Spiritualità

CONOSCI TE STESSO

“Ti avverto, chiunque tu sia. Oh tu che desideri sondare gli Arcani della Natura, se non riuscirai a trovare dentro te stesso ciò che cerchi, non potrai trovarlo nemmeno fuori. Se ignori le meraviglie della tua casa, come pretendi di trovare altre meraviglie?
In te si trova occulto il Tesoro degli Dei. Oh! Uomo conosci te stesso e conoscerai l’Universo e gli Dei.” 

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L’esortazione CONOSCI TE STESSO è una sentenza religiosa greco antica (in greco antico: ΓΝΩΘΙΣΑΥΤΟΝ, gnôthi sautón ; anche Γνῶθι σεαυτόν Gnōthi seautón), iscritta nel tempio di APOLLO A DELFI, appartenente quindi alla sapienza delfica. La locuzione latina corrispondente è NOSCE TE IPSUM. È anche utilizzata in latino la versione TEMET NOSCE.

La sentenza “Conosci te stesso” è indubbiamente connessa al tempio di Apollo a Delfi, sul suo significato gli studiosi, anche se con alcune differenze, concordano sul fatto che con questa sentenza Apollo intimasse agli uomini di «riconoscere la propria limitatezza e finitezza».

L’invito a “stare al proprio posto”, a non “sconfinare” in ruoli che non gli sono propri, a conoscere i proprio limiti è quello mosso da Apollo a Diomede (V, 440-2) e ad Achille (X, 8-10) nell’Iliade ; in quanto, come rammenta Apollo allo stesso Poseidone, gli uomini non sono altro che «dei miseri mortali che, come le foglie, ora fioriscono in pieno splendore, mangiando i frutti del campo, ora languiscono e muoiono»

Il significato originario è incerto, deducendo da alcune formule a noi pervenute (NULLA DI TROPPO, OTTIMA È LA MISURA , NON DESIDERARE L’IMPOSSIBILE ) sarebbe quello di voler ammonire a conoscere i propri limiti, «conosci chi sei e non presumere di essere di più» ; sarebbe stata dunque una esortazione a non cadere negli eccessi a non offendere la divinità pretendendo di essere come il Dio. Del resto tutta la tradizione antica mostra come l’ideale del saggio, colui che possiede la SOPHROSYNE (la saggezza), sia quello della moderazione. Secondo Giovanni Reale la comprensione del motto non può prescindere dalla conoscenza dell’elaborazione successiva effettuata da Platone e dai Neoplatonici (pur tenendo presente la maggior vicinanza di Socrate con l’originaria religione delfica). In particolare Platone, nell’Alcibiade Maggiore, sostiene che per conoscere adeguatamente noi stessi, dobbiamo guardare il divino che è in noi.

Non a caso troviamo questo concetto in vari elementi filosofici e religiosi del periodo ellenico e romano, gli Orfici credevano che l’anima fosse di natura divina e infatti la chiamavano DÁIMŌN, che significa divinità minore. Inoltre per gli stoici la realizzazione, chiamata OIKEIOSIS, avveniva attraverso la percezione interna, pratica simile se non identica alla meditazione di base induista e buddhista, mentre nel neoplatonismo l’anima proveniva DALL’UNO ed attraverso l’estasi tornava ad Esso. Infine nello Gnosticismo, in cui la cultura greca ebbe grande influenza, la conoscenza del Divino partiva dalla conoscenza di sé che spesso si otteneva attraverso pratiche meditative.

Allo stesso tempo il motto può essere considerato la forma originaria dello scetticismo metodologico e del metodo della sospensione del giudizio ; in questo senso esso va interpretato come una denuncia dell’impossibilità di conoscere alcunché con certezza.

IL CONOSCERE SE STESSI PUÒ SEMBRARE IN OPPOSIZIONE AL CONOSCERE IL MONDO, MA LE DUE CONOSCENZE POSSONO CONSIDERARSI DUE FACCE DI UNA SOLA MEDAGLIA : LA FILOSOFIA È SLANCIO DELL’UOMO VERSO IL CONOSCERE E UNA CONOSCENZA VIVA E ATTUALE NON PUÒ PRESCINDERE DALLA MENTE CHE CONOSCE (E DAI SUOI CONDIZIONAMENTI).

PENSATORI COME SOCRATE E KRISHNAMURTI HANNO SOTTOLINEATO PERENTORIAMENTE L’IMPORTANZA DI UNA CONOSCENZA DIRETTA E VIVA DEL MONDO, IL CHE NON È POSSIBILE SENZA RENDERSI CONTO DI COME FUNZIONA LA PROPRIA MENTE, DI COME ESSA CONOSCE E RICONOSCE LE COSE. CAPIRE QUESTO FUNZIONAMENTO SIGNIFICA POTERSI LIBERARE DA PREGIUDIZI E CONDIZIONAMENTI CULTURALI E POTER CONOSCERE SENZA FILTRI.

Nelle Enneadi di Plotino questo precetto delfico è al centro della trattazione della parte antropologica e psicologica e segna il percorso evolutivo e mistico diretto al congiungimento con la propria essenza divina.

Un concetto simile si trova anche nel monito di Sant’Agostino : “NOLI FORAS IRE, IN TE IPSUM REDI, IN INTERIORE HOMINE HABITAT VERITAS” (Non andare fuori, rientra in te stesso : è nel profondo dell’uomo che risiede la verità).

Il processo conoscitivo, sostiene infatti Agostino, non può che nascere all’inizio dalla sensazione, nella quale il corpo è passivo, ma poi interviene l’anima che giudica le cose sulla base di criteri che vanno oltre gli oggetti corporei.

A partire da Pitagora, che spingeva gli uomini a realizzare sé stessi, per arrivare a Immanuel Kant, molti filosofi hanno espresso l’importanza di conoscere se stessi nella propria autocoscienza prima di iniziare a scoprire le verità assolute. E molte altre culture hanno compreso l’importanza di questa affermazione: dalla cultura indiana, con gli Inni vedici, alle altre culture orientali, oltre a quella occidentale.

Egli osserva come ad esempio i concetti matematico-geometrici che applichiamo agli oggetti corporei abbiano le caratteristiche spirituali della necessità, dell’immutabilità, e della perfezione, mentre gli oggetti in sé sono contingenti.

Per esempio nessuna simmetria, nessun concetto perfetto si potrebbe riconoscere nei corpi se l’intelligenza non conoscesse già in anticipo questi criteri di perfezione.

Da dove deriva questa perfezione? La risposta è che al di sopra della nostra mente c’è una somma Verità, una RATIO SUPERIOR, ossia più elevata del mondo sensibile, dove le idee restano immutate nel tempo e ci permettono di descrivere la realtà degli oggetti contingenti.

Si può notare come Agostino assimili quei concetti perfettissimi alle Idee di Platone, ma diversamente da quest’ultimo egli le concepisce come i pensieri di Dio che noi intuiamo non in virtù della platonica reminiscenza, ma per illuminazione operata direttamente da Dio.

L’intelletto umano trova la verità come Oggetto ad esso superiore : la verità misura di tutte le cose, e lo stesso intelletto è “misurato” rispetto ad essa, al punto tale che in riferimento alla verità non si potrebbe neppure parlare propriamente di oggetto, bensì di Soggetto.

È come se Dio, in quanto essere intelligibile, fosse un sole che illuminando tutte le cose le rende perciò intelligibili : come è necessaria una luce corporea per vedere gli oggetti intorno a noi, così occorre gettare un’altra luce incorporea (Dio) per vedere le idee.

ANCHE LA FISICA DELLE PARTICELLE SUBATOMICHE (HEISENBERG, BELL, BOHM) HA OSSERVATO IN QUALCHE MODO UN’INSCINDIBILITÀ DELL’OSSERVATORE DALL’OSSERVATO, CHE SEMBRANO FAR PARTE DI UN SOLO FENOMENO. QUESTO SEMBRA COINCIDERE CON L’INSEGNAMENTO DELL’ADVAITA VEDĀNTA, FILOSOFIA INDIANA DELLA NON-DUALITÀ.

FONTE : Wikipedia, L’Enciclopedia Libera

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