Spiritualità

LA VERITÀ NASCOSTA NELL’UOMO

Una vecchia leggenda Visnuista narra di un tempo in cui tutti gli uomini erano potentissimi Dei, che a causa dell’ego smisurato abusarono della loro Potenza Divina al punto di spingere Brahma, capo degli Dei, a prendere la decisione di togliere loro la scintilla divina di cui tanto hanno abusato e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata…
visualization
A questo punto sorse un grande dilemma: quale luogo ha la caratteristica di essere così difficile da raggiungere da risultare un ottimo nascondiglio? Le altre divinità, a questo punto, vennero riunite a consiglio per valutare il problema appena insorto e, dopo aver ragionato bene sulla questione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra”. Brahma prontamente obbiettò: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli Dei risposero: “Bene, allora affonderemo la sua forza nell’oceano più profondo”. Ma Brahma si oppose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie”. Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe eventualmente raggiungerla”. Così a Brahma venne un idea e la espose replicando: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo nelle profondità del suo stesso essere, perché non penserà mai di cercarla proprio lì”. E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando, per cercare qualcosa che invece aveva sempre racchiusa in Sé. il significato della leggenda è molto semplice: ogni cosa che l’uomo cerca nel mondo (amore, accettazione, sicurezza, felicità…) è riconducibile alla sua realtà divina e solo trovando quest’ultima è possibile avere tutto il resto come conseguenza. Agli occhi delle persone che non si sono mai interessate prima d’ora alla ricerca spirituale potrebbe sembrare un’ assurdità il pensiero di poter trovare ciò che cerca solo interiormente, ma se ci riflretti un attimo non sarà dificile concludere che qualsiasi cosa possa essere trovata all’esterno di noi non è durevole, poiché dipende dalla dimensione materiale, in cui ogni cosa muta costantemente. Se, ad esempio, riusciamo ad ottenere la felicità grazie ad una persona, dal momento che le strade si divideranno – cosa che accadrà inevitabilmente prima o poi, sia pure con l’abbandono del corpo fisico – ci sentiremo estremamente infelici. Allo stesso modo, se affidiamo la nostra autostima alla carriera, qualora dovessimo perdere l’impiego, arriveremmo a credere di essere delle nullità. In sintesi, tutto quello che è legato ad un oggetto esterno provoca dipendenza dall’oggetto stesso e, poiché viviamo in un mondo caratterizzato dall’impermanenza, ciò che vi troviamo è destinato a cessare quando la situazione cambiarà. Molto spesso non dobbiamo nemmeno aspettare di perdere l’oggetto esterno per veder cessare l’effetto che ha avuto su di noi, infatti l’ambizione a qualcosa di nuovo non tarderà ad arrivare ed il reale appagamento rimarrà nascosto insieme alla scintilla divina dell’uomo; è proprio questo a provocare lo stato di frustrazione che quasi ogni uomo conosce. Per contro, se riusciamo a trovare in noi stessi l’amore, la gioia, l’autostima e tutto ciò che siamo abituati a cercare nel mondo, questi sentimenti saranno i petali dell’infinito fiore divino che si trova nel profondo di ogni uomo, per questo saranno incondizionati e profumeranno di eternità. Nascondere la scintilla divina nel profondo dell’uomo è stata una mossa astuta, non perché lì sia realmente impossibile trovarla, ma per arrivarvi è necessario andare oltre le illusioni della mente duale e dell’ego, ottenendo una saggezza con la quale, una volta ritrovato il potere, sarà impossibile abusarne. Ma come si può scendere in profondità dentro di sé? Con la meditazione! Ogni disciplina o corrente di pensiero indiana rappresenta lo sforzo di creare un percorso attraverso il quale è possibile realizzare il proprio essere, riscoprendo in sé la propria divinità per liberarsi dal vincolo alla dimensione terrena e le sue illusioni. Ciascuna filosofia ruota attorno ad una strada unica, diversa dalle altre, e nessuna di esse è sbagliata, ma ciò che funziona per un individuo può non essere di alcuna utilità ad un altro. Per questo affermiamo spesso che il percorso verso casa è strettamente personale: possiamo prendere spunto da ogni scuola di pensiero che riconosciamo affine al nostro essere, trovare ciò che c’è di vero in ogni filosofia ed aggiungerlo al proprio bagaglio interiore, ma lo strumento migliore che abbiamo per orientarci in questa “giungla” di informazioni è il nostro sentire.
.
I Quattro Scopi della Vita di un Hindu
Secondo la concezione filosofica dell’induismo, l’uomo, durante il suo cammino in questo mondo, deve realizzare se stesso non solo spiritualmente, piuttosto in ogni ambito relativo all’esperienza terrena, così da vivere tutte le situazioni (purché in armonia con le norme etiche) per arrivare alla consapevolezza che le cose mondane non possono appagarlo in modo duraturo ed a quel punto iniziare a riscoprire la sua essenza divina, conquistandosi gradualmente quella felicità duratura che si trova oltre la “realtà” delle forme. Le azioni devono essere sempre rivolte al miglioramento delle condizioni di vita, senza trascurarne nessun aspetto e perseguendo i giusti obbiettivi è possibile rompere i legami del karma, per raggiungere la liberazione dal ciclo delle rinascite. I  quattro scopi legittimi della vita (puruṣārta) non trascurano quindi alcuna dimensione dell’esistenza umana, il loro fine è puramente evolutivo e sono composti da tre obiettivi perseguibili nel mondo, chiamati Artha, Kama e Dharma, più uno ultraterreno, il mokṣa, visto come lo scopo ultimo dato che trascende tutti gli altri. Il primo, Artha, è la ricchezza materiale, intesa come la realizzazione del benessere e del potere, comprendendo altresì quello politico. Questo scopo è chiaramente relativo alle condizioni materiali, ai mezzi necessari per mantenere un buono stato di salute e una condizione sociale soddisfacente. Kāma può essere tradotto come piacere, soddisfazione dei desideri, inclusi quelli sessuali e proprio sull’erotismo vi è una raccolta letteraria nella quale sono conservati i trattati brahmanici detti Kāmasūtra a cui avevano già anticamente accesso anche le donne poiché la legittima soddisfazione sessuale era un loro diritto. Dharma significa giustizia, indica la norma universale e l’ordine etico con cui godere dei piaceri della vita, delle ricchezze, del potere, ovvero è ciò che deve assimilare e governare la realizzazione dei due obbiettivi precedenti, così che non passino i limiti della legittimità, facendo in modo che ogni azione sia in armonia con l’intero universo. L’ultimo, il mokṣa o mukti, rappresenta la libertà assoluta, identificabile come il fine ultimo non solo degli induisti, bensì di ogni Anima incarnata sulla Terra, consiste nella liberazione dalle catene che ci legano a questa dimensione terrena, costringendoci a rinascere ed è l’obiettivo da conseguire nell’ultimo stadio della vita, la vecchiaia, che tradizionalmente implica l’abbandono degli attaccamenti per diventare un asceta errante.
.
Yuga: il Tempo Cosmico degli Hindu
L’idea di un universo in espansione non è nata nelle menti dei fisici moderni, in realtà era già presente nell’antica cosmologia induista. Alcune delle teorie contemporanee più accreditate descrivono un universo che sembra pulsare: si espande per miliardi di anni per poi contrarsi fino a collassare in un piccolo punto, per poi tornare nuovamente ad espandersi, in un eterno ciclo: questa è la teoria dell’universo oscillante. La filosofia indiana aveva proposto già nell’antichità l’idea di una realtà cosmica che si contrae ed espande ritmicamente nell’arco di miliardi di anni, attraverso enormi cicli denominati “respiri di Brahman”. Secondo questa cultura il divino si trasmuta nel mondo allo scopo di giocare il suo gioco cosmico (lila), che si perpetua in cicli senza fine dove l’Uno si scinde virtualmente in molte forme e le molte forme si dissolvono tornando nell’Uno. Il tempo cosmico è misurato per mezzo degli anni divini, nei quali ogni anno corrisponde a trecentosessanta di quelli umani, e ci vogliono ben 12 milioni di anni divini per formare un solo “giorno di Brahmā” denominato Kalpa. Brahmā, e con lui l’universo per come lo conosciamo, esiste complessivamente per 100 anni composti da questi giorni, ovvero per 311.040 miliardi di anni umani, ma per comprendere bene la difficile cosmogonia induista, composta da complessi concetti distanti dal modo di pensare occidentale e numeri così grandi da essere quasi inconcepibili, è necessario procedere per gradi. Dodicimila anni divini, equivalenti a 4 milioni e 320 mila anni umani, formano un Mahā-Yuga – dal sanscrito “grande generazione” – diviso in quattro cicli chiamati Yuga minori, ognuno dei quali possiede caratteristiche distintive ed un nome originato dal lessico del gioco indiano dei dadi. Il Kṛta-Yuga, generazione associata al punteggio quadruplo (quindi vincente), rasenta l’età dell’oro, in cui sulla terra regnano l’armonia, la ricchezza spirituale e per questo viene spesso paragonata ad un tavolo con quattro gambe, essendo un epoca di grande stabilità e tra tutte quella più duratura: ben quattromila anni divini, ovvero 1.440.000 anni umani. La pratica religiosa associata a questo particolare ciclo è l’ascesi, mentre la vita umana è di 400 anni umani. Il Tretā-Yuga, o generazione del punteggio triplo, è il periodo in cui il conseguimento della virtù non è più spontaneo come nell’età precedente e si predilige la pratica religiosa della conoscenza. Possiamo dire che è in questo contesto che ha inizio il declino, infatti è un epoca associabile ad un tavolo a tre gambe, avente una discreta stabilità e durata: tremila anni divini, ovvero 1.080.000 anni umani, mentre la vita media è 300 anni umani. Nel Dvāpara-Yuga, letteralmente generazione del punteggio doppio, incominciano a sorgere le passioni e l’aspetto egoico insito nel carattere umano, la pratica religiosa è guidata dalle norme etiche, l’armonia con l’esistente, la durata della vita è di 200 anni umani. Per comprendere questo Yuga possiamo richiamare l’immagine di un tavolo a due gambe, quindi caratterizzato da una scarsa stabilità e durata: duemila anni divini, ovvero 720.000 anni umani. Il Kali-Yuga, dal significato di generazione dal punteggio singolo (per questo perdente), rappresenta il tempo delle violazioni spontanee delle leggi universali e delle norme etiche, dove ci si arricchisce rubando o addirittura per mezzo di delitti; qui ignoranza, violenza, confusione e corruzione la fanno da padrone, perché l’uomo ha dimenticato la propria essenza divina e si lascia guidare dall’ego e dai più bassi istinti. È possibile paragonare questa era ad un tavolo con una sola gamba, poiché non c’è equilibrio, la pratica religiosa è anch’essa molto materialista – si tratta della donazione -, gli uomini vivono al massimo per 100 anni ed è in assoluto il ciclo più corto: complessivamente si conclude in mille anni divini, ovvero 360.000 anni umani. Ogni era ha inoltre un periodo di nascita ed uno di crepuscolo da sommare alla durata di ogni Yuga, corrispondente al 10% del suo totale: 288.000 anni umani (800 anni divini) per il Kṛta-Yuga; 216.000 anni umani (600 anni divini) per Tretā-Yuga; 144.000 anni umani (400 anni divini) per il Dvāpara-Yuga; 72.000 anni umani (200 anni divini) per il Kali-Yuga. Sulla base di quanto detto possiamo affermare che, tra periodo pieno, fase di nascita e crepuscolo, l’attuale Kali-Yuga durerà per 432.000 anni umani e, considerando la data tradizionale di avvio del Kali-Yuga, coincidente con la morte di Kṛṣṇa e fatta risalire al nostro 18 febbraio 3103/3102 a.C., si calcola che esso terminerà il 17 febbraio 428897/428896 d.C. segnando non solo l’inizio di una nuova età dell’oro, ma anche del prossimo Mahā-Yuga. Mille Mahā-Yuga, quindi 12.000.000 anni divini, corrispondono alla durata di un eone, chiamato tradizionalmente Kalpa ed equivalente a 4.320.000.000 anni umani: questo è il periodo di manifestazione del cosmo, chiamato anche “giorno di Brahmā” , alla fine del quale l’universo viene parzialmente distrutto, segnando l’inizio di una “notte di Brahmā” che dura esattamente quanto il giorno. Durante il “giorno” regnano quattordici Manu, mentre la “notte” rappresenta il periodo di latenza nel quale tutto l’esistente è riassorbito nella notte cosmica, pronto a riemergere con una nuova emanazione di Brahmā. Trenta giorni e notti, quindi in tutto sessanta Kalpa, costituiscono un mese di Brahma. Dodici mesi di Brahma (360 giorni e notti) costituiscono un suo anno e 100 anni rappresentano la sua intera vita, durata della manifestazione dell’intero universo, dalla sua nascita alla sua dissoluzione. Questo periodo di esistenza cosmica è detto Mahā-Kalpa (Il Grande Kalpa) e la sua durata equivale a 311.040.000.000.000 di anni umani e 864 miliardi di anni divini, un battito di palpebre del Dio supremo Nārāyaṇa. Secondo questa visione stiamo attualmente vivendo il cinquantunesimo anno e ci troviamo quindi a metà della grande fase esistenziale dell’Universo, al termine del quale avviene una distruzione totale della forma, in cui ogni cosa torna ad essere parte del divino e così rimane per altri cento anni di Brahma, dopodiché il ciclo ricomincia da capo. È importante sottolineare che nella visione induista solo una parte dell’esistenza è soggetta ai cicli, quella più materiale ed illusoria, identificabile con il gioco divino, mentre l’essenza di tutto è eterna, al di là dei cicli cosmici e del tempo. Si tratta di ciò che potremo chiamare Dio, ma non ha forma, è al di sopra di ogni limite, della dualità, è la nostra essenza più profonda, paragonabile al nucleo di ogni cosa esistente, l’immobile centro del cerchio della vita, in cui la periferia rappresenta ciò che è manifesto e mutevole. Krsna spiega ad Arjuna questo concetto nell’ottavo canto della Bhagavad Gita (versi 19-21): “Esiste un altro non manifestato, eterno, che, anche quando tutti gli esseri periscono, non perisce. È detto l’Imperituro, il Non Manifestato. E’ Lui che si proclama essere il fine supremo. Quando lo si è ottenuto, non si rinasce più. È la mia sede suprema.”
FONTE
Ambra Guerrucci e Federico Bellini – La Via delle Filosofie Indiane
Standard
Religione

KRYSTOS E KRISHNA

Krishna1

Che strano mondo in cui viviamo! La Chiesa cattolica ha sempre saputo che il Cristianesimo non comincia con Gesù Cristo, ma ancora si cerca di farci pensare di sì.

Agostino d´Ippona (354-430 d.C.) ha scritto: “Questo, ai nostri giorni, è la religione cristiana, che non era sconosciuta in tempi passati, ma ha recentemente ricevuto quel nome.”

Eusebio di Cesarea (ca. 283-371 d.C.), dichiarava: “La religione di Gesù Cristo non è né nuova né strana.”

In Anacalypsis, l´orientalista britannico e iconoclasta del sec. XVII Godfrey Higgins ha insistito che il Cristianesimo era già saldamente in atto sia in Occidente, sia in Oriente, molti secoli prima della nascita di Gesù Cristo. Egli dice: “I Crestian o cristiani d’Occidente probabilmente sono derivati direttamente dai buddisti, piuttosto che dai brahmani. (Vol. 2, pp 438, 439.)

L’esistenza dei cristiani, in Europa e in India, è di gran lunga anteriore all’era cristiana … (Vol. 2, p. 202.) Penso che la maggior parte dei devoti accecati e creduloni debba acconsentire che abbiamo l’esistenza del Cristna dei bramini in Tracia, molte centinaia di anni prima dell’era cristiana e della nascita di Gesù Cristo. (Libro X, p. 593.)

“Melito (un vescovo cristiano di Sardi), nell’anno 170, chiede il patrocinio dell’imperatore per l’ora cosiddetta religione cristiana, che egli chiama “la nostra filosofia”, a causa della sua alta antichità, poiché è stata importata da paesi che si trovano oltre i limiti dell’impero romano, nella regione del suo antenato Augusto, che vi ha trovato un importazione auspicio di buona fortuna per il suo governo”. Questa è una dimostrazione assoluta che il Cristianesimo non ha avuto origine in Giudea, che era una provincia romana, ma in realtà era una favola esotica orientale, importata dall’India, e che Paolo faceva, come egli stesso sosteneva, la predicazione di un Dio manifestato in carne, che era stato “creduto nel mondo” secoli prima del suo tempo, e una dottrina che era già stata predicata «ad ogni creatura sotto il cielo”. (Bible Myths and Their Parallels in Other Religions; T. W. Doane, p. 409.)

Storici religiosi hanno per centinaia di anni ha lottato per scoprire come e perché le storie di Gesù e Krishna, che sono nati a 2000 anni di distanza, siano così quasi identiche.

� Sia Cristo sia Krishna discesero da Noah.

� La futura nascita di entrambi i messia era stata prevista prima del tempo.

� Cristo discendeva da Abramo.

� Krishna era il padre di Abramo (Brahma).

� Cristo è al tempo stesso un Koresh, un ebraico e uno Yehudi.

� Krishna era al tempo stesso un Kuru, un Abhira e un Yadava.

� Cristo è l’incarnazione di Yah-Veh.

� Krishna era al tempo stesso una incarnazione di Vishnu e Shiva.

� Il nome di Cristo, Gesù, è Yeshua.

� Un titolo di Krishna, che significa “amore, la devozione, ” è stato Yesu. Ancora oggi, molti genitori indù danno ai loro figli il nome Yesu Krishna.

� Entrambi gli uomini sono nati da vergini e in una stalla.

� La madre di Krishna si chiamava Devaki.

� La madre di Gesù si chiamava Maria.

� Krishna non ha avuto un padre terreno in quanto tale, ma un protettore, di nome Vasudeva.

� Gesù non ha avuto un padre terreno in quanto tale, ma un protettore mortale di nome Giuseppe.

� Un empio re cercò di uccidere Cristo e Krishna, quando entrambi erano bambini.

� Per proteggere il bambino Gesù, Giuseppe e Maria lo portarono a Maturai, in Egitto.

� Per proteggere il bambino Krishna, i suoi genitori, Vasudeva e Devaki, lo portarono a Mathura, India.

� Era previsto che entrambi gli uomini sarebbero morti per espiare i peccati del loro popolo.

� Come avrete probabilmente notato, si rifugiarono in luoghi che hanno nomi quasi identici.

� Entrambi gli uomini predicavano al loro popolo.

� Cristo è stato crocifisso e risorto. Krishna è stato ucciso da una freccia di un cacciatore e impalato su un albero. Più tardi, è tornato alla vita.

� Cristo fu crocifisso a Gerusalemme.

� Alcuni studiosi pensano che l´indù Krishna sia morto a Gerusalemme, dove era andato quando la sua città costiera di Dwarka sprofondò sotto il mare. Altri dicono che andasse in Iraq.

� Cristo apparve dopo la sua “morte”. Krishna apparve dopo la sua “morte”.

� Entrambi hanno una festa importante dedicata loro il 25 dicembre.

� Cristo aveva un´ammiratrice femmina di nome Maria Maddalena. Krishna aveva un´ammiratrice femmina di nome Marya Maghadalena.

I cristiani fanaticamente settari e gli indù militanti respingono entrambi l’idea che le storie di queste due divinità siano correlate. I cristiani accusano gli indù di offuscare l’identità in oggetto. Alcuni sostengono addirittura che il diavolo stesso è l´ispiratore del culto indù, e simmetricamente pensano altri indù rispetto al culto cristiano. Purtroppo, nessuna delle due parti può provare o smentire nulla. In questo articolo, cercherò di chiarire questo mistero una volta per tutte.

L’equivalente indù della storia di Abramo, secondo il nostro Antico Testamento.

La storia inizia con il nostro Abramo o Brahma, come gli indù lo chiamavano. Suo padre era il Signore Krishna, suo fratello era Mahesh a.k.a Maheshvara che sarebbe stato il nostro Mosè (Eb: Moshe).

La triade induista consiste degli Dei Brahma, l’equivalente del nostro Dio, e gli Dei Shiva e Vishnu. In realtà Shiva e Vishnu sono la stessa divinità. Insieme, essi sono Brahma (Dio). Oggi in India, ci sono solo due templi dedicati al dio Brahma, perché gli Indù dicono che l’umanità non è ancora pronta ad adorare un tale alto concetto.

La prova Hindu che Gesù è il Figlio di Dio!

La Bibbia ci dice che Gesù era sia Shiva sia Vishnu, perché i nomi biblici di Gesù sono ISA / Isha (Shiva), Yeshua (Skt. Yishvara, pronunciato in sanscrito come Yeshwara), Kristos, e Yesu, un altro nome di Krishna. Anche in India, Lord Krishna fu ed è ancora chiamato Yesu Krishna e Kristna. Questi nomi ci dimostrano che Gesù era tanto Shiva che Vishnu, rendendo così Gesù il Figlio unigenito del non generato Brahma.

Le informazioni precedenti ci mostrano che gli indù sono come i cristiani. Di più, gli indù sono in grado di dimostrare che Gesù era il figlio di Dio, ma dobbiamo accettare questo come un problema di fede. Anche così, non mancano le sette cristiane che vogliono “convertire” gli indù al loro modo di pensare, anche se dobbiamo accreditare agli indù l’onore di provarci che Gesù è il Figlio di Dio. Ma gli indù non hanno nessun bisogno di essere convertiti alla conoscenza spirituale che loro stessi ci hanno trasmesso. Sono stati “convertiti” migliaia di anni prima che il nostro Gesù nascesse. Io dico, lasciate stare.

Poiché Krishna non è nato da uomo, non era in realtà il padre terreno di Brahma e Mahesh. Pertanto, egli stesso era il protettore (Tara) di Brahma. In sanscrito, Tara significa “Salvatore, protettore”. Si tratta di un termine generalmente usato con gli dèi Rudra, Shiva, Vishnu e Brahma. Anche il nostro Testamento dice che il padre (protettore) di Abramo è stato Tare (Genesis 11:26.) La Bibbia dice che Abramo e Sara erano fratellastri. (Genesis 12:19-20.). I libri sacri indù parlano anche di un vincolo di parentela fra loro. I Purana mettono in relazione Sarasvati con Brahma e Vishnu. Più di frequente, è associata a Brahma. Il suo legame con lui data prima che con qualsiasi altro Dio. È interpretata soprattutto come moglie e, occasionalmente, come sua figlia. Quando la popolarità di Vishnu in India si accrebbe, apparvero i miti che ponevano Saraswati in relazione con lui. (Ref: Sarasvati and the Gods; http://www.vishvarupa.com.) Pertanto, Brahma e Vishnu sarebbero anche stati il Tara (Tare) di Sarasvati e la causa della sua origine divina.

La patria di Abramo o Brahma era la terra di Haran (Genesi 1:4.). Haran era il principato costiero governato dal Krishna. Era anche il suo nome, perché Hara (dio del sole) è un altro nome di Krishna. Brahma / Abraham era di 75 anni quando lasciò Haran.

Proprio come Cristo fu crocifisso su una croce e poi tornò alla vita, Krishna, conosciuto anche come Haran, fu crocifisso su un albero e poi tornò alla vita. Questo fatto sembra causare una certa confusione nella Bibbia. (Leggi Genesis 11:26-31).

C’è anche un´altra “Haran” in India, nello stato attuale di Haryana. E’ la regione in cui Abramo decise di smettere di fare gli idoli e di offrire il culto ad un solo Dio. Brahmavarta, una regione nel nord-est Haryana, si dice che sia il luogo in cui l’umanità è stata dapprima creata. (Varta = abitazione). Brahmavarta fu il luogo della guerra Kuruksetra tra i Kuru e i Pandava, in cui il Signore Krishna si distinse. Un antico fiume sacro, ora prosciugato, il Sarasvati, un tempo scorreva attraverso Brahmavarta. La Hakra (la biblica Haggar) era un affluente del Sarasvati. Le relazioni di queste tre entità geografiche hanno un senso. Se Brahma realizzò il canale o letto del fiume Sarasvati, Brahmavarta avrebbe potuto essere il padre simbolico o fratello di Sarasvati. Hakra (Haggar), essendo un affluente del Sarasvati, dipendeva da Sarasvati. Così che cosa furono realmente Abramo, Sarah, e Haggar? Persone, cose o luoghi?

Ho affermato che la Bibbia menziona Haran e Haryana. I libri sacri indù anche dicono che Brahma / Abraham visse in Ur dei Caldei. Ur è un nome sumero per “città”. Caldeo (pronunciato Kaldee) deriva dal sanscrito Kaul, una casta Brahman, e Deva (semi-dio). I Kauldevas sono idoli adorati nel Nord dell´India che rappresentano gli antenati. Secondo gli indù, Brahma sposò Sarasvati in Caldea, nella parte che ora è l’Afghanistan.

L´Afghanistan settentrionale era chiamato Uttara Kuru ed era un grande centro di apprendimento. Una donna indiana andò lì per studiare e ricevette il titolo di Vak cioè Saraisvati (Lady Sarah). Si crede che Brahm, il suo insegnante, rimanesse così colpito dalla sua bellezza, istruzione e potente intelletto, che l’aveva sposata. (The Hindu History, di Ashkoy Kumar Mazumdar; p. 48, passim.) Lord Krishna, il padre divino (Tare / T, ra) di Brahma / Abraham, era il re di Haran, di cui il porto di Dwarka era la capitale.

Intorno al 1900 a.C., centinaia di migliaia di indiani abbandonarono l’India settentrionale e centrale, e fuggirono verso il Medio Oriente dopo che la Dwarka di Krishna era affondata sotto l’acqua.

Krishna radunò la sua famiglia e fuggì insieme a loro per il Medio Oriente, quello che oggi è l’Iraq. Solo gigantesche catastrofi naturali, come terremoti e inondazioni, potrebbero aver causato un tale esodo. Fu in quel momento che il Saraisvati e l’Indo cambiarono i loro letti. Il Saraisvati rimase prosciugato.

Il prosciugamento del Saraisvati… provocò una migrazione importante della popolazione centrata intorno al Sindhu e alle valli Sarasvati, verso l´ovest dell’India. Fu subito dopo questo periodo che l’elemento Indico comincia ad apparire in tutta l’Asia occidentale, l’Egitto e la Grecia. (Indic Ideas in the Graeco-Roman World, di Subhash Kak, da IndiaStar rivista letteraria on-line; p. 14.)

E Giosuè disse a tutto il popolo: i vostri padri venne ad abitare qui … un tempo, anche Tare, il padre di Abramo, e il padre di Nachor, e servirono altri dèi.

E io presi il padre vostro Abramo dall’altro lato del diluvio, e l´ho portato in tutto il paese di Canaan … (Giosuè 24:2-3).

Molte persone non capiscono come si spiega la frase di Giosuè su “l’altro lato del diluvio”. Pensano che si riferisca al diluvio di Noé. Si riferiva invece al momento in cui la Dwarka del Dio Krishna e la provincia di Haran, nel Gujarat di oggi, affondarono sotto l’acqua intorno al 1900 a.C. Abramo, Sara, e i loro seguaci scapparono verso sud, fino ai porti costieri di Kalyan e Sopara (Sophir o Sauvira), in Maharashthra. Da lì, navigarono verso nord per il Medio Oriente. Sarah (Sarasvati), s´imbarcò dal porto di Kalyan. Una volta, Kalyan si trovava vicino alla costa, ma ora si trova più di 50 chilometri verso l’interno. Sarasvati è la santa patrona di Kalyan. Il santo patrono di Sophir o Sauvira era Parasu Rama (forse un nome del nostro biblico Abramo / Brahma).

L´autore indiano Paramesh Choudhury, che ha scritto The India We Have Lost, sostiene che Krishna e la sua famiglia probabilmente fuggirono in Iraq. Ma io sono certo che andarono a Gerusalemme. Gerusalemme è una parola che deriva dal sanscrito: Yadu-Ishalayam, che significa “La Santa Roccia della tribù Yadu”. Lord Krishna era uno Yadu. I musulmani venerano ancora questa enorme roccia sotto la Cupola della Roccia di Gerusalemme, Monte del Tempio.

Fino ad ora, mi sono chiesto perché il nome di Krishna non compare a Gerusalemme dopo il suo arrivo. Tuttavia, il nome del re di Gerusalemme, Melchizedek, Il mentore di Abramo, compare. Una volta ho pensato che Melchizedek fosse il nome di una certa persona. Ho fatto questo errore pensando che un principe e un figlio di un re Kassita, Melik-Sadaksina, fosse un principe dotato di poteri soprannaturali, mago e gigante spirituale. Ho pensato che avesse accompagnato Krishna, Abramo e Sara per il Medio Oriente. Più tardi, mi resi conto che la parola sanscrita Sadhaka si applica a chiunque sia un adepto, un mago, uno in possesso di poteri soprannaturali acquisiti dal culto di una divinità o pronunciando canti magici.

Ho inoltre mostrato in questo articolo che le parole del Nuovo Testamento per Gesù si riferiscono tutte a Lord Krishna e al suo santo nome. I primi cristiani erano convinti che Melchisedec fosse solo una prima incarnazione di Gesù Cristo, i resti del manoscritto di Nag Hammadi diritto Melchizedek sembrano confermare questo. Melchizedek, Re di Gerusalemme e mentore del figlio di Abramo, non era altro che l´antico Dio dell’India, Krishna. I primi cristiani pensavano che Gesù fosse una reincarnazione di Krishna, che per altro aveva il nome Yesu Kristna, Isa, Krishna, ecc?

Afferma san Paolo nel libro degli Ebrei, del Nuovo Testamento:

Dove il precursore è entrato per noi, anche Gesù, sommo sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec. (6:20). Per questo Melchisedec, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, che ha incontrato Abramo al ritorno dalla macellazione dei re, e lo benedisse … (7:1), perché era ancora nei lombi di suo padre, quando Melchisedec l´incontrò. (7:, 10 );… che bisogno c’era che sorgesse un altro sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec … (7:11); Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (7, 17);

In chiusura di questo articolo, voglio parlare del malcontento che ho sempre avuto con i settari fanatici religiosi che urlano che solo loro hanno ragione e che tutti gli altri sbagliano. Spesso insultano, imprecano, irridono, e respingono coloro con i quali non sono d’accordo, sperando di chiudere la bocca degli antichi. In molti casi, queste dispute religiose su presunte “differenze” causano diffusi spargimenti di sangue e miseria nel mondo. Io sono un cattolico e fiero di esserlo. Ma mi dispiace quando sento i sacerdoti, suore e laici predicare che chi non è un cattolico va verso l’inferno.

La parola “cattolico” deriva dal sanscrito Ketu-Loka, che significa ” Leader universale”. Ma come può essere una religione “universale” se è esclusiva, bloccata rispetto a nazioni come l’India, che non solo ai cattolici hanno dato la loro bibbia, ma anche quel Cristo che loro venerano? Ho mostrato come il parallelo tra la nostra Bibbia e i libri sacri indù concordi quasi perfettamente, da ogni punto di vista linguistico, culturale, spirituale, ecc. Anche la relazione incestuosa tra Brahma e Sarasvati corrisponde con quella di Abramo e Sara. L´India ha bene il diritto a essere la vera terra santa di tutta l’umanità. Le principali differenze tra cristiani e indù derivano dal fatto che la forma indù del cristianesimo rimase in India, e che il cristianesimo occidentale sappiamo che è stato esportato all’estero. Naturalmente, la separazione geografica ha causato alcune variazioni nei due insegnamenti simili, così come culturalmente. Inoltre, dobbiamo tenere presente che, per molte centinaia di anni, queste storie sono state tramandate oralmente, di padre in figlio. Modifiche, abbellimenti, e opinioni diverse si sono infiltrate attraverso le fibre del tessuto principale.

Si tratta di una strana anomalia che le nostri sette cristiane vogliano convertire gli indù agli stessi insegnamenti religiosi che quest’ultimo ha dato al mondo e ancora pratica!

Ho ampiamente dimostrato che tutti noi, non importa quali siano le nostre rispettive religioni e nazionalità, siamo i nipoti dell´India, Potrà questa conoscenza aiutarci a mantenere noi stessi e il mondo?

Se, giunti fino a qui, non vi siete ancora convinti che Melchisedec era Lord Krishna, e che Gesù è l’incarnazione di Krishna (Melchisedek), come Paolo stesso ha spiegato, non ho più altra risorsa, se non darvi una prova solida direttamente dalla bocca degli Indù stessi! Questo dovrebbe porre fine alla questione. Si tratta di un fatto verificabile che uno dei nomi di Krishna era Sàdhaka. Essendo un re, a Krishna ci si sarebbe dovuti rivolgere come Malika (Re) Sadhaka. Se siete ancora in dubbio, andate al sito e digitare Krishna sàdhaka. Potrete avere da subito tutte le prove che desiderate.

FONTE : www.antikitera.net

Standard