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I SETTE CHAKRA

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Il Chakra (traducibile come “ruota”, “disco”, “cerchio”) è un concetto proprio delle tradizioni religiose dell’India, inerenti alloyoga e alla medicina ayurvedica traendo origine dalle tradizioni tantriche, sia dell’induismo sia del buddhismo. Nell’accezione più comune è usualmente reso anche con “centro”, per indicare quegli elementi del corpo sottile nei quali è ritenuta risiedere latente l’energia divina.

Nello Haṭha Yoga i chakra sono interpretati come tappe del percorso ascensionale che Kuṇḍalinī attraversa nel corpo dell’adepto una volta ridestata grazie a pratiche e riti opportuni. Oggi si preferisce chiamare Kuṇḍalinī Yoga l’aspetto dello Haṭha Yoga che fa riferimento principalmente alle pratiche interessate alla kuṇḍalinī, e quindi al ruolo e significato dei chakra. I testi classici sono la Gheraṇḍa Saṃhitā, la Haṭhayogapradīpkā e la Śiva Saṃhitā; essi fanno comunque riferimento a numerosi Tantra di epoca ben anteriore.

Man mano che Kuṇḍalinī sale, i chakra verrebbero, per così dire, attivati, lasciando quindi sperimentare all’adepto stati psicofisici via via differenti.

« Esperienze mistiche e fenomeni significativi si succedono rapidamente via via che i centri corrispondenti vengono toccati e che l’energia kuṇḍalinī invade tutta la persona dello yogin. Quando essa riempie interamente il corpo, la felicità è totale, ma finché si limita a un centro, la via non è libera, e si producono alcuni fenomeni. »

(Silburn)

Va qui però subito ricordato che il fine principale attribuito a questi riti e pratiche propri dell’induismo (tantrico e non) non è tanto l’acquisizione di poteri straordinari, ma è e resta sempre la liberazione (mokṣa), liberazione intesa come affrancamento dal ciclo delle rinascite (saṃsāra); un fine salvifico dunque, soteriologico, e non di ordine pratico, utilitaristico, anche se poi nei testi si fa anche menzione dei “poteri” (vibhūti o siddhi) che sarebbe possibile conseguire.

Secondo la visione tantrica shivaita, di cui il Kuṇḍalinī Yoga fa parte, nell’emanare il mondo, Paramaśiva, la Realtà Assoluta, si è espanso generando quella pluralità che noi chiamiamo mondo, nella sua accezione più vasta. Perché ciò fosse possibile, Egli si è autolimitato, dando così luogo al tempo, allo spazio, alla materia, al dualismo, alla causalità, e di conseguenza, al saṃsāra. Queste autolimitazioni sono rese possibili grazie alla Sua stessa energia, la śakti, di cui Kuṇḍalinī non è altro che un aspetto, appunto quello presente nel corpo umano. Kuṇḍalinī che ascende, dal primo all’ultimo chakra, segue quindi, al livello del microcosmo umano, il percorso inverso a quello di emanazione cosmica. È la potenza di Paramaśiva che ricongiungendosi in Śiva medesimo, consente di liberarsi delle limitazioni che hanno consentito ciò che è manifesto, il mondo, trasmigrazione compresa. Il termine yoga, ricordiamo, vuole significare “unione”: unione del Dio e della Sua energia, di Śiva e Śakti, Śakti che “riposava” nel primo chakra come Kuṇḍalinī (o Kuṇḍalinī-śakti).

Questa energia quiescente è immaginata e simboleggiata come un serpente che giace arrotolato su se stesso: kuṇḍalinī significa infatti “arrotolata”, “ricurva”. L’attivazione è visualizzata dal serpente che si drizza come all’improvviso, liberando calore e permettendo ad altre energie sopite, ai “soffi” altrimenti bloccati (prāṇa), di circolare. I chakra sono immaginati come fiori di loto (padma) variamente colorati che sbocciano in tutta la loro bellezza, liberando potenzialità celate.

« Kundalini è insieme un serpente, un’energia intima e una dea: l’esoterismo del linguaggio crepuscolare risiede in questa simultaneità di significati in una stessa parola » (Jean Varenne 2008, p. 174)

Nei testi i chakra sono variamente descritti e anche raffigurati con molti particolari. Ognuno di questi elementi ha una valenza simbolica precisa, con riferimenti sia al processo di emanazione del cosmo, sia a quello di riassorbimento in esso.

Il simbolo prevalente per i chakra è, come si è detto, quello del fiore di loto, rappresentato come osservato dall’alto e coi suoi petali aperti e variamente colorati. Il numero dei petali e il relativo colore varia a secondo del chakra. Su ogni petalo è riportato un grafema dell’alfabeto sanscrito, la “lingua perfetta”, perché ogni cosa nel mondo ha un nome grazie a questi suoni. All’interno del fiore è generalmente riportato uno yantra, ossia un diagramma simbolico che è in relazione con un elemento costitutivo del cosmo (tattva). Troviamo inoltre un mantra scritto in caratteri devanāgarī, anch’esso in relazione col tattva, il suo suono generatore; e una divinità che lo presiede. Sono spesso altresì raffigurate altre divinità, deputate a presiedere quel determinato chakra. Completano la rappresentazione iconografica lo yoni, rappresentato com un triangolo con la punta verso il basso, e il liṅga, simboli di Śakti e Śiva rispettivamente, i due poli del divino: il trascendente e l’immanenente, la luce e il suo riflesso, l’essere e il divenire, il maschile e il femminile.

Il chakra è uno degli attributi di Vishnu: si tratta di un disco che egli usualmente stringe in una delle mani e rappresenta il potere divino. Variamente raffigurato, con raggi o fiamme che ne fuoriescono, è attributo anche di altre divinità, come Durga e Skanda, per esempio. Il chakra di Visnhu, detto anche sudarshana (“bello a vedersi”), è altresì oggetto di culto, al punto di essere spesso personificato col nome di Chakrapurusha.

In ambito tantrico, con cakra si intende anche il “circolo” di culto tantrico, l’insieme dei membri locali di una specifica tradizione. All’interno di questo chakra, i seguaci si pongono al di fuori delle regole sociali e di casta. Vi sono ammesse anche le donne, cosa invero non possibile presso i culti vedici.

Nelle tradizioni tantriche del Kashmir la mātṛkā-cakra (“ruota delle madri”) è l’emissione dei fonemi dell’alfabeto sanscrito a partire dall’Assoluto, in questo caso Paramaśiva, lo Shiva Assoluto, o più semplicemente Anuttara (“senza niente sopra”). Riassumendo, secondo il filosofo indiano Kṣemarāja le sedici vocali[rappresentano l’articolazione della Coscienza Assoluta nelle sue potenze; le venticinque consonanti occlusive da K a M il dispiegamento del Cammino impuro; le quattro semivocali le Corazze (da Y a V); le tre sibilanti e l’aspirata il dispiegamento del Cammino puro; KṢ, il cinquantesimo fonema, è infine simbolo dell’intera emissione fonica, il “seme della sommità”, formato dalla prima e ultima consonante, la S, che nell’unione da dentale diventa retroflessa. Questa emissione è invero, secondo queste tradizioni, solo un’angolazione differente dalla quale si può vedere il processo di emanazione dell’Assoluto. Ritroviamo i cinquanta fonemi in scrittura devanāgarī sui petali dei chakra principali, proprio a simboleggiare questa emissione che, quando interpretata in senso inverso, dal primo all’ultimo chakra, diventa simbolo di ricongiungimento con l’Assoluto. I fonemi sono detti madri perché, essendo forme foniche della potenza divina, sono personificabili come altrettante divinità femminili. Di queste sono composti i mantra e le scritture sacre dei Veda.

IL CORPO SOTTILE

Secondo lo storico delle religioni britannico Gavin Flood, il testo più antico nel quale è descritto il sistema dei sei chakra, quello attualmente più diffuso, è il Kubjikāmata Tantra: testi precedenti menzionano infatti un numero differente di chakra variamente e differentemente collocati nel corpo sottile. La tradizione tantrica alla quale questo testo appartiene è la cosiddetta tradizione kaula occidentale, risalente all’XI secolo e.v. e originaria dell’Himalaya occidentale, probabilmente nel Kashmir, e attestata con certezza nel XII secolo in Nepal. Kubjikā, la Dea “gobba”, o “curva”, è associata con Kuṇḍalinī, l'”attorcigliata”, quella forma del potere divino che ordinariamente giace quiescente nel corpo in corrispondenza del primo chakra. Così la Śiva Saṃhitā, un testo del XVI-XVIII secolo:

« Tra l’ano e l’organo virile si trova il centro di base, il Mūlādhāra, che è come una matrice, uno yoni (organo femminile). Là è la ‘radice’ a forma di bulbo ed è là che si trova l’energia fondamentale Kuṇḍalinī avvolta tre volte e mezza su se stessa. Come un serpente, essa circonda il punto di partenza delle tre arterie principali tenendosi in bocca la coda proprio davanti all’apertura dell’arteria centrale »

Le “arterie” cui il testo fa riferimento sono le nadi (trascrizione di nāḍī), termine traducibile con “tubo”, “canale”, per indicare qui condotti simili a quelli nei quali scorre il sangue o la linfa.  Le tre “arterie” principali sono: lasuṣumnā, il canale centrale, dritto e verticale; iḍā e piṅgalā, due canali situati alla sinistra e alla destra della suṣumnā.

Nāḍī e cakra, insieme ad altri componenti quali il prāṇa (“respiro” o “energia vitale”), i vāyu (“soffi”, “venti”) e i bindu (“punti”), sono i principali componenti anatomici di quello che nella letteratura contemporanea è noto come “corpo sottile”: l’energia vitale vi scorre attraverso i canali sotto forma di soffi, mentre l’energia divina si trova latente nei centri. L’accademico francese André Padoux fa notare che il termine “corpo sottile” è invero improprio, perché si presta a essere confuso con il corpo trasmigrante, il sukṣmaśarīra, che letteralmente sta proprio per “corpo sottile”. Egli, come altri studiosi contemporanei, preferisce usare il termine “corpo yogico”. Così si esprime l’accademico statunitense David Gordon White:

« Cruciale per il processo di iniziazione tantrica è la nozione che all’interno del microcosmo umano, o protocosmo, esiste un corpo yogico, sottile, che è la replica del macrocosmo universale, divino, o metacosmo.  Questo corpo, che comprende canali energetici (nadi), centri (chakra), punti e soffi, è esso stesso un mandala. Se fosse possibile viderlo dall’alto, il canale centrale verticale del corpo sottile, che media la dinamica bipolare (e sessualmente identificata) interiore del divino, apparirebbe come il centro del mandala, coi vari chakra allineati lungo il canale nella forma di altrettanti cerchi concentrici, o ruote, o fiori di loto irradianti verso l’esterno dal loro stesso centro. Spesso, ognuno di questi raggi o petali di chakra hanno associati divinità maschili e femminili, così come fonemi e grafemi dell’alfabeto sanscrito »

Il corpo yogico (o sottile), fondamentale in quasi tutte le pratiche meditative e rituali tantriche, è una struttura ovviamente immateriale, inaccessibile ai sensi, che l’adepto crea immaginandola, visualizzandola. Il tāntrika, l’adepto, costruisce così, con queste pratiche, un corpo complesso nel quale coesistono il corpo grosso (quello fisico che si riceve alla nascita) e il corpo sottile: è il corpo di un “uomo-dio”, concetto nucleare nel tantra, ma di concezione ben anteriore.

Questa coesistenza ha fatto sì che spesso, soprattutto in epoca più recente, si sia tentato di localizzare all’interno del corpo grosso elementi che sono invece peculiari del corpo sottile, localizzazione ipotizzata reale e non immaginale, dando così luogo a confusioni e indebite interpretazioni. L’esempio più eclatante è l’identificazione dei chakra coi plessi nervosi, identificazione che sembra ormai corrente:

« Ma è sufficiente leggere attentamente i testi per rendersi conto che si tratta di esperienze transfisiologiche, che tutti questi “centri” rappresentano degli “stati yoga”, inaccessibili senza una ascesa spirituale. »

Così l’indologo tedesco Georg Feuerstein sintetizza:

« I sistemi dei chakra sono giusto questo: modelli della realtà pensati per assistere il tāntrika nel suo travagliato percorso interiore dal Molteplice all’Uno »

I chakra restano elementi fisicamente non individuabili né sperimentabili al di fuori del contesto in cui hanno valenza:

« Queste ruote non sono affatto centri fisiologici e statici del corpo grossolano, ma centri di forza che appartengono al corpo sottile, centri che solo lo yogin, nel corso della manifestazione della kuṇḍalinī, localizza con altrettanta precisione che se appartenessero al corpo »

NELL’INDUISMO

Nella letteratura orientale è possibile riscontrare molteplici descrizioni del corpo sottile, e di conseguenza anche del sistema dei chakra, in relazione alle differenti collocazioni, visualizzazioni e funzioni:

« Nei fatti non esiste un sistema dei “chakra” che si possa definire standard. Ogni scuola, e alle volte ogni maestro di ogni singola scuola, ha avuto il proprio sistema di chakra »

(David Gordon White, Kiss of the Yogini )

Le descrizioni più note del sistema dei chakra nella letteratura accademica e in quella divulgativa contemporanee risalgono a quelle diffuse dall’orientalista britannico Sir John Woodroffe, magistrato britannico presso la Corte suprema del Bengala, appassionato di tantrismo che con lo pseudonimo di Arthur Avalon pubblicò nel 1919 un testo su questo argomento,Il potere del serpente. Egli aveva parzialmente tradotto e commentato un testo delle tradizioni tantriche, lo Ṣatcakranirūpaṇa. Il testo di Avalon e lo Ṣatcakranirūpaṇa rappresentano ancor oggi le principali fonti di diffusione in Occidente di questi concetti. A questi si rifanno a esempio il summenzionato David Gordon White, accademico statunitense, lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade, l’indologo francese Jean Varenne.

Nel trattato sono presentati i sette chakra principali, e di ognuno di questi riportati la collocazione nel corpo sottile; gli yantra, i bījamantra e le divinità associati; i rapporti e le corrispondenze con gli elementi del cosmo.

I chakra: mūlādhāracakra

Situato alla base della colonna vertebrale, tra l’ano e gli organi genitali esterni nella zona del plesso coccigeo, è rappresentato da un loto cremisi con quattro petali riportanti i fonemi dell’alfabeto sanscrito in scrittura devanāgarī व, श, ष, स (nella traslitterazione IAST rispettivamente: “v”, “ś”, “ṣ”, “s”). Un quadrato giallo è situato nel centro del loto, a sua volta recante in mezzo un triangolo dalla punta rivolta verso il basso. Il quadrato è simbolo dell’elemento grosso Terra (pṛthivī), il triangolo della vagina (yoni). È in relazione con l’elemento sottile Odore (gandha).  Il mantra associato è LAṂ (लं), la divinità Brahma.

« La Terra è un quadrato, di colore giallo e il suo mantra è LAM.  Là risiede Brahma, con quattro braccia, quattro volti, splendenti come l’oro »

( Yogatattva Upaniṣad )

All’interno del triangolo è posto un liṅga, e avvolto intorno a esso come un serpente è Kuṇḍalinī, che con la propria bocca ostruisce l’apertura sommitale del liṅga, la “porta di Brahman”, e quindi l’accesso alla suṣumṇā, la via principale di risalita di Kuṇḍalinī.

II chakra: svādhiṣṭhānacakra

Lo svādhiṣṭhāna è situato alla base dell’organo genitale, nella zona corrispondente al plesso sacrale. Rappresentato da un loto a sei petali di colore vermiglio riportanti i fonemi ब, भ, म, य, र, ल (rispettivamente: “b”, “bh”, “m”, “y”, “r”, “l”), ha nel suo interno una mezzaluna bianca.[38]:

« Un altro Fiore di Loto è posto dentro la Sushumna alla radice dei genitali, ed è un bellissimo fiore vermiglio. Sui suoi sei petali vi sono le lettere da Ba a Purandara con sovrapposto Bindu, del lucente color del lampo. Dentro di esso vi è la bianca, splendente, acquea regione di Varuna, a forma di mezzaluna, e là, seduto su una Makara, vi è il Bija “Vam”, immacolato e bianco come la luna d’autunno. »

(Ṣatcakranirūpaṇa)

Il mantra associato è VAṂ (वं), mentre la divinità è Vishnu. È in relazione con l’elemento grosso Acqua (ap) e con l’elemento sottile Sapore (rasa).

III chakra: maṇipūracakra

Si trova nella regione del plesso epigastrico, all’altezza dell’ombelico. Il loto è di colore blu e ha dieci petali, associati ai fonemi ड, ढ, ण, त, थ, द, ध, न, प, फ (rispettivamente traslitterati come: “ḍ”, “ḍh”, “ṇ”, “t”, “th”, “d”, “dh”, “n”, “p”, “ph”). Al centro del loto è un triangolo rosso. È relazionato con l’elemento grosso Fuoco (tejas). Il mantra associato è RAṂ (रं), la divinità è Rudra.

IV chakra: anāhatacakra

Questo chakra è situato nella regione del plesso cardiaco. Il loto ha dodici petali dorati ed è di colore rosso. I fonemi sono क, ख, ग, घ,ङ, च, छ, ज, झ, ञ, ट, ठ (nella traslitterazione IAST rispettivamente: “k”, “kh”, “g”, “gh”, “ṅ”, “c”, “ch”, “j”, “jh”, “ñ”, “ṭ”, “ṭh”) Il mantra associato è YAṂ (यं), la divinità è Agni o Ishvara. Anāhatacakra è in relazione con l’elemento grosso Aria (vāyu) e con l’elemento sottile Tatto (sparśa). Nell’interno del loto due triangoli equilateri di colore grigio si sovrappongono a formare un esagramma, che a sua volta include un liṅga risplendente.

V chakra: viśuddhacakra

Il chakra è situato al livello del plesso laringeo. Il loto è di colore blu con 16 petali rosso-cenere, e i fonemi riportati nei petali sono le vocali अ, आ, इ, ई,उ, ऊ, ऋ, ॠ, ऌ, ॡ, ए, ऐ, ओ, औ, più il visarga अः e l’anusvāra अं (nella traslitterazione IAST rispettivamente: “a”, “ā”, “i”, “ī”, “u”, “ū”, “ṛ”, “ṝ”, “ḷ”, “ḹ”, “e”, “ai”, “o”, “au”, “ḥ”, “ṃ”). Il mantra associato è HAṂ (हं), Shiva la divinità, nel suo aspetto Sadashiva, Shiva l’eterno.

All’interno dello spazio blu è collocato un cerchio di colore bianco che racchiude un elefante.

VI chakra: ājñācakra

Il sesto chakra è collocato fra le due sopracciglia, nel plesso cavernoso. Il loto che lo rappresenta è bianco con due petali che recano iscritti i fonemi ह e क्ष (traslitterati come “h” e “kṣ”). Nel loto trova posto un triangolo con all’interno un liṅga, entrambi di colore bianco. Non è associato ad alcun elemento, essendo in numero di cinque sia gli elementi grossi sia quelli sottili. Il mantra associato è Oṃ(ॐ), la divinità ancora Shiva nel suo aspetto Paramashiva, Shiva il supremo.

« Il Fiore di Loto denominato Ajna è simile alla Luna. Sui suoi due petali vi sono le lettere Ha e Ksha, che sono pure bianche e ne accrescono la bellezza. Esso risplende con la gloria di Dhyana. All’interno di esso v’è la Shakti Hakini, le cui sei facce son come molte lune. Ella ha sei braccia con una delle quali regge un libro, altre due sono alzate nel gesto di scacciare la paura e di accordare favori, e nelle altre ha un teschio, un tamburello ed un rosario. La sua mente è pura »

(Ṣatcakranirūpaṇa)

VII chakra: sahasrāracakra

Posto sopra la testa, è raffigurato con un loto rovesciato e munito di mille petali (sahasrā vuol dire appunto “mille”), dove mille è il risultato di 50×20: i cinquanta fonemi dell’alfabeto sanscrito ripetuti venti volte. Al centro del fiore è una luna piena che racchiude un triangolo. Sahasrāracakra non è associato ad alcun mantra, né ad alcuna divinità, ma:

« Gli Shaiva lo chiamano la dimora di Shiva; i Vaishnava lo chiamano Parama Purusha; altri ancora lo chiamano luogo di Hari-Hara. Coloro che sono colmi di entusiasmo per i Piedi di Loto della Devi lo chiamano eccellente dimora della Devi; ed altri gran saggi lo chiamano luogo puro di Prakriti-Purusha »

(Ṣatcakranirūpaṇa)

È qui, in questo chakra, che l’adepto sperimenta l’unione col divino, la liberazione, il samādhi:

« E là, nel Sahasrara, la divina Shakti prende il suo piacere, senza tregua, in unione sol Signore! »

(Yogakuṇḍalinī Upaniṣad)

LA VISIONE OCCIDENTALE

In Occidente, i centri di materia fine nell’uomo erano noti presumibilmente già presso gli antichi greci ed egizi, dove erano oggetto di particolari cerimonie. Anche in alcune rovine preistoriche delle popolazioni americane sono state rinvenute delle statuine che presentano delle gemme incastonate esattamente in corrispondenza dei chakra; la tradizione dei pellerossa moderni conserva ancora oggi dei rituali finalizzati all’influenza di questi centri di energia.

In Europa, dopo che nel Medioevo le conoscenze greche ed egizie erano cadute nell’oblio, uno fra i primi scritti occidentali che sembra alludere alla dottrina dei “centri di forza” o chakra è il testo Eine kurze Eroffnung und Anweisung der dreyen Principien und Welten im Menschen (Una breve rivelazione e istruzione sui tre principi e mondi nell’uomo) di Johann Georg Gichtel (1638-1710), opera meglio conosciuta sotto il titolo di Theosophia Practica (1723). Gichtel fu discepolo di Jakob Bohme, teosofo e mistico cristiano (1575-1624). Tale scritto fa supporre una certa conoscenza della dottrina relativa ai chakra, perlomeno in certi ambienti alchemico-cristianidell’Europa, che attribuivano ad essi dei corrispondenti pianeti e metalli. La dottrina in questione – nota forse anche ai monaci orientali nel contesto dell’esicasmo– per via dell’emergere della scienza moderna di impostazione meccanicista, rimane tuttavia poco diffusa in Occidente almeno fino agli inizi del XX secolo.

Come sopra menzionato, in Occidente la dottrina dei chakra deve la sua diffusione principalmente alla traduzione di un testo indiano, lo Ṣatcakranirūpaṇa, a opera dell’orientalista britannico Sir John Woodroffe, alias Arthur Avalon, nel suo The Serpent Power (1919).

Un contributo successivo fu quello del vescovo e chiaroveggente C. W. Leadbeater, che pubblicò un libro contenente i propri studi e le proprie osservazioni relative ai centri di forza nel testo The Chakras (1927).

Rudolf Steiner, fondatore dell’Antroposofia, parla dello sviluppo dei chakra nel libro “Initiation and Its Results “ del 1909, fornendo istruzioni progressive per lo sviluppo di tali centri di forza. Si tratta di esercizi quotidiani che richiedono un tempo e una applicazione considerevole. Egli segnala che per il risveglio e lo sviluppo di tali centri di forza esistono anche altri metodi più rapidi, che potrebbero però risultare dannosi se non operati da persone spiritualmente mature.

Nel panorama moderno Tommaso Palamidessi, fondatore dell’Archeosofia, rielabora la dottrina dei centri di forza alla luce dell’esoterismo giudaico-cristiano. Nel libro “La potenza erotica di kundalini yoga: lo yoga del potere serpentino ed il risveglio dei ventuno chakra”, e nel successivo “Tecniche di Risveglio Iniziatico” del 1975, Palamidessi illustra alcune tecniche ascetiche tese al risveglio e allo sviluppo di tali centri, che coinvolgono la realizzazione di icone o supporti meditativi, tecniche respiratorie e meditazioni su nomi divini ebraici (invece che su mantra tibetani), in linea con la tradizione occidentale.

Il testo di Woodroffe è al centro de La psicologia del Kundalini-yoga. Seminario tenuto nel 1932 da Carl Gustav Jung. L’aspetto forse più interessante dell’interpretazione junghiana è il tentativo di correlare un simile fenomeno a ciò che oggi la psichiatria definirebbe disturbo da somatizzazione, in cui però la psicosomatica prevale sul somatopsichico. Altra differenza notevole è che nel Kuṇḍalinī Yoga si assiste a un decorso o percorso appunto “chakrico”, non caotico ma ordinato, centripeto (verso la testa) e centrifugo (extra corpus).

Altrettanto rilevante è il confronto fra l’esperienza descritta da Gopi Krishna in Kundalini. L’energia evolutiva dell’uomo e l’annesso Commento psicologico del filosofo statunitense James Hillman. In questo caso, l’originalità risiede anzitutto in quanto vissuto dallo stesso Gopi Krishna, distante dalle consuete sovrastrutture rituali: niente meditazione dei loto, niente mantra, niente sanscrito, niente màndala, nessuna tecnica di respirazione, nessuna guida spirituale.

L’ETÀ MODERNA

A partire dagli anni sessanta, con la diffusione dei movimenti new age, si sono affermate diverse nozioni riguardanti l’aspetto e il significato dei chakra. I sette chakra principali dell’essere umano, ad esempio, sarebbero stati associati rispettivamente ad uno dei colori dell’arcobaleno. Secondo tali credenze, ognuno di questi chakra ruoterebbe in un senso alternativo rispetto a quello precedente e a quello successivo situati lungo la linea verticale che va dalla testa all’addome. Quelli che nell’uomo girano in senso orario, inoltre, girerebbero in senso antiorario nella donna, e viceversa. Queste concezioni tuttavia sono state giudicate infondate nell’ambito della medicina esoterica, secondo la quale i colori dei chakra in realtà variano da persona a persona, ed anche la dimensione e il senso di rotazione sono variabili. Il loro aspetto ricorda quello di un fiore perché presentano delle piccole protuberanze simili a dei petali, e sono suddivisi in tracce concentriche e settori longitudinali.

Anche se la nozione dei chakra appartiene alla tradizione indiana, la loro funzione è stata associata dalla medicina esoterica al lavoro svolto dai meridiani, ossia i canali di energia noti alla medicina tradizionale cinese, che hanno natura essenzialmente elettrica e si occupano di assorbire dal cibo e dall’aria inspirata quel tipo di energia conosciuta in India come prana, la più vicina al livello materiale. La funzione dei sette chakra principali non è quella di assorbire il prana, come erroneamente si reputa, ma di svolgere una funzione di controllo sui suddetti meridiani. Essi appartengono inoltre ad un tipo di energia superiore, che essi trasformano e trasmettono a un livello inferiore, fornendo alla persona le vibrazioni necessarie alla costruzione della sua dimensione psichica. Il lavoro dei chakra principali consiste cioè nel processo di formazione di pensieri e sentimenti funzionali alla crescita spirituale. I chakra secondari invece si limitano soltanto alla raccolta e fuoriuscita dell’energia dei meridiani.

Ognuno dei diversi corpi esoterici dell’uomo sarebbe dotato di chakra principali, i quali si ripetono ad ogni livello fungendo così da collegamento. Sotto il centro del vortice di ogni chakra si diparte infatti uno stelo posteriore, con cui viene trasmessa l’energia ad esempio dal corpo astrale a quello eterico. Accanto a questa funzione di assimilazione passiva propriamente yin, ne esiste un’altra di tipo yang, costituita da un secondo stelo da cui viceversa fuoriesce l’energia non elaborata. A differenza dell’opinione secondo cui i diversi chakra sarebbero alternativamente l’uno yin, l’altro yang, ognuno dei sette chakra principali possederebbe quindi funzioni sia yin che yang. Il canale di entrata si trova nei punti già noti situati sulla parte anteriore del corpo umano, quelli di uscita invece sulla parte posteriore, cioè sulla schiena e sulla nuca.

Nel dettaglio, ogni singolo chakra si occupa dunque di un particolare aspetto psichico, a cui è associata sul piano corporeo una ghiandola ormonale:

Il primo chakra, detto anche della radice, attiene alla volontà di sopravvivenza e alla soddisfazione degli istinti primari, come il mangiare, il dormire, e l’aspetto meramente fisico della sessualità finalizzato alla riproduzione. Sul piano corporeo esso corrisponde ai surreni, la cui parte midollare secerne gli ormoni adrenalina e noradrenalina, mentre quella della corteccia gli ormoni cortisoidi. Essi garantiscono l’adattabilità nelle situazioni di pericolo e la capacità di adattamento a sforzi particolarmente intensi. Il secondo chakra, detto sacrale o sessuale, è maggiormente in relazione con la sessualità e con la sua componente emotiva, ma anche con la creatività, il senso della bellezza, e l’autostima. Sul piano fisico corrisponde alle ghiandole germinali, che influenzano lo sviluppo dei caratteri sessuali. Il terzo chakra, detto ombelicale, situato nella zona del plesso solare, attiene al desiderio di potere e alla volontà di manipolare il mondo per trovare il proprio posto nella società. Per la sua capacità di assimilare e riadattare quello che la vita propone, esso è collegato alle funzioni digestive e in particolare col pancreas, ghiandola esocrina che contiene anche delle cellule endocrine, responsabili della produzione di insulina e glucagone. Il quarto chakra, detto del cuore, è associato all’amore e alla capacità di amare incondizionatamente. Esso è leggermente spostato verso sinistra rispetto agli altri chakra situati lungo la verticale che va dal capo all’addome. La ghiandola a cui corrisponderebbe è il cuore, che può essere inteso in effetti come organo endocrino, responsabile della produzione dell’ormone atriale natiuretico (atrial naturetic factor, abbreviato in ANF), sul quale tuttavia non c’è ancora una letteratura medica. Secondo altre opinioni, il chakra del cuore corrisponderebbe alla ghiandola del timo, anche se questa non si trova propriamente in corrispondenza di esso e tende inoltre a perdere la sua influenza superata la pubertà.

Il quinto chakra, detto della gola, attiene alla capacità di comunicare e alle svariate forme di espressione come la musica, la danza, l’arte, e in generale col ritmo. Sul piano fisico corrisponde alla tiroide, che scandisce il tempo interno della crescita e del metabolismo.

Il sesto chakra, detto della fronte, riguarda la capacità di comprendere la realtà vibratoria sovrasensibile, ed è quindi in relazione con le facoltà di intuizione e di visione delle entità normalmente non percepibili. Ad esso è collegato in effetti anche il cosiddetto terzo occhio. A livello fisico corrisponde all’ipofisi, che esercita un’influenza su tutte le altre ghiandole endocrine. Il settimo chakra, detto della corona, è ritenuto la sede dell’illuminazione in cui l’Io individuale si congiunge con quello cosmico universale, determinando le esperienze mistiche di pace e beatitudine. A livello corporeo è associato all’epifisi, la cosiddetta ghiandola pineale, la cui funzione, non ancora del tutto chiarita, sembra in relazione con la capacità di adattamento ai ritmi del giorno e della notte, e in generale con i processi di crescita e invecchiamento.

La terapia dei chakra si è rivelata utile nei casi resistenti a forme di cura dei meridiani come l’agopuntura, tuttavia la loro manipolazione fine a se stessa, a scopi meramente evolutivi, senza una lunga e adeguata preparazione, può comportare stati repentini di autocoscienza che il corpo non è in grado di sostenere determinando gravi disfunzioni fisiche, anche letali, a cui la medicina tradizionale non può fare fronte. Particolarmente interessante è il risveglio di Kundalini, una forza incontrollabile che soltanto gli yogi più esperti decidono di ridestare.

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STORIA DELL’ETERE

anima

L’etere – sinonimo di quintessenza – era un elemento che secondo Aristotele si andava a sommare agli altri quattro già noti: il fuoco, l’acqua, la terra, l’aria. Oggetto di indagine spirituale da parte di diverse tradizioni filosofiche ed esoteriche, l’etere sarebbe secondo gli alchimisti il composto principale della pietra filosofale.

La storia dell’etere inizia con gli antichi Greci, per i quali esso era l’elemento cristallino con cui era fatto l’universo. Platone, che nel Fedone parlava di terre perfette abitate da esseri superiori, situate al di sopra della terra a noi conosciuta, sosteneva che l’etere avesse la forma di un dodecaedro, solido platonico composto da dodici facce, il cui significato numerologico implicava una corrispondenza con i 12 segni dello zodiaco.

« La terra vera e propria, la terra pura si libra nel cielo limpido, dove son gli astri, in quella parte chiamata etere da coloro che sogliono discutere di queste questioni; ciò che confluisce continuamente nelle cavità terrestri non è che un suo sedimento. Noi che viviamo in queste fosse non ce ne accorgiamo e crediamo di essere alti sulla terra, come uno che stando in fondo al mare credesse di essere alla superficie e vedendo il sole e le altre stelle attraverso l’acqua, scambiasse il mare per il cielo »

(Platone)

La concezione aristotelica dell’universo, che vede al centro i quattro cerchi sublunari corrispondenti a terra, acqua, aria, e fuoco, al di sopra dei quali ruotano le sfere planetarie di sostanza eterica.
Aristotele ne diede una trattazione sistematica, rimasta prevalente in Occidente, sostenendo che l’etere costituiva l’essenza del mondo celeste, e distinguendolo così dalle quattro essenze (o elementi) di cui riteneva composto il mondo terrestre, stratificato dall’alto in basso in fuoco, aria, acqua ed infine terra. Aristotele riteneva che l’etere fosse eterno, immutabile, senza peso e trasparente; proprio per l’eternità e staticità dell’etere, il cosmo era un luogo immutabile, o quantomeno soggetto a mutamenti regolari, in contrapposizione alla Terra, luogo di continuo cambiamento. All’etere, infatti, egli attribuiva per natura il moto circolare, che entrando poi in contatto con gli altri quattro elementi giungeva a corrompersi diventando rettilineo. Mentre così le stelle fisse, incastonate nel cielo del firmamento, realizzavano il loro fine con un solo movimento, appunto attraverso il moto circolare uniforme, gli altri pianeti più vicini alla Terra lo realizzavano progressivamente per mezzo di più movimenti.
Il Sole e i diversi astri risultavano anch’essi fatti di etere, e ritenuti da Aristotele veri e propri esseri viventi dotati di anima, coincidenti con gli dèi della mitologia greca. L’etere inoltre era per lui qualcosa di denso che permeava tutti i luoghi celesti, nei quali perciò non esisteva nessuno spazio vuoto.
In seguito la natura dell’etere continuò a essere discussa da stoici, neoplatonici, filosofi islamici, e quindi dagli scolastici medioevali, che in opposizione al meccanicismodemocriteo, il quale ammetteva l’esistenza del vuoto, lo intendevano come il mezzo universale che riempiva lo spazio, attraverso cui tutto si propagava, e tutto connetteva in unità.
Per la sua caratteristica di essere «forza vitale conservatrice del ricordo delle forme», o «memoria biologica», l’etere era ritenuto l’elemento costitutivo dell’Anima del Mondo, che nel sistema filosofico di Plotino rappresentava l’ipostasi preposta alla generazione della vita, subordinata all’Intelletto il quale invece era la sede superiore delle idee e dei modelli a cui sottostavano le forme viventi.
« Così gli antichi Filosofi e i Poeti dissero l’Etere Anima del Mondo, Spirito, Fuoco purissimo, e Motore di tutte le cose, Giove, Proteo. Perché stimarono che tutti i corpi governi, lo nominarono Anima del Mondo e Spirito per la sottigliezza delle sue parti, che dai sensi conoscer non si possono; Fuoco per l’attività, Motore e Giove per la forza universale con cui muove tutte le cose; Proteo perché prende le figure tutte »

(Giacinto Gimma, 1730)

Analoghi concetti vennero espressi in età rinascimentale da Luca Pacioli, neoplatonico del XVI secolo, per il quale l’etere coinvolge anche le strutture matematiche e geometriche dell’universo: secondo il Pacioli, che si rifaceva in tal modo a Platone, il cielo, ossia il quinto elemento, aveva la forma di un dodecaedro, struttura perfetta secondo lo studioso.

ETERE ED ALCHIMIA

Nel mercurio gli alchimisti vedevano espresse le proprietà liquide e lunari dell’etere, che unite a quelle complementari dello zolfo, avrebbero conferito il potere trasmutativo e conoscitivo della pietra filosofale. Il caduceo, o bastone di Mercurio, che con i due serpenti avvolti simboleggiava l’opera di riunificazione alchemica delle opposte polarità dell’etere.
« Successivamente gli alchimisti medievali indicarono con l’etere o quintessenza la forza vitale dei corpi, una sorta di elisir di lunga vita.
Quella cosa che muta i metalli in oro possiede altre virtù straordinarie: come, ad esempio, conservare la salute umana integra sino alla morte e di non lasciar passare la morte (se non dopo due o trecento anni). Anzi, chi la sapesse usare potrebbe rendersi immortale. Questo lapis non è certamente nient’altro che seme di vita, gheriglio e quintessenza dell’intero universo, da cui gli animali, le piante, i metalli e gli stessi elementi traggono sostanza »

(Jan Amos Komensky, da Labirinto del mondo e paradiso del cuore del 1631)

 

Almeno fino al XVII secolo, le proprietà alchemiche dell’etere furono oggetto di studio anche ai fini della ricerca della pietra filosofale, per produrre la quale era necessaria la disponibilità del grande Agente universale, cioè la stessa Anima del mondo, altrimenti detta «Azoto», acronimo cabalistico che indicava appunto l’Etere divino di cui ogni elemento della realtà si riteneva fosse permeato: il lapis philosophorum, analogamente detto «quintessenza», sarebbe risultato dalla sintesi di due realtà contrapposte, quali il mercurio, associato all’aspetto passivo dell’etere, e lo zolfo, associato al lato attivo e solare dell’intelletto.
Per il fatto che in ambito chimico la quintessenza fosse ritenuta un elisir ottenuto dalla quinta distillazione degli elementi, il termine «quintessenza» ha anche assunto un significato più ampio, quello di caratteristica fondamentale di una sostanza o, più in generale, di una branca del sapere.
L’antico concetto di etere, come sostanza permeante il cosmo, fu riproposto agli inizi dell’Ottocento con l’affermarsi della teoria ondulatoria della luce di Younge Fresnel, in contrapposizione a quella corpuscolare di Newton, per l’esigenza di postulare un mezzo materiale in cui la luce potesse propagarsi, così come il suono si propaga attraverso l’aria. Venendo ora infatti concepita come onda, anziché come un corpo, la luce non avrebbe potuto diffondersi nel vuoto. In seguito, Albert Einstein, con la sua teoria della relatività, eliminerà dalla scienza questa concezione dell’etere, almeno nel suo aspetto grossolano, sostituendolo però di fatto con una nuova considerazione dello spazio dotato di specifiche proprietà fisiche che escludono la possibilità del vuoto assoluto.
ETERE ED ESOTERISMO

L’etere è tornato ad essere oggetto di indagine filosofica ed esoterica sia da parte degli ambienti teosofici fondati da Madame Blavatsky, che lo identificò con i concetti orientali di akasha a livello cosmico e di prana a livello vitalistico individuale (costitutivo del corpo eterico), sia negli scritti rosacrociani di Max Heindel.
Se ne occupò dettagliatamente anche il fondatore dell’antroposofia, Rudolf Steiner, il quale lo mise invece in relazione con i quattro elementi della tradizione occidentale. In epoche remote, egli sostiene, l’etere di cui era fatto il mondo esisteva come calore, dal quale prese in seguito a differenziarsi, condensandosi progressivamente attraverso quattro epoche planetarie, e giungendo attualmente a scindersi in quattro coppie, governate dalla legge universale della polarità: fuoco, aria, acqua e terra hanno cioè ognuno una controparte eterica, dotata di caratteristiche opposte e complementari.

L’etere-calore, da cui si è originato l’elemento fuoco, è nella cosmogonia steineriana la prima sostanza con cui fu plasmato il mondo, emanazione della sostanza stessa dei Troni, gli angeli di Saturno così descritti dallo Pseudo-Dionigi l’Areopagita. Mentre il fuoco si espande verso l’alto, l’etere-calore ha la caratteristica opposta di discendere giù dal Sole, concentrandosi negli esseri viventi e favorendo il loro sviluppo. Di esso sono intessuti gli spiriti della natura conosciuti come salamandre.
L’etere-luce è la controparte dell’elemento aria, cioè dello stato gassoso: mentre l’aria appare caotica, disordinata, capace di penetrare ovunque e di collegare in maniera fluida ogni cosa, l’etere ad essa complementare si posa soltanto sulla superficie degli oggetti, ed è dotato di direzione, ordine e capacità di dividersi nettamente. L’etere-luce, inoltre, illuminando gli oggetti, li rende distinguibili creando le dimensioni della distanza e dello spazio. Ad esso appartengono gli spiriti della natura chiamate silfidi, che infondono luce alle piante.
L’etere-chimico si contrappone in maniera complementare agli stati liquidi appartenenti all’elemento acqua. A differenza di quest’ultima, fluida, densa, e compatta, tendente a restringersi nell’aspetto di sfere, l’etere-chimico è discontinuo, separatore, e perciò produttore di forme. Steiner fa derivare da esso fenomeni come la chimica e la musica, chiamandolo perciò anche etere del suono, per la sua capacità di strutturare la materia secondo rapporti numerici acustici, riflessi dell’armonia cosmica conosciuta sin dalla scuola pitagorica come «musica delle sfere». Nell’etere-chimico vivono le ondine, spiriti della natura che estraggono dalle piante e dagli alberi le diverse parti di cui sono composti, come rami, fronde, foglie, pur mantenendo tra queste una relazione d’insieme.
L’etere-vitale è in rapporto di polarità con l’elemento terra, ossia con tutto ciò che si trova in uno stato solido. Mentre la terra è dura e rigida, inerte e inanimata, l’etere-vitale possiede mobilità interiore, ed è capace di dare vitaalla materia. In esso consiste il principio dell’io, ossia la forza in grado di conferire l’individualità ad un corpo. Nell’etere-vitale agiscono gli gnomi, spiriti della terra che in esso veicolano le idee archetipiche del cosmo ricevute dagli alberi, trasmettendole ai minerali di cui si nutrono a loro volta le radici delle piante.

 

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FERMARE IL MONDO

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1 – CONFIDARSI CON LO SPIRITO. Come se parlassi ad un buon amico, da tu a tu, con infinita fiducia; fallo tutte le notti prima di dormire e quando meno lo ricordi ti risponderà nei tuoi sogni. Il guaio dell’uomo è che egli intuisce le proprie risorse nascoste ma non osa utilizzarle

2 – ESTIRPARE L’IMPORTANZA PERSONALE. Il 90% della nostra energia la consumiamo nel tentativo di difendere la nostra importanza personale. Chi non dà a se stesso nessuna importanza diventa invulnerabile.
l’energia che si spreca nel dare importanza a se stessi è la massima immaginabile, l’arte di riorientarla si chiama impeccabilità.

3 – RIUSCIRE A SEPARARSI DAL MONDO… RESTANDO IN ESSO. Continuando a viverci (“follia controllata”)  “fare l’agguato a se stessi”, cioè “catturare” i propri vizi e tutte le altre abitudini malsane. Non “darsi” (attaccarsi) al mondo, ma “godere” di esso. La follia controllata è l’arte di fingere di essere completamente immersi in qualcosa a portata di mano – e fingere tanto bene che nessuno possa vedere la differenza tra vero e falso.  La follia controllata non è un vero e proprio inganno, ma un mezzo sofisticato e artistico di essere separati da tutto pur restando parte integrale di tutto.  La follia controllata è difficile da apprendere.  Molti non riescono a sopportarla, non perché ci sia in quell’arte qualcosa di male, ma perché richiede molta energia nel praticarla. Follia controllata, è l’atteggiamento di chi ha imparato a «vedere» e si trova circondato dalla mera follia.

4 – NON LASCIARSI “TRASCINARE” DALLE SITUAZIONI. Ritirarsi. Lasciar che i pensieri scorrano liberamente… occuparsi di qualcos’altro. Qualunque cosa può essere utile… se cominciate a inquietarvi e ad impazientirvi, a disperarvi, sarete abbattuti senza pietà dai tiratori scelti dell’ignoto… se invece agite senza macchia e avete sufficiente potere personale per eseguire i vostri compiti, si attuerà per voi la realizzazione dell’intenzione.

5 – TRATTARE CON LA GENTE SENZA LASCIARCI DISTRUGGERE DA ESSA. Le persone ci affettano, ci tolgono potere, energia, ci schiavizzano… non lasciar vedere il tuo “gioco”. Non mettersi mai in prima linea.

6 – ARRESTARE IL “DIALOGO INTERIORE“. Interrompere la conversazione interna, “fermare la descrizione del mondo”. Smettila di cercare conferme e approvazione dal mondo intorno a te ogni volta che il dialogo interno si interrompe, il mondo sprofonda e affiorano straordinarie sfaccettature di noi, come se fossero state fino a quel momento tenute nascoste dalle nostre parole. Voi siete cosi come siete poiché vi dite che siete appunto cosi.

Ma perché qualcuno dovrebbe desiderare di fermare il mondo? Non lo desidera nessuno, questo è il punto, semplicemente accade. E quando capirai cosa significa “fermare il mondo”, ne conoscerai la ragione… una delle arti del guerriero consiste nel far crollare il mondo per un motivo preciso e poi rimetterlo in piedi “. Fermare il mondo è il primo passo per imparare a vedere (in contrapposizione al semplice atto di guardare).

A seconda di come il mondo “dovrebbe” essere secondo i nostri “pregiudizi”, crediamo e creiamo il mondo, però in questo modo ci precludiamo la capacità naturale che abbiamo di “vederlo”, tal come è veramente; invece di “pensarlo”, dovremmo in verità “sentirlo”… allora, la verità sorgerebbe davanti ai nostri stessi occhi, e nessuno potrebbe ingannarci più su nulla. Col dialogo interiore sul mondo lo animiamo, lo accendiamo di vita, lo sosteniamo fermamente con la nostra conversazione interna; e non solo è così, addirittura scegliamo anche i nostri cammini a forza di parlare con noi stessi. E’ così che ripetiamo le stesse abitudini, gli stessi errori di sempre, uno dopo l’altro, fino al giorno della nostra morte. Apprendere in modo autentico una nuova descrizione del mondo implica la capacità di ricavare una nuova percezione del mondo, che si adatta a quella descrizione (es. quella degli stregoni). Ciò significa raggiungere, ottenere la “partecipazione” completa e diretta con il NAGUAL, essere in grado di elaborare tutte le interpretazioni percettive appropriate che, conformandosi a quella descrizione, la convalidano…
per fermare il mondo si deve imparare una nuova descrizione in un senso totale, allo scopo di contrapporla a quella vecchia e,  in questo modo, spezzare la certezza dogmatica, che tutti abbiamo, secondo la quale la validità delle nostre percezioni, o la nostra realtà quotidiana, non si devono mettere in discussione.
il passo successivo è quello di vedere, la risposta alle sollecitazioni percettive di un mondo esterno a quella descrizione che abbiamo imparato a chiamare realtà.

La ricerca sistematica del silenzio interiore.

L’interruzione del dialogo interiore, cioè del flusso di pensieri che noi incessantemente rivolgiamo a noi stessi, è una tecnica base in molte discipline spirituali, per esempio in alcuni sistemi di meditazione yogica. Se eliminiamo l’interferenza del dialogo interno, che ci impone di non cercare nulla oltre i limiti delle sue categorie, la nostra ragione è costretta a farsi da parte ed allora molte meraviglie diventano possibili: una cosa semplice come “guardare” può trasformarsi nell’atto magico di “vedere”, cioè nella percezione diretta dell’energia così come fluisce nell’universo. Portare a compimento quest’impresa significa fermare il mondo, cioè interrompere per sempre la coesione e la coerenza della nostra percezione.

L’interruzione comporta anche la sospensione dell’interpretazione sensoria.

Per interrompere l’immagine del mondo (dialogo interiore) che si possiede fin dalla culla, non è sufficiente volerlo o deciderlo. E’ necessario avere un compito pratico; questo compito pratico è chiamato “il modo giusto di camminare” Esso satura il TONAL, lo inonda fino a sommergerlo.
capite: l’attenzione del TONAL dev’essere posta sulle sue creazioni. E’ infatti quell’attenzione che, in primo luogo, crea l’ordine del mondo; il TONAL deve quindi essere attento agli elementi del suo mondo, per sostenerli, e soprattutto deve sostenere l’immagine del mondo come dialogo interno. Il modo giusto di camminare era un sotterfugio. Nel frattempo si può attirare l’attenzione sulle braccia, intrecciando le dita in modo insolito… l’importante è che guardando, senza mettere a fuoco gli occhi, verso un punto esattamente di fronte a lui nell’arco che parte dalla punta dei suoi piedi e finisce all’orizzonte, letteralmente sommerge il proprio “TONAL” di informazioni. Il “TONAL”, in mancanza della consueta relazione con un solo elemento per volta, è incapace di parlare con se stesso:
si raggiunge quindi il silenzio. Senza mettere a fuoco scopre un numero enorme di aspetti del mondo senza però raggiungere nitidezza su alcuno.

7 – Essere “impeccabili”, cioè non esaurire la propria energia, conservare il potere personale… l’impeccabilità è fare il meglio che si può sempre, in qualunque cosa. Recuperare tutta la propria energia vitale lasciata dispersa e, nel contempo, espellere tutta quella estranea a noi, che non corrisponde ai nostri fini. L’energia sarebbe così reintegrata al proprio essere per recuperare la “totalità di se stessi”, la propria “conformazione energetica” originaria. L’impeccabilità è semplicemente il miglior uso del nostro livello di energia… esige frugalità, sollecitudine, semplicità, innocenza, mancanza del riflesso di sé (esaltazione della propria auto-immagine. Per comandare lo spirito, e con questo intendo comandare il movimento del punto d’unione (d’assemblaggio), c’è bisogno di energia. L’unica via per conservare energia è la nostra impeccabilità.

8 – DIVENTARE INACCESSIBILE. Deve rimanere accessibile e aperto, solo a chi vuole lui… devi mostrare alla gente solamente quello che vuoi mostrargli; senza dire mai con precisione le cose come lo hai fatto fino ad ora.

9 – USARE LA MORTE COME CONSIGLIERA . Star disposti a morire ed essere pronti all’ultima battaglia in qualsiasi momento, circostanza, luogo. La morte è l’unica consigliera saggia che abbiamo.
« Sto a mio agio con la gente, sicché la morte è per me una persona. Sono anche dedito ai misteri, sicché la morte per me ha occhi vuoti. Posso 
guardare attraverso. Sono come finestre, eppure si muovono, come gli occhi si muovono. Così posso dire che la morte coi suoi occhi vuoti guarda il guerriero che fa la sua ultima danza »

Non hai tempo amico mio…questa è la sfortuna degli esseri umani. Nessuno di noi ha tempo a sufficienza, e la tua continuità non ha senso in questo mondo imprevedibile e misterioso. Focalizza la tua attenzione sul legame tra te e la morte, senza rimorso, tristezza o preoccupazione.

Focalizza la tua attenzione sul fatto che non hai tempo, e lascia che le tue azioni fluiscano di conseguenza. Fai sì che ognuna delle tue azioni sia la tua ultima battaglia sulla terra. Solo a questa condizione le tue azioni avranno il giusto potere. Altrimenti saranno, per quanto a lungo tu possa vivere, le azioni di un timoroso.
Ogni volta che senti, come sempre fai, che tutto ti sta andando male e che stai a punto di essere annichilato, girati verso la tua morte e domandale se è vero; lei ti dirá che ti sbagli; che niente è più importante se non il suo tocco. La tua morte ti dirá: ancora non ti ho toccato. Il guerriero pensa alla sua morte quando le cose perdono chiarezza. Il guerriero considera alla morte la consigliera più trattabile, che può venire anche ad essere testimone di tutto quanto si faccia. L’idea della morte è l’unica che tempra il nostro spirito. Questo non vuol dire che devi preoccuparti per la tua morte; si tratta di usarla. Poni attenzione sul laccio che ti unisce alla tua morte, senza rimordimenti, tristezza o preoccupazione. Poni la tua attenzione sul fatto che non hai tempo e lascia che i tuoi atti fluiscano in accordo a questo; che ciascuno dei tuoi atti siano la tua ultima battaglia sopra la terra. Solo sotto tali condizioni i tuoi atti avranno il potere che gli corrisponde…c’è una strana felicità ardente nell’attuare con il pieno convincimento che quello che si sta facendo può benissimo essere l’ultimo atto sopra la terra. Ti raccomando meditare sulla tua vita e contemplare i tuoi atti sotto questa luce.

Non hai tempo amico mio, questa è la disgrazia degli esseri umani. Nessuno di noi ha sufficiente tempo e la tua supposta continuità, nella quale consiste la tua felicità, non ha senso in questo mondo di mistero. La tua “continuità” solo ti fa timido. I tuoi atti, non possono possedere così in nessun modo, il gusto, il potere, la forza irresistibile di quelli realizzati invece da un uomo che sa di star liberando la sua ultima battaglia sulla terra.

In poche parole: la tua “continuità” non ti rende né felice, né potente. La maggior parte della gente passa di atto in atto senza pensare.  Un guerriero, al contrario, valuta ogni passo e dato che ha conoscenza intima della propria morte, procede con giudizio, come se ogni azione fosse la sua ultima battaglia. Un guerriero da, alla sua ultima battaglia, il rispetto che merita; è naturale, quindi, che nel suo ultimo atto sulla terra dia il meglio di se stesso.
Però, preoccuparsi terribilmente della morte forzerebbe chiunque sia di noi a focalizzare la propria attenzione su di sé; e questo è logorante. Cosicché, un’altra cosa di cui si ha bisogno per essere un guerriero è il “distacco”, o “spietatezza”. Il “senso della morte” imminente accompagnata con il “distacco”, invece di convertirsi in un’ossessione, si converte in indifferenza. Un uomo distaccato, che sa che non ha possibilità di porre limiti alla sua morte, e possiede solo una cosa che lo supporti: il potere delle sue decisioni. Deve essere, per così dire, il “proprietario”, il padrone, della sua scelta. Deve comprendere che ogni sua scelta è una sua responsabilità. Così non si esaurisce nel darle la colpa agli altri; e, una volta che sceglie, non rimane tempo per le recriminazioni, né per i lamenti. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non c’è tempo per lamentazioni e dubbi. C’è tempo solo per decisioni… farci responsabili delle nostre decisioni è essere disposti a morire per esse; non importa quale sia la decisione. Le sue decisioni sono definitive semplicemente perché la sua morte non gli dà tempo di legarsi a niente… in questo modo, la nostra energia “è libera” di fluire e non ci riduciamo a farcela “consumare” o “succhiarla” artificiosamente dall’esterno, dalla gente o dalle cose, perché non ne abbiamo bisogno visto che questa ci arriva “naturalmente” da dentro. Niente potrebbe essere più serio, né meno importante di qualsiasi altra cosa. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non ci sono cose grandi né piccole; solo ci sono decisioni alla vista della nostra morte inevitabile. Un guerriero prende in considerazione tutte le possibilità e poi sceglie in accordo con la propria predilezione intima. Una regola basica per un guerriero è prendere le proprie decisioni con tanta cura, da fare in modo che nulla di quello che possa venire come risultato, sia capace di sorprenderlo. Decidere non significa eleggere un momento arbitrario; decidere significa che hai messo il tuo spirito in ordine impeccabile e che hai fatto tutto il possibile per essere degno della conoscenza e del potere. Preoccupati e pensa pure quanto vuoi prima di prendere Una qualunque decisione; però una volta che lo fai, lasciati andare libero da preoccupazioni e da pensieri.

Ci saranno ancora un milione di decisioni che ti aspettano. Un guerriero accetta la responsabilità delle sue azioni, per quanto difficili possano essere. L’idea di star in balia del vento (ossia sotto il “controllo” di qualcuno, o di qualcosa”) dovrebbe essere inammissibile (dire, “per colpa di…” è ammettere di fatto il nostro “non-controllo”; e rassegnarsi ad esso: questo, “arrendersi”; non “lottare” più; non essere più “guerriero”, ma “vittima” – ci trasformiamo in “principi tiranni” come tutti gli altri maghi neri, succhiando energia alla gente perché non siamo più ormai nelle condizioni di farla uscire dallo spirito e da noi stessi).

Il guerriero non si abbandona neppure alla propria morte. La morte deve lottare per averlo. In questo senso, un guerriero si abbandona solo allo spirito, non è schiavo di nessun’altra cosa…non è schiavo della ragione, lo è piuttosto del “sentimento”, però unicamente di quello che procede dallo spirito. Solo il sentimento della morte da all’uomo il distacco sufficiente, affinché sia capace di non negarsi nulla così, con la coscienza della sua morte, con il distacco e con il potere delle sue scelte, un guerriero arma la sua vita in maniera strategica. Un guerriero procede sempre come se avesse un piano perché confida nel suo potere personale.  L’allegria di un guerriero gli arriva dall’aver accettato pienamente il suo destino e dall’aver calcolato in verità ciò che lo aspetta

10 – NON LAMENTARSI. Perché vive la sfida che gli sta accadendo qui e adesso, in questo precisissimo istante. Cerca di comprimere il tempo, tutto conta, anche un secondo. Non sprecare nemmeno un istante – vivere ogni istante il più felicemente che si riesca fare. Per un guerriero solo esiste “IL QUI” e “L’ORA”. Non c’è niente al mondo capace di garantire che potrai vivere ancora un solo istante di più…il futuro non è altro che un pettegolezzo.

11 – ABBANDONARE LA PROPRIA STORIA PERSONALE. Affinché nessuno ti leghi con i propri pensieri…per abbandonare la storia personale bisogna avere il desiderio di lasciar andare il proprio passato, tagliare i fili dei vecchi attaccamenti e distaccarsi armoniosamente, poco a poco. Si mantiene la propria storia personale raccontando alla gente tutto quello che fai. Invece, se non alimenti la storia personale, non hai più bisogno/dovere/obbligo di rendere conto, di spiegare tutto a tutti, e di giustificarti continuamente…in pratica è come morire al vecchio e rinascere ogni giorno al nuovo, alla freschezza, leggerezza e novità della vita… cancellare la storia personale ci libera dal “peso” dei pensieri altrui.

E’ come dire: “nessuno sa chi sono, neppure io”… ciò serve anche a “perdere” l’importanza personale.

Poco a poco devi creare una nebbia attorno a te, un alone di mistero, in modo che nulla possa darsi per scontato; che niente abbia una certezza assoluta. Il tuo problema è che sei troppo prevedibile. I tuoi progetti sono troppo prevedibili; i tuoi umori sono prevedibili. Non dare le cose per scontato; devi iniziare a cancellarti.

12 – PADRONEGGIARE “L’ARTE DEL SOGNARE”

SOGNO = Varco verso l’infinito

SOGNARE = L’arte di spostare a volontà dalla sua posizione abituale il p. d’unione per intensificare e ingrandire la portata di quel che si può percepire

Intendere il corpo energetico, privo di massa e pieno di energia, è lo scopo del sognare.

E’ l’arte dell’attenzione poiché mediante ad essa riusciamo a trattenere le immagini di un sogno così come tratteniamo le immagini del mondo. Ritorno al punto di partenza, evitare scarica di energia ad ogni sguardo, nella ricerca di altri “esploratori” sconosciuti, flussi di energia aliena; l’arte del sognare tratta dello spostamento del P.D.U.; l’agguato è l’arte che si occupa della “fissazione” del p. di u. in qualsiasi posizione si sia spostato – per far acquistare coesione…più è chiara la visione nei sogni e maggiore è la nostra coesione, vedere e sognare accadono solo se il guerriero è capace di interrompere il dialogo interiore.

Sbatti gli occhi con oggetti davanti e ricorda le impressioni. Ogni guerriero ha il proprio modo di sognare…secondo le istruzioni di Don Juan, non appena l’immagine delle mie mani avesse cominciato a dissolversi o a mutare in qualcosa d’altro, avrei dovuto spostare lo sguardo dalle mani a qualsiasi altro elemento circostante… quando l’immagine dell’elemento si fosse dissolta, spostare lo sguardo su qualcos’altro e così via.

La spiegazione degli stregoni del modo in cui sceglier un argomento per il sognare, è che un guerriero sceglie l’argomento, imponendosi deliberatamente un’immagine nella mente e facendo tacere il dialogo interno. in altre parole, se è capace di non parlare con se stesso e, anche solo per un istante, afferra l’immagine o il pensiero di cui vuole sognare, l’argomento desiderato verrà a lui… se si è capaci di troncare il flusso di  immagini e di pensieri dentro di noi e se si smette di parlare con  noi stessi, si acquistano certi poteri, come questo di imporre un’immagine e di fare che essa si presenti esteriormente a noi ma questa fluidifica­zione del reale non va senza sofferenze e nausee.
Il doppio (che è la nostra consapevolezza del nostro stato di esseri luminosi) sebbene lo si raggiunga sognando, è certamente reale. E’ il nostro “gemello energetico/luminoso”, nel senso di copia esatta del conglomerato di energia definito corpo.
Il corpo fisico ed energetico vengono generati insieme e costituiscono una unità, tuttavia alla nascita vengono separati da forze esterne, così che oggi non abbiamo più alcuna idea della sua esistenza. Sognare è il culmine degli sforzi degli stregoni, l’uso conclusivo del NAGUAL.
13 –  PRATICARE IL “NON FARE” 

Giungere all’essere in noi che deve morire è il non fare della persona. Agire senza credere, avere aspettative, senza certezze di fede.

 Interrompere le proprie abitudini… concentrare l’attenzione su aspetti del mondo che generalmente si trascurano; imparare ad avviare comportamenti diversi, ampliare i margini di libertà: e allenare la persona a essere presente a se stessa per smontare abitudini si possono inventare esercizi-attività inutili come sali e scendi da una sedia per 15 volte con quanta maggiore consapevolezza e impegno possibile + apri una scatola di cerini e rovescia il suo contenuto a terra e poi raccoglili tutti, uno per volta.

Il mondo è il mondo perché tu conosci il “fare” implicato nella sua creazione… se tu non conoscessi il suo fare, il mondo sarebbe diverso… per fermare il mondo devi smettere di fare… non-fare sarebbe come comportarsi come se qual qualcosa fosse qualcos’altro di molto diverso… ad es. trasformare quell’oggetto in un oggetto di potere…un guerriero se sa che le cose sono vere, agirà per “fare”; se sa che non sono vere, agirà per “non-fare”.

Il mondo ordinario è sostenuto dal “fare”, cioè da una visione coerente della realtà, prodotta dall’ancoraggio del punto d’unione di tutti gli uomini nella medesima posizione; la pratica del “non fare” è incentrata su una multiforme serie di esercizi, tutti tesi a incrinare la nostra assoluta credenza nell’effettiva realtà della visione del mondo costruita dai nostri sensi.

Il non fare e l’interruzione dialogo sono tecniche che implicitamente favoriscono il “sognare”. Eseguire qualcosa senza alcuna aspettativa non deve essere intesa come un far nulla in ogni caso, ma al contrario – agire senza interferire con la naturalezza delle cose.

Un uomo comune vince o perde e, a seconda dei casi, si fa persecutore o vittima… queste due condizioni hanno ragione di esistere finché un uomo non vede. IL VEDERE disperde ogni illusione di vittoria, sconfitta o sofferenza.

 

FONTE

http://www.animalibera.net/

 

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L’AUTENTICO SIMBOLISMO DEL NATALE

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PREMESSA (Video)

È chiaro che questo è un evento meraviglioso sul quale urge meditare profondamente.

In questi tempi comincia il freddo qui nel Nord, dovuto al fatto che il Sole si sta allontanando verso le regioni australi, ed il 24 Dicembre il Sole sarà arrivato al massimo del suo viaggio verso il Sud. Se non fosse perché il Sole avanza verso il Nord, dal 25 Dicembre in poi moriremmo di freddo, la Terra intera si trasformerebbe in una mole di ghiaccio e perirebbe realmente ogni creatura, tutto quello che abbia vita. Perciò val bene la pena di riflettere sull’avvenimento del Natale…

IL Cristo-Sole deve avanzare per darci la sua vita e nell’equinozio di Primavera si crocifigge sulla Terra; allora maturano l’uva e il grano. Ed è precisamente in Primavera che il Signore deve passare per la sua vita, passione, morte… per poi resuscitare (la Settimana Santa è in primavera)…

Il Sole fisico non è altro che un simbolo del Sole spirituale, del Cristo-Sole. Quando gli antichi adoravano il Sole, quando gli rendevano culto, non si riferivano propriamente al Sole fisico, no; si rendeva culto al Sole Spirituale, al Sole della mezzanotte, al Cristo Sole.

È necessario imparare a conoscere i movimenti simbolici del Sole della mezzanotte. È esso a guidare sempre l’Iniziato, ad orientarci, è esso ad indicarci che cosa dobbiamo e non dobbiamo fare.

Non c’è dubbio che tutte le religioni dell’antichità celebrarono il Natale… Così come il Sole fisico avanza verso il Nord, per dare vita a tutta la creazione, così pure il Sole della mezzanotte, il Sole dello Spirito, il Cristo-Sole ci dà vita se noi impariamo ad adempiere i suoi comandamenti.

Nelle Sacre Scritture, ovviamente, si parla dell’“Avvenimento Solare” (e bisogna saperlo comprendere fra le righe). Ogni anno si vive, nel Macrocosmo, tutto il dramma cosmico del Cristo-Sole (ogni anno, ripeto). Si tenga conto che il Cristo-Sole deve crocifiggersi ogni anno nel mondo, vivere tutto il suo dramma della vita, passione e morte, per poi resuscitare in tutto quello che è, è stato e sarà, cioè in tutto il creato. È così che tutti riceviamo la vita dal Cristo-Sole. È anche certo che ogni anno il Sole, allontanandosi verso le regioni australi, ci lascia, qui nel Nord, tristi, perché esso va a dare la vita ad altre parti. Le lunghe notti di inverno sono dure; nel periodo di Natale i giorni sono brevi e le notti lunghe.

Conviene capire che cos’è veramente il dramma cosmico. Diventa necessario che anche in noi nasca il Cristo-Sole (egli deve nascere in noi).

Nelle Sacre Scritture si parla chiaramente di “Betlemme” e di una “stalla” dove egli nacque. Questa “Stalla di Betlemme” è dentro di noi, qui ed ora.

Precisamente in questa stalla interiore dimorano gli animali del desiderio, tutti quegli Io passionali che portiamo nella nostra psiche; è ovvio. Lo stesso nome di “Betlemme” è esoterico. Nei tempi in cui il Gran Kabir Gesù venne al mondo, il villaggio di Betlemme non esisteva. In modo che questo è completamente simbolico.“Bel” è una radice caldea che significa “Torre del Fuoco”. Cosicché, propriamente detta, “Betlemme” è “Torre del Fuoco”…Chi potrebbe ignorare che “Bel” è un termine caldeo che corrisponde, precisamente, alla “Torre di Bel”, la “Torre del Fuoco”? Perciò “Betlemme” è completamente simbolica.

Quando l’Iniziato lavora col Fuoco Sacro, quando l’Iniziato elimina dalla sua natura intima gli aggregati psichici, quando sta veramente realizzando la Grande Opera, indubbiamente deve passare per l’Iniziazione Venusta. La discesa del Cristo nel cuore dell’Uomo è un avvenimento cosmico-umano di grande trascendenza. Tale evento corrisponde, in realtà, all’iniziazione venusta.

Molti suppongono che il Cristo fu esclusivamente Gesù di Nazareth e si sbagliano. Gesù di Nazareth, come Uomo, o meglio diremmo, Jeshuà Ben Pandirà, come Uomo, ricevette l’Iniziazione Venusta, lo incarnò; ma egli non è l’unico ad aver ricevuto tale Iniziazione.

Perciò dobbiamo comprendere il Cristo come è, non come una persona, non come un soggetto. Il Cristo sta oltre la Personalità, l’Io e l’Individualità; il Cristo (in esoterismo autentico) è il Logos, il Logos Solare rappresentato dal Sole. Adesso comprenderemo perché gli Inca adoravano il Sole, i Nahuatl rendevano culto al Sole, i Maya ugualmente, gli Egizi identicamente, ecc.

No se trata de la adoración a un Sol físico, no, sino a lo que oculta tras ese símbolo físico. Obviamente, se adoraba al Logos Solar, al Segundo Logos. Ese Logos Solar es unidad múltiple perfecta (la variedad es unidad).

Non si tratta dell’adorazione di un Sole fisico, no, bensì di quello che dietro a quel simbolo fisico si nasconde. Ovviamente si adorava il Logos Solare, il Secondo Logos. Questo Logos Solare è UNITÀ MOLTEPLICE PERFETTA (“la varietà è unità”).

Paolo lo chiarisce dicendo: “Dalla sua virtù prendiamo tutti grazia per grazia”…Allora, c’è documentazione…Se uno studia accuratamente Paolo di Tarso, vedremo che raramente allude (egli) al CRISTO STORICO. Ogni volta che Paolo di Tarso parla di Gesù Cristo, si riferisce al GESÙ CRISTO INTERIORE, al Gesù Cristo Intimo, che deve sorgere dal fondo del nostro Spirito, dalla nostra Anima.

Fintanto che un uomo non lo abbia incarnato, non si può dire che possieda la vita eterna. Solo Lui può tirar fuori la nostra Anima dall’‘Ade’, solo Lui può veramente darci la vita e darcela in abbondanza. Dunque, dobbiamo essere meno dogmatici e imparare a pensare al Cristo Intimo; questo è grandioso!

Tutto il simbolismo relativo alla nascita di Gesù è alchemico e cabalistico. Si dice che tre Re Magi andarono ad adorarlo, guidati da una Stella. Francamente, questa parte non potrebbe essere capita se non si conoscesse l’Alchimia, perché è alchemica. Qual è questa Stella e quali sono questi Re Magi? Vi dico che questa Stella altro non è che quella del Sigillo di Salomone, la Stella a sei punte, simbolo del Logos Solare. Ovviamente, il triangolo superiore rappresenta –che cosa?– rappresenta lo Zolfo, vale a dire, il Fuoco. E quello inferiore, che cosa rappresenta nell’Alchimia? Il Mercurio, l’Acqua.

Uno deve incarnare il Cristo Intimo. Lui nasce nella stalla del nostro stesso corpo; lì dentro abbiamo tutti gli animali del desiderio, delle passioni inferiori. Lui deve crescere, svilupparsi attraverso l’ascesa, i gradi, trasformarsi in un Uomo tra gli uomini, farsi carico di tutti i nostri processi mentali, volitivi, sessuali, emozionali, etc., etc., etc., vivere come uno qualunque tra persone qualunque.
Il Cristo è un Essere così perfetto –infatti non ha peccato– pur tuttavia deve vivere come un peccatore tra peccatori, come uno sconosciuto tra sconosciuti; questa è la cruda realtà dei fatti. Ma cresce, si sviluppa nella misura in cui sta eliminando –in noi stessi– gli elementi indesiderabili che abbiamo dentro. La sua integrazione in noi è tale che si prende tutta la responsabilità sulle sue spalle: si trasforma in un peccatore come noi –pur non essendo un peccatore–. Sente le tentazioni nella carne e nelle ossa, vive come uno qualunque e così, poco a poco, nella misura in cui sta eliminando gli elementi indesiderabili della nostra psiche –non come qualcosa di estraneo ma come qualcosa appartenente a Lui– si sta sviluppando e svolgendo all’interno di noi stessi –e questa è la cosa meravigliosa. Se così non fosse, sarebbe impossibile per uno realizzare la Grande Opera. È Lui che deve eliminare tutto il Mercurio Secco e tutto lo Zolfo Velenoso, affinché i Corpi Esistenziali Superiori dell’Essere possano trasformarsi in veicoli di Oro puro. Oro della miglior qualità, è chiaro!

I tre Re Magi che andarono ad adorare il Bambino, rappresentano i colori della Grande Opera. Il primo colore è il Nero. Lo ripeto, quando stiamo perfezionando un Corpo ciò è simboleggiato dal Corvo Nero della Morte, l’opera di Saturno, simboleggiata dal Re Mago di color nero. Stiamo vivendo una Morte: la morte di tutti i nostri desideri e le nostre passioni, etc., etc., nel Mondo Astrale.La Colomba Bianca viene dopo; vale a dire, nel momento in cui abbiamo già disintegrato tutti gli ‘Io’ del Mondo Astrale. Questo è il secondo dei Re, il Re Bianco. Se abbiamo avanzato verso la perfezione del Corpo Astrale, apparirà il colore giallo. È allora che appare l’Aquila Gialla e questo ci ricorda il terzo dei Re Magi, quello di razza gialla. Per ultimo, la Corona dell’Opera è quella porpora. Quando un Corpo –che sia quello Astrale, quello Mentale o quello Causale, etc.– è già di Oro puro, si riceve la porpora dei Re perché abbiamo trionfato, è la porpora che tutti i tre Re Magi, in quanto Re, portano sulle loro spalle. Vedete, dunque, che i tre Re Magi non sono tre persone –come molti credono–. No signori! Sono i colori fondamentali della Grande Opera e Gesù il Cristo è Intimo, vive dentro!

Gesù –in ebraico– è Jeshua e Jeshua è il Salvatore e, come Salvatore, il nostro Jeshua individuale deve nascere nella ‘stalla’ che abbiamo dentro, per realizzare la Grande Opera. Lui è il Magnes Interiore del laboratorio alchemico. Il Grande Maestro, infatti, deve nascere nel profondo della nostra Anima, del nostro Spirito. La cosa più dura per il Cristo Intimo, quando è nato nel cuore dell’uomo, è proprio il
Dramma Cosmico, la sua Via Crucis. Nel Vangelo appaiono le folle che chiedono la crocifissione del Signore. Queste folle non sono di ieri, di un remoto passato –come suppongono le persone–, di qualcosa accaduto 1975 anni fa. No, signori! Queste folle sono dentro di noi: sono i nostri famosi ‘Io’; infatti, dentro ogni persona vivono mille persone: l’‘Io odio’, l’‘Io sono geloso’, l’‘Io ho invidia’, l’‘Io ho cupidigia’, vale a dire, tutti i difetti che abbiamo e ogni difetto è un differente ‘Io’.

Sto parlando in questa maniera, in questo modo, semplicemente perché vedo che la maggioranza dei fratelli qui presenti sono già nell’Istituzione. Ci sono alcuni visitatori e se i visitatori non capiscono, allora scusatemi, ma per amore della verità, poiché siete tutti nell’Istituzione, parliamo in questo modo.

È chiaro che le moltitudini interiori che abbiamo, che sono i nostri famosi ‘Io’, sono quelle che gridano: ‘Crocifiggilo! Crocifiggilo! Crocifiggilo!’. In quanto ai tre traditori, sappiamo già che nel Vangelo Cristiano sono: Giuda, Pilato e Caifa. Chi è Giuda? Il Demone del Desiderio. Chi è Pilato? Il Demone della Mente. Chi è Caifa? Il Demone della Cattiva Volontà. Ma bisogna chiarire un pochino, bisogna specificare questo, affinché si possa capire.

Giuda, il Demone del Desiderio, scambia il Cristo Intimo con 30 monete d’argento. 3+0=3, questa è l’allusione cabalistica. Vale a dire, lo scambia con le cose materiali, con le monete, con i liquori, con il lusso, con i piaceri animali, etc., etc., etc.; lo vende. In quanto a Pilato, è il Demone della Mente. Lui si lava sempre le mani, non ha mai colpa, mai; per tutto trova una scusa, una giustificazione, non si sente mai colpevole. In realtà, viviamo giustificando sempre ogni difetto psicologico che possediamo all’interno di noi, e non ci crediamo mai colpevoli.
Ci sono persone che mi hanno detto: ‘Signore, io credo di essere una persona buona. Io non uccido, io non rubo, io sono caritatevole, io non sono invidioso’, vale a dire, un ‘modello di virtù’, perfetti, secondo loro. ‘Allora, non c’è modo… davanti a tanta perfezione, goodbye!’.

Dunque, guardiamo le cose come sono, nel loro crudo realismo. Pilato si lava sempre le mani, non si considera mai colpevole. In quanto a Caifa, io francamente lo considero il più perverso di tutti. Pensate a cosa è Caifa! Il Cristo Intimo nomina, molte volte, un sacerdote o un Maestro, un Iniziato, affinché guidi le sue pecore, affinché le pascoli, gli dà il comando e lo mette di fronte a una congregazione e il tal sacerdote, o il tal Maestro o l’Iniziato, invece di guidare saggiamente il suo popolo, vende i sacramenti, prostituisce l’altare, fornica con le devote, etc., etc., etc. La conclusione: tradisce il Cristo Intimo –questo fa Caifa–. È doloroso ciò? Chiaramente! È orribile, è un tradimento, uno dei più sporchi che ci siano! E non c’è dubbio, sono molte le religioni che, nel mondo, si sono prostituite, è ovvio! Sono molti i sacerdoti che hanno tradito il Cristo Intimo. Non mi riferisco a questa o a quella setta –no!– ma a tutte le religioni del mondo. Infatti, è possibile che in gruppi esoterici, diretti da veri Iniziati, questi Iniziati siano stati molte volte traditori: hanno tradito il Cristo Intimo e tutto questo è doloroso, infinitamente doloroso. Caifa, infatti, è il più sporco che ci sia. I tre traditori portano il Cristo Intimo al supplizio.

Per un momento, pensate al Cristo Intimo nel profondo di ognuno di voi, al padrone di tutti i vostri processi mentali ed emozionali, che lotta – soffrendo orribilmente– per salvare chiunque di voi, e i suoi stessi ‘Io’ –i vostri– protestano contro di Lui, bestemmiano, gli mettono la corona di spine, lo frustano. Bene, questa è la cruda realtà degli eroi! Il Dramma Cosmico, vissuto internamente.

Alla fine il Signore Intimo vuole salire al Calvario –è ovvio!– e scende nel Sepolcro. Con la sua Morte uccide la Morte, è l’ultima cosa che Lui fa. Successivamente, resuscita nell’Iniziato e l’Iniziato resuscita in Lui; allora, la Grande Opera è stata realizzata. Consumatum est!

Così sono nati, attraverso i secoli, i Maestri Risorti. Pensiamo a Ermete Trismegisto, pensiamo a Moria, Gran Maestro della Forza nel Tibet. Pensiamo al Conte Cagliostro –che ancora vive– o a Saint Germain, che nell’anno 1939 visita un’altra volta l’Europa. Saint Germain ha lavorato attivamente –nei secoli XVII, XVIII, XIX, etc.– e continua a esistere fisicamente, è un Maestro Risorto. Perché questi Maestri sono Risorti? Perché grazie al Cristo Intimo, loro hanno raggiunto la Resurrezione.

Dunque, senza il Cristo Intimo, la Resurrezione non sarebbe possibile. Coloro che suppongono che una persona, per il solo fatto di morire fisicamente, abbia già diritto alla Resurrezione dei Morti, sono veramente persone degne di compassione. Non solamente ignorano –parlando, questa volta, secondo lo stile socratico– ma, ciò che è peggio, ignorano d’ignorare!
La Resurrezione è qualcosa su cui lavorare, e bisogna lavorarci qui e ora. Bisogna resuscitare così, in carne e ossa, vivi. L’immortalità va ottenuta adesso, personalmente.

Ecco, allora, il modo in cui si deve considerare il Mistero del Cristo. Tutto il Dramma Cosmico, in sé stesso, è straordinario, meraviglioso e, in verità, inizia con il Natale del Cuore. Quello che prosegue poi, in relazione al Dramma, è formidabile: deve fuggire in Egitto. Erode comanda di uccidere tutti i Bambini e Lui deve fuggire –ma tutto questo è simbolico, completamente simbolico–. In un Vangelo Apocrifo si dice che Gesù, Giuseppe e Maria dovettero fuggire in Egitto e che rimasero diversi giorni a vivere sotto un fico e che da questo fico sgorgò una sorgente di acqua purissima. Tutto questo bisogna capirlo; il fico rappresenta sempre il sesso. Chi si alimentava dei frutti di questo fico? Sono i frutti dell’Albero della Scienza del Bene e del Male e l’acqua che scorreva, purissima, sgorgando da questo fico è –niente meno che– il Mercurio della Filosofia Segreta!

Fino alla ‘decapitazione degli innocenti’, molto è stato scritto su questo. Nicolas Flamel ha lasciato inciso, sulla porta del cimitero di Parigi, scene della ‘decapitazione degli innocenti’. Ma, cos’è la ‘decapitazione degli innocenti’?. Anche questo è un simbolo, e alchemico! Ogni Iniziato deve vivere la ‘decapitazione’. Il Cristo Intimo che cosa deve ‘decapitare’ in noi? Deve, semplicemente, ‘decapitare’ l’Ego, l’‘Io’, il ‘se stesso’. E questo sangue che emana dalla decapitazione? È il Fuoco, è il Fuoco Sacro, con il quale l’Iniziato deve purificarsi, pulirsi, imbiancarsi. Tutto ciò è, in gran modo, esoterico; nulla di questo può essere preso alla lettera morta.

Poi arriva il fenomeno dei miracoli del Grande Maestro. Camminava sulle acque? Sì, il Cristo Intimo deve sempre camminare sulle Acque della Vita, ridare la vista a coloro che non vedono, predicare il Verbo, affinché vedano la Luce. Aprire le orecchie a coloro che non vogliono sentire, affinché ascoltino il Verbo. Quando il Signore è cresciuto nell’Iniziato, deve prendere il Verbo e spiegare agli altri cos’è il cammino. Pulire i ‘lebbrosi’ –tutto il mondo ‘ha la lebbra’, tutto il mondo. Non c’è alcuno che non sia ‘lebbroso’, questa ‘lebbra’ è l’Ego, l’‘Io’ pluralizzato. È questa l’‘epidemia’ che tutto il mondo ha dentro: la ‘lebbra’ dalla quale dobbiamo pulirci–. Tutti sono ‘paralitici’, non camminano ancora sul sentiero dell’Autorealizzazione. Il Figlio dell’Uomo deve, dunque, guarire i ‘paralitici’, affinché questi inizino a camminare verso la Montagna dell’Essere.

Bisogna capire il Vangelo in un modo più intimo, più profondo. Non corrisponde a un remoto passato, va vissuto dentro di noi, qui e ora. Se noi iniziamo a maturare un pochino, sapremo apprezzare meglio il messaggio che il Gran Kabir Gesù ha portato sulla Terra.

In ogni caso, abbiamo bisogno di vivere le Tre Purificazioni, a base di Ferro e di Fuoco. I Tre Chiodi della Croce significano questo e la parola INRI dice molto –sappiamo già che INRI, esotericamente, è il Fuoco–. Dobbiamo vivere le Tre Purificazioni, a base di Ferro e di Fuoco, prima di ottenere la Resurrezione. Al contrario, non è possibile ottenere la Resurrezione. Colui che resuscita, si trasforma radicalmente, si converte in un Dio-Uomo, in uno Ierofante della grandezza di un Buddha, o di un Ermete, o di un Ketzalkoatl, etc. Ma bisogna fare la Grande Opera.

In realtà, i Quattro Vangeli non si possono capire se uno non studia l’Alchimia e la Cabala, perché sono alchemici e cabalistici; è ovvio. I giudei hanno tre libri sacri. Il primo è il Corpo della Dottrina, vale a dire, La Bibbia. Il secondo è l’Anima della Dottrina: il Talmud, in cui si trova l’anima nazionale giudea e il terzo è lo Spirito della Dottrina, lo Zohar, in cui si trova tutta la Cabala dei rabbini.
La Bibbia, il Corpo della Dottrina, è in chiave. Se noi vogliamo studiare La Bibbia combinando i versetti, procediamo in modo ignorante, empirico e assurdo. Prova di ciò è che tutte le sette morte, che si sono nutrite fino a oggi de La Bibbia interpretata in modo empirico, non hanno potuto mettersi d’accordo. Se esistono mille sette, basate su La Bibbia, vuol dire che nessuna l’ha compresa…
Solo con il terzo libro, che è lo Zohar –scritto da Shimon Ben Yochai, il grande rabbino illuminato–, troviamo la chiave per interpretare La Bibbia. Allora, è necessario aprire lo Zohar. Se vogliamo sapere qualcosa sul Figlio dell’Uomo, dobbiamo studiare lì l’Albero della Vita. Come possiamo sapere qualcosa sul Figlio dell’Uomo se non studiamo l’Albero della Vita nello Zohar? Non è possibile! …

… Quando il Cristo –il Cristo Intimo– viene a darci aiuto, ovviamente dovrà nascere in noi da Tiphereth, vale a dire, nel Mondo Causale, visto che nel Mondo Causale ci sono le cause dei nostri errori e Lui deve eliminare le cause dei nostri errori.

Affinché il Cristo Cosmico possa nascere in noi, è necessario che si umanizzi, infatti Lui è una forza cosmica, universale, latente in ogni atomo dell’Infinito. Però, affinché si umanizzi, deve penetrare nel ventre della Divina Madre Kundalini. Vale a dire, come può essere capito questo? Dentro di noi si trova il nostro Padre che è in segreto e si trova anche la nostra Divina Madre Kundalini. Dunque, nello sdoppiarsi nell’Eterno Maschile, Divino, e nell’Eterno Femminile, nasce la Madre Divina. Lei riceve nel suo ventre il Logos –quando lui discende dall’Alto. Per questo si dice di Lei che è Vergine prima del parto, durante il parto e dopo il parto. È da Lei che deve nascere il Bambino-Gesù, il Gesù Cristo Intimo, o Jeshua individuale che deve venire a salvarci. Dunque, Lui nasce nell’Anima Umana. Quando qualcuno riceve l’Iniziazione di Tiphereth, Lui viene a esprimersi nell’Anima Umana, nel Mondo Causale. Di fatto, nasce da lì per poter eliminare le cause degli errori che vi si trovano…

Riflettiamo su tutto ciò, miei cari fratelli, affinché possiamo capire cos’è il Cristo Intimo e il Natale del Cuore.

Buddha e Gesù, o Buddha e il Cristo, si integrano dentro di noi. Qualche volta, vi ho raccontato il caso, un caso insolito, in cui mi trovavo in un Tempio buddista in Giappone, e lì dentro, davanti alla congregazione, parlai del Cristo. Naturalmente, si produsse un rumorio da parte di tutti i monaci. Mi trovavo in pieno monastero buddista. Di fatto, i monaci si rivolsero al Maestro e gli dissero che un uomo stava parlando in favore del Cristo. Io mi aspettavo che quel monaco venisse con un gesto terribile, con bastoni e chissà cos’altro, non è vero? Ma fortunatamente non accadde nulla. Mi disse, ‘Come mai lei qui, in un tempio buddista, parla in favore del Cristo?’, gli risposi: ‘Con il profondo rispetto che questa congregazione merita, mi permetto di dirvi che il Cristo e il Buddha si integrano’. Allora vidi, con stupore, che quel Maestro assentì e disse: ‘Così è. Il Cristo e il Buddha si integrano’. Lo affermò davanti ai monaci. Poi mi parlò con un koan, per farmi intendere che il Cristo e il Buddha sono due fattori intimi che uno ha all’interno. Fece portare un cristallo, attraverso il quale –per primo– mi guardò il dito pollice destro e poi il dito pollice sinistro. Capii il koan perché sono abituato alla Dialettica della Coscienza. Con quello volle dirmi che il Cristo e il Buddha sono uniti dentro di noi, che sono due aspetti del nostro stesso Essere. E questo ve lo posso spiegare, o lo possiamo spiegare, proprio alla luce dell’Albero della Vita.

Il Buddha, naturalmente, è formato da questi due principi: Chesed e Geburah. In linguaggio rigorosamente filosofico, possiamo dire: Atman-Buddhi –il Buddha Interiore–. In quanto al Cristo, qui lo vediamo in Chokmah, cosicché il Cristo, attraverso Binah –che è il Sesso– va a collegarsi al Buddha, che è Chesed-Geburah –parti del nostro Essere: Cristo e Buddha–. Allora, l’avvenire esoterico e religioso dell’umanità del domani, avrà indubbiamente il meglio dell’esoterismo cristiano e il meglio dell’esoterismo buddista. Vale a dire, l’esoterismo buddista e l’esoterismo cristiano devono integrarsi, fondersi –sono due parti del nostro Essere–.

Gautama, il Buddha Sakyamuni, in realtà, è venuto a insegnarci la dottrina di Chesed e di Geburah, vale a dire, la Dottrina del Buddha Interiore. In quanto a Jeshua Ben Pandira, è venuto a insegnarci la Dottrina del Cristo –Chokmah è il Cristo–, è venuto a insegnarci la Dottrina dell’Anima Umana, la Dottrina di Tiphereth, la Dottrina del Cristo Intimo, la Dottrina del Krestos Intimo. Gautama ci ha portato la Dottrina del Buddha Intimo e Gesù di Nazareth ci ha portato la Dottrina del Cristo Intimo. Ognuno di loro ci ha portato un messaggio del Cristo Cosmico. Dunque, il Cristo e il Buddha si integrano, sono dentro di noi; è ovvio.
Compreso ciò, miei cari fratelli, vale bene la pena di lavorare per arrivare –un giorno– a ricevere l’Iniziazione Venusta, vale a dire, l’Iniziazione di Tiphereth, il Natale del Cuore.

FONTE

Samael Aun Weor

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Spiritualità

SOLI E SEMPLICI

ego

L’impulso dell’io

Ogni creatura è diversa dall’altra, ad uno stadio di evoluzione diverso. In quelle più evolute vi sono certo azioni il non sono mosse dall’io, ma a voi questo non deve interessare; voi non dovete ricercare quali azioni avete compiuto spinti da uno spirito altruistico: così facendo, alimentereste il vostro io. Voi dovete studiare voi stessi, ricercare quello che vi spinge ad agire, vedere fino a che segno l’io muove la vostra mano. Voi pensate che certe azioni fatte istintivamente non sono mosse dall’io. Ad esempio, creature che si impongono una vita altruistica, che dedicano la loro vita ad una missione, coni dicono loro a salvare le anime, possono tradirsi con una minima azione fatta istintivamente, come percuotere una bestia o ucciderla. A volte, proprio le azioni non pensate, non frutto di riflessione, ma compiute cosi d’impulso, possono invece dimostrare che l’io muove quelle creature. Voi dovete studiare e conoscere voi stessi, constatare fino a che punto è l’io che vi spinge ad agire. Questo continua riflettere, questo continuo riconoscere i vostri limiti, porteti ad una liberazione. Ma non dovete far questo in vista della liberazione: dovete farlo unicamente per essere consapevoli a voi stessi. È difficile, direte. Più che difficile, direi inconsueto: è un cosa nuova perché pochi, forse, hanno fatto questo genere di meditazione.

Il segno dell’illuminato

Non c’è un mezzo per conoscere se stessi che possa essere insegnato. Ciò che è stato utile a me, in tale scoperta, può essere per voi di nessuna utilità. Una cosa posso dirvi: colui che potere chiamare illuminato, o maestro, non conosce più l’io, quindi neanche in quelle azioni che sembrano dettate dall’istinto o da un impulso, può esservi il minimo segno che possa attribuirsi all’io, se veramente è maestro, Colui che ha trasceso l’io, non lo ritrova più. Questo è certo. Ma la verità la sa soltanto la creatura che agisce, altruismo non è un bisogno: è una cosa connaturale. Co­me l’uomo in genere agisce egoisticamente, cosi, quando ha trasceso l’egoismo agirà altruisticamente in modo semplice e naturale, di getto, si potrebbe dire.

Soli e semplici

L’uomo è timoroso, osserva gli avvenimenti del mondo e ne trae delle conclusioni. Il suo timore lo spinge a riversare la responsabilità dell’attuale situazione su coloro che sono a capo dei governi e delle nazioni. Il suo timore lo spin­ge a pregare un dio affinché questi capi siano illuminati. In tal l’uomo non considera che un mondo nuovo non può na­si ilo con la sostituzione dei capi che rappresentano le nazioni, ma che il conflitto che agita il mondo altro non è il risultato del conflitto che agita il singolo. Di fronte alle continue violenze, di fronte a questi gruppi che riescono, coalizzati, a dare una linea di azione a una nazione, noi diciamo: ’’Rimanete soli e semplici, non accrescete l’attrito che esiste fra le parti”.

Il Seme Della Violenza

Rimanere soli e semplici non significa rimanere chiusi in se stessi, abulici. Sempre vi abbiamo raccomandato di non essere tiepidi, vi abbiamo ricordate le parole del grande Iniziatore” Oh se tu fossi stato caldo, o freddo, ma poiché sei tiepido comincerò col vomitarti dalla mia bocca!”

Rimanere soli e semplici in questo caso significa non partecipare all’attrito, non dare la propria approvazione né morali né materiale a questi gruppi, a queste coalizioni che si fai mano con lo scopo di scontrarsi, con lo scopo di continuai r, perpetuare nel mondo la violenza. Quando vi riunite, quando vi organizzate, non fate altri che gettare il seme della violenza di domani, perché ogni organizzazione deve fondarsi su dei postulati, deve avere uni propria dottrina e delle proprie affermazioni da difendere, a tutti coloro che sono contro ciò che l’organizzazione afferma, sono nemici dell’organizzazione stessa e quindi, come tali, devono essere combattuti. Noi vi diciamo: ’’Rimanete soli e semplici” perché, aderendo alle organizzazioni, voi contribuite i mantenere nel mondo la violenza, contribuite al vostro stesso e all’altrui sfruttamento. Ma dicendovi” Rimanete soli e semplici” non vogliamo significare che ciascuno di voi sia un tepido, un inetto, che rimanga chiuso in se stesso e, pel paura della responsabilità, non osi vivere, non osi agire. Dicendovi” Rimanete soli e semplici” vi diciamo: cercate di non crearvi dei limiti, cercate di non creare delle barriere alla vostra comprensione, cercate appunto di essere liberi, comprensivi, duttili, aperti a tutti. Abbiate tanta comprensione al tanto amore da comprendere tutte le creature.

La civiltà dell’io

Chi è nella vita deve vivere, ma può esserci una enorme differenza: la stessa azione può essere il peccato e il rimorso terrificante di una creatura ed invece essere il trionfo e il gaudio supremo di un’altra, perché ciò che importa non è tanto l’azione quanto l’intenzione. Cosi, chi vive solo e semplice non vuol dire che sia un inetto, che sia un appartato e che non partecipi alla sua stessa vita. Voi dovete parteciparci attivamente alla vostra vita, dovete vivere, dovete essere giustamente in tensione e giustamente attivi. Colui che è tiepido, che non partecipa, non vive. L’enorme differenza riguarda l’espansione dell’io ed il suo superamento.

Il mondo quale è oggi è veramente una cosa piena di meraviglie; eppure questo progresso è stato creato per la spinta dell’io. Predicando presso di voi il superamento di ogni ambizione egoistica, potrebbe sembrare che noi fossimo degli attentatori dell’attuale civiltà. Ciò non è esatto. Noi diciamo che dovete sostituire alla spinta egoistica dell’io una spinta altruistica allora i risultati della tecnica, i risultati attuali dell’impostazione sociale, impallidiranno al confronto con ciò che li sostituirà. Ad esempio, chi lavora per ambizione sarà tutto volto mostrare agli altri e ai propri superiori la sua bravura, forse anche a discapito del lavoro purché il suo mettersi in evidenza rimanga, mentre chi lavora per amore al lavoro, non considerando che ciò possa accrescerlo agli occhi degli altri produrrà molto di più, non essendo impedito dai limiti creati dall’espansione dell’io. Ecco perché vi diciamo che non è possibile cambiare il mondo cambiando i capi, ma che per tale cambiamento è indispensabile che l’intimo dell’uomo sia mutato.

Rimanendo soli e semplici dovete comprendere tutti, non dovete accrescere l’attrito che esiste tra le varie fazioni. Dovete invece comprendere le ragioni di questo attrito, dovete superare in voi stessi l’imperiosa voce dell’io; superando la quale sarete veramente soli e semplici, di quella solitudine e di quella semplicità che vi renderà in comunione con tutti gli esseri del creato.

FONTE : Cerchio Firenze 77

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Spiritualità

LA VERITÀ NASCOSTA NELL’UOMO

Una vecchia leggenda Visnuista narra di un tempo in cui tutti gli uomini erano potentissimi Dei, che a causa dell’ego smisurato abusarono della loro Potenza Divina al punto di spingere Brahma, capo degli Dei, a prendere la decisione di togliere loro la scintilla divina di cui tanto hanno abusato e nasconderla dove non l’avrebbero mai trovata…
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A questo punto sorse un grande dilemma: quale luogo ha la caratteristica di essere così difficile da raggiungere da risultare un ottimo nascondiglio? Le altre divinità, a questo punto, vennero riunite a consiglio per valutare il problema appena insorto e, dopo aver ragionato bene sulla questione, dissero: “Seppelliremo la divinità dell’uomo in fondo alla terra”. Brahma prontamente obbiettò: “No, non basta, perché l’uomo scaverà e la troverà”. Allora gli Dei risposero: “Bene, allora affonderemo la sua forza nell’oceano più profondo”. Ma Brahma si oppose ancora: “No, perché prima o poi l’uomo esplorerà le profondità di ogni oceano e la riporterà in superficie”. Allora gli dei minori conclusero: “Non sappiamo dove nasconderla, perché sembra che non ci sia alcun posto sulla terra o nel mare dove l’uomo non potrebbe eventualmente raggiungerla”. Così a Brahma venne un idea e la espose replicando: “Ecco cosa faremo con la divinità dell’uomo. La nasconderemo nelle profondità del suo stesso essere, perché non penserà mai di cercarla proprio lì”. E da allora, conclude la leggenda, l’uomo è andato su e giù per la terra, arrampicandosi, tuffandosi, esplorando e scavando, per cercare qualcosa che invece aveva sempre racchiusa in Sé. il significato della leggenda è molto semplice: ogni cosa che l’uomo cerca nel mondo (amore, accettazione, sicurezza, felicità…) è riconducibile alla sua realtà divina e solo trovando quest’ultima è possibile avere tutto il resto come conseguenza. Agli occhi delle persone che non si sono mai interessate prima d’ora alla ricerca spirituale potrebbe sembrare un’ assurdità il pensiero di poter trovare ciò che cerca solo interiormente, ma se ci riflretti un attimo non sarà dificile concludere che qualsiasi cosa possa essere trovata all’esterno di noi non è durevole, poiché dipende dalla dimensione materiale, in cui ogni cosa muta costantemente. Se, ad esempio, riusciamo ad ottenere la felicità grazie ad una persona, dal momento che le strade si divideranno – cosa che accadrà inevitabilmente prima o poi, sia pure con l’abbandono del corpo fisico – ci sentiremo estremamente infelici. Allo stesso modo, se affidiamo la nostra autostima alla carriera, qualora dovessimo perdere l’impiego, arriveremmo a credere di essere delle nullità. In sintesi, tutto quello che è legato ad un oggetto esterno provoca dipendenza dall’oggetto stesso e, poiché viviamo in un mondo caratterizzato dall’impermanenza, ciò che vi troviamo è destinato a cessare quando la situazione cambiarà. Molto spesso non dobbiamo nemmeno aspettare di perdere l’oggetto esterno per veder cessare l’effetto che ha avuto su di noi, infatti l’ambizione a qualcosa di nuovo non tarderà ad arrivare ed il reale appagamento rimarrà nascosto insieme alla scintilla divina dell’uomo; è proprio questo a provocare lo stato di frustrazione che quasi ogni uomo conosce. Per contro, se riusciamo a trovare in noi stessi l’amore, la gioia, l’autostima e tutto ciò che siamo abituati a cercare nel mondo, questi sentimenti saranno i petali dell’infinito fiore divino che si trova nel profondo di ogni uomo, per questo saranno incondizionati e profumeranno di eternità. Nascondere la scintilla divina nel profondo dell’uomo è stata una mossa astuta, non perché lì sia realmente impossibile trovarla, ma per arrivarvi è necessario andare oltre le illusioni della mente duale e dell’ego, ottenendo una saggezza con la quale, una volta ritrovato il potere, sarà impossibile abusarne. Ma come si può scendere in profondità dentro di sé? Con la meditazione! Ogni disciplina o corrente di pensiero indiana rappresenta lo sforzo di creare un percorso attraverso il quale è possibile realizzare il proprio essere, riscoprendo in sé la propria divinità per liberarsi dal vincolo alla dimensione terrena e le sue illusioni. Ciascuna filosofia ruota attorno ad una strada unica, diversa dalle altre, e nessuna di esse è sbagliata, ma ciò che funziona per un individuo può non essere di alcuna utilità ad un altro. Per questo affermiamo spesso che il percorso verso casa è strettamente personale: possiamo prendere spunto da ogni scuola di pensiero che riconosciamo affine al nostro essere, trovare ciò che c’è di vero in ogni filosofia ed aggiungerlo al proprio bagaglio interiore, ma lo strumento migliore che abbiamo per orientarci in questa “giungla” di informazioni è il nostro sentire.
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I Quattro Scopi della Vita di un Hindu
Secondo la concezione filosofica dell’induismo, l’uomo, durante il suo cammino in questo mondo, deve realizzare se stesso non solo spiritualmente, piuttosto in ogni ambito relativo all’esperienza terrena, così da vivere tutte le situazioni (purché in armonia con le norme etiche) per arrivare alla consapevolezza che le cose mondane non possono appagarlo in modo duraturo ed a quel punto iniziare a riscoprire la sua essenza divina, conquistandosi gradualmente quella felicità duratura che si trova oltre la “realtà” delle forme. Le azioni devono essere sempre rivolte al miglioramento delle condizioni di vita, senza trascurarne nessun aspetto e perseguendo i giusti obbiettivi è possibile rompere i legami del karma, per raggiungere la liberazione dal ciclo delle rinascite. I  quattro scopi legittimi della vita (puruṣārta) non trascurano quindi alcuna dimensione dell’esistenza umana, il loro fine è puramente evolutivo e sono composti da tre obiettivi perseguibili nel mondo, chiamati Artha, Kama e Dharma, più uno ultraterreno, il mokṣa, visto come lo scopo ultimo dato che trascende tutti gli altri. Il primo, Artha, è la ricchezza materiale, intesa come la realizzazione del benessere e del potere, comprendendo altresì quello politico. Questo scopo è chiaramente relativo alle condizioni materiali, ai mezzi necessari per mantenere un buono stato di salute e una condizione sociale soddisfacente. Kāma può essere tradotto come piacere, soddisfazione dei desideri, inclusi quelli sessuali e proprio sull’erotismo vi è una raccolta letteraria nella quale sono conservati i trattati brahmanici detti Kāmasūtra a cui avevano già anticamente accesso anche le donne poiché la legittima soddisfazione sessuale era un loro diritto. Dharma significa giustizia, indica la norma universale e l’ordine etico con cui godere dei piaceri della vita, delle ricchezze, del potere, ovvero è ciò che deve assimilare e governare la realizzazione dei due obbiettivi precedenti, così che non passino i limiti della legittimità, facendo in modo che ogni azione sia in armonia con l’intero universo. L’ultimo, il mokṣa o mukti, rappresenta la libertà assoluta, identificabile come il fine ultimo non solo degli induisti, bensì di ogni Anima incarnata sulla Terra, consiste nella liberazione dalle catene che ci legano a questa dimensione terrena, costringendoci a rinascere ed è l’obiettivo da conseguire nell’ultimo stadio della vita, la vecchiaia, che tradizionalmente implica l’abbandono degli attaccamenti per diventare un asceta errante.
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Yuga: il Tempo Cosmico degli Hindu
L’idea di un universo in espansione non è nata nelle menti dei fisici moderni, in realtà era già presente nell’antica cosmologia induista. Alcune delle teorie contemporanee più accreditate descrivono un universo che sembra pulsare: si espande per miliardi di anni per poi contrarsi fino a collassare in un piccolo punto, per poi tornare nuovamente ad espandersi, in un eterno ciclo: questa è la teoria dell’universo oscillante. La filosofia indiana aveva proposto già nell’antichità l’idea di una realtà cosmica che si contrae ed espande ritmicamente nell’arco di miliardi di anni, attraverso enormi cicli denominati “respiri di Brahman”. Secondo questa cultura il divino si trasmuta nel mondo allo scopo di giocare il suo gioco cosmico (lila), che si perpetua in cicli senza fine dove l’Uno si scinde virtualmente in molte forme e le molte forme si dissolvono tornando nell’Uno. Il tempo cosmico è misurato per mezzo degli anni divini, nei quali ogni anno corrisponde a trecentosessanta di quelli umani, e ci vogliono ben 12 milioni di anni divini per formare un solo “giorno di Brahmā” denominato Kalpa. Brahmā, e con lui l’universo per come lo conosciamo, esiste complessivamente per 100 anni composti da questi giorni, ovvero per 311.040 miliardi di anni umani, ma per comprendere bene la difficile cosmogonia induista, composta da complessi concetti distanti dal modo di pensare occidentale e numeri così grandi da essere quasi inconcepibili, è necessario procedere per gradi. Dodicimila anni divini, equivalenti a 4 milioni e 320 mila anni umani, formano un Mahā-Yuga – dal sanscrito “grande generazione” – diviso in quattro cicli chiamati Yuga minori, ognuno dei quali possiede caratteristiche distintive ed un nome originato dal lessico del gioco indiano dei dadi. Il Kṛta-Yuga, generazione associata al punteggio quadruplo (quindi vincente), rasenta l’età dell’oro, in cui sulla terra regnano l’armonia, la ricchezza spirituale e per questo viene spesso paragonata ad un tavolo con quattro gambe, essendo un epoca di grande stabilità e tra tutte quella più duratura: ben quattromila anni divini, ovvero 1.440.000 anni umani. La pratica religiosa associata a questo particolare ciclo è l’ascesi, mentre la vita umana è di 400 anni umani. Il Tretā-Yuga, o generazione del punteggio triplo, è il periodo in cui il conseguimento della virtù non è più spontaneo come nell’età precedente e si predilige la pratica religiosa della conoscenza. Possiamo dire che è in questo contesto che ha inizio il declino, infatti è un epoca associabile ad un tavolo a tre gambe, avente una discreta stabilità e durata: tremila anni divini, ovvero 1.080.000 anni umani, mentre la vita media è 300 anni umani. Nel Dvāpara-Yuga, letteralmente generazione del punteggio doppio, incominciano a sorgere le passioni e l’aspetto egoico insito nel carattere umano, la pratica religiosa è guidata dalle norme etiche, l’armonia con l’esistente, la durata della vita è di 200 anni umani. Per comprendere questo Yuga possiamo richiamare l’immagine di un tavolo a due gambe, quindi caratterizzato da una scarsa stabilità e durata: duemila anni divini, ovvero 720.000 anni umani. Il Kali-Yuga, dal significato di generazione dal punteggio singolo (per questo perdente), rappresenta il tempo delle violazioni spontanee delle leggi universali e delle norme etiche, dove ci si arricchisce rubando o addirittura per mezzo di delitti; qui ignoranza, violenza, confusione e corruzione la fanno da padrone, perché l’uomo ha dimenticato la propria essenza divina e si lascia guidare dall’ego e dai più bassi istinti. È possibile paragonare questa era ad un tavolo con una sola gamba, poiché non c’è equilibrio, la pratica religiosa è anch’essa molto materialista – si tratta della donazione -, gli uomini vivono al massimo per 100 anni ed è in assoluto il ciclo più corto: complessivamente si conclude in mille anni divini, ovvero 360.000 anni umani. Ogni era ha inoltre un periodo di nascita ed uno di crepuscolo da sommare alla durata di ogni Yuga, corrispondente al 10% del suo totale: 288.000 anni umani (800 anni divini) per il Kṛta-Yuga; 216.000 anni umani (600 anni divini) per Tretā-Yuga; 144.000 anni umani (400 anni divini) per il Dvāpara-Yuga; 72.000 anni umani (200 anni divini) per il Kali-Yuga. Sulla base di quanto detto possiamo affermare che, tra periodo pieno, fase di nascita e crepuscolo, l’attuale Kali-Yuga durerà per 432.000 anni umani e, considerando la data tradizionale di avvio del Kali-Yuga, coincidente con la morte di Kṛṣṇa e fatta risalire al nostro 18 febbraio 3103/3102 a.C., si calcola che esso terminerà il 17 febbraio 428897/428896 d.C. segnando non solo l’inizio di una nuova età dell’oro, ma anche del prossimo Mahā-Yuga. Mille Mahā-Yuga, quindi 12.000.000 anni divini, corrispondono alla durata di un eone, chiamato tradizionalmente Kalpa ed equivalente a 4.320.000.000 anni umani: questo è il periodo di manifestazione del cosmo, chiamato anche “giorno di Brahmā” , alla fine del quale l’universo viene parzialmente distrutto, segnando l’inizio di una “notte di Brahmā” che dura esattamente quanto il giorno. Durante il “giorno” regnano quattordici Manu, mentre la “notte” rappresenta il periodo di latenza nel quale tutto l’esistente è riassorbito nella notte cosmica, pronto a riemergere con una nuova emanazione di Brahmā. Trenta giorni e notti, quindi in tutto sessanta Kalpa, costituiscono un mese di Brahma. Dodici mesi di Brahma (360 giorni e notti) costituiscono un suo anno e 100 anni rappresentano la sua intera vita, durata della manifestazione dell’intero universo, dalla sua nascita alla sua dissoluzione. Questo periodo di esistenza cosmica è detto Mahā-Kalpa (Il Grande Kalpa) e la sua durata equivale a 311.040.000.000.000 di anni umani e 864 miliardi di anni divini, un battito di palpebre del Dio supremo Nārāyaṇa. Secondo questa visione stiamo attualmente vivendo il cinquantunesimo anno e ci troviamo quindi a metà della grande fase esistenziale dell’Universo, al termine del quale avviene una distruzione totale della forma, in cui ogni cosa torna ad essere parte del divino e così rimane per altri cento anni di Brahma, dopodiché il ciclo ricomincia da capo. È importante sottolineare che nella visione induista solo una parte dell’esistenza è soggetta ai cicli, quella più materiale ed illusoria, identificabile con il gioco divino, mentre l’essenza di tutto è eterna, al di là dei cicli cosmici e del tempo. Si tratta di ciò che potremo chiamare Dio, ma non ha forma, è al di sopra di ogni limite, della dualità, è la nostra essenza più profonda, paragonabile al nucleo di ogni cosa esistente, l’immobile centro del cerchio della vita, in cui la periferia rappresenta ciò che è manifesto e mutevole. Krsna spiega ad Arjuna questo concetto nell’ottavo canto della Bhagavad Gita (versi 19-21): “Esiste un altro non manifestato, eterno, che, anche quando tutti gli esseri periscono, non perisce. È detto l’Imperituro, il Non Manifestato. E’ Lui che si proclama essere il fine supremo. Quando lo si è ottenuto, non si rinasce più. È la mia sede suprema.”
FONTE
Ambra Guerrucci e Federico Bellini – La Via delle Filosofie Indiane
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Spiritualità

CONOSCI TE STESSO

“Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei.” 

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L’esortazione CONOSCI TE STESSO è una sentenza religiosa greco antica (in greco antico: ΓΝΩΘΙΣΑΥΤΟΝ, gnôthi sautón ; anche Γνῶθι σεαυτόν Gnōthi seautón), iscritta nel tempio di APOLLO A DELFI, appartenente quindi alla sapienza delfica. La locuzione latina corrispondente è NOSCE TE IPSUM. È anche utilizzata in latino la versione TEMET NOSCE.

La sentenza “Conosci te stesso” è indubbiamente connessa al tempio di Apollo a Delfi, sul suo significato gli studiosi, anche se con alcune differenze, concordano sul fatto che con questa sentenza Apollo intimasse agli uomini di «riconoscere la propria limitatezza e finitezza».

L’invito a “stare al proprio posto”, a non “sconfinare” in ruoli che non gli sono propri, a conoscere i proprio limiti è quello mosso da Apollo a Diomede (V, 440-2) e ad Achille (X, 8-10) nell’Iliade ; in quanto, come rammenta Apollo allo stesso Poseidone, gli uomini non sono altro che «dei miseri mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo, ora languiscono e muoiono»

Il significato originario è incerto, deducendo da alcune formule a noi pervenute (NULLA DI TROPPO, OTTIMA È LA MISURA , NON DESIDERARE L’IMPOSSIBILE ) sarebbe quello di voler ammonire a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più» ; sarebbe stata dunque una esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la divinità pretendendo di essere come il Dio. Del resto tutta la tradizione antica mostra come l’ideale del saggio, colui che possiede la SOPHROSYNE (la saggezza), sia quello della moderazione. Secondo Giovanni Reale la comprensione del motto non può prescindere dalla conoscenza dell’elaborazione successiva effettuata da Platone e dai Neoplatonici (pur tenendo presente la maggior vicinanza di Socrate con l’originaria religione delfica). In particolare Platone, nell’Alcibiade Maggiore, sostiene che per conoscere adeguatamente noi stessi, dobbiamo guardare il divino che è in noi.

Non a caso troviamo questo concetto in vari elementi filosofici e religiosi del periodo ellenico e romano, gli Orfici credevano che l’anima fosse di natura divina e infatti la chiamavano DÁIMŌN, che significa divinità minore. Inoltre per gli stoici la realizzazione, chiamata OIKEIOSIS, avveniva attraverso la percezione interna, pratica simile se non identica alla meditazione di base induista e buddhista, mentre nel neoplatonismo l’anima proveniva DALL’UNO ed attraverso l’estasi tornava ad Esso. Infine nello Gnosticismo, in cui la cultura greca ebbe grande influenza, la conoscenza del Divino partiva dalla conoscenza di sé che spesso si otteneva attraverso pratiche meditative.

Allo stesso tempo il motto può essere considerato la forma originaria dello scetticismo metodologico e del metodo della sospensione del giudizio ; in questo senso esso va interpretato come una denuncia dell’impossibilità di conoscere alcunché con certezza.

IL CONOSCERE SE STESSI PUÒ SEMBRARE IN OPPOSIZIONE AL CONOSCERE IL MONDO, MA LE DUE CONOSCENZE POSSONO CONSIDERARSI DUE FACCE DI UNA SOLA MEDAGLIA : LA FILOSOFIA È SLANCIO DELL’UOMO VERSO IL CONOSCERE E UNA CONOSCENZA VIVA E ATTUALE NON PUÒ PRESCINDERE DALLA MENTE CHE CONOSCE (E DAI SUOI CONDIZIONAMENTI).

PENSATORI COME SOCRATE E KRISHNAMURTI HANNO SOTTOLINEATO PERENTORIAMENTE L’IMPORTANZA DI UNA CONOSCENZA DIRETTA E VIVA DEL MONDO, IL CHE NON È POSSIBILE SENZA RENDERSI CONTO DI COME FUNZIONA LA PROPRIA MENTE, DI COME ESSA CONOSCE E RICONOSCE LE COSE. CAPIRE QUESTO FUNZIONAMENTO SIGNIFICA POTERSI LIBERARE DA PREGIUDIZI E CONDIZIONAMENTI CULTURALI E POTER CONOSCERE SENZA FILTRI.

Nelle Enneadi di Plotino questo precetto delfico è al centro della trattazione della parte antropologica e psicologica e segna il percorso evolutivo e mistico diretto al congiungimento con la propria essenza divina.

Un concetto simile si trova anche nel monito di Sant’Agostino : “NOLI FORAS IRE, IN TE IPSUM REDI, IN INTERIORE HOMINE HABITAT VERITAS” (Non andare fuori, rientra in te stesso : è nel profondo dell’uomo che risiede la verità).

Il processo conoscitivo, sostiene infatti Agostino, non può che nascere all’inizio dalla sensazione, nella quale il corpo è passivo, ma poi interviene l’anima che giudica le cose sulla base di criteri che vanno oltre gli oggetti corporei.

A partire da Pitagora, che spingeva gli uomini a realizzare sé stessi, per arrivare a Immanuel Kant, molti filosofi hanno espresso l’importanza di conoscere se stessi nella propria autocoscienza prima di iniziare a scoprire le verità assolute. E molte altre culture hanno compreso l’importanza di questa affermazione: dalla cultura indiana, con gli Inni vedici, alle altre culture orientali, oltre a quella occidentale.

Egli osserva come ad esempio i concetti matematico-geometrici che applichiamo agli oggetti corporei abbiano le caratteristiche spirituali della necessità, dell’immutabilità, e della perfezione, mentre gli oggetti in sé sono contingenti.

Per esempio nessuna simmetria, nessun concetto perfetto si potrebbe riconoscere nei corpi se l’intelligenza non conoscesse già in anticipo questi criteri di perfezione.

Da dove deriva questa perfezione? La risposta è che al di sopra della nostra mente c’è una somma Verità, una RATIO SUPERIOR, ossia più elevata del mondo sensibile, dove le idee restano immutate nel tempo e ci permettono di descrivere la realtà degli oggetti contingenti.

Si può notare come Agostino assimili quei concetti perfettissimi alle Idee di Platone, ma diversamente da quest’ultimo egli le concepisce come i pensieri di Dio che noi intuiamo non in virtù della platonica reminiscenza, ma per illuminazione operata direttamente da Dio.

L’intelletto umano trova la verità come Oggetto ad esso superiore : la verità misura di tutte le cose, e lo stesso intelletto è “misurato” rispetto ad essa, al punto tale che in riferimento alla verità non si potrebbe neppure parlare propriamente di oggetto, bensì di Soggetto.

È come se Dio, in quanto essere intelligibile, fosse un sole che illuminando tutte le cose le rende perciò intelligibili : come è necessaria una luce corporea per vedere gli oggetti intorno a noi, così occorre gettare un’altra luce incorporea (Dio) per vedere le idee.

ANCHE LA FISICA DELLE PARTICELLE SUBATOMICHE (HEISENBERG, BELL, BOHM) HA OSSERVATO IN QUALCHE MODO UN’INSCINDIBILITÀ DELL’OSSERVATORE DALL’OSSERVATO, CHE SEMBRANO FAR PARTE DI UN SOLO FENOMENO. QUESTO SEMBRA COINCIDERE CON L’INSEGNAMENTO DELL’ADVAITA VEDĀNTA, FILOSOFIA INDIANA DELLA NON-DUALITÀ.

FONTE : Wikipedia, L’Enciclopedia Libera

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