche presso gli antichi Romani la rosa rivestì una notevole importanza; così come presso i Greci, era uno dei fiori con il quale venivano adornate le tombe.

Ciò avveniva principalmente in cerimonie chiamate Rosalia che avevano luogo, secondo la località in cui erano svolte, in un periodo compreso tra il mese di Maggio e quello di Luglio; in questi riti si offrivano delle rose ai Mani, le anime dei defunti ritenute divinità protettrici del focolare domestico. Anche la dea degli inferi, Beate, veniva talvolta raffigurata con una corona di rose sul capo.

Era poi consuetudine gettare petali di rose al passaggio dell’imperatore ed era fatta di rose la corona che egli portava sul suo capo. Il poeta latino Decimo Magno Ausonio associa alla rosa la fugacità della vita; in un suo idillio egli recita: “Uno sola giornata comprende la vita della rosa; essa in un solo attimo congiunge la giovinezza e la vecchiaia”, riprendendo il motivo del carpe diem oraziano ed anticipando temi che troveranno ampio spazio nel Rinascimento.

Anche molte iscrizioni funebri riprendono questo tema; ne sono state trovate alcune, deposte soprattutto per ricordare chi era defunto in età giovanile, con scritto: “Nacque e subito morì, proprio come una rosa”. Nel romanzo “L’Asino d’oro” di Lucio Apuleio, la dea Iside promette a Lucio, trasformato da un maleficio in un asino, di farlo ridiventare uomo durante una processione dedicata alla dea, non appena costui avesse mangiato una corona di rose che il sacerdote di Iside gli avesse consegnato.

Si riteneva, quindi, che la rosa fosse dotata di poteri magici e che fosse alla base di ogni processo di rigenerazione che riguardava l’essere umano.

Questo è anche testimoniato dall’affinità del termine latino rosa con quello ros che sta ad indicare pioggia, rugiada, elementi indispensabili allo svilupparsi ed all’evolversi della vita sulla terra. A proposito di quanto ora detto, è abbastanza singolare che il nome rosa sia comune in quasi tutte le lingue europee, con piccole varianti: die Rose in tedesco; rose in francese, danese, inglese; rosa in spagnolo, italiano ed ancor prima in latino; roza in ungherese; ros in svedese; royz in yiddish, solo per citarne qualcuna.

Trattandosi sia di lingue derivate dal latino che da altri ceppi, possiamo a ben ragione affermare che questo fiore abbia diritto di essere considerato un elemento unificatore del nostro continente. Nell’alchimia e nelle scienze magiche in genere, la rosa bianca e quella rossa sono ritenute gli elementi primordiali di cui si ritiene composta la materia esistente: la prima come sostanza “volatile” e la seconda come ingrediente “in combustione”. Secondo questa teoria, la pluralità delle forme della materia è da attribuirsi proprio ad un diverso rapporto tra le due sostanze base.

SIMBOLOGIA DELLA ROSA

L’unione tra la rosa e la croce – oltre ad essere alla base della figura del rosone – è il simbolo dei Rosacroce, setta di impronta evangelica che nacque in Germania nel XVII secolo, per diffondersi successivamente in Francia. Il loro nome deriva da un adepto della setta, il cavaliere tedesco Kristian Rosenkreuz, vissuto nel secolo XV, la cui tomba venne scoperta in Marocco. I “Rosacrociani”, che si vantavano di predire l’avvenire e di poter guarire malati incurabili, avevano per simbolo una rosa a cinque petali posta al centro di una croce.

Questo emblema ricalca, peraltro, quello di Martin Lutero . Nel mondo della massoneria la rosa riveste un’importanza fondamentale; durante il funerale di un “fratello” è, infatti, costume gettare nella tomba tre rose di colore diverso, dette Rose di San Giovanni che significano amore, luce e vita. Il 24 Giugno, giorno della festività di San Giovanni è consuetudine decorare gli interni di ogni loggia massonica con tre rose di diverso colore. Anticamente i Germani eseguivano in onore della divinità Ziu (l’equivalente del dio Marte) la “Danza della spada”, nella quale veniva simulato un combattimento tra giovani ballerini. Costoro, al termine della danza, univano le punte delle loro spade in modo da formare una rosa, e portavano in trionfo il corifeo, ossia colui che aveva guidato il ballo propiziatorio.

Sempre nella cultura tedesca – soprattutto nella poesia popolare – la frase Im Rosengarten sein” (Essere nel Giardino delle rose) ha un doppio ed opposto significato, uno dei quali indica l’amore casto e puro, l’altro, invece l’amore in senso passionale, biblico, che deriva da un rapporto carnale: un altro esempio della dualità che questo fiore è capace di concentrare in sé.

Nel mondo cinese la rosa non riveste quella importanza simbolica che ha invece nelle nostre latitudini; essa viene il più delle volte associata alla gioventù, in ogni caso mai all’amore. Nel campo dell’araldica le rose sono di solito raffigurate in maniera stilizzata, con cinque, sei oppure otto petali. Tra gli emblemi dove questo fiore viene raffigurato, ricordiamo quelli già citati delle casate dei Lancaster (rosa rossa) e degli York (rosa bianca) , dei Tudor (rosa con petali bianchi striata di rosso), dei principi tedeschi di Lippe, dei conti di Altenburg. Infine, tra le città nei cui stemmi appare questo fiore, ricordiamo quella inglese di “Southampton” (una rosa rossa e due bianche), e quella tedesca di Lipstadt.

FONTE : Corrado Colafigli e Maurizio Saudelli – Spigolando tra le Rose

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