Salute

MAMMA EBE E IL MITO DEL GUARITORE

showimg2

Negli anni ’60 « Mamma Ebe » ha cominciato a operare in un contesto sociale e economico che, sotto l’influsso delle vicine aree urbane cui appariva ormai fortemente collegato, aveva subito una rapida trasformazione, abbandonando le attività rurali per dedicarsi a forme di lavoro funzionale allo sviluppo dell’industria di Prato e Pistoia. Un’industria (prevalentemente tessile, calzaturiera, della maglieria e dei mobili) che si é fatta forte grazie all’aver diffuso forme di sottoccupazione e di lavoro a domicilio per vaste zone intorno ai centri maggiori e nei centri urbani stessi. L’abbandono del lavoro dei campi, permise il liberarsi di un vasto potenziale di manodopera, che non si trovò organizzata come classe operaia, ma parcellizzata, esclusa dal ciclo produttivo globale, spesso isolata in piccoli gruppi, addirittura familiari, sempre più alienata dal contesto sociale da cui era prodotta e di cui subiva tutte le influenze.

Il formarsi di tali attività ha dei riflessi sociali profondi legati anche all’irregolarità della loro organizzazione fondata essenzialmente sul cottimo e non soggetta ad alcuna forma assistenziale né previdenziale.

Tutto ciò avveniva mentre nel Paese si completava quel processo di trasformazione da agricolo a industriale, caratterizzato da mutamenti che hanno inciso profondamente nel costume e nella mentalità, segnando l’inizio di un processo liberatore da vecchi schemi, che ha investito tutti i campi della società.

Si son avuti in questo periodo forti conflitti di classe, fenomeni di lacerazione sociale che hanno teso a mettere in discussione, in misura più o meno radicale, i modelli di organizzazione del lavoro, della famiglia, del l’istruzione, delle strutture sanitarie e sociali e che si sono concretizzati in atti di Legge nel corso degli anni ’70.

Oggi, più di ieri, l’aspetto caratteristico della nostra epoca c rappresentato da un rapido sviluppo scientifico e tecnico che, non governato e abbandonato alla logica dell’accumulazione, genera una crisi sociale che, ancor più del decennio precedente, stenta a ricomporsi in movimenti politici e sindacali che esprimano un potenziale unitario contrattuale attivo. Allo sviluppo delle forze produttive c alla loro organizzazione, si oppone, con un contrasto sempre più acuto, l’organizzazione sociale c politica del mondo capitalistico che imprigiona e distorce le potenzialità tecnico-scientifiche entro ricorrenti crisi politiche ed economiche, determinate dalla logica della difesa di interessi e di potere, sempre più limitati ad un ristretto gruppo di fruitori. La presa di coscienza dei limiti, delle contraddizioni, dei costi sociali del ‘ modello industriale ’ si traduce spesso in una sorta di smarrimento. Crollano illusioni, speranze e miti radicati da gran tempo; emerge una crisi di valori, di postulati ideali e morali, la sfiducia nelle organizzazioni e nelle istituzioni. Se questo è evidente anche nelle grandi città, ancor più palese appare ¡’arretramento sia a livello dell’organizzazione del lavoro, anche in forme precapitalistiche, sia a livello culturale verso valori magico-religiosi, in aree di recente trasformazione da agricole in industriali, come conseguenza di una disgregazione sociale, perdita di status, alienazione.

Una delle risposte culturali che emerge di fronte alle difficoltà ambientali, alla sfiducia generale e alla incapacità di comunicazione, è la malattia o uno stato definito come malattia che ‘ giustifichi ’ la causa della perdita di status, escludendosi da responsabilità soggettive.

Le malattie si configurano come espressione dello squilibrio dei rapporti umani, dell’incongruità delle relazioni sociali, in quanto espressione e riflesso dei rapporti di produzione. Ogni frustrazione porta come conseguenza dei disagi e turbe psicofisiche, più o meno rilevanti, e reazioni diverse nel loro manifestarsi, lino ad una regressione in cui l’individuo perde la sua soggettività.

Tutto questo è maggiormente comprensibile se si chiariscono  alcuni presupposti di partenza. La malattia è espressione di un determinato sviluppo della società in un determinato tempo (vedi la TBC dopo la seconda guerra mondiale, le malattie infettive, vedi oggi i tumori, l’ulcera duodenale, le malattie coronariche, la cosiddetta follia). Con lo sviluppo della società industriale, le malattie non possono essere considerate come espressione di uno squilibrio biologico, ma tendono invece ad essere l’espressione dello squilibrio Uomo-Natura. È sufficiente, a questo proposito, ricordare alcune di quelle malattie che sono catalogate come esiti della civilizzazione e del progresso: tumori, cardiopatie, nevrosi, stati psicosomatici. Oggi queste malattie hanno assunto, per la loro diffusione, un carattere sociale. È evidente che l’unico intervento veramente efficace per debellarle è la prevenzione, attraverso l’eliminazione delle cause che ne provocano l’insorgenza.

Ma tale intervento, previsto e contenuto come principio portante della Legge di Riforma Sanitaria, nella sua applicazione significherebbe la radicale trasformazione degli attuali rapporti di produzione, delle strutture sociali e culturali di tutto il Paese. Vorrebbe dire ricreare un rapporto tra uomo e natura, tra uomo e uomo, vorrebbe dire mettere al primo posto nelle scelte economiche e sociali il rapporto equilibrato tra uomo e natura. Vorrebbe dire, di conseguenza lo smantellamento dello stato capitalistico che per la sua sopravvivenza si basa sul contemporaneo sfruttamento dello stesso binomio: UOMO-NATURA.

L’espressione più evidente del profondo disagio dell’individuo è rappresentato, oggi, dalle nevrosi e dalle malattie psicosomatiche. Il significato sociale e politico che queste nuove morbosità esprimono, non sfugge alla classe egemone, tanto è vero che si è subito organizzata attraverso l’uso dei suoi mezzi di comunicazione per farne oggetto e contenuto di un messaggio culturale. In realtà non sono stati morbosi, ma fenomeni che tutti subiscono, quindi comuni – normali – ineluttabili. Esprimono perfettamente questo processo di mistificazione le varie sequenze pubblicitarie, che, inseguendo la logica del profitto, propongono rimedi infallibili contro lo stress della vita quotidiana, « il logorio della vita moderna », la tensione dei rapporti familiari e sociali, tramite pillole o amari a prova di qualsiasi tipo di moglie o di suocera o di capo-ufficio.

Ancora una volta il sistema, mascherandosi dietro un atteggiamento paternalistico, comprensivo, rassicurante, sfrutta questi disagi con false chimere di serenità, di tranquillità. Ma è andato oltre. Forse temendo che tutto ciò non fosse sufficiente, ha investito capitali ed intelligenza scientifica, per creare qualcosa che liberasse veramente gli individui dai suoi disagi quotidiani, dalle sue ansie, ed ha creato un nuovo mito: lo psico-farmaco. Questo permette, contestualmente, agli individui il massimo della tranquillità, e al sistema il massimo del controllo e della repressione della coscienza oltre che il profitto.

Stiamo indubbiamente vivendo una fase critica del nostro sviluppo civile. Nonostante che determinati valori, legati al rinnovamento sociale e economico, si siano imposti culturalmente e abbiano trovato soluzione legislativa nel decennio ’70-’80, attraverso ampie lotte sociali, non hanno poi trovato concreta applicazione. Hanno così perduto, per molta parte dei cittadini, quel valore proiettivo di rinnovamento di cui erano portatori. Alla crescita rivendicativa, culturale e politica di tanta parte della società, si è data come risposta: stagnazione, ritardi e contraccolpi che hanno creato sfiducia nei gruppi culturalmente più avanzati e che si erano impegnati in prima linea, e smarrimento e svilimento in quelle fasce di popolazione che, pur non partecipando in prima fila alla battaglia riformatrice, ne percepivano e ne attendevano una reale applicazione.

È nel quadro di questo conflitto globale, di questo disagio generale dell’uomo nel suo rapporto con la natura e la società che si verificano dei ‘ feed-back ‘ altrettanto radicali in un passato arcaico, immobile e quasi universale, dove l’individuo ritrova se stesso come entità precisa, in quanto colpita, nel bene e nel male, da qualcosa che lo riguarda in prima persona, recuperando, in questa dimensione una soggettività che nella realtà sociale gli è negata. Creandosi situazioni nuove attraverso il ricorso a vie magico-religiose, l’individuo sembra ritrovare uno strumento per annullare la parte spiacevole del mondo reale, sembra trovare la capacità di negare la realtà nel punto dove essa si oppone, fino quasi all’annullamento della sua personalità, ai suoi desideri, alle sue aspirazioni. E cosi questi due mondi, razionale e magico-religioso, coesistono e in quest’ultimo l’uomo non si annulla, ma ricerca una soluzione ai problemi del mondo sociale, solo quando questo non sa o non vuole dargliela. Questa affermazione appare avvalorata dall’analisi del rapporto medico-paziente, trattato nell’introduzione, e guaritore-cliente. Riguardo a questo, emerge dalla dinamica messa in atto, accanto ad una cultura magico-religiosa, la risposta ad un sintomo che appare come caratteristico della società moderna: è evidente, infatti, la richiesta di un riconoscimento globale dell’individuo come persona e non solo come corpo, con l’esigenza fondamentale e primaria di comunicare, di essere ascoltato nei propri conflitti personali, familiari, relazionali, nelle proprie paure e frustrazioni, che lo soffocano fino ad una sofferenza fisica ed a una conseguente somatizzazione.

Dalle interviste fatte ai frequentatori di « Villa Gigliola », il bisogno di comunicare, nel senso di essere ascoltato in modo partecipato, appare come un elemento costante e assume una grossa valenza terapeutica. Il suo significato ha ancora più valore se lo rapportiamo ad un’altra dichiarazione, anch’essa costante, e che cioè il ricorso alla guaritrice è avvenuto dopo che il rapporto col medico si era rivelato inutile, superficiale e frustrante. In ultima analisi viene fuori, con molta chiarezza, che per lo più il medico non ascolta.

Si giunge così alla ricerca dei guaritori. La loro forza, al di là di vere o presunte capacità terapeutiche, è in realtà data dal persistere dello scontro dell’uomo con il mistero, con la sofferenza, fisica e sociale.

Ciò contribuisce a formare il personaggio guaritore e il giudizio positivo sulle sue potenzialità è essenzialmente un accordo Malinteso e quasi inconscio che definisce a-priori tali poteri e li rende sempre più reali attraverso il racconto, l’esempio, la comunicazione che circola all’interno di un gruppo che ha come base comune uguali bisogni collettivi e uguali aspettative. Sembra che la suggestione sia la molla che coagula i desideri e sia causa dell’effettiva miracolosità, là dove si verifichi. Di fronte a bisogni individuali e collettivi, così radicati e sofferti, nessuna controprova può distruggere il mito del guaritore.

Nella figura specifica delia guaritrice Ebe Giorgini, si coagulano inoltre un certo numero di valenze che trasformano in un comportamento reale ormai consolidato, la propensione a cercare sollievo alle proprie sofferen­ze in forme alternative alla medicina e cultura ufficiale:

  • la combinazione di elementi magici, cattolici, popolari e scientifici
  • un certo grado di omogeneità subculturale e la conse­guente possibilità di una effettiva comunicazione fondata sui fatto che guaritrice e clienti partecipano di un medesimo codice;
  • la posizione ormai carismatica della guaritrice, il suo prestigio, la sua sicurezza, il suo atteggiamento volta a volta protettivo e autoritario, sì che alla sostanziale omogeneità di cultura e di codici fa riscontro un fortissimo dislivello di status, il che consente il formarsi di quegli stati psico-culturali di attesa che costituiscono un anello fondamentale nei processi di guarigione psicosomatica
  • i significati religiosi e di sicurezza psicologica evocati dal nome stesso « Mamma » con cui la guaritrice si fa chiamare
  • la sua ambivalente posizione posta a mezzo fra partecipe del potere e perseguitata, sia per quanto riguarda le autorità dello Stato, sia per quanto riguarda le autorità religiose, la quale con­sente, al medesimo tempo, sicurezza e identificazione proiettiva.

Il caso « Mamma Ebe », in seguito al processo di Vercelli, ha trovato ampio spazio nella cronaca dei giornali e della televisione ed è divenuto il soggetto di una produzione cinematografica. Rispetto alle vicende giudiziarie non spetta a noi, né interessa, considerarle in questo lavoro in alcun modo, così come esula da ogni nostra intenzione valutare l’attività della guaritrice con ottiche estranee a quella dell’indagine conclusioni interpretative che estranee a quella dell’indagine antropologica e culturale. Da questa è emerso uno spaccato sociale significativo che sottolinea il nesso esistente tra la sopravvivenza di fenomeni magico-religiosi e le forme di organizzazione sociale ed economica della società contemporanea. Di fronte alla conflittualità che la caratterizza, all’uomo sono date alcune scelte: l’integrazione, mediante l’ade­sione alla logica comune c l’annientamento come soggetto pensante e attivo; la depressione, la sofferenza psichica e la coscienza della propria impotenza che sfocia nella follia; la fuga dalla lotta, dalla sofferenza e impegno attraverso la ricerca di una felicità arti­ficiale (alcool, psicofarmaci, droga); la ribellione brutale e aso­ciale (delinquenza); la lotta cosciente, dura, quotidiana attraverso un impegno solidale e organizzato (partiti, sindacati, movimenti di lotta); il rifugio in un mondo magico-religioso che consenta di proiettare fuori da sé e dal sociale le cause del proprio malessere psico-fisico-relazionale.

Ovviamente la società capitalistica privilegia e premia la pri­ma, tende a segregare la seconda, trae profitti dalla terza, punisce la quarta, teme la quinta e cerca di ridurre la potenzialità innova­tiva. Per quanto riguarda l’atteggiamento di fuga in esperienze magico-religiose, c’è un apparente disinteresse e la tendenza a definirlo un fenomeno marginale anche se coinvolge masse gì individui che, tacitamente, testimoniano le colpe di un sistema escludente e disumanizzante, senza rappresentarne un pericolo.

FONTE

Anna Tocchini – Conflitti sociali e magia nel mondo contemporaneo

Standard
Salute

EPIGENETICA

Immagine

Intervista di Barbara Stahura a Bruce Lipton sui concetti di Epigenetica e DNA alla base del bestseller LA BIOLOGIA DELLE CREDENZE – Come il pensiero influenza il DNA e ogni cellula, tradotto in italiano da Macro Edizioni.

Durante il periodo in cui Bruce Lipton lavorava come ricercatore e professore alla scuola di medicina, fece una sorprendente scoperta sui meccanismi biologici attraverso i quali le cellule ricevono ed elaborano le informazioni: infatti, piuttosto che controllarci, i nostri geni sono controllati, sono sotto il controllo di influenze ambientali al di fuori delle cellule, inclusi i pensieri e le nostre credenze. Questo prova che non siamo degli “automi genetici” vittimizzati dalle eredità biologiche dei nostri antenati. Siamo, invece, i co-creatori della nostra vita e della nostra biologia. Lipton descrive questa nuova scienza, chiamata epigenetica, nel suo libro “The Biology of Belief: Unleashing the Power of Consciousness, Matter and Miracles” (N.d.T.: Biologia delle Credenze: Liberare il Potere della Consapevolezza, della Materia e dei Miracoli) (2005: Mountain of Love/Elite Books). Pieno di citazioni e riferimenti di altri scienziati che conducono, in tale campo, ricerche all’avanguardia, questo libro potrebbe, letteralmente, cambiare la vostra vita al suo livello più fondamentale. Fino alla scoperta dell’epigenetica, si credeva che il nucleo di una cellula, contenente il DNA, fosse il “cervello” della cellula stessa, del tutto necessario per il suo funzionamento. Di fatto, come hanno scoperto Lipton ed altri, le cellule possono vivere e funzionare molto bene anche dopo che i loro nuclei siano stati asportati. Il vero “cervello” della cellula è la sua membrana, che reagisce e risponde alle influenze esterne, adattandosi dinamicamente ad un ambiente in perpetuo cambiamento. Che cosa significa questo per noi, quali collezioni di cellule chiamati esseri umani? Man mano che incrociamo le diverse influenze ambientali, siamo noi a suggerire ai nostri geni cosa fare, di solito inconsciamente. I carboidrati ci fanno ingrassare? Sì, se lo crediamo. Saremo amati, avremo successo nel lavoro, saremo ricchi? Se ci crediamo, lo saremo. Lipton ci mostra anche come Darwin avesse torto. La competizione non è la base dell’evoluzione; non è la sopravvivenza del più forte che ci permette di sopravvivere e prosperare. Al contrario, dice, dovremmo leggere l’opera di Jean-Baptiste de Lamarck, che venne prima di Darwin e dimostrò che la cooperazione e la comunità sono la base della sopravvivenza. Immaginate se ciascuna dei vostri trilioni di cellule decidesse di farcela da sé, di combattere per essere la regina della collina piuttosto che cooperare con le cellule compagne. Per quanto sopravvivereste? Bruce Lipton è un’autorità mondiale per quanto concerne i legami tra scienza e comportamento. Biologo cellulare, ha insegnato Biologia Cellulare presso la facoltà di Medicina dell’Università del Wisconsin e si è dedicato in seguito a ricerche pionieristiche alla School of Medicine della Stanford University. È stato ospite di decine di programmi radiotelevisivi ed è un conferenziere di primo piano. Le sue rivoluzionarie ricerche sulla membrana cellulare hanno precorso la nuova scienza dell’epigenetica e hanno fatto di Lipton una delle voci più note della nuova biologia.

L’INTERVISTA

Barbara Stahura: La premessa di base della tua ricerca e del tuo libro, The Biology of Belief, è che il DNA non controlla la nostra biologia.

Bruce Lipton: Sì. Ho cominciato a studiare questo verso la fine degli anni ’60. Da allora la scienza di frontiera ha iniziato a rivelare tutte le cose che avevo osservato. I biologi che fanno ricerca d’avanguardia sono a conoscenza di ciò che dico nel libro. Il pubblico, però, non ne ha comprensione alcuna perché, o gli arriva in forma abbreviata, o quello che gli viene venduto è la credenza che siamo controllati dai nostri geni, sebbene ciò non sia sostenuto dalla scienza d’avanguardia. Tutto il mio sforzo si è concentrato nel far giungere al mondo l’informazione d’avanguardia. L’orientamento mentale del pubblico è stato programmato secondo la credenza che siamo degli automi genetici, che i geni controllano la nostra vita, che ne siamo vittime, e via di seguito. Il punto, però, è che la scienza di frontiera – quella di cui parlo – si è stabilizzata da almeno 15 anni. È ora che sia portata nel mondo perché è lì che viene usata.

BS: Questa scienza relativamente nuova sulla quale tu scrivi viene chiamata epigenetica. Ci spiegheresti di che cosa si tratta?

BL: L’epigenetica è quella scienza che mostra che i geni non si auto-controllano, ma sono controllati dall’ambiente. Si sa da circa 15 anni, e ora fa finalmente fa capolino da dietro l’angolo. Ti faccio un esempio. La Società Americana per il Cancro ha recentemente pubblicato una statistica che afferma che il 60 per cento dei tumori sono evitabili, cambiando stile di vita e dieta. Quest’informazione proviene da un’organizzazione che ha cercato per circa 50 anni i geni del cancro. E ora se ne viene fuori dicendo: è lo stile di vita, non sono i geni. Ci siamo focalizzati sul cancro come se fosse una questione genetica, ma solo il cinque per cento dei cancri ha una connessione genetica. Il novantacinque per cento dei cancri in effetti non ha nessuna connessione coi geni. La ragione (che ci fa dire che c’è una connessione genetica) è che tale spiegazione è fisica, tangibile, perciò preferiamo lavorare su di essa. E il 95 per cento che ha un cancro e non c’è una connessione genetica? Non è facile fare esperimenti su qualcosa sulla quale non puoi focalizzarti fisicamente.

BS: Così il determinismo genetico – l’idea che siamo controllati dai nostri geni – è inevitabilmente incrinata, come dici nel libro.

BL: Sì.

BS: Hai scritto anche di Jean-Baptiste de Lamarck e della sua teoria dell’evoluzione – che sopravviviamo attraverso la cooperazione, piuttosto che la più recente idea darwiniana di competizione e sopravvivenza dei più forti. Che tutti i nostri trilioni di cellule devono cooperare per mantenere il nostro corpo in perfetto funzionamento, in quanto noi esseri umani non possiamo sopravvivere senza grandissime quantità di cooperazione gli uni con gli altri e con il nostro ambiente.

BL: Immediatamente, appena hai detto cooperazione, stavi violando la teoria darwiniana, che è competizione e lotta. Di fatto, si tratta di un’interpretazione erronea.

La nuova scienza ci dice che quella credenza è sbagliata. La credenza di cui hai appena parlato, invece – la natura della cooperazione e della comunità – è in effetti il principio basilare dell’evoluzione. Nel 1809 Lamarck ha scritto che i problemi che tormenteranno l’umanità verranno dal suo separarsi dalla natura, e ciò condurrà alla distruzione della società. Aveva ragione, perché la sua enfasi sull’evoluzione era che un organismo e l’ambiente creano un’interazione cooperante. Se volete capire il destino di un organismo, dovete capire la sua relazione con il suo ambiente.

Poi ha affermato che separarci dal nostro ambiente significa assumere la nostra biologia e tagliarci fuori dalla nostra sorgente. Aveva ragione.

E quando arrivi a capire la natura dell’epigenetica, la sua teoria ora ha trovato sostanza. Senza alcun meccanismo che, all’inizio, le desse un senso – e specialmente da quando abbiamo comprato il concetto dei biologi neo-darwiniani che affermano che tutto è controllato geneticamente – Lamarck sembrava stupido. Ma sai cosa? Aveva proprio ragione.

BS: La tua dimostrazione che il “cervello” della cellula non è il DNA ma, bensì, la sua membrana è affascinante. Che significato ha questa scoperta riguardo a ciò che pensiamo di noi stessi e della nostra vita, dal momento che siamo proprio una comunità di cellule?

BL: Se due cellule si uniscono e stanno comunicando, useranno i loro “cervelli” per farlo, giusto? E se dieci cellule si uniscono, useranno i loro cervelli affinché la loro comunicazione reciproca abbia un senso. Quando prendi un insieme di un trilione di cellule, come in un cervello umano, queste opereranno ancora secondo il principio del cervello cellulare. Beh, quando abbiamo comprato l’idea che i geni ed il nucleo formano il cervello della cellula – che ci porta fuoristrada – e la applichi come fosse un principio di neurologia o di neuro-scienza, ti sei già incamminato nella direzione sbagliata. Non puoi arrivare da nessuna parte perché quello non è il cervello della cellula.

I nostri principi su come funziona l’intelligenza sono stati totalmente sviati. Ecco perché, dopo tanta neuro-scienza, se chiedi a qualcuno: “come funziona, veramente, il cervello?” La risposta sarà: “veramente, non lo sappiamo”. Il Progetto Genoma Umano dice che quel modello è sbagliato. Pensavamo che ci volessero più di 100.000 geni per far funzionare un essere umano. Il fatto che ce ne siano meno di 25.000 ha messo un bastone tra le ruote dell’intero processo.

Come può esserci un tale esiguo numero di geni a formare una cosa così complessa come un essere umano? La risposta è che ci vuole molto di più dei soli geni a farlo funzionare – che è l’apporto dall’ambiente che può alterare la lettura dei geni.

Ci sono 140.000 proteine in un corpo umano, e si credeva che ciascuna richiedesse un gene separato per prodursi. Di colpo, trovi che ci sono 25.000 geni e 140.000 proteine, e non ci siamo con i numeri.

L’epigenetica rivela qualcosa di così sorprendente che la scienza stessa ha dei problemi a comprendere la forza di questo nuovo significato, e suona così: con il controllo epigenetico, che significa il controllo mediato dall’ambiente, un singolo gene può essere usato per creare 2000 o più proteine diverse dalla stessa matrice. Il controllo epigenetico è come un lettore che può leggere l’impronta originaria e ristrutturarla per produrne qualcosa di diverso. Ed ecco come un singolo gene può essere usato per creare molti prodotti proteici differenti. Non è stato il gene che ha prodotto ciascuna proteina, è stato il controllo epigenetico che l’ha fatto, e questo è il feedback diretto dall’ambiente. Ci allontana da quel meccanismo che dice che siamo solo macchine.

BS: E ci dice invece che non siamo vittime. Siamo co-creatori.

BL: Assolutamente.

BS: Per tanti l’idea che siano i nostri pensieri a creare la realtà, che è quello su cui si basa la Scienza Religiosa e altre tradizioni metafisiche e spirituali, è un’idea puramente spirituale. Ma la fisica quantistica ha aggiunto all’idea, il fatto scientifico. E ora, il tuo lavoro e quello di altri porta quel concetto a livello delle cellule. Che lo rende in qualche modo più reale, più tangibile.

BL: Se si definisce lo spirito più o meno su questi parametri si potrebbe ottenere una definizione del tipo “una forza motrice invisibile.” Se definisco la natura della meccanica quantistica, è una forza motrice invisibile. Di fatto afferma: “Sì, ci sono forze invisibili che modellano la nostra esistenza”. Poiché la nostra biologia è tradizionalmente basata su un concetto newtoniano e materialistico, la natura di quel sistema è di considerare le forze invisibili come non rilevanti. Però, quello che la meccanica quantistica ha stabilito è che le forze motrici invisibili sono tutto. Perciò, se la nostra scienza non si adatta alla nuova fisica, sta di fatto ostacolando il progresso in evoluzione. Quando si introducono nuove forze, si deve dar loro nuovo credito, e quando lo si fa, i ricercatori spirituali saltano su e dicono: lo sapevo! E i fisici quantistici saltano su e dicono, lo sapevo! Stiamo sempre parlando della stessa cosa. Se lo ammettessimo, l’opportunità di unione diventa così tangibile che è quasi fisica. Sì, possiamo sentirla! Ora possiamo essere tutti d’accordo. Tu la chiami come vuoi, io la chiamo come voglio. Ma siamo tutti governati da queste forze invisibili.

BS: Ho letto una tua intervista nella quale hai affermato, “piuttosto che esser vittime dei nostri geni, lo siamo stati delle nostre percezioni.” Puoi aggiungere qualcosa su ciò che significa essere una vittima delle nostre percezioni?

BL: In un certo senso, sappiamo attraverso lo studio della membrana cellulare, attraverso lo studio dell’epigenetica, che questo è fondamentale. L’epigenetica dice che i segnali ambientali influenzano l’espressione genetica, e questi segnali ambientali talvolta sono diretti, e tal’altra sono interpretazioni, quando per esempio .le percezioni diventano credenze. Così, ho una credenza su qualcosa, che è una percezione, e aggiusto la mio biologia a quella particolare credenza. Come col cancro terminale, se credo a quello che i medici mi dicono, lo loro diventa una vera e propria predizione. Se dicono che ho il cancro terminale e sono d’accordo, allora essenzialmente morirò quando, a detta loro, accadrà. Quali sono le persone che non lo fanno? I casi di “remissione spontanea.” Almeno una persona, scommetto, non ha “comprato” quella diagnosi. E la sola ragione per la quale ne sono usciti è che avevano un altro sistema di credenze completamente diverso, e quindi sono stati capaci di cambiarlo.

BS: Come possiamo cambiare le nostre percezioni o credenze fino a quel punto?

BL: La prima cosa è acquisire le nuove percezioni di come funziona la vita. Lasciare andare o riconsiderare le percezioni con le quali ci siamo formati, che, inevitabilmente, sono vittimizzanti: sono fragile, l’ambiente mi può attaccare, lo zucchero fa male. Queste sono credenze acquisite. Ma la questione è, sono veramente vere? Sono vere se questo è ciò che credi, dal momento che la percezione governa la biologia. Se sono programmato dalla percezione che lo zucchero è dannoso alla mia biologia e lo mangio, allora essendone a conoscenza intossico il mio sistema con la credenza, non con lo zucchero. La maggior parte di queste percezioni si manifestano come credenze limitanti o auto-sabotanti su quello che possiamo o non possiamo fare. Come l’auto-guarigione.

La tendenza è, no, non ti puoi guarire da solo, devi andare da qualcun altro che ti guarirà. Santo cielo! Dopo parecchi miliardi di anni di evoluzione, il sistema fu progettato per auto-guarirsi. Per quanti milioni di anni gli esseri umani hanno fatto senza medici? Perché abbiamo bisogno di così tanti medici ora? Perché la percezione è che siamo deboli e fragili, ed abbiamo bisogno del loro aiuto. Bene, questa è una percezione.

Quando eliminiamo questa percezione ed iniziamo ad immettere nuove percezioni, allora cambiamo la risposta della nostra biologia al mondo che ci circonda. Man mano che cambiamo le nostre percezioni, cambiamo le nostre risposte. Le percezioni con le quali operi – ti danno sostegno o te lo tolgono? Ti rendono più forte o più debole? Queste percezioni sono nel subconscio, che controlla il 95 per cento della nostra vita. E, quando lo fa, lo fa senza che noi ce ne accorgiamo. Non vediamo di fatto i programmi che sono automatici. Funzionano perché il conscio è occupato, ed i programmi automatici ne prendono il posto.

Quando il conscio è occupato a fare qualcosa, non sta osservando se stesso. Ci sono due fattori che ci aiutano a capire questo. Uno, la mente cosciente opera con un processore da 40 bit, che significa che può interpretare ed elaborare 40 bit di stimoli nervosi – un bit è uno stimolo nervoso – al secondo. Il che significa che entrano 40 stimoli al secondo e la mente cosciente li discerne e li capisce. La mente subconscia in quello stesso secondo sta elaborando 40 milioni di bit. Da rilevare: se confronto l’elaborazione della mente conscia con quella subconscia, la subconscia è un milione di volte più potente nell’elaborare informazioni. Elemento numero due: i neuroscienziati cognitivi dicono che il 5 per cento del nostro comportamento giornaliero è controllato dalla nostra mente cosciente ed il 95 per cento dal programma subconscio. Perciò nella nostra esistenza quotidiana, la mente subconscia è la fonte più potente della nostra biologia. La mente subconscia è un nastro registratore. Non c’è nessuno lì. È praticamente un congegno di stimolo-risposta. Non c’è bisogno di esserne coscienti. Voi ve ne andate in giro per il mondo, e farà quello che deve fare senza che dobbiate pensarci. Quando la mente cosciente è occupata, non sta osservando il subconscio.

Ed il subconscio è composto dai programmi fondamentali che abbiamo ricevuto dagli altri nei primi sei anni. Mentre si vive la vita con le nostre intenzioni e i desideri della mente cosciente, il 95 per cento del comportamento viene dalla mente subconscia, che è stata programmata da altri. E la maggior parte di tale programmazione è veramente limitante. Non ti puoi guarire da solo, non sei abbastanza intelligente, non ti meriti le cose buone, non sei bravo in disegno o quello che è. Queste affermazioni diventano programmi subconsci, che si attivano quando non faccio attenzione. La mente cosciente nella maggioranza è occupata a pensare al futuro o al passato. E se il conscio è occupato in questo, nel momento presente, si è veramente guidati dal subconscio. Il vostro cosciente è occupato a cercare di pensare: “Mi merito un aumento e di certo dovrei salire di grado in questa ditta.” Mentre lo fate di certo, state operando dal subconscio, e quello ha un programma che afferma che non vi meritate le cose. Qual è allora l’espressione del vostro comportamento? Il comportamento che è coerente con “Non mi merito.” Ciò significa che farete degli errori o altro che renderanno legittimo che non vi meritiate le cose. Non ve ne rendete conto perché non l’avete visto all’opera, e diventate frustrati riguardo la vostra vita perché ci provate così tanto ad avere successo e non andate mai da nessuna parte. E poi, ovviamente, la tendenza è, non sei tu, è il mondo ad ostacolarti.La grande e bizzarra sorpresa è che il mondo vi darà qualsiasi cosa. E’ il vostro stesso sé che è d’intralcio.

BS: Come facciamo a vincere l’opposizione della nostra programmazione subconscia?

BL: Diventane cosciente. Ci sono un paio di modi di farlo. Il modo più antico è quello dell’attenzione Buddhista. Se sei cosciente di essere qui in questo momento, mentre fai questo stupido errore, osservi l’errore, e potresti rimediarlo. La consapevolezza, però, è una cosa molto difficile da addestrare, ed è anche un processore da 40 bit che cerca di far funzionare completamente il processore da 40 milioni di bit. Perciò, per la maggior parte della gente è una procedura molto difficile perché le loro vite sono così indaffarate e sono talmente occupati che non riescono a prendere atto di ciò. L’altro modo è, puoi ritornarci dentro e riscrivere il programma, ma ci sono due cose che devi fare: A) Identificare il programma, e B) Eseguire una procedura per riscriverlo.

Quello che riflette è qualcosa alla quale la maggior parte della gente non ha fatto attenzione e è da dove vengono la maggior parte dei problemi. Pensano che possono semplicemente parlare alla mente subconscia e che questo la migliorerà. Ma la mente subconscia è un nastro registratore. Mettete un nastro nel vostro mangiacassette, accendetelo, e poi ditegli di riprodurre qualcosa di diverso. Il fatto è, che lì, non c’è nessuno. Non farà niente. Ed il potere del pensiero positivo – la maggior parte della gente dice, il potere del pensiero positivo! Provalo! E quando non funziona si sentono peggio perché non possono neanche fare quello. Perché non funziona? Perché se il programma subconscio non è allineato con la direzione conscia, allora si ha un programma che funziona su un processore di 40 milioni di bit 95 per cento del tempo, che vi tira giù mentre voi impiegate il 5 per cento del vostro tempo nella vostra immaginazione pensando pensieri positivi, mentre il vostro subconscio sta conducendo lo spettacolo e sabotandovi proprio nel bel mezzo dei vostri pensieri positivi.

Il pensiero positivo funziona solo se le credenze nel subconscio sono in linea con esso, o se siete completamente attenti. Se siete totalmente attenti ed usate quel desiderio di essere positivi e far funzionare le cose, allora vi accorgerete quando il vostro subconscio sta facendo andare un nastro e voi potete cancellarlo. Ma se non siete attenti e pensate solo pensieri positivi, allora non state conducendo lo spettacolo. Da qui vengono i conflitti. E, ovviamente, se voi foste così positivi nella vostra mente e pensaste che state conducendo lo spettacolo e pensando che non funzioni, ovviamente il mondo vi è contro. No, il mondo non vi è contro, sono i programmi limitanti ed auto-sabotanti che acquisiamo in gioventù. Qui è dove dobbiamo azzerarci.

Standard