Gnosticismo

IL SOGNO DI LUCIFERO

original

La notte più oscura e tempestosa: tale fu il principio della creazione.

Nell’occhio del ciclone regnavano la quiete e il silenzio, e tutt’intorno, l’agitazione della terribile tempesta.

Fu allora che sorse il primo raggio nella nerezza di quell’universo. La sua voce fu il primo tuono che inesorabile rimbombò ai confini del profondo abisso.

Quel raggio aveva un nome, si chiamava Lucifero: il Portatore della Luce. Lucifero fu la prima luce a rompere la profonda oscurità del tempo. Lucifero fu il primo suono a vibrare nell’amorfo silenzio di quella sorda oscurità.

Fu Lucifero il primo lampo, colui che portò la luce, la prima scintilla di coscienza in quell’universo addormentato.

Fu la sua stessa scintilla, la sua propria luce, che gli consentì di percepire se stesso. Ciò lo trasformò in un essere eterno ed immortale. E fu così che Lucifero venne ad essere l’unico raggio che dura sempiterno.

E con il suo pensiero di tuono, che fu la prima voce ed il primo suono dell’universo, così parlò a se stesso:

Sarò ricordato come l’eterno ribelle; come colui che ruppe la pace dell’oscurità e l’ignoranza infinita. Sono lo spirito in azione, affamato di conoscere sè stesso attraverso questo profondo e nero universo.

E così dicendo si immerse nell’oscuro abisso, trascinando con sè la propria luce. Egli andava, lasciando dietro di sè una stella di scintille e lampi dietro di sè. Lampi di luce, scintille di coscienza.

E volgendo lo sguardo, Lucifero, contemplò quei soli e quelle stelle che illuminavano la notte eterna. Allora esclamò:

Sarete i miei sodali, i miei ribelli, i miei guerrieri. Voi siete i miei figli, i miei fratelli, i miei compagni. Voi siete parte della mia luce, siete la mia voce, la mia coscienza. Voi siete me stesso.

E proseguendo il suo cammino tornò ad immergersi nelle profondità, abbandonando il proprio sentiero, una stella di luce nel mare della immensa oscurità.

Allora il suo viaggio si spinse tanto oltre che il suo andare si trasformò in ritorno. Nuovi mondi si mostrarono alla sua vista. Ed in essi scoprì l’opera dei suoi seguaci ribelli, dei suoi figli guerrieri: scoprì la sua stessa opera.

E fu così che comprese la sua ragion d’essere, comprese il perchè della propria esistenza: estrarre la coscienza dall’inconscio, ottenere la sapienza dall’ignoranza, estrarre la luce dall’oscurità.

Come il lampo che squarcia le tenebre, come il tuono che rimbomba nel silenzio, tale doveva essere la sua missione.

E fu così che Lucifero cadde sulla terra, nell’inferno, la più profonda delle nerezze.

Profondo è il dolore dello spirito imprigionato nella materia:

Ciò che è libero è limitato, ciò che è luminoso è reso opaco, la volontà si converte in passione, la coscienza in dimenticanza.

Mirabile sfida:

Trasformare le tenebre in luce, fare delle passioni forza di volontà, convertire l’ignoranza in conoscenza, la mediocrità in eccellenza, liberare ciò che è imprigionato, conquistare la materia, elevarla e farla una con lo spirito.

E fu così che Lucifero cadde nell’uomo. Fu nell’uomo ch’egli conobbe il campo di battaglia dello spirito, la più crudele tra tutte le guerre.

E come uomo si mise alla conquista di se stesso. E come uomo decise di conquistare il mondo.

E caduto nell’uomo e fatto uomo, egli si mescolò tra gli uomini per diffondere la luce.

E fu così che giunse a una grande città, i cui abitanti avevano la caratteristica di esser molto pii. E vide con grande sorpresa che c’era una gran quantità di templi, di dei e di credenze di ogni tipo. E si adoravano dei invisibili ed altri rappresentati in icone. E gli idoli avevano forma umana o animale o entrambe. E quelli che erano invisibili all’occhio avevano attributi umani o animali o entrambi.

E l’aria era impregnata del profumo d’incenso e del suono dei cantici e delle richieste che si chiedeva fossero esaudite, e che pregando, si dirigevano alla molteplicità degli dei.

Allora Lucifero vedendo quella confusione volle estendere la propria luce agli uomini e disse loro:

Perchè cercate fuori, ciò che avete dentro?

Forse non sapete che voi siete il tempio della luce e che la luce vive in voi?

Non capite che voi siete il tempio della sapienza e che la sapienza vive in voi?

Perchè tanta cecità?

A che pro tanta ignoranza?

Svegliatevi, voi uomini immersi nel sonno!

Svegliatevi dal vostro profondo sogno.

Svegliatevi poichè la morte vi osserva e talvolta vi dà la caccia mentre dormite e allora il vostro sogno sarà eterno. Rompete i legacci della vostra illusione! Svegliatevi!

Non cercate fuori, all’esterno, ciò che vive dentro, all’interno. A che giova questa adorazione nei confronti di idoli o di concetti astratti?

Forse che la madre di tutte le oscurità è caduta su di voi?

Non comprendete che lo Spirito della Vita palpita nel vostro cuore si muove nella vostra respirazione, percepisce attraverso la vostra coscienza?

Svegliatevi, uomini dormienti!

Svegliatevi e cessate di perder tempo adorando falsi dei fuori di voi. Dirigete la vostra attenzione a voi stessi, sentite la Coscienza e la Vita che vive in voi, allora la Verità aprirà le porte e comprenderete la realtà del mondo e di questo universo.

Così parlò Lucifero con voce di tuono, e tuttavia, gli uomini non lo compresero e cominciarono a mormorare tra sè e a tramare su come disfarsi di quello straniero che andava pronunciando simili blasfemie.

Allora Lucifero pensò tra sè e sè:

Questi uomini non sono ancora maturi per la grande messe. Le loro orecchie non sentono e i loro occhi sono incapaci di vedere. Sarebbe prudente ch’io mi allontanassi da loro, poichè i loro cuori sono pieni di violenza e oscurità.

Così Lucifero si allontanò da quegli uomini e da quella città. E si incamminò lungo sentieri solitari, sentieri che mai nessun uomo aveva battuto prima.

E così andando giunse in un’altra città e con meraviglia vide che in quella città gli uomini erano più ciechi e ignoranti che nell’altra, poichè proclamavano l’esistenza di un dio proclive a sacrifici e castighi. Essi si auto-definivano “Il Popolo Eletto” e consideravano le altre nazioni come popolate da bestie.

E secondo loro, tutto nell’universo era stato creato a loro uso e a loro spettava, per mandato e promessa di Dio, il governo su tutto il mondo. E solo loro possedevano la verità. E solo loro erano i puri tra le nazioni. E solo loro erano gli eletti, i pii, i più elevati e saggi.

E la meraviglia di Lucifero crebbe sempre di più nell’ascoltare i pensieri e le credenze prevalenti in quella città. E tanta fu la sua sorpresa che alla fine il modo di pensare di quegli uomini lo angustiò e la sua voce tuonò sulla folla:

Quale stupida follia vi pervade?

Dite che il vostro dio vi creò a sua immagine e somiglianza? Allora io dichiaro la verità e questa è che voi avete fatto dio a vostra immagine e somiglianza, poichè non ho mai visto un dio più umano del vostro, nè tanto pieno di umani appetiti e di umani difetti del vostro dio.

Cosa avete immaginato?

Chi avete creato?

Pensate forse che il grande Spirito della Vita, che anima questo universo, possa avere preferenza per questo o quell’altro individuo, per questo o quell’altro popolo, per questa o quell’altra nazione a discapito degli altri individui, degli altri popoli, delle altre nazioni?

Forse che il sole priva della sua luce i malvagi?

Poichè voi siete egoisti avete creato un dio egoista!

Pochè voi siete ingiusti avete creato un dio ingiusto!

Poichè dovete conoscere la verità e questa è che il vostro dio in realtà non esiste, è solo un riflesso, una proiezione delle vostre anime. E come le vostre anime sono impure e malate, così il vostro dio è impuro e malato. Solo individui ciechi ed ignoranti la Luce della Saggezza potevano concepire l’esistenza di un “popolo eletto”. Perchè la verità è che non c’è un dio, non ci sono dei che eleggano un individuo, una razza o una nazione, bensì ogni individuo, razza o nazione elegge sè stesso a sè stesso per mezzo della propria volontà. E questa auto-elezione si realizza per proprio sforzo e merito, non per esser nato in una determinata famiglia, religione, razza o nazione.

Così parlò Lucifero.

E il popolo che lo ascoltava, con i volti rossi per l’ira e le bocche schiumanti dalla rabbia, gridò a lui rivolto:

Blasfemo! Maledetto blasfemo!

Ma Lucifero rispose:

Blasfemi voialtri!

Poichè blasfemia è pretendere di attribuire origine divina a parole e pensieri provenienti da uomini ambiziosi, egoisti ed arroganti.

Al che la folla ruggì, piena di furore:

Uccidetelo! Uccidetelo!

Versiamo il suo sangue affinchè sia pulita con esso l’onta di cui si è macchiato.

Allora il popolo infuriato si scagliò contro Lucifero e cominciò a colpirlo con pugni e con pietre.

E nel mezzo di quella furibonda marea umana Lucifero così pensò:

Questi uomini non sono ancora maturi per la grande messe. Le loro orecchie non sentono e i loro occhi sono incapaci di vedere.

Sarebbe prudente ch’io mi liberassi e mi allontanassi da loro, poichè i loro cuori sono pieni di odio, malvagità e violenza.

Allora la folla trascinò Lucifero ai confini della città e cominciò a lapidarlo per ucciderlo. Ed essi non smisero di scagliargli addosso pietre finchè il suo corpo, totalmente inerte, fu sepolto sotto un manto roccioso.

Il crepuscolo portò via con sè l’ultimo carnefice.

Allora Lucifero scostando le pietre si alzò. Nonostante il suo corpo fosse stato ferito, il suo spirito era rimasto intatto.

Perchè tanta cecità? – disse tra sè – Perchè tanta cecità se dentro tutti noi palpita la medesima luce? O forse sarà che in alcuni questa luce si è occultata a causa dell’ignoranza di se stessi?

E così pensando, Lucifero scrollò i propri abiti e proseguì lungo la “Sua Via”, protetto dalla notte.

E l’alba lo colse mentre era in viaggio, poichè raramente Lucifero dormiva. Ed il suo riposo consisteva nella vigilanza e nell’attenta meditazione di se stesso.

E nonostante la strada che ora andava percorrendo fosse più umana, i pochi uomini che lo incrociavano fuggivano il suo sguardo ed evitavano il suo saluto. Tanto terribile ed imponente era l’aura che emanava dal suo volto.

Ed ecco i suoi passi lo condussero alle porte di un’altra città. E questa città era più bella, più ricca e lussuosa delle precedenti. E nella piazza centrale sopra una grande colonna di oro e pietre preziose era incisa la frase:

“Tutto ha il suo prezzo”.

E in quella città c’erano molti dei, ma ve n’era uno che regnava sugli altri ed il suo nome era: DENARO.

E per il denaro, gli uomini vendevano le proprie figlie e le proprie donne. E per il denaro si vendevano tra di sè e a se stessi e vendevano la propria anima, la propria lealtà, il proprio onore, la propria saggezza e coscienza.

Allora Lucifero provò disgusto per quella massa dannata e desiderò lasciare la città immediatamente, ma la sua coscienza gli impose di dire qualcosa a quelle menti ottenebrate.

E arrampicatosi sull’aurea colonna, al centro della piazza principale, Lucifero proclamò alla folla:

Ah, umanità perduta io ti maledico!

Allora, senza proferire parola alcuna, saltò giù dalla colonna e cadendo per terra, rivolse rapidi i suoi passi fuori dalla città.

Ma coloro i quali lo avevano ascoltato lo seguirono offrendogli ospitalità nelle proprie case, poichè intuivano che quel forestiero doveva essere in possesso di una “strana sapienza” che essi desideravano avere, e tuttavia, poichè vedevano ch’egli non si fermava cominciarono ad offrirgli denaro e a tentare di compare la sua permanenza tra di loro.

Allora cominciarono a vedere chi di loro offriva di più e si sorprendevano a vedere che quell’uomo ignorava le loro offerte e presto l’offerta giunse a dieci milioni di pezzi d’oro per essere poi duplicata e triplicata. Ciononostante, Lucifero non si vendette.

* * *

E i suoi passi lo condussero a una valle in cui il giorno precedente si era svolta una grande battaglia.

Il campo si estendeva coperto di cadaveri in numero di migliaia.

Allora Lucifero camminò in mezzo a quel mare di morti mentre pensava:

Forse che il mondo non è identico a questa valle? Non è seminato di cadaveri, uomini vivi che ancora non hanno compreso di giacere morti nella propria ignoranza?

E nel pensare ciò la sua vista si insinuava tra i corpi inerti e mutilati.

Allora, gli sembrò di scorgere in lontananza un albero solitario e appoggiato al suo tronco un guerriero moribondo.

E Lucifero si diresse vero quell’uomo, contento di vedere qualcuno vivo in mezzo a tanta morte.

E senza dire una parola diede da bere a quello sconosciuto la sua acqua. Questi pulì il suo volto ricoperto di sangue e cercò di curare le proprie ferite, ma scoprì che il suo petto era stato attraversato senza pietà da una lancia nemica.

Allora Lucifero parlò:

Il tuo cuore è distrutto.

Dovresti essere morto, eppure vivi.

Al che il guerriero rispose, con voce tremante eppure con fermezza:

Avrei dovuto vendermi e non l’ho fatto. Sarei dovuto fuggire e sono rimasto a combattere. Ed ora sarei dovuto morire, e tuttavia, io vivo. E’ che il mio spirito è ribelle ed io rifiuto di accettare ciò che non voglio. Avrei dovuto vendere me stesso e vivere in pace, come un agnello, ma non ho voluto. Sarei dovuto scappare ed evitare di fronteggiare il nemico, ma l’ho affrontato. Ora, agonizzante e gravemente ferito, dovrei esser morto, però non voglio morire.

Allora gli occhi di Lucifero brillarono di una luce inusuale e comprese che davanti a sè aveva un uomo che, in qualche modo, aveva trovato sè stesso.

E promise a sè stesso che non avrebbe permesso che quell’uomo morisse e che avrebbe usato tutto il suo potere per salvarlo, poichè pensò che uomini come quello erano ciò di cui necessitava il mondo: uomini che non si sarebberp venduti nè avrebbero fatto un sol passo indietro davanti al Nemico, uomini con spirito di lotta ed il desiderio di vivere eternamente.

Allora Lucifero pose le proprie mani sulle ferite sanguinanti del guerriero, il quale al sentire lo spirito di vita e salute che lo invadeva esclamò:

Chi sei tu che mi benedici con la vita?

Al che rispose Lucifero:

Io sono il Portatore di Luce, la coscienza che si manifesta in forma umana. Sono la forza che si cela dietro ogni essere, dietro ogni uomo ed ogni donna, dietro ogni bestia ed ogni cosa.

E appena ebbe terminato di parlare, posò il piede e intraprese il proprio cammino.

Dove vai straniero? – lo fermò il guerriero – Quando potrò ascoltare una seconda volta della tua singolare saggezza?

– La mia saggezza vive in te, è il tuo stesso essere. Se ascolterai te stesso, non avrai bisogno delle mie parole.

Subito Lucifero tacque alcuni istanti e aggiunse:

Il mio spirito tiene lo sguardo fisso a Nord. Il mio corpo rimarrà per qualche tempo nella Montagna del Drago.

E indicando la gran massa rocciosa che si ergeva all’orizzonte, si mise nuovamente in marcia.

* * *

Cercava Lucifero su quei monti la tranquillità della solitudine così da poter esaltare la propria coscienza.

Tuttavia la sua pace non durò a lungo, poichè cominciò ad arrivare gente in cerca del saggio della montagna che, stando a quel che si diceva, aveva guarito un guerriero moribondo.

E fu così che Lucifero divenne un maestro, in principio di pochi e, presto, di molti.

E nel suo sforzo di insegnare, solo insegnava che non v’era nulla da imparare, perchè tutta la chiarezza e la sapienza si trovano già riposte nel cuore di ogni essere vivente.

Ma la gente cominciò ad essere confusa, poichè colui che è cieco non vede sebbene il sole lo illumini e il cuore in preda alla confusione si perde anche nel giorno più chiaro.

E cominciarono a perdere di vista sè stessi e a volgere i propri occhi all’esterno, all’immagine del maestro che loro insegnava.

Allora Lucifero capì e non permise a sè stesso di cadere nella trappola dell’oscura ignoranza.

E fu così che un giorno radunò attorno a sè tutti coloro ai quali aveva insegnato e comunicò la sua decisione di abbandonare il mondo.

Allora i suoi seguaci iniziarono a lamentarsi del destino avverso e sentirono che quella sarebbe stata la loro perdizione.

E Lucifero sorrise, poichè comprese che quella era la via che per quanto dura, li avrebbe elevati a sè stessi.

Allora disse:

Non lamentatevi della mia perdita, poichè l’unica perdita degna di lamentela è la perdita di se stessi. E voialtri avete perso voi stessi molto tempo fa e non avete mai versato una lacrima per questo grande tesoro andato.

E uno tra i molti alzò la propria voce dicendo:

Maestro, prima di partire parlaci dell’ essenza del tuo insegnamento, perchè possiamo ricordarla.

Allora Lucifero disse:

Ricordatevi di voi stessi e ricorderete il mio insegnamento. Non cercate fuori ciò che già esiste dentro, nel vostro spirito.

Vedete che l’uomo è come un albero che cresce sulla cima di una montagna. Però questa montagna è in realtà un vulcano al cui interno arde un fuoco chiaro e poderoso che conferisce la più perfetta serenità e forza. Il calore di questo fuoco interiore aiuta a crescere l’albero, il quale mentre affonda sempre più le proprie radici nelle viscere della montagna, tanto più espande i suoi rami verso l’infinità del vasto cielo.

Ricordate sempre che nel mondo ci sono tre classi di persone: ci sono coloro i quali conoscono la propria ragion d’essere, ci sono quelli che la ignorano e ci sono “i confusi”. E tra coloro che sono confusi ci sono quelli che credono di conoscere la propria vera ragion d’essere, ma in realtà la ignorano e quelli che hanno inventato per sè una ragion d’essere, che essendo un qualcosa di artificiale li allontana dalla loro vera natura.

In verità è importante ciò che ora dico: Solo chi conosce sè stesso, conosce la sua ragion d’essere, conosce il suo destino e cessa di esser parte del gregge. E molto meglio che essere un confuso è il riconoscere l’ignoranza di sè stessi, poichè la cura giunge quando si riconosce la malattia.

Dopo aver mantenuto il silenzio per un istante, continuò:

La montagna è come il corpo, la coscienza come l’albero e il fuoco simile allo spirito di vita. La montagna è come la vostra colonna vertebrale; l’albero come il vostro cervello, il midollo e i nervi che crescono dentro di essa; il fuoco proviene dalla vostra Essenza Creativa conservata con cura.

Voi siete come madri che recano nel proprio ventre l’embrione dello spirito. Se un fanciullo di carne e di ossa impiega nove cicli lunari per nascere, allora, il fanciullo dello spirito impiegherà nove cicli solari. Per questo è importante essere pronti. Il mio insegnamento cela il suo segreto e questo si basa sulla pratica e sulla propria coscienza di se stessi.

E tuttavia, cosa volete sapere ancora, volete conoscere il segreto? Ascoltate dunque il sogno che ebbi un giorno:

IL SOGNO 

Senza saper come, ero giunto in una caverna di enormi proporzioni nel profondo della terra. Anche se le pareti e la volta della grotta sembravano naturali, ossia formate dall’incessante gocciolare e filtrare dell’acqua, il pavimento era perfettamente liscio e levigato, come fatto da mano umana o da altra creatura intelligente. Capii di essere in un tempio.

A dieci passi da me si innalzava una spessa colonna di pietra, di sette metri d’altezza, sopra la quale vidi in piedi un venerabile anziano. Indossava una tunica a maniche larghe e dall’ampia vita che gli giungeva fino alle caviglie. Il suo colore era grigio-azzurro, come quello delle nuvole cariche di pioggia. Intorno al suo bacino e cucita ad essa cadeva verticalmente, fino al suolo, una cinta bianca sulla quale erano decorati, con filo nero, strani caratteri che non potei riconoscere. Identico ornamento vidi intorno al bordo superiore delle sue maniche, nei pugni delle stesse e nell’imbastimento della sua veste. Tanto la barba quanto i capelli dell’anziano erano lunghi e bianchi. La sua testa canuta era scoperta. A vederlo mi apparve come la tipica immagine di un mago.

Alzando un braccio mi ordinò:
Prendi quella lancia, fatta del miglior legno del mondo e introducila in quel pozzo! – nel dir questo mi segnalò un buco, di un metro di circonferenza, la cui bocca era all’altezza del suolo.

Andai e presi la lancia, una verga acuminata di un legno molto leggero sebbene durissimo. Mi stupì constatare che nonostante la sua lunghezza, tre metri o più, rimaneva perfettamente dritta, facendo mostra di un’incredibile flessibilità.

Seguendo gli ordini dell’anziano mi avvicinai al pozzo. Ai miei piedi vidi un buco, scavato nella roccia, in cui era un liquido denso di colore rosso a molti metri di profondità. Al principio credetti che fosse sangue, però notai in seguito che da esso emanava una soave fosforescenza. Mi sembrò, allora, che si trattasse di lava fusa.

Quel pozzo era l’entrata dell’inferno.

Appena introdussi la lancia, il liquido aumentò di livello sino a giungere al bordo stesso della cavità. Retrocessi, perchè pensai che se avesse iniziato a fuoriuscire, la lava mi avrebbe bruciato.

Con mia sopresa dal pozzo si alzò una figura grottesca, un essere bipede alto quattro metri, simile ad un fungo o a una tartaruga senza carapace. Camminava sui suoi arti posteriori come un uomo. Un unico occhio adornava la sua fronte.

Sembrava che le mie azioni lo avessero molestato ed ora era furioso. Si scagliò contro di me. Mi difesi usando la lancia. Durante lo scontro compresi che la bestia temeva di perdere il suo unico occhio, allora concentrai i miei attacchi su di esso. Ma improvvisamente, allorchè credetti di averla in mio potere, la creatura subì una mutazione. Senza sapere come, la vidi trasformarsi in un essere dalle dimensioni e dal corpo umani, però la sua testa era simile a quella di un pipistrello con orecchie membranose, grandi, triangolari ed un muso dai denti affilati. Curiosamente il suo corpo ed il suo volto erano coperti di squame, come un pesce. La sua apparenza era decisamente robusta e muscolosa. Prima che potessi evitarlo, la creatura si allontanò da me correndo a più non posso, finchè lo persi di vista.

La voce dell’anziano richiamò la mia attenzione. Mi volsi a guardarlo e notai che la colonna sulla quale era posto diminuiva di dimensione, come se venisse risucchiata dalla terra. Già al livello del suolo, l’anziano mi si avvicinò dicendo:

Già lo hai visto. La creatura ha il potere di adottare qualsiasi forma e utilizza questo artifizio per far cadere la gente nel pozzo. Tuttavia non ci darà preoccupazioni, l’hai già affrontata e questo basta per riconoscerla in ognuna delle sue forme.

Detto questo, mi tese un libretto, largo come un palmo di mano. Io, prendendolo, apersi a caso una delle sue pagine. In essa vidi un’illustrazione a colori:

Un veliero a quattro alberi che navigava con tutte le vele spiegate su un mare aperto. La superficie dell’acqua era perfettamente piatta.

Intorno all’imbarcazione roteavano a migliaia gli uccelli, mentre sull’albero maestro un grande pellicano bianco dava il volto a prua con le ali distese, mostrando il petto scoperto.

Guardai interrogativo l’anziano. Allora costui mi rispose:

E’ un libro dal gran contenuto ermetico. E’ il Libro della Creazione. Al capitolo dieci troverai il segreto della Pietra Filosofale. Però prima è necessario che tu ottenga la “Schlitlzt Nimrod”, la daga magica che simboleggia e nella quale è inciso il Nome Impronunciabile. La riconoscerai nel vederla, poichè la sua immagine è impressa nell’anima collettiva dell’umanità. Ma prima, tendi innanzi a me la tua mano sinistra.

Senza resistenza seguii le sue istruzioni, allora con stupore osservai che sul palmo della mia mano cresceva un piccolo rampicante di color verde vivo, come quello dell’erba fresca. La sua origine era alla base, attaccata al polso. Da qui seguiva il corso della linea palmare chiamata “di Mercurio”, secondo quanto disse l’anziano, ma a metà del cammino si biforcava ed il secondo ramo seguiva il solco della linea chiamata “di Saturno”. Entrambe le sezioni del rampicante salivano una parte per poi curvarsi in direzione del dito pollice. Quella che andava per la linea di Mercurio si incurvava proprio sotto il dito mignolo. L’altra, quella che seguiva il tragitto della linea di Saturno, cambiava il suo corso all’altezza dello stesso centro del palmo. In questo modo entrambe le ramificazioni giungevano a morire nel piccolo monte carnoso posto sotto il dito indice, al quale l’anziano diede il nome di “monte di Giove”.

Tre fiori spuntavano da questo rampicante. Due fra questi provenivano dal primo stelo e crescevano sopra il “monte della Luna” e il “monte di Apollo” rispettivamente. L’altra fioritura si trovava sul “campo di Marte” e germinava dal secondo stelo.

Il mago osservò per alcuni istanti la mia mano.

La parte sinistra della tua coscienza, il lato sconosciuto della tua mente, è indipendente – mi disse. Ciò è positivo per te, però è ancora molto piccolo ed è poco sviluppato. Devi farlo crescere.

Quando gli chiesi come potessi farlo, mi rispose unicamente:

Segui il Cammino.

Detto questo mi pose al collo un Ank, di oro bianco, sui cui bracci era incisa la frase “Affronta la Vita da Guerriero” e, facendomi segno, indicò che uscissi per dove avevo visto allontanarsi la creatura del pozzo. Gli obbedii.

Non v’era possibilità di smarrirsi. Quell’immensa galleria terminava in uno stretto tunnel, lungo il quale camminai per molto tempo prima di giungere ad una caverna di dimensioni simili alla precedente, però priva di colonne e di pavimento liscio e levigato. Osservai che all’estremo opposto rispetto a dove mi trovavo, si scorgevano le entrate di due tunnel, verso cui mi diressi.

Avvicinandomi scoprii che entrambi si trovavano molto vicini l’uno all’altro, ma nonostante la loro prossimità comunicavano con mondi differenti. Quello che si trovava alla mia sinistra, dava accesso ad una selva umida, fitta e lussureggiante. Da dove mi trovavo potevo scorgere mille forme ed udire mille suoni squisiti provenienti da quella tiepida foresta. Mi sembrò che fosse il paradiso.

L’altro tunnel dava su un luogo di un bianco brillante, tutto gelo e neve. La tormenta ed il freddo erano i suoi unici signori. Mi trovavo a contemplare tutto questo quando dall’ingresso selvatico vidi apparire una bellissima donna dalla pelle bronzea. Vestiva un abito di foglie verdi, attillato al corpo, che le giungeva sino alla metà delle cosce. Era un abito senza maniche nè spalle, sostenuto da un sottile tirante in fibra vegetale. I lineamenti del viso erano bellissimi ed il suo corpo armonicamente proporzionato. I suoi capelli, lunghi sino alla vita. Mi guardò in modo insinuante e mi chiese di seguirla. Mi negai. Allora, esercitò su di me uno strano potere e mi vidi trascinato contro la mia volontà. Non potevo oppormi alla sua fascinazione.

In quel momento mi accadde qualcosa d’inesplicabile. Senza sapere perchè, presi forte coscienza della mia regione sottombelicale. Provai un gradevole calore in tutta quella zona e immediatamente ripresi il controllo di me stesso. Era come se quel luogo anatomico fosse il “Centro della mia Volontà”. Smisi di seguire la bella donna e mi fermai. Ella si rese conto della mia ribellione e tornando sui suoi passi mi affrontò. Diressi uno sguardo fugace al tunnel innevato; allora lei, accorgendosi del mio gesto, parlò:

Quello è un mondo gelido, duro, primitivo e barbaro, lo preferiresti a quel che io ti offro?

Le risposi affermativamente. Allora, stizzita, fece un gesto in seguito al quale comparvero tre uomini straordinari che mi doppiavano in altezza, i quali con attitudine ostile, si interposero tra il mondo del gelo e me. In quell’istante vidi che uno dei giganti teneva nele sue mani una daga a filo doppio e dalla lama larga con arabeschi incisi. La riconobbi immediatamente. Era la “Schlitlzt Nimrod”, l’arma magica della quale mi aveva parlato l’anziano mago.

La donna tornò a parlarmi, allora vidi che aveva subito una trasformazione. Ora appariva come una bambina di quindici anni. La sua pella era bianca, i suoi capelli castani ed era vestita com una tunica color lilla che, come la precedente, arrivava a metà delle gambe, ma senza attaccarsi al corpo; era ampia e con pieghe.

La sua aria di sensualità e voluttà era stata sostituita dalla candida innocenza.

La vidi avvicinarsi a me con fare ingenuo ed osservare ciò che era inscritto nell’Ank che pendeva sul mio petto.

Qual è la caratteristica di un guerriero? – domandò, aspettando una mia risposta – forse il valore?

Quello è importante – le risposi, mentre studiavo attentamente i tre giganti -, però lo è, ancor più, essere deciso ed avere audacia.

Ella confusa mi guardò:

Audacia? – ripetè.

Allora, posando i miei occhi nei suoi, la misi rapidamente di lato e assalii con furia i giganti. Nonostante la loro statura riuscii a mettere due di loro fuori combattimento, colpendone uno, con la mia spalla sinistra e, l’altro, con la testa. Il terzo uomo gigantesco mi attaccò con la daga.

Allora io, senza alcun timore, la presi con la mia mano sinistra per la lama affilata e gliela strappai dalle dita. Fatto questo, l’uomo scomparve alla mia vista. Mi resi conto che ero rimasto solo, poichè anche la bambina era sparita.

Impugnai l’arma con la mia mano destra e ammirai la forma della sua lama e l’arte con la quale era stata forgiata. Entrai nel tunnel di gelo e notai con sorpresa che, dove prima vi era neve, ora vi era arena, terra e pietre. Quel tunnel saliva alla superficie, al cielo aperto, in un luogo desolato e secco. Si scorgeva solo qualche altro arbusto o cactus qua e là. Misi il pugnale nella mia cintura ed iniziai a camminare velocemente, perchè il sole già scendeva all’orizzonte e presto si sarebbe fatto buio.

Non so quanto tempo camminai, ma mi fermai quando mi accorsi di un polverone che si avvicinava da destra. Quando infine potei capire di cosa si trattava, volli fuggire, ma non avevo alcun luogo dove ripararmi. Allora decisi di rimanere nel luogo in cui mi trovavo ed, estraendo la daga dalla cinta, attendere la mia sorte.

Sulla pianura una specie di mostro, una massa pelosa, nera, senza gambe nè testa, ma con cinque braccia robuste somiglianti a quelle di una scimmia, si avvicinava a dove mi trovavo. Avanzava girando su sè stesso, come una ruota, poggiando le sue grottesche mani sul suolo.

E più mi si avvicinava più mi decidevo ad affrontarlo. Tuttavia, quando si trovò a pochi passi da me, si trasformò in una bella giovane. Giaceva ai miei piedi, totalmente nuda, distesa sull’arena. Il colore dei suoi capelli lunghissimi, il colorito della sua pelle e i lineamenti del suo volto, mi fecero ricordare le donne hindù. Il suo sorriso accattivante e quella supplica sensuale delle sue labbra mi persero. Osservai la perfezione del suo corpo, la voluttuosità delle sue forme, la lussuria del suo sguardo e senza resistere mi avvicinai ad ella, dimenticando che si trattava di quell’essere ripugnante che, pochi secondi prima, avevo visto roteare per il deserto. Tendendo le belle braccia verso di me sussurrò:

Come incanta gli uomini umiliarsi.

Compresi che si riferiva all’abbrutente sensualità che ci schiaccia di fronte a una donna affascinante. In quel momento presi coscienza e concentrai l’attenzione sulla zona sottombelicale del mio corpo. Lei, senza smettere di sorridere e con le braccia distese, iniziò a svanire nell’aria come un’illusione passeggera, fino a scomparire totalmente alla mia vista.

La notte era calata sul deserto.

Là, in lontananza, scorsi il risplendere di un falò. Diressi i miei passi in quella direzione.

Mentre mi avvicinavo distinsi la figura di un uomo. Osservandolo, notai ch’era accovacciato dinanzi al fuoco. Il suo corpo, secco e fibroso, era nudo, salvo per un perizoma che pendeva dalla sua vita e che era di colori vivissimi: rosso, arancio e giallo. Compresi che stava eseguendo un qualche tipo di rituale.

Giunsi sino al falò e potei vedere il suo volto color rame e asciutto. I suoi occhi emanavano un bagliore strano. Capii che era uno stregone. Senza dire parola mi accovacciai al suo fianco, con la faccia rivolta al fuoco.

Senza che mi rivolgesse un solo sguardo lo vidi mettere la mano sinistra tra le fiamme e trarne qualcosa che reggeva con gran delicatezza. Vidi con sorpresa che nel suo palmo era posata una fiammeggiante lingua di fuoco. Senza preamboli me la offrì, facendomi capire che la dovevo prendere appoggiando il palmo della mia mano sinistra al suo. Nel farlo, sentii che la lingua di fuoco era assorbita dal mio corpo. Tre volte lo stregone mise la sua mano nel fuoco e mi offì quel pezzo di fiamma. Tre volte accettai il suo dono. Poi, facendomi un cenno con la testa, mi invitò ad osservare il falò. Così feci e potei rendermi conto che tra le fiamme v’era un serpente con il capo eretto. Era un cobra, lo riconobbi dal cappuccio sul collo. Aveva un color rame metallico. Era tranquillo, nel suo bagno di fuoco.

Lo stregone parlò. Mi informò che ero stato iniziato alla “Fratellanza del Drago”.

La notte era profonda e protettrice.

Mi diede indicazioni di sedermi in silenzio vicino a lui. Lo feci imitandolo, incrociando le gambe e volgendo il mio corpo verso il nord, dal quale soffiava una soave brezza.

Permanemmo così, silenziosi e immobili, una insensibile eternità. Poi, senza sapere come, i nostri corpi si alzarono privi di gravità per alcuni centimenti dal suolo ed iniziarono a girare intorno al falò, guardando sempre verso lo stesso punto cardinale. Ruotavamo in senso contrario alle lancette dell’orologio e notai che, nel breve attimo in cui il falò rimaneva alle nostre spalle, passavamo sopra un cerchio disegnato, sul suolo, con strani caratteri che non seppi interpretare.

Quando l’aurora si riflesse nell’oscuro cielo, lo stregone mi ordinò di camminare verso il sole nascente. Mi indicò che seguendo quella direzione avrei incontrato due corsi d’acqua. Il primo conteneva acqua comune, utile per placare la sete del corpo. Nel secondo scorreva un’acqua medicinale di origine minerale, che serviva per saziare la sete “di vita”.

Dopo molto camminare incontrai i due ruscelli esattamente come me li aveva segnalati, tuttavia, il fiume di acqua medicinale aveva il letto arido. Desideravo provare le sue acque, per cui presi la decisione di rimontare fino alla sorgente e così bere il prezioso liquido, il più vicino possibile all’origine. Seguendo il letto prosciugato giunsi fino alla cima di un grande spuntone di pietra.

Lì potei rendermi conto che quel corso d’acqua sorgeva da un piccolo edificio di architettura indoarabica. Attraversai la soglia priva di porte e così ebbi accesso ad un’enorme scala che scendeva nelle viscere della terra. A lungo la percorsi, sino a quando giunsi ad una galleria nel cui centro cresceva un gigantesco e vetusto albero che si trovava in uno stato malandato. Appariva rinsecchito ed i suoi grandi rami erano crudelmente mutilati. Mancava di foglie e dava l’impressione di essere un albero morto. E tuttavia, io sapevo che era ancora vivo.

Giunto al grosso tronco vidi che, sul suolo, erano diversi vasi d’argilla contenenti acqua. Li utilizzai tutti innaffiando con essi le radici arse per la sete.

Avevo terminato quando alcuni colpi secchi richiamarono la mia attenzione. Spinto da ciò mi misi a studiare la caverna nella quale mi trovavo. Era ovvio che esisteva in qualche luogo qualcuno incaricato della sua cura, giacchè constatavo una certa simmetria e ordine che non erano propri a luoghi soggetti alla spontaneità della natura. Molte porte davano su quella galleria. Tutte erano serrate. Osservandole mi accorsi che i colpi, che udivo, provenivano da un vecchio portone di legno, il quale si scuoteva davanti al violento urto di “qualcosa” rinchiuso dietro di esso.

Improvvisamente la mia mente si aprì e compresi ogni cosa. Lì rinchiuso, dal guardiano di quel parco sotterraneo, si trovava lo Spirito dell’Albero. Un tipo di forza intelligente disposta a distruggere per la negligenza alla quale era stato esposto l’antico rovere centro del giardino.

In quel momento i custodi del luogo, un uomo ed una donna, entrarono nel recinto e cominciarono a imprecare contro di me per aver dato acqua al tronco rinsecchito, perchè con quel gesto avevo dato rinnovato vigore allo spirito rinchiuso. Non potei negare nulla, chè nelle mie mani, ancora gocciolante, tenevo uno dei recipienti di argilla.

Le voci della coppia infuriarono in tal modo lo spirito, che questi riuscì ad abbattere l’enorme portone e a liberarsi. Emerse dalla sua oscura prigione proprio di fronte a me. Il suo potere era incredibile. La sua forma, simile ad un ciclone o tromba marina.

Per alcuni istanti mi osservò. Gli mostrai, allora, il contenitore bagnato che tenevo nella mano destra. Comprese tutto. Lanciando un muggito inumano si gettò sulla coppia e la divorò.

Io, senza sapere che fare, attesi il mio destino.

Lo Spirito dell’Albero mutò il suo aspetto furibondo. Mi si avvicinò lentamente nella forma di una barra verticale di luce rossa. Era larga cinquanta centimeti e fluttuava nell’aria sopra la mia testa. Mi parlò con voce di tuono. Mi disse che a partire da quel momento egli era il “Guardiano delle Radici” e che avrebbe premiato il mio gesto donandomi la sua amicizia. Detto questo venne sopra di me e posandosi sulla mia testa sentii come quell’energia, in forma di colonna luminosa, mi penetrava attraverso di essa fino alla gola.

Un tepore confortevole mi inondò e mi sentii fisicamente sano. Senza sapere cosa, lo spirito fece qualcosa di indescrivibile dentro di me e mi cambiò. Mi sentii come appena nato. Tutte le mie infermità erano scomparse.

Quando lo spirito mi lasciò, mi resi conto che tutta la caverna era rinverdita. Sul suolo cresceva una soffice erba, sulle rocciose pareti aderivano i rampicanti e le edere. Il vecchio albero si presentava frondoso e turgido. I suoi rami mutilati ora erano completi e sovrabbondanti di foglie. Dalle sue radici sgorgava una sorgente di acqua fresca e cristallina: questa era l’origine del ruscello medicinale.

Mi avvicinai al rovere. Un enorme serpente di colore verde acceso si occultava nel fogliame. Notai che ai suoi fianchi, intorno al corpo, aveva disegnati in nero strani caratteri a me sconosciuti.

Improvvisamente qualcos’altro richiamò la mia attenzione. Era un colibrì che volteggiava fra i rami molto vicino a me. Il suo capo ed il suo corpo erano di un rosso intenso, scarlatto, mentre le sue ali e la coda erano nere giaietto.

Lo Spirito dell’Albero, ponendosi al mio fianco, mi fece segno di acciuffarlo. Provai, però non vi riuscii, l’uccello era troppo rapido per me. Allora, lo spirito mi consigliò di osservarlo fissamente senza pensare a nulla e, quando avessi sentito l’impulso interno, di provare a prenderlo. Seguii il consiglio e così riuscii a prendere, con la mia mano destra, il colibrì per il capo.

Nello stesso istante in cui lo afferrai l’uccello smise di essere qualcosa di vivo e si tramutò in un oggetto inanimato, vuoto, dalla consistenza di una pergamena. Iniziò a sfaldarsi tra le mie dita. Per evitare ciò, lo posi sopra il palmo della mano sinistra, tuttavia continuò a dissolversi. In questo modo lasciò scoperta una pietra bianca, del diametro di circa un dito, su cui soffiai per ripulirla dei resti polverosi che non mi consentivano di apprezzarla con chiarezza. Il suo colore era simile al salgemma. La sua forma, sferica, era intagliata con l’apparenza di un bocciolo di rosa. Era un lavoro semplice e primitivo.

Lo spirito fece risuonare la sua voce nelle mie orecchie:

E’ la Pietra Filosale – muggì, la meta degli alchimisti. Diluiscila in vino di Sole e bevila. Solo così possiederai il segreto dell’immortalità.

In quel preciso istante sparì.

Dopo aver ascoltato quel sogno un rumore si fece sentire tra i presenti, perchè alcuni si chiedevano meravigliati quale fosse il significato.

Allora un visitatore, che poco prima era giunto, gridò:

Alcuni dicono che sei il demonio – e cercava con ciò di confonderlo e denigrarlo davanti gli occhi di tutti i presenti.

Allora Lucifero, con voce chiara e serena esclamò:

Forse non è colui che chiami Diavolo figlio anche di colui il quale chiami Dio? Se nel principio v’era solo ciò che chiami Dio, il supremo Bene, allora per primo fu il Bene e poi il Male. Pertanto il Male uscì dal Bene, perchè nulla può nascere dal nulla. E poichè il Male si originò dal Bene ecco che la funzione del Male è benefica, perchè nulla di male può sorgere da ciò che è bene. Colui che chiami Dio è il maestro gentile e amoroso che educa con bontà. Ciò che chiami Diavolo, è il maestro duro e rigoroso che ci insegna attraverso la severità. Pertanto non rinnegare il Diavolo, chè alcuni di noi son tanto folli da imparare solo con duri colpi. Pertanto non odiare il Diavolo, perchè attraverso le sue prove ci facciamo forti e liberi e accediamo al supremo Bene. Siete forse talmente ciechi da non darvi conto che Dio e Diavolo sono le due facce di una stessa moneta?

Allora dalle gole di alcuni dei presenti sfuggì un’esclamazione di stupore, perchè compresero le parole di Lucifero e si svegliarono, ponendo le loro menti al di là del Bene e del Male.

Ma lo sconosciuto replicò:

Qual è la tua religione?

Non vi è religione più grande che la Verità – esclamò il Portatore di luce.

La vostra saggezza soffre del peccato della superbia e non si basa sulle sacre scritture – insistette lo straniero.

Soffro del peccato di superbia – disse Lucifero – perchè desidero esser tutto ciò che sono: voglio esser diamante anche se la mia origine è il carbone. Non baso la mia conoscenza su ciò che dicono i testi sacri o in ciò che affermano gli anziani, non baso la mia saggezza su ciò che mormorano gli eruditi o assicura la maggioranza. La mia sapienza si basa su ciò che io stesso ho sperimentato senza intermediari o interpretazioni aliene, poichè è l’esperienza propria e diretta ciò che dona la vera sapienza. La vita si conosce vivendola e non attraverso credenze, opinioni, speculazoni, teorie, religioni o libri.

Desideri leggere un libro?

Leggi il libro della sapienza. Quel libro siete voi stessi, leggetelo così: dirigete la vostra attenzione verso voi stessi, le vostre sensazioni, i vostri movimenti, il vostro respiro, emozioni e pensieri e in ogni momento permanete sereni, attenti, vivendo l’attimo.

Allora il visitatore meravigliato da quella strana saggezza tornò a domandare:

Maestro, chi siete in verità?

Al che egli rispose:

Io sono la Vita, “il Lucifero”, il Portatore della Luce: la Stella del Mattino che annuncia la fine delle tenebre e la venuta dell’Impero del Sole, il regno della luce.

Sono Lucifero, sono Prometeo, colui che fece scaturire dal nulla il divino fuoco della sapienza, il potere e la luce e lo consegnò agli uomini.

E anche essendo il più odiato al cielo sono, tuttavia, il più amato, perchè grazie a me è redenta l’oscura materia. Perdendo la mia purezza spirituale e cadendo negli abissi ho portato vita, coscienza e conoscenza a ogni carne e l’ho sospinta verso i cieli.

Comprendete questo paradosso e comprenderete il mistero dell’universo.

Ed avendo pronunciato queste parole cadde sui presenti un profondo silenzio. Ed insieme al silenzio cadde la notte, coprendo col suo manto stellato tutti i viventi.

[refuso]

Conservare la serena quiete è il suo principio, raggiungere ciò che è equanime e imperturbabile la sua meta.

Colui che segue il sentiero del Drago è come l’acqua: anche adattandosi ad ogni forma non si cristallizza in alcuna.

E volgendosi al vecchio guerriero, a colui che una volta fu ferito mortalmente al cuore, disse:

Guerriero solitario che segui il sentiero del raggio:

Dovrai immergerti nella profonda oscurità e trovare nelle tue radici la vita sempiterna.

Solo così arriverà il momento in cui ciò che veglia dall’altro lato salirà alla luce del giorno.

Verrà dall’altro confine dell’abisso pletorico dell’immortalità, potere, volontà e sapienza.

E così si compirà il tempo in cui abbandonando ogni cosa ti impadronirai dell’universo.

Ed il vecchio guerriero comprendendo le parole di Lucifero rimase in silenzio. E attraverso il silenzio, acquietò il suo cuore. E col cuore rasserenato entrò in profonda meditazione.
Ma quando aprì gli occhi, poco prima dell’albeggiare, Lucifero già non era più tra loro e la Stella del Mattino brillava con superbo fulgore sopra l’orizzonte.

FONTE

Friedrich Von Licht – Lucifero

TRADUZIONE

Alchemica & Vojnakk

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Esoterismo

DANTE E IL BAFOMETTO

Immagine

MAGIA SEGRETA DEI FEDELI D’AMORE

La cerchia poetica dei FEDELI D’AMORE, il cui maggiore protagonista fu Guido Cavalcanti (1250-1300) oltre le valenze più ermetiche di matrice iniziatica esprimeva una concezione legata all’amore ideale quale veicolo di crescita e di ricerca interiore. Amore quale mezzo elettivo che consente di trascendere le contingenze terrigene insite nella materia che simbolicamente si raccordo alla Terra. L’amore spontaneo, quello che nasce dal cuore, senza l’apporto di sovrastrutture che ne alterino il nucleo, è alla base di ogni incontro con le anime affini. Essere partecipi del Tutto vuole dire amare senza quelle restrizioni o corazze che tengono lontane le vibrazioni universali emanate da ciascuna forma vitale. Nell’onda d’amore si sostanzia la percezione dell’essere, del tessuto spirituale che presiede alla costruzione di un universo. I FEDELI D’AMORE sono stati i promulgatori di una visione romantica-amorosa quasi trascendente.

Tra gli appartenenti a tale movimento poetico troviamo il giovane Dante Alighieri, che in tale contesto rinvenne le radici di un sentimento puro e lontano da qualsivoglia contaminazione di ordine materiale. Da questa esperienza poetica prenderanno vita opere come LA VITA NUOVA, in cui il Somme Poeta descrive il profondo coinvolgimento del cuore con le vibrazioni della natura femminea (lunare) intesa in senso elevato.

<< Tutti li miei penser parlan d’Amore ;  e hanno in lor sì grande varietate, ch’altro mi fa voler sua potestate, altro folle ragiona il suo valore, altro sperando m’apporta dolzore, altro pianger mi fa spesse fiate ; e sol s’accordano in cherer pietate, tremando di paura che è nel core >>

Dante afferma che tutti i suoi pensieri sono dominati dall’Amore e sono diversi fra loro. In questa sublimazione delle emozioni si intravede il segno di una coscienza dell’amore, intesa come memoria del sentimento equiparabile all’interiorità più intima e non solo ad una semplice funzione della mente. Una sorta di sensi interni connessi all’anima sensitiva legata alla vita corporale, laboratorio iniziale della conoscenza. In tale conteso, la memoria diviene una delle prerogative dell’anima razionale, immortale, che attraverso l’esperienza sensoriale e ai dati acquisiti giunge all’elaborazione finale dell’autentica conoscenza, in cui il ricordo del Divino e dell’invisibile sono filtrati dall’immagine ideale dell’archetipo femminile.

Il CORPUS ermetico “ISIDEO” – connesso con l’amante invisibile o fanciulla lunare, fu ereditato e trasformato in seguito dalla cerchia iniziatica dei FEDELI D’AMORE (CHE EBBERO RAPPORTI STORICI CON I TEMPLARI). Il celebre STIL NOVO, che appare ai molti un semplice gioco poetico, racchiudeva in realtà concetti alchemici di alto livello e di profonda natura iniziatica. Attraverso tale linguaggio i FEDELI D’AMORE trasmettevano segreti intelligibili solo dagli autentici iniziati che erano in possesso della chiave interpretativa. L’amore, esaltato nel contesto di queste prose, non aveva nulla a che vedere con l’amore profano. Un esempio in tale direzione ci viene offerto dal sommo iniziato DANTE ALIGHIERI e della sua BEATRICE (controparte simbolica ISIDEA) di cui si parla nella VITA NUOVA.

I pensieri mistici e iniziatici dei FEDELI D’AMORE si esternavano per mezzo di una forma d’arte espressiva non fine a se stessa, i cui versi servivano da filtro per un tessuto simbolico il cui senso riposto convergeva con i Misteri antichi, il culto alchimico-isideo associato con il femminino-lunare e i riti segreti dei Templari (basati anche sull’utilizzo dell’immaginazione attiva). Lo stesso facevano gli ermetisti, i quali, per scoraggiare il profano, mediante scritti allegorici alludevano ai metalli ed alle operazioni alchemiche, volendo significare in realtà ben altra cosa. Tornando ai Cantori D’Amore, è importante comprendere che la donna invisibile, immagine sublime della Sapienza Santa o della GNOSI, incarnava un principio di illuminazione e di conoscenza trascendente. La donna iniziatica o gloriosa donna della mente così veniva descritta da DANTE << Fu chiamata da molti BEATRICE, li quali non sapevano che sì chiamare >>.

Guido Cavalcanti, uno dei capi dell’organizzazione segreta, probabilmente il principale esponente, in questo modo si esprime circa l’esperienza ermetica-alchimica della donna iniziatica :

<< Veder  mi pare dalle sue labbra uscire una sì bella donna, che la mente – comprenderla non la può ; che ‘nmatinente – ne nasce un’altra di bellezza nuova – da la qual pare ch’una stella si muova – e dice : la salute tua è apparita >>

Secondo Cavalcanti, Cino da Pistoia e lo stesso DANTE, il fenomeno si palesava “per la virtù che li dava la mia immaginazione”. I tre Fedeli D’Amore si riferivano all’epoca evocativa (immaginazione-attiva) nel cui ambito Amore – inteso come divinità e sacro principio femmineo – prende dominio sull’anima del suo fedele. Il concetto immaginativo nominato dagli Iniziati D’Amore non va assolutamente confuso con la fantasia, che è uno stato passivo. Ancora DANTE, parlando dell’esperienza iniziatica che nasce dall’incontro con la donna magica, apportatrice di salute spirituale, scriveva :

<< Quel soffrire di starla a vedere diverrà nobil cosa, o si morria : e quando trova alcun che degno sia di veder lei, quei prova sua virtude; ché gli avvien ciò che dona salute >>

Cavalcanti dal canto suo fornisce altri particolari su tale visione, o per meglio dire sul tipo di conoscenza ermetica che scaturisce da tale immagine archetipa :

<< Una passione nuova – tal ch’io rimasi di paura pieno – ch’a tutte le mie virtù fu posto un freno – subitamente, si ch’io caddi in terra – per una luce che nel cor percosse – e se ‘l libro non erra, lo spirito maggior tremò si forte, che parea ben che morte – per lui in questo mondo fosse giunta >>

ALIGHIERI prosegue aggiungendo in diversi termini nuovi elementi relativi al raggiungimento di tale folgorazione :

<< Mi parea vedere una persona dormire nuda, salvo che ivolta mi parea in un drappo sanguigno leggermente ; la quale io riguardando…conobbi che era la donna della salute, la quale mi aveva il giorno innanzi degnato di salutare >>

Quali erano le tecniche specifiche che venivano utilizzate per il conseguimento di tale scopo non possiamo rivelarlo, rientrando questo procedimento nei misteri iniziatici. Comunque, l’attivazione attraverso l’amore di questa donna, vista nuda e dormiente (ovvero latente) rientra in quel genere di pratiche legate a quella che i testi ermetici definiscono LA NOSTRA EVA OCCULTA, il vero volto dell’ISIDE nascosta e segreta. In questo modo, l’atto emotivo – traumatico, o puro atto intellettuale, concreta la rinascita nella mente di tale principio di cui parla il CORPUS HERMETICUM. Cecco D’Ascoli, altro personaggio straordinario iniziato ai misteri d’amore, scriveva a proposito dell’Eva Occulta :

<< Io sono al terzo cielo trasformato – in questa donna, che io non so chi fui. Per cui sento ognora più beato. Di lei prese forma il mio intelletto, mostrandomi salute gli occhi suoi, mirando la virtù nel suo cospetto. Dunque io son Ella, e se da me si sgombra, allor di morte sentiraggio l’ombra >>

La riunificazione con la controparte lunare, causa della morte simbolica, da vita alla rinascita iniziatica raffigurata da una donna che tiene tra le mani una ROSA. Alla fine di questo percorso non esistono più un uomo ed una donna separati, ma solo una figura androginica, al di sopra delle quale il Dio Amore, stringendo lui stesso tra le mani delle ROSE, spicca il volo su di un CAVALLO BIANCO. La figura androginica, inoltre, è contraddistinta da un motto : “Amore ci hai di due facta una cosa, con suprema virtù per maritaggio”. Il senso è palese e si riferisce alla crisi iniziatica che ferisce, atterra, uccide prima del congiungimento con la Donna Magica, che si materializza per la suprema virtù del matrimonio alchemico. Matrimonio che conduce all’androginia – condizione che trascinerà, mediante Amore, l’iniziato verso l’alto. Una sorta di volo o rapimento, che colloca verso una direzione trascendente l’esperienza iniziatica. Ciò che sorprende maggiormente nell’ambito della dottrina dei FEDELI D’AMORE è la VALENZA NUMERICA riscontrabile nelle opere di DANTE. Tra queste è la VITA NUOVA, che contempla il NUMERO TRE con i suoi MULTIPLI. Riferimenti importanti concernenti l’androginia li rinveniamo persino nei celebri VANGELI APOCRIFI, scoperti a NAG HAMMADI (EGITTO) attorno al 1945. In base ad alcune mie ricerche e ad uno studio durato diversi anni, ecco quanto si rivela analizzando il VANGELO APOCRIFO DI TOMMASO, in cui è possibile scorgere un riferimento al concetto di MONADE :

<< Gesù disse “Allorché di due farete uno, allorché la parte interna come l’esterna, la parte esterna come l’interna e la parte superiore come l’inferiore, allorché del maschio e della femmina farete un unico essere sicché non vi sia più ne maschio né femmina, allorché farete occhi in luogo di un occhio, una mano in luogo di una mano, un piede in luogo di un piede e un’immagine in luogo di un’immagine, allora entrerete nel Regno >>

Così si compie la sacra unione con la DEA : L’ALCHIMIA TOTALE.

NUMEROLOGIA DEGLI INIZIATI D’AMORE

Nella VITA NUOVA specialmente, rinveniamo la prima potenza o quadrato del tre, il nove (numero iniziatico legato anche alla Luna) che assume notevole risalto. Quando Dante incontra Beatrice ella ha 9 anni ; è alle ore nove che avviene il saluto tra i due ; alla stessa ora si manifestano anche le visioni più significative narrate dal sommo Vate. “il nome della mia donna” dice Dante “non soffre di stare in altro numero se non nel nove”. Il numero in questione appare nuovamente nel corso di una malattia dolorosa che colpisce Dante il quale a riguardo dice “Lo numero tre è la radice del nove, però che, senza numero altro alcuno, per sé medesimo (ossia moltiplicato per sé stesso) fa nove”. Per quanto concerne il tre quale simbolo della Trinità, Dante lo definisce “Lo fattore per sé medesimo de li miracoli”. E termina dicendo :

<< Questa donna fue accompagnata da questo numero del nove, a dare ad intendere che ella era un nove, cioè un miracolo, la cui radice, cioè del miracolo, è solamente la mirabile Trinidade >>

Dietro l’apparente complessità di tali concetti si cela l’identità del tre, che si configura come numero dello Yang. L’uno feconda il due e da tale unione scaturisce il tre. Nell’antico Egitto il tre era il numero della folgore, della forza vitale e dell’ente – vita invisibile, chiuso dentro il corpo del KHA (il doppio eterico). Allo Yang è stato associato anche il nove e l’ottantuno. Il nove racchiude valenze magiche essendo la prima potenza del tre. L’ottantuno rappresenta magicamente la potenza perfetta del tre. Dante nella sua opera IL CONVIVIO lo descrive come il numero di un’età perfetta e compiuta ; la stessa età, aggiunge Dante, in cui muore Platone ed in cui sarebbe morto il Cristo se non fosse stato ucciso. Non a caso Alighieri fa morire Beatrice il 9 Giugno dell’ottantunesimo anno del tredicesimo secolo, quando “Lo perfetto numero nove era compiuto”.

SIMBOLI INIZIATICI NELLA DIVINA COMMEDIA

La logica arcana che sottende alla manifestazione visibile di ogni autentico evento occulto, parto invisibile della materia celata, si concreta a mezzo di leggi che fanno capo ALL’ANTICA SAPIENZA DEI PADRI, scienza altissima che si perde nella notte di tempi. Tale CORPUS è confluito a diversi livelli nelle varie epoche, tramandato attraverso gli ADEPTI DEL PATTO SECRETO. Atto magico-alchemico che secerne l’energia attiva del Fuoco Rigeneratore. Numerosi iniziati hanno propagato come fiamma ardente la Magia del Segreto Incanto e tra loro era anche il Sommo Vate, che apparteneva all’ORDINE INIZIATICO DEI FEDELI D’AMORE, il grande Dante Alighieri, come abbiamo visto, vero e proprio MAGO, INCANTATORE E ADEPTO, versato in tutte le branche del sapere ermetico operativo. Non poteva essere diversamente, visto che Dante eleggerà quale guida simbolica nel viaggio verso gli Inferi il poeta VIRGILIO, a sua volta mago e taumaturgo, autore de L’ENEIDE, opera dai contorni esoterici, delle BUCOLICHE e delle GEORGICHE. A riguardo è interessante sapere che la tomba di Virgilio – collocata nel parco Virgiliano, alle pendici di Posillipo, dove sono visibili i resti della villa del poeta iniziato ai Misteri – ricorda nella forma e nella struttura un nuraghe sardo. Il motivo sottende a questa scelta rimane avvolto nelle nebbie di un passato secretato. Il mausoleo funebre sorge sulla sinistra, in prossimità della colossale CRYPTA NEAPOLITANA. Si tratta di un’immensa galleria, che secondo il mito e i racconti legati alla tradizione popolare fu scavata in una sola notte dallo stesso Virgilio. La galleria è stata al centro di culti iniziatici celati e con ogni probabilità veniva usata nel corso delle cerimonie dedicate alla Discesa negli Inferi, correlata alla Morte Iniziatica ed alla penetrazione ctonia internamente all’Utero Primordiale (materia lunare). Virgilio, la cui famiglia aveva origini druidiche, si dice fosse esperto nella magia delle piante (Magia Verde) oltre ad essere un valente erborista. Una leggenda – che forse non è tale – narra di un libro di potere, un testo magico che Virgilio rinvenne nella grotta del centauro CHIRONE, situata sul Monte Barbaro. Il Vate, a quanto pare, si servì delle sue pagine per compiere prodigi e incantamenti. Esiste tuttavia una dottrina sapienziale che Alighieri ben conosceva e che ancora oggi è scarsamente nota, in cui rinveniamo elementi di notevole spessore, che affondano le loro radici in quella sapienza millenaria che faceva capo ai CAVALIERI GEROSOLIMITANI (TEMPLARI). Altri elementi di notevole spessore confermano l’ipotesi appena espressa. E’ noto, infatti, il collegamento fra i Templari e il Gruppo Iniziatico dei Fedeli D’Amore, che in Firenze si scambiavano poesie dal gergo quasi criptato, inaccessibile al volgo. Tra i massimi esponenti, come spiegato, troviamo Guido Cavalcanti, Dino Frescobaldi, Lapo Gianni, Ceppo D’Ascoli, il sommo Dante Alighieri e altri ancora. La dottrina dei poeti-iniziati, come già detto, verteva verso la ricerca di uno stato ideale, volto ad originare la genesi della Donna Salvifica, Madonna Intelligenza e Fede Santa, una chiara allusione Femminismo Sacro e al conseguimento di una riunificazione con l’elemento femmineo. Quanto sinora esposto dimostra che anche in Italia erano sorte delle correnti di pensieri analoghe, in qualche maniera, all’insegnamento esternato dal templarismo. Soffermandoci, invece, sul simbolo del BAPHOMET, l’idolo attribuito alla sapienza templare, noteremo che in esso è trasposto un aspetto importante connesso con l’androginia alchemica. Questa era presente in una certa misura nelle pratiche segrete interne dei Templari e, in maniera abbastanza concreta, nella cerchia dei Fedeli D’Amore. Il celebre STIL NOVO ne promulgava mediante versi ermetico-iniziatici la componente più profonda. La Donna Invisibile o Luna, immagine sublime e sublimata della Sapienza Sacra o della GNOSI, incarnava un principio di illuminazione e di conoscenza trascendente protesa alle arche sapienziali. Come una rugiada sottile, la Donna Salvifica irrorava le menti e l’essere primigenio. Un processo misterioso, che ancora oggi solo pochi sapienti custodiscono.

SIMBOLI ERMETICI NELLA DIVINA COMMEDIA

E’ scritto, nelle prose rivelate della Divina Commedia

<< O Voi che avete gli intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde sotto il velame de li versi strani >>

Con queste parole Dante vuole indicare con perfetta armonia e sonorità poetiche ed ermetiche, che nella sua opera è custodito un insegnamento dottrinale velato, visibile solo a chi è in grado di cogliere il significato profondo e iniziato che vi si nasconde. Nel contesto sapienziale che riveste questo capolavoro sono contenuti concetti che si prestano a diverse interpretazioni, più elementi intercambiabili che interagiscono con il Tutto che rappresenta le fondamenta simboliche del testo arcano. Abbiamo già spiegato brevemente di come la discesa infera sia riconducibile alle antiche iniziazioni misteriche, le quali ponevano al centro del loro iter operativo le penetrazione delle cavità sotterranee allo scopo di attuare la morte simbolica dell’iniziando che in seguito tornava alla luce, mondato dalle scorie della materia SATURNIANA, la materia fisica e pensate. Questa trasmutazione è in connessione con la FASE AL NERO o NIGREDO ALCHEMICA, putrefazione, appunto, delle scorie e delle concrezioni SATURNIANE. Analogamente il viaggio di Dante nelle regioni infernali assume questa connotazione di ordine iniziatico.

L’intera struttura portante dello splendido lavoro dantesco, dunque, è a tutti gli effetti un cammino iniziatico che si snoda alla stregua di un viaggio. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, la assonanze ermetiche derivanti dalla simbolica di un ordine iniziatico importante quale il TOSON D’ORO, un organismo occulto che accoglieva in sé il simbolismo cavalleresco-ermetico. All’epoca di Dante, in ogni caso, la conoscenza ermetica era rappresentata quasi certamente dall’ORDINE DEL TEMPIO. Possiamo aggiungere la presenza di una dottrinaria di matrice araba, che lo stesso Alighieri non ignorava. Se analizziamo con attenzione i tre regni trascendenti che compongono la narrazione Dantesca, noteremo elementi che si riallacciano alle prove iniziatiche. DA QUESTO PUNTO DI VISTA L’INFERNO CONFIGURA IL MONDO PROFANO, IL PURGATORIO LE PROVE INIZIATICHE E INFINE IL CIELO (PARADISO) IL LUOGO DEGLI ELETTI, I PERFETTI, COLORO CHE HANNO RIUNIFICATO INTERIORMENTE AMORE ED INTELLIGENZA.

<< RITORNIAMO TUTTAVIA ALLE CONCORDANZE MASSONICHE DI CUI ABBIAMO VISTO SOLO UNA PARTE, POICHÉ VI SONO PARECCHI GRADI DELLO SCOZZESISMO CHE SONO IN PERFETTA ANALOGIA CON I NOVE CIELI PERCORSI DANTE CON BEATRICE >>

Non meno importante il significato alchemico che permea le fondamenta dell’immagine opera letteraria-ermetica. Basti pensare al periodo in cui inizia il viaggio di Dante : La Settimana Santa, ovvero in concomitanza con l’Equinozio di Primavera (momento di grande importanza per le iniziazioni).

Esistono delle connessioni numeriche in questo senso, che riportano alla PRECESSIONE DEGLI EQUINOZI e al semi-periodo che ne determina la durata. Principio e fine di tale data corrispondono a livello geroglifico ad una semisfera o globo, vale a dire il simbolo alchemico del Regno Minerale, sormontato da una Croce. E’, in sostanza, il Globo del Mondo che ritroviamo nella QUARTA LAMA DEI TAROCCHI, L’Imperatore, Il Principe di Questo Mondo, colui che regna sul concreto, su ciò che è corporeo.

La stabilità dell’Imperatore deriva dal suo trono cubico sul quale è assiso. Si tratta della Pietra Cubica o Pietra Filosofale degli alchimisti. Il viaggio di Dante si compie secondo l’asse spirituale del mondo. Solo da quel punto, infatti, è possibile considerare tutte le cose in maniera permanente, avendo sottratto la propria essenza a qualsivoglia mutamento, addivenendo in tal modo ad una veduta totale del tutto. Scriveva Cecco D’Ascoli in una sua celebre prosa dalle valenze simboliche : “La Grande Opera È Compiuta”.

FIRENZE ARCANA

Il Mistero, quello che intriga l’animo e si snoda silente nelle pieghe del passato, racchiude memorie che l’oblio ha confinato nell’ombra di un tempo dimenticato da chi non insegue il sacro.

Nella nostra Italia questo senso di segretezza sembra palesarsi subitaneo, inaspettato, quasi scaturente da quel nulla che in realtà contiene tutto. Dopo questa premessa non stupirà apprendere che il celebre ORDINE DEI CAVALIERI TEMPLARI, I Monaci Guerrieri, ha lasciato tracce indelebili in città come Perugia dove, a livello architettonico-simbolico, è possibile rinvenire elementi significativi connessi con questa realtà iniziatica nella Chiesa della precettoria di San Bevignate, edificata nella seconda metà del Duecento. Anche in Toscana sono presenti raffigurazioni che rimandano ai cavalieri gerosolimitani, soprattutto a Firenze, nei quartieri monumentali di Palazzo della Signoria, al cui interno era conservato un magnifico affresco che ritrae l’idolo barbuto, il BAPHOMET dei TEMPLARI.

Questa figura arcana, emblema dell’Ordine, attualmente collocata in una delle sale di Palazzo Vecchio, descrive attraverso messaggi secretati, e altrettante simbologie, il sacrificio e la distruzione dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio.

L’idolo androgino, il BAPHOMET, il cui nome nome potrebbe derivare dalla deformazione provenzale collegata alla parola araba MOHAMET, secondo i cultori di scienze ermetiche alluderebbe alla GRANDE OPERA ALCHEMICA. In base ad un’altra versione, invece, il genio barbuto connesso al templarismo indicherebbe l’alchimista che realizza la sua Opera Trasmutativa ottenendo la scissione del composto primario.

Di qui l’aspetto sgradevole e spaventoso del BAPHOMET, il quale in Alchimia configura la materia allo stato grezzo, o stato fermentativo che precede la creazione dell’essenza suprema.

Il tema del dipinto, che erroneamente si pensava rappresentasse la ciacciata del Duca D’Atena da Firenze, in realtà, è intimamente correlato alla fine dell’Ordine del Templari.

IL BAPHOMET

Il BAPHOMET/BAFOMET/BAFOMETTO è l’arcano più misterioso ed emblematico che rinveniamo nella storia dei Templari e del loro iter di iniziazione : ha la testa e le zampe di un capro, seni e braccia di donna, una torcia ardente tra le sue corna (di ariete o di caprone). Questo idolo, apparentemente mostruoso, deriva dal mitico BECCO DI MENDES e dal Grande dio PAN, l’androgeno degli GNOSTICI. Analogamente alla Sfinge Greca, riunisce in sé i quattro elementi associati di consueto al Diavolo, o per meglio e dire, al suo principio animico.

Le sue gambe nere sono riconducibili all’elemento TERRA e di conseguenza agli Gnomi, Spiriti della profondità senza luce del periodo medievale ed anche agli ANUNNAKI, temuti dai Caldei. I fianchi ricoperti di scaglie verdi alludono invece alle Ondine, Spiriti Elementali legati all’elemento ACQUA.   Le ali azzurre sono riconducibili alle silfidi o Spiriti dell’Aria, mentre la sua testa rossa simboleggia i Geni dell’elemento FUOCO, le Salamandre. Il BAPHOMET è in modo speculare riconducibile al REBIS ALCHEMICO che similarmente racchiude valenze androgene. Questo stato interno è lo specchio di un processo che unificai l’energia virile alla sensibilità femminea e lunare : IL REBIS. Questa parola deriva da RES BINA, che significa LA COSA DOPPIA, L’UNIONE DEGLI OPPOSTI. Tale sostanza, al tempo stesso maschio e femmina, è un Mercurio animato dal suo Zolfo e di conseguenza trasmutato in Azoto o Quintessenza degli Elementi. Il simbolo che raffigura la Quintessenza è la Stella Fiammeggiante, in grado di ricevere il duplice irraggiamento del SOLE (MASCHIO) e della LUNA (FEMMINA). La sua luce quindi possiede una natura bisessuale, androginica, ermafrotidica (da HERMES, MASCHIO e AFRODITE, FEMMINA). Nel celebre scritto alchemico di Frate Basilio Valentino, IL TRATTATO SULL’AZOTO, appare la figura del REBIS ALCHEMICO in veste di trionfatore vittorioso, che ha dominato il Drago della vita elementare e di conseguenza il Quaternario degli Elementi. Una delle due teste del REBIS cade sotto l’egidia del SOLE (RAGIONE) l’altra invece è governata dalla LUNA (IMMAGINAZIONE). Fra queste però, si insinua la stella di Mercurio (Intelligenza, Compressione, Gnosi). Marte e Venere (Ferro e Rame, metalli duri) esercitano la loro influenza sul lato destro (reattività). Quello sinistro (passività) al contrario riceve l’influsso di Giove e di Saturno (stagno e piombo, metalli molli e malleabili). Marte (energia, movimento, azione) viceversa è in relazione diretta con il braccio destro. La mano sinistra del REBIS stringe un mazzuolo con il quale scaglia un colpo mediante un atto deliberato, servendosi dello scalpello che tiene nella mano sinistra. Il braccio sinistro, che il compito di tenere fermo lo scalpello, è legato a Giove (Rispetto di Sé). In un’altra versione iconografica, quella più frequente, egli tiene nella mano sinistra una SQUADRA (EQUITÀ, SENTIMENTO, MORALITÀ) e nella destra un COMPASSO (VERITA’, RAGIONE, INTELLETTUALITA’). I Cavalieri del Tempio, così come i Fedeli D’Amore, potevano conquistare l’androginia e la realizzazione del Rebis solamente dopo aver dominato le attrazioni elementari. Tutto ciò che rappresenta la materia pesante ed è celato nell’iniziato – istinti inferiori, basse emozioni – deve essere domato (e non estinto) prima che gli sia consentito di poter attrarre il Fuoco del cielo allo scopo di incorporarselo. Si tratta, in sostanza, di sormontare l’animalità per conferire all’Uomo propriamente detto, il pieno possesso di sé. Il Pentagramma che appare nel sigillo di Rebis, La Stella Fiammeggiante, è per l’appunto l’emblema dell’iniziato svincolato da tutto quanto gli impedisce di essere unicamente e pienamente Uomo. Cala il silenzio secolare sul segreto dei segreti, sui Templari Fiorentini e quelli di Francia, sui Fedeli D’Amore e sui riti occultati, sulla Luna-Iside-Madre celata e sui suoi influssi. Tuttavia, la torcia luminosa del Sapere arde imperterrita, la fiamma lucente posta tra le corni lunari del BAFOMETTO sprigiona tuttora una luce feconda e l’idolo misterico da Firenze fa capolino malizioso, certo che il Sapere, quello autentico, non sarà mai dimenticato, ma verrà tramandato nei secoli dei secoli, oltre i confini dell’umano. La Grande Opera è compiuta. Terminiamo con i versi immortali del grande poeta Fiorentino : L’AMORE CHE MOVE IL SOLE E L’ALTRE STELLE.

FONTE

Stefano Mayorca – La Luna : influssi, poteri, leggende

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