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Territorio Libero di Trieste, Green Pass e Mondialismo

Il confine tra Italia e Territorio Libero di Trieste sulla SS 14 tra Monfalcone e Duino-Aurisina.

PREMESSA

Il Territorio Libero di Trieste spesso colloquialmente abbreviato in TLT, è uno Stato indipendente previsto dall’articolo 21 del trattato di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate del 1947.

A norma dello stesso trattato il Territorio Libero di Trieste avrebbe dovuto essere demilitarizzato e neutrale, governato inizialmente secondo le previsioni normative di uno Strumento per il regime provvisorio, redatto dal Consiglio dei ministri degli esteri e approvato con la risoluzione 16 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

L’ONU avrebbe comunque mantenuto dei poteri di controllo sul TLT, per il tramite del proprio Consiglio di Sicurezza.

Il Territorio Libero di Trieste fu previsto nel 1947 all’interno del trattato di pace con l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale.

Secondo l’articolo 21 del trattato il TLT sarebbe stato riconosciuto dagli Alleati e dall’Italia, e la sua integrità e indipendenza sarebbero state assicurate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

CRONOSTORIA

15 LUGLIO 2003

Il consorzio Hydrogen Park è stato costituito il 15 luglio 2003 per la realizzazione di un Distretto dell’idrogeno a Porto Marghera. Nell’aprile 2005 è stato trasformato in Società Consortile S.c.a.r.l.

Oggi è una realtà consolidata, che annovera tra i propri soci: Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo, Eni, Sapio, Decal e Berengo.

Tutto procede nel tempo e una società, la Venice LNG S.p.a.

sviluppa e fa partire la macchina ottenendo vari interessi e finanziamenti notevoli.

2018

A Venezia idrogeno dai rifiuti plastici

Progetto congiunto tra ENI e Veritas per trasformare i rifiuti della città lagunare in prodotti energetici attraverso nuovi impianti a Porto Marghera.

Il 15 aprile del 2021 nel sito “Port Of Venice” si fornisce evidenza e si pubblica quanto in progetto

https://www.port.venice.it/en/node/10559

Un hub per l’idrogeno verde a Venezia: la collaborazione tra Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, Sapio e Hydrogen Park

In sostanza Marghera sarà la capitale mondiale della sostenibilità.

Sostituendo un po’ alla volta il fossile, quello che oggi viene scaricato a Trieste ed esportato nell’Europa del Nord.

“Il progetto “PORTS8”, con l’obiettivo di realizzare un centro di produzione di idrogeno e stazione di rifornimento stradale nell’area portuale di Porto Marghera (Venezia) candidato lo scorso gennaio al bando del Programma europeo “Horizon 2020 Green Ports”;

“Il progetto “PORTS8”, con l’obiettivo di realizzare un centro di produzione di idrogeno e stazione di rifornimento stradale nell’area portuale di Porto Marghera (Venezia) candidato lo scorso gennaio al bando del Programma europeo “Horizon 2020 Green Ports”;

Il progetto “SUNSHINHE” candidato ad entrare tra quelli di interesse prevalente all’interno della strategia europea sull’idrogeno, i cosiddetti “IPCEI”, in fase di studio tra gli stati membri dell’UE. Intende sviluppare un sistema di distribuzione innovativo di ammoniaca verde dal quale derivare l’approvvigionamento di idrogeno verde, azzerando le emissioni di anidride carbonica.

L’intesa punta alla creazione di una Hydrogen Valley ovvero un distretto dell’idrogeno d’area vasta metropolitana e si pone in linea con il “Manifesto per la sostenibilità” redatto da Confindustria Venezia per coniugare lo sviluppo economico con la tutela sociale ed ambientale.”

https://www.adnkronos.com/un-hub-per-lidrogeno-verde-a-venezia_3R4X7pUeH51wca31t0tZP2

Cosa vuol dire questo?

L’idrogeno VERDE –  l’unico davvero sostenibile – si produce per ELETTROLISI DELL’ACQUA formata com’è noto, da due molecole di H (idrogeno) e una di O (ossigeno)

L’elettrolisi per ottenere IDROGENO viene alimentata INIZIALMENTE ad energia elettrica ma può diventare SELF SUSTAINING MODE,  nel momento stesso in cui viene usato LO STESSO IDROGENO come COMBUSTIBILE quindi a COSTO ZERO e L’Idrogeno è l’elemento più abbondante nell’intero UNIVERSO


Tra i paesi dell’est, l’unico ad anticipare i tempi è il Giappone

Toyota Mirai: 1.003 km con un pieno di idrogeno

Stabilito un nuovo record di percorrenza con la Mirai, la berlina della Toyota alimentata a idrogeno. Ma non solo.

https://www.themeditelegraph.com/it/green-and-tech/technology/2020/04/13/news/una-minicentrale-consentira-alle-navi-di-utilizzare-la-propulsione-a-idrogeno-1.38714448

http://ambientalistimonfalcone.it/6002-2/

CENTRALI PER LA PRODUZIONE ELETTRICA AD IDROGENO EMISSIONI ZERO – MONFALCONE una delle piattaforme di lancio ITALIANE La nostra energia guarda al futuro – ALTRO CHE PETROLIO E OLEODOTTI!

https://www.a2a.eu/it/sostenibilita/territori/friuli-venezia-giulia/energia-futuro-monfalcone

28 SETTEMBRE 2021

https://www.rainews.it/tgr/fvg/articoli/2021/09/fvg-trasformazione-centrale-a2a-monfalconea7a36edb-47db-4c17-b9f5-0732d8c34e02.html

Via libera da Roma alla riconversione della centrale A2A di Monfalcone – TGR Friuli Venezia Giulia

Il carbone lascerà il posto a metano e idrogeno

Il MISE si è da tempo attivato


https://www.mise.gov.it/images/stories/documenti/

Strategia_Nazionale_Idrogeno_Linee_guida_preliminari_nov20.pdf

“L’idrogeno è una soluzione promettente per i trasporti pesanti come camion a lungo raggio, treni passeggeri e navi, dove assieme ai biocarburanti potrebbe andare a sostituire progressivamente il diesel. È promettente anche per alcuni settori dell’industria pesante come la siderurgia e il petrolchimico, dove andrebbe a sostituire il carbone attualmente utilizzato. Si tratta dei settori cosiddetti hard-to-abate, ovvero caratterizzati da un’alta intensità energetica e dalla mancanza di soluzioni scalabili di elettrificazione.”

Giri economici stratosferici che per l’Italia vogliono dire moltissimo. Questi progetti vengono pianificati anni e anni prima e portati a termine in modo puntiglioso.

Ma c’è un elemento sorpresa nel 2016 e si chiama Donald John Trump, e questo è il collegamento con la situazione attuale. Nel frattempo, per  sono accadute molte altre cose: Il nostro magnifico ex premier Conte.

https://www.triesteallnews.it/2019/03/trieste-cina-firmato-laccordo-fra-il-porto-e-cccc/

Trieste-Cina, “Via della Seta”: firmato l’accordo fra il porto e “CCCC”

Chi è CCCC ?

China Communication Construction Company – “CCCC” – che favorirà l’infrastrutturazione in Centro Europa e aumenterà le possibilità di accesso dei prodotti delle piccole e medie imprese italiane presso i mercati cinesi.

“ROMA – Firmato a Roma l’accordo di cooperazione tra il porto di Trieste e il gruppo cinese China Communications Construction Company – CCCC che favorirà l’infrastrutturazione in Centro Europa e aumenterà le possibilità di accesso dei prodotti delle piccole e medie imprese italiane presso i mercati cinesi.

Alla presenza dei capi di stato di Italia e Cina, il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale Zeno D’Agostino e il leader del gruppo cinese CCCC mr. Song Hailang hanno formalizzato un accordo chiave circa le infrastrutture ferroviarie collocate nella regione portuale del Mare Adriatico Orientale, in particolare le nuove stazioni di Servola e Aquilinia, rientranti nel progetto “Trihub”, il piano integrato di rinforzo del sistema infrastrutturale ferroviario nell’area fra Cervignano del Friuli, Villa Opicina e Trieste, sviluppato in collaborazione con il gestore della rete ferroviaria italiana RFI.

L’accordo con CCCC, che permetterà l’accrescimento dell’influenza del porto di Trieste sia in Europa centrale, sia presso i mercati marittimi cinesi, consentirà all’Autorità di Sistema Portuale di esplorare nuove opportunità collegate al progetto di CCCC per la costruzione e gestione del grande terminal intermodale di Kosiče (Slovacchia). Il patto siglato oggi permetterà inoltre ad entrambi i firmatari di valutare collaborazioni per progetti logistico-industriali in Cina con lo scopo di facilitare i flussi logistici e il commercio.”

Ma In AMERICA (USA) 5 PORTI sono in mano cinesi – I PORTI SONO STATI COMPRATI DALLA CINA, i prodotti che transitano sono di produzione cinese e questo vale per tutti i porti, anche per quelli  in ITALIA. La Cina produce 80% dei prodotti consumati nel mondo. 

sono GLI AMERICANI che stanno bloccando le navi che vanno verso porti cinesi, come a Trieste.

ANCHE NEGLI USA LE NAVI…

WALL STREET JOURNAL

Why Container Ships Can’t Sail Around the California Ports Bottleneck

The armada of vessels waiting offshore keeps growing, and experts say there are few viable alternatives to the country’s main gateway for Asian imports.

https://www.wsj.com/articles/why-container-ships-cant-sail-around-the-california-portsbottleneck-11632216603

PERCHE’ LE NAVI NON POSSONO ATTRACCARE NEI PORTI DELLA CALIFORNIA?

Perché sono tutti cinesi, quindi SANZIONATI dall’ordine esecutivo di TRUMP, che ancora vige e non può essere cancellato da BIDEN!)

14 OTTOBRE 2021

Florida Ports Council urges cargo ships to use Florida ports to avoid California logjam

Il Consiglio dei porti della Florida esorta le navi mercantili a utilizzare i porti della Florida per evitare il Log Jjam della California (perché sono chiusi).

As dozens of cargo ships sit backlogged off the coast of California, a global supply chain nightmare gets worse, which experts say will lead to the raising of prices of goods for consumers as demand outweighs supply. But the Florida Ports Council believes they have a solution to the problem.

Mentre dozzine di navi da carico restano arretrate al largo della costa della California, un incubo della catena di approvvigionamento globale peggiora, che secondo gli esperti porterà all’aumento dei prezzi dei beni per i consumatori poiché la domanda supera l’offerta. Ma il Florida Ports Council crede di avere una soluzione al problema.

E QUESTO BLOCCO VA AVANTI DA META’ SETTEMBRE

A record number of cargo ships are stuck outside LA. What’s happening?

https://www.theguardian.com/us-news/2021/sep/22/cargo-ships-traffic-jam-los-angelescalifornia

26 AGOSTO 2020

Ed ECCO LE SANZIONI DEGLI USA CONTRO LA CCCC

per l’illegittimità della costruzione di isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale

INDOVINATE COSA POSSIEDE LA CCCC?

https://www.scmp.com/news/china/diplomacy/article/3098994/us-orders-fresh-sanctionschinese-firms-over-south-china-sea

US orders fresh sanctions on Chinese firms over South China Sea ‘Militarisation’

Gli Stati Uniti ordinano nuove sanzioni alle aziende cinesi per la ‘militarizzazione’ del Mar Cinese Meridionale. La China Communications Construction Company di proprietà statale tra le entità prese di mira Restrizioni sui visti da applicare a persone e imprese legate alle attività nelle acque contese, afferma il segretario di Stato degli Stati Uniti

Qui siamo arrivati al punto.

Voi pensate che il blocco del porto di Trieste sia fatto per combattere l’istituzione del GP?

A noi fa molto comodo venga fatta questa battaglia che è una battaglia di e per la libertà ma anche perché mette all’angolo la Germania. Bisogna per sapere una cosa fondamentale e serve anche a capire il senso delle sanzioni americane: i porti in Italia non possono essere venduti, ma dati in concessione per un tot di anni, con regolari contratti commerciali.

se una delle parti contravviene o si macchia, a livello internazionale di gravi reati (e la Cccc è un’azienda di proprietà della partito comunista cinese!) il contratto si rescinde e lo stato diventa arbitro con diritto di prelazione, perché i porti, le coste, le acque territoriali sono di proprietà della nazione e del popolo e lo stato ha l’onere e il dovere di proteggerli e preservarli da eventuali danni

Interessante, vero? Bene ma c’è di più.

Evergrande vi dice nulla?  Il colosso immobiliare cinese indebitato con tutto il mondo per trilioni di dollari che fra l’altro possiede una marea di navi cargo…ve la ricordate la questione del blocco del canale di Suez a marzo?

“La nave Ever Given è una enorme portacontainer di 224.000 tonnellate, lunga 400 metri e larga 59 metri, partita dalla Cina in direzione di Rotterdam. A causa dell’incaglio, avvenuto il 23 Marzo..” Centinaia di navi bloccate per giorni. La Ever Given è di proprietà di Evergrande

A settembre nuovo blocco del canale di Suez, piccolo, ma c’è stato. Danni per 550 milioni di dollari

Bene, stasera, un’ora prima dell’apertura dei mercati esce la notizia (sicuramente ad artem) NEW – Evergrande, China’s indebted giant property developer, is set to formally enter default on Oct 23. This is when the grace period for its first missed bond payment ends.

NOVITÀ – Evergrande, il colosso immobiliare cinese indebitato, entrerà formalmente in default il 23 ottobre. Questo è il momento in cui termina il periodo di grazia per il suo primo mancato pagamento delle obbligazioni.

Vi ricordate la questione Lehman Brothers: storia del più grande disastro di Wall Street ? Al quale   seguì un disastro economico che coinvolse tutti?

Bene, il fallimento Evergrande è mille volte maggiore (per difetto) e la maggior banca coinvolta, ma coinvolta in modo impressionante, in modo da far fallire tutte le banche del mondo se dovesse saltare (e salterà !! sono due anni e passa che lo dico. (Ne avevo scritto anche qui nel gruppo ad aprile 2019 mi pare).  Chi è? l’unica banca invischiata con i peggiori traffici in ogni campo a livello mondiale e la Deutsche Bank. La quale è esposta in modo impressionante con i finanziamenti fantasma e le garanzie senza copertura date alla Evergrande. Tutto torna.

Saremo curiosi di vedere i mercati cinesi domani, ma qualcuno si fregherà le mani.

Le sanzioni americane stanno colpendo la Cina in tutto il mondo, e il mondo guarda all’italia. Trieste è la porta delle merci per l’Europa, in primis per il petrolio senza il quale tutta la produzione, specialmente quella tedesca, si blocca inesorabilmente.

Già devono subire la mancata consegna di tutte le componenti elettroniche di produzione cinese per cui molte aziende sono state costrette a ridurre drasticamente la produzione od a interromperla ed ora con i blocchi navali gli verrebbe inferto un colpo micidiale per carenza totale di materie prime.
 Non dimentichiamo che Trump ha la Germania nel mirino per la questione dello spread e per gli interessi commerciali ”truffaldini”, inoltre vuole abbattere la UE. Voi forse continuate a pensare che Trump non sia il reale presidente in carica?

L’ordine esecutivo porta la firma di Trump, riguarda questioni gravissime di sicurezza nazionale, ha l’appoggio della parte sana dei Top Generals USA e Biden non potrà MAI cancellarlo.

Il che vuol dire tagliare gambe e braccia a “Great Reset”.

[FONTE ANONIMA]

IL DIRITTO ORIGINARIO ALLA TERRA

Il “Marco Temporal” in Brasile

1. Introduzione

Il 22 ottobre 2020 è stato rimandato il processo che avrebbe deciso le sorti delle terre indigene in Brasile. La data è stata prorogata dal presidente del tribunale federale, il ministro Luiz Fux, senza nessuna motivazione e senza una data ufficiale. La corte è stata chiamata a pronunciarsi sul caso particolare mosso dallo stato di Santa Catarina contro la demarcazione della terra indigena “Ibirama-Laklanõ”, del popolo Xokleng. Il ricorso straordinario mosso dal governo dello stato del nord-est brasiliano muove dalla tesi giuridica del “marco temporal”, una linea di demarcazione temporale che restringe i diritti dei popoli indigeni e ne minaccia l’esistenza. Proprio quest’ultimo dovrà essere definito dal tribunale in ultima istanza come criterio generale applicabile a tutti i casi di demarcazione sul territorio nazionale. Dunque non verrà messo in discussione soltanto il diritto alla terra del popolo Xokleng, ma verrà definitivamente giudicata una tesi giuridica che, se legalizzata, minerà il diritto originario alla terra di tutti i popoli indigeni.

La proroga del processo e della proposta stessa del limite temporale coincide con il pensionamento del ministro Celso De Mello e, conseguentemente, dell’insediamento di un nuovo membro della corte. Tale ministro verrà scelto dal presidente in carica, Bolsonaro. Eloy Terena, avvocato dell’Apib (-Articulação dos povos indígenas do Brasil) sostiene che questa manovra è stata attuata per attendere l’insediamento del nuovo giudice della corte, Kássio Nunes Marques, scelto dal presidente già nei primi giorni di questo mese. Il ministro Nunes ha più volte sottolineato la sua approvazione al “marco temporal” ed ha già ha sentenziato contro i popoli indigeni.

2. Lo spazio del conflitto

Il Brasile è dunque nuovamente attraversato da un conflitto di natura giuridica. La causa del conflitto risale ad un giudizio espresso dall’Advocacia-geral da União nel 2017 che rimette in discussione una sentenza emessa nel 2009 dalla corte del tribunale supremo brasiliano riguardante la demarcazione della TI “Raposa do Sol” nello stato di Roraima. La sentenza concludeva che la terra dovesse spettare agli indigeni in quanto la loro assenza su tale area durante la data di promulgazione della costituzione brasiliana il 5 ottobre 1988 era dovuta a ragioni di natura conflittuale. L’area venne demarcata in conseguenza a tale giudizio, secondo il quale le popolazioni locali videro la propria terra oggetto di continui saccheggi che furono la causa del loro allontanamento temporaneo. Ma cosa succede quando gli indigeni che rivendicano la propria terra oggi non erano presenti nell’area il giorno in cui la costituzione è entrata in vigore? Oppure quando essi non possono dimostrare l’effettivo legame con quel territorio e comprovare il loro essere stati cooptati ad abbandonare quel luogo, costretti al conflitto dagli stessi usurpatori per decenni e generazioni? La proposta del limite temporale, se reputata applicabile ad ogni singolo caso di demarcazione, porterebbe a classificare come terre indigene soltanto quelle in cui il popolo indigeno che ne richiede la delimitazione possa comprovare la propria presenza su tale territorio durante la data di promulgazione della costituzione brasiliana, e ignora dunque il fatto che le popolazioni indigene prima del 1988 non avevano autonomia giudiziaria per lottare per i propri diritti e che potrebbero essere stati costretti ad un allontanamento da quello stesso territorio che adesso rivendicano. Per questo motivo essi gridano che il loro passato non inizia il giorno in cui la costituzione brasiliana viene resa effettiva, come sosterrebbe il “marco temporal” implicitamente, né, tantomeno, le sottrazioni dei terreni abitati dagli indigeni sono avvenuti dopo la caduta del regime dittatoriale in Brasile. Ma a quanto pare, il giudizio espresso quel giorno dalla corte suprema diventò criterio per stabilire la legittimità di tutte le richieste di demarcazione delle terre indigene.

Ma facciamo un passo indietro: quali sono i passaggi che costituiscono il processo di istituzione della terra indigena e quali i criteri che ne definiscono lo status giuridico di riserva? Negli anni ’70 del secolo scorso nascono le prime rivendicazioni organizzate in veri e propri movimenti. Una caratteristica di questi movimenti indigeni è la ricostruzione di un passato originario e diversificato dalla storia dello stato-nazione. Il passato indigeno rivendicato da un gruppo fa parte della memoria etnica e questa identità particolare che richiama la memoria è legata ad un territorio specifico, con tutto quello che comporta (compresi i conflitti); il territorio viene considerato essenziale e determinante per la costruzione identitaria del gruppo. Sono state infatti le minacce alla terra a far da base per l’insorgere di un discorso etnico che negli anni conseguenti alla costituzione ha cominciato a fiorire nel paese. Dunque, il diritto all’esclusività di un territorio è il primo punto che i movimenti indigeni hanno inserito nella propria agenda politica, in funzione della propria sopravvivenza etnica e del territorio lavorato collettivamente e di uso comunitario (e dunque non per il surplus del capitale). Si capisce come questa visione contrasti con quella di una terra destinata soltanto allo sfruttamento economico.

Negli anni ’90 gli Stati nazionali cominciano ad accogliere le richieste indigene e la costituzione finalmente si apre all’integrazione di alcune norme atte alla creazione di terre che vengono legalmente circoscritte per evitare conflitti e per garantire l’autonomia a quei popoli che si sono visti negare diritti essenziali per lungo tempo. La terra, la gestione collettiva, l’organizzazione sociale interna al gruppo che ne richiede la demarcazione, l’educazione autogestita, il pluralismo giuridico che prevede l’autonomia e l’applicazione di norme non statali alle questioni che riguardano conflitti interni sono i punti di questa agenda politica che i movimenti indigeni hanno chiarito negli anni e che nel linguaggio giuridico vengono riassunti nella frase “territori abitati in maniera tradizionale”. I criteri con i quali viene stabilita la eleggibilità a terra indigena passano invece per la dimostrazione effettiva di un passato etnico di quel determinato gruppo di persone che rivendica la terra. Senza dilungarsi nelle questioni che riguardano il riconoscimento etnico, bisogna ricordare che gli indigeni si sono organizzati per adottare un linguaggio giuridico in maniera da potersene servire durante le battaglie per il riconoscimento ufficiale della propria etnia e, dunque, del proprio diritto ad abitare la terra nella maniera “tradizionale” (la questione del riconoscimento etnico e della demarcazione ufficiale di una terra indigena sono infatti due facce della stessa medaglia). La terra viene infine istituzionalizzata attraverso alcuni passaggi che vedono funzionari statali impegnati nella delimitazione, l’omologazione e l’iscrizione ufficiale nei registri dello stato che da quel momento in poi rendono l’area di interesse circoscritta ufficialmente, non destinata allo sfruttamento predatorio dei latifondisti e completamente autogestita dalla comunità indigena che ne fa parte.

Il giudizio enunciato dalla corte suprema del tribunale federale per quanto riguarda la demarcazione della terra roraimense si trasformò in una occasione che l’unione dell’avvocatura generale, insieme al “Frente Parlamentar da Agropecuária”, non tardò a rilevare, e nel 2017, durante il governo Temer, il giudizio espresso dalla corte venne dichiarato come possibile giustificazione applicabile a qualsiasi altro caso riguardante la demarcazione delle riserve indigene. Questo si è dunque trasformato in una vera e propria tesi, chiamata “marco temporal” (“linea temporale”). La proposta di questa tesi potrebbe diventare legge e, dunque, regola applicabile ad ogni singolo caso. Ancora una volta la forza parlamentare che rappresenta l’industria dell’agro-business è stata capace di trovare un modo legale, perché apparentemente espresso nei limiti della costituzione, di deprivare le popolazioni indigene del proprio territorio. Dietro a tutto ciò vi sono le tracce di una politica economica che rischia di generare ulteriori conflitti, danni ambientali provocati dallo sfruttamento senza limite delle risorse territoriali e distruzioni di interi sistemi socio-culturali; si, perché dietro a tutto ciò è storicamente impossibile non scorgere le intenzioni di chi vuole destinare il territorio alla speculazione economica e al capitale straniero in primis, senza curarsi del valore che quelle terre hanno per i suoi residenti.

La cosiddetta “bancada ruralista”[1], termine con il quale ci si riferisce al fronte parlamentare che difende i latifondisti, l’agro-business e le esplorazioni minerarie, si è proclamata a favore del limite temporale, sostenendo che se gli indigeni avessero la possibilità di demarcare qualsiasi luogo nel quale non risiedessero durante il 1988, allora: poderiam reivindicar até a praia de Copacabana (“potrebbero rivendicare fino alla spiaggia di copacabana”)[2]. Questa frase non è la sola giustificazione portata per difendere gli interessi dei proprietari terrieri, delle aziende minerarie, degli industriali della soia e delle armi, cosi come degli estremisti religiosi, contro la demarcazione delle terre indigene. Essi, infatti, fanno appello alla parola “occupazione” per indicare che i popoli richiedenti una area di usufrutto esclusivo per lo stato non sono altro che “occupanti” e, dunque, occupano in tal senso un’area che giuridicamente appartiene allo Stato. Ma lo Stato, come entità disincarnata che regola la vita dei suoi cittadini riconosce a tutti gli effetti i diritti delle popolazioni indigene in quanto cittadini che formano parte dello stato brasiliano. Interesse pecuniari o no, la costituzione riconosce il diritto alla demarcazione e alla autoidentificazione collegata al possesso di un territorio che è fondamentale per chi ne reclama la legittimità.

3. Il controllo burocratico del tempo per il possesso degli spazi

L’articolo 231 della costituzione brasiliana del 1988 recita:

“São reconhecidos aos índios sua organização social, costumes, línguas, crenças e tradições, e os direitos originários sobre as terras que tradicionalmente ocupam, competindo à União demarcá-las, proteger e fazer respeitar todos os seus bens”.[3]

Non possiamo prescindere dal prendere in considerazione le parole utilizzate per giustificare l’ipotesi giuridica del limite temporale. Queste sono adesso radicate nel vocabolario popolare in riferimento a tale assunto. Se poniamo attenzione alla parola “occupate” in riferimento alle terre indigene potremmo pensare che tale “occupazione” sia la risultante generatasi da un conflitto, in questo caso sul possesso legittimo o illegittimo di una terra. Tale parola viene utilizzata dai sostenitori del marco temporal, ma allo stesso tempo è una parola che compone l’articolo della costituzione che dovrebbe garantire il legittimo possesso della terra da parte delle popolazioni indigene che ne reclamano una parte. Nella storia della costruzione identitaria nazionale della società brasiliana, l’immagine dell’indigeno è stata spesso associata al suo carattere esotico, “signore naturale del Brasile”. Tracce di questo immaginario associato al processo di costruzione della categoria indigena si possono ritrovare nella costituzione. Le politiche che riguardano il rapporto tra la società moderna e gli indios sono dunque permeate da tale valore simbolico, di cui fa parte la retorica che dipinge una parte dei cittadini-gli indigeni- come ladri o talvolta come adolescenti incompresi che vanno protetti; di tale retorica di cui si sono serviti funzionari dell’impero prima, e i funzionari dello stato adesso. Come riconoscere agli indios la loro organizzazione sociale, i loro costumi, le loro tradizioni, credenze e lingue, se poi il linguaggio ufficiale dello stato si riferisce a loro come occupanti? Certo, cittadini che occupano “tradizionalmente” la terra; ma quel tradizionalmente viene allontanato nell’alterità radicale, nella lontananza dalle forme che compongono la vita del cittadino moderno: in pratiche che rimangono lontane dalla modernità di quella civiltà brasiliana costituita dallo stato. Come se quei cittadini fossero “materia fuori posto”, cittadini di seconda classe, tradizionali occupanti di un mondo vecchio e primitivo (e tuttavia i primi ad occuparlo), da tutelare in quanto “patrimonio”.

L’oggettivazione e la naturalizzazione del popolo indigeno è una costante del discorso moderno. Così come le loro terre lo sono dal punto di vista economicista. Entrambe queste visioni di ‘popolo indigeno’ fanno parte dello stesso immaginario che ha costruito l’identità nazionale brasiliana moderna. Nella costituzione sopra citata ci viene data indicazione ulteriore sul possesso tradizionale di una terra e cosa lo stato intende per quest’ultimo:

§ 1º “São terras tradicionalmente ocupadas pelos índios as por eles habitadas em caráter permanente, as utilizadas para suas atividades produtivas, as imprescindíveis à preservação dos recursos ambientais necessários a seu bem-estar e as necessárias a sua reprodução física e cultural, segundo seus usos, costumes e tradições”.[4]

Il termine “occupazione” ci riporta direttamente al significato di “temporanea presa di possesso di un qualche luogo”, non legalmente istituzionalizzata e non gestita da organi ufficiali. Nell’articolo citato quelle terre sono occupate in maniera permanente. Gli indigeni reclamano infatti il “diritto originario alla terra” poiché essi risiedono e non, come si dice, occupano, da generazioni e da tempi non calcolabili (e ad ogni modo sarebbe improprio l’uso del calcolo di una questione immateriale come il tempo) in quella terra, che rivendicano in quanto fondamentale per la propria sopravvivenza socioculturale. La terra indigena non è destinata allo sfruttamento dei beni privati, ma è intesa collettivamente, oltre ad esser collegata con una concezione atavica che garantisce la vita del gruppo delle persone che la abitano. Per questo lo stato ne garantisce il possesso a quelle popolazioni.

Tuttavia, la tesi del limite temporale andrebbe a pregiudicare tale “possesso permanente” poiché non tutti gli indios che reclamano la propria area possono provare allo stato tali punti determinati dalla costituzione. A causa delle coercizioni, delle dispersioni e delle segregazioni subìte nei secoli, molto spesso, la memoria storica di questi popoli si è vista ridurre i propri punti di riferimento, e proprio per questo motivo la terra che essi hanno perso non è più localizzabile negli stessi termini con i quali la costituzione ne garantirebbe il possesso. Si può, certamente, cercare di delimitare le zone, come gli stessi indigeni fanno oggi; ma tra il delimitare una area come riferimento e provare che quella stessa area è stata abitata in maniera permanente da quelle determinate persone, prima che fossero forzate ad abbandonarle o costrette a rimanervi al costo di sottoporvisi come lavoratori schiavi oppure sottopagati, rimane compito di natura complicata. Lo stato potrebbe considerare anche ciò che viene chiamato un “saccheggio persistente” delle terre in questione da parte degli sfruttatori di risorse come eccezione alla regola del limite temporale:

“o renitente esbulho se caracteriza pelo efetivo conflito possessório, iniciado no passado e persistente até o marco demarcatório temporal da data da promulgação da Constituição de 1988, materializado por circunstâncias de fato ou por controvérsia possessória judicializada”.[5]

Sotto questa eccezione, tuttavia, non vengono considerati i genocidi, le segregazioni e gli spostamenti forzati subìti dagli indigeni senza che essi potessero opporvi resistenza, specialmente nel periodo della dittatura.

4. Conclusioni

Per questo motivo chi intenta un processo di delimitazione di una riserva indigena nella quale non si possa dimostrare la presenza fisica o, come da eccezione, non si possa dimostrare un effettivo conflitto persistente fra fazioni durante il 1988, secondo la tesi giuridica del limite temporale perde il diritto alla demarcazione. La storia e i diritti di un popolo indigeno inizierebbero ad avere valore soltanto a partire dal 5 ottobre 1988, ecco cosa sembra implicitamente sostenere il marco temporal: si può ottenere, certamente, di vedere realizzati i propri diritti, a patto che la legge ne stabilisca un limite che possa comprovare le questioni del possesso di una terra a chi non fu mai sottratta prima del 1988.

Conosciamo molto bene la voce di chi si oppone alle rivendicazioni indigene. Sono le stesse voci di chi, qualche tempo fa, affermava con arrogante superbia: “Se eu assumir [a Presidência do Brasil] não terá mais um centímetro para terra indígena”[6]. Adesso non è più lo spazio, ma il tempo, ad essere il campo attorno al quale si articola la minaccia all’integrità dei popoli indigeni. Il calendario ufficiale diviene il regolatore dei rapporti e il giudice finale di questa battaglia alla legittimità della terra.

AUTORE

Gabriele Grieco

FONTE

http://www.amistades.info/

LA GRANDE BUGIA VERDE

Centoventotto tra esperti e ONG ambientaliste e dei diritti umani lanciano oggi un monito: la proposta ONU di aumentare le aree protette globali, come i parchi nazionali, potrebbe portare a gravi violazioni dei diritti umani e causare danni sociali irreversibili per alcune delle popolazioni più povere del mondo. 1

Nel maggio 2021, il Vertice delle Parti presso la Convenzione sulla diversità biologica (CBD), prevede di accordarsi sul nuovo obiettivo di mettere almeno il 30% della superficie terrestre sotto conservazione entro il 2030 2. Questo obiettivo “30×30” raddoppierebbe l’area di terra attualmente protetta entro il prossimo decennio. 3

Tuttavia, le preoccupazioni sui costi umani della proposta e sulla sua efficacia come misura ambientale stanno crescendo poiché la protezione della natura, in regioni come il bacino del Congo africano e l’Asia meridionale, negli ultimi anni è stata sempre più militarizzata. Una serie di recenti denunce ha rivelato che le comunità continuano a essere espropriate e sfrattate con la forza per far spazio alle aree protette e che subiscono gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze anti-bracconaggio, armate pesantemente. 4

In una lettera al Segretariato della CBD, le ONG avvertono che potrebbero subire gravi impatti negativi fino a 300 milioni di persone a meno che non siano implementate misure molto più forti per proteggere i diritti dei popoli indigeni e di altri piccoli proprietari terrieri tradizionali e gestori dell’ambiente. 5

I gruppi ambientalisti firmatari del monito hanno anche affermato che il modello di “conservazione fortezza” implementato in gran parte del Sud del mondo non riesce a prevenire il rapido declino della biodiversità, sottolineando anche come spesso le pesanti imposizioni rischiano di mettere la popolazione locale contro gli sforzi di conservazione, accelerando addirittura la distruzione dell’ambiente. 6

Qualsiasi ulteriore incremento delle aree protette, sostengono, deve essere preceduto da una revisione indipendente degli impatti sociali e dell’efficacia di conservazione delle aree protette già esistenti.

“L’appello a trasformare il 30% del globo in ‘aree protette’ è davvero un colossale accaparramento di terra paragonabile a quello dell’era coloniale europea, e porterà altrettanta sofferenza e morte” ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International. “Non lasciamoci ingannare dal clamore delle ONG conservazioniste e dei loro finanziatori come le Nazioni Unite e i governi. La proposta non ha nulla a che vedere con il cambiamento climatico, con la protezione della biodiversità o la prevenzione delle pandemie – in realtà, è più probabile che peggiori tutti questi problemi. Si tratta davvero di soldi, di terra e di controllo delle risorse, nonché di un attacco massiccio alla diversità umana. Questa espropriazione pianificata di centinaia di milioni di persone rischia di sradicare la diversità umana e l’autosufficienza, che sono la vera chiave per frenare il cambiamento climatico e proteggere la biodiversità.”

Joshua Castellino, del Minority Rights Group International, ha aggiunto: “Sono necessarie misure urgenti per arrestare l’imminente violazione dei confini planetari. Occorre destituire i responsabili della sua continua distruzione per sostituirli con i responsabili della sua salvaguardia. Far pagare ai popoli indigeni il prezzo della distruzione provocata dalla spinta verso il sovraconsumo e il profitto da parte di altri, non significa solo bullizzare i diseredati, ma anche anteporre la brama di profitto alle persone privilegiando gli ‘approcci scientifici’ occidentali sostenuti dal commercio a discapito delle conoscenze tradizionali che ha soggiogato, dominato e quasi distrutto lungo la strada verso questo precipizio”.

Note ai redattori

1 La lettera al Segretariato della CBD tradotta in italiano:
https://assets.survivalinternational.org/documents/1972/en-fr-es-it-de-200928.pdf
NOTA DELL’8 MARZO 2021: Il documento contiene versioni in inglese, francese, spagnolo, italiano e tedesco. Il numero degli aderenti, in continuo aggiornamento, è arrivato a 217.

2 L’obiettivo è stabilito in un progetto di accordo denominato “Post-2020 Global Biodiversity Framework”, che è attualmente in fase di preparazione e negoziazione tra i governi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica (CBD). Vedi qui per il documento completo.

3 La Convenzione sulla diversità biologica (CBD), adottata nel 1992, è considerata il documento chiave sullo sviluppo sostenibile e fornisce il quadro politico internazionale complessivo per la conservazione. Le 196 Parti in seno alla CBD dovrebbero adottare nel maggio 2021 un quadro per la biodiversità globale post-2020. All’ordine del giorno c’è anche l’obiettivo di proteggere almeno il 30% di tutta la terra e i mari entro il 2030, quasi il doppio dell’attuale obiettivo del 17% (Aichi Target 11).

4 Ad esempio: https://www.buzzfeed.com/tag/world-wildlife-fund e http://rainforestparksandpeople.org/

5 Sulla base di un documento pubblicato sulla rivista accademica Nature che analizza le aree che con maggiore probabilità saranno candidate alla conversione in aree protette, si stima che il nuovo obiettivo potrebbe dislocare o espropriare fino a 300 milioni di persone. Vedere: Schleicher, J., Zaehringer, J.G., Fastré, C. et al. Protecting half of the planet could directly affect over one billion people’. Nat Sustain 2, 1094–1096 (2019). https://doi.org/10.1038/s41893-019-0423-y. 

6 Ad esempio, le foreste gestite dalla comunità che nel bacino del Congo potrebbero essere minacciate dall’accaparramento di terre ai fini della conservazione: https://www.mappingforrights.org/resource/300-million-at-risk-from-cbd-drive/.

FONTE

https://www.survival.it/